giovedì 30 giugno 2011

The woman (2011)

THE WOMAN
2011, USA, colore
Regia: Lucky McKee
Soggetto/Sceneggiatura: Lucky McKee e Jack Ketchum
Produzione: Moderciné

Una donna, selvaggia, artigli e zanne, si aggira per i boschi appena dietro una classica piccola cittadina statunitense. Cattura animali e li divora crudi, conducendo una vita primitiva fatta di caccia e riposo in anfratti del terreno.


Poco distante Chris Cleek, un avvocato del posto, se la cava così bene da poter far vivere moglie (casalinga) e tre figli nell'agio di una splendida casa di campagna. Fra barbecue, feste in piscina e scenette di normale vita familiare si insinua però, fin da subito, qualcosa di anomalo nel quadro idilliaco.


Chris è un uomo tranquillo che programma la vita della sua famiglia assegnando precisi compiti a ogni singolo elemento, senza mai bisogno di alzare la voce, con ordini quieti e aria sorridente. La moglie, Belle, è una donna fragile e servizievole, sempre pronta a esaudire i desideri del marito.
La figlia maggiore, Peggy, all'ultimo anno di high school, sta passando un periodo di depressione, non socializza più coi compagni, è taciturna e triste.
Il figlio, Brian, è un ragazzo quieto che osserva quel che gli accade attorno senza apparenti reazioni emotive.
La più piccola, Darlin, pare invece esente da quel che turba il resto dei Cleek e regala affetto e baci a chiunque, ascoltando la sua radio giocattolo e mangiando gli amati biscotti a forma di omino.


Chris ama andare a caccia.
Chris torna dal bosco e ordina a figli e moglie di sgomberare una cantina esterna alla casa.
Chris intrappola la donna selvaggia e la porta dentro la prigione che ha fatto preparare.
Chris farà capire alla donna, con torture, sevizie e violenze sessuali, chi comanda. E la sua famiglia lo aiuterà a fare quel che deve essere fatto...

Per gli amanti della versione breve: era inevitabile che il connubio fra quello che ritengo il migliore scrittore del Perturbante contemporaneo e uno dei registi migliori della sua generazione producesse infine un capolavoro.
E se è difficile operare distinzioni fra i capolavori, occorre anche dire che ce ne sono alcuni più necessari di altri, per il tipo di discorso che tentano e ancor di più per il momento in cui escono.

Sulla scia di Martyrs e House of the Devil, abbiamo finalmente il terzo titolo imprescindibile e fondamentale di questi ultimi anni e di conseguenza il terzo cineasta che può iniettare robustissime dosi di anticorpi a un genere che al momento non se la sta passando benissimo.
Anticorpi femminili, come era già stato il caso degli altri due titoli menzionati.

Non ho voglia di controbattere a chi ha definito il film "misogino". Credo che si tratti più o meno dello stesso schema mentale che tende a definire "fascista" un film nel quale c'è qualche giustiziere privato, e così via: non riesco a rapportarmi, per miei difetti, con un modo di classificare e pensare così alieno, non c'è un minimo di base comune e quindi, come faceva Jacobs in uno splendido racconto di Flannery O' Connor, "non discuto".

Ketchum e McKee sono abituati a lavorare insieme, essendosi incrociati prima nel buono The Lost e quindi nell'altrettanto valido Red. E di linee che si intersecano, in questa produzione, ce ne sono tantissime, da quella splendida musa malata che è Angela Bettis (che McKee ha impiegato sia in May che in Sick Girl e, in modo più subdolo, perfino in The Woods) a Polyanna McIntosh che aveva già offerto volto e corpo a questo personaggio nelle vicende selvatiche e cannibalesche del caciarone e carnevalesco Offspring, in sostanza l'antefatto della vicenda qui narrata.
E, altra cometa che torna dopo un lungo giro, spunta anche Andrew van den Houten, sorta di Larry Fessenden in sedicesima: recita qui, produce là, dirige su, suona giù... Credo che lo sappia, di brillare più che altro come produttore (The Girl Next Door e appunto The Woman) che come regista (Offspring, l'incerto Headspace), e va bene così.

Tutti questi vettori, a furia di incontrarsi e scontrarsi, hanno (era solo questione di tempo) creato la reazione a catena perfetta. Lucky McKee avverte fiducia e si lascia andare del tutto, senza più frapporre istanze "normalizzanti" (ed ecco il lato encomiabilissimo di van den Houten e della produzione tutta) che bene o male lo hanno sempre un po' frenato: organizza spazi, corpi, inquadrature, montaggio e frasi come più gli pare e piace, spalleggiato da tutto il reparto tecnico e da un cast che non ha eguali nel recente panorama di genere (se non, guarda caso, in Martyrs e House of the Devil) per come riesce a brillare compatto, anche nei ruoli minori.

McKee è un autentico maestro nell'arte di spiazzare e di straniare, sia all'interno di una singola scena, per l'uso delle componenti diegetiche ed extradiegetiche, sia quando si guarda a qualche elemento per la prima volta e lo si rapporta in seguito ad altri avvenimenti e particolari. Si parte a razzo, con la donna che scappa attraverso i boschi in seguito a quanto accaduto in Offspring: fango, sangue, acqua, roccia, radici, tutto si mischia e impasta nella fotografia di un Alex Vendler controllato, che lungo tutto il film non cede a voglie di manipolazione eccessiva perché, lo sa, non bisogna distrarre lo spettatore coi trucchetti.
Dal torbido lo stacco alla festa dove ci viene presentata la famiglia Cleek è decisissimo: siamo nella "civiltà", non si mangiano gli animali crudi ma a parte quello i comportamenti violenti, i soprusi e le angherie sono presenti in cifra maggiore in questo ameno quadretto di paciosa suburbia e tanto più disturbanti proprio perché gratuiti. Ragazzi che importunano ragazze, bambini che mettono in angolo bambine, indifferenze assortite, divieti ingiusti, potere esercitato in modo sottile (la "benigna" trattativa sulla casa da parte di Chris è già una spia di allarme) in una serie di rapide scenette che mettono già in chiaro di cosa si parlerà.

Si parlerà di potere, di controllo, di ruoli, di generi e di rapporti fra queste cose; di come controllo e ordine siano spesso legati in modo maniacale e di come sia il primo che il secondo siano mere illusioni;  di quanto, infine, appartenere a un genere preciso (il maschio) e a un ruolo ben riconosciuto (capofamiglia, professionista di successo, ricco) faciliti e "autorizzi" l'esercizio di potere su altri ruoli e generi meno "fortunati". Vi sono già gli spiazzamenti, ovunque: Brian osserva taciturno tre bambini maschi che vessano una bambina e noi siamo indotti a farci una serie di idee sul suo carattere, per poi capire solo in seguito le reali implicazioni della sua inazione.

E questi elementi non ci verranno imboccati come pappa pronta con sottotitoli, come capita troppo spesso in un genere che ha la sventura di attirare e confrontarsi con un pubblico bisognoso di didascalie. No, come sottolinea con giusto vigore Lucia nella sua recensione:

McKee parla e racconta attraverso le immagini, centellinando i dialoghi e le spiegazioni al minimo indispensabile, perché a lui non serve altro. Non ha quasi bisogno delle parole. E’ la macchina da presa che narra, è ciò che essa sceglie di mostrarci, è il dove McKee decide di piazzarla, è linguaggio cinematografico puro ed essenziale, senza orpelli o facilitazioni di sorta per lo spettatore, a cui è richiesto uno sforzo di comprensione e a cui è conferito un ruolo attivo. Il non sommergerci di informazioni, è segno di grande rispetto da parte di McKee (e ovviamente di Ketchum alla sceneggiatura): finalmente un film che non tratta chi lo guarda come l’ultimo dei cretini. Il che nell’attuale triste epoca dominata dallo spiegone sarebbe già sufficiente per alzarsi in piedi e applaudire.

Da questa partenza a razzo, giusto il tempo di dispiegare le truppe, non vi è più sosta, intermezzo o pausa ma solo un allucinato gioco al rialzo nel quale un piccolo uomo tenta di controllare una grande donna e a ogni giro di vite si trova costretto ad alzare di una tacca l'amplificatore della sua follia per nascondersi l'evidenza.

Il primo incontro fra Chris e la donna (lui è a caccia e la scorge con il mirino del fucile mentre lei, mezza nuda, pesca in un torrente) è esemplare della tecnica di spiazzamento di McKee. Il momento è di assoluta tensione e ci sentiamo anche quasi intrusi, spioni. Ci aspettiamo tutta una serie di cose, ci sono gli obbligatori campi ne controcampi che preludono a...
A un basso pastoso e una canzone rock generica, nemmeno più di tanto significativa o particolare, la cui prima strofa dice "ti ho visto camminare per la strada con quelle tue scarpette nere e ho capito che dovevi essere mia, pa pa pa pa paaa..." e pare di essere stati scagliati in qualche commedia romantica, anche un po' volgarotta, quando lui vede per la prima volta la donna della sua vita..
L'accoppiamento sulla carta manderebbe ko qualsiasi pretesa di realismo, qualsiasi patto pregresso con lo spettatore e, nelle mani di qualsiasi altro regista, avrebbe innescato un terribile collasso, tale da scagliare il film in territorio teen horror comedy da Mtv.
Ma McKee per fortuna è un geniaccio, sa quel che vuole e come ottenerlo e se brilla in tantissimi campi, il settore dove splende più di tutti è nell'uso della musica e del sonoro (e, ehi, ma di nuovo, che caso, vi ricordate l'uso della musica da parte di Ti West?), con accostamenti di questo tipo disseminati lungo tutto il film, spesso esasperati o all'apparenza non funzionali e che invece rendono The Woman una perla anche dal punto di vista della colonna sonora, non in quanto parte a se stante ma come componente essenziale per una narrazione stralunata e di leggero taglio ironico.

