Potevano campare per vent'anni rifacendo In Absentia over and over con qualche furbata sparsa e invece questi tizi sono in continuo movimento. Grandissimi.
Sunlight coming through the haze
No gaps in the blind
To let it inside
The bed is unmade
Some music still plays
TV, yeah it's always on
The flicker of the screen
A movie actress screams
I'm basking in the shit flowing out of it
I'm stoned in the mall again
Terminally bored
Shuffling round the stores
And shoplifting is getting so last year's thing
X-box is a god to me
A finger on the switch
My mother is a bitch
My father gave up ever trying to talk to me
Don't try engaging me
The vaguest of shrugs
The prescription drugs
You'll never find
A person inside
My face is mogadon
Curiosity
Has given up on me
I'm tuning out desires
The pills are on the rise
How can I be sure I'm here?
The pills that I've been taking confuse me
I need to know that someone sees that
There's nothing left I simply am not here
I'm through with pornography
The acting is lame
The action is tame
Explicitly dull
arousal annulled
Your mouth should be boarded up
Talking all day
With nothing to say
Your shallow proclamations
All misinformation
My friend says he wants to die
He's in a band
They sound like Pearl Jam
The clothes are all black
The music is crap
In school I don't concentrate
And sex is kinda fun
But just another one
Of all the empty ways
Of using up a day
How can I be sure I'm here?
The pills that I've been taking confuse me
I need to know that someone sees that
There's nothing left I simply am not here
Bipolar disorder
Can't deal with the boredom
You don't try to be liked
You don't mind
You feel no sun
You steal a gun
To kill time
You're somewhere, you're nowhere
You don't care
You catch the breeze
You still the leaves
So now where?
sabato 26 febbraio 2011
Porcupine Tree - Fear of a blank planet
giovedì 24 febbraio 2011
Femminicidio e minimalismo
Vi segnalo due film visti negli ultimi tempi, in mezzo all'ovvio e scontato mare di robaccia che ho dovuto filtrare.
Il primo, Ti do i miei occhi, mi ha colpito per la bravura dei protagonisti più che per la regia. Probabile che sia rimasto più impressionato del solito anche per il fatto che narra di violenza domestica e avendo avuto io in passato più di un problema a gestire l'ira sono ora più sensibile nei riguardi di tematiche come questa. Da vedere e rivedere.
Blue Valentine invece mi affascina perché pesca nel minimalismo (lo so, è passato di moda, ora bisogna scrivere di epica e cose grosse e importanti altrimenti sei un moccciano che si guarda l'ombelico, poi passerà anche questa concezione, fidatevi) e dimostra come sia possibile narrare una storia stra-banale e farla diventare interessante con qualche accorgimento tecnico. Anche in questo caso ottimi protagonisti (Gosling è da tenere d'occhio), con il bonus mica da poco delle lacrime nel finale, ma forse sono io che dai problemi di gestione dell'ira sono passato a quelli di gestione delle lacrime. Ho sempre problemi di gestione, me l'aveva detto mamma che dovevo fare il ragioniere...
Buone visioni, poi tornate da queste parti per discuterne...
Il primo, Ti do i miei occhi, mi ha colpito per la bravura dei protagonisti più che per la regia. Probabile che sia rimasto più impressionato del solito anche per il fatto che narra di violenza domestica e avendo avuto io in passato più di un problema a gestire l'ira sono ora più sensibile nei riguardi di tematiche come questa. Da vedere e rivedere.
Blue Valentine invece mi affascina perché pesca nel minimalismo (lo so, è passato di moda, ora bisogna scrivere di epica e cose grosse e importanti altrimenti sei un moccciano che si guarda l'ombelico, poi passerà anche questa concezione, fidatevi) e dimostra come sia possibile narrare una storia stra-banale e farla diventare interessante con qualche accorgimento tecnico. Anche in questo caso ottimi protagonisti (Gosling è da tenere d'occhio), con il bonus mica da poco delle lacrime nel finale, ma forse sono io che dai problemi di gestione dell'ira sono passato a quelli di gestione delle lacrime. Ho sempre problemi di gestione, me l'aveva detto mamma che dovevo fare il ragioniere...
Buone visioni, poi tornate da queste parti per discuterne...
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a quick one while he's away
martedì 22 febbraio 2011
Cosa pensate di Thomas Disch?
Nuovo appuntamento con i vostri commenti.
Non dico nulla se non che Disch mi ha regalato alcuni dei racconti più suggestivi, perturbanti e memorabili della mia vita. Al solito, potete parlare di tutto ma non sollevate flame sulle sue idee politiche, religiose o che altro, ve ne prego.
Post precedenti:
Cosa pensate di Stephen King?
Cosa pensate di Fritz Leiber?
Cosa pensate di Howard Phillips Lovecraft?
Cosa pensate di Ray Bradbury?
Cosa pensate di Richard Matheson?
Cosa pensate di Richard Laymon?
Cosa pensate di Ramsey Campbell?
Cosa pensate di Robert McCammon?
Cosa pensate di Dan Simmons?
sabato 19 febbraio 2011
Morte ai geek. E un sondaggio.
Volevo spararvi un "cosa ne pensate" su un narratore che ha fatto capolino nei commenti di questa settimana ma rinvio alla prossima.
Posto invece un link a un articolo divertente e divertito (ma anche serio e incattivito) che si ricollega alla lunga discussione che c'è stata l'ultima volta che ci siamo incontrati con Davide, Marco, Giorgio e gli altri.
Non avevo una posizione netta allora e non la ho nemmeno adesso in quanto non mi sono mai sentito più di tanto outcast, nerd o geek, pur condividendo molti degli interessi di cui parla Patton Oswalt e, per il poco che ne so, ne condivido anche timori e sensazioni.
