lunedì 30 maggio 2011

L'esorcista 2: l'eretico (1977)

L'ESORCISTA 2:L'ERETICO
1977, USA, colore, 118 minuti
Regia: John Boorman
Soggetto/Sceneggiatura: William Goodhart, Rospo Pallenberg e John Boorman
Produzione: Warner Bros Pictures

Circa quattro anni dopo i tragici fatti accaduti in Prospect Street, Regan sembra aver rimosso ogni ricordo dell'esperienza e cerca di andare avanti, fra una madre assente e continue sedute con la psicologa.


Nel frattempo il Vaticano invia padre Philip Lamont a indagare sulla morte di padre Merrin per quietare alcune voci che lo danno per satanista. Lamont dovrà quindi confrontarsi da un lato con la psicologa di Regan e dall'altro con il fatto che la ragazza è ancora posseduta da Pazuzu...

Lo so, è sparare sulla Croce Rossa, ma ho questo elenco di 200 film da rivedere per accumulare dati sui ruoli femminili negli ultimi 30 anni e fra i tanti titoli da sbrigare purtroppo c'era anche questo e non sarà facile dire qualcosa di nuovo al riguardo...

Forse il più brutto sequel mai girato, L'eretico è prima di tutto un mistero a livello di produzione. Sei la Warner Bros, hai sfornato uno dei film più perturbanti e terrorizzanti della storia del cinema, potresti mettere in cantiere un seguito quasi a occhi chiusi, pescando a caso i nomi di tutti, dagli attori al regista passando per lo staff tecnico, e cosa fai?
Incassati i rifiuti di Friedkin e compagnia danzante, peschi un mezzo carneade della scrittura, William Goodhart, che ti si presenta forte di un solo copione scritto otto anni prima e riguardante ben altra materia.
Sugli scempi di Goodhart, principale responsabile di questo immane casino, tornerò dopo.

Tocca quindi, splendido script in mano, guardarsi un po' intorno per trovare regista e interprete maschile.
Ora, con tutto l'affetto che provo per Boorman, che mi ha regalato due o tre buoni lavori, questo regista era reduce dal pasticciatissimo Zardoz (che Roger Ebert definisce "a trip into a future that seems ruled by perpetually stoned set decorators") e prima ancora, fatta salva la stupenda prova in Deliverance, dall'inguardabile Leone l'ultimo.
C'è il sospetto che la produzione lo prenda proprio per come ha saputo gestire la montante carica di orrore metafisico presente in Deliverance e ci potrebbe anche stare, purtroppo proprio quell'orrore metafisico sparisce del tutto in questa sua prova e il tronfio cineasta arriva declamando subito che a lui non è piaciuto L'esorcista e se ne vuole distanziare in ogni modo possibile, creando un antidoto (sic) al lavoro di Friedkin.
Lo farà, poco ma sicuro.

Rimane da scovare l'attore. Ci provano con Jack Nicholson, Jon Voight e Christopher Walken ma in un modo o nell'altro (impegni? Intelligenza? Fortuna?) questi non possono e così, precipitando nella lista dei papabili, ecco che si arriva a Richard Burton.
Anche lui mi ha dato tanto e dovrei rispettarlo, fosse solo per quel capolavoro di interpretazione in Chi ha paura di Virginia Woolf?, ma il buon Richard si presenta sul set con la fiaschetta al collo come un San Bernardo e lo scorgi spesso immobile, la mascella serrata e lo sguardo vitreo, mentre non capisce una ceppa di quello che sta succedendo e pare confuso, come tutti noi d'altronde, nel trovarsi di fronte a un James Earl Jones vestito da Ape Maia.

Un altro tonfo è di natura ormonale: Linda Blair non è più una bambina, è diventata una ragazza esuberante, di quelle dall'erotismo morbido, carnoso, mieloso e un filino anche gattamortoso tanto per fare il poker di aggettivi. Mette in mostra il davanzale ma più di quello non sa fare: quando era una bimba la potevi truccare e maneggiare come ti pareva, e poi c'era un orco cattivo come Friedkin a vessarla quel tanto che bastava per farle fare le espressioni giuste, ora c'è invece zio Boorman e Linda balla, come cantava qualcuno, solo che balla malissimo in una atroce scena iniziale di tip tap.
Un disastro di attrice che droga, alcool e scollacciature varie consegneranno più o meno all'oblio.

Altri disastri? Certo, ne abbiamo a carrettate, ci si mette persino uno che di solito certe cose le sa fare anche a occhi chiusi come Ennio Morricone che per l'occasione si trasforma in qualcosa di simile al Fausto Papetti dei  giorni peggiori e compone la più brutta e insignificante colonna sonora della sua carriera.
Gli astri sono contro, è evidente. Ma Boorman ancora non l'ha capito ed è tutto contento di poter far volare la sua locustocamera in giro per un'Africa di cartapesta come mai ne avevamo viste, di un razzismo così squallido che non vale nemmeno la pena tediarvi con i particolari.

Mischiando tutti questi elementi (e salvando soltanto la prova di una splendida Louise Fletcher che, infatti, si accorge di stare sul Titanic e prova a chiedere qualche revisione di sceneggiatura) è alla fine facile capire come si possa giungere a un risultato così penoso.

Penose sono le "grandi idee" di Wiliam Goodhart che parte già strampalato con una scena di supposto esorcismo nella quale Burton, al quarto o quinto whisky, rimane più che altro immobile a guardare una ragazza che si da fuoco, e subito dopo rincara la dose dicendoci che la Chiesa vuole indagare su Merrin per supposto satanismo ma, burocrazia portami via, sceglie di farlo a pista fredda, ben quattro anni dopo il purè di piselli.

Questo ci porta a uno dei pezzi da novanta di questo scrittore eh, tenetevi: lo scontro-incontro fra Fede e Scienza, un duello terribile fra Prete e Psicologa fatto di macchinari assurdi (il famigerato Sintonizzatore, capace di mettere in "sintonia" le menti tramite due lucine e due cinghie, scaglia di prepotenza L'Eretico in territori sf che nemmeno Egan e Gibson. Anzi, no scusatemi, è fantasy) e frasi dementi.
Il Sintonizzatore serve a scavare nelle memorie che Regan ha rimosso ma poco dopo la psi riassicura il prete che "quello che lei ha visto potrebbe essere stato un sogno, una fantasia, una allucinazione ma non certo un ricordo" al che Burton parte in quarta con un delirante "la macchina ha dimostrato scientificamente che c'è un antico demone racchiuso in lei" di fronte al quale, ricordando la seduta, si rimane inebetiti a riflettere sulle profondità di William Goodhart.

Ma siccome un intero film non può reggersi solo su primi piani di Burton e su sedute che più che ipnotiche paiono soporifere, ecco che ci spostiamo in un'Africa da film tv della Disney, con i suoi bravi negretti e i loro misteriosi riti.
Il set esotico innerva il gusto kitsch di Boorman che ogni volta che gli è permesso chiede tour de force clowneschi al malcapitato addetto ai costumi di turno: in Zardoz aveva conciato Sean Connery in modo da urticare la retina anche a Ray Charles, qui tocca a un improponibile James Earl Jones (ma c'è anche una camicia formigoniana in attesa di Burton nel finale) e nei film futuri regalerà altre pagliacciate a diversi attori.
Non è un caso che la sua cosa migliore sia Deliverance, sceneggiato con un certo piglio e mano sicura dall'arcigno scrittore del libro e che, per controllo di script e natura dell'ambiente, non gli ha permesso nessuno svarione.

Insomma eravamo rimasti all'Africa da cartolina dell'Alabama, con lo zulu ricercato che, precisa una puntigliosa Regan, "vive in uno strano villaggio africano, con case di fango" (sic).
Qui le cose si fanno confuse, cioè, più confuse rispetto a prima (pareva impossibile e invece...) e, manco a dirlo, spunta il misticismo pazuziano d'accatto che riesce a diventare ancora più noioso delle sedute psicologiche.
Non so se faccia più ridere il mumbo jumbo paraculoscientifico iniziale o quello animista de li mortacci tua di questa fase, credo dipenda dai gusti.

Siamo ormai persi, confusi e infelici, abbagliati dalle "geniali" opposizioni: Scienza Vs Fede, Moderno contro Primitivo, Rurale contro Metropolitano, Bene contro Male, e non c'è rimedio al torpore che ci assale proprio quando le cose cominciano a farsi intriganti e durante lo scontro finale pare pure esserci l'occasione per del freak sex fra Padre Burton e Bimba Reganzuzu.

Da consegnare a qualche malebolgia l'esorcismo finale: Regan invece di pustole e brutture tira fuori una chioma leonina, trucco sciantoso, trasparenze e mossette da gatta paffuta, Burton prima se la buffa poi la mena manco fosse un marito italiano.
L'acqua santa è so last year: fracassare di colpi il Maligno is the new black, bitches!

Persino la famigerata scalinata non sembra più la stessa e gli effetti speciali non meritano  tale aggettivo e aggiungono al rococò boormaniano quel giusto tocco di circense che non guasta mai.

Da vedere solo se siete riusciti a rubare la fiaschetta a Burton e ne avete fatto buon uso prima di pigiare play...

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venerdì 27 maggio 2011

The believers (1987)

THE BELIEVERS – I CREDENTI DEL MALE
1987, USA, colore, 113 minuti
Regia: John Schlesinger
Soggetto/Sceneggiatura: Mark Frost da un romanzo di Nicholas Conde
Produzione: Orion Pictures Corporation

Cal Jamison, psicologo che si occupa di agenti di polizia e dei loro stress, assiste insieme a suo figlio di otto anni, Chris, alla morte della moglie a causa di un banale, terribile incidente domestico.
Cal sceglie di trasferirsi da Minneapolis a New York per tentare di cambiare vita ma una volta arrivato nella metropoli si imbatte in strani culti cubani con tanto di sacrifici umani.


Nel tentativo di curare un poliziotto da un forte terrore nei confronti di questa setta, Cal si ritrova sempre più invischiato e dovrà fare ricorso a ogni energia per proteggere suo figlio e la sua nuova compagna...

Ogni volta che rivedo The believers il primo concetto che mi passa per la testa e lì si accomoda per tutta la durata del film è: lotta continua.

