sabato 30 aprile 2011

The lost art of making a poster...

Due dei film di cui abbiamo parlato in questa prima settimana di ripresa delle attività mi hanno portato a pensare di nuovo a un argomento che avevo già segnalato qualche tempo fa, in un articolo sul declino del cinema realizzato per un magazine.

Uno dei tanti segni di questa crisi è rintracciabile nelle locandine, copertine e poster che vengono realizzati.
Tanto per non divagare e scrivere troppo (che questa settimana credo di aver già dato) eccovi prima di tutto i poster dei due film, a confronto:

And Soon the Darkness originale:


Remake:


E, ancora peggio, alternate version del remake:


Let's Scare Jessica to Death originale:

 

 La copertina della recente edizione in dvd:


Durante la stesura di quell'articolo  mi sono imbattuto in alcuni post molto interessanti, ve ne propongo giusto due che parlano di due fra le più omologanti "malattie" delle locandine contemporanee:

The Floating Head Syndrome

e

The Napoleon Dynamite Effect

Enjoy, buon week, godetevelo bene che, pare, domani, un domani, dovremo tutti quanti lavorare.

And soon the darkness (2010)

AND SOON THE DARKNESS
2010, USA/Francia/Argentina, colore, 91 minuti
Regia: Marcos Efron
Soggetto/Sceneggiatura: Marcus Efron e Jennifer Derwingson
Produzione: Abandon Pictures, Anchor Bay Entertainment e varie

Ellie e Stephanie sono due ragazze americane che viaggiano in bici attraverso tutta l’Argentina. La prima cerca di divertirsi quanto più possibile mentre la seconda vorrebbe dimenticare una relazione andata male.


Giunte a un villaggio ai confini con il Paraguay, le due rimangono bloccate un giorno più del dovuto e finiscono con il litigare, separandosi. Ellie scompare e Stephanie, cercandola, s’imbatterà in uno statunitense difficile da inquadrare, polizia poco solerte e locali molto ostili…

Versione breve: quella che andrete a leggere non è una recensione, il film è trascurabile, Angelo vi spiega il perché e sono d’accordo con lui. Volevo scriverne qualcosa anche io ma ho divagato, come spesso mi accade, ma credo che il tutto possa comunque offrire qualche spunto interessante.

Versione lunga, se avete voglia di abitarmi dentro, di capire come e perché mi siedo o stendo a vedere una pellicola, se siete di quelli che “anche dentro un film brutto, però…”

Quali sono i motivi per i quali scegliete di vedere o non vedere un film? Immagino ce ne siano decine; per me contano molto il tema, l’autore coinvolto, il passaparola da fonti sicure, alcune recensioni lette…
Ci sono persone che danno importanza persino alla locandina, ho visto e sentito spesso branchi (banchi? scuole?) di ragazzi al multisala decidere all’ultimo momento sulla base del poster.

Ci sono momenti però nei quali prevalgono alcuni particolari e piccole curiosità. Prendete And Soon the Darkness, ho saputo che si trattava di un remake solo a visione ultimata altrimenti con buona probabilità non avrei nemmeno iniziato a vederlo.
Avevo scorto una pubblicità di questo film su qualche numero di Rue Morgue, la storia mi pareva il solito rothpasticcio di turiste in pericolo, stavo per scartarlo e cosa mi ha fatto decidere? Il fatto che Amber Heard co-producesse, che Karl Urban ci recitasse e che le musiche fossero curate da tomandandy.

Non riesco a distinguere Amber Heard più di tanto da qualsiasi random bionda: tutte molto belle, prive di vera personalità, non recitano malissimo ma non lasciano nemmeno traccia che possa differenziarle più di tanto le une dalle altre. Il che è molto comodo perché puoi anche sostituirle con facilità. Però è una tipa ok eh, forse anche un po’ più in gamba di altre colleghe.
Le belle ragazze dentro i torture-porn, oltre a essere un obbligo per il regista, sono per molti un valore aggiunto e il perché lo potete immaginare. Io, che se voglio ammirare belle ragazze in bikini vado su belleragazzeinbikini.com che mi pare più pratico, ero interessato nel vedere se il fatto che la Heard mettesse dei soldini nel progetto potesse o meno modificare il suo impiego all’interno del film.

Karl Urban invece per me è sempre stato un mistero.
Si impegna, si sbatte, può fare sia il cattivone che il mezzo eroe, ha espressioni incisive, più di tanti altri, ma alla fine gli capitano sempre queste parti un po’ meh.
Cioè, ha impersonato Eomer ne Il Signore degli Anelli.
Chi cribbio è Eomer? Chi mai vuole essere Eomer da bambino? Se parli coi tuoi amichetti nel cortile e dici che vuoi diventare come Eomer è facile che finisci in panchina o al massimo portiere, nei giorni di buona.
Quindi, per il fascino che provo per persone e personaggi di secondo piano, io ogni volta che leggo “starring Karl Urban” cerco di vedermi il film, per segnare sul taccuino se ancora una volta finisce per farsi mettere i piedi in testa da mezzo cast. Lo so, mi accontento di poco, kill me.

Infine tomandandy hanno sempre suonicchiato parecchio bene e dove li metti stanno e si danno pure da fare, non ricordo loro cadute di tono davvero tremende.

Eccomi quindi catapultato dentro And Soon the Darkness. Badate eh, immaginavo si trattasse di un film indegno e più o meno è stata visione soporifera, però io ero tutto concentrato sui particolari di cui sopra e quando sono in quella modalità sopporto tutto e non spengo alla mezz’ora, vado fino in fondo.

Il viaggio è stato tutto sommato piacevole e non starò a tediarvi con i soliti particolari di montaggio, cura degli interni e tanti altri dettagli che sarebbero inadeguati a trattare un progettino alimentare come questo. Mi sa che sparerò anche qualche spoiler, per quanto sia possibile spoilerare una narrazione come questa…

Gli elementi cui ero interessato non mi hanno deluso e quelli che a molti potranno sembrare aspetti insignificanti a a me affascinano un sacco perché riguardano da vicino l’intera macchina cinema.
Amber Heard ci mette i soldi.
Questo significa per lei, guarda caso, meno scapezzolate in giro, meno decisionismo da oca in fregola e maggiore protagonismo di quello tosto, muscoletti e mento in su compresi: la cretina è l’altra, phew, lei è quella dura (lo sarebbe stata comunque, ma con la pilla ancora di più) e ne esce bene più o meno lungo tutta la vicenda, con ovvie cadute di tono.

Karl Urban si fa mettere sotto da mezzo cast con drammatica, sconcertante puntualità quando potrebbe ribaltarli tutti con poco sforzo: impersona un tizio cui hanno fregato, un sacco di mesi prima, la fidanzata, spedendola alla nota tratta delle bianche fra Argentina e Paraguay. Lui da allora è rimasto in quello sputo di villaggio a cercarla o attenderla, non si capisce bene. Finisce con l’aiutare Amber ma quando si arriva allo showdown il cattivone di turno, che Karl ha in pugno e sotto tiro di pistola, gli dice “guarda, yanqui, se ci molli Amber noi ti restituiamo la tua tipa” e lui si gira verso Amber per dirle “mi spiace, ti devo consegnare agli schiavisti, l’offerta è troppo allettante, capisci?” beccandosi all’istante una pallottola dal cattivone.
Ditemi voi se si può vivere con dignità lavorando su parti come queste, un anno sei il fottuto inutile Eomer e qualche anno dopo muori ammazzato per mano di infidi argentini. Vallo a spiegare ai tuoi figli.

Tomandandy se la sbrigano con qualche imbarazzo, profilo basso e impegno minimo, ammetto una certa delusione a questo giro, ma avercene comunque.

Ci sarebbe, insomma, di che rimanere delusi: tutto è andato più o meno come mi aspettavo e in più il film è fetente duro e mi ha sepolto sotto una marea di ovvietà.
C’è il solito modo USA di vedere l’altro, l’alieno, l’esterno come un troglodita predatore della peggior specie: si fatica a distinguere questi argentini dai messicani o da qualsiasi etnia non “white caucasian”.
L’amica di Amber troieggia in un bar pieno zeppo di argentini assatanati e quindi se le merita tutte. La policia è indolente e riempie inutili moduli. Tutti in Argentina fanno la tratta delle bianche o sono comunque dei tizi sospetti che adorano il Diavolo o almeno mangiano lucertole. La polizia è unta e untuosa.
Le parti pregevoli sono quelle da documentario, con qualche sprazzo di paesaggio ben gestito e l’occhio vaga fra tronchi d’albero di un certo interesse e villaggi molto caratteristici, ma questo è ordinario National Geographic del perturbante e, specie per un europeo, anzi, un italiano, nulla di che, niente da raccontare a casa, abbiamo cose simili in molti nostri paeselli.
E, ovvio, quasi dimenticavo, se batti e picchi per bene il cattivo di turno che ti ha torturato e stuprato e lo stendi a terra con un grosso ramo cattivo, non ti preoccupi davvero di ucciderlo o renderlo comunque innocuo, almeno così due minuti dopo si riprende e ti rimette in merda.

Cosa, allora, da salvare nel film, cosa raccontarvi oltre al puro dato biografico del come e perché cerco certi titoli? Come dirvi “guardatelo comunque” e non farvi avvertite di aver sprecato del tempo a leggere tutta questa pappardella?
Non molto ma forse potrà bastare se lo sommate a quanto già vi ho detto.

C’è, a parte gli elementi che vi ho già segnalato e che a me sembrano interessanti, almeno un fattore che potrebbe spingervi a cercare il film e mandare avanti veloce fino a quel punto.
Il regista, o meglio, suo padre (l’ha detto lui), ha avuto la fortuna di scovare una "vera" città fantasma, un villaggio inglobato da un lago e quindi restituito alla terraferma.
E proprio in questo villaggio fantasma i cattivi rapitori portano l’amica di Amber e la tengono prigioniera per un po’ (non chiedetemi perché, fra l'altro il tizio si sbatte ad arredare un angolo del posto e portarci anche generatore e televisore per vedere la partita di pallone).
Nel film mi pare si chiami Villa del Lago ma non ho idea del patronimico reale né della sua precisa ubicazione.

