martedì 30 giugno 2009

Pontypool

pontypool poster imagePONTYPOOL
2008, Canada, colore, 95 minuti
Regia: Bruce McDonald
Soggetto/Sceneggiatura: Tony Burgess
Produzione: Ponty Up Pictures, Shadow Shows

Grant Mazzy è un dee jay radiofonico sul viale del tramonto, costretto ad accettare i lavori sempre meno appetibili che gli trova il suo agente. Ultimo in ordine di tempo questa fila di incarichi è la conduzione dello show mattutino della radio di Pontypool, una piccola cittadina dell'Ontario.

Gatti smarriti, fine della stagione della pesca e cori da teatro rappresentano il grosso delle notizie quotidiane e i tentativi di scandalizzare e provocare gli ascoltatori vengono visti molto male da Sydney Briar, la produttrice dello show, mentre incontrano la segreta simpatia del tecnico del suono, Laurel Ann, eroina locale, reduce dalla guerra in Afghanistan.

Le cose si complicheranno molto quando in studio cominceranno a trapelare strane notizie di rivolte in paese: edifici accerchiati da gruppi di persone che balbettano frasi incomprensibili o incoerenti, normali cittadini che si tramutano in feroci cannibali, ragazzini ridotti in stato catatonico, che ripetono un’unica parola in un loop tantrico.

Ben presto diventerà evidente che nella piccola cittadina è in atto una vera e propria epidemia, un virus che si diffonde attraverso parole e concetti e che azzera le comunicazioni fra le persone, creando mortali cortocircuiti nel loro sistema nervoso…

I segnali erano nell’aria da tempo ed era ora che qualcuno cominciasse a raccoglierne i frutti. Peccato che ciò avvenga con una pellicola ben lungi dall’essere perfetta, altrimenti avrei urlato con gioia al capolavoro.
Capolavoro che invece rimane solo concettuale e in nuce e che spetterà a qualcun altro portare a forma completa e soddisfacente.
Ma d’altronde è storia vecchia: anche Elvis ha rubato ai neri, e alla Storia e agli Utilizzatori Finali non importa granché da dove provenga il frutto proibito, finché se ne mantiene stabile e intenso il flusso.

Che la Parola definisca la Realtà e ci dia potere sopra gli Uomini (e ai Demoni) è concetto vecchio e ormai logoro, ma ultimamente si erano addensati, nella mia esperienza personale, vari segni che hanno portato infine all’esplosione di questo Pontypool.
Si può passare dalle esagitate lezioni del Zizek di turno fino alle più ponderate critiche di Galimberti, passando per la neuroprogrammazione e la linguistica, miscelando il tutto con la riuscita pandemia elettronica di The Signal o la paranoia infettante di Bug e i progressi fondamentali della memetica, senza dimenticare eventi solo apparentemente marginali come le tag cloud, i flavor of the month e i vari new black, ma il risultato è sempre lo stesso: i tempi erano ormai maturi perché si cominciasse a riflettere seriamente su possibili scenari di pandemia memetico-verbale.

Ad aggiungere un importante tassello al riguardo ecco arrivare Tony Burgess (non a caso esperto di PNL), che irrompe nel 1998 con un romanzo, Pontypool changes everything, che aveva fatto parlare parecchio per la sua complessità e ambizione e che ovviamente non verrà mai pubblicato nell'Italia degli Epix e delle varie collane vampiriche.
Ovidio e teoria del linguaggio, catastrofismo da pandemia e Noam Chomsky si mischiano nelle ottime pagine di questo autore che ipotizza un virus in grado di cortocircuitare la comprensione, il flusso delle informazioni e riducendoci infine da umani a zombie aggressivi, o meglio, come lui ama definirli, in Conversationalist.

Il contagio si manifesta attraverso tre stadi ben distinti e gli esiti sono sempre catastrofici. Inizialmente l'infetto si blocca su una particolare parole e continua a ripeterla in loop, come a sincerarsi del suo reale significato, quindi il suo discorso diventa incoerente e insensato, infine il Conversationalist assume atteggiamenti aggressivi e violenti, spesso cercando l'impossibile comunicazione e comprensione con/dell'altro divorando la bocca della persona che gli è vicina, come se cercasse di arrivare alla fonte del discorso.

Concetti rivoluzionari nel campo dell’horror che ancora arranca dietro a Romero e ai suoi defunti zombie proletari o a Raimi e le sue streghette, concetti che purtroppo vengono trasposti su schermo con qualche diluizione di troppo dallo stesso scrittore che, a credere alle sue affermazioni, avrebbe scritto al sceneggiatura in sole 48 ore, ispirandosi ovviamente alla radiofonica Guerra dei mondi.

L’idea è azzeccata e il protagonista pure: Stephen McHattie ci ha già donato poco tempo fa un Chet Baker da urlo e ora, voce e volto in servizio costante lungo tutto il film, regge sulle sue corde vocali l'esito dell'intera pellicola e offre una interpretazione intensa, con dei timbri e una dizione che difficilmente potremo scordare.
Bene anche le altre due protagoniste, ottima la scelta di limitare il tutto (per ovvie questioni di budget) al solo studio radiofonico e davvero strepitosi due o tre momenti di contagio.
Non mi viene facilmente la pelle d’oca, ma mentre osservavo alcune vittime incepparsi su parole e concetti ho provato uno di quei rari momenti in cui si teme che la stessa cosa possa accadere a noi e si parte con quel what if che è segno sicuro di come la pellicola stia scavando e portando alla luce nervi pericolosi.

Evitare di parlare in inglese, lingua molto diffusa e in grado di veicolare il virus con maggiore efficacia. Meglio il francese o, ancora di più, i messaggi scritti.
Evitare di pensare o pronunciare determinate parole chiave, quelle più legate alle emozioni.
Fin qui tutto bene e nulla da eccepire: il film scorre a basso livello di gore ma proprio per questo quando il sangue scorre potete star tranquilli che avrà molto effetto.

Dove la pellicola non convince è nello spiegone veicolato dallo scienziato di turno (che infrange due tabù per me tutto sommato ancora importanti, ovvero lo show don’t tell e il deus ex machina) e nella gestione finale della crisi, non tanto per il vaccino in sé, che piace ed è molto in linea con quanto esposto in precedenza, quanto piuttosto per un effetto combinato di caduta della tensione e innalzamento dei toni ironico-umoristici, che portano a un climax assai ridotto e che farà storcere il naso a più di un catastrofista.

Ma, con tutti i suoi difetti, ci troviamo di fronte a un film molto, molto importante per l’horror contemporaneo, che merita più di una visione e che se saprà trovare adeguata cassa di risonanza potrà influenzare più di una pellicola nei prossimi anni.

Shut up or Die.

Kill is Kiss.

Scrivo recensioni tempo troppo prati di maccheroni verde sfumato soffice cuscino soffice seno come cuscino bel sonno bello bello bello bello bello bello hfrhuguge *bmgr£nkjt jk%%ouklòylòàùàò################

Scollegamenti:

Sito ufficiale
Tony Burgess inervista 1
Tony Burges intervista 2
Stephen McHattie

Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Fmaltio:

domenica 28 giugno 2009

Apologies to H. P. Lovecraft







Apologies to H. P. Lovecraft

Scopri altri artisti come questo...

Katharine Isabelle

Dopo le ultime due Scream Queens che per il sottoscritto sono tizie insignificanti, ecco invece una delle mie preferite: lei e la sorella in Ginger Snaps, mamma mia...







Filmhorrorgrafia:

La Crociera della Paura (1998)
Generazione Perfetta (1998)
Spooky House (2000)
Ginger Snaps (2000)
Bones (2001)
Insomnia (2002)
Freddy vs. Jason (2003)
Ginger Snaps: Unleashed (2004)
Ginger Snaps Back: The Beginning (2004)
Rampage (2009)

Ti è piaciuta? Visita il resto dell'harem nella sezione Scream Queens

sabato 27 giugno 2009

Friday the 13th & A Nightmare on Elm Street Killer Trivia


Nome: Friday the 13th & A Nightmare on Elm Street Killer Trivia
Autore: -
Casa editrice: USAopoly

Categoria: Gioco a quiz

Durata della partita: Variabile

Numero dei giocatori: 2 singoli o due gruppi
Età raccomandata: 16 e oltre


Lo so.
Nemmeno io amo i giochi a quiz.
Anzi, non avendo memoria posso dire apertamente che li odio di cuore, però posso sempre mimetizzare l'odio causato da una mia mancanza con vari motivi più alti, oggettivi e universali come per esempio la critica al nozionismo.

Detto questo, visto che la rubrica in questione si promette di offrirvi il più ampio spettro di scelta possibile all'interno dei giochi horror, mi pare più che giusto affrontare anche qualche trivia game. Ricordate però che questa rubrica, come alcune altre, illustra e non recensisce, quindi non aspettatevi giudizi di merito: alcuni giochi sono stati testati, di altri, come in questo caso, mi sono limitato a recuperare più notizie possibile online e su cartaceo.