Wake Up, Geek Culture.Time to Die
Purtroppo (lo so, vi giuro, avessi il tempo lo tradurrei) l'articolo è in inglese e quindi temo che la discussione sarà riservata a un numero inferiore di persone rispetto al solito: cercherò di evitare in futuro.
In coda, un mio amico sta portando avanti un progetto e mi ha proposto un questionario, se avete due minuti di tempo per compilare il tutto ve ne sarei grato.
Tu e il mondo dei libri
Posto invece un link a un articolo divertente e divertito (ma anche serio e incattivito) che si ricollega alla lunga discussione che c'è stata l'ultima volta che ci siamo incontrati con Davide, Marco, Giorgio e gli altri.
Non avevo una posizione netta allora e non la ho nemmeno adesso in quanto non mi sono mai sentito più di tanto outcast, nerd o geek, pur condividendo molti degli interessi di cui parla Patton Oswalt e, per il poco che ne so, ne condivido anche timori e sensazioni.
Wake Up, Geek Culture.Time to Die
Purtroppo (lo so, vi giuro, avessi il tempo lo tradurrei) l'articolo è in inglese e quindi temo che la discussione sarà riservata a un numero inferiore di persone rispetto al solito: cercherò di evitare in futuro.
In coda, un mio amico sta portando avanti un progetto e mi ha proposto un questionario, se avete due minuti di tempo per compilare il tutto ve ne sarei grato.
Tu e il mondo dei libri
martedì 15 febbraio 2011
Ci provo, ok?
Questo è un post che avrei dovuto scrivere una quarantina di giorni fa.
Ho rinviato perché ho tentato di trovare una soluzione alternativa ma non credo sia possibile.
Dunque, uno dei motivi (minori eh, non crediate chissà che) per cui ho mollato il lavoro a tempo indeterminato è che sento che è arrivato il momento di scrivere sul serio il romanzo.
In venticinque anni di scrittura ne ho cestinati tre prima di questo, di cui due completati, credo che sarà l'ultimo tentativo.
Se non lo faccio adesso non credo che ci riuscirò mai più.
Le idee mi premono in testa e ormai girano circolari, credo sia arrivato il momento, dopo anni di lotta, di metterlo su carta.
Cioè, su bytes.
Ma non riesco in contemporanea a scrivere sui posti dove vengo pagato, scrivere qui sul blog e scrivere il romanzo.
Ho tentato ma non ci riesco.
Credo quindi che interromperò per qualche tempo le trasmissioni. A malincuore eh, perché di cose da dire (e mi sembra che anche in questi ultimi giorni lo abbiamo dimostrato tutti) ce ne sarebbero tante, ogni giorno.
Ma mentre avverto di avere in pugno la critica e la saggistica del campo che ho scelto e sono sicuro di poterci tornare in ogni momento, ho la sensazione che il romanzo possa invece sfuggirmi per sempre.
Non sono prolifico, sono ossessivo e molto critico, se uscirà fuori una cosa al livello dei racconti miei che reputo migliori allora sarò insoddisfatto e non lo farò leggere a nessuno. Se uscirà qualcosa di più efficace allora vedrò di farlo leggere e revisionare da qualcuno capace, pagando, è chiaro.
Se il tutto passerà anche questo stadio allora lo distribuirò, in modo gratuito, ovvio anche questo: il lettore non deve pagare, in seconda battuta lo scrittore, se può, deve guadagnare.
Mi spiace molto eh, per questo stop, ma, ripeto, mentre sento che ai miei mille progetti posso tornare quando e come voglio, temo che il romanzo scappi via per sempre anche per via di uno spirito dei tempi che a mio modo di vedere ci allontana sempre più da questa forma.
NON è un addio, prendo solo una pausa per non distrarmi oltre il dovuto. Tre mesi? Diciamo che sì, fra tre mesi, se non accade nulla, se non ho scritto almeno una cinquantina di pagine, mollo il colpo e torno a fare quel che so di saper fare in modo decente.
Se non vi disturba troppo, belin, tenete il feed, ok?
Anzi, di più, tenterò comunque di sputare fuori alcune righe ogni settimana, da queste parti, giusto magari per dirvi: ho letto questo, è una figata, ho visto questo, fa cacare.
Tre mesi passano in un lampo, NON perdiamoci di vista perché piuttosto rinuncio al romanzo e non sto sparando una frase a effetto, sapete quanto io e il demone della scrittura non siamo proprio compagni di banco e sapete anche quanto invece ami il confronto e quanto mi abbiate insegnato durante questi anni.
Ci si sente, intanto vedetevi Dogtooth e fate i compiti a casa, ci risentiamo magari già questo sabato per parlarne, ci saranno solo post tipo “cosa ne pensate” o “film/libri letti”, abbiate pazienza. Potessi mollare i post a pagamento lo farei, ma devo anche mangiare eh...
Oh, parto per il viaggio, il viaggio inizia in Grecia ma è quasi tutto in giro per Milano.
lunedì 14 febbraio 2011
Cosa pensate di Dan Simmons?
Come al solito campo libero ai vostri commenti senza mio intervento alcuno se non questo: oblitererò senza nessuna pietà qualsiasi intervento che faccia riferimento a vita personale, scelte politiche e comportamenti pubblici dell'autore.
Altri siti sono già intervenuti in modo vergognoso sulla vicenda, ciò non accadrà su questo blog.
Siete avvisati.
Ricordo i precedenti post:
Cosa pensate di Stephen King?
Cosa pensate di Fritz Leiber?
Cosa pensate di Howard Phillips Lovecraft?
Cosa pensate di Ray Bradbury?
Cosa pensate di Richard Matheson?
Cosa pensate di Richard Laymon?
Cosa pensate di Ramsey Campbell?
Cosa pensate di Robert McCammon?
