martedì 26 luglio 2011

Chiuso per ferie...



Anche se non me le merito, vado in ferie per un due settimane circa... :)

Ho cercato un'immagine ma tutti i cartelli che ho recampato fanno un po' anguscia quindi... Oh, vi giuro che se fate ricerca google "chiuso per ferie" spunta anche lui, che è da sempre il mio personaggio (e attore) preferito, quindi Kurtz ftw!

A prestissimo, due settimane sono un lampo!

Addenda: facciamo quattro settimane :)

venerdì 22 luglio 2011

La chiamavano Trinity


Piccolo post aggiuntivo per soddisfare le turpi voglie dell'Iguana che nei commenti della recensione a The Descent mi aveva chiesto di approfondire un po' il mio aver definito Trinity di Matrix una "Dea Casalinga".
Lo faccio volentieri, perché noto che le discussioni che quel post ha stimolato sono ventimila volte più interessanti di boh, se avessi postato "Oh, belin, ma Transformers 3 fa vomitare i tordi perché Bay non sa girare una scena d'azione/gli è un buon lavoro perché sì le scene d'azione sono fighe, il treddì è da urlo e boh inserire x".
La Rete è già piena di lol e like in seguito a 'ste recensioni fotocopia dumb and dumber a ogni giro di fotocopia, quindi deviamo un po'...

Ho nominato Trinity quale esempio di personaggio femminile che, a mio modo di vedere, non è paragonabile a ben altri esempi (Neuromante è solo l'iceberg) che la fantascienza, credo più di ogni altro genere, ci offre in questo campo.

Grazie a una serie di autori, dalla Le Guin a Egan passando per tantissimi altri che non conosco (ma che 3 o 4 frequentatori assidui di queste parti potranno elencarvi, non abbiate timore a chiedere), la sf si è sempre occupata di genere e gender in modo maturo: dispiace quindi che quello che da almeno una generazione viene preso come film simbolo (addirittura un manifesto alla rivoluzione, un po' come Fight Club per altri versi, con la consueta faciloneria, nichilisti di bocca buona...) non sia in grado di alzare l'ante in questa tematica ma anzi, proponga un personaggio secondario di questo tipo.

Dispiace ancora di più perché all'interno dell'immaginario pop, volenti o nolenti, un film impatta molto di più rispetto a dei libri e ci sarebbe piaciuto altrimenti. Lo so, alcuni potrebbero obiettare che Matrix non è, per molti versi, opera di sf (già solo la presenza di un Eletto mette in cortocircuito alcuni fondamenti) ma è recepita come tale dalla maggioranza e questo è un dato dal quale non possiamo sottrarci.

Sia però chiaro che il sottoscritto vede Matrix più come un film di fantasy e di una fantasy un po' particolare, raffigurante delle divinità, le loro lotte e i loro contrasti, elemento su cui torneremo più avanti per un attimo.

Come hanno già detto molto meglio del sottoscritto gli autori nominati in calce a Descent, Trinity propone purtroppo una involuzione della cyber-donna e, insieme a qualche eroina similvestita che imperversa in alcuni campi del Perturbante, ci ha fatto fare passi da gambero per rimediare ai quali ci vorrà qualche tempo. Serve sempre più tempo a recuperare e ricostruire che a distruggere e danzar sulle macerie.

La questione non è semplice, in quanto nulla viene "urlato" ed esposto in modo da essere identificabile con una certa facilità, ma accumulando alcune scene e segni presenti nella trilogia Trinity non riesce a uscirne fuori come persona di pari potere e spessore rispetto ad alcuni compagni maschi.

Vero, ci sono istanti in cui mostra sicurezza e capacità di alto livello (la rimozione dell'insettoide da Neo, per esempio) ma non riescono a pareggiare lo scotto di tanti altri momenti sparsi.
Viene ritratta mentre porta con fare servizievole la cena su un vassoio a Neo o, pur ricevendo lo stesso identico allenamento di gran parte dell'equipaggio si trova spesso, nell'arco dei tre film, in difficoltà e deve essere soccorsa e salvata da altri compagni, perché mai a lei accade più spesso che ad altri?