La confezione sembra ottima: scatola di metallo, due set di domande in schede, dado (al posto dei numeri troviamo corpi decapitati) e, ciliegina sulla torta, il blocchetto segnapunti che ha la forma di un cadavere con la testa mozzata.

Potete scegliere di giocare sulle 500 schede di Venerdì 13, mettendo alla prova la vostra conoscenza di ben dieci film appartenenti alla franchise, per una serie di uscite che coprono quasi venti anni, oppure rispondere alle batterie di domande riguardanti Freddy Krueger (anche qui 500), e stiamo parlando comunque di ben sette film da conoscere praticamente a memoria.
Aggiungete ai 17 film anche Freddy vs Jason (100 domande) e vi renderete conto che ci troviamo di fronte a un gioco nel quale il fattore casuale è ridotto a zero e conta solo ed esclusivamente la vostra bravura che, se vi sentite particolarmente in forma, può essere messa alla prova anche con il grand splatter slam, ovvero rispondere a domande miste dai due mazzi.

Ogni scheda contiene cinque domande in ordine crescente di difficoltà e i quiz possono essere del tipo "vero/falso" oppure a scelta multipla, e non fatevi illusioni: una domanda media a scelta multipla può essere qualcosa del tipo "Quando è nato Jason?", quindi non è gioco per i fan dell'ultima ora, che sanno tutto solo quando hanno un accesso internet a portata di mano.

Menzione particolare per una cinquantina di schede speciali chiamate Coroner's Report.
Queste schede contengono la fotografia di un morto e una breve descrizione: compito del giocatore è riuscire a ricordarsi o dedurre il modo in cui lo sventurato o la sfortunata sono morti!
Più parole chiave (riportate nella scheda) vengono nominate descrivendo il tipo di morte, più punti si guadagnano.

Il dado serve ovviamente per settare, a inizio turno, il livello di difficoltà della domanda o l'eventuale pescata dal mazzo Freddy vs Jason.

Vince chi per primo arriva a un body count di 50.

L'unico dubbio che mi rimane è questo: di solito i giochi a quiz, Trivial Pursuit in primis, brillano quando vengono giocati in ambiente misto, con buona percentuale di presenza femminile.
I maschietti sentono il testosterone urlargli di primeggiare, le donne delle caverne ammirano il loro cacciatore e gli portano bevande e carezze, mentre quelle in carriera vogliono mostrare di valere di più dei neanderthal seduti lì vicino. In più i nerd vergini hanno finalmente il loro momento sotto il riflettore, anche se non devono farsi illusioni: li aspetta una nottata in bianco anche se vincono.
Dicevo che un gioco come questo rendee molto bene in ambiente a gender misto, ma con un argomento di questo tipo, per di più con un livello di difficoltà così alto, mi domando quante donne si possano trovare in giro che vantino una discreta/buona conoscenza di entrambe le franchise...

Giochi di carte, di ruolo, board game, videogame e tanto altro ancora nell'Archivio Giochi

giovedì 25 giugno 2009

Museum of Death


Reduci dall'ultima tappa del nostro Gore Mistery Tour, questa volta ci tocca uno spostamento davvero breve e da San Francisco facciamo un salto a Los Angeles, o meglio a Hollywood, per visitare il Museum of Death, un museo originariamente aperto nel 1995 in un ex obitorio e quindi traslocato in un ex studio di registrazione, e non uno studio qualsiasi bensì il luogo dove i Pink Floyd registrarono The Wall.

J.D. Healey e Cathee Shultz, i fondatori di questo rispettoso omaggio alla signora con la falce, hanno raccolto nel corso degli anni una imponente raccolta di memorabilia e articoli fra il morboso e il curioso e se capitate dalle parti della città degli angeli potreste spendere un'oretta a visitare questo antro, la cui prima stanza è dedicata all'autopsia.

Attrezzi per aprire e chiudere in ogni modo e luogo i cadaveri e quindi imbalsamarli, imbellettarli e prepararli al sonno eterno.
Avrete quindi modo di esaminare bisturi, forcipi, liquidi e creme varie, mentre dai muri vi spieranno decine di foto di neonati e bambini morti, insieme a molti volantini e poster pubblicitari di vari servizi funebri del mondo.
Immancabile anche il tavolo d'autopsia e una serie di video che vi mostreranno l'uso degli attrezzi esposti nella stanza.
In una sezione della stanza è conservata la testa mummificata del più noto Barbablù della storia, ovvero Landru, che venne ghigliottinato a Parigi nei primi Anni Venti a causa della sua tendenza a disfarsi delle mogli in maniera un po' troppo sbrigativa.

Si passa quindi, con un certo senso logico, dalla morte in sé a chi la morte la dispensa con una certa facilità e noncuranza: il museo ospita parecchio materiale inerente i serial killer e troverete in un'altra stanza alcuni dipinti originali di una vera e propria star fra i mostri, ovvero John Wayne Gacy, che spesso si ritraeva nei panni suo mortale alter ego, Pogo il Clown.
Si continua poi con una vasta raccolta di lettere autografe appartenenti a macellai quali Lawrence Bittaker, Douglas Gretzler, Ottis Toole e David Berkowitz.
Fra le altre curiosità anche una bambola appartenuta a Jeffrey Dahmer e una palla da baseball firmata da Charles Manson.

Il museo consta di moltissime sottosezioni, dalla galleria di foto di star del cinema e della musica morte anzitempo a quella che ospita dettagliate informazioni e immagini riguardanti alcuni dei più celebri casi e processi dell'area (dalla Dalia Nera a O.J. Simpson) fino a una dettagliata galleria che mostra l'evoluzione, se tale la vogliamo chiamare, degli incidenti mortali in automobile dal 1940 a oggi, con dovizia di particolari.

Particolarmente inquietante l'area dedicata a tre celebri suicidi di massa: Waco, Heaven's Gate e Jonestown.
Giusto una spolveratina minima per ricordarvi i fatti.

In un ranch poco lontano da Waco, nel 1993, una setta scismatica degli Avventisti del Settimo Giorno resistette per più di cinquanta giorni a un assedio da parte delle forze dell'ordine, originatosi in seguito a un intenso scontro a fuoco iniziale con morti da entrambe le parti.
Incendio finale nel ranch, con 76 morti fra ci una ventina di bambini e due donne incinte.

Nel 1997 in un residence di Rancho Santa Fe vennero rinvenuti i corpi di 39 membri appartenenti alla setta di Heaven's Gate, suicidatisi per "incontrare" l'astronave madre che si stava nascondendo nella scia della cometa Hale-Bopp, allora di passaggio.

A Jonestow, in Guyana, si era rifugiata nel 1977 la setta del reverendo Jim Jones, in "fuga" da San Francisco. Jones propagandava un misto di socialismo e religione che aveva attratto molta gente, in particolare dagli strati bassi della società.
In seguito alla visita di un deputato californiano l'anno seguente, Jones, pur di non far scoprire le pessime condizioni di vita e la schiavitù imperante all'interno della setta (ricordiamo che il buon Jones era un ex KKK) fece uccidere il deputato e la scorta.
Il giorno seguente, certo dell'imminente arrivo delle forze dell'ordine, questo geniaccio fece bere ai suoi adepti una bevanda al cianuro, per evitare l'arrivo delle Forze del Male. 911 morti.

Questi tre casi sono ben documentati all'interno del museo, che è riuscito persino a recuperare uno dei letti del residence dove morì la setta di Heaven's Gate.
Ora il letto è in bella mostra, con un manichino vestito con indumenti che erano addosso a un cultista il giorno della sua morte e tanto di coperta/sudario del culto stesa su volto e torso.

Difficile eguagliare questa sezione, ma il resto del museo nasconde ancora alcune chicche, fra le quali direi che merita assolutamente la menzione il chihuahua di Jayne Mansfield.
Quando la iperzinnuta diva degli Anni Sessanta perse letteralmente la testa nel noto, ballardcronenberghiano incidente, si venne a scoprire che aveva lasciato precise disposizioni nel suo testamento: ad Anton La Vey andavano i suoi quattro chihuahua. Il buon Anton, fra un pentacolo e l'altro, trovò il tempo di far imbalsamare le quattro carognette e ora uno di loro è esposto, infernale memento mori canino, nel Museum of Death.

E via così, fra scheletri di giraffa e teschi tibetani incisi a mano fino a una parte della cornice di porta dalla quale si è impiccato il fondatore dei Christian Death, Rozz Williams.
Morte in tutte le salse, compresi ovviamente vari video della serie Traces of Death e roba simile, tonnellate di fotografie, certificati di morte, bare e addobbi funebri, per un posto nel quale la morbosa attrazione per la morte si mischia inevitabilmente a un misto di kitsch ed exploitatiorn molto hollywoodiano.