Alberi scheletrici e sbiancati, costruzioni in rovina, ottima atmosfera, il senso di impotenza di fronte a forze enormi che possono fare ciò che vogliono, prendersi un paese quando e come pare loro e poi risputarlo morto e in rovina.

Ecco dove, mi dico, trovo un senso ai minuti spesi a vedere ‘sta mezza cazzata. Che poi io il senso l’avevo già trovato prima ma, appunto, potevano essere cose mie personali: il villaggio fantasma invece credo possa interessare più persone e potrebbe essere il palcoscenico principale di qualche narrazione importante, piuttosto che lo sfondo secondario di questa robetta.

Mi rendo conto di non poter raccomandarne la visione per soli dieci minuti di città fantasma, ma vista la penuria di film decenti, se avete un novanta minuti liberi o il fast forward facile e preciso…
E poi ci sono belle ragazze in bikini! Ne parlano tutti! Volete essere meno macho di tutti? Andiamo che se non declamate le virtù delle due tipe poi mamma e papà si preoccupano e vi fanno le imbadomande a pranzo!

Sono già alla ricerca dell’originale, che non ho visto, spero di parlarvene fra pochi giorni e mentre lo cercavo ho notato una cosa di cui vi parlerò nel prossimo post.

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Filmato:

venerdì 29 aprile 2011

Una domanda su I Saw the Devil...


Come i malperinquilini più attenti già sapranno, non recensisco mai pellicole orientali, o meglio, ho smesso da tempo.
Questo non perché non ne veda o non mi piacciano, anzi, ma perché avverto di non avere i mezzi necessari per poterne parlare con senso di causa e, visto che di tuttologi ne abbiamo già piena la Rete (e persino il Mondo Reale, caspiterina!) preferisco non aggiungere al rumore di fondo quelle che sarebbero ulteriori corbellerie.

Sento di non avere accumulato sufficienti visioni (avrò visto cosa, un centinaio di film orientali? Duecento proprio al massimo ma massimo eh) e di non conoscere a sufficienza determinate culture, carenza che mi impedisce di comprendere parte di quello che accade in una pellicola e cosa si vuole significare quando questo accade.

I volti degli attori orientali hanno espressioni e mimiche che non riesco a decifrare e collegare con precisioni a stati d'animo.
Mentre ho ben chiaro cosa simbolizzi il modo di vestire di Tony Manero o quello di Johnny Depp in uno qualsiasi dei suoi film, non riesco ad aver ben chiaro un codice corrispettivo in quelle narrazioni.
Così non so se un determinato pesce che stanno mangiando è simbolo di agiatezza o, al contrario, è un modesto baccalà e deve quindi portarmi ad altre cose.

Non riesco a capire bene l'età e lo stile degli arredamenti e quali agganci e connessioni essi possano far scattare.
Non parliamo poi, ovvio, delle varie scritte, dei simboli e delle insegne.
Trovo che sia un gap molto profondo e ammiro quelli che, con dedizione e sbattimento, hanno saputo colmarlo.
Spero anche di avervi fatto una serie di esempi chiari.
Questo gap NON mi impedisce di usufruire di dette opere, ovvio, né mi impedisce di goderne in modo estatico. Come per esempio con il jazz. O con qualche balletto classico o moderno che sia, tanto per farvi esempi anche al di fuori dell'Oriente. Insomma, me li guardo e mi dico anche "wow, figata" senza però saper spiegare il perché della figata, quindi evito.

Certo, gap simili sono presenti sempre, ci mancherebbe, anche un film di Kaurismaki ne ha, ma grado e profondità del distacco sono così minori che nel caso della filmografia occidentale posso azzardare articoli e recensioni mentre con quella orientale non mi oso più di tanto. Potrei, ovvio, scribacchare tre cartelle di circostanza, magari mettendoci dentro qualche frase mezzo criptica e mezzo allusiva buona per tutte le stagioni e cavarmela così, ma a che pro?

Non è un dramma, vuol solo dire che con migliaia di film che posso vedere ce ne sono un po' di meno di cui vi posso parlare, non perdo nulla e considero molte pellicole orientali dei capolavori incredibili, da guardare e riguardare, anche se in assetto da troglodita affascinato dall'aurora boreale o giù di lì.

Ecco però che approfitto di questo spazio per chiedere a chi invece ha, per suoi studi, interessi, cultura e trascorsi, una comprensione maggiore di questo tipo di prodotti, una spiegazione che, allo stesso tempo, può servire da esempio di certo mio imbarazzo e mancanza di comprensione.

Il titolo in questione è I Saw the Devil.
Me lo hanno consigliato, molti ne hanno parlato bene ecc ecc.
Mi è parso un film discreto, anche buono, con alcuni momenti molto intensi ed efficaci, che non dice nulla di nuovo su alcune tematiche centrali così ricorrenti in questo genere.
Ma non è di questo che voglio parlare, quanto piuttosto di uno dei tanti intoppi di comprensione che hanno costellato la mia visione.

Siamo al diciassettesimo minuto circa. Una ragazza è scomparsa, si teme che sia stata uccisa, la polizia setaccia la zona, molte persone presenti, televisione e tutto, compresi padre e fidanzato della ragazza, entrambi nelle forze dell'ordine con diversi gradi.

Due agenti trovano la testa mozzata della ragazza, sotto il pelo dell'acqua. Gran clamore, gli (credo) esperti della scientifica arrivano, prendono la testa e la chiudono in una scatola di cartone, sempre tutti frenetici e con espressioni indecifrabili, poi corrono come sciamannati verso, boh, i furgoncini, non so, reggendo (male) la scatola davanti a se. Corrono, sciamano, tutti in subbuglio "esagerato".
Il tizio inciampa platealmente, cade, la scatola si apre rovesciando fuori la testa che rotola in bella vista di fronte a tutti.

Ecco, forse l'esperienza di visione di altri di fronte a un film è diversa, anzi, niente forse, ma io mi pongo domande a ogni scena, rifletto (o cerco di farlo) a ogni inquadratura e... Qui non capisco e mentre il film va avanti la mia mente torna e ritorna su questi dilemmi modificando quindi la mia esperienza.

Perché questa scena?
La polizia da quelle parti è composta di solito da buffoni simili? Sto giudicandoli buffoni, è corretto giudicarli buffoni?
Vi è una critica alla scarsa efficienza delle forze dell'ordine?
Si tratta di un momento surreale inserito per qualche motivo?
O è prassi comune comportarsi in quel modo?
Si voleva a tutti i costi rafforzare ancora di più sorpresa, sgomento e orrore e questo è un espediente accettabile nella loro cultura cinematografica?
Si voleva aggiungere ulteriore forza e profondità al desiderio di vendetta che sta formandosi nella testa del fidanzato?
A me una scena così è parsa goffa, ridicola, artificiosa e incomprensibile e so che magari bisognerebbe solo fregarsene e continuare con la visione, ma io non ci riesco.

Qualcuno, con maggiore esperienza della mia e maggiore comprensione, può "spiegarmi" questa scena? Vi assicuro, non sono sarcastico, lo farei sentire in ben altra maniera, lo sapete. Se chiedo è per capire.

E, ribadisco, si tratta solo di uno dei tanti (almeno dieci, direi anche venti talvolta) momenti che mi "bloccano" durante la visione di pellicole orientali, molti di questi momenti sono legati alla recitazione degli attori e alle loro espressioni ma tanti altri sono di questo esatto tipo.

Se qualcuno ha visto il film (perché vi assicuro che la mia descrizione non può bastare) ed è in grado di aiutarmi gli sarò grato.

E, comunque, consiglio la visione di I Saw the Devil.

giovedì 28 aprile 2011

Scream 4 (2011)

SCRE4M
2011, USA, colore, 111 minuti
Regia: Wes Craven
Soggetto/Sceneggiatura: Kevin Williamson
Produzione: Dimension Films e varie

Non ho ben capito quel che accade nel film quindi una volta, tanto invece di scrivere io la sinossi, mi limito a copiarne un estratto da wikipedia:

Dopo oltre dieci anni dagli omicidi avvenuti a Hollywood, Sidney Prescott è diventata un'autrice di manuali di auto-aiuto e per pubblicizzare il suo ultimo libro, Fuori dall'oscurità, compie un tour promozionale, la cui ultima tappa la riporta alla città natale Woodsboro. Qui ritrova lo sceriffo Linus Riley e Gale Weathers, ora sposati, e riallaccia i rapporti con la zia Kate Roberts e la giovane cugina Jill, che frequenta il liceo locale.


Con il ritorno di Sidney, tornano a Woodsboro anche gli efferati omicidi di Ghostface, che dopo oltre un decennio sconvolgono nuovamente la tranquilla cittadina californiana.

Questo è l'ultimo film di Wes Craven che vedrò, così come accaduto con Argento e altri di questi dinosauri. Temo che avverrà più o meno lo stesso con Carpenter ma il grande John ha ancora due titoli prima di finire anche lui nella ignore list: se li è meritati ben più di tanti altri.

In fondo per comprendere l'encefalogramma piatto che ci aspetta una volta entrati in sala basterebbe, come accade spesso, soffermarsi per un minuto sui credits.