Vi è la lotta del soggetto con i suoi tempi. La Orion cerca di capitalizzare sul Satanic Panic (poco importa la natura della religione in questione, questi prendono bambini e ci fanno i sacrifici) proprio quando questo comincia a mollare il colpo e scomparire.

Lotta dello sceneggiatore con il materiale di base. Mark Frost viene dalla televisione (e lì tornerà a gambe levate), preferisce il poliziesco, non ama questo tipo di narrazioni e si spacca la testa (che non è granitica e stracolma di neuroni già di suo) contro un romanzo discreto e difficile.

Lotta del regista con lo sceneggiatore. John Schlesinger è uno dei miei registi preferiti di sempre, dai tardi Sessanta a metà Settanta ha inanellato una serie strepitosa di titoli fondamentali che hanno plasmato il mio modo di vedere e amare il cinema: Via dalla pazza folla, Un uomo da marciapiede, Domenica maledetta domenica, Il giorno della locusta e Il maratoneta. Qui si ritrova con uno un emmenthalscript che latita sia nel reparto logico che in quello psico-logico e con un soggetto che è agli antipodi dei suoi interessi, deve quindi giocare a fare lo yes-man senza averne la dabbenaggine e la mediocrità e non è cosa facile.

Lotta di Martin Sheen contro Cal Jamison. Gotta love Martin, sia per certi ruoli che per la sventura di avere un figlio che si copre di ridicolo e che per tale unica ragione viene adorato dalle (a)narcomasse. Ma l'uomo non ce la fa, legge il copione e non capisce perché il suo Cal sia così schizofrenico e idiota, così ciclotimico e in balia del vento. Non ce la fa a star nudo in cucina a guatare sua moglie mentre frigge, non riesce a mostrare un grammo di affetto per suo figlio (anzi, spesso lo beccate mentre lo osserva come se fosse un alieno, con questo sguardo che gli Sheen genecondividono con Michael J. Fox), non è certo granché se deve correre e indagare eventi dei quali non capisce nemmeno le premesse e sfonda nel ridicolo quando arriva, pulcino bagnato, a sedurre la tizia di turno.

Lotta del tema contro lo schermo/spettatore: Santeria, Brujeria, Hoodoo e tutto il resto (per accomunare elementi anche distanti) sono elementi difficili da portare su grande schermo con una certa serietà. In parte per loro mancata o distorta assimilazione in certo immaginario occidentale (ne sappiamo poco, confondiamo ruoli e figure, non capiamo finalità e origini) e ancora di più per il rischio del ridicolo che sempre, purtroppo, si presenta quando a noi jeansmagliettari fai vedere qualche tizio vestito di strambe robe colorate mentre sgozza una gallina e dice mutumbubijumbudurumbucalumbu fumando un sigarone.

Pochi sono riusciti a portare questi temi su celluloide evitando questi rischi, Schlesinger ce la mette tutta e in alcuni momenti ci riesce, ma il nostro sorriso idiota, colpevole e ignorante è sempre lì dietro ogni stipite, in attesa di qualche interpretazione e visione razzisea e becere che lo attivino.

Impossibile non domandarsi perché qualche produttore sano di mente abbia voluto anche solo pensare di gestire una serie di lotte di questo tipo, ma con il senno di poi è forse più facile vederle. Il vero miracolo è che nonostante tutti questi ostacoli The believers riesca a essere, per molti tratti, un ottimo slow-burner in grado di regalare parecchie scene memorabili.

Questo avviene in larghissima parte per esclusivo merito di Schlesinger che cerca di giocarsela sull'atmosfera, su echi iraleviani (la cospirazione dei ricchi avidi, il Male nella modernissima New York) e su ottimi spunti scenografici che scovano angoli di una New York inusuale, poco vista al cinema e più calda del solito. Agli esterni fanno eco certi interni ben concepiti, fra lusso e fatiscenza e questa serie continua di location di forte impatto fornisce uno scheletro sufficiente per non badare allo Sperduto Sheen e concentrarsi sulle scene pivotali.

Contribuisce alla resa finale anche l'incredibile Malick Bowens nella parte di Palo, con una prestazione così mesmerizzante e terrificante da mandare il buon Tony Todd all'asilo a ripassarsi le basi di ogni scare tactic. Non così bene il resto del cast (tutti adulti, come si usava un tempo) che ha qualche ottimo caratterista e qualcuno invece troppo entusiasta e gigione. Come sotto altri aspetti tecnici, anche la composizione del cast richiama in qualche modo alla mente Rosemary's Baby. Partenza al fulmicotone e post finale tanto obbligatorio quanto piacevole sono le due fette di pane buono che chiudono un cinesandwich dagli ingredienti che urlano per un intervento dell'Igiene.

Rimane il rammarico per quello che avrebbe potuto essere il film se dotato di ben altra sceneggiatura e un interprete diverso: così ci ritroviamo con la vicenda monca di un padre anafettivo che, psicologo e sposato con una antropologa, non prova il minimo interesse per religioni, tradizioni e culti, tratta male la cameriera ispanica di turno per le garabattole religiose sparse che la poveraccia sparge per casa salvo poi, all'ennesimo scriptscivolone, convertirsi in un lampo, uno psicologo che non capisce le persone che ha accanto e che si ricorda di essere tale solo nell'ingabbiato climax...

Film che a me ha regalato tantissimo, che ho rivisto con molto piacere e che rivedrò ancora prima di schiattare (sempre che non mi si rovesci male il latte domani, ahr ahr) ma che, come già capitato qualche giorno fa, non mi permetto di ipotizzare che possa piacere a molti...

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giovedì 26 maggio 2011

Riapertura commenti anonimi


Non amo, credo come tutti, dover tornare sui miei passi, ma non sono così egocentrico e testardo da non saperlo fare quando c'è bisogno. Non è passato nemmeno un mese da quando avevo deciso di chiudere ai commenti anonimi. Le ragioni le potete leggere nel post che pubblicai allora e rimangono le stesse, sono ora ancora più convinto di quel che ho scritto allora e odio dover prendere questa decisione.

Purtroppo la scelta precedente ha causato una serie di problemi che mi impegna assai di più rispetto al dovermi occupare di obliterare qualche stronzo cuor di elettroleone di tanto in tanto: tradirei la mia natura pratica se mi intestardissi nella decisione presa un mese fa. Arrivano troppe mail di persone che vedono sparire i propri commenti insieme a tante altre di lettori che mi chiedono come fare per postare, è difficile trovare tempo per gestire il tutto.

Si torna quindi a permettere i commenti anonimi.
Non posso esigere nulla da voi, sarebbe però molto bello se ognuno di voi trovasse spunto e voglia di darsi una identità (chi ancora non l'ha) per meglio dialogare tutti quanti. Ritengo sia un tema molto, molto importante e che sia un nodo attraverso il quale possa e debba passare una certa maturazione della Rete tutta.

Agli anonimi ben disposti posso solo chiedere di "firmare" il commento, non è come avere una identità precisa in quanto chiunque può entrare, se vuole, e firmarsi come voi, ma è già un passo non male.

Agli anonimi mal disposti non ho nulla da dire se non il solito, banalissimo: con un mio clic ne disintegro mille vostri, fatevi due conti.
In più anche se urlerete altrove che non sono democratico io non potrò saperlo e se lo saprò non mi importerà una ceppa. Ho visto troppe persone che rispetto tantissimo le quali, a furia di fare le democratiche a ogni costo, si sono beccate palate insopportabili di merdinfaccia: io no, avrò il clic facile.

A coloro che hanno avuto problemi nei giorni scorsi: provate ora a ripostare, tutto dovrebbe filare bello liscio.
A coloro che si sono sbattuti per crearsi account e tutto: lo so, lo so davvero. E vabbè, dai, se ci vediamo vi offro da bere, scusatemi eh, come potevo sapere? E comunque magari quell'account/identità vi tornerà utile, vedrete...

Ci risentiamo domani per parlare di qualche altro vecchio film...

mercoledì 25 maggio 2011

Carrie (1976)

Inutile ed evitabile intro:


Io credo di aver sviluppato, con il tempo, maggiore pazienza e rispetto. Rispetto per l'altro, per le discussioni, per i valori, per le differenze... Non mi sono arrivati come un bolt from the blue, questi cambiamenti: me li hanno insegnati e io mi sono sbattuto per apprenderli, perché mi sembrava importante.


Ma ho ancora tanti limiti e ci sono tanti casi in cui non riesco a comprendere. Di più, non riesco a non provare disprezzo e disgusto. Casi piccoli e grandi, ovvio, e i secondi NON devono sminuire i primi. 
Il leggere che non solo è in preparazione il remake di Carrie ma che Stephen King, bello contento, sponsorizza Lindsay Lohan per il ruolo è uno di questi casi. 
Per me è qualcosa di assiomatico. Mi spiace, non riesco nemmeno a cominciare a spiegare perché scegliere quella persona per quel ruolo sia una cosa sbagliata: o lo si condivide o no, è impossibile spiegarlo, se non si è d'accordo si hanno, di conseguenza, sistemi matematici molto diversi, non discuto la validità, parlo solo di differenza insanabile.
E sapere che King al (per me) deterioramento delle sue capacità di scrittura accompagna quello (per me) delle sue capacità di giudizio su attori e film (non che abbia mai brillato in questo campo, va ricordato) dispiace. 
Poi, ovvio, me ne faccio una ragione, ma si rimane basiti e amareggiati. 
Lindsay Lohan nel ruolo che fu di Sissy Spacek.
Vabbè...

CARRIE
1976, USA, colore, 98 minuti
Regia: Brian De Palma
Soggetto/Sceneggiatura: Lawrence D. Cohen da un romanzo di Stephen King
Produzione: Redbank Films

Carrie è una ragazza schiva e modesta, figlia unica di una madre da tempo abbandonata dal marito. Vive in un clima di censura totale e forte oppressione religiosa da parte della madre e questo si riflette in modo molto pesante a scuola: la ragazza frequenta l'ultimo anno dell'high school e, causa il suo modo di vestire e la sua goffaggine e timidezza è facile bersaglio per le altre studentesse.