Boys will be boys, dice a un certo momento Chris, per giustificare un atto terribile, di portata gravissima. Verrebbe da avvertirlo, se non lo detestassimo con tutte le nostre forze, che non tutte le girls will be girls.
E sono questi microinserti, questi cenni, gesti e brevi frasi che colpiscono ben più a fondo e ben più forte delle torture che verranno compiute sul corpo della donna.
Viene appesa, legata, lavata con acqua bollente, costretta a mangiare da una ciotola, violentata, lavata di nuovo con getti d'aria compressa, le sparano contro, la picchiano, usano tenaglie sul so ventre e sui seni... Ma se già queste scene sono eseguite con la giusta parsimonia di sangue e gore (ma non preoccupatevi, arriverà anche quello in un finale intollerabile che manda a nanna tanto estremismo estremorientale) sono in realtà ben altri i momenti in cui ti ritrovi scosso, distrutto persino nel fisico di fronte al terribile uso del potere e del controllo che alcune persone esercitano nei confronti di altre, con tutte le terribili conseguenze, le vite distrutte, i riverberi su e giù per la Storia e le storie.

La carezza di Chris alla donna stremata dopo tutte le torture, mentre vuole insegnarle a dire "grazie".
Lo schiaffo indifferente che Chris molla alla moglie quando questa osa avanzare qualche perplessità sul tenere una prigioniera: un gesto così quotidiano, filmato come se si riprendesse l'automatico "buongiorno" alla colazione, e subito dopo, Chris che si mette a letto e invita Belle a fare lo stesso, come se non fosse accaduto niente.
La "buonanotte" di Chris a sua figlia Peggy.
Il "perché così dico io", senza mai dare motivazioni.

Trovo che sia in questi scarti minimi, meno eclatanti, che si annidi il nucleo più cattivo e inesorabile della violenza e del potere, gesti che riducono tutti gli altri a oggetti tanto quanto le torture alla donna e che, proprio perché quotidiani, non avvertiti, reiterati e usurati, diventano spie di una patologia che abbiamo molto spesso, troppo spesso condonato e sottovalutato nel corso dei secoli.
E quanti, quanti accenni, sottotesti, piccole suggestioni che serpeggiano lungo la pellicola, c'è persino tempo e spazio per suggerire, tramite un commento della segretaria di Chris, qualcosa riguardante certi azzardi economici in tempi di crisi, ulteriore segno della spirale di follia dell'uomo-Uomo.

Spirale che porterà lui e la famiglia tutta a un finale di violenza inaudita del quale non intendo parlare per timore di spoilerare alcunché: posso solo dirvi che in un sovraccarico di terrore, disgusto, pietà e paura McKee e Ketchum trovano anche i modo di inserire un twist/rivelazione che lascerà di sale parecchi spettatori.

E  no, come e più che per Martyrs o The girl next door, non è un film che io possa consigliare a tutti, caveat launched.

Non si può terminare di elogiare questo capolavoro senza aver prima omaggiato l'intenso e perfetto cast.
Sì, Polyanna McIntosh è giocoforza al centro dell'attenzione e reagisce da super professionista: regala una prova di altissimo livello, fra il tour de force fisico, il coraggio nel mostrarsi, una spaventosa abilità nell'emettere versi bestiali e una serie di sguardi che sarebbero capaci da soli di castrare Leonida, i suoi 300 cuccioli e tutta la Sparta rimasta a casa.
Ma se si tessono le giustissime lodi solo alla McIntosh si compiono gravi torti nei confronti di tutti gli altri. Angela Bettis che piega le spalle, inscricciolisce, vaga per le stanze sommessa, inquieta e debole (ma quanto è violenta e manipolatrice anche lei, nel tentativo di proteggere quello squallido pochissimo che ha?). Lauren Ashley Carter ottima nei suoi silenzi e ripiegamenti, Zach Rand che inquieta più di tutti gli altri messi assieme senza quasi muovere muscolo e, oh, persino Carlee Baker rigogliosa, ironica ed erotica come non mai, necesaria (minima) valvola di sfogo a questa pentola a pressione nucleare.
E poi...
E poi c'è Sean Bridgers nei panni di Chris e nel ruolo che, come dicono gli statunitensi, è career defining. Perfetto, ogni tic, ogni scatto, ogni sorriso, ogni sfuriata, perfetto.
E sì, chiudiamo sulla nota più lieve, perché Shyla Molhusen ci regala una adorabilissima Darlin e riesce a farlo non nel solito modo zuccheroso e artefatto così comune in ruoli del genere.

E a proposito proprio della piccola Darlin, vi suggerisco di rimanere seduti fin dopo i titoli di coda... :)

Capolavoro in grado da solo di rimettere in sesto una intera stagione cinematografica.
Grazie Mr McKee, non ho mai dubitato di te e regalerai ancora tantissimo a questo genere.
Mr Ketchum: non ci sono parole per quello che fai e, da quel poco che ho scorto, per la persona che sei. Grazie, non c'è modo di saldare il debito.

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martedì 28 giugno 2011

Exit through the gift shop (2010)

EXIT THROUGH THE GIFT SHOP
2010, USA/UK, colore, 87 minuti
Regia: Banksy
Produzione: Paranoid Pictures

La sinossi, come potete notare piuttosto lunga, contiene alcuni spoiler. Io non penso siano spoiler, in un documentario di questo tipo, ma alcune persone potrebbero considerarli tali. Quindi mi sembra rispettoso nei confronti del lettore avvisare. Avviso anche che dopo la sinossi è presente quel che ad alcuni miei lettori risulterà il solito, inutile e banale pippone. Sempre per rispetto, quindi, avviso il lettore che la sinossi è in corsivo e può poi immediatamente saltare alla porzione dopo i tre asterischi per leggere le considerazioni sul documentario, evitando le zone non desiderate. Buona lettura!

Thierry Guetta è un tipo peculiare: orfano di madre dall'età di 11 anni, si sposta dalla Francia a Los Angeles dove apre un negozio di abbigliamento vintage che riscuote parecchio successo. La sua ossessione è però il filmare: con la sua camera filma ogni momento della sua vita e di quella di chiunque altro incontri.


Il momento in cui tutto cambia, per Guetta, è quando incontra Space Invader, uno street artist, e decide di seguirne e documentarne le gesta. Da lì si aprono nuovi orizzonti per Thierry, che trascura sempre di più negozio, moglie e figli per seguire le scorribande dei più famosi street artist, con particolare attenzione nei confronti di Shepard Fairey.


Dopo anni passati a filmare e a collaborare con questi artisti, a Guetta manca però ancora la vera star, l'infilmabile per definizione, Banksy. E quando, dopo vari tentativi, riesce a conoscerlo e a riprenderlo, fra i due si origina un importante sodalizio, con Guetta che accompagna Banksy in alcune delle più riuscite incursioni rischiando insieme a lui.


Le ore di materiale filmato si accumulano durante gli anni e diventano una preziosa testimonianza per un tipo di arte che talvolta è destinata a scomparire nel giro di pochi giorni. Banksy suggerisce quindi a Guetta di tirare le somme e creare un film montando il meglio di questo materiale. Il risultato è disastroso e lascia capire quel che già si era intravisto fin troppo bene: Thierry è una persona ossessionata, priva di talento, molto brava a ripetere in modo compulsivo il gesto di filmare ma senza una direzione, uno scopo, una visione dietro questo gesto.


Banksy, non avendo il coraggio di mettere l'amico di fronte a tale fallimento, suggerisce un'altra via a Guetta: perché non diventare anche lui uno street artist? Il francese non se lo fa ripetere due volte: vende il negozio, si indebita alla grande e, invece di passare attraverso la necessaria fase di gavetta, apre subito un grande studio con dipendenti di ogni tipo per allestire quanto prima possibile la sua prima mostra-evento.


I risultati artistici sono ancora più disastrosi di quanto accaduto con il documentario e sia Banksy che Shepard Fairey non sanno che dire ma scrivono comunque due frasi promozionali per questo personaggio sempre più delirante e imbarazzante. Frasi che con spaventosa puntualità Guetta usa per farsi grandissima promozione in vista della mostra.


Thierry è ormai fuori controllo, si rompe una gamba tre settimane prima dell'evento, non segue con cura l'allestimento preoccupandosi solo di gestire l'hype, a poche ore dall'apertura collaboratori e manovalanza si impegnano da soli a disporre le opere, senza nessuna direzione, opere di una pochezza desolante.
La mostra è un successo incredibile, i collezionisti fanno a botte per comprare, Guetta diventa milionario, famosissimo e da lì in poi richiesto ai più alti livelli (copertine per Madonna, per esempio).

Da queste parti si lascia perdere il dato vero/falso. A me non importa. Non è mai importato e capirlo, purtroppo con una certa lentezza, mi ha levato un senso di disagio che non riuscivo quasi più a sopportare. Di fronte alle due pillole colorate io sorrido, non ne scelgo nemmeno una, mi giro e vado a prendere una birra al pub, riflettendo su come mi sono state offerte, con quali gesti, con quali parole, come era vestito il tipo, dove ci siamo incontrati, cosa la gente pensa di questa offerta, quale pillola prenderebbe.