Produzione: Dimension Films.
Un nome, una garanzia.
Perdonate la lunghezza della lista che vi vado a presentare, potete sempre saltare e usare con accortezza la rotellina del mouse, ma credo che possa servire. Eccovi gli ultimi 50 titoli prodotti da questi incapaci dimensionali:

# Halloween III (2012) ... Production Company
# Piranha 3D: The Sequel (2011) ... Production Company
# Spy Kids 4: All the Time in the World (2011) ... Production Company
# Scream 4 (2011) ... Production Company (presents)
# Children of the Corn: Genesis (2011) ... Production Company
# Piranha (2010) ... Production Company (presents)
# Hurricane Season (2009/I) ... Production Company
# The Janky Promoters (2009) ... Production Company
# Youth in Revolt (2009) ... Production Company (presents)
# The Road (2009) ... Production Company (presents)
# Halloween II (2009) ... Production Company
# Soul Men (2008) ... Production Company
# The longshots - Una squadra molto speciale (2008) ... Production Company
# Superhero - Il più dotato fra i supereroi (2008) ... Production Company (presents)
# The Promotion (2008) ... Production Company (presents)
# Hell Ride (2008) ... Production Company (present)
# The Mist (2007/I) ... Production Company (presents)
# Rogue (2007) ... Production Company (presents)
# Halloween: The Beginning (2007) ... Production Company (presents)
# Who's Your Caddy? (2007) ... Production Company
# Planet Terror (2007) ... Production Company (presents)
# 1408 (2007) ... Production Company (presents)
# Grindhouse - A prova di morte (2007) ... Production Company
# Grindhouse (2007) ... Production Company
# Black christmas - Un natale rosso sangue (2006) ... Production Company
# School for scoundrels - Scuola per canaglie (2006) ... Production Company
# Scary Movie 4 (2006) ... Production Company
# Curandero (2005) ... Production Company
# Feast (2005) ... Production Company (presents)
# Venom (2005) ... Production Company (presents)
# Hellraiser VIII (2005) (V) ... Production Company
# The Prophecy: Forsaken (2005) (V) ... Production Company
# I fratelli Grimm e l'incantevole strega (2005) ... Production Company
# Dracula III - Il testamento (2005) (V) ... Production Company
# Le avventure di Sharkboy e Lavagirl in 3D (2005) ... Production Company
# Hellraiser: Deader (2005) (V) ... Production Company (presents)
# The Prophecy: Uprising (2005) (V) ... Production Company
# Il Corvo 4 - Preghiera maledetta (2005) ... Production Company
# Amityville Horror (2005) ... Production Company
# Sin City (2005) ... Production Company
# Cursed - Il maleficio (2005) ... Production Company
# Mr. 3000 (2004) ... Production Company (present)
# The I Inside (2004) ... Production Company
# Nella mente del serial killer (2004) ... Production Company
# Starsky & Hutch (2004) ... Production Company (presents)
# Babbo bastardo (2003) ... Production Company (presents)
# Scary Movie 3 (2003) ... Production Company (presents)
# C'era una volta in Messico (2003) ... Production Company (presents)
# La figlia del mio capo (2003) ... Production Company (presents)
# Missione 3-D: Game over (2003) ... Production Company

Vero, c'è anche una manciata di film degni di nota in quel mucchio, ma è puro caso, come con la scimmia che prima o poi scrive roba shakesperiana alla macchina da scrivere.
Questa compagnia è puro danno, boicottatela.

Minutaggio: 111 minuti.
Why? Per raccontarmi di quattro stronzi al college di solito gente come Williamson impiega una quarantina di minuti, perché condannarci a questa interminabile e sospetta agonia?


Regia: Wes Craven.
Andiamo, come con tanti registi che abbiamo idolatrato da fan, ora che per fortuna il napisan o le scopate ci hanno sgommato i brufoli, pensiamo sul serio a cosa ha combinato quest'uomo nella sua carriera e scopriremo che non sono poi così tanti i titoli da salvare.
Ma, ancor meglio, limitiamoci a quanto ha girato dopo Scream 3: Cursed, Red Eye e My soul to take. La lista degli orrori, no?Anche se sull'ultimo ci sarebbero considerazioni da fare...

Sceneggiatura: Kevin Williamson
Questo tizio è uno spasso e in certo senso ci sarebbe da ammirarlo, noi italiani che sappiamo solo idolatrare i furbi cialtroni.
Si è rivenduto da sempre la solita metacazzata e la cosa migliore che ha creato è Dawson's Creek. Dopo Scream 3 che cosa ha saputo realizzare? Vediamo... Robbba per la tv (Demon Town bwahahaha, Hidden Palms che non ho visto e quella moscieria copiacarbonata di The Vampire Diaries, wow, ah, no ha scritto anche Cursed per il cinema eh, respect!).


Attorame: Neve Campbell, David Arquette e Courteney Cox.
La Campbell ha il bel musino da scoiattolina impertinente, ok, ma embè? Gli anni passano e lei applica questo eterno teenloop di provarci ogni tanto con il cinema e finisce sempre in cose che manco li cani, per poi scoiattolare via lesta lesta a raccogliere ghiande catodiche che forse è più capace.

Arquette? No, dico, Arquette? Io l'ho visto anche ospite in programmi fuori dal set e ha il potere di farti sentire in totale imbarazzo per lui, sempre, così lui se ne libera e continua a spruzzare pochezza a ogni lampione cinematografico. Per fortuna anche lui finisce quasi sempre a far danni in qualche gulag via cavo, deo gratias.

La Cox. Quanti anni è stata sposata con Arquette? Ci ha fatto anche un figlio? Certe cose segnerebbero anche un'attrice in gamba, figurarsi il devasto che hanno combinato su questa ragazzotta dell'Alabama. Forse in qualche prossimo videoclip musicale verrà chiamata a ballare sul palco da Roy Orbison, sarà emozionante vedere uno zombie che le tende la mano e lei che raggrinzisce per la sorpresa.

Basterebbero questi dati, ve ne rendete conto?

Ma pazienza, dai, cerchiamo invece di parlare del film vero e proprio.
Che mette in atto (che furbone che è Williamson, mamma mia) una interessante sfida per qualsiasi critico e fan.
Al fan bisbiglia ogni tre secondi: ti piglio in giro ma, belin, sono come te, sono dalla tua parte, contro i cattivi criticoni. Io e te ne sappiamo del genere, conosciamo le armi e le maschere, quelli non vedono nulla e poi criticano, lasciali perdere.
Al critico invece spiattella: ti ho inglobato, ho previsto ogni tua possibile recensione negativa e l'ho urlata prima di te, vuoi davvero scrivere delle cose che ho già detto ed esporti a pubblico ludibrio, con tanto di prove filmate? Sono più intelligente e scaltro di te, che vuoi farci?
Non ti conviene invece tentare qualche arrampicata su specchi e difendermi? Ti assicuro, cercherò di infilare qualche importante riflessione sociale che insieme ai trucchi meta-post ti daranno sufficiente spazio di manovra per chiudere le tue due cartelle standard, succedono un sacco di cose quindi puoi anche allungare la sinossi!

Bella trappola, forse ha funzionato anche qualche volta nel 1200 o giù di lì, non sono granché come medievalista.

Peccato che Scre4m sia solo queste quattro cosette e poco altro. Non è (ma questo ce lo aspettavamo e nessuno poteva davvero pretenderlo) terrorizzante, non provoca il minimo beep nel mio splatterometro e anche il mio contatore slasher rimane inerte ma, quel che è più grave, non strappa una risata che fosse una nemmeno in modo involontario e rigurgita metariflessioni che parevano già stanchine e fruste in quel funesto 1996.

Craven e Williamson sono rimasti bloccati nella grafite per quindici anni ed è davvero crudele chiedere a qualcuno di fare qualcosa non appena lo scongeli da quello stato, remember Han Solo...
Questo duo poco dinamico si mette invece sotto di buona lena come se non fosse passato un giorno da allora ed ecco che scatta l'affannosa corsa all'aggiornamento 2.0: web cam, video blog, twitter e facebook...

Tutto un namedropping inutile e noioso spalmato su personaggi che paiono nuvole flautolenti e declamanti, con lo stesso terribile effetto che fanno altri Grandi Anziani quando parlano di tecnologia, tipo Romero nelle sue cose più recenti o King quando fa accendere il computer ai suoi personaggi.A chi invecchia male: meno namedropping, più cantierspotting, please!

Ma sono anche da comprendere, scrittore e regista: hanno provato a far altro, hanno bombato a bestia e tornano a quel che credono di saper fare. Peccato che siano passati 15 anni da allora, peccato che questo genere di cinema sia stato rivoltato come un guanto, peccato che si siano susseguite ondate di gente ben più in gamba di quella che funestava i primi Novanta, peccato che nella grafite non abbiano trasmesso granché di quanto accaduto nel campo in loro assenza.

Questo "ritardo" comporta scelte penalizzanti in ogni campo e quindi il reparto tecnico, che, sia chiaro, è composto da gente molto in gamba che in altri casi ha fatto gran cose, si adatta e si spalma su una estetica televisiva, fra angoli di college a mezzo volo, interni da sit com, musica da seconda serata di Italia 1 e lucine e costumi al valium, manco fossimo a Beverly Hills 90210.
Questo, con ogni probabilità, è il vero spreco di Scre4m, la sua reale colpa.
Non si può spremere olio da quelle pietre di Craven e Williamson e non puoi far recitare quel gregge nemmeno a frustate, ma vedere ridotti così professionisti come Beltrami, Stockhausen, Deming e Sullivan dispiace non poco: poi uno capisce che, insomma, tengono famiglia anche loro e quindi ogni tanto è lavoro in apnea, ok, ma dispiace.

Da antologia il monologo del cattivo nel prefinale, con lo spiegone sui gggiovani che vogliono apparire e diventare famosi senza tanta fatica che pare recuperato da qualche rubrica di Alberoni per casalinghe in astinenza da Reader's Digest, e intendo l'Alberoni in forma ottimale.

Dolore per la retina, slogamenti di mascella, noia neuronica e citazionismo terminale: alla larga, alla larga!

Momento That's when i reach for my revolver:
"La tragedia di una generazione è sempre uno scherzo per quella successiva"

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Filmato:

mercoledì 27 aprile 2011

Cherry Tree Lane (2010)

CHERRY TREE LANE
2010, UK, colore, 77 minuti
Regia: Paul Andrew Williams
Soggetto/Sceneggiatura: Paul Andrew Williams
Produzione: Steel Mill Pictures

Una coppia borghese intorno ai quaranta, Christine e Mike, si prepara all'ennesima cena fatta di incomprensioni e silenzi, in attesa del ritorno del figlio adolescente.