Questo disprezzo sfocia in un episodio piuttosto brutale nello spogliatoio della palestra: Carrie ha avuto il suo menarca sotto la doccia e non sa cosa fare, le ragazze la vessano lanciandole degli assorbenti e beccandosi, dopo l'intervento della professoressa di ginnastica, una punizione esemplare. La ragazza più popolare non ci sta e viene addirittura estromessa dal ballo di fine anno.


L'episodio funziona da catalizzatore su più fronti: l'età adulta scatena in modo definitivo i latenti poteri telecinetici di Carrie, l'esclusa medita una terribile vendetta e un'altra studentessa, pentita, chiede al suo ragazzo di accompagnare Carrie al ballo di fine anno.


Vinte resistenze sue e della madre, Carrie accetta e la coppia è magnifica: la ragazza, vestita e truccata come tutte le altre, è bellissima, luminosa e il ballo è un evento da sogno. Ma dopo ogni sogno c'è un risveglio e per Carrie si tratterà del più brutale di tutti...

Forse basterebbero le poche righe seguenti a risparmiarmi/ci le prossime quattro cartelle che invece arriveranno comunque.
Questa è la quinta volta che vedo Carrie nella mia vita e ogni singola volta mi ritrovo, in piena luna crescente irrazionale, a sperare che il secchio non si rovesci (chi di voi ha già visto il film capirà, chi ancora lo deve vedere capirà dopo). Ma, badate, non è frase buttata lì: guardo la scena del ballo, mi innamoro di Carrie, anzi, di loro due al ballo, delle promesse e del possibile futuro e poi mi ricordo del secchio. E allora mi immagino che se, insomma, la tipa lì vicino tiene stretta la corda, quelli sotto possono tirare quanto vogliono ma se la beccano nel...
E invece no, il secchio arriva sempre e comunque.
E dopo, per la quinta volta, mi sono ritrovato a lasciar spazio a quell'omino che tengo sempre ben chiuso nella mia testa, l'ometto che è contento perché si godrà un bel po' di stronzi che vanno a pagare caro quel che pensano prima ancora di quel che hanno combinato.

Basterebbe, ma non basta perché Carrie è uno di quei pochi, rari lavori che definiscono il campo, che ne fissano alcuni parametri e steccati e che riescono a soddisfare sia la voglia di trippa infernale che quella di sottotesto fanfarone per far vedere che non siamo mica stupidi e, in aggiunta, butta sul piatto una dose pesantissima di show off tecnico e la mandata ai posteri di una delle icone più importanti del Perturbante tutto.

Si parte già di schianto, con la pruriginocamera che si infila nel sogno proibito dei porkysservatori di ogni cinetempo: le docce degli spogliatoi femminili, e quanto è attuale e importante lo shock estetico che ci aspetta a vedere questi primi minuti ora, nel 2011, botoxsaturati come siamo.
Sorpresa! Ci sono ragazze giovani che NON hanno la quarta di seno e che, dio mio, hanno i peli e, marò, anche la cellulite! E ce ne sono alcune con i seni cadenti, dio ci fulmini! Ma quanto, quanto è più eroticattivante questa scena rispetto a cento youpornotubate? Quanto sono "belle"?

Nemmeno il tempo di partire che già Pino Donaggio si attiva, disponibile come sempre a provare di tutto senza mai riuscire in pieno né fallire in modo disastroso, sonatore bono per ogni stagione e ogni emozione, didascalico quanto basta ma pronto a fermarsi prima di disturbare e anzi, capace di piazzarne anche qualcuna. E lo spogliatoio non lascia dubbi: è film matriarcale, le donne accoglieranno, respingeranno, decideranno, odieranno, subiranno e si vendicheranno e i pochi maschi presenti in scena faranno la figura dei pupazzi di contorno.

Uno accompagnerà la vittima e uno scorterà il carnefice e bella lì, entrambi supini e succubi, chioma dorata il cherubino e nera il diavoletto di turno, uno farà il super eroe in tv e l'altro ballerà bene in qualche film memorabile.

E dopo la doccia non c'è più tregua, in una vicenda che inizia e finisce con del sangue: Lawrence D.Cohen azzecca la tridimensionalità di Carrie e le dona le giuste parole; Sissy Spacek si avventa sul personaggio facendo di tutto e il contrario di tutto, dando di continuo la sensazione di costringersi ad abbassare di una tacca o due talento e prestazione per non far sfigurare il resto dell'anti-gineceo, pare adultissima in un mare di ragazzine e riesce a sembrare bruttina e impervia all'empatia un momento, stupenda e raggiante il secondo dopo. Se si pensa ai rischi che questo film ha passato (Linda Blair prima e Farrah Fawcett dopo in lizza per il posto), c'è da ringraziare qualche divinità della celluloide.
L'unica che davvero regge passo, gesti e sguardi della Spacek è un'altra grandissima come Piper Laurie che nella mia personale e distorta galleria, con quei vestiti e quella attitudine, metto a sedere accanto a Samantha Eggar.

Messi in cassaforte personaggi, sceneggiatura e dati tecnici sparsi (un grande come Paul Hirsch muoveva i suoi primi passi, pardon, forbici: lo aspettava L'Impero quattro anni dopo!) a De Palma non rimane che da fare due cose: tenere sempre d'occhio la Spacek e scatenare la sua tecnica.
Le fa entrambe con ottimi risultati: Carrie è seguita in ogni angolo della sua esistenza, corpo nudo o vestito, volto teso o sorridente, poteri telecinetici o innamoramento, siamo sempre lì con lei, ben vicini. E per quanto riguarda la tecnica, se conoscete anche un minimo De Palma potete immaginare: bifocale, ralenti, split screen e tutta la vasta compagnia danzante, pronta ad allietare le pupille e tensioattivare il muscolo cardiaco e le ghiandole surrenali.

L'intera scena del ballo, dall'inizio alla fine, è un tour de force da museo e, oltre a funzionare da perfetto punto di eiaculazione nei confronti di un coito cinematografico costruito con cura e lentezza, ci regala una icona ben più potente e fondamentale dei vari Jason e Freddie: Carrie ematovestita, grondante fluido suino, gli occhi ipertiroidei e il rictus inesorabile è figura che qualcunque cultore della materia deve aver ormai assimilato, un pezzetto di codice genetico del terrore senza il quale saltano parecchi caratteri basilari.

Non è abbastanza anche quando ci sembra che sia già troppo e c'è ancora spazio per altre due figure indimenticabili quali la (fine di sua) madre e il Cristo capellone e dagli occhi agghiaccianti, fino al finale che anche questa quinta volta è riuscito comunque a farmi sobbalzare, sebbene conoscessi a memoria tempistiche e coordinate spaziali.

Capolavoro senza tempo.

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lunedì 23 maggio 2011

Elvezio Babà e i Quaranta Libroni

Come sapete, con il dovuto ritardo per il quale devo ringraziare il modo in cui sono gestite le poste italiane (che si appoggiano e subappaltano a ditte che impiegano subumani), ho ricevuto da qualche settimana il regalo che un mio zio d’America (come nei film) ha voluto farmi per il compleanno di novembre: 40 libri per 40 anni.

Avevo fornito da tempo un lunghissimo elenco a questo zio, senza nessuna richiesta particolare: “prendi quelli che trovi usati al minor prezzo possibile” ma io intendevo, boh, 3 o 4 titoli, mai più avrei pensato a un regalo così. I titoli, vedrete da voi, non rispecchiano per nulla o quasi le uscite del mercato statunitense degli ultimi anni, sono più che altro un consolidamento di determinati autori e quindi in mezzo posso trovare sia un titolo già letto che romanzi che con buona probabilità magari non avevo nemmeno incluso nella lista.

I regali vanno rispettati e omaggiati. Ho quindi lasciato perdere ogni altro impegno di lettura e mi sono fiondato sulla lista. Attraverso un periodo nel quale, per vari impegni, non leggo molto veloce (ehi, quasi non riesco nemmeno a giocare a WoW!) e non credo di poter smaltire più di un romanzo alla settimana (considerando che ci sono anche fumetti, saggi, riviste e roba online) ma è ok lo stesso. Gli effetti immediati saranno 3:

1) Dopo più di un anno di lettura in solo formato elettronico ritorno alla carta (oh, i profumi! oh, il fruscio! oh, la sensazione tattile! oh il peso! oh, l’odore di muffa schifosa di certi paperback!) ed è ok, a me del supporto più di tanto non importa una ceppa e quindi sarà forte staccare in questo modo.

2) Non leggerò “mainstream” per quello che, a occhio e croce, sarà il periodo più lungo mai trascorso (dagli 8 ai 10 mesi circa senza mainstream???), anche questa sarà esperienza stramba.

3) Dovrò con buona probabilità rimandare la lettura di tutti quei titoli di fantascienza che mi avevate consigliato e che avevo già reperito (e, ehi, dietro segnalazione di un amico ero riuscito persino a ottenere dalla casa editrice copia gratuita di Zendegi dell’ottimo Egan, damn), è solo un arrivederci, non certo un addio

Come procedere, dunque? Semplice: metterò man mano in neretto i titoli letti, con eventuale link a recensione se vorrò/potrò scriverne. Per quelli che fanno raccare i ravatti invece mi limiterò a neretto con indicazione del numero di pagine lette prima dell’abbandono causa cecità e vorticamento inguinale.

Ho dunque appena finito di leggere Pandemonium:  fatemi sapere se avete prossimi titoli preferiti, che a me non costa nulla dare la precedenza all’uno o all’altro…

Nate Kenyon – The reach (lettura abbandonata a pagina 33)
Jeffrey Ford – The shadow year
Steve Rasnic Tem e Melanie Tem – The man on the ceiling
Jack Ketchum – Right to life
Jack Ketchum – Stranglehold
Jack Ketchum – She wakes
Jack Ketchum – Peaceable kingdom
Jack Ketchum – Cover
Jack Ketchum - Joyride
David Oppegaard – The suicide collectors
Doug Dorst – Alive in the necropolis
Peter Straub – In the night room
Peter Straub – Mr X
Peter Straub – The Hellfire Club
Peter Straub – Lost boy, lost girl
Peter Straub – 5 stories
Peter Straub – A dark matter
Peter Straub - Sides
Peter Straub – The throat
Lisa Mannetti – The gentling box
Gary A. Braunbeck – Coffin county
Daryl Gregory – Pandemonium
Ramsey Campbell – Nazareth Hill
Ramsey Campbell – The last voice they hear
Ramsey Campbell – Pact of the fathers
Ramsey Campbell – Secret story
Ramsey Campbell – Creatures of the pool
Ramsey Campbell – The one safe place
Ramsey Campbell – The darkest part of the woods
Ramsey Campbell – The overnight
Ramsey Campbell – Silent children
Ramsey Campblell – Inconsequential tales
Ramsey Campbell – Ghosts and grisly things
Ramsey Campbell – The Grin of the dark
Jack O’Connel – The resurrectionist
Margo Lanagan – Tender morsels
Kaaron Warren - Slights
Brian Keene – Dark Hollow (lettura abbandonata a pag. 17)
Brian Keene – Ghost walk
Brian Keene – Kill Whitey

venerdì 20 maggio 2011

DeathMatch: Fantascienza contro Fantasy!