E a proposito di salvare, è illuminante a tale proposito la differenza, terribile, fra le due scene nelle quali Trinity salva la vita a Neo e in seguito Neo restituisce il favore.
Trinity opera una sorta di magia/miracolo che si basa sul suo amore per Neo, restituendolo alla vita con un bacio che riporta il tutto in un setting fiabesco.
Neo invece utilizza capacità psicofisiche e conoscenze approfondite, rimuovendole un proiettile e praticandole un massaggio cardiaco con le mani.
La differenza è sostanziale e decisiva, non può importare in questa sede (ma a me importa di rado in assoluto) se tutto ciò fosse o meno la volontà degli autori, in quanto il messaggio che emerge da una comparazione come questa credo sia univoco.

L'azione di Trinity è l'amore della donna buona e fedele, quella di Neo chirurgia di alto livello.

Il tutto si collega e trova altro momento di subordinazione di ruoli e specifiche nel terzo film della serie: Trinity si sacrifica per il suo uomo (che è  fuori casa a salvare il mondo, come ogni Eroe che si rispetti) e muore quindi nella giusta maniera della donna fedele e innamorata fino alla fine, sacrificandosi per il suo manzo.

Dopo un inizio che lasciava presagire altro, Trinity finisce per ricoprire un ruolo di secondo piano e non le vengono nemmeno affidate più di tanto le classiche scene di competenza scientifica che buona parte dei compagni maschi invece hanno, fosse anche solo lo studio del codice della matrice su qualche schermo. Diventa ben presto il lato romantico e interesse d'amore per Neo, fornendo quel minimo di sentimento ed espressione al glaciale Reeves. Un po' poco per l'eroina rivoluzionaria che ci aspettavamo, sebbene Matrix tutto sia così affollato di stereotipi di genere e razza da far sospettare sia stato concepito in qualche laboratorio dell'Alabama.

Riguardo al "fantasy con divinità" cui avevo accennato a inizio post: quando vidi la prima volta Matrix, nell'anno di uscita, ne ero moderatamente entusiasta, vista la povertà di pellicole decenti che pescassero in certo immaginario (e qualche anno di esperienza e studio in meno) me non solo i due episodi seguenti si sono dimostrati così deboli da far pensare che non fossero nemmeno scritti/filmati dalle stesse persone: anche il primo film non ha superato una seconda visione e, pur riconoscendo ottime capacità di mescolare e gestire il solito minestrone meta-pop, ne esco deluso per la sua incapacità di andare al di là del semplice intrattenimento pop corn.

Dove una fetta della fantascienza e del cyberpunk pesca, dialoga e riflette su temi quali economia, rapporti sociali, gestione del lavoro, shift nei ruoli e nei sessi, globalizzazione e altro, Matrix si propone come via di fuga da quella stessa realtà.

Incapace di operare a qualsiasi riflessione, di innescare nello spettatore un cambiamento anche lieve a fine visione, slitta dalla fantascienza al fantasy, offrendoci una colorata e pittoresca fuga per la canonica ora e mezza, in sostanza il contrario di quanto viene offerto a Neo a inizio film.

La grande narrativa di genere non dovrebbe anche offrirci riflessione sulla realtà? Lo rivendicano in particolare gli autori eh, non i lettori, figurarsi, a me anche l'intrattenimento puro talvolta non dispiace, ma sembra esserci sempre più solo questo e se la dieta diventa fissa hai voglia a contare le carenze nutrizionali.

Incapace di riflettere sulla realtà ci offre la solita fiabetta di Guerra e Amore fra divinità che pescano più o meno nel bacino greco romano e nordico e che quindi (causa il ristretto bacino di pesca) obbligano la Divinità Donna di turno, per quanto magari suprema nel suo campo (anche se Niobe mette in discussione perfino questa supremazia nel pantheon femminile), relegano dicevo, per via della natura gerarchica di queste organizzazioni, a un ruolo di secondo piano rispetto alle più potenti divinità maschili.

Portami la cena, veloce, che tutte le volte che torno a casa dopo aver salvato il mondo ho una fame boia, tesoro!

Buona fuga.
Lo fa capire anche Morpheus che quando si scappa si sta sempre al calduccio e non si mangia la sbobba schifosa nè si rischia nulla...