Al posto del ritorno del prodigo spetterà loro subire l'arrivo di tre teen agers che, minacciando la donna, penetrano in casa dei due, li legano con del nastro adesivo e cominciano ad aranciameccanicheggiare bevendo, saccheggiando e arrivando ben presto alla violenza sessuale nei confronti di Christine.


I tre aspettano il ritorno del figlio della coppia, con il quale hanno da regolare qualche conto e, per ingannare l'attesa ne combinano di ogni, spargendo qualche perla di saggezza per bocca del più cool di loro. Quando al gruppo si aggiungeranno anche due ragazze e un bambino l'appartamento giungerà alla massa critica e il collasso nel buco nero sarà fra i più spiacevoli visionati negli ultimi tempi.

Seguo da tempo il lavoro di Paul Andrew Williams e ho visto sempre con piacere tutti i suoi lungometraggi (Cherry Tree Lane, The Cottage, London to Brighton, con quest'ultimo due tacche superiore agli altri) compreso anche il notevole The Children nel quale si è limitato alla scrittura.
Si tratta di uno degli artisti più solidi della nuova Hondata britannica e ha, come spesso succede da quelle parti, i suoi punti forti nel commentario sociale e nella tendenza a virare verso lo humor nero e la satira ferocissima appena gli si presenti occasione.

Sono arrivato quindi a questo Cherry Tree Lane prevenuto in senso positivo e non sono rimasto deluso: controllo maniacale delle inquadrature, compostezza rigorosa della messa in scena, attenzione verso dettagli cromatici e d'ambiente, tre unità aristoteliche a condire una tragedia che poggia su una base solidissima come la condizione sociale dei giovani inglesi e certa loro attitudine a un violento nichilismo.

Si tratta di un compito che, con un minimo di professionalità da parte di troupe e cast, può essere sempre portato a termine con un certo successo e infatti, dopo le prime battute (una cena che se mai ne farò una così mi taglio la gola da solo lì, fra il primo e il secondo piatto, magari dopo aver finito il vino), Cherry Tree Lane accelera subito in corsia di sorpasso, bello compatto e conscio di aver solo settantasette minuti per scrivere il temino su come sono conciati 'sti ragazzi.

Tema che, quando è trattato da un inglese, atterrisce molto di più proprio perché insieme a parecchie altre pellicole degli ultimi anni giocate su queste stesse corde contribuisce a formare un quadro desolante (dovessi basarmi sui film prodotti e girati in Inghilterra non andrei mai e poi mai in Inghilterra, manco regalata) come pochi senza, per fortuna, avanzare ipotesi sulle cause e possibili soluzioni.

A quello ci pensano già troppo politici, spettatori e vari attori sociali, divisi come sempre nell'eterno giochino del ci vorrebbe la pena di morte, ci/gli è colpa della società, gli è.

Cherry Tree Lane queste dicotomiche tristezze le lascia in un angolo, così come mette fuori scena e fuori gioco possibili esiti pornografici da turboviolenza esposta: pestaggi e stupri avvengono agli angoli della visione e non scorgiamo nulla nemmeno se, inguaribili guardoni, ci attorcigliamo a bordo schermo.
L'autore non ne ha bisogno e lo sa, preferisce quindi concentrarsi su altro nel tratteggiare questi Caini-in-the-hood: overdose televisiva che tutto ottunde, droga e alcol vissuti con noia e ignoranza, rabbia priva di focus e quindi omnidiretta (persino contro i supposti affetti) e dispersiva, assenza di riflessione in uno dei ragazzi che si rispecchia nella coscienza piuttosto sviluppata dell'altro ed entrambe non portano a risultato alcuno se non, in un cortocircuito gordiano che non sembra possibile nemmeno tranciare, in ulteriore violenza, verbale e fisica.

Teatro e attori sono di quelli che rendono ancora più evidente il vergognoso torpore cinematografico dell'Italia tutta: un appartamento ben arredato giocato su un esasperato monocromatismo blu, pochi attori dalle doti medie ma ben in parte e capaci di tenere il ritmo dall'inizio alla fine.
Qualunque Paese ha le risorse economiche per produrre decine di film simili, a noi, è evidente, manca ben altro che la pilla.
Parecchie delle trovate minori sono facili e banalotte, vero (La notte dei morti viventi in televisione è caduta di tono insopportabile, da esordienti privi di misura e controllo), ma non erodono più di tanto il credito accumulato e vengono presto dimenticate in favore di qualche dialogo azzeccato o intuizione scenica.
Anche se credete di saper spikkare bene in inglese munitevi comunque di sottotitoli che non si sa mai, ok?

Di home invasion ne abbiamo viste parecchie, in particolare negli ultimi anni (e ci sarebbe da meditare su questo proliferare, anzi, magari ci mediteremo), ma ben poche così poco compiaciute e con un finale sì potente. Must see.

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Let's Scare Jessica to Death (1971)

LET'S SCARE JESSICA TO DEATH
1971, USA, colore, 89 minuti
Regia: John D. Hancock
Soggetto/Sceneggiatura: John D. Hancock e Lee Kalcheim
Produzione: The Jessica Company e Paramount Pictures

Jessica si è appena ripresa da un forte esaurimento nervoso che l'ha costretta a passare sei mesi in una clinica e il marito, nel tentativo di salvare il matrimonio, sceglie di trasferirsi dalla frenetica New York alla quiete di una casa sul lago, nel Connecticut.


Insieme all'amico di famiglia Woody i tre si imbattono in una ragazza, Emily, che, credendo inabitata la magione, vi si era trasferita. Jessica propone a Emily di rimanere e la ragazza accetta, cominciando a esercitare un certo fascino sui due uomini, grazie a una fisicità esuberante e un comportamento che pare il totale opposto di quello della nervosa, poco sensuale e spaventata Jessica.


Ben presto, fra antiche storie sui precedenti abitanti della casa, ostilità dei locali, apparizioni e misteriosi fatti di sangue lo spettatore verrà trascinato, insieme alla protagonista, in una spirale dove non è facile distinguere la realtà dall'allucinazione.

Tre persone adulte come protagonisti, con la donna che non rispecchia i canoni della bellezza imposti; una serie di avvenimenti che confondono sempre di più lo spettatore e che non vengono spiegati da un finale che sveli tutti gli incastri e dia una patina razionale all'accaduto; un continuo spostarsi da un archetipo all'altro impedendo (alleluja) il facile incasellamento ai sempre indaffarati ragionieri della paura e ai terroretichettatori; ritmo lento e mancanza di reali avvenimenti importanti, di twist e svolte...
Nessun dubbio su quanto possa essere difficile, per certo urlante pubblico contemporaneo, trovare spunti di interesse in questa atipica gemma di inizio Settanta, creata da tali John D. Hancock e Lee Kalcheim con ben pochi soldi e che a entrambi riserverà una disattenzione di pubblico e critica per relegarli a una futura, anonima serie di lavoretti televisivi.

Non che Let's Scare Jessica to Death sia privo di difetti, anzi, è proprio nel suo riuscire comunque a bypassare certe falle logiche, una generale inconsistenza e profondità delle psicologie e alcuni giri a vuoto del suo motore già tenuto al minimo che la pellicola diventa ancora più pregevole.
Questo per merito, come spesso accade in prodotti che latitano nel reparto sceneggiatura, di un buon uso del paesaggio e del sonoro e un saper spargere segni magari ricorrenti nella storia del cineperturbante ma sempre efficaci se ben gestiti.

Ad aggiungersi a questi lati positivi c'è l'ottima prestazione di Zhora Lampert, anche lei in seguito destinata a un oblio fatto di tanta televisione e pochissima celluloide. Lampert ha volto spigoloso e buona intuizione nel non giocare tanto sulle corde della follia sonopazzapazzapazza quanto su quelle, più suggestive, della paura.
Paura di impazzire di nuovo e paura per quello che gli compare sempre più spesso attorno, con il viso che quando non è distorto da spasmi di angoscia e terrore diventa ancora meno rassicurante, attraversato com'è da un sorriso forzoso e impacciato quando gioca al desco famigliare o all'allegria balneare.

Robert Baldwin esercita luci e lenti in attesa di un futuro ventennio che lo vedrà frequente direttore di fotografia di certa malperserie B (Basket Case 2, Frankenhooker, Blood Bath, Zombie Island Massacre...) e si concentra su stagione e paesaggio, risultando più incisivo quando butta il cameranaso fuori dalla casa, mentre gli interni non dicono poi molto e paiono banali i pochi, azzardati giochini sui volti degli attori.

Il reparto sonoro funziona bene sia negli assordanti bisbigli che nell'interessante miscelarsi di voce narrante, pensieri della protagonista e dialoghi, così come sono rozzi ma efficaci i pestoni da fabbro che Orville Stoeber molla sui suoi synth.

Sono questi i pilastri sui quali Let's Scare Jessica to Death gioca tutto il suo precario equilibrio, minato un minuto sì e l'altro anche da una serie di personaggi che non vengono mai dipinti con cura e che se hanno almeno il pregio di non essere stereotipati teen ager da saldi estivi non riescono comunque mai a funzionare e, in alcuni casi (Woody, la ragazza del lago) paiono inutili all'economia della narrazione.

Ottimo invece il continuo gioco di allusioni e rimandi che non permette allo spettatore nessun tipo di facile intuizione.
Il marito, in combutta con qualcuno, vuol fare impazzire la moglie? Si tratta del classico film sulla casa maledetta? No, aspettate, è una storia di vampiri, c'è pure la bara-custodia di contrabbasso! Ah, ok ho capito, vinco io: ghost movie! Oppure, oppure, guardali come camminano, sarà mica qualche variazione su Stepford Wives? Ma... Ma vuoi dire che lei è davvero matta da legare e bella lì?