Mille altri luoghi disturbanti come questo nell'Archivio Gore Maps

mercoledì 24 giugno 2009

Disturbia

DISTURBIA
2007, USA, colore, 104 minuti
Regia: D. J. Caruso
Soggetto/Sceneggiatura: Christopher Landon e Carl Ellsworth
Produzione: The Montecito Picture Company, Paramount, DreamWorks e Cold Spring Pictures

Un diciassettenne, Kale, di ritorno da una giornata passata a pescare con il padre, ha un incidente in macchina nel quale muore il suo genitore.
Provato dal dolore, dai rimorsi e dai sensi di colpa Kale sprofonda in uno stato di apatia e depressione che lo porta, una volta provocato, a picchiare un suo professore davanti a tutta la classe.

Condannato a tre mesi di arresti domiciliari, il giovane viene obbligato a indossare una cavigliera elettronica che non gli permette di allontanarsi per più di pochi metri da casa.
I primi giorni passano nella noia più totale, fra abbuffate di cibo-spazzatura, montagne di videogiochi e televisione.
La madre, distante e impegnata con il lavoro, non riesce a comunicare con il figlio e Kale, dopo aver sperimentato di tutto, trova finalmente un modo efficace per passare il tempo: spiare il vicinato attraverso videocamere e binocoli.

Inizialmente il target è una bella ragazza, Ashley, appena trasferitasi in una delle case accanto ma ben presto Kale comincerà a notare lo strano comportamento di un vicino all’apparenza calmo e tranquillo.
Dopo poco tempo il ragazzo si convince che il rispettabile signor Turner sia in realtà un serial killer in attività da anni e, insieme a un suo coetaneo e ad Ashley dovrà cercare di fermare il mostro lottando contro l’incredulità di sua madre e l’aperta ostilità di un poliziotto.

Lasciamo perdere i confronti con Hitchcock, De Palma e tutti gli altri bla bla in copia carbone che si possono leggere ovunque, sia in cartaceo che in elettronico: la pratica del remake (dichiarato o meno) è ormai così metabolizzata e regolarizzata che si sprecherebbe solo dello spazio prezioso a ricordare a chi non è evidentemente interessato che questa stessa storia altri l’avevano già narrata e molto meglio.

Occupiamoci invece della regia di un D. J. Caruso che avrebbe fatto meglio a restarsene in televisione a girare qualche altro episodio di cattivi poliziotti o del giovane superman, piuttosto che propinarci l’ennesimo teen-slasher e pensando di innovare il genere ficcandoci dentro la scontatissima mini-riflessione sulla privacy e sulle videocamere e sul digitale e sulla tecnologia e chi più ne ha più ne metta.
Il non-stile carusiano nasce vecchio e piatto e affossa definitivamente uno script che puzzava di cadavere già di suo.

Incapace (i buonisti possono invece scrivere “non interessato”) a costruire tensione e senso del mistero, Caruso canta arie di gore e splatter che lasciano il tempo che trovano perché filmate freddamente, senza la passione necessaria a rendere sporca e calda la mattanza, o disgustosa e repellente la decomposizione.
Quando si rifugia nella teen comedy o nei momenti di confronto generazionale le cose vanno di male in peggio, sempre per la distanza e la mancanza di calore che fanno sembrare il tutto l’ennesimo compitino portato a termine dallo yes-man di turno.

Ecco allora che per salvare la barca che affonda non bastano certo né una Carrie-Anne Moss (che a parte Memento e Fido non ne ha azzeccata una dai tempi della matrice) né i mezzi espressivi potenti (a tratti molto potenti) ma limitati e ormai usurati di un David Morse che non è mai riuscito a fare il grande salto e rimane confinato in ruoli limitati e limitanti, in continuo rimbalzo fra televisione e cinema vissuto in secondo piano.

Meglio quindi puntare gli occhi sulle forme in costume di Sarah Roemer o, se invece non dovete dimostrare a ogni uscita al cinema di avere tutti gli ormoni a posto, meglio ancora godersi la recitazione di un Shia LaBeouf, già assai apprezzato in Guida per riconoscere i tuoi santi e giustamente avviato a uno stardom che, se saprà gestire il tutto, sarà di lunga e soddisfacente durata.
Qui Shia fa lo spaccone, entra alla perfezione nei panni del teen ager dal 2 seconds attention span, si divora in un sol boccone gli attori coetanei e picchia duro anche sul resto del cast, sempre in punta di piedi e con mezzo sorriso sulle labbra.

Peccato che non bastino certo questi dettagli di pregio per sollevare le sorti di una pellicola priva di twist e sviluppi, che procede a testa china verso l'obbligatorio e scontato scontro finale e che nel farlo non si preoccupa né dei vari cliché razzisti (Aaron Yoo), né di costruire un minimo di tensione o di coinvolgimento nei confronti dei personaggi, con il risultato che detto confronto non rappresenta un climax alla fine di un percorso in crescendo e non siamo spinti a parteggiare per nessuna delle due parti.

Se non viene speso un grammo di energia, lavoro o fantasia nel tratteggiare i vari personaggi, diventa poi inevitabile che quando si piglieranno a mazzate il nostro coinvolgimento sarà praticamente nullo e non ci rimarrà che tifare a caso, sulla base dei colori delle magliette o di una morale che è solo nostra e che gli sceneggiatori non si preoccupano mai di costruire o evidenziare lungo tutta la pellicola.

Non prendetevi il disturbio di vedere questa robetta…

Collegamenti:

Sito ufficiale
Shia LaBeouf
Carrie-Anne Moss
D.J. Caruso
David Morse
Sarah Roemer

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Filmato:

martedì 23 giugno 2009

William Bonin

Nome Completo: William Bonin
Status: Morto in seguito a pena capitale per iniezione
Nato il: 8 gennaio 1947
Morto il: 23 febbraio 1996
Vittime Accertate: Processato per 14, sospettato per oltre 30
Modus Operandi: Stuprava, torturava e uccideva giovani maschi bianchi
Armi di preferenza: Coltello, mani nude, corde e magliette che usava per strangolare.

William Bonin è un classico esempio dei gravissimi guasti che abusi, mancanza di affetti e altre esperienze negative possono provocare su qualsiasi essere umano, a prescindere da razza, sesso e altre variabili di questo tipo.
In un sistema evoluto, dove i diritti non vengono garantiti solo sulla base di un evento casuale come la nascita, ai genitori di Bonin sarebbe stato proibito legalmente di procreare.
Il padre era un etilista dedito al gioco d'azzardo, passione questa che lo ha portato a scommettere (e perdere) la stessa casa nella quale viveva, mentre la madre era la figlia di un noto pedofilo, che aveva avuto precedenti problemi con la legge proprio a causa dei suoi appetiti sessuali nei confronti dei bambini. Il nonno di Bonin aveva stuprato più volte, in giovane età, sua figlia.

William Bonin cresce quindi in un ambiente molto violento e anaffettivo, con il padre che alterna colossali bevute a momenti di violenza nei confronti dei figli e una madre assente, che trascorre tutto il tempo libero a giocare a bingo, lasciando i figli sotto la custodia del nonno il quale, potete immaginare, non ha la minima esitazione nel violentare e maltrattare ripetutamente il nipote.

Caso da manuale, Bonin segue l'iter classico, finendo con l'avere problemi con la legge in giovanissima età e viene recluso in riformatorio a soli sette anni, per furto.
Il riformatorio completa i già terribili danni provocati dalla famiglia.
Sadismo e stupri da parte dei compagni più grandi, "disciplina" mantenuta dagli insegnanti con metodi quali percosse e immersioni nell'acqua ghiacciata: quando un anno dopo William viene messo in libertà è già pronto per replicare la catena della violenza sul suo fratellino e su altri bambini del vicinato.

Bonin continua nel suo percorso di avvicinamento allo status di seria killer con un'altra tappa molto frequente: il servizio nell'esercito.
Il ragazzo, inquieto e poco portato agli studi, si arruola e viene mandato in Vietnam dove colleziona ben 700 ore di missione come mitragliere a bordo di elicottero. Gli viene persino data una medaglia e l'esercito lo congeda con onore, salvo poi scoprire che mentre era in servizio stuprava dei giovani, minacciandoli con le armi.

Dopo il congedo William è pronto, non gli rimane che trasferirsi dal Connecticut a uno degli stati più "ospitali" per i serial killer, la California.
Le prove generali nel 1969. Bonin viene arrestato per cinque episodi di violenza su minori: offriva passaggi a dei ragazzi, li ammanettava e quindi li sodomizzava.
Schiva la prigione e viene mandato in clinica psichiatrica dove gli diagnosticano uno stato maniaco depressivo e non meglio determinate ferite in un'area del cervello preposta a controllare gli impulsi violenti.

Non si capisce bene che tipo di cura gli venga somministrata, fatto sta che quando William, cinque anni dopo, viene rilasciato dall'ospedale è un pedofilo fatto e finito che ha imparato due o tre cose sull'esigenza di prestare maggiore attenzione alla legge.
L'ultimo giro di vite prima di oltrepassare la sottile linea nera risale al 1975: Bonin offre un passaggio a un quattordicenne e procede quindi a violentarlo, minacciandolo con una pistola.
Lo stupro ben presto si trasforma in qualcosa di più serio e definitivo: l'uomo comincia a serrare la gola del ragazzo usando la maglietta come corda.
Ma vi è ancora un sottile velo da strappare: il ragazzo, piangendo, implora pietà e pietà il buon William concede.