Si tratta di un meccanismo che, noto, sta contaminando anche quelle che io ritenevo mie radicate convinzioni politiche e sociali. Di fronte al manganello che fracassa la testa del ragazzo che non vuole la Tav on non vuole x cosa a me non interessano più di tanto le ragioni del ragazzo (o meglio, di chi c'è dietro il ragazzo) né quelle del manganello e di chi comanda di agitarlo. Le studio, ovvio, per poter meglio capire la scena che ho di fronte, ma trovo sempre più spesso assai difficile farle mie. Sia chiaro, provo una pena terribile per il dolore del singolo ragazzo e una rabbia e odio tremendo nei confronti del singolo agitatore di manganello. Ma sento di essere più portato, attratto dallo sguardo e analisi della scena senza assecondare schieramenti, che per molti è non entrare nella scena mentre per me ci entri e la modifichi appena la guardi e ne diventi comunque attore.

Sono quindi interessato, affascinatissimo dalle parole, dai gesti, dai colori, dagli slogan, da, per esempio, l'equiparazione Galli-Romani che è stata fatta, dalle narrazioni degli accampamenti che avevano persino piloni votivi per i protestanti religiosi, con tutte le possibili diramazioni e suggestioni che questa visione propone.

Questi discorsi sono diventati per me sempre più importanti fino a cancellare vero e falso, giusto e sbagliato e pazienza se ciò verrà considerato, appunto, "sbagliato", dannoso, amorale, qualunquista: sarà anzi parte dell'interesse verso il discorso. Ho una morale molto forte che ancora si manifesta (chi mi segue lo avrà notato, credo) in alcuni campi ma non ho idea di quel che gli accadrà, a questa morale, perché trovo sempre più interessante questa contaminazione che ho paura che, per chi invece ama schierarsi, sia una contaminazione banale e vigliacca. Forse la morale rimarrà intatta, è quello che mi sembra stia avvenendo, sparirà più che altro il mio interesse a scrivere e parlare di certi eventi in modi che comincio a considerare non più adatti a me. Tutto questo mi sta cambiando, forse nel modo più profondo che abbia mai sperimentato e mi sembra di vivere a un livello di intensità mai sperimentato prima. Questo cambia anche il modo in cui guardo le opere, è ovvio.

*  *  * 

Tutto questo chissà se c'entra con Exit trough the gift shop, vero? C'entra però il fatto che non mi interessa se la parabola di Guetta sia più o meno vera: esistono per me narrazioni buone, convincenti e narrazioni meno buone (e, non si scappa, meno convincenti) e questo ETTGS è narrazione straordinaria, affascinante, che ti prende per mano con lo stile semplice (in apparenza) del documentario rozzissimo per poi trascinarti a spiare, con un certo imbarazzo, la crescente follia di un uomo e poi riscagliarti, con l'ennesimo sleight of hand, verso altre constatazioni, verso altre suggestioni. Imperdibile.

Alcune di queste suggestioni, ma credo faccia parte del gioco, sono banali e strappano più di un sorriso: non credo che Banksy creda davvero che la street art possa essere in qualche modo "controcultura", con tutta la retorica della strada e della guerriglia e del terrorismo e della notte, credo che ci giochi e al massimo riescano buoni forse per qualche skater quattordicenne a corto di angst; così come il successo finale di Guetta e la pochezza dei suoi lavori (e della fauna che popola il suo evento, così come quello di Banksy stesso) e il "signora mia come è messo male il mercato dell'arte" sono alla fine particolari di poco conto e già rimasticati e pensati da sempre, disinnescati prima del nascere. Vengono però proposti, questo sì che credo sia importante, in modo così sospeso fra l'ironia, la burla e la totale serietà del gesto da mesmerizzarci all'istante, così come da bambini la stessa fiaba ci ipnotizzava anche se già sapevamo come andava a finire.

E poi ci sono i dati spessi, importanti, rilevanti: l'occhio che segue il processo produttivo di questi artisti. Le incursioni notturne, i movimenti spesso anche atletici, le performance, l'azione fisica, l'arrampicarsi, il modificare oggetti e simboli di uso comune, l'alterare appunto narrazioni altrui per dar loro nuove svolte e nuovi significati, svuotare di sensi e riempire di altri e mettere quindi in dubbio che i sensi precdenti fossero così importanti, tanto quanto quelli attuali.

Diventa quindi testimonianza multi-livello che non potete perdervi: narrazione di cosa sia la street art, narrazione di cosa comporti la mancanza di talento o genio (finisci col produrre cazzate imbarazzanti e no, ahimè, non potrai mai farcela a creare, ma ti potrebbe capitare di fare uno sfracello di soldi, quindi dacci dentro uguale), narrazione di cosa sia una ossessione. E senza dimenticare quanto, nel narrare, Banksy riesca a far ridere, ridere tantissimo e pensare molto...

E i volti. La credibilità di uno Shepard Fairey quando si mostra dubbioso nei confronti dell'aiuto che ha dato a Guetta lo pone appunto su livelli attoriali altissimi: o sta dicendo la verità o sta mentendo così bene che non conta.
Così come rimane impresso Banksy ombrascimmia che si sporge verso tutti noi, ci guarda negli occhi senza che noi possiamo ricambiare e ci dice: "I always used to encourage everyone i met to make art, i used to think everyone should do it. I don't really do that so much anymore..."

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martedì 21 giugno 2011

Non ero un loro compagno...



Un giorno, inoltre, certo per far sfoggio della propria "modernità" (non mi viene in mente nessun'altra ragione), Horiki mi condusse a una riunione clandestina del partito comunista. (Non rammento di preciso come si chiamasse quel luogo - "Società di Lettura", se non erro.) Un'adunanza comunista clandestina poteva rappresentare per Horiki nient'altro che un'ennesima veduta di Tokio. Fui presentato ai "compagni" e costretto ad acquistare un opuscolo. Dopodiché ascoltai una conferenza sull'economia marxista, tenuta da un giovanotto d'una bruttezza eccezionale, che era l'ospite d'onore. Tutto quanto diceva appariva assolutamente ovvio, e doveva essere vero senza dubbio, ma io ero certo che qualcosa di più oscuro, di più pauroso, s'acquattasse nei cuori degli umani. Non era soltanto cupidigia, e neppure vanità. Né era un semplice miscuglio di cupidigia e lussuria. Ignoravo di preciso cosa fosse, ma sul fondo del genere umano avvertivo qualcosa d'inesplicabile che non si poteva circoscrivere nei limiti dell'economia. Terrorizzato com'ero da quel sinistro elemento, detti il mio assenso al materialismo con la stessa naturalezza dell'acqua che si porta al proprio livello. Ma il materialismo era incapace di liberarmi dalla paura degli esseri umani; non potevo sentire la gioia della speranza che l'uomo conosce quand'apre gli occhi sulle foglie novelle..

Nondimeno frequentai regolarmente le adunanze della Società di Lettura. Me la godevo un mondo a osservare i "compagni" con la faccia tirata, quasi stessero discutendo questioni di vita o di morte, tutti assorti nello studio di teorie talmente elementari, che rientravano nella categoria del "due più due quattro". Cercai come potevo d'allentare la tensione delle sedute coi miei soliti frizzi. Ecco perché, immagino, l'atmosfera opprimente del gruppo si diradò poco a poco. Finii per acquistare tanta popolarità presso i compagni, che mi ritennero indispensabile alle adunanze. Quelle anime semplici si figuravano, chissà mai, ch'io fossi un'anima semplice al pari di loro - un compagno ottimista, ridanciano - ma se questo era il loro punto di vista, io li ingannavo completamente. Non ero un loro compagno. Eppure non perdevo una sola adunanza, e recitai da cima a fondo per quella gente il mio repertorio farsesco.

Lo recitai perché mi faceva piacere, perché quella gente m'era simpatica - non necessariamente perché fossimo uniti da una qualche comunità d'affetti che risalisse a Marx.

Irrazionalità. Trovavo il concetto debolmente allettante. O piuttosto mi sentivo a suo agio in sua compagnia. Ciò che mi sgomentava era la logica del mondo: essa dava l'assaggio d'una vaga potenza incalcolabile. Il suo meccanismo era incomprensibile, e non me la sentivo assolutamente di restare confinato in quella stanza senza finestre, agghiacciante fino alle midolla. Quantunque al di fuori si dispiegasse il mare dell'irrazionalità, era molto più ameno nuotare nelle sue acque, e così feci finché, di lì a poco, ci annegai.

lunedì 20 giugno 2011

Stop alle recensioni negative


*

Il post di venerdì scorso, quello riguardante Mother's Day, contiene l'ultima recensione negativa di questo blog. Credo sia un passo in linea con l'evoluzione (perlomeno, io la ritengo tale) del percorso iniziato un anno fa con la scelta di non occuparmi più della scena italiana.

Questa decisione, se ben ricordate, era già nell'aria parecchi mesi or sono, se ne era discusso. Credo di aver sempre scritto recensioni negative ricche di spunti interessanti e credo che da parecchi punti di vista possano creare e costruire molto, guardate per esempio quelle riguardanti l'ultima raccolta di racconti di King.

Ma credo anche, non avendo ambizioni di completezza, di accademia o di, boh, vendette personali nei confronti di narrazioni che ho ritenuto uno spreco di tempo, ecco, credo che sia molto importante il livello di soddisfazione e di benessere interno che crea lo scrivere, visto che di soldi non ne girano e la gloria (anche basata sul lavoro mio, chissà) se la stanno prendendo già altri e la ritengo comunque, come diceva quello, una roba da stronzi.
E se posso scappare dagli altri, non posso scappare da me stesso: il senso di soddisfazione che ricavo dalla scrittura di una analisi critica più o meno (è importante, ovvio, questo più o meno) positiva, rispetto a quello che ricavo da una stroncatura, è molto, molto più alto, non vi è confronto e corre in linea con il piacere della visione o lettura dello stesso.