A questo aggiungiamo qualche ultimo tocco di quelli che sono tenuti in gran riguardo da queste parti, sia per esempio un azzeccato gioco di confusione delle prospettive con una certa soggettiva di Jessica in macchina che, in particolare la nozione di rovina economica che pervade spesso tutte le narrazioni in cui una famiglia si sposta in una casa sinistra, e potrete capire come il sottoscritto reputi Let's Scare Jessica to Death pellicola importante, da vedere vuoi per completezza di un certo quadro storico vuoi per puro piacere emoestetico.

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Filmato:

martedì 26 aprile 2011

Un mio grosso, grasso fallimento

Versione breve per chi mi disprezza, odia e compatisce, per i troll e per i masochisti che si ostinano a passare di qui:

Faccio schifo.
Critico tanto e poi non sono buono a scrivere un romanzo decente.
Sono bravo solo a provare invidia e rancore verso i grandi che ce la fanno ma, arrivato il grande momento della prova, non sono riuscito nemmeno a finirlo, il romanzo, figurarsi scrivere qualcosa di anche solo mediocre.
Il risultato, ovvio, è che ora proverò ancora più invidia e rancore e prima o poi romperò la promessa di non parlare più degli italiani e, meschino, ne stroncherò qualcuno nella vana speranza di cavarmi almeno quella soddisfazione.
Potete andare a dirlo in giro, copiare e incollare queste parole, sia chiaro che faccio schifo e pena.
Chi sa fa e chi non sa insegna e chi non è nemmeno buono a insegnare critica. Questa è la versione ufficiale e unica.

* * *



Versione lunga per chi invece legge questo blog da tempo o da pochi mesi e ne ha seguito le evoluzioni, per chi in fondo scrive un pezzo di questa narrazione e costruisce camere della malpercasa insieme a tutti gli altri:

Inizialmente volevo intitolare il post Il mio splendido, oscuro fallimento. Da un lato mi sapeva troppo di Kanye West e dall'altro lato "Il" è sbagliato: magari si fallisse una sola volta nella vita, magari fosse questo il fallimento più importante, le cose andrebbero super-stra-bene.
Non che non vadano bene, per fortuna.
Quando, qualche mese fa, mi sono imbarcato nell'impresa di scrivere un romanzo, come credo chiunque altro inizi qualche avventura, mi aspettavo determinate cose e avevo più o meno previsto un determinato percorso.

Mai, mai più avrei immaginato un fallimento di tale portata e insieme un momento così importante, ricco e determinante per la mia persona, non credo di aver mai imparato così tante cose su di me come in questi mesi.
Pagina 183 mi osserva e mi dice che non sarà mai completata ed è per me una tale liberazione...
Potevo aspettarmi di tutto (e, ovvio, quel che più mi aspettavo era comunque un insuccesso, visto il tipo di critica che ho sempre riservato alle varie forme di narrazione) ma non di annoiarmi a morte per tre mesi.

In vita mia ho provato varie sensazioni, come tutti, ma, confrontandomi con tantissime altre persone, sono sempre stato fiero e sorpreso di non aver mai provato noia e invidia. Ora una delle due è stata sperimentata, è probabile quindi che prima di schiattare cascherò anche nell'altra.
Ma la noia, la noia è terribile, non riesco a capacitarmene.

Intendiamoci, non vorrei fuorviarvi: ho scritto comunque un romanzo che, se completato e bombardato con giusto editing, potrebbe andare con una certa facilità a far cumulo in libreria e in edicola insieme a milioni di altri testi.
Ma grazie al cazzo, per stare alla pari con certi caproni basta il minimo sforzo del dito mignolo, non è un dato positivo scrivere al loro livello. Anzi, non è nemmeno dato neutro :)
E credo sia proprio questo lo smacco, lo schiaffo più forte: aver scritto una storiella come quelle che critico tanto quando le leggo in giro.
Ha tutte le cose a postino, questo romanzo: dispiego le truppe e dispongo le pedine all'inizio, provoco odio e affetto, le faccio confrontare in crescendo fino al climax finale, semino i giusti lutti e qualche rivelazione, spargo un po' di attualità e temi scottanti, ci ficco dentro qualche riflessione e i giusti momenti urghbleah, ho persino la protagonista femminile, il soprannaturale, il genere e il metagenere, i riferimenti alti e qualche sperimentazione linguistica che però non ostacoli mai tropo il lettore medio, il santo lettore medio e tante altre cosine da manuali mai letti.



Una pupazzeria insomma, come dice mio fratello quando s’immerge nella fauna da aperitivo.

E Mangiafuoco infatti mi sono sentito, fin dai primi giorni. Quando ho riletto il tutto non c'è stato scampo, ma già lo immaginavo.
Non c'è quasi mai scampo, purtroppo o per fortuna, se si è onesti. E non ci può essere altra via che l’onestà.

Perché mai dovrei aggiungere la mia compita e consapevole, ammiccante e terrorizzante pupazzeria a quelle di (inserite un qualsiasi nome di scrittore italiano del fantastico) e affollare un teatrino che già fa schifo per qualità, volgarità e toni?

Non posso sfuggire al mio giudizio e io mi dico: fai pena, peggio, sei innocuo, come tantissimi altri, lascia stare la narrativa di questo tipo, con questi moduli e fai altro. Credo che se chiunque avesse l'onesta di essere duro con se stesso e pretendere qualcosa di più, avremmo delle librerie migliori e delle edicole meno sporche. Ma capisco anche chi, per mille motivi, preferisce far spallucce e inventarsi mille discorsi per giustificare il suo libercolo da cinquemila copie (se va bene). Forse a credersela vivono meglio.
Anzi, di sicuro vivono meglio.
Ma no, non lo so, magari pubblicando si sentono vivi, non so che dire, le retoriche sono così tante che è quasi impossibile capire qualcosa dei loro motivi. E in più alcuni li ho conosciuti, di persona o per Rete, e sono brave persone eh, ma proprio gran belle persone. Non capisco, quindi sospendo ogni giudizio. L'ipotesi per me più praticabile è che ci credano davvero, anche perché vedo che sono molto morbidi in ogni tipo di giudizio e va sempre più o meno tutto bene, quindi credo che non facciano altro che applicare lo stesso livello di giudizio alle loro opere e quindi approvarle come approvano quelle degli altri.

A me non va bene quasi nulla, invece.
Siamo pieni di merda editoriale e la mia non farebbe altro che alzare di un centimetro la pila, tanto che magari finisce che non riusciamo nemmeno più a sederci sull'asse.
Non dicevamo, più o meno tutti insieme qualche giorno fa, che non basta lamentarsi della situazione italiana e che bisogna fare qualcosa? Questo qualcosa riguarda (per me) ogni livello della vita, ogni singolo aspetto anche quelli di poco conto come questo.

Se, dopo essermi lamentato per anni del livello cro-magnon della letteratura fantastica italiana poi contribuissi a questa media con il mio romanzuccio allora non avrei mai più scampo, prima di tutto da voi, che avreste l’obbligo (mi auguro) di tirarmi merda addosso ma ancora di più non avrei scampo da me stesso e visto che voi abitate in me per un numero limitato di ore mentre io sono inquilino fisso, capite bene che è per me impossibile contarmi qualche tipo di palla.

I miei principi fondanti, quando leggo ed elaboro un giudizio sulle opere di narrativa, sono pochi, assai semplici ed ereditati da qualcuno ben più in gamba di me.
Se una narrazione non ha un’estetica forte e potente, se non ne esci cambiato, se non ha un impatto emotivo profondo e perdurante nel tempo allora non ne vale la pena.
Stavo per aggiungere qualcosa sulla necessità di essere originali ma in fondo credo che questo sia secondario, se c'è è meglio ma non ammazziamoci a trovarlo.
Le altre cose che molti inseguono, specie in Italia (la Lettevatuva fantastica deve pavlavci del Veale, della società, bisogna esseve impegnati sul sociale e sul politico!) io non le considero nemmeno, se capita bene ma non sono obblighi.

E il mio romanzo mancava degli elementi e degli effetti che vi ho elencato. Aveva la trama e i personaggi, ma a me trama e personaggi non è che dicano poi molto, paiono cosette robotiche, in particolare la prima.
Chiaro, per altri la trama è quasi tutta e la lettura deve solo intrattenere due ore. Nulla di male, ne abbiamo già discusso, e quando dico nulla di male lo intendo davvero, non lo dico per liquidare un modo di leggere e vivere che non è il mio, anche questa cosa deve essere chiara fra noi.
Solo che non funziona per me e con me.
Per intrattenermi due ore, l'ho sempre detto, ho una montagna di altre proposte, tutte per me più divertenti della narrativa.

Quindi se continuassi questo viaggio sarei disonesto con me e con voi.
Non sono capace, archiviata la faccenda passo/torno ad altro, ben contento dell'esperienza.

Ma questa è solo parte di quanto avvenuto in questi mesi, forse la meno importante. Dicevo di aver capito un po' di cose...
Una di queste è che se fossi stato un po' più sicuro di me stesso, un po' meno scodinzolante e pronto a seguire tutte le sirene che sento in giro, non mi sarei nemmeno imbarcato, non avrei nemmeno cominciato a scrivere un "romanzo".

Fin da piccolino ho preferito racconti, articoli e saggi, sia per quanto concerne la lettura che per quanto riguarda la scrittura. Per farvi capire: ho letto molte più volte il Castoro su HPL o il volume della Reverdito che l'opera stessa di Lovecraft.
Il testo di Stephen King che ho letto di più è Danse Macabre, e il distacco nei confronti del suo secondo testo letto molte volte è enorme.
Il famoso racconto di sei parole di Hemingway per me straccia il culo over and over a tutto Il Signore degli Anelli.
I miei numi tutelari sono Carver e Shepard, e Il Gene Egoista per me è stata lettura emozionante, vibrante.
Ma.
Ma.
Ma credo che chiunque abbia mai scritto anche solo un racconto sia poi stato bombardato dalla domandona.
"Allora? A quando il romanzo?"
E io, come tanti altri, ho creduto che amici, conoscenti e chiunque altro avesse ragione contro il mio sentire, che il romanzo, per qualche ragione, fosse la cosa più importante.
Forse perché questa domanda veniva proprio da parenti, conoscenti e amici: me lo avessero chiesto più spesso dei nemici magari per reazione avrei resistito molto di più e ci avrei pensato più a lungo, maledizione.