La vittima, liberata, denuncia il tutto e William finisce dietro le sbarre per tre anni.
Nonostante i vari trascorsi le autorità non collegano i dati e William viene liberato un'altra volta. Ne esce con la convinzione che non lascerà mai più in vita le sue vittime.
Ora serve solo un'ultima spinta, quella che darà al killer la sensazione di onnipotenza.
E la spinta arriva nemmeno un anno dopo la sua scarcerazione: Bonin viene beccato in flagrante dalla polizia mentre stupra un ragazzo.
Viene nuovamente arrestato ma, per qualche incredibile colpo di (s)fortuna (scambio o smarrimento di documenti legali) viene rilasciato in attesa del processo.
Inutile dirvi che ciò fa sentire Bonin intoccabile e l'uomo non si presenterà in corte il giorno del processo, scomparendo nel sottobosco criminale di Los Angeles.
I tempi sono maturi per la nascita del Freeway Killer, responsabile di un numero imprecisato di morti, fra le 14 e le 36 vittime in pochi anni di attività.

Attività che, invece, esula dallo schema normale dei killer di questo tipo, in quanto Bonin usa di volta in volta collaboratori occasionali o meno, che diventano suoi complici sia nelle violenze che negli omicidi.
Collaboratori che, pescati nell'ambiente criminale dove Bonin si rifugia, meriterebbero capitoli a parte perché troviamo tipi interessanti come Vernon Butts, che affermava di essere un potente negromante e aveva l'abitudine di dormire dentro una bara.
Il MO di Bonin è piuttosto semplice: percorre le strade di Los Angeles e dintorni fermandosi a raccogliere prostituti e giovani autostoppisti che in seguito immobilizzerà, stuprerà, torturerà e ucciderà, lasciando poi, spesso, i cadaveri a bordo strada.

Questo killer ha un target ben preciso e con un range di età molto basso, dai 12 ai 18 anni e le autorità ebbero non pochi problemi a indagare sui casi perché, come ho già ricordato quando mi sono occupato di Randy Steven Kraft, in quegli anni da quelle parti operavano ben tre serial killer diversi che spartivano più o meno lo stesso modus operandi e target, rendendo mortali le strade della contea di LA e mietendo un totale di oltre 130 vittime.

L'inferno si accende in agosto 1979.
La premiata ditta Bonin & Butts, a bordo di un furgoncino verde oliva, offre un passaggio a uno studente tedesco in vacanza studio in California, Marcus Grabs, 17 anni. I due lo sodomizzano, lo picchiano violentemente e quindi gli rifilano ben 70 coltellate, oltre a soffocarlo con una corda.Ne abbandonano quindi il cadavere a Malibu.
Tre settimane dopo tocca a Donald Hyden, un quindicenne gay che viene ritrovato strangolato e con la gola tagliata. Segni di stupro e una castrazione completano il quadro: i due sono ormai scatenati e l'uno fomenta la follia dell'altro, generando una vera e propria escalation criminale.
Il 12 settembre tocca a David Murillo: stuprato, testa sfondata con una barra di ferro e infine strangolato per sicurezza.
Ci sono quindi alcuni mesi di intervallo e si riprende quindi a dicembre, con Fran Fox, 17 anni, ritrovato in condizioni similari a quelle delle altre vittime.

Passano poche settimane e Bonin cambia compagno di merende: è l'inizio di febbraio e lui e Gregory Matthew Miley fanno salire a bordo del furgone un quindicenne, Charles Miranda. Solita trafila: stupro (anche se Miley non riesce a combinare molto a livello di penetrazione e allora, infuriato, usa qualche oggetto) e quindi soffocamento con la maglietta attorno al colo, infine scarico del cadavere a lato strada.
Al duo la "bravata" è piaciuta così tanto che offrono un bis nella stessa giornata, toccando uno degli abissi in una carriera già ctonia di suo. James McCabe è un ragazzino le cui uniche colpe erano la fiducia negli altri e la voglia di andare a Disneyland a spassarsela un po'.
Il passaggio che i due gli offrono gli pare gran cosa e accetta.
Peccato si tratti di un passaggio al camposanto: i due stuprano e quindi uccidono il ragazzo, rubandogli persino i 6 dollari che aveva, usati poco dopo per comprarsi qualche panino.
Uccidere mette appetito. Dio è nei dettagli.

Marzo 1980 è un mese di turni duri per questo stakanovista della tortura, che nel giro di una ventina di giorni priva del peso della vita terrena ben 4 ragazzi, sempre con lo stesso MO.
Segue un Aprile parimenti intenso, 3 vittime di cui una ritrovata con segni di tortura particolarmente devastanti: Darin Lee Kendrick, 19 anni, presenta gravi bruciature derivanti da ingestione forzata di cloralio e, tanto per abbondare, un punteruolo da ghiaccio infilato in profondità nell'orecchio destro.

La polizia brancola nella luce del sole californiano, ma i tempi sono maturi e l'arresto fortuito di un ladro d'auto, tale William Pugh, porta a una confessione: il colpevole descrive Bonin, asserendo che una volta aveva accettato un passaggio da questo tizio che non la finiva di vantarsi di essere il Freeway Killer.
La polizia comincia a interessarsi a Bonin che, nel frattempo, non rimane certo con le mani in mano e continua a massacrare ragazzi in giro.
Il 2 giugno tocca Steven Wells, 19 anni: per l'occasione Bonin sfrutta l'aiuto di un amico mentalmente ritardato, tale James Munro.
I due poi portano il cadavere a casa di Vernon Butts che consiglia loro di sbarazzarsene buttandolo in giro come al solito.

Il Freeway Killer se la cava per una manciata di minuti, portando via il cadavere dalla propria casa verso quella di Butts proprio poco tempo prima che il dipartimento di polizia di Los Angeles inizi a sorvegliare il suo domicilio.
Comunque è ormai questione di pochi giorni.
Le forze dell'ordine tengono sotto controllo Bonin per circa una settimana e il killer rimane tranquillo per un po' ma alla fine non resiste al bisogno di violenza e stupro ed esce a caccia. Fine ingloriosa per il Nostro che viene beccato dagli agenti mentre sodomizza un quindicenne.
Accanto a lui, pronto all'uso corda e nastro adesivo identici a quelli usati su molte altre vittime e anche un taccuino con vari appunti e storie sul Freeway Killer.

Bonin non regge, tutto crolla e sia Butts che Munro vengono arrestati poco dopo. Niente più merende insieme per questi compagni.
Bonin prova, senza molto sforzo, a dare la colpa a Butts ma nessuno crede a questa versione e infine William confessa 21 omicidi. Il processo che segue, stranamente è molto breve e la giuria emana ben presto sentenza di morte nei confronti del killer mentre Butts non intende aspettare il processo e abbandona la valle impiccandosi nella cella.
Munro e Miley, invece, sono ancora dietro le sbarre, con poche possibilità di uscirne a breve.
Bonin verrà giudicato colpevole per 14 dei 21 omicidi ammessi, ai quali si dovrebbero aggiungere altri 15 per i quali è fortemente sospettato dalla polizia.

Processo breve ma conseguenze lunghissime, con Bonin che usa ogni trucco possibile per rimandare la pena di morte e fra appelli e ricorsi accumula ben 16 anni di permanenza in carcere prima che, il 23 febbraio 1996, gli venga fatta l'iniezione fatale.
16 anni che hanno permesso a Bonin di scrivere libri e organizzare mostre dei suoi dipinti astratti, oltre al togliersi lo sfizio di continuare a far male alla gente (durante una telefonata ai genitori di una delle vittime confessò loro che si era molto divertito con il loro figlio perché "era un gran urlatore").
16 anni durante i quali, per la solita svista, la famiglia di Bonin ha continuato a incassare i soldi della pensione di invalidità del killer, comprandosi una casa.
16 anni, infine, durante i quali alcuni genitori delle vittime non hanno saputo chi fosse il reale responsabile delle morti dei loro figli e difficilmente potranno mai saperlo.

Altre schede di serial killer su Serial Killer Cyclopedia

lunedì 22 giugno 2009

Drag me to hell

DRAG ME TO HELL
2009, USA, colore, minuti
Regia: Sam Raimi
Soggetto/Sceneggiatura: Sam Raimi e Ivan Raimi
Produzione: Ghost House Pictures e varie

Christine, ragazza in carriera che mira a una posizione migliore nella banca in cui lavora, rifiuta di concedere una dilazione del prestito a una vecchia signora che giunge persino a mettersi in ginocchio per di impietosire la ragazza.
Infuriata per l'umiliazione e per il mancato prestito la megera lancia una maledizione.

Entro tre giorni Christine verrà visitata dalla lamia, un demone che trascinerà la sua anima all'inferno: le rimangono quindi poche ore di tempo per riuscire a trovare una soluzione e liberarsi della maledizione.