Ne ricaverò anche in termini di tempo: già a pagina 30 dell'ultimo King stavo buttando il mio tempo e lo sapevo, stessa cosa al ventesimo minuto dell'ultimo film di Zack Snyder o Carpenter, non sarò più obbligato a dover vedere/leggere l'intera opera. Non mi interessa nemmeno più evitare brutte visioni o letture ad amici: posso operare al contrario e consigliarne di buone.

E comunque: vedo tutti i film del Perturbante che compaiono in Italia e buona parte di quelli del mercato occidentale, se entro un lasso di tempo ragionevole non ne leggete recensione potrete farvi due facili conti, riempire gli spazi, collegare i puntini.

Con questa mossa perderò circa un 25% dell'attività di posting, che andrò a colmare con altre attività, vedrò quali.
State bene, bisogna andare avanti sempre cercando di fare il massimo e il meglio.

venerdì 17 giugno 2011

Mother's day (2010)

MOTHER'S DAY
2010, USA, colore, 112 minuti
Regia: Darren Lynn Bousman
Soggetto/Sceneggiatura: Scott Milam
Produzione: Troma Entertainment, Genre Co. E vari

Beth e Daniel Sohapi stanno festeggiando insieme a sette loro amici l'acquisto della nuova casa nella tranquilla suburbia di Stonewall quando la loro allegria viene interrotta dall'irruzione di tre banditi armati. Si tratta dei fratelli Koffin, uno dei quali è ferito in modo grave: hanno appena rapinato una banca, sono stati fregati dal loro compare che è scappato via con il denaro e ora tornano a casa pensando di trovare la loro madre.


I tre, avendo perso contatto con la mamma per due mesi circa, troppo occupati a far rapine, non sanno che la casa è stata venduta ma riescono comunque a controllare la situazione, tenendo sotto minaccia di arma da fuoco gli ospiti fra i quali, per caso, c'è anche un medico che si mette subito a curare il ferito, pur disperando di riuscire a salvarlo.


Fuori intanto sta per arrivare un tornado, abituale da quelle parti, ma per fortuna il seminterrato della casa è ben attrezzato, come quello di molti altri in zona.


I Koffin decidono di chiamare la madre, che arriva poco dopo a bordo di un camper insieme alla loro sorella e prende il controllo della situazione. Servono dei soldi per fuggire oltre confine, i figli asseriscono di averne mandati molti durante i mesi passati mentre Beth e Daniel negano di aver mai visto nulla arrivare in casa.


Si prepara una lunga notte per gli occupanti della magione alle prese con gli scatenati Koffin e la loro psicopatica madre...

Possibili spoiler, mi spiace. Non andate avanti, siete stati avvisati.

Sarebbe grottesco se la verifica scientifica fosse come la messa in scena dei film di Darren Lynn Bousman: a qualcuno viene in mente qualche tipo di teoria e, invece di sbattersi per provarne la validità e arrendersi in caso di impossibilità, modifica il mondo per fargli seguire le nuove regole e dimostrare quanto ha ragione. Una figata per i bimbi che hanno saltato la fase del "no, non si può".

Bousman ormai ci sta provando da un sacco di anni e, a sentire qualche intervista, si rende anche conto di non avere molte idee valide e, con un gran bisogno di tornare a incassare dopo il disastro di Repo, ha accettato il primo remake che è riuscito ad avvicinare perché (sempre parole sue) "i remake tirano". Ottima motivazione.
Cosa poi abbia di remake questo suo ennesimo disastro non lo si capisce bene, ma titolo e idea di base in effetti coincidono con un vecchio e trascurabile film Troma, probabile che ciò sia sufficiente per la classificazione.

Quel che Bousman ha, per fortuna dei nostri occhi, imparato a fare nella sua mediocre carriera, forse per osmosi, è il piazzare la camera e inquadrare gli attori (più quando non si agitano che altro, con le scene d'azione ci sono ancora parecchi problemi, si veda il brutto scontro finale fra le due mamme), cose che vengono ancora meglio se sono graziate dalla fotografia alpenliebesca di Jospeh White.

E, per qualche strano allineamento degli astri che dubito si ripeterà ancora in carriera, Bousman incappa anche in un casting di buon livello, con la stupenda Rebecca De Mornay in un ruolo che definirei career defining se la sua carriera non l'avesse già ben delineata e puntellata da parecchi anni, ma è sempre un piacere rivederla in azione anche se, in questo caso, spinta purtroppo a gigioneggiare all'eccesso con un personaggio poco interessante nelle sue incongruità e prevedibilità. Ma è il punto di forza del film, la De Mornay, e salva parecchi momenti.
Accanto a lei parecchi volti noti del genere, sia per quanto riguarda la celluloide che il catodico (ma ormai si dice come? Plasmatico?), quasi tutti pronti a reggere con discreta, ammirabile tenuta gli interminabili 112 minuti che lo scriteriato Scott Milam ha scritto con mirabile spregio della logica.

Attori in forma, luci professionali (che vuol dire solo "oh, sembra un film e non un pilot", non aspettatevi nulla di stratosferico), reparto sonoro sopra la media e comunque non intrusivo... Quali altri fattori positivi elencare prima di analizzare il grande, grasso e grosso resto di questa sconceria? Ah sì, ci sono alcuni effetti speciali realizzati con un amore e una cura che appartengono ad altri tempi.

Mi devo fermare qui perché il resto è un disastro che ondeggia fra il ridicolo e il noioso, e quando Bousman bello contento afferma che aveva altre cinque ore di girato molto valido con parecchi personaggi in più che non sono apparsi (stiamo parlando di una casa già affollata da quanti, 14 personaggi?) beh, un po' mi tremano le arterie dei gomiti (che le vene dei polsi le ho perse ai tempi di Saw 3, o era il 15?) e un po' mi vien da ridere pensando al povero ed efficiente Hunter M.Via, che in fase di montaggio avrà dovuto soffrire non poco, legato come è ai suoi sessantaminuti canonici...

Si parte, come al solito, con insulso ma ben girato prologo in ospedale nel quale la pazza mamma Koffin ruba uno dei suoi tanti figli. Perché, vedete, lei è folle, sociopatica, una persona malata di mente con una morale tanto distorta quanto ferrea. Sterile, ruba dei bambini (con facilità che perplime) per allevarli con amore totale, insegnando loro parecchie massime di vita e facendo di tutto per la sua prole.
Questo, ci mancherebbe, per lo sceneggiatore si traduce in "posso farle fare e dire il cazzo che voglio, tanto è pazza e nessuno potrà dirmi nulla" (un po' come la scrollata di spalle e il "è magia" che distrugge parecchio fantasy) e quindi via con una galleria di prediche sul non trattare male le donne (salvo poi bruciarle e massacrarle con fantasia), via al ricordare che ha sempre punito ogni errore dei suoi figli perché è solo così che capiscono e imparano (ma non lo fa mai per l'intera durata del film, e dire che i figli di cazzate ne combinano a nastro e non hanno mai imparato nulla), via con il ricordare ogni due minuti il suo incredibile amore e istinto di protezione per i figli (salvo poi mandarli a fare uno dei più pericolosi mestieri del mondo) e così via...

A questo, che sarebbe ancora solo un problema di scrittura dei personaggi, si allineano una serie di incongruenze di plot e di decisioni da far rabbrividire.
Mamma ha solo due figli armati per tenere sotto controllo nove persone adulte e sceglie di spedirne uno, con la lista dei pin e carte di credito dei presenti, in paese a tettare soldi dal bancomat. Ma non deve andarci da solo, no, darebbe troppo poco nell'occhio e sarebbe tutto più facile e veloce, meglio se ci va con una Beth tanto terrorizzata quanto disposta a lottare non appena si presenterà l'occasione. E infatti al primo sportello l'insolita coppia è subito soggetto di attenzione da parte di due ragazze, con spassosa scena a seguire sulla quale tornerò più avanti.

Prima di recarsi al bancomat i due si devono sbarazzare di un morto e lo buttano nel cassonetto. Qualche tempo dopo, con l'uragano in arrivo (e "in arrivo" significa a minuti) gli spazzini sono ancora in giro (i soli, non c'è nessun altro, nemmeno la protezione civile) a raccattare la munnezza e così scoprono il cadavere...

Il minore dei figli sta morendo per una atroce ferita al ventre, ulula, sviene di continuo e durante uno dei suoi stati febbrili dice che gli dispiace di morire vergine. Nessun problema, ci pensa mamma che gli porta una tipa per la copula pre-mortem rischiando di ammazzarlo (perché gli vuole bene) in uno dei momenti più esilaranti dell'intero circo. A me, ecco, forse non tirerebbe, ma di sicuro mamma avrebbe due pasticche di viagra per risolvere anche questo problema, è l'ammmore...

Beth ha tre (tre, non una, già una farebbe incazzare ma quest ne ha tre) differenti occasioni, lungo tutto il film, in cui ha steso uno dei cattivi a turno, le basterebbe tirare un altro colpo in testa per svoltare del tutto e invece no: nella lavanderia lo mette ko ma non lo termina perché almeno così Bousman può girare la scena di inseguimento nel retro fra i panni appesi; nel bagno stende mamma Koffin ma non la termina perché deve slegare l'amica ma in realtà perché è funzionale a far ricomparire mamma più avanti e stessa cosa, più o meno, nel garage. Per me questo è un demiurgo inetto e facilone, di quelli che sanno solo rispondere "è così perché sì".

Tutto è così nelle teste del regista e sceneggiatore, tutto costruito ad arte per girare la scena figa o per dimostrare la tesi. Narrare è stabilire uno splendido rapporto di fiducia e condivisione con lo spettatore, qualcosa per me vicino a una magia: io prometto di crederti quando mi dici che c'è sta mamma pazza con i suoi figli malvagi, in cambio ti chiedo uno sviluppo intelligente, o perlomeno non insultante, della vicenda.