Fra i 40 libri che mio zio mi ha regalato, vi è anche Pandemonium di Daryl Gregory, che non avrei mai comprato in edizione italiana in quanto edito da Fanucci. Sono arrivato circa a pagina 80 e sono incappato in una discussione stupenda. Ora, sapete bene come a me non interessino le distinzioni di sesso e nemmeno quelle di genere letterario, quindi saltiamo il solito bla bla, ma vivendo in un consorzio e volendo comunicare con altre persone, quando vedo che non è possibile farne a meno mi riduco a usarle: meglio comunicare e rinunciare a qualcosa che stare nella torre e bearsi di sticazzi.

Ho sempre trovato però noiosi i tentativi di fornire definizioni accurate su cosa sia la fantascienza, il dark fantasy o il/la young-emo-vampire-adult-gothic-splatterbutlittleplease-VM 14. Ho trovato invece molto, molto interessante la discussione che vi andrò a proporre fra poco. Prima inquadriamo il romanzo (che, pur essendo postmoderno, mi sta piacendo un sacco) con una breve sinossi rubata da Mamma Rete:

Siamo in un mondo che è identico al nostro in tutto e per tutto tranne che per un particolare. Negli anni Cinquanta cominciano a verificarsi casuali atti di ‘possessione’. Uomini ordinari, donne e bambini sono i bersagli di entità che sembrano saltar fuori dalle profondità dell’inconscio collettivo, avatar della cultura popolare che alcuni chiamano demoni. C’è la Verità, vendicatrice implacabile delle menzogne, il Capitano, combattente coraggioso e pronto al sacrificio, c’è il Piccolo Angelo, il cui bacio provoca la morte, e una serie di altri personaggi, alcuni bizzarri, altri benevoli, altri addirittura spaventosi.

Uno di questi è un ragazzo, Del Pierce, che è stato posseduto da Hellion, un’entità le cui malefatte possono rivelarsi mortali. Con l’aiuto della famiglia e di uno psichiatra premuroso, il demone viene esorcizzato, ma alcuni anni dopo, in seguito a un incidente d’auto, Hellion riaffiora nella mente di Del e scalpita per uscire. Il bisogno di trovare aiuto farà entrare Del in contatto con Valis, l’entità che si è impossessata di Philip K. Dick, con madre Mariette, una suora che ispira sentimenti decisamente lascivi, e infine con la Lega Umana, una società segreta che mira allo sterminio dei demoni.

Tutti credono che Del possieda la chiave per sconfiggere la piaga della loro possessione; ma per lui, la cura può rivelarsi peggiore della malattia, e sconfiggere definitivamente Hellion può portare alla luce una verità insopportabile.

Ci troviamo quindi, verso pagina 76, a un convegno di scienziati che tentano di studiare il fenomeno, convegno che si tira dietro un circo colorato di vari altri sottoconvegni, fan e associazioni varie, da quelle religiose a quelle degli otaku del caso. Siamo al bar, alla fine della giornata e vari personaggi discutono. Ho condensato e tradotto il tutto. La traduzione è stata fatta di super fretta, inizialmente volevo postare le tre pagine in inglese, era più semplice, mi sarei limitato a cut'npastare e bella lì, con tanto di descrizioni e tutto. Ma lo spunto mi sembra così divertente, interessante e costruttivo che voglio tirare in ballo tutti i lettori, anche chi non mastica l'inglese, mi sembra giustissimo, e quindi alla fine ho tagliato le parti descrittive e mi sono limitato ai dialoghi, traducendoli alla vacca d'un cane boia ma tenendomi fedelissimo al senso, ve lo assicuro.

Io non ho molte risposte al riguardo, né mi interessa trovarle, queste definizioni, ma se riportare questa discussione può dar vita a pareri e a qualcosa di analogo nei commenti, madonna, ben venga il tutto perché mi sono davvero divertito e la "fatica" di tradurre e postare mi sembra il minimo se potrà generare qualcosa di simile... In particolare quel che dice T mi pare di importanza assoluta, ma un po' tutti gli interventi sono stimolanti.
Bando alle ciance. O meglio, spazio alle ciance!

* * * 

V: "Ma non si può distinguere la fantascienza dalla fantasy. Prendete per esempio gli psionici, oppure i mutanti, per esempio quelli che troviamo in Nascita del Super Uomo. Se il lettore crede che quei mutanti possono esistere allora vedrà il romanzo di Sturgeon come fantascienza. Se invece pensa che quei mutanti, come i maghi o i draghi, non esistono e non potranno mai esistere, allora sta leggendo un fantasy. Il fantasy riguarda quello che l'opinione comune ritiene impossibile; la fantascienza riguarda ciò che l'opinione comune ritiene possibile nelle giuste circostanze. In ultima analisi ciò spetta al nostro giudizio personale visto che quello che è possibile o impossibile non può essere stabilito in modo oggettivo ma è piuttosto una credenza soggettiva da parte del lettore."

HP: "Ma importa davvero quello che i lettori credono sia possibile? A me sembra piuttosto che il genere del romanzo sia determinato da come i personaggi stessi si comportano. Un personaggio in un romanzo di fantascienza crede che il mondo sia razionale, che si possano trovare risposte, la verità definitiva, e cerca di trovarla. In Nascita di un Superuomo, i personaggi pensano di essere il prossimo gradino della scala evolutiva, parte di un processo scientifico-"

BM: "Ma no, è proprio il fatto che non ci sia verità definitiva che definisce la fantascienza. Nella sf puoi sempre porre una domanda ulteriore. La magia, invece, è inspiegabile. Nessuno in un romanzo fantasy cerca di determinare come funzioni la magia. Funziona e basta. Gesù trasforma l'acqua in vino, fine della storia. Nel mondo reale invece - "

HB: "Anche nel mondo reale le persone non provano a capire come funzionino le cose. L'elettricità "funziona" premendo un interruttore."

BM: "Sì, molte persone sono grossolane. Ma nel caso volessero capire, non troverebbero nulla di incomprensibile."

W: "Aspetta, molte delle cose più importanti nella vita sono inspiegabili. L'anima è inspiegabile, i demoni, la coscienza è inspiegabile..."

EY: "No, questo significa soltanto che tu sei un personaggio fantasy, un po' confuso, che si intromette in un mondo fantascientifico. Molti scienziati pensano che prima o poi saremo capaci di comprendere tutte queste cose. Solo perché non le capiamo ora non significa che - "

V:"L'uomo, nel suo stato attuale, non è in grado di comprendere. O, se comprende, non riesce a conservare quella conoscenza. L'Occhio di Shiva si apre, e poi si chiude."

X: "Ok, allora per ben che vada ci tocca al massimo un secondo di illuminazione, un po' deprimente. Perlomeno in un romanzo fantasy, tutti alla fine arriveranno alla Verità. L'Ordine Morale sarà Restaurato, il Vero e Solo Re ritornerà, Gesù risorgerà."

Z: "Stai confondendo il tema con il genere."

T: "No, sta parlando di destino. Non appena introduci il concetto di destino, caschi nel fantasy, anche se poi lo travesti, come in Matrix o Guerre Stellari. Non appena l'universo comincia a rispondere a te personalmente, quella è magia. Puoi estrarre la spada dalla roccia solo e soltanto se sei Re Artù. Invece, in un mondo fantascientifico, chiunque conosca il trucco, la tecnologia dell'estrazione delle spade, può diventare Re."

W: "Oppure può immergersi in fondo al lago e combattere la Dama del Lago."

Z: "Strane donne che giacciono in stagni distribuendo spade non sono la base per un sistema di governo!"

(e da qui la discussione degenera in motti e citazioni montypythonesche)

giovedì 19 maggio 2011

Wir sind die Nacht (2010)

WIR SIND DIE NACHT
2010, Germania, colore, 100 minuti
Regia: Dennis Gansel
Soggetto/Sceneggiatura: Jan Berger e Dennis Gansel
Produzione: Constantin Film Produktion, Rat Pak Filmproduktion e Celluloid Dreams

Louise, Nora e Charlotte sono un gruppo di vampire ben affiatato che domina le notti di Berlino, fra momenti sfrenati in discoteca e spietate caccie a malviventi di ogni tipo.


Louise, il leader, è da tempo alla ricerca di una ragazza che possa aggiungersi a loro, Nora è stata trasformata in vampiro durante una Love Parade e vive il suo stato come una festa eterna mentre Charlotte sembra bloccata fra nostalgia e ennui ai primi anni del Novecento.


Quando Louise incontrerà Lena e se ne innamorerà, trasformandola in un nosferatu, la delicata alchimia fra le non morte e la normale routine predatoria precipiteranno senza più trovare equilibrio...

Mi capitano, ogni tanto, dei film che in teoria non dovrebbero avere nessuna possibilità di piacermi e che invece, alla fine, riescono a convincermi. Alla fine in questo caso vuol dire tirando le somme, perché il finale di Wir sind die Nacht è l'aspetto peggiore del film.

Che è una pellicola sgangherata, dalla sceneggiatura cangurosa e con personaggi talvolta diafanoidi e situazioni incongrue, ma che contiene anche parecchi spunti validi, alcuni dei quali per motivi assai personali altri, credo, per ragioni più oggettive.

