giovedì 5 novembre 2009

Offspring (2009)

Offspring_Jack_Ketchum_movie_poster_image_immagine_foto_picture_previewOFFSPRING
USA, 2009, colore, 100 minuti

Regia: Adrew van den Houten

Soggetto/Sceneggiatura: Jack Ketchum

Produzione: Modern Offspring, Modernciné


In una contea rurale del Maine si aggira, da moltissimo tempo, una feroce banda di assassini composta prevalentemente da bambini molto piccoli, totalmente selvatici, che si spostano continuamente lungo la costa e fino al Canada, depredando case isolate e occasionali campeggiatori.

I piccoli, capeggiati da una violenta e sadica coppia di maniaci trogloditi, sono i diretti discendenti di un clan di cannibali che si è lentamente isolato dalla società e, grazie alla particolare conformazione del territorio e alla scarsa comunicazione fra le varie forze di polizia, è sempre riuscito a eludere la cattura.

Quando questi selvaggi assedieranno una casa isolata dove risiede una coppia con bambino piccolo, raggiunta poco tempo prima dalla sorella di lei con tanto di figlio al seguito e marito alcolizzato sulle sue tracce, gli eventi precipiteranno lungo un’inevitabile spirale di follia e violenza…

Con Offspring ammontano così a quattro i romanzi di Jack Ketchum che vengono adattati al grande schermo, a riconferma del potere dirompente della sua scrittura che viene finalmente scoperto anche in Italia con la sempre attenta Gargoyle Books che ha dato alle stampe La ragazza della porta accanto e Mondolibri che pubblica Red.

Essendomi occupato in tempi non sospetti e in largo anticipo di Jack Ketchum potrete ben capire come ogni nuova pellicola tratta da qualche sua opera attiri l’interesse di Malpertuis ed eccomi così reduce dalla visione di un Offspring che, a conti fatti, per ora è il lungometraggio più debole del gruppo (Red, The Lost e The Girl Next Door gli altri tre) ma che riesce comunque a interessare e intrattenere grazie in larga misura al materiale cartaceo di partenza.

E detto materiale è una bomba nucleare: una banda di selvaggi cannibali, molti dei quali persino incapaci di parlare una lingua strutturata, quasi tutti bambini, capitanati da una coppia di adulti. Vivono spostandosi di continuo, sessualmente promiscui e incestuosi. Dediti a pratiche di tortura, hanno costruito nel tempo una protolingua, partendo dai progenitori che vanno ricercati in un romanzo precedente a Offspring, ovvero quell’Off Season che tanti guai aveva procurato a Ketchum in occasione della prima pubblicazione, nel 1980.

Entrambi i romanzi, come molti fra quelli di Ketchum, sono stati per il sottoscritto un tour de force considerevole: questo grande scrittore ha una capacità unica di mettere in scena atti di violenza inaudita e di estrema morbosità senza mai scadere nel pornografico o nel puro display grafico, nell'exploitation.
Vi è sempre, in Ketchum, una grandissima umanità, una empatia profonda, totale con le vittime, empatia che contagia il lettore, anche quello meno disposto al coinvolgimento emotivo e questo è l’aspetto che più di tutti manca in una pellicola in grado di assicurare una forte altalena di sensazioni ma incapace di giocare al livello più profondo.

Poco male: Andrew van den Houten, probabilmente mosso dal suo ruolo di produttore nel precedente The Girl Next Door decide di passare alla regia e lo fa con buon piglio, azzecca larga parte del cast, mette in scena un discreto circo degli orrori (in particolare nelle lunghe scene dentro la cava) e non lesina sangue e trippa.

Ma, e sarebbe stato difficile far di meglio, inciampa sulla rappresentazione grafica, sul costume e trucco dei singoli selvaggi che, così adornati e vestiti, ricordano troppo da vicino gli Antenati e provocano alcuni involontari cali di tensione che inceppano a tratti l'intera pellicola.
Paradossalmente il momento realmente memorabile dal punto di vista della gestione della tensione è quello iniziale, con la donna ubriaca che torna a casa per trovarla invasa dai piccoli selvaggi che...
Partire con un momento così buono significa settare standard e aspettative medio alti che, purtroppo, non sempre verranno soddisfatti lungo il tragitto.

Buone scelte di cast nel quale brillano da un lato Art Hindle nella parte dell’ufficiale in pensione che in passato si era già confrontato con queste mostruosità e, dall’altro lato, una scatenata Pollyanna McIntosh nella parte di Mamma Cannibale, ferale e violenta come poche altre donne viste sullo schermo negli ultimi anni.

Van den Houten ha buon gioco a far risaltare alcune splendide location costiere ma deve ancora costruirsi come regista, in particolar modo nella gestione degli attori e degli elementi di contorno quali scenografia, costumi e così via.
Se riuscirete a non pensare (ma sarà impossibile) agli orribili costumi e parrucche riuscirete a godervi meglio un cannibal movie che merita comunque una visione, a maggior ragione se siete amanti dell'autore in questione ma, qui ancora di più che in molti altri casi, vale il consiglio di preferire il romanzo al film.