Ma Bousman è troppo interessato alla sua tesina filosofica sull'uomo lupo all'uomo, sul fatto che ognuno di noi dietro dovuta pressione farà cose cattivissime (ancora a sti livelli stiamo, ma forse è perché sono statunitensi, boh...) e quindi si spende in pagliacciate implausibili per martellarci la testa con questa nozione. I due vanno al bancomat, una coppia di ragazze si insospettisce e allora il cattivone getta loro un coltello, minacciandole con la pistola e dicendo loro che chi ucciderà per prima l'altra sarà libera di scappare. Why? Per dimostrare la tesi? Perché è un pazzo psicopatico col cervello fottuto? Perché si scrivono le scene con leggerezza e scarso rispetto dei propri personaggi (che, ehi, sono tuoi figli, Bousman, e dovresti amarli anche quando decidi di farli morire), mah...

Stesso con la scelta della donna da portare al fratellino morente: i due maschi delle tipe dovranno lottare all'ultimo sangue e la tipa di chi vincerà verrà risparmiata. E i due, che potrebbero sopraffare con assurda facilità l'unico criminale presente, si ammazzano di colpi, tradendo fra l'altro i precedenti abbozzi di psicologia. E bravo il nostro Hobbes del Kansas, ancora lì a girare sui territori morali (sigh) di Saw e compagnia danzante, che desolazione.

Oh però tranquilli eh, che gli stessi tipi che non erano riusciti a farcela contro il tizio armato, a un certo punto, senza reale motivazione o cambiamento, giusto per il procedere inerte della trama (che li vuole piccoli indiani fino allo showdown fra le due mamme), si gireranno e metteranno ko il cattivone senza nessuno sforzo. Salvo poi, pochi istanti dopo, condannarci ad assistere all'ennesima, desolante scemenza, con il nero che spara "per sbaglio" (oh, era sordo d'altronde eh, che volete, ve lo aveva pure fatto ben vedere, no?) alla sua compagna che ha sempre amato e voluto proteggere più di tutti gli altri.

Siamo arrivati, fra i consueti pulotti-rincoglioniti-stock e ricordi/traumi spalmati a muzzo in mezzo ai personaggi con la pretesa che possa servire a dar loro una psicologia, al finale dove naturalmente, sorpresa sorpresa, la tristanzuola Beth si rivela mantide non da poco: aveva nascosto lei i soldi che arrivavano perché sapeva che il marito la cornificava e, rimasta incinta, voleva scappar via per rifarsi una vita con il nuovo bambino.

E a prescindere dalla telegrafata, come e dove li nasconde sti soldi? Tenetevi: dietro un quadro in bagno, ancora nelle buste nei quali erano stati inviati coi francobolli, indirizzo, cartolina di auguri per la festa della mamma e tutto (ma come si fa a scrivere e filmare così, come si fa, ma come non è possibile non accorgersene a una rilettura del copione, come?...), che quando la Koffin lo scopre s'inacidella mica poco, e datele torto.

Lo scontro fra le due è roba standard da casalinghe più incazzate che disperate, coltelli e tutto, con casa in fiamme, uno sfracello di morti steso per soddisfare le splatterfregole dei dodicenni (yo, check it out! A uno gli versano acqua bollente nelle orecchie, man! E a l'altro lo sparachiodano! Troppo cool!) e, mancando cura, compassione (quando ci renderemo conto di quanto questa sia centrale e indispensabile?), attenzione ed empatia il risultato è scontato e non può essere altro che l'ormai abituale pornografia "divertente" che accomuna, purtroppo, parecchi fra i giovani autori. Senza gli elementi elencati le scene truci non fanno nessun ribrezzo, repulsa, dolore e senza empatia a me non fotte sega di chi muore in giro, tanto sono pupazzi.

C'è differenza fra pazzia e scrittura sciatta, la follia non è un tana libera tutti per lo sceneggiatore esordiente; c'è differenza fra spessore psicologico e personaggi cliché con la funzione appiccicata in testa; c'è differenza fra il mostrare e suggerire eventi e personaggi al pubblico tramite le loro azioni e invece farli spuntare (i minuti iniziali sono terribili in questo senso, e dire che poteva spendersi meglio visto che ne ha 112 a disposizione) ognuno con due frasi in bocca che lo definiscono, frasi che nessuno direbbe mai a degli amici proprio perché in quanto amici lo conoscono già (così come chi vive in una zona di tornadi darebbe per scontate certe cose invece di declamarle topolinescamente ogni tre secondi); c'è differenza fra il volerci dire (e sarebbe già yawn yawn eh) che siamo tutti cinici ed egoisti e cattivi e finire invece con una manica di idioti che prendono sempre, sempre, sempre decisioni subpar, questo è volerci dire che siamo tutti degli idioti incapaci, che può anche starci, ma le premesse e gli sbandieramenti erano altri e si canna quindi la dimostrazione.

D'obbligo il post-finale che è insulto nell'insulto, sprofonda il film nei territori del semisoprannaturale all'amatriciana (ma per Milam credo sia invece grande struttura circolare e, udite udite, manifesto di vendetta) e non merita nemmeno di essere spoilerato...

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mercoledì 15 giugno 2011

Vanishing on 7th Street

VANISHING ON 7th STREET
2010, USA, colore, 92 minuti
Regia: Brad Anderson
Soggetto/Sceneggiatura: Anthony Jaswinski
Produzione: Herrick Entertainment e Mandalay Vision

Durante una notte come tante altre, Detroit subisce un improvviso blackout e al sorgere del sole la città appare deserta. Mucchietti di vestiti abbandonati a terra sono tutto ciò che rimane dei suoi cittadini.


Un eterogeneo gruppo di sopravvissuti si renderà ben presto conto che le tenebre paiono essere vive e in grado di inglobare qualsiasi essere vivente e solo le sempre più scarse fonti di luce possono evitare l'attacco.


Ma gli impianti elettrici, anche quelli autonomi, sembrano funzionare sempre peggio e, dato ancora più terribile, ogni giorno le ore di luce diminuiscono...

Non so voi, ma io avevo perso traccia di Brad Anderson, con rammarico, qualche anno fa. Transsiberian non mi aveva impressionato e il suo episodio dell'ignobile Fear Itself non spiccava nel disastro generale, dandomi l'impressione che Anderson stesse perdendo il tocco più a causa di scelte sbagliate in fase di sceneggiatura che per effettiva scarsa tenuta tecnica.

Ne aspettavo il ritorno su grande schermo ma Anderson ha preferito continuare a girovagare per alcuni telefilm per cui non saprei dire nulla circa la sua resa in quella fase (anche se recupererò i suoi episodi di The Wire). E ora, in ritardo, metto le mani e gli occhi su questo Vanishing on 7th Street che di andersoniano ha poco o nulla, forse certa attenzione per i dettagli sonori (il reparto migliore della produzione).

Anthony Jaswinski non ha una gran carriera alle spalle e purtroppo si sente in ogni sua idea e sviluppo della sceneggiatura: imbastita un'idea di partenza che offre parecchi perturbospunti, lo scrittore si perde in uno stanco giochino d'assedio nel quale i difensori non hanno carisma e non trovano l'empatia del pubblico mentre gli assalitori sono da segnare nella colonna del non pervenuto.

Così come non pervenuta è l'atmosfera (e dire che questa apocalisse silenziosa e poco distruttiva poteva offrirne a pacchi) o la tensione: è bene rivelare poco e far vedere anche meno, ma in casi come questo sembra che non si tratti di scelta cosciente quanto di incapacità nell'immaginare possibili cause, scopi ed esiti.

Tolti questi elementi dall'equazione ed esaurito ben presto l'interesse per il continuo, ripetitivo ciclo di (non) incontri con i tenebrosi "altri", non rimane che rifugiarci nell'interazione fra i personaggi, che si sa che una delle più stanche ricette di questo tipo di trama prevede che la situazione disperata tiri fuori il peggio e il meglio dai sopravvissuti: scontri, rivelazioni di traumi, elaborazioni di lutti, scoperte di vere nature e di inaspettati caratteri, epifanie assortite, ricordi discount e tutto il resto del bla bla standard del manuale d'assedio 101.

Quindi ok, scoperto che dalle bucotenebre non caveremo un ragno, ci rivolgiamo rassegnati verso i vari tizi che si ritrovano confinati in un pub a fronteggiare la fine, ma anche in questo settore scrittura e messinscena latitano, lasciandoci con personaggi che più che interessanti e tridimensionali sono purtroppo farseschi e noiosi, ognuno intrappolato in un loop comportamentale che rasenta l'assurdo.

La svogliatezza e l'inconsistenza paiono contagiare anche gli attori, con un Hayden Christensen che a me non sembra ancora in grado (e non so se mai lo sarà) di reggere un ruolo da protagonista e John Leguizamo altrove molto efficace e qui intrappolato in un clamoroso miscasting che lo vuole credibile nei panni di un proiezionista (wink wink, il metacinema!) con la passione per le teorie di cospirazioni. Non mancano, sempre come da manuale, i religiosi e i bimbi, i fautori dell'azione e quelli della riflessione: latitano solo anima, fantasia e passione.

Nessun conflitto, tensione assente, alchimia latitante... Cosa dobbiamo fare di questo porridge insipido e tiepidino? Rimestare con il cucchiaio in cerca di qualche boccone decente? Si può anche fare, possiamo metterci a dare la caccia alle citazioni, richiami e divertissement vari, ma sai che divertimento: vi invito comunque a scovarli, in particolare appena fuori dal bar e nella musica/arredo all'interno di esso.