Il film è ambientato nell'amatissima Berlino e questo, essendo io purtroppo umano e quindi fallace e debole, è già un elemento che mi conquista a prescindere. Rivedere certi angoli di quella città, visitata già tre volte (e ci tornerò ancora, è inevitabile) e anche solo coglierne in modo fugace e imperfetto l'atmosfera mi spinge a segnare un punto sul personale taccuino, non tenetene conto più di tanto, se non per il fatto che strade e volti non sono quelli mediamericani cui siamo abituati (che è già roba mica male, no?).

Volti, appunto.
Questo è uno degli elementi notevoli del film. Non ci sono i consueti volti piallodeformati da botox e varie sostanze (anche se il poster, madò, è stato photoscippato come pochi), non incappiamo nel consueto gruppo di ragazzini stereotipati che combattono il Male. O il Bene.
Nina Hoss, splendida, porta con orgoglio i segni dei suoi 36 anni, segni che la rendono più interessante e desiderabile, così come la prenzlaueriana Karoline Herfurth abbaglia per le singolari e spigolose geometrie del suo volto. Le altre due attrici sono forse più stereotipate ma è affascinante sia l'esuberanza mdmamesca di una Anna Fischer che sembra rubata da un manga e sia lo spleen snob di Jennifer Ulrich, con l'azzeccato rapporto parentale che vi verrà svelato verso fine film.

E le quattro vampire firmano un manifesto che non avevamo ancora visto più di tanto in giro per le le varie narrazioni zannute: niente nosferatu maschi in tutto il mondo.
Troppo avidi e violenti, sono stati sterminati parecchi anni prima e da allora le vampire rendono immortali solo poche femmine prescelte. Si può mangiare quanto si vuole senza ingrassare, scopare come riccinonmorti senza rimanere incinte e bere e drogarsi senza mai diventare alcolizzate o tossiche: è il Paradiso, sembra dirci una entusiasta Nora.

Così come paradisiaci sono, per gli occhi, certi interni, alcune scale e stanze di albergo, arredate con cura e fotografate in modo impeccabile da un reparto tecnico di prim'ordine (Ralf Shreck lo avevamo già notato in Pandorum così come Torsten Breuer e Tilman Lasch in L'onda) cui si aggiunge il notevole manico di Dennis Gansel (di nuovo L'onda) nel gestire la messa in scena e, con certa sorpresa, anche i passaggi più densi d'azione (l'inseguimento iniziale, per dirne una).

Purtroppo più o meno qui terminano le note positive e si passa a tutta una serie di incertezze e leggerezze che credo renderanno insopportabile la visione a molti. La gestione di tutti i legami fra i personaggi è incoerente; gli affetti nascono senza nessuna costruzione, così come le frizioni e le tensioni; la trama-sceneggiatura ondeggia sbilenca e afasica; l'amore fra due dei personaggi principali è appiccicato con lo sputo, quasi fosse un ripensamento e il messaggio di fondo, la lezione del film sono quantomeno incerti e nebulosi.

Essere vampiro è figo perché puoi andare a un sacco di feste notturne e spassartela al top? Mi pare già roba deboluccia, ma potrei anche lasciarmi convincere se "lo spasso", perfezionato in secoli di gusto e scelta e accumulo di potere e possibilità, diventasse davvero sfarzoso e raro.
Ci riduciamo invece a due serate in discoteca che ne abbiamo anche appena fuori da Gallarate, una pucciata proibita in piscina e qualche tirata di coca, roba che qualsiasi buzzurro considera normale tran tran del martedì.

A questo si sovrappone una serie di (non)svolte di trama, di decisioni e azioni che sembrano più degne di qualche film comico e che rafforzano il senso di trovarsi di fronte a una serie di ottimi spunti che non sono stati in grado di dar vita a una narrazione matura e completa.
Che questo sia successo per mancanza di competenze e reale interesse o per precisa volontà di avvicinarsi alla zona Twilight e affini non posso saperlo, rimane però il peccato di assistere al disastro di un finale che sembra forzato, ripensato e poco in linea con le premesse iniziali.

Film che ho apprezzato e che addirittura, con buona probabilità, rivedrò in futuro, ma che non mi sento di consigliare...

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mercoledì 18 maggio 2011

F (2010)

F
2010, UK, colore, 79 minuti
Regia: Johannes Roberts
Soggetto/Sceneggiatura: Johannes Roberts
Produzione: Black Robe e Gatlin Pictures

Robert Anderson è un uomo di mezza età molto amareggiato e cupo, che divide la sua vita fra un divorzio e una carriera di insegnante che non gli riserva grandi soddisfazioni. Molti dei suoi alunni non sembrano recepire alcun insegnamento ed è circondato da giovani sempre più violenti e ostili.


Lui reagisce a questo degrado con disprezzo e mentre consegna i compiti in classe assegna una F a un suo alunno, deridendolo poi di fronte all'intera classe. La F sta per Fail quando di solito, per pratica più politically correct, si dovrebbe assegnare un RS (resubmission). Il ragazzo in questione non esita nemmeno un istante e picchia l'insegnante, lasciandolo svenuto di fronte alla cattedra.


L'evento segna un rapido declino per Robert: la direttrice gli chiede di non denunciare l'evento, l'uomo comincia a bere e richiudersi in se stesso. Lo shock della violenza lo rende debole e qualche mese dopo si ritrova ormai alcolizzato, incapace di gestire la classe che prima teneva in pugno.


Nella classe è presente anche sua figlia e Anderson, frustrato dall'ennesima disobbedienza, la punisce facendola rimanere in aula fino a sera. L'edificio è quasi deserto, rimangono due guardie, alcuni inservienti e pochi professori. Alcune figure incappucciate circondano la scuola, penetrano nell'edificio e, forti del fatto che gli altri adulti non sembrano dar retta all'allarme lanciato da Robert, cominciano a imperversare, uccidendo carie persone.


Robert dovrà tentare di proteggere sua figlia dall'assalto di questi ragazzi ma...

Giusto pochi giorni fa avevamo discusso insieme di Cherry Tree Lane e arrivo ora alla visione di un film, F, che giunge all'estremo che attendevo da molto tempo, estremo del quale avevo già percepito qualche avvisaglia in Ils.
Sì, siamo di fronte all'ennesimo Hoodie Thriller, come è già stato battezzato questo sotto-sotto genere a base di giovani ragazzi problematici che torturano, violentano e uccidono qualsiasi adulto gli si ponga di fronte.

L'Hoodie Thriller è un prodotto per la maggior parte inglese, ma non mancano eccezioni sparse in giro per l'Europa e il mondo intero e ha corso sovente il rischio di sbrodolare sul versante del pamphlet sociologico con tutto quel che ciò comporta.
Per fortuna a Johannes Roberts non interessano colpe e soluzioni, non importano degrado, droga e sistema scolastico inefficace e men che mai si cura di televisioni cattive maestre, genitori assenti e periferie anaffettive.

Roberts guarda questi ragazzi che ormai affollano con tragica e inesorabile puntualità le pagine della cronaca nera inglese e non riesce a capirli. Gli sembrano "altro", sono alieni e incomprensibili, non vi è nessun livello di comunicazione possibile e da questa serie di constatazioni non può che scaturire la fortunata rappresentazione estetica che mette in scena nel suo F.

I ragazzi incappucciati che penetrano nottetempo nell'edificio non sembrano nemmeno umani. Non riusciamo mai a scorgerne il volto, si muovono con agilità scimmiesca, spesso arrampicandosi su scaffali e librerie, non emettono suoni e non comunicano nemmeno fra loro. Sono cugini di terzo grado dei vari zombi e vampiri e come i parenti più famosi anche loro predano e uccidono gli umani senza mostrare alcun tipo di empatia o pietà.

Proprio come i non morti, anche loro sono molto simili l'un l'altro, quasi indistinguibili: un branco silenzioso e mortale che applica una legge del taglione tutta sua che prevede pene capitali per peccati veniali.

Il naturale e il razionale che avevano connotato l'hoodie horror, in F(e sembra evoluzione del tutto appropriata e condivisibile, attesa , appunto) muta in un territorio borderline con il soprannaturale, del quale ricalca sia la rappresentazione del mostro che le sue apparizioni e modus operandi, il tutto all'interno di una atmosfera d'assedio che, fin dalle dichiarazioni del regista, ricorda da vicino certi "assalti" di carpenteriana memoria.

Come Johannes Roberts sia riuscito a concepire tali svolte e a costruire simili geometrie rimane per me il mistero e il miracolo principale della pellicola: il suo precedente Darkhunters mi aveva quasi reso cieco per l'orrida qualità e del seguente Forest of the Damned ero riuscito a vedere a malapena una ventina di minuti prima di sentire il bisogno impellente di versarmi candeggina sulle pupille e acido solforico nelle orecchie: tanto di cappello, Mr Roberts.

Certo, qua abbiamo qualche soldino di più in ballo e una sostanziale unità di spazio e tempo (entrambi ben circoscritti) che aiutano, così come aiuta avere un gruppo di attori ben più valido delle precedenti cagnare: David Schofield ha un controllo diabolico su tutte le rughe del suo viso ed è impagabile sia quando gioca a fare il professore acidello sia quando in seguito s'abbruttisce di alcol mentre convince un filo meno nell'ultima parte.
Il resto del cast è un buon ingorgo di caratteristi e seconde file che sanno giocare con gli stereotipi stando sempre in equilibrio e non facendoceli (quasi) mai pesare.
Aggiungete al gruppo anche quello splendido attore non protagonista che è l'edificio scolastico, tutto corridoi oppressivi e stanze buie, decorate il piatto di portata con una colonna sonora adeguata e a tratti superiore alla media e avrete il vostro solito film sui ragazzi cattivi cucinato in modo abbastanza diverso da farci interessare al tutto ancora una volta, in particolare tenendo conto che le scuole e i teen ager inglesi sono sempre due spanne più perturbanti dei loro cuginetti oltreoceano...

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lunedì 16 maggio 2011

Insidious (2010)

INSIDIOUS
2010, USA, colore, 103 minuti
Regia: James Wan
Soggetto/Sceneggiatura: Leigh Whannell
Produzione: Alliance Films, Automatik Entertainment e Blumhouse Productions

Una giovane coppia (Renai e Josh) con tre bambini si trasferisce in una nuova e spaziosa casa: nemmeno il tempo di disfare i cartoni e strani accadimenti cominciano a turbare la quiete dei cinque. La casa sembra maledetta e gli spiriti che imperversano nelle stanze sembrano prendere particolarmente di mira uno dei tre figli, Dalton, portandolo infine in uno stato comatoso.