COLLEGAMENTI:

The Girl Next Door
Red
The Lost

FILMATO:

mercoledì 4 novembre 2009

Grace (2009)

GRACE
USA/Canada, 2009, colore, 85 minuti
Regia: Paul Solet
Soggetto/Sceneggiatura: Paul Solet
Produzione: ArieScope Pictures, Dark Eye Entertainment, Leomax Entertainment

Madeline Matheson è all'ottavo mese di una gestazione difficile (dopo due aborti) e vuole il meglio per il suo parto: una clinica esclusiva gestita da una dottoressa new age che pratica il parto in acqua, un regime alimentare vegetariano e mille altre attenzioni. Suo marito, una persona sgradevole che non riesce a perdonarle una precedente storia d’amore con la dottoressa, reagisce in maniera ostile e nel viaggio di ritorno dalla clinica, causa sua guida spericolata, provoca un incidente stradale nel quale muore e provoca la morte di Grace, la figlia non ancora nata.

Madeline, sconvolta da questo doppio, improvviso lutto, deciderà di portare comunque avanti la gravidanza e, contro i pareri della "scienza" rappresentata da un luminare amico della suocera, vivrà il parto nella clinica dell'ex amante.

E contro ogni possibile speranza Grace riprenderà a vivere poco dopo il parto. I problemi inizieranno però quando Madeline porterà a casa la piccola, che comincerà a sviluppare subito uno strano appetito per sangue e carne.

La donna si isolerà sempre di più sia dagli amici che dalle impellenti richieste della suocera che, nel tentativo di ottenere l’affido della nipote…

L'enorme, disturbante efficacia di Grace sta tutta nel suo essere un film horror (anzi, tenendo conto di alcuni aspetti della produzione si potrebbe anche dire un film horror di serie B), che però evita di affidarsi troppo pesantemente all'estetica o ai trucchi consolidati del (sotto)genere cui appartiene.

Non ci sono quindi tremendi incubi di feti mal formi che si aprono la via alla loro non vita squarciando il grembo della madre, né ossessivi riti satanici volti a riportare in vita il bambino defunto né, ancora, mutanti-cannibali-baby-killer di sorta.

Vi sono invece una madre, sempre più depressa e isolata, e una bambina (alle volte viene usato, a sproposito, un bambolotto che rischia di ammazzare la suspension of disbelief) con i suoi egoistici bisogni.
Siamo stati programmati, ogni santo giorno della nostra vita, ad amare, a farci piacere i bambini. Abbiamo dei meccanismi inconsci che ci spingono al sorriso di fronte a un infante paffutello e giocondo.
E le madri farebbero di tutto per i loro figli, specialmente in Italia, nevvero?

Quindi quando Grace comincia a mordere il seno di sua madre, quando Madeline inizia a frullare della carne fresca e a versare la melma rossastra dentro il biberon, quando le mosche si radunano sempre più numerose vicino alla culla della bambina, ci troviamo di fronte a un impasse, a un cortocircuito estetico-morale che ci manda in tilt e al contempo ci impedisce le normali reazioni di shock, sollievo e catarsi così frequentemente veicolate dal nostro genere preferito.

La deriva procede, sempre più velocemente, per inerzia e coinvolge anche gli elementi esterni alla coppia.

Crollate inizialmente le Leggi Naturali con l'evento soprannaturale post parto, ecco che anche la Legge dell’Uomo, rappresentata dalla suocera, pare non sapere bene come comportarsi di fronte a un evento così "osceno" e agisce in modo sconclusionato, che rasenta la follia: manipola il dottore per ottenere la custodia o si umilia cercando di far funzionare nuovamente il suo corpo nella memorabile sequenza della stimolazione del seno.

La Legge Scientifica (il luminare amico della suocera) brancola anche lei nel buio, sbaglia diagnosi all’inizio e non comprende in seguito, fino a capitolare prima alla suocera (psicologicamente) e quindi a Madeline.

E crolla infine anche la Legge Morale: di fronte all’appetito della figlia le convinzioni salutiste, vegetariane e new age di Madeline scompaiono, trasformando la madre in un terribile macellaio.

Siamo di fronte a un sovvertimento e un crollo generali e, contemporaneamente, a un rafforzarsi delle leggi più primitive e basilari: rimane un rapporto fortissimo ed esemplare fra madre e figlia, con la prima che provvede a ogni singolo bisogno della seconda. Nessuno potrà mai rimproverare a Madeline di essere stata una madre men che perfetta, giusto?

Abbiamo una Madre che è andata contro a tutto e tutti per il bene di sua figlia. E che ha sconfitto tutto e tutti.

Il soggetto purtroppo è messo in scena da un Paul Solet che promette bene ma è ancora acerbo sia nella gestione dei tempi che in quella degli attori, che vengono troppo spesso lasciati liberi di sovra-recitare, con il risultato che alcune scene si caricano di una ironia e un sarcasmo certamente voluti ma ottenuti in modo esagerato, fatto che minaccia di continuo tensione e orrore.
Difetti comunque trascurabili che verranno limati con il tempo, garantendo a Solet una, a mio modo di vedere, carriera molto promettente al’interno del genere.