E dire che la paura del buio è uno dei terrori più forti fra tutti e anche quella dell'ignoto non scherza mica: miscelarle in un solo vettore sembrava mossa geniale, così come facevano ben sperare i buoni minuti iniziali. Purtroppo il resto del film è un continuo insulto all'intelligenza dello spettatore che si trova nell'impossibilità di comprendere e seguire le regole del gioco e subisce man mano le sorti dei vari personaggi. E a me subire non piace, grazie.

Questo è uno degli aspetti peggiori e più meccanici dell'intera opera. Vi sono parecchie teorie di narrativa che prevedono che ogni tot pagine o minuti debba accadere qualcosa (sparizioni nell'ombra, in questo caso, ma può essere qualsiasi evento) per tenere vivo l'interesse del bue che altrimenti, si sa, cade addormentato nel tepore della stallacinema.
Jaswinski ci si mette di buona lena, timer alla mano, a far sparire gente e a far montare ogni evento un po' più del precedente, peccato che non fornisca nessuna struttura causa-effetto al giochino e che chi assiste al tutto si senta defraudato e preso in giro.
Non conta nulla: non importa quali scelte farà un personaggio, non c'entra nemmeno qualche sorta di complicato codice morale (non sperate nella religione, chiese e croci vengono buttate in mezzo al film ad cazzum, come tutto il resto, Roanoke, per esempio, why?), non c'è nessun tipo di consequenzialità, di azioni da compiere ed errori da assimilare ed evitare: comunque vada, in qualsiasi modo vi comporterete, ogni tot minuti verrete presi, a caso, dalle tenebre.
A questo punto la scelta, visto il luogo della last stand, di ubriacarsi senza se e senza ma cercando se possibile l'ultima copula a me sembra ben più valida e propositiva di tante altre, cercherò di ricordarmelo quando arriverà la Nerapocalisse.

Ma... Aspettate, forse Vanishing vuole dirci proprio questo! Che non importa quel che facciamo, come ci comportiamo, quali le scelte, gli stili e la storia: siamo tutti destinati a morire! E sticazzi, ci volevano 92 lunghissimi, sconclusionati e noiosi minuti per elaborare un concetto così innovativo e profondo?

Anderson ci ha regalato L'uomo senza sonno e Session 9: qualche scivolone low budget se lo può concedere se nel futuro intende sparare ancora qualche titolo come quelli...

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domenica 12 giugno 2011

Stake Land (2010)

(for r.d., dove è finito il tuo commento?)

STAKE LAND
2010, USA, colore, 98 minuti
Regia: Jim Mickle
Soggetto/Sceneggiatura: Nick Damici e Jim Mickle
Produzione: Belladonna Productions, Glass Eye Pix e Off Hollywood Pictures

Martin è un ragazzo che ha perso l’intera famiglia durante la violenta e mortale epidemia vampirica che si è diffusa in tutto il mondo.
Agili, fortissimi e affamati, questi nuovi ibridi fra zombie, vampiri e rabbiosi mutanti si suddividono in varie tipologie, ognuna on i suoi punti deboli e tutte pericolosissime per l’uomo.


Martin è salvato da Mister, un cacciatore di vampiri di mezza età rude ma in grado di insegnargli ogni trucco per combattere efficacemente i non morti. I due si metteranno in viaggio verso New Eden, nel Canada, una zona che, a quanto hanno sentito, è priva dei mostri.


Durante il viaggio incontreranno una suora, un marine, una ragazza incinta e un pericoloso culto che vede nei non morti uno strumento di salvezza inviato dal Signore…

Prima di cominciare a scrivere un pezzo che per forza di cose si concentrerà sulle troppe falle e gli evidenti limiti di Stake Land, mi vedo costretto a sottolineare che si tratta di un buon prodotto e che ne raccomando la visione agli amanti del genere, spero sia chiaro con questo che il mio parere è comunque positivo.

E credo proprio che in quel “amanti del genere” si nascondano già tutti i paletti e limiti. Perché Stake Land è pellicola godibile, sì, per essere una narrazione che incrocia post-apocalisse, zombi e vampiri, ma mi chiedo quale ormai possa essere l’interesse e il divertimento nel metterci ad assorbire narrazioni di questo tipo quando ne abbiamo già esplorato a fondo ogni singola permutazione e variazione centinaia di volte.

Scegliere di filmare un sottogenere come questo per me ormai equivale a porsi così tanti limiti che non riesco a capire cosa possa muovere e motivare un’opzione del genere, in particolare tenendo conto che ogni anno escono parecchie narrazioni che dimostrano quanto di nuovo vi sia ancora da esplorare in ogni direzione.

Passione, forse.
Voglia di giocare sul sicuro e incassare sulla base dei fan, magari.
Limiti intrinseci di fantasia, forse ancora.
Piacere nell’eseguire bene un pezzo composto da altri e suonato già mille volte, probabile.
Non so, ma è come andare al concerto di una cover band e, con tutto il rispetto per le ottime cover band che esistono in giro, credo sia meglio fallire a comporre un pezzo proprio che riuscire a suonare una buona versione di Smoke on the water.
Sono il primo a non cercare l’originalità a tutti i costi e l’ho sempre detto, ma credo anche che non ci si possa appiattire in questo modo, perché se si sceglie di farlo allora rimane da giocarsela solo sul piano tecnico-estetico ed è facile pigliare schiaffoni, specie se si è una band che prova nel garage e ha un milionesimo dell’attrezzatura e manico degli artisti di riferimento.

Cosa possiamo fare con questi numerosi, continui mix di apocalissi, epidemie, vampiri, zombi, infetti e altro materiale di questo tipo?
Scegliamo la via del sottotesto sociale? Wow, innovativo.
Raccontiamo che gli zombie siamo noi?
Ci infiliamo un po’ di religione e qualche simbolo misticheggiante?
Optiamo per la critica al consumismo?
Per la cieca insensatezza di esercito, chiesa e bla bla bla?
Oppure ce la giochiamo tutta sull’azione senza cercare sostanza?

Sono vicoli ciechi che portano tutti, come detto, a finire a suonare al pub sotto casa, magari benissimo, magari sopra molti standard di band ben più note, ma lì si rimane, fra quattro birre, gli applausi del pubblico di vecchi amanti di quella musica e poco altro. E il tempo è troppo poco per finire a suonare lì o per andare ad ascoltare band del genere. Perlomeno il mio.

Ho ammirato il lavoro di Jim Mickle e Nick Damici nel precedente Mulberry Street e qui li ritrovo cresciuti, più smaliziati, bravi a gestire paesaggio e gente anche a fronte di un budget che sostanzioso non è, grati alla Glass Eye Pix per il supporto fondamentale e a quel maestro di Larry Fessenden per consigli e folle, usuale comparsata ma lo smaliziarsi è cosa positiva sotto certi aspetti ma toglie giri al motore dei personaggi, più standard pur nelle loro in consuetudini e più che altro il mestiere rilassa troppo gli scrittori che cascano in qualche scivolone di troppo in fase di sceneggiatura, giocando troppo sporco con lo spettatore.

Tentando di non spoilerare troppo (ma non sono sicuro di riuscirci quindi gli emptor sono avvisati) ci sono almeno due scene insopportabili che se non fossi di luna buona farei pesare ben di più sul giudizio finale…
A un certo punto uno dei personaggi principali viene catturato dalla setta cattiva e lasciato di notte, mani legate, in mezzo a quattro o cinque vampiri: breve scontro con uno dei mostri e quindi dissolvenza. Qualche minuto dopo, ovvio, il nostro sarà vivo e vegeto nel momento giusto al posto giusto.
Scritture come queste mi bloccano, mi paiono così disoneste, pigre, comode che rischiano di bloccarmi l’intera visione.

Parecchio tempo dopo, abbiamo tre dei protagonisti principali, un è la ragazza incinta, ormai quasi alle doglie. Sono nel bosco, accampamento con fuoco, di notte. Ne hanno passato di ogni, sono esperti. Sentono un rumore, vedono un movimento e via, entrambi a inseguire il mostro, lasciando sola la donna incinta che, sorpresa, quando torneranno non ci sarà più. Trattasi di scena funzionale per lo showdown finale ma trattasi anche di pessima, pessima scrittura.

E non sono quindi elementi facili da perdonare, all’interno di un sottogenere già esaurito e sterile come questo. Li sopporto perché alla fine Stake Land è di qualche spanna superiore ai fratelli e cugini, e piazzare un film discreto in un campo di narrazioni d’aria fritta è comunque mossa insperata e ben accolta.
Li sopporto perché Nick Damici recita meglio di come scrive e perché Danielle Harris ha 35 anni ma ne dimostra 20 scarsi, è di casa nei film dei terrori e comincia a stracciare Ellen Page nella sua casa.
Li sopporto perché il capo della setta, seppur stragiàvisto, è comunque cattivone efficace e ha la fantastica idea di usare i vampiri come bombe viventi sganciandoli da elicotteri.
Li sopporto per questi e altri motivi simili e anche per la cifra di affetto che nutro per questo strambo duo di regista/scrittori/attore e perché Fessenden e la sua Glass Eye Pix vanno supportati a ogni costo, vista la merda che gira.
Mi piacerebbe vederli all’opera su qualcosa di meno esplorato e mappato, questo sì…
Consigliato.

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giovedì 9 giugno 2011

Carpenter, Malick e lavori in corso



Prendo qualche giorno di pausa, fino a lunedì prossimo, in quanto vorrei aggiornare il database che è indietro di parecchi mesi. Si tratta di lavoro rognoso perché devo immettere millemila link e collegare anche in altri database e per un somaro come me che digita con lingua di fuori e due sole dita è un inferno di noia e distrazione...