Dopo qualche mese di permanenza in ospedale viene permesso ai Lambert di portarsi in casa il figlio e curarlo lì, con l'aiuto di una infermiera. Ma i fenomeni soprannaturali riprendono con forza, sino a spingere la famiglia a traslocare un'altra volta.
La mossa non ha però l'effetto sperato: è Dalton a essere posseduto e la coppia decide di rivolgersi a un trio di esperti di poltergeist e possessioni per porre fine alla maledizione...

Non riuscirò mai a eliminare i film di James Wan dall'elenco delle mie visioni: ha un modo tutto suo di mischiare idee mediocri a spunti ottimi, scene stupende a un immaginario da sensodeprivato, buona esecuzione su sceneggiature scritte da qualche suo animale domestico in giornata poco brillante...

Ogni volta mi siedo di fronte al suo nuovo remake non dichiarato, mi entusiasmo per qualche dettaglio, mi deprimo per le infinite occasioni mancate ma alla fine della fiera mi ritrovo a sperare nel suo prossimo film e a concedergli il beneficio del dubbio.
Succede così, con insopportabile precisione, anche per questo Insidious che tale è più di nome che di fatto, una poltiglia che rimastica scondinzolante spunti di Paranormal Activity (tanto per rendere omaggio a chi qui sgancia e coordina la grana, vero Oren?) insieme a una risciacquatura di Poltergeist finendo con l'avere il sapore delle patatine quando le friggete nello stesso olio dove avete prima passato i bastoncini di pesce. O viceversa.

Abbiamo la solita famigliola standard ammereggana (lui, insegnante, si massacra di lavoro per mantenere lei che però insomma non avesse avuto i figli forse poteva sfondare come pianista, i pargoli paiono più animali distruttori e divoratori che reali esseri umani) alle prese con il Male che vuole distruggere la loro Felicità e per tutta la prima parte ci troviamo di fronte alla procedura amitystandard : porte che si chiudono da sole, voci, rumori, movimenti al limite del campo, libri fuori posto, incidenti.

Roba da manuale, insomma, ma Wan, forse perché sente il pericolo di clonare Peli in modo esagerato, forse perché vuole usare i suoi amati pupazzi e bambole, chiede al compagnuccio di birichinate Whannell di "farlo un po' strano" ed ecco che invece di cartocarbonare tutto Paranormal Activity passiamo a una seconda fase di derivazione Poltergeistiana, con un pizzico di burleque da MTV tanto per colorare e aggiornare la lezione alle lobotomie contemporanee.

Spazio quindi all'arrivo della medium, una Lin Shaye che, mi spiace, non ha il volto giusto, non ha credibilità, non può piazzare in nessuna maniera il suo personaggio: se tenta di stare seria pare buffa, se cerca di fare la spiritosa invece inquieta e se sta ferma e zitta sembra un pezzo di scenografia di un film Disney di serie B dimenticato lì per caso.
Non parliamo poi dei suoi due tecnici/spalle comiche perché se c'è una cosa che è sempre mancata a questa coppia di registi/sceneggiatori è proprio il senso del comico e dell'ironico.

Spiazzati da questa svolta e dalla conseguente intrusione, non ci rimane che assistere quindi alla rappresentazione dell'oltremondo onirico di cui ciancia la medium, un posto chiamato, dio maledica la Fantasia, "The Further", che altro non è se non un videoclip fra Lady Gaga, Cher e Marilyn Manson, con la giusta dose di Inquietante (i pupazzi e marionette semprefficaci di Wan) che viene nullificata sia dalla ripetitività della rappresentazione che dall'esagerato rococò infernale che lo circonda.

James Wan aveva in precedenza dimostrato di avere un gran bel manico nella gestione delle scene d'azione ma in questo caso pare la benzodiazepinica ombra di se stesso e riesce a farci confondere e addormentare in quelli che dovrebbero essere gli ultimi concitati minuti, con tanto di falso finale e tutto quel che si richiede al modernariato horror dei giorni nostri.
Lo fa, bisogna ammettere, spendendo ben pochi soldi: il film sembra girato con ben più del singolo milioncino di dollari che è stato speso.

A prescindere dai pupazzi, gli schemi d'assalto alla vostra calma sono i soliti: le cose appaiono e scompaiono all'improvviso e ogni due minuti circa qualcosa, dentro o fuori dal narrato, provoca un improvviso e violento frastuono e gli inevitabili sobbalzi parasimpatici che questi due stimoli da topo di laboratorio vi provocheranno sono scambiati per "paura e terrore" da chi li escogita.
Di solito questi sobbalzi sono seguiti da bestemmie, ma non in tutti gli spettatori.

La seduta spiritica che arriva con puntualità a un certo punto della vicenda è una delle più tristi e grottesche che abbia mai visto, così come Whannell che cerca di metammiccare e ironizzare scavandosi una parte da attore nella seconda metà...

Peccato, perché il potenziale era comunque ben superiore all'esito finale e Patrick Wilson funziona sempre al massimo quando il cinema lo chiama a impersonare mariti e fidanzatini senza nerbo e senza vita (chi può corra a vedere Little Children) e perché Wan può e deve dare di più. O di meno, così mi decido e lo accantono per sempre: un autore in meno da tenere d'occhio...

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Filmato:

venerdì 13 maggio 2011

Ma quanto era avanti la Mannoia?

1995:

Io giuro di sottostare al seguente elenco di regole elaborate e confermate dal Dogma 95:

1. Le riprese vanno girate sulle location. Non devono essere portate scenografie ed oggetti di scena (Se esistono delle necessità specifiche per la storia, va scelta una location adeguata alle esigenze).
2. Il suono non deve mai essere prodotto a parte dalle immagini e viceversa. (La musica non deve essere usata a meno che non sia presente quando il film venga girato).
3. La macchina da presa deve essere portata a mano. Ogni movimento o immobilità ottenibile con le riprese a mano è permesso. (Il film non deve svolgersi davanti alla macchina da presa; le riprese devono essere girate dove il film si svolge).
4. Il film deve essere a colori. Luci speciali non sono permesse. (Se c’è troppa poca luce per l’esposizione della scena, la scena va tagliata o si può fissare una sola luce alla macchina da presa stessa).
5. Lavori ottici e filtri non sono permessi.
6. Il film non deve contenere azione superficiale. (Omicidi, armi, etc. non devono accadere).
7. L’alienazione temporale e geografica non è permessa. (Questo per dire che il film ha luogo qui ed ora).
8. Non sono accettabili film di genere.
9. L’opera finale va trasferita su pellicola Academy 35mm, con il formato 4:3, non widescreen. (Originariamente si richiedeva di girare direttamente in Academy 35mm, ma la regola è stata cambiata per facilitare le produzioni a basso costo).
10. Il regista non deve essere accreditato.

2011:



1984:

mercoledì 11 maggio 2011

La vigliaccheria fascista di Antonio Ricci


(*)

Ho usato la parola "fascista". Nel titolo, addirittura.
Se mi conoscete anche solo di "striscio" (ah ah ah) ben sapete quanto detesti la leggerezza che hanno, in molti, nell'usare questo aggettivo, potete quindi capire quanto io ritenga che la situazione sia grave e che da tempo si sia superata la linea d'ombra, il punto di non ritorno, la massa critica e tutto quel che volete e vi pare.

Qualcuno molto vicino a me mi fa sempre notare che ho una percezione del tempo assai distorta. Quando parlo con amici ho al massimo 3 o 4 categorie temporali: "quando ero piccolino", "eh ma almeno dieci anni fa", "boh due o tre anni fa" e "ieri".
Lo so, è terribile non avere memoria, per fortuna io la mia me la scrivo, è comunque un correre ai ripari.
Ma questo non c'entra più di tanto e sto prendendo le cose molto alla larga, come sempre, ma c'entra e spero che avrete pazienza, credo ne varrà la pena.

Non possiedo la televisione da un po' di tempo.
Di solito dico "da qualche anno" ma oggi mi sono fermato a pensarci e, brevi intervalli a parte durante i quali l'ho avuta per poterla usare come schermo del videoregistratore, non possiedo la televisione da 22 dei miei 40 anni.
Più di metà della mia vita.
Da qualche anno vivo in una casa che non ha nemmeno l'attacco per l'antenna, figurarsi. Il condominio ci odia perchè non abbiamo voluto dividere le spese per la fottuta antenna e ci gettano i mozziconi di sigarette sul balcone, sono malvagi dentro e mi sa anche un po' fuori.
Tendo a sminuire questo dato (il non avere la televisione, non i vicini evil) e metto sempre le mani avanti: quando si parla di televisione dico sempre che è un bel mezzo e che ci sono un sacco di programmi interessanti e bla bla bla.
Lo faccio perché odio il fuoco di risposta (non richiesto) che di solito si becca chi dice di non possedere un televisore, che è un po' simile a quello che accade quando dici di essere vegetariano.
Allora, per non sentire tutto quel mucchio di merda non richiesto, glisso e minimizzo e risolvo così.
In realtà penso che la televisione faccia molto più male che bene, in proporzioni enormi e che sia un mezzo fallimentare, un media nocivo e che la tetta catodica abbia una terribile responsabilità nell'aver allevato la manica di dementi che popola l'Italia, che sia il più becero strumento del potere o, quando va bene, un TGT, terribile generatore di torpore.
Penso sia impossibile controllarla e usarla bene.
Questo penso.
Potrete però, è ovvio, scrivere nei commenti quel che vi pare su quanto è cool la tv o su come la sapete gestire così bene, ci mancherebbe altro.
Ma se non lo farete vi sarò grato perché l'argomento è ben altro, grazie.