Il cast è più o meno in parte e svolge il suo lavoro senza entusiasmare più di tanto così come l’equipe tecnica, con particolare menzione per un sonoro molto curato ed efficace.
Film importante da guardare e conservare fra i migliori titoli del 2009.

COLLEGAMENTI:

Recensione Lenny Nero

FILMATO:

lunedì 2 novembre 2009

Zombieland (2009)

Zombieland_poster_picture_immagine_zombie_image_picturesZOMBIELAND
USA, 2009, colore, 80 minuti
Regia: Ruben Fleischer

Soggetto/Sceneggiatura: Rhett Reese e Paul Wernick

Produzione: Relativity Media, Pariah, Columbia Pictures


Una epidemia zombie ha messo in ginocchio gli Stati Uniti d’America che ora non sono altro che una nazione dominata da orde di morti viventi. I pochi sopravvissuti si aggirano per gli USA rimpiangendo il mondo che fu e cercando di tirare avanti giorno per giorno.

Su questo panorama desolante e desolato andiamo a seguire le (dis)avventure di una improbabile coppia formata da un teenager fobico e irrimediabilmente nerd e un buzzurro sciovinista e spaccone, amante delle armi e dei dolcetti.


I due attraverseranno l’America, diventeranno amici, incontreranno due sorelle in viaggio verso un parco di divertimenti vicino Los Angeles e vivranno fino in fondo il Nuovo Sogno Americano...


Vi è un particolare gruppo di critici cinematografici che, per mancanza di migliori definizioni, indicherei con indie-nerd-movieblogger (ma bastava usare uno dei tre termini, ormai diventati sinonimi).
Sono gli affamati del post-qualcosa a tutti i costi, mal che vada almeno del meta-, coloro che risolvono ogni discussione sempre e comunque in battuta, in ammiccamento, in cinico scherzo, in divertita riflessione, in risaputa boutade, in noia del già visto che si cerca di superare con l'adorazione del momento cool, del personaggio off, del dialogo special.
Personalmente trovo i loro ragionamenti spesso inconsistenti, infondati, privi di riflessione e di coerenza fra un intervento e l'altro, ma il loro stile è da tempo vincente in Rete in quanto riflette una generale tendenza comune anche a forum e commenti in genere.

Questi recensori, da tempo ormai dilaganti in Internet, gioiranno e saluteranno come pop-capolavoro un film come Zombieland, in grado di soddisfare tutte le loro aspettative/appetiti e diventare con estrema facilità ideale manifesto di tutti i loro convincimenti.

Il principale dei quali, ormai vittorioso da tempo, è che le serie televisive siano tremendamente superiori ai lungometraggi cinematografici (mentre, a mio avviso, ci si dovrebbe limitare a paragonare le varie serie televisive fra loro e, al massimo, con quelle passate, lasciando stare il cinema) e quindi, assoggettati a questa legge, andiamo per l'occasione a pescare un regista televisivo, dall’innocuo stile chewing gum, figlio bastardo di MTV, e affidiamogli una sceneggiatura stesa da due professionisti della televisione, che hanno avuto le mani in pasta in parecchie serie e show.

Diamo infine loro l'imperativo di tradurre Shaun of the dead all'analfabeta medio americano. Operazione pienamente riuscita: si passa dall'ironia sottile e acida alla comicità di grana grossa, invece di bere birra si rutta Coca Cola e al posto della disgregazione nucleare che impera nel finale di quella perla dell'horror britannico assistiamo qui a una becera Restaurazione a colpi di fun-fun-fun we're a happy lovin' family.

Dieci minuti riusciti, sparsi per tutto il film, faranno andare in solluchero tutti i gggiovani bloggocritici che sbaveranno di fronte alla comparsata di uno dei loro maggiori (e decisamente logori) idoli, ovvero Bill Murray qui in una bassa e stanca re-interpretazione di se stesso (quel che sta facendo in pratica da sempre, ma in questo caso con imbarazzo e fatica) e gioranno per il brillante giochino "post" delle scritte con le regole di sopravvivenza che compaiono di tanto in tanto sullo schermo.

E giù risate per quello che viene divorato mentre caga al bagno, per il ciccione che diventa la preda d'elezione dei placcatori non morti e per la vittoria del ragazzo nerd che passa da una serie di solitarie serate spese a giocare World of Warcraft (un motivo ci sarà) a trombarsi la bella ragazza di turno senza nessun tipo di sforzo, percorso, evoluzione, merito.

Il resto è occupato da Woody Harrelson che gigioneggia in evidente disimpegno, tutto contento di poter giochicchiare con l’accento e le armi che gli vengono messe a disposizione. Quanto funzionava a ogni livello in Shaun of the Dead viene qui frainteso clamorosamente e ci ritroviamo con un pietoso e incerto ibrido fra road movie e commedia teenager di basso livello.

Privato del suo importante motore sociopolitico, il film zombie potrebbe svilupparsi in direzione del gore e dello splatter, qui clamorosamente assenti: ci ritroviamo quindi con un film di mostri senza mostri, dove dobbiamo sorbirci il continuo girovagare di quattro americani medi alle prese con l’intento di rifondare il nucleo famigliare perso durante la tragedia iniziale (anzi, ancor prima).