Czarniawska, B e Gustavsson E. (2008) The (D)evolution of the Cyberwoman?, Organization 15; 665
Bassham, Gregory (2002) The Religion of The Matrix and the Problems of Pluralism, in W. Irwin (ed.) The Matrix and the Philosophy. Welcome to the Desert of the Real, pp. 111–25. Peru, IL: Carus.
Freeland, Cynthia (2002) Penetrating Keanu: New Holes, But the Same Old Shit, in W. Irwin (ed.) The Matrix and the Philosophy. Welcome to the Desert of the Real, pp. 205–15. Peru, IL: Carus.
Haraway, Donna (1991) Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature. London: Free Association Books.

martedì 19 luglio 2011

The kids are all right

No, tranquilli, niente doppia recensione in una singola giornata. Giusto due righe per invitarvi a dare un'occhiata a questo film.

Ho appena finito di vederlo e trovo che sia una delle migliori commedie degli ultimi anni, interpreti fuori scala tutti, dialoghi che non so come abbiano fatto a scriverli e interpretarli con tale precisione, personaggi-persone, hanno tutti ragione e sono tutti pieni di difetti e pergi, risate, riflessioni e lacrime, il tutto in una tipologia narrativa che diventa di anno in anno più difficile da realizzare. Sono molto contento, lo rivedrò.

The Descent (2005)

THE DESCENT
2005, UK, colore, 100 minuti
Regia: Neil Marshall
Soggetto/Sceneggiatura: Neil Marshall
Produzione: Pathé, Celador Films e Northmen Productions

Cinque amiche, unite da una grande passione per lo sport e l'avventura, stanno scendendo il corso di un fiume. A guidarle c'è la giovane, bella, coraggiosa e arrogante Juno, a seguire Sarah, sposata e con una bambina e la sua migliore amica Beth, entrambe inglesi. Completano il quadro due sorelle: Rebecca, la maggiore, esperta e cauta e Sam, studentessa di medicina e alle prime armi con questo genere di imprese.


Ad aspettarle a riva c'è Paul, il marito di Sarah, con la figlia Jessica. Paul scambia qualche sguardo di troppo con Juno e in seguito lui e Sarah discutono in macchina quando, in seguito a un brutale incidente, l'uomo perde la vita.


Sarah si risveglia in ospedale, stordita dai farmaci, dal dolore e da strani sogni/visioni di sua figlia che si avvicina nel buio con una torta di compleanno. Anche Juno è in lacrime e si allontana in silenzio dal gruppo.


Un anno dopo proprio Juno propone qualcosa in grado, a suo modo di vedere, di rinsaldare il gruppo dopo la tragedia: visitare una caverna negli Appalachi con l'aiuto di una amica di Juno, Holly, che persino Juno considera troppo avventata, sebbene espertissima. Rimane un po' di tensione fra Juno e Sarah e Beth prima della partenza ma quel che nessuno in realtà sa è che Juno intende portare il gruppo in un sistema di spelonche mai esplorato prima.


Le donne entrano nella caverna e dopo un crollo, con conseguente rivelazione dell'inganno, si ritrovano obbligate a procedere visto che la via da cui sono entrate è bloccata.


Presto capiranno di non essere sole: spaventosi esseri deformi, sorta di trogloditi velocissimi, cannibali e aggressivi si aggirano nelle grotte, identificando le loro prede con una specie di sonar. Le sei avventuriere dovranno ben presto cominciare a lottare per la loro vita, imprigionate nella semi oscurità.

The Descent è un film che, dopo quattro visioni di cui una al cinema e due in lingua originale, mi mette di fronte a più di un problema valutativo. Qualche anno fa ne scrissi una recensione sull'onda emotiva della prima visione e mi ritroverò a usare in questa sede parecchi stralci di quella prima impressione, aggiungendo alcune ulteriori considerazioni che ritengo importanti e in grado di minare parte della riuscita del film. Alcune valutazioni cambiano nel corso degli anni e credo sia segno vitale e cartina di tornasole di un percorso di studio, analisi e visione.

Partiamo dagli elementi che ritengo positivi e riserviamoci i contro per la seconda parte... Al tempo (non aveva ancora girato la fuffa post The Descent) credevo molto in Neil Marshall, i fatti non mi hanno dato ragione, ma penso tutt'ora che The Descent e Dog Soldiers rimangano buoni capitoli anche se entrambi si risolvono a usare delle scare tactics che, appunto, spaventano ma non perturbano. E si sa che lo spavento passa, il turbamento alligna.
Ciò pone Marshall in quella categoria di suonatori che non sanno suonare benissimo e quindi suonano fortissimo, un metodo comunque più efficace di tanti altri ma che offre un risultato finale inferiore di qualche tacca ai lavori più importanti del genere.