Attendevo con molta curiosità questo ritorno all'horror da parte di Sam Raimi, da un lato per riuscire a valutare l'evoluzione di un regista che sul mio personale taccuino ha perso negli ultimi 11 anni parecchi punti, dall'altra per avere a disposizione un ulteriore, utilissimo tassello nel comporre il quadro dello stato di salute dell'horror statunitense.

Ne ho ricavato l'impressione di un regista ormai sfiatato, privo della fame necessaria a fornire visioni potenti e feroci, ormai satollo della sua posizione di potere all'interno della macchina hollywoodiana e proprio a causa di questo incapace di graffiare come sapeva fare un tempo.
Simbolo di questo appannamento creativo è anche il catalogo accumulato nel corso degli ultimi anni dalla sua Ghost House Pictures, una casa di produzione che non ha fatto altro che sfornare titoli insignificanti (Rise, The Grudge, i vari Boogeyman) con qualche rara eccezione.

Horrorwood giace in coma, intubata ad arte dalla miriade di produttori che attendono che caschino dal cielo i prossimi Blair Witch Project o Il Sesto Senso, a rivoluzionare e innestare nuova linfa in una situazione che pare disastrosa sia a livello di scrittura che a livello di regia.
E così si mantiene in vita la carcassa a colpi di remake, sequel, prequel, reboot o progetti che cercano di capitalizzare su qualche grosso nome coinvolto.
E tutti questi progetti hanno alla base un minimo comune denominatore difettante: il PG13.

La ricerca del visto che permetta anche ai bambini di accorrere a vedere qualche uccisione e qualche trippa genera sostanzialmente un cinema horror pensato e realizzato per i bambini, di scarsissimo interesse per chiunque abbia più di dodici anni.
Nato come intrattenimento per adulti, in grado di giocare sulle paure e innervare inquietudini, ora l'horror è giocattolo da bambini che, sazi dei robottoni di Bay, vogliono poi spaventarsi (ma non troppo) e ridere (ma mai troppo) con il pupazzo horror di turno.
E lo spettatore dai 14 anni in su di età, che un tempo si nutriva di horror, rimane ora costantemente al palo e insoddisfatto da queste visioni di zucchero filato e caramelle colorate.

PG 13 prima significava “film che ANCHE i bambini possono vedere” ora invece significa “film che SOLO i bambini devono vedere”.

Non c'è nulla che non vada, sulla carta, in Drag me to Hell: un soggetto già rodato e testato da tempo, che buona parte del pubblico ha già conosciuto a menadito in Thinner di Stephen King, una buona commistione di horror e risate, di ironia e gusto del macabro, e una spruzzata di sottotesti vari in grado di permettere anche allo spettatore e al critico bisognosi di agganci alti una buona giustificazione al piacere della visione di budella, mostri e capre sgozzate.

Ma in questo meccanismo oliatissimo viene versata la sabbia del PG 13, della voglia di accontentare tutto e tutti, dell'esigenza di non disturbare le sensibilità, del bisogno di non giocare troppo politicamente scorretto: non ci si può certo lamentare se il tutto si inceppi e ne esca poi fuori un compitino mediocre che pare l'ombra del Raimi di un tempo.

Una delle funzioni principali di questo genere è quella di disturbare, di perturbare, di turbare, di terrorizzare, di far chiudere gli occhi e battere i denti.
E la messa in scena ritoccata, CGIzzata, levigata, bigbudgetizzata, istituzionalizzata non sarà mai in grado di turbare nessuno.
Un po' come il punk targato Sony o EMI e levigato da qualche tecnico del suono compiacente.
I mostri sanno troppo di plastica, la violenza è sempre trattenuta, la risata mai totalmente dissacrante o liberatoria o (ci andrebbe bene anche questa) isterica e schizofrenica.

Drag me to Hell pare un film scritto e diretto da qualche abile yes man cui sia stato ordinato di fare un horror alla Raimi.
Badate bene, non sto certo giocando al "mi piaceva di più il primo disco della band", in casa Malpertuis si amano le evoluzioni e i cambiamenti, tanto per dire ho sempre tenuto su di un piedistallo Cronenberg e l'ultimo suo film mi ha fatto alzare ancora di più quel piedistallo.

Quel che invece non mi piace è l'ammorbidimento, il rilassarsi e l'attestarsi lungo pratiche e ideazioni già conosciute a memoria, il ripetere quel che già si sa fare a memoria ma suonando un pochino meno bene, un pochino meno forte, un pochino meno interessati e vogliosi di esprimere.
L'involuzione personale, o meglio, la mancanza di evoluzione di un autore come Sam Raimi diventa ancora più rimarchevole se la si confronta con i percorsi di alcuni autori quali Guillermo Del Toro o, ancor di più, Mike Mignola che, partito con Hellboy, nel corso degli anni ha studiato sempre più materie sempre più a fondo portando la sua testata a un livello che non ha davvero paragoni con quello di partenza, sia dal punto di vista della profondità dei contenuti che per quanto riguarda lo stile del disegno, segno che non tutti i grandi riposano sugli allori e ripetono se stessi in infinite copie carbone sempre più deboli.

Tutto è approssimativo in una pellicola come questa, dal montaggio (in particolar modo negli ultimi venti minuti) al controllo degli attori passando per la scarsissima cura nell’elaborazione e plausibilità della trama fino a certo rifuggire nell’effetto sonoro per garantire il salto sulla sedia.

E i sottotesti possibili, dalla crisi dei mutui subprime alla vendetta, spaziando per interpretazioni più astruse e ricercate come quella che mette al centro i disordini alimentari della protagonista, sono ovvi, talvolta urlati, sempre poco interessanti e approfonditi.
Le allegorie e i simbolismi dovrebbero esser condotti con mano più leggera, altrimenti ci sentiamo trattati come dei bambini testoni che non sono in grado di capire determinati parallelismi. E anche questo, inevitabilmente, è molto PG13 inside.

Klaatu Barada “Nikto” ne L’armata delle tenebre è stato uno degli anthem del postmoderno: ora che finalmente, dopo tanto dominio, possiamo concederci di criticare tale approccio e che i suoi alfieri in ogni campo non sono più dei santoni intoccabili, anche quanto Raimi ha da (ri)proporci in salsa horror di quel pardigma non ci pare più di tanto coinvolgente o convincente.

L'unico modo possibile per salvare questo film è separare del tutto l'horror dal comico e guardarlo esclusivamente come una commedia di riuscita discreta, con alcune battute che strappano più di un sorriso e i giusti attori per veicolarle. Allora sì, Drag me to hell diventa più che sufficiente, ma nulla più.

Lascio poi fuori dalla discussione il supposto twist finale, altrimenti si scende davvero a livelli mediocrissimi.
Io sono molto scarso a indovinare i twist, ma questo era così telefonato, urlato e sbandierato che ho sperato a lungo si trattasse di qualche ulteriore trucco per distrarre l'audience ed effettuare ulteriori svolte impreviste.
Quando nel finale nulla di tutto ciò è accaduto e Raimi è andato avanti a mettere in scena proprio quello che chiunque aveva visto arrivare da giorni prima, beh, la delusione è stata grande, l'enorme ciliegina marcia su una torta rancida.

Drag me to hell è l'avatar dell'horror-mainstream PG 13, abituatevi al sapore della pappa perché ora che è stata santificata perfino da mastro Raimi ce ne sarà per tutti, per tanti anni ancora.
Quelli che invece ancora pensano che l'horror possa e debba fare altro piuttosto che intrattenere, divertire e rassicurare i bambini, allora dovranno scavare in giro in cerca di qualche altro titolo e stare lontani dalla melassa Ghost House.

Collegamenti:

Sito ufficiale
Sam Raimi
Ghost House Pictures
Lamia
Alison Loham

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Filmato:

sabato 20 giugno 2009

Hostel 2

HOSTEL – PART II
2007, USA, colore, 93 minuti

Regia: Eli Roth

Soggetto/Sceneggiatura: Eli Roth

Produzione: Raw Nerve, Screen Gems, Lionsgate e varie


Tre studentesse americane in vacanza-studio a Roma decidono di pigliarsi qualche giorno di break a Praga, ma durante il viaggio vengono convinte da una modella a cambiare meta e recarsi in una stazione termale nella Slovacchia.

Una volta arrivate nel paesino, le tre alloggiano in un ostello senza sapere di essere state prese di mira da una organizzazione dedita alla cattura di ragazzi e ragazze per poi metterli all’asta e venderli al migliore offerente, che potrà disporre come meglio crede dei loro corpi, in una serie di torture che portano inevitabilmente a morti atroci.


Back to the hostel, quindi.
E back a un Eli Roth che conferma drammatici limiti di scrittura, che non vengono riscattati da una regia piatta, priva di stile e personalità, nel bene e nel male.