Non so quindi con precisione cosa stia accadendo a Striscia la Notizia.Ma a furia di recuperare filmati e articoli qualcosa credo di aver capito...
Ho detestato il programma le pochissime volte che l'ho visto e non ho mai capito la stima che alcuni nutrono nei confronti di un fascistoide nano culturale come Ricci, fa parte dell'immondo branco di quelli che sono stati "di sinistra" e poi sono stati fulminati sulla via di Damasco passando per Arcore: non a caso questi personaggi (lui, Ferrara, Liguori, tanti altri) facevano già schifo dal punto di vista intellettuale quando erano "di sinistra", erano già violenti allora e questo è un dato importante che in molti sottovalutano.

Seguo invece la Rete.
E, come credo sappiano fino alla noia alcuni fra i miei lettori, ho parecchio a cuore, la questione femminile, la rappresentazione del corpo, la pornografia e altri discorsi di questo tipo.
Ho quindi massima stima del lavoro fatto in questa direzione da persone tra loro diverse come Zanardo, Lipperini o Cosenza.
Lo so, tutto questo su un blog di film di mostri stona un bel po' e vi spacca le palle (o le ovaie, o quel che avete su Giove, per chi mi segue da lì) ma non so che farci: devo dare cassa di risonanza e credo di avere più contatti qui che sul tumblr o su facebook, altrimenti lo avrei fatto lì (ogni tanto Monsieur de La Palice mi possiede e la tastieraouja agisce di conseguenza).
E credo che quello che sta succedendo da qualche tempo a Lorella Zanardo, con le continue aggressioni mediatiche, sia un fatto impossibile da sottovalutare, un avvenimento che si inquadra alla perfezione nel turbodegrado che stiamo attraversando e che rispecchia con estrema precisione una modalità di (non)confronto che è ormai quella maggioritaria, ovvero l'insulto continuo e la violenza verbale, l'aggressione semi-fisica nei confronti di chi invece muove critiche ragionate e puntuali, corredate di dati, statistiche e documenti.

Da quando è uscito il documentario "Il corpo delle donne", che embeddo a fine post e la cui visione consiglio, la Zanardo e chiunque con lei si schierasse è stato oggetto di un bombardamento che, per disparità di forze e mezzi, è impressionante.
Striscia la Notizia ha usato moltissimi minuti di trasmissione per mistificare i contenuti di detto documentario, ha denigrato in ogni modo possibile chiunque fosse coinvolto e ha a sua disposizione un ufficio stampa molto attivo nel riempire di commenti grotteschi i siti che si occupano di questa faccenda.

Ricci non ha altra modalità che rispondere a critiche ragionate andandosi a nascondere dietro le sue veline e i due comici e da quel bunker di copertura lanciare diffamazioni e sberleffi: un giorno tocca alla Zanardo, l'altro giorno a Lerner e via dicendo.
Non ha capacità di confrontarsi sul piano logico e argomentativo e quindi ricorre alla violenza.
Lo fanno in tantissimi altri, lo fa la maggioranza del Paese, dal presidente del consiglio che dice che chi non lo vota non si lava a Scipoliti, da La Russa a chi allo stadio esalta dei pedofili assassini.
Lo fa l'automobilista che insulta una donna con passeggino e quando questa osa rispondere lui scende dalla macchina e minaccia di menarla.
Come può una persona con mezzi (non per colpa sua) limitati trovare altra modalità di risposta e confronto quando è saturato da messaggi che gli indicano la violenza come soluzione preferenziale?

Io posso capire che avere torto spiaccia: tutte le volte che persone più in gamba di me mi fanno notare il mio torto ci sto male e il bambino dentro pesta i piedi e vorrebbe far star zitto chi gli ha dato la lezione di turno.
Ma ho la fortuna di essermi circondato di persone, a partire da quella con cui vivo, più intelligenti e razionali di me, che non mancano mai di farmi notare le castronerie, con gentilezza ma con fermezza.

Penso che il comportamento di Ricci sia gravissimo. Penso che non sia da sminuire e penso che la Zanardo debba ricevere solidarietà, debba avere la sensazione di essere circondata da persone disponibili, in grado di aiutare (non immagino tutti i modi, credo che questo sia uno dei tanti) ed essere presenti per opporsi a questo stalking, a questa aggressione fascistoide che nausea.

Penso anche che Striscia e i mandanti tutti vadano denunciati, non in Tribunale, ma per le strade e che l'intera azienda che produce queste e altre cose vada boicottata e sabotata in ogni modo (legale e non violento) possibile.

Penso anche, i "fedeli" lo sanno, che sarà inutile e che tutto andrà sempre peggio non solo a livello italiano ma mondiale, ma questa consapevolezza non mi ha mai bloccato in nulla, non vedo come possa farlo adesso. Anzi, più ho la sensazione che andrà malissimo più non riesco a fermarmi.

Mi sembra di ricordare che la Hunziker sia stata vittima di stalking qualche tempo fa e la ricordo anche, da alcuni brani di intervista, come persona più sensibile e intelligente della media. Come possa sopportare di fare alla Zanardo quel che lei stessa ha subito e vissuto in prima persona proprio non riesco a capirlo, continuo a ripetermi che i soldi e tutto, ma non basta, non riesco a capire un simile cortocircuito in una persona, deve essere terribile.

Vigliaccheria e menzogna sono per me insopportabili e sono fra le principali cause che mi hanno spinto a mollare determinate situazioni, gruppi e scene che ne erano sature, dopo aver provato in tutti i modi a far aprire gli occhi a chi poteva fare la differenza.
Ricci le innalza a principali muse della sua vita e del suo agire e ha un potere migliaia di volte superiore a quello della Zanardo ma, con questi continui attacchi, mostra di avere paura.
Uno dei suoi teoremi di base sembra spezzarsi: all'improvviso un paio di tette e un culo sviluppano, contro ogni sua legge naturale, l'abilità di pensare, di riflettere e di far valere questa riflessione, di contaminare altri culi e tette e farli diventare persone e non veline.
Per lui deve essere terribile un tale ribaltamento del Reale, aggravato dal fatto che persino qualche cazzo la pensa come quei culi e tette.
E a peggiorare la situazione, la Zanardo riesce a farcela senza usare i metodi di Ricci! C'è di che andare fuori di testa.
E quindi mano alle telemolotov, daje con il cannoneggiamento mediatico, forza con lo stalking, sotto con le interrogazioni parlamentari (che ci crediate o meno, sì, c'è stata una interrogazione parlamentare!).
La violenza che, ovvio, può (anzi, spera di) scatenare risposte violente (in fondo anche i partigiani hanno risposto con violenza ai fasci, no? No? No?) vincendo doppio e buttando tutto in caciara.

Sono crepe. Sono segni di paura e incertezza.
Ricci ha paura perché la Zanardo è il suo ritratto greyano, lo specchio che gli dice come le cose davvero stanno, che razza di persona sia diventata, quali terribili incoerenze e ipocrisie si agitino dentro di lui, come il suo voler salvare la capra dell'essere progressista e i cavoli dell'agire da fascista sia atto impossibile e ingiustificabile.

Bisogna insistere su quelle crepe. A ogni attacco violento rispondere con dieci risposte non violente, a ogni menzogna dieci verità, a ogni chiusura di dialogo l'apertura di mille commenti.

Tanto mi piace leggere e studiare di fascismo quanto esco di testa quando lo vedo in atto e l'aspetto che più detesto è quello rappresentato da Ricci: mai discutere da pari, mai prendersela con i più forti, mai uno contro uno, mai studiare e argomentare.

Malpertuis pensa che tutto questo non servirà, ma è contento anche solo di vedere le crepe, ho un fortissimo feticismo per le crepe, madò, sono proprio belle dal punto di vista estetico quindi mi ci fiondo per gusto horror.

Crepo per le crepe mangiando crepes alla faccia di Crepet.

Malpertuis, bigotto e moralista come sempre (da buon horror che si rispetti, no?), risponde quindi "presente!" e risponderà sempre più "presente!" e sempre dalla parte delle bambine.
Se potete e volete, divulgate e agite, ognuno con i suoi metodi.

Il corpo delle donne:

Il segreto dei suoi occhi (2009)

IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI
2009, Argentina/Spagna, colore, 129 minuti
Regia: Juan José Campanella
Soggetto/Sceneggiatura: Juan José Campanella e Eduardo Sacheri da un romanzo di Eduardo Sacheri
Produzione: Tornasol Films e varie

Benjamin Esposito è un dipendente della procura ormai in pensione che tenta, scrivendo un romanzo, di ritrovare le fila di un vecchio (più di 25 anni prima) caso mai risolto di sturpro e omicidio.


Attraverso una narrazione costruita su estesi flashback spesso condotti tramite l'espediente di far leggere il work in progress a Irene, sua capa al tempo e ancora al lavoro come giudice, si riapre non solo il caso ma anche l'amore ce esisteva fra i due, non consumato al tempo a casua di paure, barriere sociali e tanti altri motivi.


Esposito decide di riprendere a studiare il caso e alle indagini del passato si affiancano quelle del presente, fino all'insospettabile finale...

Non ho mai seguito un festival di cinema. Sono andato a due o tre ma mi sono trovato malissimo: ho visto replicare in carne e ossa troppe dinamiche che fanno già schifo su carta o byte e quindi stop lì. Stesso dicasi quindi per i premi tipo Oscar, Cannes e cose del genere: non seguo, non conosco i vincitori, non me ne importa e bella lì.

Deve essere per questo che arrivo con ben due anni di ritardo a questo capolavoro: se avessi notato che era riuscito a battere due grandissimi film come Il nastro bianco e Un profeta nella corsa all'Oscar avrei sicuramente goduto prima di quello che a me sembra girato e concepito  come un classico fuori dal tempo ma capace, in alcuni brevi ed entusiasmanti momenti, di mostrare anche incredibili stilomuscoli per chi si bagna le mutande con i movimenti di camera.

Io talvolta sono uno fra quelli, beninteso, e me ne sono dovute cambiare qualche paio, di tecnomutande, durante i 129 minuti del film.
I momenti sono scontati ma devo ribadirlo anche io, come credo abbiano fatto già in tanti: la scena ambientata nello stadio irrompe così improvvisa e così perfetta, trucchi o non trucchi, da lasciare esterefatti, un po' come se durante, chessò, Via col vento, venissimo improvvisamente sbalzati dentro gli spari de I figli degli uomini.
L'ho rivista qualche volta e, non intendendomene, non saprei davvero dire come Campanella sia riuscito a realizzarla e ficcarla dentro, straniera ma appropriatissima, in una narrazione che fino ad allora procedeva in modo che più classico e composto non si può.