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Capolavori come se piovesse,
Dan Da Man,
HyperDan
domenica 13 febbraio 2011
The Hold Steady - You can make him like you
Mi spiace ma continuo a insistere, persino di domenica, con certe questioni di vita nelle quali ero impelagato, magari ci sono ancora e si fatica comunque a muoversi, comportarsi e pensare in modo diverso. Ma si deve, io credo.
E belle cose avvengono anche nelle canzoni pop, a patto che teniamo sempre presente che si tratta di pop (e solo di pop), che siano i Metallica o Guccini o tutto quel che ci sta in mezzo e a lato: conta l'efficacia all'interno del mezzo. E un pizzico di consapevolezza, se possibile.
Nella sua semplicità, trovo degno di nota questa narrazione degli Hold Steady.
E quei pestoni di tastiera...
Il video vabbè, ma era l'unico con buon audio: fastidioso lo stop iniziale, la canzone inizia verso il secondo 40...
You don't have to deal with the dealers
Let your boyfriend deal with the dealers
It only gets inconvenient
When you want to get high alone
You don't have to know how to get home
Let your boyfriend tell the driver the best way to go
It only gets kind of weird
When you want to go home alone
You don't have to know the inspiring people
Let your boyfriend know the inspiring people
You can hang in the kitchen
Talk about the stars in the upcoming sequel
If you get tired of your boyfriend's things
There's always other boys
There's always other boyfriends
If you get tired of your boyfriend's scene
There's always other scenes
There's always other boyfriends
You don't have to deal with the dealers
Let your boyfriend deal with the dealers
It only gets inconvenient
When you want to get high alone
You don't have to go to the right kind of schools
Let your boyfriend come from the right kind of school
You can wear his old sweatshirt
You can cover yourself like a bruise
But if you get tired of your boyfriend's things
There's always other boys
There's always other boyfriends
If you get tired of your football friends
There's always other boys
There's always other boyfriends
If you get tired of the car he drives
There's always other boys
And you can make him like you
If you get tired of the music he likes
There's always other boys
And you can make him like you
They say you don't have a problem
Until you start to do it alone
They say you don't have a problem
Until you start bringing it home
They say you don't have a problem
Until you start sleeping alone
There's always other boys
There's always other boyfriends
There's always other boys
And you can make him like you
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Ci sono sempre altre scene,
Nasconditi in cucina
venerdì 11 febbraio 2011
The Loved Ones (2009)
THE LOVED ONES
2009, Australia, colore, 84 minuti
Regia: Sean Byrne
Soggetto/Sceneggiatura: Sean Byrne
Produzione: Ambience Entertainment
Brent è un ragazzo segnato a vita da un incidente. Un giorno stava guidando insieme al padre quando, per evitare un adolescente coperto di sangue e comparso all'improvviso in mezzo a una strada fuori città, finì contro un albero.
Suo padre morì sul colpo e Brent da allora è diventato un adolescente cupo, che non ama uscire e festeggiare, si taglia le braccia con una lametta che tiene appesa al collo, ama girare per la campagna con il suo cane, arrampicarsi rischiando di morire e stonarsi ascoltando heavy metal.
Sua madre non è mai riuscita a recuperare dopo il lutto e ora è un fantasma di donna depressa che si aggira per la casa temendo di perdere anche il figlio. Figlio che da allora non ha più osato toccare una automobile.
Ma Brent è anche un ragazzo bello in modo strepitoso, con Holly, una compagna paziente, dolce e sensuale e un amico cicciotto e gigione che vorrebbe trascinarlo di più in giro a folleggiare.
Si avvicina il ballo e mentre il suo amico riesce a trovare il coraggio di chiedere alla dark lady della scuola, oscura,scontrosa e figlia del poliziotto locale, di uscire insieme (ricevendo un inaspettato sì) Brent si prepara invece per andarci con Holly quando riceve l'invito dalla timida, goffa e stramba Lola, vista da tutti come una outcast.
Brent rifiuta con molta cortesia e si avventura per il solito giro in campagna dopo una sveltina con la sua ragazza, tanto per tirare fino a sera e al ballo.
Ma quando è finalmente solo e sta godendosi musica e droga, ecco che viene stordito e fatto prigioniero da una misteriosa figura.
Si sveglierà in casa di Lola che, con l'aiuto del padre, folle quanto lei, e in presenza di una madre catatonica alla quale è stata fatta l'apertura del terzo occhio, vorrà festeggiare un ballo scolastico molto, molto privato con il “suo” Brent...
Avrei voluto scrivere tante altre cose nella sinossi ma il rischio spoiler era davvero troppo elevato e, pur non essendoci “sorprese” nel classico senso di twist shyamalaniano ci sono comunque alcuni risvolti che preferisco lasciarvi scoprire lungo la strada.
Mi sono comunque dilungato oltre la media per un motivo.
Considero una opera di narrativa riuscita, solida, affascinante uno dei pochi, pochissimi miracoli per cui valga la pena vivere giorno dopo giorno, i pochi altri vi sarà facile immaginarli.
Ma quando l'opera narrativa in questione è riuscita NONOSTANTE una trama che sembra urlare “cazzata galattica” a ogni singola lettera usata, beh, ecco, si tratta di miracolo maggiore e di valore aggiunto, come se partissi nei centometri con qualche chilo di piombo in tasca a riuscissi a vincere nonostante l'handicap.
Ma ho scelto di parlarvi di questo film anche per un altro motivo, oltre a quelli soliti che caratterizzano il mio lavoro qui nella malpercasa. L'ho fatto perché di solito sono molto sicuro di quel che penso e scrivo, in particolare quando si parla di narrazioni.
Sono sicuro ma (è ovvio, altrimenti non scriverei in pubblico) cerco controprove e commenti che mi vengano a dire “no, guarda, proprio no, e ora ti spiego perché no”.
The Loved Ones è caso diverso.