E sì, certo, ovvio che con il passare degli anni ti cresce dentro questa pressione e, non sai nemmeno tu quando, diventa "tua", la introiti e sei sicuro che sia una tua urgenza, che davvero vuoi scrivere il romanzo, che è il momento, che il romanzo, dai, ammettiamolo, su, è venti volte meglio di un racconto, cinquanta volte meglio di un articolo o un saggio.
Che se scrivi un romanzo rifletti sulla vita, se scrivi una critica non sei altro che, boh, un parassita che vive a sbafo sulle narrative altrui.
Lo so, lo so, basterebbe riflettere due secondi per sorridere di queste convinzioni, accantonarle e procedere sulla propria strada, ma non è sempre così facile riflettere.
Non è colpa di nessuno, ovvio, credo che sia un meccanismo molto potente e non so quando ci libereremo della convinzione che un tipo di narrativa sia migliore e più importante di un altro. Forse mai.

Però uno come me dovrebbe essere più sgamato e saper identificare robe di questo tipo.
Peggio, c'è qualcosa di ancora peggiore, tranquilli...
Mentre scrivevo il romanzo non facevo altro che pensare al blog.
"Cavoli, vorrei scrivere questo articolo!"
"No, belin, devo troppo spalare merda sull'ultimo Carpenter anche se è un mio eroe, ha girato una roba troppo brutta!"
"Chissà cosa direbbero nei commenti se..."

E hai un bel dire, no, che i blog e i siti hanno lo stesso identico valore di romanzi, video, racconti, narrazioni vocali, quotidiani, riviste e mille altre cose. Dal dire al fare anche in questo caso c'è sempre di mezzo il mare orrendo dell'opinione degli altri che, per la massima parte, venerano il cartaceo un gradino sopra all'elettronico.
E anche questa cosa, al pari della terribile domanda "E allora, questo romanzo?" ti entra, mese dopo mese, anno dopo anno, si installa in un angolo della mente e lavora come una brutta bestia e alla fine ti ritrovi, di nuovo scodinzolante, a cercare l'approvazione e la legittimazione tramite il cartaceo, come se non sapessi come vanno le cose nel cartaceo.

Ci attrezziamo, ci fortifichiamo, analizziamo e ponderiamo e riflettiamo ma in ultima analisi spesso serve a ben poco finché non ci stampi il muso.
Per fortuna io l'ho stampato.
Scrivere il romanzo è stata esperienza desolante, noiosa, insieme facile, banale e innocua.
Mai me lo sarei aspettato, visto quel che ti crei nella capa riguardo alla nobile arte del romanzo e bla bla bla.
Mi aspettavo lavoro duro, coinvolgimento, maturazione e talvolta divertimento, passione, sforzo, concentrazione.
E invece mi sentivo sempre come se raccontassi palle. Noiose e risapute palle a me e ai possibili lettori.

Ce ne sono già troppi, di romanzi italiani del fantastico, noiosi, bugiardi e scritti male, aggiungere il mio significherebbe in un singolo istante, con un singolo gesto, cancellare tutto quello che ho detto, fatto, scritto, urlato, denunciato, affermato negli ultimi dieci anni e sarebbe un gesto dal quale non potrei mai più tornare indietro.

A me interessa più il blog, i commenti delle persone che durante gli anni si sono fermate da queste parti, che scrivere un romanzo che non mi garantirebbe nessuna forma di contatto immediato.
A me interessa discutere di film e letteratura piuttosto che muovere qualche pupazzo per qualche copia in più e per dimostrare che anche io ci riesco.
A me interessa la Rete piuttosto che il mondo dell'editoria cartacea dato beninteso per assodato che condividono molti difetti comuni e che anzi, in Rete bisogna lavorare ancora più sodo per filtrare tutto il rumore di questa falsa democrazia da maiali.
A me interessa vedere dei film: il momento, la scorsa domenica, che sono tornato a vederne tre di fila è stata una liberazione.
A me interessa creare qualcosa di ancora più valido qui e ora, in questo posto, piuttosto che altrove.
Ma, sia chiaro, questo non allevia di un briciolo la consapevolezza di aver comunque fallito, ci mancherebbe eh, è importantissimo aver bene chiaro in testa quanto siamo fallaci e incompleti, altrimenti starei giocando alla volpe e all’uva e, di nuovo, quando ci si forza all’onestà il gioco della volpe sparisce.
Quindi sia chiaro che non sono capace di scrivere un romanzo (per me) decente, non si scappa da questa verità, non si può scappare, non si deve scappare.
Ma occorre anche incasellare i fallimenti e dar loro la giusta importanza.
Sarei molto più turbato se all'improvviso non sapessi più cucinare.
Mi incazzerei molto più a biglia se mi morissero tutte le piante sul terrazzo o (non vorrei tirare in ballo anche queste cose ma è meglio farlo, non si sa mai che poi qualcuno mi pensi "leggerino", vero?) se non riuscissi più ad amare, a stare vicino, a essere presente e disponibile con gli amici e gli affetti.
Quindi fallimento, certo, e che sia chiaro, ma anche "embè?"



Domani sarà un altro giorno che inizio consapevole di cosette su di me che anche solo tre mesi fa non sapevo o, meglio, mi nascondevo molto bene.

Cosa mi aspetta ora, cosa vi, ci aspetta ora nella malpercasa?
Ne parliamo nel prossimo post, fra qualche giorno, giusto il tempo di organizzarmi anche dal punto di vista di alcune cosette che, per lavoro, dovrò affrontare (profili di vario tipo, compresi Twitter e Facebook, ok, sì, bravi, ridete, ah ah) e poi ripartiamo alla grande, basta con i post stitici degli ultimi mesi (anche se, ou, è andata benissimo ed è davvero solo merito vostro, io a sto giro ho fatto ben poco, avete tenuto il fortino come dei pazzi assatanati) si riprende a godere scrivendo di varie narrazioni.

E, particolare non piccolo, questo fallimento è cascato nel periodo migliore della mia vita, quindi il tonfo è giunto ancora più attutito, pura botta di culo.

Come dite? Non riuscite a commentare?
:)
Rofl
Lo so, ma dovete capirmi.
Lo faccio solo per questo post, tranquilli, ma non ce la farei davvero a leggere/reggere il fuoco incrociato di retoriche di vario tipo.

Coniglio, rinunci così facilmente?
Lascia che a giudicare siano i lettori.
Hai fatto bene, che coraggio nella tua onestà, da ammirare.
Sei un povero coglione.
Ti fai troppe seghe mentali, vai di trama a rullo, pesta con qualche personaggio e via, pulpcore till the end, autopubblicalo e che grande la Rete distruggiamo Immondadori!!!
Eh ma devi stracciare e buttare almeno tre romanzi prima di capire se…
Hai paura del giudizio altrui.
Un romanzo è come un figlio, fallo uscire di casa e vediamo se sa camminare su gambe sue... (questa mi ha sempre fatto ululare dal ridere)

Scusa ma tu invialo lo stesso a qualche editor in gamba, saprà ben lui se…
Pubblicane almeno qualche stralcio in Rete.

E tantissime altre ancora, con un sacco di variazioni.
Non vi vengono gli sbadigli? Come potrebbero farmi effetto queste frasine se le ho già previste, insieme a mille altre e insieme a mille altre risposte? Vogliamo crescere o preferiamo stanziare in questi ruoli lisi, fino alla morte?
Risparmiamocele, che dite? Non ha senso giocarci un finale di partita già del tutto coperto dalla manualistica, sai che palle? Diamolo per già giocato e vinto/perso a seconda di come pare a voi e facciamo finta, al mio prossimo post, che sono già passati altri tre mesi e abbiamo già svolto questo compitino, ok?

L’importante è che vada tutto bene e che abbia imparato alcune cose e, ancora di più, che non mi sia comportato in determinate maniere.
Lo so che ormai la coerenza è passata di moda e chi non è coerente si arma addirittura di citazioni (Wilde, Breton, Monduzzi, Huxley e alcuni altri, cool man, grazie Google!) per santificare le proprie scelte di comodo, io sono ancora un po’ vecchio stile e cerco di essere coerente senza, ovvio, che questo mi crei danno e per ora danno non c’è stato.
E da coerente non riesco a predicare in un modo e razzolare in un altro, lo lascio fare ad altri polli.

Ci sentiamo in settimana per capire come si muoverà Malpertuis nel suo eterno e continuo processo di rifondazione e restauro (le case vecchie, se non ci fai dei lavori, signora mia…).
Grazie ancora per aver tenuto botta nei commenti durante questi mesi, ora torno a dare anche il mio contributo.
Vi lascio con qualcosa di già embeddato in precedenza (e purtroppo c'è sempre e solo questa versione schifosa, sorry), ma è come mi sento ora, anche se credo di essermi lasciato dietro lo squalo e di procedere sulla via di casa. Navigando a vista, of course, che la maledetta bussola no ho mai capito come funziona, figuriamoci il sestante…

venerdì 22 aprile 2011

Eroi, soddisfazioni e auguri

Come sono contento per i commenti che si sono susseguiti e stanno susseguendosi nel post di qualche giorno fa! Sembra stupido ma a me discussioni come questa interessano molto e non credo sia tempo perso a cazzeggiare. Fra l'altro c'è da ribadire che, a dispetto di quel che si crede (e di quel che credo anche io eh, senza andare poi a verificare), si tratta di discussioni che non impegnano molto tempo e non ci legano alla sedia per ore. Grazie a tutti e tutti significa tutti, nessun escluso.

Oh, eh... Sono ancora più contento di non aver ricevuto nemmeno UN commento al post successivo, vuol dire molto per me, è grande conferma della bontà della direzione che sto seguendo... :)

Colgo occasione per farvi gli auguri in questi giorni di varie feste e feste varie, sparirò anche io come molti per il fine settimana, cercate di stare bene, prossima settimana vi parlo del romanzo e di altre cose.