Marshall, coadiuvato dalla fotografia sulfurea di Sam McCurdy e dal montaggio a corrente alternata di Jon Harris affronta il film con il piglio di chi voglia condensare e compendiare in soli 100 minuti 30 anni di storia di certo horror. Nel primo tempo il talentuoso britannico dispiega le forze, semina indizi, espone psicologie e punti deboli e addensa minacciose ombre. Ecco allora che l’incidente iniziale, degno dei migliori momenti di Final Destination, avvisa lo spettatore che non ci sarà spazio nella pellicola per giochini, sorrisi e autoreferenzialità varie.
Il tempo di un breve incubo in dissolvenza e le ardimentose arrivano sul luogo e noi overlookiamo l’automobile addentrarsi in mezzo a monti e boschi verso una casupola di evildeadiana memoria, adorna di ossa e strane maschere che sembrano uscite da quella porta. Prima di immergere le protagoniste nell’oscurità Marshall ha anche il tempo di citare l’urlo sotto la doccia di Janet Leigh ma appena la camera (del regista ma anche quella posseduta da una delle ragazze) sprofonda nella bat-caverna (e con loro anche l’incauto spettatore) le cose si fanno subito claustrofobiche e angoscianti.

Marshall organizza e filma il set (i Pinewood Studios trasformati in cunicoli e abissi) in maniera mirabile, alternando l’incipit arioso (fra boschi e fiumi, con una illuminazione ricca e una natura lussureggiante) con un seguito soffocante, riuscendo a moltiplicare il reale spazio a disposizione in una serie di momenti fra il claustrofobico (alcuni passaggi davvero stretti nei quali finiamo incastrati insieme alle protagoniste, e come a loro manca l’aria anche a noi…) e l’infernale (le caverne più vaste illuminate da un Sam McCurdy che gioca compiaciuto ed efficace con i toni rossi dei fuochi di segnalazione, quelli gialli della torcia e i verdastri delle luci chimiche).

Infernale.. Perché proprio di Discesa agli Inferi si tratta: l’Inferno delle relazioni amicali che si deteriorano alla prima seria difficoltà, il Tartaro dei tradimenti e degli omicidi, la Gehenna del rimorso e della vendetta. Nel secondo tempo il filmaker non concede un singolo attimo di tregua e l’entrata in campo dei crawler muta il film da psicodramma a festa del terrore, dell'azione e dello splatter.

L’appassionato del gore avrà una dose fin troppo abbondante della sua pietanza preferita: sangue che spruzza come un geyser, bava, intestini, mutazioni del corpo, ossa che fuoriescono dalle gambe, occhi cavati e chi più ne ha più ne metta.
Chi cerca momenti di spavento improvviso verrà allietato da 4-5 apparizioni a sorpresa dei mostri, realizzate con montaggio e cura maniacali.
Il cultore dei momenti di riflessione metacinematografica troverà pane per i suoi dentini nella telecamera a ripresa notturna in dotazione di una delle donne: i mostri, nell’oscurità, possono essere visti solo attraverso lo schermo con tutto quello che ne consegue, dal cinema come strumento di disvelamento e comprensione del reale a tutta una serie di riferimenti a certi titoli degli utili anni (The Blair Witch Project in primis).
Spazio anche agli appassionati delle scene d’azione (i combattimenti sono crudeli e frenetici) e a chi cerca qualche angolo di poesia (il sogno/incubo ricorrente con la bambina che regge torta e candeline…).

Ma se tutti questi sono elementi di indubbio spessore e valore vi sono anche falle logiche e rappresentazioni psicologiche e morali che riescono a far detestare il film in certi suoi passaggi. Alcune di queste falle sono fra l'obbligatorio, il tipico e il perdonabile: alcune delle ragazze sono fin troppo esperte e capaci per non aver mai esplorato caverne in vita loro; le fonti di illuminazione sono gestite a organo riproduttivo di canide sebbene funzionino alla grande; l'inganno di Juno è assurdo e le capacità reattive delle prede spropositate; i caratteri a tratti stereotipati; la separazione fra primo atto e secondo atto troppo marcata e schizofrenica e le relazioni rigide e monorotaia, tanto per nominare solo alcuni guasti.