Mi è piaciuto molto, moltissimo e lo considero una gemma del Perturbante degli ultimi anni, una delle poche ad avere, otre a tutto il resto che sarebbe già sufficiente, il dono dell'originalità.
Ma non sono sicuro.
Mi godo il piacere della visione e del ricordo della visione ma temo di aver preso anche una cantonata: ho, una volta tanto, più bisogno di conferme che di dubbi.
Perché ho cominciato a vedere questo film carico di pregiudizi, prevenuto abbestia e convinto di dovermi sorbire, per bene che andasse, qualche noioso metaesperimento su ragazzi gothic-emo, con strizzate d'occhio e furbatine risapute.
Le strizzate in effetti ci sono state.
Ma alle palle.
Perché The Loved Ones parte sì come commediola schizo-emo-meta-campus e quel che volete, ma ogni volta che pensate di aver acchiappato il tutto ecco che muta e diventa ora un torture movie tanto grottesco quanto efficace per poi sprofondare nel delirio e nella follia, infilandoci parecchi momenti off tanto per farvi esalare l'ennesimo wtf?...
Ed è stupefacente come ogni singolo aspetto abbia lavorato alla perfezione per ottenere un risultato che a me ha strabiliato e deliziato, dal carneade australiano (viva quel posto, quanti bei film!) Sean Byrne che se la scrive e se la filma da solo agli interni e costumi che pasticciano in maniera spiazzante fra teenleziosità e baratri brutti e scuri, pile di ossa e disegni pastellosi a saturare la retina con troppi colori discordanti.
Dalla musica che pare banalottissima ed è invece diegetica a palla fino alla fotografia di un Simon Chapman che gode come un cuculo ogni volta che capo Byrne gli urla “famolo strano, famolo psycho!”.
E beh, che dire degli attori?
Lo so, lo so, non potete togliere gli occhi dai due principali e come darvi torto? Andiamo, Xavier Samuel mi fa incazzare tanto è bello e pure modestino, maledetto lui, immaginate un primo Grignani ma più fine e molto meno tamarro, tutto problemi e capelli e manifesto dolce & metallana, davvero perfetto.
E... madò, ma come non rimanere folgorati dalla paffuta Robin McLeavy nei panni di Lola?
Quando si spoglia per provare il vestito, chiedendo al padre di rimanere lì per dirle come sta, e si toglie goffa jeans e tutto rivelando un culo normale e mutande meh, cioè, rimanda all'asilo tutte le nabokovine del mondo e ne avanza ancora un po'.
E la pipì? Il latte? Il force feeding del pollo?
My god, devo correre di nuovo in bagno...
Ma per quanto bravi dovete togliere gli occhi da 'sti due perché guardate che anche tutto il resto del cast è così azzeccato che non si sa chi apprezzare e segnalare di più, cane compreso.
Ma poi che altro volete?
Gestione della tortura che azzera così tanti idioti della trippa e del sangue, sapendo con intuito assurdo quando nascondere per attivare la vostra cattiva e sadica fantasia e quando mostrare tanto per sorprendervi ancora un po'?
L'avrete.
Terzo occhio di Shiva e sesto chakra?
Ne avrete a pacchi e con brutalità e goffaggine che vi faranno arricciare le dita dei piedi.
La spalla umoristica che si droga e tromba con la pazza stupenda evilmetallara, a più riprese, in modi off e imbarazzanti?
L'avrete.
Personaggi che non sono per nulla quel che, con una alzata di spalle, avevate (avevo eh, chiaro) pensato?
Li avrete.
Struttura circolare con catarsi e sanificazione del trauma iniziale?
Belin se lo avrete e non vi sembrerà per nulla artificioso e forzato anzi urlerete fuck yeah!
E c'è un'ultima cartina di tornasole.
Voi dovete sapere che ho una gatta cinefila. Che è una fortuna eh, immaginatela cinofila, sarebbero problemi no?
Allora questa gatta naturalmente odia World of Warcraft, passa davanti allo schermo, mi siede sulle spalle e non degna il tutto della minima attenzione.
Ma appena mi stendo a letto col taccuino e guardo un film lei mi piomba sul petto e lo guarda anche lei.
Non si addormenta eh, giuro, guarda tutto.
Durante 127 ore a un certo punto è andata contro a catturare delle formiche che c'erano nel film, ma per il resto ha seguito senza fare molto.
Ma durante questo ha seguito assorta e in due occasioni ha uggiolato (cioè, boh, quel che fanno i gatti al posto di uggiolare) e ha cercato coccole, impaurita.
Ok, non posso sapere cosa le passasse per la testa, ma io proietto un sacco e me sembrava impaurita.
Quindi anche la gatta dice pollice su.
Non so, c'è molto altro ma vorrei che tutti quanti correste a guardare questo strambo gioiellino, almeno poi ci risentiamo e mi potete dare qualche pacca sulla spalla dicendomi se avevo ragione o meno, va bene?
A presto...
Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema
Filmato:
2009, Australia, colore, 84 minuti
Regia: Sean Byrne
Soggetto/Sceneggiatura: Sean Byrne
Produzione: Ambience Entertainment
Brent è un ragazzo segnato a vita da un incidente. Un giorno stava guidando insieme al padre quando, per evitare un adolescente coperto di sangue e comparso all'improvviso in mezzo a una strada fuori città, finì contro un albero.
Suo padre morì sul colpo e Brent da allora è diventato un adolescente cupo, che non ama uscire e festeggiare, si taglia le braccia con una lametta che tiene appesa al collo, ama girare per la campagna con il suo cane, arrampicarsi rischiando di morire e stonarsi ascoltando heavy metal.
Sua madre non è mai riuscita a recuperare dopo il lutto e ora è un fantasma di donna depressa che si aggira per la casa temendo di perdere anche il figlio. Figlio che da allora non ha più osato toccare una automobile.