Ma non sia mai che vi/ci/mi/si/li lascio senza argomenti di discussione quindi, in ordine sparso:

1) Ho visto The Tree of Life e sono emozionato. Mi sono emozionato, ho pianto in sala, sono molto contento. Temevo, da letture e pareri, un Malick in tono minore, ho trovato il miglior Malick di sempre, una persona che la pensa in modo spesso, credo spessissimo opposto al mio ma che è riuscito a raggiungermi con la sua visione, a toccarmi il cuore, a convincermi e innervarmi per tutti quegli stupendi minuti. Non riesco a trovare un singolo difetto nella sua opera se non certi dialoghi che suonano talora poco consoni a chi li veicola talora didascalici. Ma è cinema che riempie occhi, cervello e cuore in un modo impareggiabile. Di solito esco dalle visioni con mille pensieri di diverso tipo, questa volta sono uscito travolto, emozionato, felice.

2) Non parlerò di The Ward. Ci ho pensato, non me la sento di infangare così un regista che amo tantissimo. Carpenter è in declino dal 1995, ok, ma anche con una mano legata dietro la schiena e mezzo orbo da allora ha girato cose decenti con la perla di Cigarette Burns, però ormai temo sia finito.
Pro-life era ridicolo sotto troppi aspetti ma almeno era un fallimento carpenteriano. Questo regista ci ha abituati fin troppo bene, non tanto nei capolavori, quanto proprio nei fallimenti che mantenevano una cifra carpenteriana totale. Erano "fallimenti d'autore", mi piaceva questa loro natura.
Questo The Ward è una boiata da mtv su un pigiama party in manicomio fra quattro sgallettate. Quel che mi fa male non è tanto l'aver visto un film brutto, quanto aver dovuto sopportare un film così anonimo nella sua bruttezza da sembrar girato da un qualsiasi yes man fra i meno dotati. Terribile, senza appello. Non è Carpenter, diamogli altra occasione , bruciamo la villa con il dipinto e dimentichiamo.
Per fortuna mi ha dato occasione di leggere qualche divertente difesa in Rete, adoro l'odore dei polpastrelli che scivolano sugli specchi di prima mattina.

3) Collegato a The Tree of Life. Sono andato a vederlo all'Anteo di Milano. Credo, con gli anni, di essere diventato più rispettoso e amabile ma sto posto del cazzo ieri ha messo a durissima prova la mia sopportazione. L'idea non sarebbe nemmeno male: programmazione con film "culturali", libreria del cinema collegata, ristorante-bar attaccato.

Peccato che poi il tutto si traduca.
Film di cultura diventa sinonimo di pellicole di qualità infima che si presume nobilitate da qualche tema alto (poveri bimbi immigrati che si nascondono dalla cattiva polizia francese e così via, credo abbiate presente), la libreria diventa un posto spocchioso con riviste che ti serve il mutuo per sfogliarle e il ristorante, magia, diventa un fottuto wine-bar. Che anche grazie al cazzo, wine-bar, vorrei vedere se al bar non ti servono il wine, glielo smonti, glielo. Le parole, le parole...

Questo sarebbe ancora il meno.
La gente.
La gente che abita questi posti è un gigantesco cartello "please drop napalm right here, asap"...
Si passa dal radical chic che abita in via Solferino ma si crede "di sinistra", alle torme di giornalisti-critici vestiti come nei film di Moretti, fino ai giovani blogger indie con magliette e cappelli (i cappelli alla Bogart a vent'anni, maledettocthulhu) "made in Rupe Tarpea, please kick me down".
Sono insofferente ed è mio illogico e deprecabile limite e mea culpa, ma sentirli parlare, sentire i modi e toni odiosi con i quali propagano aria fritta e rifritta, vedere il loro molle e superborghese modo di territorialpissingare su quel pochissimo potere che hanno, ascoltare i loro cenni di cinismo e il loro sfinimento culturale dovuto all'aver già visto tutto e quindi non poter più esser impressionabili da niente, oh, mi fa andare il sangue alla testa, non so che farci. Certi discorsi, uguali, li avevo già sentiti pronunciare, dalle stesse bocche (che questi sono Society e intercambiabili) ai tempi di Martyrs. I'm seeing red.

E nessuno di loro (mi è sembrato) si è reso conto di aver visto un film meraviglioso (ridacchiavano, alla fine, molti ridacchiavano) in una sala infame, con un impianto e uno schermo da medioevo. Vabbè, poi ho ripensato al film e sono tornato a godere, ma non tornerò mai più in quel posto.

Ci risentiamo prossima settimana, a database aggiustato, per parlare di qualche film e del perché non permetterò più riproduzione dei miei post a determinati siti.

martedì 7 giugno 2011

TIM ficcanaso mi ha chiesto cose...

TIM ha da tempo avviato una serie di interviste a blogger più o meno noti e, per la qualità e l'originalità di alcune domande, oltre che per il fatto che una volta tanto non dobbiamo sorbirci le solite intervistine marchettine ai quattro gattiscrittori di genere, la considero cosa interessante, ancora di più se si pensa che ha scelto di intervistare anche persone che hanno esordito da poco in Rete (Nick, per esempio).

Ecco il risultato del nostro incontro.

TIM si è sbattuto e quindi se volete commentare in merito ai contenuti dell'intervista vi prego di farlo da lui che se lo merita, ok?
Visto però che tutti pensano che io mi metta la maschera antigas in quanto sfregiato e orrido mostro mentre in realtà sono un bel maschio mediterraneo, vi ricordo invece che nascondo la mia identità solo perché in passato, in terre straniere, ho disturbato bimbi e orsi meritandomi il carcere.

Amando io sfottere gli altri, non posso esimermi dal calare la maschera di Mayo e permettere eterne e giustissime prese in giro...



lunedì 6 giugno 2011

Avete domande per Jack Ketchum?


Come detto, ho l'occasione di intervistare Jack Ketchum: questo significa che abbiamo l'occasione di intervistarlo.
Mi trovo, da fine aprile, in uno stato molto energetico, costruttivo e positivo come non mi accadeva da un po' e quest'ultimo avvenimento, accoppiato alla creazione delle "appendici" di Malpertuis (tumblr di immagini e blog musicale, non credevo che sarei stato così soddisfatto di entrambi), mixati alla lettura di alcuni post (per esempio quello di Fulvio Gatti, con risposte, e altra roba in giro), insieme all'esame degli ottimi dati su visitatori e ingressi, mi sta spingendo a considerare se sia opportuno continuare a cedere in modo gratuito e completo la riproduzione dei miei post a vari altri siti.
Cercherò di arrivare a una decisione in settimana, anche se credo di averla già presa.

Per ora invece occupiamoci di scovare qualche domanda da porre a Jack Ketchum. Ovvio, ne ho alcune in serbo ma una delle cose che mi ha sempre dato fastidio nelle interviste è il pensiero "cavoli, che occasione sprecata, io gli avrei chiesto...", quindi se avete qualche curiosità datevi da fare.

Fra i miei lettori si annidano molti "scrittori", credo possano avere in serbo alcuni quesiti interessanti, così come coloro che hanno letto Ketchum in originale o in traduzione e non credo ci possano essere più di tanti limiti ai tipi di domande anche se penso sia opportuno piantare alcuni paletti...

Non andate troppo sul personale, non so quanto Ketchum possa gradire intromissioni nel privato; evitate le domande banali e quelle già poste mille volte, se leggete l'inglese andatevi a vedere qualche intervista precedente e considerate le domande già fatte; niente "da dove prendi le tue idee" e robe su come è diventato scrittore, cosa faceva prima e bla bla bla. In più Alessandro Manzetti ha realizzato alcune grandissime cose su Il Posto Nero: è, per dirla tutta, uno dei pochi italiani esperti di settore (Carlo Bordoni per esempio è un altro) che ammiro senza se e senza ma (e io stento ad ammirare, figuriamoci senza se e senza ma), evitiamo di copiare quanto già fatto da lui, non avrebbe senso e farebbe schifo.

Ah, sì, non ponete domande sugli e-book, futuro dell'editoria ed edizioni cartacee contro edizioni elettroniche e altre guerre tragicomiche di questo tipo: credo che ormai l'argomento cominci a girare anche in Italia, in molti scoprono l'acqua calda e ci si stanno buttando più o meno tutti, è tempo quindi di superare questo tema visto che ne discutevamo già anni fa e ora stiamo remesciando la merda nei tubi, chi doveva capire ha capito da tempo, per gli altri non credo ci sia speranza.
Quando arrivano avvoltoi e licaoni è segno che la carne l'è frolla e bisogna muoversi in zone meno battute, mai fossilizzarsi.

Potete però chiedergli impressioni sul video di Lady Gaga e sul perché abbia scelto di recitarci! Scherzi a parte, non so se riuscirò a includere ogni singola domanda ma farò il possibile, ok? Ora tocca a voi, datevi da fare, lockate il target e fate fuoco!

sabato 4 giugno 2011

Jack Ketchum a Palermo


Ok, lo ammetto, il titolo è stato scritto per richiamare la vostra attenzione: Jack Kechum sarà sì presente domani a Palermo ma sono in via "virtuale", in quanto interverrà in collegamento da New York.

L'occasione non è da mancare se siete da quelle parti: nell'ambito del festival Una Marina di Libri, domenica 5 giugno alle ore 21.00 presso il Palazzo Steri, sala delle Armi, si terrà il dibattito Visioni in Nero: Noir.