Quel che però più preoccupa parte del mio approccio e interesse critico è la retrograda, detestabile e dannosa rappresentazione della donna che occorre lungo tutto il film. The Descent è uno di quei film che solo in apparenza propone un lavoro di empowering della figura femminle, mentre in realtà (1) opera in sottrazione e contro vari personaggi memorabili, in un tragitto che da Rosemary Woodhouse conduce alla Samantha interpretata da Jocelin Donahue.

Il percorso retrogrado operato in questo caso è ancora più pericoloso e infettivo in quanto agisce in maniera meno stupida e scoperta rispetto a titoli quali, per esempio, Sucker Punch o, ancora peggio, Bitch Slap e ricorda molto da vicino il passo del gambero che è stato fatto, in campo di narrazioni fantascientifiche, dalla stupenda Molly di Neuromante a Trinity la Dea Casalinga di Matrix(2). Sono derive pericolose in quanto si ha la sensazione che parte del pubblico non le avverta e metabolizzi nel corso del tempo messaggi fuorvianti che ripristinano status quo e visioni che si sperava appartenessero al passato.

In pochissime parole, il concetto proposto è: se come femmina vuoi riuscire, devi fare cose da maschio.

Marshall sceneggiatore rappresenta un gruppo di donne (e concentriamoci ovviamente in particolare su due, Sarah e Juno) che lui pensa (e il pubblico avverte) come forti, coraggiose, migliori, indipendenti, brave, capaci e tutto il resto. Purtroppo i modi che sceglie per rappresentarle come positive ecc ecc si rifanno del tutto a campi maschili. Lo sport è uno di questi metodi. Da sempre considerato dominio maschile, con le naturali eccezioni per alcune rare categorie, lo sport ha condizionato in modo negativo la visione e i discorsi fatti, nel corso di decenni, su molte atlete che venivano "viste" come devianti dalla femminilità, con narrazioni di supposto lesbismo o in generale di una eccessiva mascolinità.

Un esempio esemplare è nella descrizione fisica e caratteriale di Holly, vero e proprio butch di antica data...

Allo stesso modo l'abilità di combattere sul piano fisico, l'essere "guerriero", è altro campo maschile e di nuovo le donne che nella storia o nel mito hanno penetrato questo campo sono spesso state descritte come devianti, da quelle che si amputavano il seno in poi.

Sarah e Juno sembrano in principio aver la possibilità di contrastare questi discorsi, proponendosi comunque in modo diverso dalle generali caratterizzazioni appena discusse, ma più si avanza nel film più il loro essere "altro" dalla visione di una donna, la loro natura "negativa" (secondo accezione comune) come esseri umani in toto emerge in modo sempre più evidente fino a minare questo potenziale sviluppo positivo.

Juno tradisce più volte singoli e gruppo, prende decisioni senza consultare la comunità, mente in maniera abituale, uccide per over-reazione un suo compagno. Siamo all'opposto della concezione (collective, caring and relational) proposta da Angie Burns(3) e questo opposto non è un positivo in quanto viene attuato da devianti negativi.

La stessa Sarah è plagiata dal lutto e riconducibile, attraverso comportamenti e visioni lungo tutto il film, a una idea di follia. Quando non è folle (se si può non esserlo a tratti) le sue azioni sono motivate da processi mentali negativi, retrivi e illogici e le sue capacità di combattimento derivano dalla pazzesca furia in seguito alla comprensione del tradimento (e la prima uccisione compiuta da Sarah è su un crawler femmina, unico caso in tutto il film, per poi "uccidere" Juno la traditrice invece di incolpare il suo defunto marito traditore).

Marshall rappresenta donne così poco donne e così tanto "altro" (e un altro negativo) che quando usciamo a riveder le stelle si ha la netta sensazione che sarebbe stato "meglio" assistere a un impietoso massacro da parte dei crawler su vittime impotenti piuttosto che a questa fuorviante rappresentazione di donne forti.