Ma Brent è anche un ragazzo bello in modo strepitoso, con Holly, una compagna paziente, dolce e sensuale e un amico cicciotto e gigione che vorrebbe trascinarlo di più in giro a folleggiare.
Si avvicina il ballo e mentre il suo amico riesce a trovare il coraggio di chiedere alla dark lady della scuola, oscura,scontrosa e figlia del poliziotto locale, di uscire insieme (ricevendo un inaspettato sì) Brent si prepara invece per andarci con Holly quando riceve l'invito dalla timida, goffa e stramba Lola, vista da tutti come una outcast.
Brent rifiuta con molta cortesia e si avventura per il solito giro in campagna dopo una sveltina con la sua ragazza, tanto per tirare fino a sera e al ballo.
Ma quando è finalmente solo e sta godendosi musica e droga, ecco che viene stordito e fatto prigioniero da una misteriosa figura.
Si sveglierà in casa di Lola che, con l'aiuto del padre, folle quanto lei, e in presenza di una madre catatonica alla quale è stata fatta l'apertura del terzo occhio, vorrà festeggiare un ballo scolastico molto, molto privato con il “suo” Brent...
Avrei voluto scrivere tante altre cose nella sinossi ma il rischio spoiler era davvero troppo elevato e, pur non essendoci “sorprese” nel classico senso di twist shyamalaniano ci sono comunque alcuni risvolti che preferisco lasciarvi scoprire lungo la strada.
Mi sono comunque dilungato oltre la media per un motivo.
Considero una opera di narrativa riuscita, solida, affascinante uno dei pochi, pochissimi miracoli per cui valga la pena vivere giorno dopo giorno, i pochi altri vi sarà facile immaginarli.
Ma quando l'opera narrativa in questione è riuscita NONOSTANTE una trama che sembra urlare “cazzata galattica” a ogni singola lettera usata, beh, ecco, si tratta di miracolo maggiore e di valore aggiunto, come se partissi nei centometri con qualche chilo di piombo in tasca a riuscissi a vincere nonostante l'handicap.
Ma ho scelto di parlarvi di questo film anche per un altro motivo, oltre a quelli soliti che caratterizzano il mio lavoro qui nella malpercasa. L'ho fatto perché di solito sono molto sicuro di quel che penso e scrivo, in particolare quando si parla di narrazioni.
Sono sicuro ma (è ovvio, altrimenti non scriverei in pubblico) cerco controprove e commenti che mi vengano a dire “no, guarda, proprio no, e ora ti spiego perché no”.
The Loved Ones è caso diverso.
Mi è piaciuto molto, moltissimo e lo considero una gemma del Perturbante degli ultimi anni, una delle poche ad avere, otre a tutto il resto che sarebbe già sufficiente, il dono dell'originalità.
Ma non sono sicuro.
Mi godo il piacere della visione e del ricordo della visione ma temo di aver preso anche una cantonata: ho, una volta tanto, più bisogno di conferme che di dubbi.
Perché ho cominciato a vedere questo film carico di pregiudizi, prevenuto abbestia e convinto di dovermi sorbire, per bene che andasse, qualche noioso metaesperimento su ragazzi gothic-emo, con strizzate d'occhio e furbatine risapute.
Le strizzate in effetti ci sono state.
Ma alle palle.
Perché The Loved Ones parte sì come commediola schizo-emo-meta-campus e quel che volete, ma ogni volta che pensate di aver acchiappato il tutto ecco che muta e diventa ora un torture movie tanto grottesco quanto efficace per poi sprofondare nel delirio e nella follia, infilandoci parecchi momenti off tanto per farvi esalare l'ennesimo wtf?...
Ed è stupefacente come ogni singolo aspetto abbia lavorato alla perfezione per ottenere un risultato che a me ha strabiliato e deliziato, dal carneade australiano (viva quel posto, quanti bei film!) Sean Byrne che se la scrive e se la filma da solo agli interni e costumi che pasticciano in maniera spiazzante fra teenleziosità e baratri brutti e scuri, pile di ossa e disegni pastellosi a saturare la retina con troppi colori discordanti.
Dalla musica che pare banalottissima ed è invece diegetica a palla fino alla fotografia di un Simon Chapman che gode come un cuculo ogni volta che capo Byrne gli urla “famolo strano, famolo psycho!”.
E beh, che dire degli attori?
Lo so, lo so, non potete togliere gli occhi dai due principali e come darvi torto? Andiamo, Xavier Samuel mi fa incazzare tanto è bello e pure modestino, maledetto lui, immaginate un primo Grignani ma più fine e molto meno tamarro, tutto problemi e capelli e manifesto dolce & metallana, davvero perfetto.
E... madò, ma come non rimanere folgorati dalla paffuta Robin McLeavy nei panni di Lola?
Quando si spoglia per provare il vestito, chiedendo al padre di rimanere lì per dirle come sta, e si toglie goffa jeans e tutto rivelando un culo normale e mutande meh, cioè, rimanda all'asilo tutte le nabokovine del mondo e ne avanza ancora un po'.
E la pipì? Il latte? Il force feeding del pollo?
My god, devo correre di nuovo in bagno...
Ma per quanto bravi dovete togliere gli occhi da 'sti due perché guardate che anche tutto il resto del cast è così azzeccato che non si sa chi apprezzare e segnalare di più, cane compreso.
Ma poi che altro volete?
Gestione della tortura che azzera così tanti idioti della trippa e del sangue, sapendo con intuito assurdo quando nascondere per attivare la vostra cattiva e sadica fantasia e quando mostrare tanto per sorprendervi ancora un po'?
L'avrete.
Terzo occhio di Shiva e sesto chakra?
Ne avrete a pacchi e con brutalità e goffaggine che vi faranno arricciare le dita dei piedi.