I riferimenti (pesantissimi quelli a Ghostbusters) aggravano ulteriormente un bilancio già disastroso e odierete la voce narrante di Columbus dopo circa cinque minuti di pellicola, ma non potrete far altro che subirla per i restanti settantacinque.
E saranno minuti pesanti, pieni di logorrea e twinkienichilismo che, potete immaginare, non sarà mai in grado di impressionare o stupire l'europeo standard.

Vedere tre ragazzini viziati e un adulto iposviluppato divertirsi a fracassare negozi e case non è liberatorio, catartico o divertente: è solo lo specchio pop di un consumismo sfrenato che l'archetipo zombie può e deve veicolare in modo migliore.
Ma, ehi, bisogna rilassarsi e divertirsi, chill out and have fun e godersi le solite prese per il culo ai "ciccioni" (cavoli, ehi, è una critica all'american way of life, wow!) e una serie di versioni horror della torta in faccia.

Il finale, ambientato al luna park, è ben esplicativo della povertà strutturale e contenutistica di un film che, come le attrazioni del parco di divertimenti, si riduce a una serie di giri di giostra, talvolta emozionanti, talvolta no, ma sempre uguali a se stessi.
In Shaun of the dead, se ben ricorderete, la resistenza finale era condotta dall’interno di un pub: c’è una certa distanza fra il sorseggiare della birra amara inglese e mangiare invece dello junkie food al ripieno di crema dolce, una distanza che si chiama Santo Oceano Atlantico.

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FILMATO:

domenica 1 novembre 2009

One thing leads to another

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Mentre qui in Italia ci facciamo le seghe allo zampaglione e attendiamo l'ennesimo risotto allo zafferano del "darione nazionale", in tutto il resto del mondo per fortuna l'horror procede, si evolve, riflette su se stesso.

Sono fresco reduce da una prima (a questo punto ne serviranno altre) visione di House of the Devil e, anche se mancano ancora due mesi alla fine dell'anno mi sento già di proclamarlo (per me, ovvio) miglior film horror del 2009 nonché una delle opere più importanti di tutto il decennio all'interno del genere.

Fulmine a cielo serenissimo in quanto i due film precedenti di Ti West mi avevano sì intrigato ma mi erano anche parsi a tratti deboli e irrisolti.
Urge a questo punto una settimana speciale dedicata a questo regista e al suo capolavoro (e sapete che da queste parti quella parola non si usa volentieri), al perché House of the Devil sia film importantissimo in sé e come riflessione sull'horror e risposta definitiva a tutti i post-affanni di Tarantino, Rodriguez et similia.

Non sono più abituato a post quotidiani ma, complice il portatile, cercherò di farcela con uno speciale in cinque parti che cercherà di coprire quanto più possibile questo straordinario evento. Il tutto a partire da lunedì 9 novembre.
Questa settimana toccherà invece, sempre che il maledetto orologio me lo permetta, a Zombieland, Grace e Offspring.

Vi lascio con i Fixx e la loro stupenda One thing leads to another, seconda volta in pochi giorni in cui una canzone degli anni Ottanta (sarà a questo punto chiaro che non la penso come gli Afterhours) viene usata in modo molto, molto efficace in un film: prima è toccato a Walking on Sunshine in Moon.

Vidi i Fixx dal vivo nei primi ottanta e riscoprirli impiegati (con questa canzone, e varrebbe la pena recuperarne il testo, anzi, tutto l'album e tutti i testi, che paiono scritti già allora per questo film) da Ti West in modo esemplare, stupendo è stata la ciliegina su una torta che non ne aveva bisogno, ma tanto meglio!



But when one little cross leads to shots,
grit your teeth
You run for cover so discreet,

giovedì 29 ottobre 2009

Dentro la sua carne

Cicada

Dopo parecchi, troppi mesi di attesa torno a presentarvi un mio racconto. Si tratta di una ventina di cartelle che girano intorno a temi che ormai ritengo fondanti per quanto riguarda la mia poetica, sempre che esista.
Ho aspettato molti mesi prima di pubblicarlo da queste parti perché mi era stato richiesto di attendere dal grande Guarriello, che forse lo pubblicherà in una sua futura antologia per la Dagon Press e ritengo che ora sia passato abbastanza tempo per rendere la pubblicazione un appetizer alla futura pubblicazione, convinto come sono che la pubblicazione online faciliti eventuale diffusione del cartaceo.

Ringrazio Daniele e Simone per il tempo speso in fase di editing: siete grandi.

Ritenendo, per una serie di motivi che ormai non ha più senso spiegare, di non avere la stoffa e le capacità per pubblicare presso editori medio-grandi, trovo che ormai questo spazio elettronico, questo Malpertuis, sia l’ultimo possibile luogo nel quale far apparire i miei racconti e spero che anche questo Dentro la sua carne possa attirarvi al punto da spingervi al download e magari lasciare poi due righe in fase di commento.

Vi lascio con l’incipit del racconto e il link al download. Lunedì prossimo parleremo invece di qualche altra boiata cinematografica, stay tuned!