E poi il momento in ascensore, ovvio, o la terribile discesa all'inferno del pre-finale...
Ma non credo, a questo giro, di aver tanta voglia di parlarvi dei dati tecnici, tutti perfetti, della sceneggiatura o degli ottimi attori: finirei davvero con il rifilarvi la solita pastina. Fate una ricerca google con il nome di questo film e sono sicuro che un sacco di gente avrà parlato di queste cose meglio di me e (e anche questo secondo dato conta eh, mi dispiace ma conta, non ci sono tante scuse) ben prima di me.

Così come non ho avuto nemmeno tanta voglia di scrivere la sinossi. Avevo paura di sbavare e spoilerare tutto, perché insomma, in una trama come questa non conta tanto e solo non svelare il nome dell'assassino o il finale, conta anche non evidenziare più di tanto alcuni elementi che vi farà molto piacere scoprire da soli.

Quel che più importa per me in una visione simile è il grado di ripercussione psicologico ed emotivo che essa provoca all'istante e, come le onde provocate da un sasso in uno stagno, pardon, lago alpino (insomma, meglio paragonarsi a qualche acqua bella e cristallina, no?), in eterno.

Sono film che non dimenticherai mai e che quindi ti mutano. Ti mutano consolidando tue convinzioni o indebolendole, ti mutano assillandoti per sempre con alcune immagini, ti mutano con il groppo in gola in certi momenti, con la felicità di alcuni altri e con tanti altri fattori.

Come ci sia riuscito uno che gira episodi del Dr House e Law and Order mi sorprende e perplime, ma in fondo mi lascia contento: vuol dire che ci sono ottime occasioni e tanta speranza per tutti e che altro si prepara per il futuro.

Quel che credo sia (per me, meglio mettere le mani avanti) il nodo focale di questa opera è quanto un po' mi era sembrato essere un punto cruciale de La Promessa di Sean Penn: se stai male non funzioni nemmeno a livello di anima, sul piano delle emozioni.
Se sei malato, se sei turbato, se hai una ossessione smetti di vivere, diventi un ultracorpo, un replicante.
E la cosa peggiore di tutte è, credo sia ovvio, che se stai male non puoi amare e rischi persino di danneggiare l'amore possibile o quello già costruito, quello mai vissuto o quello che ti è costato una fatica terribile mettere in piedi.

Sacheri e Campanella ci pongono di fronte a questo stato disfunzionale diverse volte durante l'inteo arco del film e ci propongono esiti differenti, compresa la guarigione, lo sblocco ma anche il rovescio della medaglia, ovvero la cristallizzazione, la messa in grafite, la colata di resina che può bloccarti per sempre in un inferno fatto di un nulla ripetuto fino alla morte.

Attorno a questo monolite terrificante, sceneggiatore e regista hanno poi avuto l'accortezza di richiamare ogni tipo di scimmia sottotestuale: la possibilità di un solo e unico amore in vita, le sempiterne questioni sui delitti e sulle pene, i legami delle dittature con il crimine, la passione che divora tutto e tutto domina fino al punto di tradirti e dannarti e mille altri ancora.

Che contano eh, contano un sacco e anche da soli potrebbero benissimo reggere, ma che in questo momento, fresco reduce dalla visione, non riesco a considerare più di tanto, così come non mi interessano le altre tante verità importanti, quali appunto la tecnica solidissima, i cambi di registro e genere (storia romantica, poliziesco, thriller, quadretti semicomici...) che magari per altri sono il cuore dell'opera e che sono tutti elementi di pregio.
Ma di fronte a quella verità così semplice e così potente e implacabile svaniscono e sbiadscono.

Riescono ancora a girare film simili, ne continueranno a girare anche nel futuro, forse è solo la caccia che è diventata un po' più difficile e la fiducia che è venuta meno.

Correte a vederlo e poi tornate da queste parti a parlarne, magari sarò un po' più lucido, meno abbacinato, e potremo discutere ed evidenziare anche tanti altri particolari...

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Filmato:

martedì 10 maggio 2011

Cosa pensate di Bruce Sterling?


Rispolvero dopo un periodo di assenza l'appuntamento con i vostri pareri su qualche autore e questa volta lo faccio sull'onda dell'attualità (si dice così?) visto che di recente il "torinese" Bruce Sterling è tornato sulla cresta dell'onda grazie a qualche intervista sparsa... Prossima mossa: parteciperà all'Isola dei Famosi.

Ve ne propongo due, una scritta e una in video che in pratica sceglie di farsi da solo (ed è sempre campanello di allarme), la prima per l'Espresso la seconda per Wired.it.
Non ho voglia di dilungarmi più di tanto su quel che penso di lui.
In poche parole, mi slogava quasi sempre la mascella dagli sbadigli una ventina d'anni fa, mi faceva ridere una decina d'anni fa e adesso mi sembra Totti che parla di cose che boh, conosce di terza mano e per sentito dire, ma temo invece che piaccia parecchio in giro e bella lì, pazienza, non è certo la prima volta che sbaglio un giudizio e non sarà certo l'ultima.
Credo anche che abbia ragione su alcune previsioni minori ma solo perché, come per fortuna sottolinea anche lui, si tratta di cose ovvie che non andrebbero nemmeno chieste. Per il resto tanti mah, tanti boh e qualche ronf: lascio a voi il tutto.

Eccovi l'intervista apparsa su l'Espresso:

Un mondo in cui la differenza tra reale e virtuale è scomparsa; dove la parola Internet ha perso significato, Facebook è solo un ricordo lontano e i nostri diritti come cittadini digitali sono stati ridotti all'osso; mentre Julian Assange langue in galera per decenni. è quello che ci aspetta tra una decina d'anni o giù di lì secondo Bruce Sterling. Classe 1954, texano, è tra i padri della letteratura cyberpunk, e quando si tratta di immaginare le società e le tecnologie di domani è tra le voci più autorevoli del mondo. "L'Espresso" lo ha intervistato.

Sterling, nel discorso di chiusura dell'incontro Reboot 11 lei ha detto che il futuro sta lasciando il posto a quella che lei chiama "atemporalità". Di che si tratta?
"Prendiamo per esempio la domanda "cosa è successo nel 1912?". Ecco, questa domanda è diversa in modo sottile ma importante dalla domanda "cosa posso trovare con dei computer su cosa è successo nel 1912?".
Bene, questa differenza spiega come viviamo ora: abbiamo raggiunto uno stadio in cui un sistema operativo si frappone sempre tra noi e la cultura. Google Books, per esempio, ha migliaia di testi storici disponibili, ma una volta che questi vecchi testi sono stati digitalizzati, sono tutti ugualmente nuovi, perdono la loro rarità, la loro esclusività e tutti i segni fisici del passare del tempo. Lo stesso si può dire di musica e film".

Con quali conseguenze?
"Il nostro patrimonio culturale ne esce appiattito, diventa atemporale perché i segnali che ne mostravano il suo essere vecchio o nuovo sono cancellati. La cultura del "mashup" che un tempo era tipica della musica rap e techno è ora disponibile per tutte le proprietà della cultura digitalizzata. Una volta che non vedremo più il passato come una narrativa direzionale - "progresso", con una certa inesorabilità - allora rielaboreremo le nostre idee sul "futuro". Nell'atemporalità non c'è un futuro, ci sono scenari articolati attraverso processi di ricerca che sono dipendenti da Internet. "Che accadrà domani?". Beh, prima di tutto lo chiediamo a Google".

Come cambierà la nostra esperienza di Internet?
"La velocità, la banda e la capacità di memorizzazione incrementeranno radicalmente. I dispositivi che usiamo diventeranno più leggeri e mobili. La parola "Internet" sparirà come è sparita l'espressione "autostrada dell'informazione". La distinzione artificiale tra "virtuale" e "reale" perderà il suo significato".

Lei ha detto che anche Facebook ha "i giorni contati". Perché?
"Perché è ovvio. Consideri i cupi destini dei suoi antenati Friendster e MySpace. Facebook è un social network basato sull'annuario di un college. Perché un social network avanzato dovrebbe assomigliare all'annuario cartaceo di un college? Facebook è un ibrido maldestro, vulnerabile alle stesse forze innovative che lo hanno prodotto. E non si è garantita alcuna sicurezza in questa battaglia: è un'azienda che deve ancora fare profitto. Molte muoiono giovani, e nel settore high tech conducono vite particolarmente rischiose".

Cosa ci sarà al suo posto tra dieci anni?
"Non i blog, che scompariranno anche più velocemente dei social media come Facebook. Qualcosa di nuovo rimpiazzerà i nostri media attuali, qualcosa che sia più adatto alle circostanze tecniche di domani: macchine più veloci e potenti sotto ogni aspetto. E non c'è ragione di pensare che i media digitali si stabilizzeranno presto. Ci mancano le parole per ciò che verrà. "Ubiquità" è una parola abbastanza adeguata. Non significa molto, ma ha un bel suono mistico".

Questi nuovi media, come già gli attuali, avranno un'influenza politica. Renderanno più o meno facile promuovere la democrazia nel mondo?
"Anche se l'architettura di una macchina ha forti implicazioni politiche, è sbagliato pensare che i nostri strumenti possano essere la salvezza politica. E' romantico credere che degli strumenti ci possano mai liberare dai nostri stessi impulsi. Perfino un mondo interamente democratico avrebbe di che combattere; ci sarebbero sofferenza, povertà, gruppi privi del diritto di voto, conflitti generazionali, rivalità religiose, la condizione umana".

Qui di seguito invece mentre legge i Tarocchi per Wired:



Post precedenti:

Cosa pensate di Stephen King?
Cosa pensate di Fritz Leiber?
Cosa pensate di Howard Phillips Lovecraft?
Cosa pensate di Ray Bradbury?
Cosa pensate di Richard Matheson?
Cosa pensate di Richard Laymon? 
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Cosa pensate di Robert McCammon? 
 Cosa pensate di Dan Simmons?
Cosa ne pensate di Thomas Disch? 
Cosa pensate di Serge Brussolo?
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Cosa pensate di Neil Gaiman?