La spalla umoristica che si droga e tromba con la pazza stupenda evilmetallara, a più riprese, in modi off e imbarazzanti?
L'avrete.
Personaggi che non sono per nulla quel che, con una alzata di spalle, avevate (avevo eh, chiaro) pensato?
Li avrete.
Struttura circolare con catarsi e sanificazione del trauma iniziale?
Belin se lo avrete e non vi sembrerà per nulla artificioso e forzato anzi urlerete fuck yeah!
E c'è un'ultima cartina di tornasole.
Voi dovete sapere che ho una gatta cinefila. Che è una fortuna eh, immaginatela cinofila, sarebbero problemi no?
Allora questa gatta naturalmente odia World of Warcraft, passa davanti allo schermo, mi siede sulle spalle e non degna il tutto della minima attenzione.
Ma appena mi stendo a letto col taccuino e guardo un film lei mi piomba sul petto e lo guarda anche lei.
Non si addormenta eh, giuro, guarda tutto.
Durante 127 ore a un certo punto è andata contro a catturare delle formiche che c'erano nel film, ma per il resto ha seguito senza fare molto.
Ma durante questo ha seguito assorta e in due occasioni ha uggiolato (cioè, boh, quel che fanno i gatti al posto di uggiolare) e ha cercato coccole, impaurita.
Ok, non posso sapere cosa le passasse per la testa, ma io proietto un sacco e me sembrava impaurita.
Quindi anche la gatta dice pollice su.
Non so, c'è molto altro ma vorrei che tutti quanti correste a guardare questo strambo gioiellino, almeno poi ci risentiamo e mi potete dare qualche pacca sulla spalla dicendomi se avevo ragione o meno, va bene?
A presto...
Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema
Filmato:
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Cinema,
Famolo Austrano,
Paffuta straccia Ossuta,
Recensioni,
Turboemo
mercoledì 9 febbraio 2011
La scimmia vede, la scimmia fa...
Chi frequenta questo posto sa ormai bene come io mi posizioni (con buona pace di chi invece crede nell'uomo e nella civiltà, nella società e in tante altre cose) nel gruppo degli ignavi, termine che non sento come offesa e che intendo in senso cioraniano.
Sono però ancora molto indietro sulla strada del distacco (non ci arriverò mai), troppe le emozioni che mi trascino dietro da sempre e lo spettacolo di noi scimmie (io la prima, sia ben chiaro, una proudest monkey fra le altre, come cantava qualcuno anni fa, sentite l'intro nel video e quanto è già ubriaco) in certi momenti mi affascina e, devo ammettere, riesce ancora a sorprendermi e a farmi perdere il focus da cose più importanti (le solite, no, libri, fumetti, film, videogames...) per qualche istante.
Sia chiaro eh, non c'è superiorità o inferiorità, minore o maggiore dignità nella mia posizione (e io credo non ce ne sia in nessuna), considero già un buon risultato essere arrivato a questa cognizione, visto che invece altri si sentono “più” a fare qualcosa di universale, a me va già bene farlo nelle mura di casa e non ci riesco spesso.
Magari è una posizione un pochettino più scomoda, quello sì, perché ti becchi offese da chi invece si schiera, ma pazienza, con le offese io ci vado a nozze.
A me invece certi schierati affascinano eh, a partire da chi gli ignavi li aveva scherzati mica male nella sua Commedia, è che, oh, non ce la faccio, mi vien da ridere a schierarmi e strepitare for a better tomorrow o for a better yesterday quand the trains arrived in time, ma mi piacciono molto alcuni appartenenti ad entrambi i tipi.
Hai voglia però a fare il distaccato, quello che sapeva e immaginava da anni, ma di fronte a certi dossier di inchiesta si rimane comunque sorpresi dalla gravissima patologia che pervade questa particolare declinazione del potere, tutta italiana.
Non sappiamo manco fare i tiranni senza urlare, strepitare, comportarci in maniera rozza e infine poco intelligente, noi i Watergate possiamo solo sognarceli: averceli almeno i Nixon, madò, ma ridateci anche solo Andreotti.
Siamo one step beyond, ridateci la P2, siamo a una P5 da clown, dio...
Qua abbiamo gente pazza e sbracciata circondata da una opposizione guardona e distratta, che perde di vista economia e politica perché ci sono troppi specchietti e perline e si sa, no, scimmie e gazze ne sono affascinate...
Di più, non abbiamo nemmeno la dignità di sceglierci qualche patologia un po' coi controcazzi, chessò, un bel virus Ebola o qualcosa oldies but goldies come la Peste Nera o il Maestà Vaiolo.
No, al massimo sappiamo prenderci la Satrapite Acuta da una parte e il Ballo di San Vito dall'altra: entrambe si curano ma hanno ricadute frequenti e recidive, purtroppo.
E sopra ogni cosa amiamo alla follia la Dicotomite Letalis, la amiamo così tanto che quando arriva l'untore di turno noi BAM!, invece di allarmarci, indicarlo, avvertire del rischio, evitare quelle maniglie di porte no, noi gli corriamo incontro e sgomitiamo per farci cospargere dalla sostanza biancastra.
Perché se ce ne cospargiamo poi siamo ammessi al war game di turno e possiamo costruirci il personaggio Orda o quello Alleanza e cominciare a menare come pazzi.
Peccato che non sia un videogames, dove si vince senza se e senza ma.
Qua perdi appena scegli di entrare nel gioco, non conta la palizzata che difendi o attacchi.
Prendete per esempio la manifestazione che si terrà domenica.