Dentro_la_sua_carne_cicada_Elvezio_sciallis
DENTRO LA SUA CARNE

Claudia poggiava la fronte al finestrino mentre il taxi si arrampicava sulle alture. Il tramonto tingeva di ruggine i fianchi delle colline e lei ondeggiava fra sonno e nausea, ripensando ai giorni passati.
Era arrivata alla FarmaThys dopo un breve viaggio su un aereo di proprietà dell’azienda; il passaggio dalla polvere di Palermo ai vitrei corridoi della sede ginevrina le aveva ricordato un gap culturale che pensava di aver seppellito nella routine di un anonimo laboratorio di analisi. Il colloquio era stato sbrigativo: ascoltando le parole del dirigente, immersa in una luce anodina, si sentiva distaccata, dentro una gigantesca incubatrice di metallo e vetro pronta a farla rinascere più efficiente, robotica.

Era uscita dagli uffici guardando i monti svizzeri come se fossero bestie rare, residui organici di epoche lontane. Le avevano spiegato l’incarico in meno di quindici minuti: il dottor De Pisis era morto giorni prima, ucciso da un vagabondo penetrato nella sua villetta sopra Nizza. Lei era stata sua allieva e collaboratrice in alcune ricerche, prima di tornare a Palermo, e loro cercavano una persona esterna all’azienda, che conoscesse bene il lavoro del defunto, da inviare a casa del professore per recuperare ogni possibile brevetto e ricerca di interesse scientifico.
Tradotto, la FarmaThys tentava di spremere dal cadavere ogni goccia di sapere tramutabile in denaro e non intendeva affidare la questione a qualcuno immerso nei giochi di potere interni.

Aveva deciso di accettare mentre passeggiava verso l’albergo: sarebbe stata una vacanza dalla noia del laboratorio e, se ben ricordava l’ordine maniacale di Marco, non avrebbe fatto fatica a recuperare e valutare le sue ricerche. Aveva comunicato la decisione a una voce a cui non riusciva ad attribuire né nazionalità né sesso, e quando era arrivata all’hotel l’attendeva già un incaricato con un notebook dell’azienda. Dentro il portatile documenti legali, biglietto elettronico del volo per Nizza, un dossier completo su De Pisis, piantine della città e ogni altro tipo di informazione.
Anche allora, come ora, il sole stava tramontando, ma lì in Svizzera persino l’astro sembrava funzionare con maggiore efficienza, calando brusco dietro i monti e diffondendo sulla città un’ombra bluastra, per non disturbare gli abitanti con le inutili fantasmagorie di fuoco dei tramonti mediterranei.

Aveva continuato a sentirsi robotica anche durante la cena nel ristorante dell’albergo, una serie di portate più belle a vedersi che gustose, che ingurgitava con metodo, innaffiandole con abbondanti sorsate di bordeaux. L’alcool l’avvolgeva nel noto torpore, facendola sentire insieme languida e dissociata, una sensazione che mille altre volte l’aveva portata nel giro di pochi minuti a cercare qualche sconosciuto con cui passare la notte, scopando con furia per poi crollare fra le lenzuola, assaporando l’annichilimento fisico e mentale.

Si era guardata attorno con reazione meccanica, ma aveva infine deciso di salire in camera dove una doccia, combinata alla cena, l’aveva sprofondata quasi immediatamente in un sonno pastoso nel quale vagava per le strade di una Ginevra deserta. Un’acqua tersa saliva a sommergere negozi e palazzi, lei gridava, il liquido le invadeva i polmoni e un attimo dopo lo respirava come se fosse abituata da sempre.
(SEGUE...)

>>> Scarica il file .rtf del racconto

mercoledì 28 ottobre 2009

Moon (2009)

Moon_Sam_Rockwell_Duncan_Jones_poster_image_immagine_cover_foto_photoMOON
UK, 2009, colore, 97 minuti
Regia: Ducan Jones
Soggetto/Sceneggiatura: Duncan Jones e Nathan Parker
Produzione: Liberty Films UK, Lunar Industries e Xingu Industries

Nel prossimo futuro la scoperta di ingenti quantità di Helium 3 sulla superficie della Luna assicurerà alla Terra la soluzione definitiva a tutti i problemi energetici. Il prezioso gas viene raccolto dagli harvester, enormi trattori lunari che raccolgono, processano e separano l'Helium 3 dalle rocce.

Le stazioni minerarie lunari sono talmente automatizzate da richiedere manutenzione minima: basta un uomo solo a coordinare e supervisionare l'intera attività degli harvester, ma quello di minatore lunare, nonostante la tecnologia, è un mestiere durissimo.

Sam Bell ha stipulato un contratto di 3 anni. Un periodo lunghissimo passato a raccogliere il materiale e lanciarlo verso la Terra, con la sola compagnia di GERTY, l’intelligenza artificiale che lo assiste a coordinare la base.

Ora, a due settimane dall’agognato ritorno a casa, Sam comincia a sperimentare strane visioni, allucinazioni e incidenti. Fino al momento di una incredibile, sconcertante scoperta...