I problemi di questo secondo Hostel, peggiore rispetto al primo sotto molteplici punti di vista, cominciano a partire dalla struttura stessa dello script, che mostra come il regista sia tanto robotico quanto incapace di imparare dagli errori.
Vi è una sproporzione enorme fra una prima fase, lunga e lentissima, di quella che Roth suppone essere costruzione delle psicologie e delle atmosfere e una seconda fase con due torture all’acqua di rose per poi sfociare in un finale (con coda aggiuntiva) che mi è parso scontato e prevedibile come non mai.

Finale, psicologie, motivazioni e sottotesti vari sono il tipico esempio della peggiore approssimazione che si possa raggiungere durante la fase di concepimento di un film.

La critica al capitalismo/occidente fa sorridere per la sua pochezza e faciloneria (in questo Roth è degno contraltare del suo “nemico” Bush) e allo script occorrono più di cinquanta minuti per realizzare quel che sugli albi di Topolino si compie in mezza vignetta con molta più incisività.

Le tipologie dei 5 protagonisti sono così monodimensionali, stereotipate e banali da far rimpiangere la varietà di un qualsiasi episodio di Venerdì 13: basta la prima inquadratura di ognuno di loro per permettere anche al meno smaliziato degli spettatori la totale comprensione del passato e del futuro dei vari personaggi.
Il meccanismo di associare a una precisa caratterizzazione estetica una tipologia psichica ben riconoscibile ha ormai oltrepassato la nausea ed è diventato uno strumento che da un lato rassicura e fa sentire perspicace anche lo spettatore più dumb e dall'altro permette un risparmio di tempi, forze e fantasia in sede di scrittura.

Salve sono la nerd del gruppo, sognante, goffa, romantica e con problemi psicologici di varia natura. Morirò presto.

Ciao, sono la vacchetta facile del gruppo, cercherò di darla via appena possibile magari sbronzandomi, in realtà sono invidiosa delle doti altrui visto che io so solo ballare, sculettare e regalarla. Se lo scrittore avrà voglia di "famolo strano" allora avrò sprazzi di sensibilità e un trauma nascosto che però terrò sempre sopiti, sospirando, indossando la mia maschera. Morirò anche io.

Ciao. Sono l’intelligente, riflessiva, misteriosa criptolesbica del gruppo. Ho trauma pregresso e soldi a palate, entrambi chiara chiave della mia futura sopravvivenza. A ogni costo, in tutti i sensi.

Ciao sono l’uomo d’affari pieno di energie e sete di potere di ogni tipo, mi voglio mettere alla prova a ogni modo, scoprirò che mettersi alla prova fa scoprire i propri limiti a chi pensa di non averne. Sono spendibile quindi morirò.

Ciao sono l’altro uomo d’affari, sfigato, con famiglia e pulmino giallo della scuola che mi raccatta i figli sotto casa. Penso di avere troppi limiti e quindi quando mi metterò alla prova sarà per me una sorpresa scoprire di averne meno di quel che pensavo, ma mia moglie me la farà pagare completando una castrazione che dura da anni. Come? Ah, beh, sì, chiaro che morirò…

Dimenticavo!
Ciao, sono la slovacca muccalenta algida, stupenda, perfida. Sembro darla a perdere anche io invece no perché sono solo uno strumento del Male indifferente e indifferenziato. Servo a far sospirare i maschi al cinema e a far riempire due righe a chi scriverà del film e parlerà di quanto sono bella. Sono già morta quindi anche se morirò sai che perdita.

Sarebbe già un problema sorbirsi queste pochezze psicologiche per 90 minuti in un film di Kubrick, figurarsi in una pellicola dove per più della metà del tempo non fanno altro che ribadirti la primissima impressione ogni istante, tramite ripetizione sfiancante del concetto veicolata con situazioni pietose e dialoghi da denuncia.

Ma, occorre ripeterlo, è proprio la ripetizione la chiave vincente. Ascoltate mille volte Neffa e magari vi piacerà anche, guardate mille volte la stessa cosa e comincerete a scusare e motivare e perdonare.

Per fortuna si incappa in qualche volto interessante quale quello di Richard Burgi o Roger Bart e, sopra ogni altro/a, una Heather Matarazzo che, pur incapace di fuggire dalle scuole medie (e non ne uscirà fuori se non per, fra qualche anno, rientrarci nel ruolo della professoressa zitella, se continua di questo passo), regala, una volta messa a testa in giù, un coraggioso seno e delle prodigiose vene del collo in stile Incredibile Hulk. Forse, forse, è immagine che da sola vale il film.

Se Roth ha questa pochezza nei confronti delle psicologie, cosa pensate che possa combinare a livello antropologico e sociologico? Esatto, la stessa approssimazione mortifera e cafona, razzista e ignorante.
Non è tanto come dipinge gli italiani (burini, vestiti con le maglie di calcio, unti e con la barba sfatta ecc ecc) ma i singoli dettagli che disturbano.
Vuoi dipingerci così?
Nessun problema, siamo anche peggio, ma informati, spreca 5 minuti del tuo prezioso tempo ed entra in un qualsiasi cesso della Stazione Centrale o Termini e copia le scritte che vedi, invece di inventarti slogan che non esistevano nemmeno nei film di Pierino.
Invece no e quindi giù di italiani burini, slovacchi cinghiali e mentalmente tarati, zingarelli sporchi e in preda al turpiloquio monotono e così via, in una estetica/etica così sciatta e poco “informata” che inevitabilmente corrompe ogni singolo aspetto del film.

Le location, a tratti splendide (le terme, alcune stanze), sono neutralizzate da una fotografia priva di guizzi e un art department svogliato e mentre sonnecchiavo, come Beth nell’acqua lattiginosa delle terme, sognavo cosa avrebbero potuto combinare un Paul Lafer o un Matthew Libatique, un Tom Foden o un Alex McDowell alle prese con posti del genere, immaginavo l’impatto della scena alla Bathory (comunque uno dei pochi elementi riusciti dell’intero film) in mano ai signori sopraccitati…

Potrà anche essere furbo andare a girare nell’Europa dell’est per risparmiare qualche soldino, ma se i dollari risparmiati si vedono tutti a livello di rendimento generale di cast e troupe allora la scelta assume carattere antieconomico e deficitario.

Lasciamo perdere i vari cameo, divertenti quanto si vuole ma in definitiva superflui, fini a se stessi e buoni solo a far bis-masturbare una fetta di pubblico ancora legata nostalgicamente a una scena cinematografica morta da secoli e che andrebbe SERIAMENTE valutata cercando di inquadrarla all’interno della storia del cinema per quello che è realmente valsa, lontano dai facili entusiasmi giusti-ghezziani e, chiaramente, a pari distanza da critiche negative frutto di pregiudizi e scarsa obiettività.

Edwige Fenech è ormai una milf da seconda linea, cerchiamo di rendercene conto e passiamo oltre e avanti, son finiti i tempi delle professoresse in calore.

E l’orrore? Il terrore, il gore, lo splatter, la violenza, chiamatele come vi pare, dove sono? Da cosa è motivato il tanto caro VM 18 che riesce ad assicurare tanta pubblicità gratis?
Due teste tagliate, un pisello dato in pasto ai cani e una pucciata nel sangue?
Questo è il gran coraggio di Roth?
Abbiamo di nuovo memoria corta se ci troviamo in fregola per due robette del genere, rispetto a quanto visto negli ultimi 30 anni di storia del genere horror. Allora cosa dobbiamo fare anche solo di fronte al Masters of Horror di Miike o a molti altri suoi lavori, svenire e vomitare?

Ritengo di avere sulle spalle un buon numero di visioni di film simili a questo e ritengo anche che tutte queste visioni non abbiano creato assuefazione o diminuzione di sensibilità nei confronti della violenza, ma se mi scopro a provare più sofferenza e disagio quando vedo Beth correre a piedi nudi nel bosco pensando a quanto le possano far male le piante dei piedi rispetto al precedente bagno di sangue, vuol proprio dire che qualcosa non riesce a ingranare nelle torture di Roth che rimangono puri esercizi grafici privi di potere.

Vuoi perché non si è investito prima nelle psicologie (e quindi non ce ne può fregare meno di chi muore e chi vive, oltre al saperlo già) vuoi perché al regista manca l’intuito, l’immaginario e la fantasia per destare l’incubo.

Filmare la tortura pone qualsiasi autore di fronte a un bivio, a una scelta che deve essere pensata, cogitata, valutata senza nessuna leggerezza.
Ci si può lanciare sulla pura rappresentazione grafica, alla Miike, cercando di impressionare dal punto di vista estetico e tecnico, allontanandosi da una lezione realistica e da quel che si conosce al riguardo tramite psicologia, storia e altro ancora.
Allora diventano leciti, seppur poco interessanti, spilloni, sospensioni, trappoloni, vestiti, maschere, trapani, acidi e tante altre diavolerie. Che sanno di falso e non riescono a essere mai estremi per quanto forte ci si provi (si pensi a buona parte delle pellicole orientali degli ultimi decenni) ma che possono però suonare dell'ottimo, ottimo chewing gum pop rock, distaccato e divertito.
Non è il caso di Roth, che non è in possesso né della fantasia nè dell'abilità tecnica che sono prerequisiti per questo tipo di sentiero.