Fra gli esperti che interverranno: Turner Mojica, Elisabetta Bucciarelli, Antonio Pagliaro, Rosario Palazzolo e, come vi ho detto, ci sarà la partecipazione straordinaria in collegamento da New York di  Jack Ketchum.

Se qualcuno di voi riuscirà ad andare, darebbe cosa stupenda avere poi un piccolo report in fase di commenti!

Ma tutto ciò è solo l'antipasto. Mi è stata offerta (senza che ne avessi fatto richiesta!) l'occasione di intervistare sia Jack Ketchum che Lucky McKee. E anche Pollyanna McIntosh, Marc Senter e Chris Sivertson.

Di questo, della soddisfazione provata a ricevere tale richiesta, del fatto che lavoro e passione ripagano con gli interessi e delle riflessioni, anche in ambito di Rete, cui mi ha spinto questa occasione e altri eventi cercherò di parlarvi in un prossimo post, nel quale decideremo insieme (manco a dirlo) alcune domande da porre a questi autori e attori.

Rimanete in linea...

mercoledì 1 giugno 2011

NEN FENZIONE!

Alleggeriamo un pochino che oggi piove e c'è bisogno.

Questo è TUTTO VERO e io ci devo ridere perchè altrimenti finisco come Michael Douglas in quel film dove aveva i capelli cortissimi e gli occhiali con la montatura eccessiva.

Abito abbastanza vicino a un ufficio postale, ma per qualche motivo questo non effettua servizio di giacenza raccomandate e mi spediscono in culo ai lupi, in uno di quei posti che a me, che adoro cemento, smog, acciaio, bitume e vetri, riempiono sempre di inquietudine.
Pigio i tasti per capire dove sia questa via (niente nomi altrimenti mi vengono a sprangare, visto che già sto nell'unico quartiere forzanovista di Milano), sospiro di rammarico e ribrezzo e mi metto a bordo del mio bravo autobus.
La fermata dove lo piglio è già per me fantastica perché è accanto a questo enorme centro scommesse popolato da una fauna che Bukowski avrebbe paura e Romero invece gli darebbe dieci dollari al giorno per comparsare.

Salgo e ci sono due tossici del tipo che mi sta più simpatico: tuta fintadidas, tatuaggi fatti con un trapano punta dodici, mozzicone di sigaretta che non sai mai se è acceso o spento e appena azzardi una scelta è l'altra, tipo il mozzicone di Schroedinger ma con una sua volontà di stato che si oppone alla tua, birra di una marca che copia marche famose a caso tranne una lettera e infine, il particolare che mi ha sempre più colpito, penna o matita all'orecchio.

Il resto io lo posso metabolizzare, ma la penna all'orecchio mi tortura da quando andavo alle elementari e spiavo curiosissimo i miei primi tossici. Cosa ci fanno con questa penna? Perché?

Insomma a bordo ci sono sudamericane che bevono queste lattine di succo di cocco o con bottiglie di liquidi così densi che per berli devi scavarli col cucchiaino, poi vecchi pensionati che assomigliano in modo sinistro ai tossici ma senza gli orpelli e ragazze borgatare con i quindici chili in più di ordinanza.

Queste, per loro motivi esoterici, tendono a vestirsi in modo strettissimo, come a sfidare fisica e ditte di vestiti. Una aveva una camicia così stretta che dallo spazio fra un bottone e l'altro uscivano fuori come delle bolle di ciccia e la camica era nerissima e la ciccia bianchissima e quindi il tutto si notava tantissimo e mi dava uno strano effetto.

Essendo la media supersovrappeso, entra una tipa magra e mi ci fiondo sopra (con gli occhi, non ho mai iniziato io una volta che una con una ragazza, per fortuna sono sempre stato cuccato) ma mi accorgo subito che è ancora più tossica degli altri due, di quelle con i jeans a sigaretta e delle borse di cuoio che hanno dei loro negozi segretissimi dove andarle a comprare e le vendono solo alle eroinomani dai jeans a sigaretta.

I tre si conoscono ma non tanto e partono con uno dei classici dei classici fra tossici: il linguaggio/scambio che loro pensano cifrato.

"Oh, ciao, com'è?"
"Eh, mah, sai, boh..."
"Mmmmmh, maaa?...Niente?..."
"Eh, no... No no, mah..."
"Hai già (E se prima bisbigliavano, ora parte subito l'urlato per far sembrare il tutto conversazione normale, la dinamica è incomprensibile) PROVATO A FARE LA SPESA IN PIAZZA, AL NEGOZIO, QUELLO, SAI, QUEL SUPER..."
"Eh, no, mah..."
"NO NO, TI GIURO, PREZZI GRANDIOSI, OH MA PREZZI BUONI EH, SE TI DICO, TI DICO, PREZZI GRANDIOSI; PROVA A FARE LA SPESA, VEDRAI CHE PREZZI... NO POI MI DICI, VEDRAI CHE TI TROVI BENE!"
"Ah, beh, mah... Ok, no, beh, mmmmh, ok, ok..."
"NO MA DAVVERO EH..."
"Ok, dai, ok..."
"NO MA SE TE LODICO EH, ALTRIMENTI NON TI DICEVO NULLA EH..."
"Vabbè, mah..."
"Noi scendiamo, poi mi dici..."
"Ciao, boh, ok, boh, mah, ciao dai..."

Roba che anche i pensionati e le sudamericane hanno capito tutto e stanno scambiandosi sguardi.
Le borgatare no, non credo che abbiano capito.

Insomma arrivo a questa fermata, costruzioni a uno o due piani alternate a palazzi altissimi, tanto verde ma di quello da piano regolatore, sapete quando fanno le montagnette di immondizia e ci buttano poi sopra della terra e dell'erba mutante perché così fai più metratura e assolvi agli obblighi di verde con meno spazio reale e tutto assume questa sinistra atmosfera da Tumulilande Lumpenproletariat. Che poi ci mettono le altalene e i bambini hanno il terrore di andarci. Ecco, quel verde. Verde carestia, credo si chiami sulla palette dei colori.

Cerco l'ufficio postale che Google e ATM mi davano a tipo cento metri dalla fermata ma essendoci solo siepi e alberi morti e tumuli non trovo un cartello indicatore nemmeno a pregare e le edicole hanno quell'aspetto da bunker con il vetrino scorrevole che se chiedi qualcosa non riesci a vedere il volto e vedi solo una mano che si protende a prendere soldi e dare giornali. Le edicole mutano con la distanza dal centro più di ogni altro indicatore sociale e si potrebbe capire dove ci si trova anche solo in base alle edicole: quelle del centro sono tutte belle aperte, accoglienti, con i periodici di vela e architettura di interni, quelle della periferia sono ostili e vendono riviste di cose di spiare i VIP e periodici di armi violentissime ("Concediti il tuo M-16, lo meriti!") e anche vecchie copie arretrate di Le Ore che ricevono solo loro in quanto i vecchi periferici non hanno l'internet.

Insomma giro due ore. Immaginate un triangolo enorme e io che sono all'inizio a un vertice e le poste anche allo stesso vertice e io per raggiungerle mi scarpino i tre lati con i ragazzi che stanno fuori dai bar che cercano di capire se la mia maglietta dei No Means No, dai colori rosso nero e bianco, è riconducibile a Casa Pound/Cuore Nero o se, data barba e capello riccio, sono un nemico islam.

Il maledetto ufficio postale è mimetizzato benissimo e ha la rampa per i disabili che però porta a un ingresso fuori uso.
C'è tanta gente dentro, seduta e in piedi e in ginocchio ma io sono contento un po' perché non ci sono più ragazzi aggressivi in giro un po' perché tanto devo solo dare un foglietto e loro in cambio si girano, cercano in una scatolina e mi danno la mia raccomandata.
La gente è molto calma, sembra quasi di  non essere in Italia. Forse non calmi, catatonici, ecco.
Mi avvicino allo sportello, dietro purtroppo c'è un tipo, sui sessanta, che legge il giornale.

"Scusi dovr..."
"Nen fenzione!"
"Eh?"
"NEN FENZIONE!!!"
"Scusi, non ho capito, dovrei solo rit..."
"Se nen va nen va, eh! Dopodemane!"
"Scusi (dovrei essere un po' più autoritario, lo so) ma come non funziona, non sa nemmeno cosa voglio fare..."
"SE TE DICHE CHE NEN FENZIONE ALLORE COME TE LE DEVE DIRE???"
"Ma, e se volessi comprare dei francobolli?"
"Quelli fenzione.."
"Ah, vede?"
"Vuo' dei franchebolle?"
"No..."
"GIOVINOTTE QUI IE LAVORE, MICHE SCHERZE!"
"Lavorare mi pare esagerato, legge il giornale!... (questo purtroppo non l'ho detto, se non sono dietro uno schermo sono un pavido, è cosa nota no?). Ma scusi mica servono i computer, devo solo ritirar..."
"Certe che serve, serve per tutte!"
"Ma non avete nemmeno messo un cartello.."
"S'è rotte ore!"
"Quindi dopodomani?..."
"DOPODEMANE!"
"Ma scusi, e tutta quella gente che aspetta?"
"E CHEMMEFREGHE A ME??? LO SANNE CHE NEN FENZIONE!"
"Ah. Va bene, allora buon pomeriggio..."
"VA' VA'..."

"Scusi signora, hanno detto che i terminali sono guasti e che per oggi non possono effettuare nessun tipo di servizio, forse le conviene tornare a casa..."
"No,grazie,  io aspetto qui, magari si riparano..."

SI riparano, non LI riparano: è importante.

Del viaggio di ritorno non so dirvi nulla perché continuavo a pensare cose di film del terrore sottofilone catastrofi urbane sottosottofilone "gas tossico che rende tutti più civili", roba di fantascienza, non potreste capire...