Quando incappo in una successione di visioni horror particolarmente sconfortanti c'è sempre un pensiero che mi induce a non disperare troppo: potrebbe andarmi peggio, potrei essere un fan che si nutre esclusivamente di fantascienza, allora sì che sarei davvero disperato!

Con un volume di film in uscita ridottissimo e un livello qualitativo ai minimi storici, la fantascienza odierna sembra proporre davvero pochino all’appassionato, ecco perché quando spunta un'ottima pellicola come questo Moon c'è davvero da gridare al miracolo, specie se non è girata con centinaia di milioni di dollari e super effettoni speciali a riempire gli anni sabbatici di sceneggiatura.

Duncan Jones risolve gli inevitabili debiti kubricko-tarkovskijani trasformandoli in cluster genetici e regole grammaticali fondanti e sulla base di questi elementi confeziona un convincente kammerspiele spaziale nel quale ogni settore contribuisce con pari forza all’ottima resa finale.

Ci sono le scenografie, ormai considerabili come retrò e di conseguenza molto più realistiche di quanto visto nella recente fantascienza; i costumi che sono stati disegnati in perfetto accordo con le suddette scenografie; la colonna sonora di un Clint Mansell che ormai è garanzia di sicurezza ovunque metta le mani (la sua musica era una delle poche cose decenti de L'albero della vita o The Wrestler, per dire); titoli di testa tanto sobri quanto azzeccati e, più di ogni altro fattore, vi è la recitazione di un Sam Rockwell in stato di grazia che riesce, non si sa in quale modo, a clonarsi/sdoppiarsi mutando non solo espressioni e toni di voce ma anche postura da fermo, camminata e gestualità in modo ammirevole e offrendo, fino a questo punto, la prova migliore della sua carriera.

L’altro grande attore in scena è GENTRY, il computer di bordo, un blocco di macchinari che riesce a muoversi lungo la base appeso a rotaie e che offre il giusto contraltare al protagonista umano tramite una serie di smiley e la straordinaria voce di Kevin Spacey, sempre venata di sfumature ironiche e sardoniche, salvo poi mutare nel finale.

Ed è proprio, come in buona parte delle più intelligenti opere di fantascienza, nel dialogo/confronto fra l’uomo e l’altro (sia esso l’alieno, il computer, qualche anonima e potente corporazione o un fantasma elettronico) che risiede il nucleo centrale di un'opera sommessamente disperata e deprimente nella quale Sam non riesce più, appunto, a confrontarsi e dialogare con nessuno e la sua solitudine, già pesantissima in sé, diventa intollerabile di fronte agli inganni della multinazionale da cui dipende, alle intrusioni da mamma iperprotettiva di Hal, pardon, di Gentry e a una moglie lasciata sulla Terra che, a ogni nuovo messaggio, appare sempre più fredda.

Solo due settimane dividono Sam dal suo ritorno, ma paiono due settimane vissute come la corsa della lepre nel paradosso zenoniano: non finiscono mai e ogni secondo porta nuove insicurezze che, una volta che si trasformano in terribili certezze, diventano un peso intollerabile a fronte del quale la reazione di Sam è meravigliosa, inaspettata e liberatoria.

Voi firmereste per una ferma di tre anni sulla Luna, a correre sul tapis roulant, mangiare porzioni cotte al microonde, uscire ogni tanto a controllare dei giganteschi trattori, intagliare qualche modellino e vedere vecchi episodi di Vita da Strega?
No?
E quale razza di uomo firmerebbe?
E cosa potrebbe accadere a quell'uomo?
Comincerebbe a vedere fantasmi?
A parlare da solo?
A domandarvi chi siete e cosa sia "esistere" o "essere"?

Fantascienza sartriana, verrebbe da dire, ma spogliata di ogni istinto sinistromasturbatorio in favore di una costruzione d’atmosfera impeccabile, un meccanismo a orologeria che quando suona l’ora del twist ci riserverà una brutale sveglia e ci spingerà a riflettere un momento di più prima di dare per scontate le nostre liberali e progressiste idee sulla bioetica e campi limitrofi.

Ma oltre alla riflessione su temi importanti Moon riserva anche squarci di ottimi effetti speciali (gli harvester e le loro operazioni di raccolta paiono quanto di più plausibile visto in tempi recenti e sembrano usciti da qualche progetto della NASA) e un'ottima, sinistra gestione degli spazi della base, che, per quanto illuminati, ordinati e puliti promettono minacce nascoste in ogni angolo.

Difficile parlare di un film del genere senza spingersi, anche inavvertitamente, in dannosi spoiler, ma ci troviamo di fronte a un’opera che riconcilia con la fantascienza, dopo i chiassosi circhi nevrastenici di Michael Bay e le noiose inutilità degli ultimi Terminator.
Che ad averlo girato sia il figlio 38enne di Ziggy Stardust e dell’Uomo che cadde sulla Terra diventa una gustosissima chiusura del circolo.

Si tratta comunque, sia chiaro, prima di tutto e sopra ogni altra cosa del one man show di Sam Rockwell che gioca a ping pong, balla come un pazzo al ritmo di Walkin’ on sunshine e parla alle piante.
Personale candidato di Malpertuis al prossimo Oscar e talento da tenere sotto stretta osservazione nei prossimi anni.