Oppure si sceglie, come Laugier, la via del realismo, di quel che è davvero tortura. La via dello schieramento e di spartire. Annullamento, riduzione dell'altro alla più perfetta malleabilità, a un terreno fertile e sottomesso nel quale piantare quel che si vuole e raccogliere il frutto preferito. Pain for pain's sake. E allora si seguono gli insegnamenti del nazismo e di Orwell, e possono bastare, se ben dosati, qualche pugno, l'obbligatoria rasatura del capo (quale atto più potente, a livello simbolico, di questo?), il continuo ignorare e oggettivare la persona, la ripetizione infinita, salvo poi spargere l'occasionale carezza prima di alzare di una tacca. O due. O cento.

Eli Roth questi problemi non se li pone (e perché dovrebbe? E come potrebbe, da quale cultura?) e barcolla inconscio fra i due poli, senza avere i colori divertenti, lisergici e postmoderni del primo o la partecipata e cosciente potenza del secondo.

La scelta poi di virare verso la comicità proprio una volta che si entra nelle stanze della tortura non aiuta certo al build up della tensione, lasciandoci con un coito interrotto se mai avessimo avuto intenzione di iniziarne uno.
A livello di violenza o sesso Hostel non ha un tasso superiore a tante, tante pellicole viste di recente e non si capisce francamente cosa possa spingere a denunciarlo o esaltarlo o stroncarlo più di tanto rispetto al branco.
A ben vedere Roth conferma di essere più un abile poseur che un artista capace di offrire qualche tipo di visione innovativa, e certi tentativi d’autore (il teatrino alla Punch and Judy con tanto di minotauro divoradonne) rasentano il pietoso per quanto sono urlati e appiccicati a caso.

Non stia in agitazione il buon Roth per il futuro del genere horror: non passa settimana senza che esca qualche film più interessante dei suoi e quando finalmente si dedicherà a qualche remake di Porky’s l’horror potrà tirare un sospiro sollievo e il genere comico demenziale avrà trovato un nuovo campioncino.

Alla larga dall’ostello dove il Male ha la stanca faccia dei due cagnoni tristi a guardia della villa del cattivone.

Collegamenti:

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Heather Matarazzo
Edwige Fenech
Eli Roth
Milf
Andare in Slovacchia

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giovedì 18 giugno 2009

Frustate a rate e bambole carnivore


Nel 1810, nel Quebec, un soldato britannico venne condannato a ben 1000 frustate.
La pena fu così severa che venne somministrata in due fasi, con un intervallo di degenza in ospedale per permettere al malcapitato una pronta ripresa.
Le autorità volevano che il soldato fosse pienamente cosciente durante l'intera somministrazione della pena.

Nel 1600 le colonie francesi del Quebec e quelle inglesi del New England, eterne rivali, pagavano ai rispettivi alleati fra gli Indiani Nativi Americani una somma per ogni scalpo nemico che questi riuscivano a portar loro.
La quotazione media per uno scalpo nemico in buone condizioni si aggirava intorno ai 15 dollari.

Nel giugno del 2005, in un piccolo e isolato monastero in Romania, una suora di 23 anni è stata tenuta in stato di reclusione senza cibo né acqua e infine crocefissa da un prete e altre due suore.
Il prete, in seguito a un litigio, l'aveva giudicata posseduta da uno spirito maligno.
Referti medici comprovarono in seguito che la poveretta era in realtà schizofrenica.

Una delle notissime Cabbage Patch Kid Dolls, un tipo di bambola che conobbe un vero boom mediatico e di vendite negli anni novanta, quella chiamata Snack-Time, era dotata di mandibola funzionante.
Nel 1996 una di queste bambole cominciò a divorare i capelli di una bambina arrivando quindi al cuoi capelluto.
Ci vollero degli infermieri, chiamati sul posto, per staccare la bambola dal cranio della bambina.

L'esodio mediatico della ghigliottina come metodo di esecuzione fu un vero e proprio flop.
Il 25 aprile 1792, in Francia, gli spettatori delle prime teste rotolanti protestarono a viva voce pretendendo il ritorno della più appassionante e spettacolare forca.

Ogni anno capitano dai 70 ai 100 attacchi di squali, che di media portano a un massimo di 15 morti annue. Le punture di api, nello stesso periodo, riescono a mandare al Creatore più di 6000 persone.

L'eruzione del Monte Pelee nel 1902 distrusse St. Pierre uccidendo tutti i suoi abitanti tranne uno. Raoul Sarteret era chiuso in prigione per omicidio e la sua cella era posizionata sotto il livello del suolo, fatto che gli garantì la soppravivenza dall'immane catastrofe.

Prima dell'avvento degli antibiotici uno dei rimedi più comuni per influenze, sifilidi e sinusiti era la somministrazione di gocce d'argento. Questo largo e smodato uso provocava talvolta la comparsa di una condizione irreversibile chiamata Argyria che comportava, fra gli altri sintomi, l'avere la pelle di colore grigio-bluastro, come uno zombie.

Nell'Ottocento in Cina era pratica comune per i boia mangiare il cuore o il cervello di chi avevano giustiziato.

Il primo ruolo in carriera per Clint Eastwood è stato quello di tecnico di laboratorio in Revenge of the Creature (1955), seguito del più noto Il mostro della laguna nera del 1954.

Ti sono sembrate notizie interessanti? Ne trovi mille altre nella sezione Macabria 101

mercoledì 17 giugno 2009

La casa maledetta

LA CASA MALEDETTA
(DEAD BIRDS)
2004, USA, colore, 91 minuti
Regia: Alex Turner
Soggetto/Sceneggiatura: Simon Barrett
Produzione: Silver Nitrate Pictures, Dead Birds Films


Guerra di secessione. Un gruppo di disertori decide di rapinare una banca e trasferirsi in Messico. La rapina è un successo ottenuto con un bagno di sangue: vengono massacrati soldati, civili e persino bambini.

I malviventi si rifugiano quindi in una casa abbandonata per trascorrere la notte prima di passare il confine e strane cose cominciano ad accadere.

Mentre fuori infuria un violento temporale, nella magione i protagonisti dovranno confrontarsi con apparizioni, mostruose creature dalla bocca zannuta e fantasmi del passato in un crescendo di eventi che offusca il già debole confine fra realtà e allucinazione, fra follia e sanità mentale, fra naturale e soprannaturale.

All’alba, si farà il conto dei superstiti…


La casa maledetta è il classico film che a prima vista può sembrare di gran lunga migliore di quel che è in realtà ma che, a una seconda visione o riflessione, mostra ampi limiti concettuali e realizzativi. Il fan medio viene colpito in senso positivo dall’inusuale mix fra western e horror e si lascia scappare l’evidenza che se la stessa identica trama fosse stata vestita con abiti contemporanei avrebbe suscitato un interesse assai inferiore.

Eccoci quindi di fronte a una pellicola che parte lenta (rapina a parte) e incerta e rimane indecisa fino alla fine sul tono e contenuto, variando fra la ghost story di impianto più classico a una trama che sembra puntare su demoni e “invasori” spiccatamente più fisici e perfettamente in grado di danneggiare il corpo oltre alla psiche.
Inserite su questa dualità il fatto che il tutto sembra essere scatenato da una serie di rituali magici, compiuti anni prima dal proprietario nel tentativo di rianimare la moglie, e vi farete un’idea di quanto sia confuso il quadro.

Fortunatamente Simon Barrett (autore anche di Frankenfish) evita ulteriori complicazioni scegliendo di non dilungarsi in complicate spiegazioni, affidando a una manciata di flashbacks questo compito, e chiude la vicenda con un finale abusato ma che pare inevitabile e adatto alla trama narrata.

Purtroppo il film funziona ben poco a livello dialoghi (che raggiungono livelli di astrusità e cripticità piuttosto alti, fino a sprofondare nell’umorismo involontario) e nella costruzione di una atmosfera che pare totalmente affidata alla scarsa illuminazione di uno Steve Yedlin che ci ha convinti molto di più in May e Altered e che sparge per il set (di Leslie Keel, anche lei più in forma in May) di stentate luci arancioni.

Ecco quindi che orrore, terrore e angoscia, anche se parrebbe inizialmente il contrario, vengono veicolate dagli stessi fattori di tante altre pellicole di genere: apparizioni improvvise e make up/CGI (buono il concept delle creature da parte dei tizi di Almost Human, Difarm Inc. e Girl Studio), finendo con il giocare più dalle parti delle storie di fantasmi orientali rovinando alcuni buoni spunti para-lovecraftiani.

Personaggi dalla psicologia poco definita e affidati più che altro a una caratterizzazione fisica e cast nella media completano il quadro di una pellicola che sembra originale ma è solo travestita in modo originale.
L'avrete capito dalla ridda di nomi che affolla i paragrafi precedenti: ci troviamo di fronte a un prodotto che funziona più in virtù dell'unione degli sforzi di molti professionisti abituati da tempo a lavorare nell'horror e dintorni, e capaci quindi di muoversi bene anche quando si trovano alle prese con soggetti e sceneggiature non proprio ottimali.