Questo dato, ovvio, non deve sottrarre valore all'opera se la stiamo giudicando da un punto di vista tecnico, ma pone forti dubbi sul valore costruttivo e propositivo nei confronti dei suoi contenuti relegandola, temo, nel puro prodotto di intrattenimento, ed forse è comunque un lusso avere intrattenimenti di questo livello.


1) Lazard, L. (2009) You'll Like This! It's Feminist! Representations of Strong Women in Horror Fiction, Feminism Psychology 19; 132
2) Czarniawska, B e Gustavsson E. (2008) The (D)evolution of the Cyberwoman?, Organization 15; 665
3) Burns, A. (1999) Power Between Women: The Constructed Otherness of Other Women, Feminism Psychology 9; 4


Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:

sabato 16 luglio 2011

Is anybody out there?

Lo so, non posto da un po', perlomeno da un po' tenuto conto dei miei ritmi durante gli anni passati. Ci sono ancora e dovrei ricominciare a darmi da fare prossima settimana, con una recensione di The Descent che spero sarà interessante.

Il fatto è che... Sta andando tutto fin troppo bene, caldo a parte, sotto ogni punto di vista. Quando mi sono licenziato mai più avrei pensato che, in così poco tempo e senza cercare più di tanto, sarei riuscito a trovare il modo di vivere di scrittura. A 40 anni suonati, senza laurea, avendo fatto prima il muratore e il commesso. Ovvio, mi mangio i coglioni ogni giorno (di solito tagliati fini, crudi, prezzemolo, aglio, pepe, olio e limone, una delizia estiva) per non averci creduto e provato prima, ma pazienza, me la godo anche.

E vivendoci, di scrittura (non di narrativa, ovvio) mi fanno ancora più compassione tutti gli esordienti forever che o spalmano narrativa a cazzo leccandosi a vicenda e recensisci tu che recensisco anch'io sperando poi forse ma se domani vedrai, vedrai o, molto peggio, quelli che scrivono gratis per vergnosi portali e siti sperando di nuovo che poi forse ma se domani vedrai, vedrai.

Vedrai vedrai non funziona: avete visto come è finito Tenco no? E quel tesserino non vi servirà a una ceppa, ve lo assicuro, ci sono passato!

Guadagno più io (soldi, lettori, riscontri e soddisfazioni) con la scrittura in tre mesi che alcuni autori Mondadori da edicola in un anno: c'è qualcosa che non quadra, non dovrebbe andare così, specie perché non sto nemmeno sbattendomi. Non è giusto per loro, posso solo pensare questo, e mi dispiace, mi dispiace persino per gente che disprezzo: è finita l'era del disgusto per certi scribacchini, ora provo una moderata compassione e credo sia meglio, almeno, si sta meglio provando questa piuttosto che il disgusto e la rabbia.

Dicevo, sta andando bene quindi sono forse fin troppo rilassato, tutto lì, ma lavoro anche al di fuori del "lavoro" eh, è solo che le 200 bastarde schede da compilare con dati assurdi per il saggio sono impegnative, devi guardare i film in altro modo (Come è vestita? Fuma? Ha amici, è casalinga, che grado di istruzione? Nudità? Come scopa se scopa? Subisce? Non le manda a dire? Sport? Hobby?) e l'è lunga. Ma piacevole e, a differenza del romanzo, ho la sensazione di realizzare una cosa unica, che nessuno ha mai fatto in Italia e, da certi punti di vista, al mondo. Quindi posso andare lento, DEVO andare lento e, sempre al contrario del romanzo, so già che lo completerò e, sì, è anche questa una magnifica sensazione, una sicurezza che io non ho mai provato in vita, delle sicurezze non mi è mai importato nulla ma devo ammettere che è bella cosa.

Quindi oh, scusatemi per i momentary lapses ma ci sono eh, prossima settimana, intorno alla metà, cercheremo di parlare di The Descent e di come tratti male la figura femminile, mischiandoci magari anche Blade Runner e Matrix, ok?

Ah sì, bevete succhi, state all'ombra nelle ore più calde ed è l'umidità, mica il caldo eh. Me lo ha detto Italia 1...

Vi regalo quello che è sempre stata la mia narrazione perturbante preferita: ho sempre, sempre avuto paura di finire come lui, parte dittatoriale inclusa, e persino lo schifoso piacere del dittatoriale incluso. Per fortuna non è successo, ma è sempre stata una dura lotta non cedere a quel possibile, inutile piacere. Poi scatta un clic e si cambia, per sempre, e non si torna indietro...