Film da vedere e rivedere in quanto in grado di riservare, a ogni nuova visione, ulteriori riflessioni e livelli di intrattenimento e divertimento.
Sempre che per intrattenimento e divertimento voi non intendiate il subire supini la visione dell’ultima, spendibile fighetta di plastica di turno in mezzo a qualche robottone, nel qual caso vi converrà dirigervi verso altri lidi.

Consiglio valido anche per quanto concerne le vostre letture in Rete.

Ground control to Major Duncan, you've really made the grade...

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FILMATO:

lunedì 26 ottobre 2009

Paranormal Activity (2007)

Paranormal_Activity_Poster_image_immagine_picture_fotoPARANORMAL ACTIVITY
USA, 2007, colore, 86 minuti
Regia: Oren Peli
Soggetto/Sceneggiatura: Oren Peli
Produzione: Blumhouse Productions (distr. Paramount/Dreamworks)

Katie e Micah sono formano una coppia molto felice, se non fosse per gli strani accadimenti che turbano di tanto in tanto la quiete della loro casa. Porte che sbattono, correnti d'aria nonostante le porte chiuse, piccoli fenomeni di autocombustione, voci dal nulla...

Katie è perseguitata da qualche tipo di demone che la segue fin da quando era piccola e ora i due decidono di filmare giorno e notte quel che accade sotto il loro tetto nella speranza di accumulare prove sufficienti a dimostrare che non si tratta di loro immaginazioni.

E il risultato è un montaggio di scene notturne e diurne che convinceranno chiunque che in effetti c’è qualcosa di assai sinistro e soprannaturale all’opera in quella casa…

Non credo sia possibile (né, in fondo, opportuno) parlare di Paranormal Activity bypassando l’hype che ha accompagnato questo prodotto, dalla fantastica favola tutta americana del ragazzo che con solo 17.000 dollari confeziona un film capace di sbancare i botteghini (40 milioni di dollari nel primo week end) fino alle fiabe ancora più incredibili che parlano di uno Steven Spielberg così spaventato dalla prima visione del film che dovette interrompere per poi continuare, più calmo il giorno dopo.
E così via, passando attraverso i luoghi comuni del paragone con The Blair Witch Project (ma da queste parti si rispettano parecchio i luoghi comuni) fino all'insofferenza che invade molti critici quando spuntano le parole "tratto da una storia vera".

Paranormal Activity deve tantissimo a BWP e non solo per quanto concerne la scelta di uno stile documentaristico o la costruzione di una base molto fedele molti mesi prima della distribuzione attraverso il passaparola della Rete: il film segue passo passo la struttura del suo famoso predecessore, dall'inizio rilassato e scherzoso fino al climax finale, passando attraverso il consueto crescendo di atmosfera e tensione fra i protagonisti.

Ma proprio in questo tentativo di ricalco si nasconde uno dei più grandi difetti di un film che copia quel che può dal modello di successo senza però comprenderne alcuni dei motivi che lo hanno reso uno dei film più importanti e influenti della recente storia dell’horror.

Quel che manca, pre-visione, a Paranormal Activity è la mitopoiesi che invece ha preceduto e accompagnato BWP: mesi prima di assistere alla terribile escursione nei boschi di quei tre ragazzi si era creato un intenso tam tam elettronico che non si è mai limitato ad avvisare la comunità che il film era tratto da una storia vera, ma ha generato una precisa mitologia e background storico che ci ha preparati a recepire in un determinato modo il prodotto finale.

Molto tempo prima di vedere BWP persino qui in Italia (e figuratevi quindi in USA) conoscevamo molti particolari della storia della contea, avevamo tutti visto le varie foto virate in seppia dei precedenti storici inerenti la strega di Blair e avevamo scorto le fotografie dei ragazzi sugli avvisi di ricerca. Ovviamente consapevoli che si trattasse di semplice pubblicità, eravamo però inclini a sospendere l'incredulità e a immergerci in un universo dettagliato che, scegliendo di non affidarsi esclusivamente al film, aveva saputo generare una discreta mole di materiale extrafilmico.

Questo non è avvenuto nel caso di Paranormal Activity dove invece di una adeguata produzione di storie, racconti, immagini e informazioni sul presunto "fatto realmente accaduto" ci si è limitati a un compitino assai più superficiale e semplice: qualche filmato che riprendeva alcuni ragazzini spaventati dalle prime anteprime del film, la storia di MauSpielberg tutto spaventato durante la visione privata e poco altro.

Chi sono Katie e Micah?
Quale la biografia del demone che perseguita da tempo la sfortunata ragazza?
Quali i precedenti nel corso dei decenni e dei secoli? Niente, si arriva al film caricati esclusivamente da una serie di “ehi, altri si sono letteralmente cagati sotto guardandolo!" che, per un film che intende vivere prima della sua proiezione, è ben poca cosa.