Il titolo italiano ha suscitato più di una perplessità ma una volta tanto posso capire l'indecisione dei distributori che, indecisi se mantenere l’originale Dead Birds (di scarso impatto già in patria e poco correlato ai contenuti) o tradurlo letteralmente (ehm, Uccelli Morti suona troppo necrobanfiano, imho) hanno infine optato, in un rigurgito di originalità, per La casa maledetta, vera e autentica protagonista di tutto il film.
Certo, bastava aprire a caso il vocabolario e ne sarebbe uscito titolo meno anonimo...

Collegamenti:

Alex Turner
Simon Barrett
Recensione MMG
Recensione Il Labirinto del Diavolo
Recensione Alex Visani

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martedì 16 giugno 2009

Aleister Crowley

Non c'è altro Dio che l'Uomo.
Fai ciò che vuoi, sarà tutta la Legge.

Aleister Crowley
(L'artigiano del Male)
Michele Vaccari
Bevivino, 2004
Brossura
94 pag. - 5,00 €

Michele Vaccari tenta, con questo agile volumetto per Bevivino Editore, una sorta di salto mortale al contrario: dall’elettronica alla carta mettendo insieme, da varie fonti internet (tutte esplicitamente citate), diversi brani d’informazione su Aleister Crowley e la sua opera.

Ne risulta una sorta di “bignamino” dedicato all’immarcescibile To Mega Therion: fra Golden Dawn e Ordo Templis Orientis, spaziando attraverso Magick e Tarocchi di Thoth, il lettore ha l’occasione di farsi un’idea precisa e ragionevolmente completa della vita di uno degli ultimi grandi maghi contemporanei (Alan Moore e Grant Morrison esclusi, of course!).
Il testo, che Vaccari definisce con la parola composing, trova nella sobrietà espressiva, nella sospensione di un giudizio definitivo e nell’assenza di un linguaggio “da iniziati” i suoi punti di forza.

L’Artigiano del Male si propone quindi come valido punto di partenza per chiunque fra voi voglia evitare le noiose e banali pastoie del satanismo d’accatto, che tanto spazio ha trovato sulla stampa quotidiana grazie ai recenti atti scellerati di quattro dementi.
La via proposta da Crowley è ben più interessante e profonda e nulla ha a che fare con lo sgozzare qualche capra e fare quattro segni sui muri durante il sabato sera.
Probabilmente chi di voi già conosce la Bestia 666 e i suoi scritti non troverà molte informazioni interessanti in un manuale del genere, ma, in un campo come questo sempre in bilico fra eccessiva specializzazione e disposizione alle fanfaronate esoteriche, ne comprenderà ugualmente l’importanza.

Autentico stregone e vero ciarlatano, dedito a pratiche sessuali quantomeno “aperte” e avvezzo all’uso e abuso di morfina e oppio, poeta dalla qualità altalenante e ottimo manipolatore della mente (altrui e propria): questi e altri aspetti ancora di Crowley vi aspettano nelle 94 pagine del libro che, quale valore aggiunto, ospita anche alcuni estratti antologici da scritti della Grande Bestia stessa, con particolare attenzione nei confronti del Liber Al vel Legis, il Libro della Legge.

Il composing di Vaccari è comunque operazione da prendere con le molle perché basta un attimo, in internet, per reperire informazioni dubbie da siti non esattamente professionali e la fretta nel comporre il testo entro i serrati tempi editoriali può far oscillare la qualità delle varie parti del volume.
L'artigiano del Male si inserisce all’interno della serie I Cattivi della Bevivino, linea in grado di proporre testi brevi, di facile lettura e che sanno offrire le informazioni basilari su personaggi fra loro assai diversi come Pablo Escobar, Caravaggio, Dracula o Massimo Zanardi.
Ripetendo il concetto, non troverete nulla di più (ma anche e soprattutto nulla di meno) di un bignamino introduttivo a uno dei personaggi più controversi del secolo passato.

Collegamenti:

Bevivino
Intervista a Vaccari

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lunedì 15 giugno 2009

Dorothy Mills

DOROTHY MILLS
2008, Irlanda/Francia, colore, 102 minuti
Regia: Agnès Merlet
Soggetto/Sceneggiatura: Agnès Merlet e Juliette Sales
Produzione: Fidélité Productions e Octagon Films

Jane Morton, una psicologa che deve ancora riprendersi dalla morte del figlio, sceglie di accettare un difficile caso di perizia psichiatrica pur di fuggire dalla routine del lavoro che non le permette di elaborare il lutto.

Finisce così in un piccolo villaggio su un'isola minuscola. Lì, fra l'aperta ostilità dei paesani, dovrà studiare il caso di Dorothy Mills, una ragazzina che ha tentato di uccidere un'infante sotto la sua custodia, una sera che sta facendo da babysitter per una famiglia del luogo.

Ma la ragazza asserisce di non essere stata lei e ben presto Jane scoprirà che Dorothy è uno straordinario caso di personalità multiple, una delle quali sembra essere il suo figlioletto defunto. Proprio nello studio delle varie persone che abitano dentro la ragazza si nasconde la chiave di misteri sepolti da lungo tempo...

L'Irlanda, nonostante la forte crisi economica che ha fatto seguito allo straordinario boom di qualche anno fa (che l'aveva proiettata quasi in cima all'Europa), trova ancora qualche soldino da investire nell'horror e, in combutta con la nazione leader in questo campo, mette fondi e fiducia in mano a una regista dal curriculum anomalo, il cui film precedente risale a un decina di anni fa.

E Agnès Merlet, in combutta con un'altra donna (ma la presenza del sesso debole è forte in tutta la troupe spaziando dal montaggio al casting per arrivare ai costumi), elabora un soggetto molto interessante salvo poi perdersi occasionalmente lungo la strada, con parecchie incongruenze a livello psicologico e fin troppe coincidenze e meccanicità a livello di trama.

Sapete bene che da queste parti lo script viene considerato importante ma non tiranno assoluto, e giocando con la bilancia, gli evidenti difetti di Dorothy Mills vengono superati dai pregi: si rimane con la sensazione di una grande occasione mancata ma la pellicola in questione rimane meritoria di una visione, specie tenendo conto del mala tempora currunt.

Certo, se si riuscisse una volta tanto a evadere dalla stereotipata prigione che vuole il protagonista distrutto da un trauma (e, ovviamente essendo una lei, detto trauma è la morte del figlio) e i paesani sempre imbruttiti, rozzi, wickermaniani e follemente religiosi la vicenda ne avrebbe solo da guadagnare, anche perché lo spunto e la spiegazione offerti non sono poi così frequenti nel panorama attuale.

I vari personaggi sono liofilizzati e pre-digeriti, tanto che si riesce a prevedere più o meno ogni svolta di trama, ma certe scene (le sedute, sia quelle psicologiche che quelle parapsicologiche, alcuni esterni, due o tre cambi di personalità) assicurano sufficiente carburante e colla per permettere a questa macchina di arrivare a fine percorso con la carrozzeria ancora integra. Atmosfera e senso di disturbo e irritazione per la bigotteria di alcuni dei personaggi coinvolti facilitano il passaggio di 102 minuti che avrebbero beneficiato di qualche sforbiciata Avid.

E anche il settore cast soffre della stessa dicotomia, specie nella figura della giovane Jean Murray che, nella parte di Dorothy Mills, assume buona parte del peso della pellicola su spalle troppo fragili.
Questa ragazzina, che pare presa di peso da Il villaggio dei dannati, azzecca alcune delle personalità e crolla fragorosamente in altre, suscitando alternativamente brividi e risate involontarie, mentre il resto del cast fornisce prove nella media, incarnando senza infamia e senza lode gli stereotipi a loro affidati con l'ottima Carice van Houten (nei panni di Jane Morton) che brilla più per la dizione che per l'espressione.

A completare il quadro ci pensa la solerte fotografia di Giorgos Arvanitis, già visto all'opera in un piccolo film molto caro a Malpertuis (The great ecstasy of Robert Carmichael) e che qui non si lascia certo scappare l'occasione di magnificare i già stupendi paesaggi irlandesi giocando a rimpiattino con il generale tono scuro e bluastro del resto delle scene.

Dorothy Mills finisce per guadagnarsi il mio interesse e giudizio positivo, nonostante i mille difetti, sulla base di un suo continuo andare a stimolare miei personali nervi scoperti (il bigottismo, le società chiuse, l'ostilità verso la scienza, l'attitudine forcaiola) e sulla scorta di una buona gestione dell'atmosfera e del paesaggio.

Immagino che per molti altri spettatori possa valere l'esatto contrario, con i lati negativi che andranno a pesare più di quelli positivi e ognuno potrà scegliere se vedere Dorothy Mills o meno sulla scorta del peso che attribuisce ai pro e contro predetti.

Collegamenti:

Sito ufficiale
Carice van Houten
The great ecstasy of Robert Carmichael
Recensione Anna Maria Pelella

Filmato:





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