Geldof era un figo della madonna e un role model assoluto, capelli lunghi o impomatati all'indietro, poi è andato in Africa e affanculo.
Buon week end!

martedì 5 luglio 2011

Il suicidio più bello



Ieri mattina stavo cercando alcune immagini da postare sul mio tumblr. Fa parte più o meno della routine quotidiana che seguo prima di mettermi a scrivere: qualche foto o disegno per questo progetto che, iniziato da così poco, sta già regalandomi soddisfazioni cui mai avrei pensato prima, e poi tre canzoni per il blog musicale. Sono due scatti, due movimenti diversi all'interno del loop: trovare immagini è per molti versi rilassante, mi inserisco nel flusso creato da tutto quel che seguo, ne prelevo alcuni brandelli che mi hanno colpito e li inietto nel mio flusso personale, in attesa di essere prelevati da altri e ridistribuiti in un una serie infinita di accostamenti e permutazioni.

Per il blog musicale è invece tutto più complicato, devo decidere se si tratta di una giornata a tema o se voglio giocare a legare una band all'altra o ancora, se non ho nessun filo, devo comunque individuare tre brani, scovarli, trovare anche i testi e chiedermi quale sia la sequenza migliore in un universo che avverto come molto più personale e meno permeabile, una sorta di dettagliata playlist in continua espansione. Entrambi (il tumblr lo ha già quasi fatto) sono destinati a superare la casa madre nei freddi numeri (di post pubblicati e lettori) e, insieme a facebook, mi hanno permesso di alleggerire l'alma mater di incombenze e pesi per lei superflui.

Ecco, ieri mattina questo meccanismo perfetto e oliatissimo si è bloccato per la prima volta da quando l'ho avviato. Si è inceppato perché sono incappato (basta un cambio di vocale, in fondo) in una foto particolare, che ha prima di tutto deviato la mia curiosità e quindi, quando ho appreso di cosa si trattasse, ha infettato i miei pensieri a lungo e ora si annida in cerca di sfogo: qualcosa che mi dice che devo in qualche piccolo modo salutare questa ragazza e cercare di essere gentile con lei. La foto, è ovvio, la vedete qui, sopra le parole che state leggendo. Magari molti fra voi l'avranno già vista: per me era la prima volta e ho subito pensato a qualche sorta di fortunata intuizione da parte di un artista abile a cogliere la contaminazione fra uomo e macchina, decenni prima che questa diventasse un concetto usurato. Sarebbe già stato sufficiente, ma non avrebbe meritato ulteriori energie.

Lei riposa fra rottami e macerie, il corpo rilassato, le gambe incrociate e una mano guantata che rigira una collana di perle. Mai avrei potuto pensare che questa fosse la foto di una ragazza che si è lanciata dall'86esimo piano dell'Empire State Building il 1 maggio 1947, impattando contro una cadillac parcheggiata 300 metri più sotto. Vedo ogni giorno foto e riprese di incidenti più o meno mortali, da più anni di quanti abbia voglia di ricordare, e posso assicurarvi che una compostezza e serenità tali non sono rari: sono unici.

Evelyn Francis McHale, questo il nome della ragazza, era nata nel 1923 in California, sesta di sette figli. Il padre lavora in banca e i suoi trasferimenti trascinano la nidiata attraverso gli States. Quando arrivano a Washington però Helen, la madre, non ce la fa più: hanno avuto la fortuna di passare intatti attraverso la Grande Depressione ma le depressioni più piccole passano all'incasso e reclamano divorzi, lasciando Vincent, il padre girovago, con sette bambini da accudire.

E lui reagisce con l'ennesimo movimento: tutti a Tuckahoe, New York, dove Helen completerà la high school finendo poi nei Women’s Army Corps che la obbligheranno, che novità, un altro vagabondaggio, questa volta in solitaria. Destinazione Missouri e l'esperienza non deve essere delle più fortunate, visto che a termine servizio Helen brucerà la divisa. La New York cantata da F. Scott Fitzgerald è ormai altra cosa, ma non ha perso nulla del suo flusso magnetico ed Helen decide di tornare nella Grande Mela per completare il Falò.