Vi lascio con un mio eroe.
Dovete perdonarmi e non linciarmi: avevo otto anni. Ok, molti di voi, sono sicuro, a otto anni ascoltavano già il grindcoretorsofuckingspeeddeathmetalpunkjazzclassicambient, io ascoltavo lui e quando diceva I AM THE KING OF THE DIVAN uscivo fuori di testa e ballavo in cucina.

Ok, non è vero.

Non ho coordinazione cervello-mente quindi il mio non poteva essere chiamato ballo: "contrazioni spastiche involontarie e brutte a vedersi" è definizione più adatta.

Buon week end!

mercoledì 20 aprile 2011

Self destructive zones


Questo è collegato al post precedente, ma mi sembrava di invadere, perdonatemi quindi se differenzio.
C'è questa frase, no, nella canzone dei miei adorati Drive-by Truckers, "and it's like the dragon's side of the story is never told".
Ne troviamo una simile in Caroline Drama dei Raconteurs: "Well now you heard another side to the story. But you wanna know how it ends? If you must know the truth about the tale, go and ask the milkman"

E parafrasando, ma non troppo, vado a chiedelo al drago e al lattaio.

Ovvero a chi vota e crede in determinati valori, diciamo a chi crede al berlusconismo, tanto per capirci.
Ma, di nuovo, senza scadere nella propaganda, nella violenza, nel voler aver ragione o altro, ve lo chiedo davvero per capire.
Non so se ho lettori "berlusconiani", proprio perché non li conosco se non per come mi sono stati dipinti dai media, non ho incontrato e parlato da vivo con molte persone che credono che stia andando bene e che sia tutto ok.
Quindi se ne ho, di gente che pensa stia andando al meglio e che la società italiana stia esprimendo valori, ideali, stili, modalità positive e molto ok, ecco, vorrei che mi spiegassero il perché e il percome.
Sarete tutelati dai prevedibili attacchi, ve lo giuro, al costo di cancellare commenti offensivi nei vostri confronti anche se mi sembreranno "giusti", facendo violenza a me stesso, e potrete farlo in modalità anonima.
Ma spiegatemi perché a voi va bene, perché avete operato determinate scelte, perché insegnate ai vostri figli determinati valori che a me paiono negativi, anzi, peggio, distruttivi. Perché state godendo e tutto ciò vi sembra giusto e bello.

Se ve lo chiedo è perché non capisco e mi piacerebbe invece capire, in quanto se non capisco mi viene da sfuriare, odiare, confrontarmi in modo negativo un po' alla cieca e mi pare roba sterile.
Capisco perché Berlusconi e i tanti politici e affaristi vicini a lui lo abbiano fatto, capisco meno i votanti e coloro che difendono determinate scelte senza un ricavo immediato: vuol dire che ci credono davvero, più dei politici,  no?
Anche in questo caso, se vorrete aiutarmi, vi ringrazio.

E voi che invece non approvate determinati valori e non avete fatto determinate scelte, epr favore non commentate qui: se non ci saranno commenti vorrà dire che non ho lettori di un certo tipo e bella lì, ma non cercate di spiegare voi le loro ragioni, ok?



It was 1990 give or take I don't remember
when the news of revolution hit the air
The girls hadn't even started taking down our posters
when the boys started cutting off their hair
The radio stations all decided angst was finally old enough
it ought to have a proper home
Dead fat or rich nobody’s left to bitch
about the goings' on in self destructive zones

The night the practice room caught fire
there were rumors of a dragon headed straight for Muscle Shoals
"Stoner tries to save an amplifier"
and it's like the dragon's side of the story is never told
When the dream and the man and the girls hang around long enough
to make you think it's coming true,
it's easier to let it all die a fairy tale,
than admit that something bigger is passing through

The hippies rode a wave putting smiles on faces,
that the devil wouldn’t even put a shoe
Caught between a generation dying from its habits,
and another thinking rock and roll was new
Till the pawn shops were packed like a backstage party,
hanging full of pointy ugly cheap guitars
And the young'uns all turned to karaoke,
hanging all their wishes upon disregarded stars

My Grandaddy's shotgun is locked in a closet
and it never shot a thing that could have lived
An old man decided that you couldn't choose your poison
till you're nearly old enough to vote for him
They turned what was into something so disgusting
even wild dogs would disregard the bones
Dead fat or rich nobody’s left to bitch
about the goings' on in self destructive zones

Siamo davvero al peggio?


Poche ore fa ho ricevuto una mail da un amico che, fra le altre cose, mi dice anche: "Penso di lasciare l'Italia a breve, in un modo o nell'altro..."

Non so in quante mail di quanti amici e conoscenti, non so quante volte dal vivo, non so in quanti articoli e programmi ho letto questa frase, declinata come vi pare.

Non amo scrivere fuori dal mio piccolo orticello in quanto credo che, non appena piscio un centimetro fuori dal vasino, finisco con il dire banalità alla piove governo ladro, anche se, è umano, l'urlo mi preme in gola.

Credo che però esistano dati precisi (debito pubblico, finanziamenti, classifiche di vario tipo (siamo al penultimo posto in Europa nel gender gap, per esempio, e sotto il settantesimo nel mondo, ci superano Paesi che canzoniamo come Terzo Mondo; siamo bassini per numero di libri letti ma ce la tiriamo da scrittori, sticazzi e tantissimi altri dati...) e situazione percepita (un po' come la famosa afa percepita, no?) ed è quest'ultima che mi interessa, in particolare (senza nulla volere ai ventenni che non hanno conosciuto altro che questa puttaneide) la situazione percepita da chi ha qualche primavera sulle spalle.

Vi chiedo quindi: siamo al peggio della nostra Storia recente?
Cercate però di contare fino a dieci ed evitare facile odio verso i pupazzi che abbiamo al governo e all'opposizione (entrambi pericolosamente manovrati dalla mafia che gode a riccio e vi vuole odianti) e pensate al vivere, al vostro vivere, ai volti che vedete in strada, alla quotidianità, a come si comportano i bambini e i bambini mai cresciuti, ai discorsi, ai gesti, a come date e ricevete sesso, a come guardate negli occhi e a tante cose, tante davvero: non riduciamoci al "abberlusconi" altrimenti non serve a un cazzo e chiudo i commenti.
Pensate anche a voi, vi sentite "peggiori" rispetto ad altre fasi della vostra vita? Avete pensieri sgradevoli, modi brutali, alzate le spalle più spesso?

Siamo al peggio? Lo avvertite? Come lo avvertite, quando lo avvertite, da cosa lo avvertite?
Ricordate momenti peggiori?
Sfogatevi, mi interessa come non mai perchè sento questa pressione come non mai, evitate però le solite cose da commenti di Repubblica, Il Fatto o, parimenti, sparate ciniche alla cazzo, cercate di focalizzare, di pensare davvero alla domanda che vi pongo e quindi di rispondermi nella maniera più onesta possibile.

Grazie.



The day everything became nothing, I was standing underneath a streetlight, wishing I had a cigarette. I can't recall anything unusual about it. If there was something in the air, if the skies hadclouded over, I wasn't aware, I was too bored to care.
No thunder roared. No lightning cracked. No missiles rained from the sky. This was no sneak attack. There was just suddenly this awful lack. Things had changed, that's for sure.


The day everything became nothing, you couldn't put your finger on what had gone wrong. The alleys were still dirty; the garbage still smelled; there was no panic in the streets; just a lot of grief--in people's faces, in their eyes--a mixture of horror and total surprise.


This was no apocalypse.
No one heard a voice from the sky, there were no miracles at the 7-Eleven, no one screamed, no one even asked why. It was just like everything had somehow, quietly died. So let it die!

I can't recall much of what happened next. I was on my way to visit this woman I knew. All we had in common was good sex, and now I couldn't even remember her address. A group of us, just strangers, got together and we formed a committee to discuss the problem. We talked about things like assured mutual destruction and emotional responsibility.

I couldn't remember my name, so I called myself Bob.
It's weird being a Bob, but I'll get used to it. 
I have to.

lunedì 18 aprile 2011

Anima Persa

Mi prudono sempre più le mani a segnalare con poche frasi invece di fermarmi a discuterne a lungo: per ora andiamo avanti così ma non credo di potercela fare per molto...

Ieri sono tornato a vecchie e sane abitudini che avevo sospeso per qualche mese: pomeriggio libero, nessun impegno (da buon no-lifer) e quindi tre film sparati più o meno uno di seguito all'altro, uno dei quali avevo già visto.

Il Maledetto United, poi Anima Persa e infine The Wall...

Non avevo mai visto Anima Persa e dopo alcuni minuti iniziali durante i quali temevo che Risi mi spiattellasse qualche variazione sulla zia inquieta che svezza il nipote, sono per fortuna sprofondato in un tumore torbido, in qualcosa che definire perturbante è riduttivo e, infine, nella consueta ferocissima, corrosiva azione di desamina sociale risiana, che qui trovo sia ancora più efficace proprio perché veicolata in modo meno scoperto rispetto ad altri suoi lavori.

Non ho idea se il film sia di facile o difficile reperibilità, ma tanto per prendere qualche boccata d'aria nella stanza di quest'anno, viziata da flatulenze craveniane e carpenteriane, potrebbe interessarvi recuperare questo gioiello del 1977.

Ci sono alcuni estratti in rete, ho scelto quello meno spoilerante, con un Gassman over the top (ovvero, con un consueto Gassman) che manda a letto (visione quasi intollerabile) una splendida Catherine Deneuve...
Poco prima aveva asserito che le donne sono l'anello che collega il regno animale a quello vegetale, tanto per darvi la misura del suo personaggio...

Manco a dirlo, sonno turbato da alcuni incubi post-visione del trittico.

domenica 17 aprile 2011

E col passare di strani eoni, anche in Italia...