Alcuni e altri ancora hanno subito tentato di buttarla in caciara dicotomica ("se manifesti sei contro le donne": è comunque da ammirare come mossettina dialettica d'antan, ha una buona presa ma questo avviene perché non ricordiamo mai nulla) e ci sono riusciti in pieno, ci sono riusciti nel momento esatto in cui altri (e anche io sono costretto a farlo, per farvi comprendere il discorso che altrimenti diventa un po' criptico) subito hanno accettato questa impostazione.
Non mi sento indignato o coinvolto da quello che fa Berlusconi. Non mi sento toccato in quanto non mi sento donna, non ho una parte femminile. Ma, ehi, non mi sento nemmeno italiano, non ho una parte italiana. E, cavoli, non mi sento nemmeno uomo.
Non mi sento votante.
Non mi sento schiavo, suddito, padrone, prigioniero o libero.
Diamine, non mi sento nemmeno comunista. O fascista. O liberista. O hegeliano. O amante del brodo liebig.
Ci penseranno con buona probabilità altri a dirmi come devo sentirmi dopo queste mie parole (Qualunquista? Banale? Idiota? Italiano Medio? Colpevole del Degenero? Credo che andranno tutte più o meno bene).
Credo sia già tanto se mi sento (termine odioso) cittadino del mondo.
Diciamo che mi sento vivente, ecco, sì, mi sento un po' diverso dai minerali, a questo ci arrivo.
Ecco, un bello scontro gente di carne contro gente di pietra già sarebbe più forte.
Sia chiaro però, che chi si sente rientrante in una delle definizioni date sopra, beh, è sacrosanto che gli prudano le mani e voglia mazzuolare, ma ci mancherebbe, il cortocircuito suo sarebbe appunto sentirsi così e non sentirsi voglioso di agire.
Perché il problema è sempre dove fissi il tuo personale “sentirti parte di”.
Ti senti donna?
O ti senti donna bionda?
O donna bionda di circa 35 anni?
O donna biondo-cenere, 63 anni, dei Gemelli, che ama la buona cucina e i viaggi, milanese, legge Sun Tzu anzi no lo cita solo, religiosa ma non praticante, relazione stabile con serio professionista, due figli, un cane ma prima ha avuto il gatto poi però i gatti sono stronzi e lei cercava stabilità e affetti e veste di verde ma non di domenica?
Dove stringere e dove allargare?
Le 62enni sono nemiche?
O alleate momentanee nella lotta contro le maledette puttanelle rosse 61enni dello Scorpione?
E se smettessimo di identificare e ci limitassimo a un più generico “essere vivente”?
Non sarebbe “meglio”?
No, meglio no, altrimenti ricaschiamo di nuovo nelle classifiche.
Sarebbe però più funzionale a pensare fuori dal box, che lì è preferibile se ci teniamo la macchina e gli attrezzi del giardinaggio.
Servirebbe a non farci imprigionare dentro dei loop che, dai, stiamo vedendo sempre uguali da 30 anni e passa., che dico, da 50 anni minimo.
Come fare, cosa posso fare io che non voglio scendere in piazza perché non mi piacciono troppi di quei nomi che ci scenderanno né però voglio essere affiliato a chi non ci scenderà, che quei nomi madò mi piacciono ancora meno? E sia chiaro, mi piacciono molto meno, ma non conta.
Io mi sento indignato non da tutte quelle cose dette prima bensì dallo scontro dicotomico e dalla tendenza a catalogare in generi, tipi, sottotipi, sottosottotipi che vedo in atto, quello sì.
Oddio, indignato. Interessato.
Come agire quindi?
Posso fare solo quello che ho sempre fatto, cercare di lavorare sulle parole.
Si tratta davvero della stessa questione di non voler operare distinzione fra genere e mainstream (sapete dove ci ha portato no, sia in campo critico che per quanto riguarda i vilipesi scrittori, madò...), fra narrativa e saggistica.
Se ho mutato “horror” in Perturbante, abbracciando con questo generi che non sono riconosciuti come horror e togliendo il Perturbante da parecchio horror che nun gliela fa, credo si possa fare, con molta, impossibile fatica, con qualsiasi cosa, con qualsiasi “genere” e sesso (non parliamo per esempio dei transgender, degli ermafroditi e di tante altre cose che in questa battaglia dei sessi e dei generi sono finiti esclusi da entrambi le patologiche parti in causa, per esempio).
Vediamo (no, ma che, vedrò, mica posso pretendere che altri combattano le mie, di battaglie) quindi di usare “meno” donna e uomo, maschio e femmina e più essere umano, persona, soggetto e tante altre furbate che furbate non sono, perché è solo attraverso le parole che possiamo tentare di rimodellare queste situazioni.
E poi in piazza fa freddo e forse entro domenica porto il mio Sciamano all'85esimo livello...
Bow to the Super Bowl
Ci sono solo due sport che seguo.
Per "seguire" intendo che ogni due o tre giorni vado sul sito di riferimento e mi guardo, mah, una decina di minuti di filmati vari.
Non mi serve a nulla perché tanto non li comprendo più di tanto ma sono gli unici due sport che riescono a intrattenermi un po', in generale rispetto e ammiro le titaniche prove dei solisti ma preferisco i giochi di squadra.
Sono il basket e il football americani, con vage simpatie per Utah Jazz e Detroit Lions.
Tutto questo c'entra poco o nulla ma dovevo scrivere qualche riga di condimento, no?
Il Super Bowl è un momento di grande battaglia non solo per i giocatori in campo ma anche per le major cinematografiche che si sfidano a botte di spot, botte costosissime, come potete immaginare.
Il Super Bowl è l'antipasto di quel che sarà l'estate cinematografica dei supercolossi, eccovi quindi qualche assaggio di quanto ci aspetta, lascio ogni giudizio a voi.
Più avanti nella giornata cercherò di parlarvi di The Loved Ones, che, contro ogni mia previsione, mi è piaciuto e non poco...