Trova lavoro, ragazzo e un matrimonio per giugno 1947, ma qualcosa non gira per il verso giusto e forse non è mai girato e non c'è stata nessuna rinascita dalle ceneri di quell'uniforme, né sembra che covi il classico fuoco sotto la cenere.
Il 30 aprile Helen corre a Easton per festeggiare il compleanno del suo fidanzato e il giorno dopo, il primo maggio, May Day, piglia un treno alle sette di mattina per tornare a New York. May day oltre che una festa è anche il grido di allarme che viene lanciato dalle navi, e questa splendida barca sta per colare a picco da trecento metri.

Il treno impiega un'ora e sei minuti per arrivare a New York. Cosa siano stati quei 66 minuti nessuno può saperlo, il suo ragazzo afferma che “When I kissed her goodbye she was happy and as normal as any girl about to be married.” E può darsi. E non importa.
Magari Helen già fissava l'Empire dal finestrino, chissà.

L'Empire State Building ha la sua lunga storia di suicidi, verrebbe quasi da dire "d'ordinanza". Non sei uno dei più noti grattacieli del mondo senza trascinarti a corredo la tua dote di jumpers, così come non sei un ponte davvero degno di tal nome senza la tua coorte di suicidi. Qualcuno lo scelse come punto terminale ancora prima che ne fosse completata la costruzione, pensate. Altri precederanno questa ventitreenne e altri la seguiranno da un simbolo che continua a catalizzare fantasie di ogni tipo anche adesso che è stato surclassato da deliri, incubi e sogni architettonici ben più arditi.

Helen si reca in un hotel, scrive alcune righe e quindi alle dieci e mezza circa varca la soglia. L'ascensore la porta alla piattaforma panoramica posta all'86esimo piano e, di nuovo, chissà cosa avrà pensato lungo questo tragitto, l'ennesimo di una serie infinita cominciata in California.
Ripiega con cura il soprabito e lo lascia lì, insieme a una borsetta per il trucco, alcune foto di famiglia e un taccuino nero. L'ultimo viaggio dura pochi istanti, la stazione d'arrivo è una United Nations Assembly Cadillac parcheggiata sulla Trentaquattresima Strada, il proprietario è andato a prendere qualche cura provvisoria in farmacia, mentre Helen andava incontro alla cura definitiva.

Il suo arrivo è preceduto, afferma un agente di pattuglia, dal volteggiare di una sciarpa bianca. se una scena simile la vedessi in un film penserei a un eccesso di sceneggiatura. Quindi l'impatto, che lo stesso agente definisce una "esplosione". Accorrono gli psicopompi, a frotte e stormi, siamo nel centro di una delle città più popolate del mondo. Arriva anche un giovane fotografo, Robert C. Wiles, che si trovava nei paraggi e scatterà l'immagine che vedete qui sopra.
La stessa immagine che finirà su Life pochi giorni dopo e su molti volumi per poi essere vampirizzata, popizzata, banalizzata, serializzata dallo psicopompo per eccellenza del secolo scorso, Andy Warhol, per la sua serie Death and Disaster (1962-1967).

Di solito il pensare o, peggio ancora, l'affermare "ha trovato la pace" è atto così indegno e insieme volgare e banale da risultare quasi intollerabile per me, ma in questo caso l'immagine suggerisce qualcosa di così potente, composto e sereno da farmi supporre che qualche volta la si possa davvero trovare, questa pace.

L'addio di Helen:

"Non voglio che nessuno, della mia famiglia o meno, veda alcuna parte di me. Potete distruggere il mio corpo cremandolo? Prego voi e la mia famiglia – non voglio nessun funerale o commemorazione. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo in giugno. Starà molto meglio senza di me. Dite a mio padre che ho preso troppe tendenze da mia madre."

sabato 2 luglio 2011

Cosa vi ha spinti verso l'horror?



L'occasione è fornita dalla domanda che Iguana Jo ha posto nei commenti della precedente recensione e che, a memoria, non mi sembra di aver mai rivolto a chi frequenta la malpercasa.

Mi limito quindi a usare le sue parole, la domanda mi sembra già ben precisa così: date risposte all'Iguana affamata di conoscenza!

Posso chiedere ai tuoi ospiti cosa li ha spinti verso l'horror? Cosa apprezzano nel genere? Grazie!