Uno degli altri deficit di PA rispetto a BWP risiede nell'inadeguatezza del cast, centrale quanto mai in progetti di questo tipo. Katie Featherston è sinceramente insopportabile nel suo broncio lobotomizzato mentre Micah Sloath riesce appena meglio a incarnare quel compagno di banco che tutti abbiamo avuto prima o poi, tanto ignorante e lento di comprendonio quanto sicuro di sé. Diventano rapidamente due figure prive di qualsiasi tipo di appeal e la loro imperturbabile cocciutaggine nell’adottare soluzioni disastrose ci porta all’inevitabile conclusione che, nel finale, si siano meritati quel che è loro accaduto.

Il problema non è che in Paranormal Activity non accada "quasi nulla" né che si tratti di un "quasi nulla" già visto molte volte: queste sono cose che chiunque visioni film o legga libri sa mettere in cantiere e non considerare come dati negativi.
Il problema è come questo "quasi nulla" accade.
L’ambientazione urbana e diurna questa volta nuoce gravemente alla vicenda, creando uno spiacevole effetto di continua rottura rispetto alle scene girate con la ripresa notturna e rovinandone ogni tentativo di costruzione di atmosfera.
I due un momento prima sono terrorizzati a morte da qualche porta che sbatte alle tre di notte e poco dopo bevono il loro caffè discutendo se chiamare o meno un demonologo.
Né giova a qualsiasi tentativo di claustrofobia, difficile da generare in una vicenda che si dipana per un mese, in vari ambienti, spesso alla luce del sole e con vie di fuga (fisiche e mentali) continuamente a disposizione dei malcapitati.

Ambientare per 21 notti una vicenda di vicende paranormali in una normale casa da suburbia americana, attorniata da altre case e inserita in un tessuto urbano, pone anche tremendi intoppi nello sviluppo della sceneggiatura, con lo spettatore che andrà inevitabilmente a chiedersi perché nessuno intervenga mai (famigliari, vicini, amici) e perché i due fin dall’inizio si affidino univocamente a una spiegazione/soluzione di tipo soprannaturale quando la catena degli eventi, normalmente (L'Esorcista docet) prevede prima qualsiasi altro tipo di spiegazione.

In più si crea l'impressione di spiare attraverso una videocamera le banali vicende di una coppia qualunque che discute su chi deve portar fuori la spazzatura, cosa preparare per cena e dove andare nel prossimo week end. E, oh, sì, anche di quel cattivo demone che talvolta perseguita lei.

E, all’interno di una causa soprannaturale accettata da entrambi (mi auguro che non si scambino le telecamere e la tecnologia di Micah come qualche tipo di approccio razionale o scientifico al problema) diventa doppiamente inspiegabile l’ostinato rifiuto di una soluzione adatta, con il ragazzo che, irrazionale nell'irrazionale, sbraita verso il demone che “nessuno può venire a far casino nella sua casa, con la sua ragazza!”

Difficile quindi, a fronte di una atmosfera discontinua, di una scarsità di momenti tensiogeni, di una recitazione mediocre e una regia inesistente, riabilitare più di tanto il film sulla base di due o tre momenti efficaci. Una scena in particolare, verso il finale, riesce a scuotere e risvegliare paure e terrori per le cose che fanno bump (e thud e cric e gulp) nella notte ma è davvero troppo poco e troppo tardi.

Chi mi legge da tempo sa quanto a me non importi né il livello di gore/splatter di un film né la ricerca di una spiegazione a tutti i costi, ma pur amando i film che hanno una lenta costruzione di atmosfera devo ammettere che due ombre, una porta che sbatte e una tavoletta ouija che prende fuoco sono davvero pochino, specie a fronte della fastidiosa noia di star a sentire questi due tizi che discutono con argomentazioni stupide per gran parte della durata del film.

Un conto è ritrovarsi perduti in un bosco deserto e sconosciuto, al freddo e senza cibo, con una strega (resa reale da precedenti narrazioni) che interviene in modo molto pesante (fisicamente e psichicamente); altro conto è provare paura lungo una ventina di giorni, liberi di andare e venire dove si vuole, di consultare autorità e specialisti di ogni tipo, attorniati dal comfort di casa e vicinato sebbene perseguitati da un demone (sconosciuto e privo di aspetti e storie interessanti).

Questo sembra sfuggire o non preoccupare Oren Peli che mette in piedi 85 minuti noiosi a base di due bamboccioni ben nutriti, leggermente stupidi e totalmente bovini nei confronti di quanto accade loro. Quando Micah urla al demone che nessuno può entrare e combinare quel che vuole in casa sua e con la sua ragazza si ricava l'impressione di un vecchio texano rincoglionito che spunta fuori col suo fucile a sbraitare che nessun dannato yankee potrà mettere le mani sulla sua mucca e si rimane perplessi di fronte alle sue dichiarazioni d'amore che non trovano mai il minimo riscontro nei fatti.

Entrambi i finali (quello originale e quello previsto per la distribuzione in sala, che si dice voluto/ideato da Spielberg in persona) sono deboli e manipolatori e hanno la stessa meccanica, inevitabile efficacia di un qualsiasi “bus”.
State lontani da questa bufala se non avete quattordici anni, brufoli causati da mcdonaldite acuta e residenza in qualche città statunitense.

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