No, non voglio parlarvi del settantottenne Asor Rosa che vuole far il colpo di stato al settantacinquenne Berlusconi con il beneplacito dell'ottantaseienne Napolitano per poi farci capire che Montezemolo, Vendola, Bersani, Draghi e Marcegaglia sono Forze del Bene, sarebbe troppo anche per Lovecraft: ve l'immaginate la guerra aventina a colpi di bastone (da passeggio però) e viagra al grido di All The Power to The People, madò...

Voglio piuttosto segnalarvi un artista che in Italia non ci siamo mai cagati e che ora comincia a riscuotere giusti plausi all'estero. Anzi, che dico "non ci siamo mai cagati", non è vero, quando si è presentata l'occasione i soliti noti hanno sfruttato il suo lavoro in pubblicazioni e targhe per premi letterari senza nemmeno ricordare chi fosse l'autore, lasciamo perdere poi ogni riconoscimento economico.

Non è così in terre civili, il  Giappone per esempio, dove Andrea Bonazzi (cioè, una sua opera) campeggia sulla copertina della versione giapponese di Lovecraft: A Look Behind the Cthulhu Mythos di Lin Carter.
Kuturu shinwa zensho, questo il titolo del volume pubblicato da Tokio Sogensha con traduzione di Hiraku Takeoka e supervisione di Ken Asamatsu.
E, oh, i miei shoggoth mi dicono che i giap hanno pagato senza cercare scuse in bazzecole come terremoti e olocausti nucleari: bella lì, massimo rispetto.

Dal Giappone agli USA se uno è bravo il salto è facile ed ecco che Bonazzi compare in una antologia che a giudicare dai nomi in lista potrebbe diventare groundbreaking, che pare insomma sia un aggettivo positivo e importante.
Illustrazione sua infatti anche nell'Aklonomicon della Aklo Press, volumazzo che realizza una combo che per me si dovrebbe tentare più spesso, ovvero un'antologia di racconti ognuno accompagnato da disegno.

I nomi? Troppi per stare a elencarvi tutta la pappardella, ne droppo giusto uno-bomb tanto per farvi capire che non stiamo parlando di oscuri fanzincazzisti: Laird Barron, ok?
Ed è comunque fare un torto a tutti gli altri presenti, quindi per rimediare vi rimando al post di T.E. Grau che li elenca tutti per bene. E complimenti anche a Daniele Serra, presente nel volume.

Ovvio, i trolloni mi accuseranno di scambio di favori e mafia varia, così sia: ancora pochi giorni e le persone sgradevoli avranno vita assai più dura da queste parti, con nuove regole, anche perché mi sono rotto le poche palle che ho a furia di fare il gentile e/o cancellare commenti sgradevoli ogni due minuti.
Il muro di gomma e il rispetto civile non funzionano e sono troppo dispendiosi, si passa ad altro.

Nel frattempo vi rimando ai siti delle due case editrici e rinnovo i complimenti ad Andrea:

Aklo Press (fra l'altro ci hanno anche le magliette, uhm-yum)
Tokio Sogensha

E sì, possiedo parecchie sue sculture. E sì, anche se non nuoto nei dobloni, le ho pagate: deal with it, haterz.

giovedì 14 aprile 2011

I have no mouth, and i must scream

Dopo il cancro Rogert Ebert può aver perso l'abilità di mangiare e parlare, ma non ha certo perso un grammo della sua Voce.
E la vita è spesso (credo un pochino troppo spesso, no?) una merda: purtroppo c'è solo questa e la risata non-cinica aiuta un sacco, la scienza anche, così come non sono male amicizia e amore.
Non ho altre banalità da dire, vi lascio al filmato.

martedì 12 aprile 2011

Visione Cieca


Credo che anticiperò quanto ho da comunicarvi sul romanzo e vi dirò qualcosa per il 25, così festeggiamo in un botto solo la resurrezione del coniglio partigiano fuori dall'uovo fascista che vuole imprigionare l'inimprigionabile...

Nella messianica, essoterica, testosteronica e slogamandibolante attesa non posso che consigliarvi (potessi obbligarvi vi obbligherei eh, e lo ficcherei a scuola al posto del Manzo) una storia che ho cominciato a leggere grazie a un lettore/commentatore di Malpertuis, Marco.

Avevo già ringraziato in qualche commento ma mi preme (che modo di dire del cavolo, "mi preme") dare ancora più spazio ed esposizione al tutto.

Fino all'inizio degli anni Novanta oltre all'hovvov seguivo anche la "fantascienza". Poi in Italia hanno smesso di pubblicare Perturbante decente e sono andato a cercare i testi originali ma non ho fatto la stessa cosa con la sf, accontentandomi ogni tanto delle briciole pubblicate male e a ca(zz)so da quei poverazzi di Segrate o da quell'altro tizio alla Nord. Dentro c'erano anche belle cose (come sempre quando peschi a strascico, mica è merito loro) ma in sostanza sono rimasto al palo sulla sf.

Non che questo romanzo sia poi tanto sf. Perlomeno non solo.

Si tratta di Blindsight di Peter Watts.

2082 bla bla bla pioggia di micro artefatti sulla Terra (in pratica qualche entità aliena ci insta-mappa con precisione al metro quadro): ci allarmiamo, mandiamo una coraggiosa astronave a impattare con gli alieni. L'equipaggio è bello variopinto, una linguista che si è fatta operare per indursi personalità multiple, un biologo più macchina che uomo, un "sintetista" che ha zero empatia ma riesce a prevedere idee e comportamenti della gente osservandone corpo e parole, un soldato pacifista. Sono capeggiati da un vampiro (abbiamo riportato in vita, tramite genetica, i vampiri che si erano estinti) collegato alla nave senziente.
Quando contatteranno gli aliens, diciamo che non andrà tutto bene.

Ricco di trovate, a tratti più Perturbante di Shining (film) e in grado di farvi riflettere e pensare come non mai, mi sta assorbendo pur essendo in un periodo di non lettura quasi totale.

Cioè, il vampiro deve prendere delle pastiglie anti-euclidee per non patire tutto ciò che si interseca ad angolo retto come le croci, capite, ci sono cose così sparse ovunque. E gli alieni, ecco, sono ALIENI, non umani con qualche squama o due sessi in più o in meno.

E per me raccontare, riflettere e ragionare sulla società, sulla civiltà, sulla Storia è quel che fa Watts, che "usa" e "cita" teoria dei giochi e memetica invece che urlare male che c'era lo scandalo della piddue e anche le bombe in piazza fontana, omg!

Se avete ulteriori domande, visto che io lo sto ancora leggendo, credo che Marco e Mana ve ne potranno parlare nei commenti (spoilerate pure, a me gli spoiler non fanno gran danno, però nel caso avvisate per rispetto agli altri lettori). E chiunque conosca l'autore o il romanzo si senta liberissimo di scrivere quel che gli pare al riguardo: più info è  meglio che meno info, tanto siamo tutti capaci di processare dette info e chi non ce la fa si doti dei mezzi per farcela perché è bello quanto necessario.

Candidato allo Hugo, il romanzo è ora scaricabile in modo GRATUITO sul sito organizzato dallo stesso Peter Watts, una cosa assurda contro ogni legge dell'arte, della letteratura, del commercio, dell'editoria e bla bla bla, quindi grazie Peter Watts che non credi in certe cose (o che ne hai capite altre) e regali il tuo romanzo alla biblioteca mondiale.

Bella la frase di James Nicoll sull'autore:

"Whenever I find my will to live becoming too strong, I read Peter Watts."

Trasformo ora questo spazio in una memoria fissa a mio uso e consumo: visto che altre volte avevo chiesto in giro (via mail) consigli di lettura poi andati persi con la mail, chiedo qui almeno rimane rintracciabile con facilità.

Tenendo conto che non sono molto aggiornato sulla sf e che adoro Egan e ora anche Peter Watts, ci sono altri titoli validi, intendo proprio grossi calibri, sulla falsariga di questi due autori? Non sparate millemila titoli, tirate fuori solo cose imprescindibili eh... Giuro che, visto il godimento e la riflessione che mi sta provocando questa lettura, seguirò ogni consiglio che rientri nei paletti fissati.

Grazie!

venerdì 8 aprile 2011

Armadillo: shellshock

Scusate il doppio post quotidiano ma, facendo ricerca per alcune notizie, sono incappato nel trailer di un documentario danese, Armadillo, che a un minuto e venticinque secondi presenta una immagine che da sola prende tutti i film di guerra realizzati negli ultimi anni e li butta nel cestino, per poi svuotarlo.

Ritengo insultante per me dover sprecare ancora una singola parola in vita sul perché io sia sempre e comunque contrario alla guerra, credo però che una immagine come questa possa servire.

Terribile, da brividi.
Vedrò di recuperare Armadillo al più presto.

But you don't really care for music, do you?

Credo che abbiamo tutti perso il conto di quante volte questa canzone, troppo intensa da poter essere ascoltata con una certa frequenza, sia stata coverizzata.
Ne discutevo questa mattina e ho in seguito pensato a come la scelta per me sia da tempo ristretta fra le interpretazioni di Cohen e Cale. Forse Cale, ma è in realtà un pareggio, penso che la mia leggera preferenza per Cale sia più motivata dall'amore per l'artista e per tutto quello che ha fatto.

Ce ne sono parecchie altre, alcune detestabili (ho sentito porcherie di Bono e Sheryl Crow, tanto per dirne due, e Bob Dylan ne ha fatto un vero scempio mentre a Bon Jovi chiedo "ma perché?") altre comunque interessanti (K.D. Lang troppo pomposa, ma forse è la versione che could "please the Lord" più di tutte le altre e poi, ou, gotta love K.D....) e certe ormai classiche (quella di Buckley, cantante che amo insieme al padre ma che in questo caso non mi convince del tutto, quella di Rufus Wanwright non è comunque da buttare via).



Non rimane che chiedervi quale sia la vostra versione preferita, ancor meglio se siete a conoscenza di qualche versione più "rara" rispetto a quella decina che conosciamo...