Per "seguire" intendo che ogni due o tre giorni vado sul sito di riferimento e mi guardo, mah, una decina di minuti di filmati vari.
Non mi serve a nulla perché tanto non li comprendo più di tanto ma sono gli unici due sport che riescono a intrattenermi un po', in generale rispetto e ammiro le titaniche prove dei solisti ma preferisco i giochi di squadra.
Sono il basket e il football americani, con vage simpatie per Utah Jazz e Detroit Lions.
Tutto questo c'entra poco o nulla ma dovevo scrivere qualche riga di condimento, no?
Il Super Bowl è un momento di grande battaglia non solo per i giocatori in campo ma anche per le major cinematografiche che si sfidano a botte di spot, botte costosissime, come potete immaginare.
Il Super Bowl è l'antipasto di quel che sarà l'estate cinematografica dei supercolossi, eccovi quindi qualche assaggio di quanto ci aspetta, lascio ogni giudizio a voi.
Più avanti nella giornata cercherò di parlarvi di The Loved Ones, che, contro ogni mia previsione, mi è piaciuto e non poco...
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martedì 8 febbraio 2011
Ciao Gary
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lunedì 7 febbraio 2011
Full Dark, No Stars (4 di 4) – A Good Marriage
Arrivo all'ultimo racconto di questa tremenda raccolta e valgono in questo caso gli stessi suggerimenti che ho dato negli altri tre post di addio a Stephen King: sarò costretto a spoilerare per poter discutere meglio dell'opera, quindi non proseguite con la lettura anche se, come con i precedenti, non credo che si sia nulla di “spoilerabile” data l'estrema prevedibilità di ogni sua narrazione.
Inoltre troncherò sul nascere qualsiasi intervento riguardante la traduzione italiana, l'edizione italiana o le discussioni su anobii e forum riguardanti queste cosucce: la periferia lasciamola ai borgatari, cerchiamo di occuparci dell'opera e solo dell'opera, ve ne prego. Opera che ho letto in lingua originale così come in lingua originale saranno eventuali estratti che posterò.
Nel caso non li abbiate letti, eccovi i precedenti capitoli:
1 - 1922
2 - Big Driver
3 - Fair Extension
Questo sarebbe il quarto e ultimo appuntamento, ma credo che aggiungerò un quinto post per radunare qualche idea sparsa in giro fra i commenti e aggiungere alcune considerazioni sia su quanto l'autore scrive in appendice al libro sia sulle motivazioni che mi spingono a non leggere e non criticare più Stephen King.
Rispetto agli altri tre racconti non scriverò una sinossi più di tanto lunga in quanto nel racconto non accade quasi nulla e c'è ben poco da dire sulla trama.
Darcy è tutto sommato soddisfatta della sua vita: è sposata da un sacco di tempo con Bob e il loro è un matrimonio solido: nessun picco ma tante piccole cosucce che tengono insieme il tutto: figli, una passione comune per la numismatica, un sapere accettare l'uno gli spigoli dell'altro, una bella casa e una posizione economica solida...
Bob viaggia spesso per lavoro e una sera che suo marito è fuori città Darcy scopre per caso, mentre cercava le pile per il telecomando, un nascondiglio segreto che, insieme a riviste pornografiche sado-maso, contiene le prove che suo marito è un terribile serial killer, responsabile della morte di parecchie donne (e un ragazzino) nel corso di decadi.
Darcy è incapace di nascondere la sua sorpresa e Bob la scopre a sua volta, i due hanno un confronto e alla fine Darcy pare convinta che ci sia troppo in gioco (affetti, beni materiali, posizione, i figli) per rischiare il tutto e decide di non denunciare il marito, anche perché Bob ha promesso di smettere.
Ma il tarlo della consapevolezza la rode sempre di più e infine, quasi per caso e senza intenzione , uccide il marito, camuffando poi l'avvenimento come incidente.
Nell'epilogo riceve la visita di un vecchio e saggio poliziotto, da tempo sulle tracce di Bob.
Il poliziotto capisce quel che è accaduto ma lascia correre, approvando il gesto di Darcy.
Verrebbe da urlare per la banalità fin già dalla trama ma questo è solo uno dei problemi, forse il minore, di quel che King mette in atto in questo racconto.
Che, boh, forse è anche il migliore della raccolta, può darsi, è che quando il livello è così mediocre non trovo stimolante o importante identificare la mela meno marcia nella cassetta.
Niente più funziona nella scrittura dell'ex-Re: tecnica, contenuto, sviluppo, personaggi, tesi e morale, non è possibile puntare il dito verso un singolo guasto e la sensazione è che il lavoro che servirebbe per restituirci uno scrittore che sia almeno in grado di sfornare i buoni lavori pop (ma, non dimentichiamolo, sempre pop ne mai nulla di più, credo sia importante) sia troppo vasto e faticoso, non ci sarebbe un singolo editor voglioso di affrontare l'incarico se anche King e la casa editrice fossero d'accordo (e, visti gli incassi, non vedo come potrebbero sentire questa necessità).
Credo che la causa dietro il suo essere così stereotipato e banale si nasconda infine proprio dietro quel che per molti è uno dei suoi punti di forza, ovvero la sua prolificità, il suo stacanovismo, il suo scrivere tot ore al giorno ogni giorno dell'anno.
Uno dei motori propulsivi del primo King era in contatto con determinate realtà, il poter osservare sul post (lavorando, in strada, frequentando posti) meccanismi e psicologie e in seguito riflettendoci sopra e tramutandoli in narrazioni più generiche e universali.
Questo suo essere spugna gli è servito per parecchio tempo anche in seguito: chiuso nella sua stanza e drogato e ubriaco, poteva comunque contare su quanto assorbito negli anni precedenti, una discreta riserva di materiale.
Ma alla lunga la torre d'avorio della sua villa con il cancello coi pipistrelli in ferro battuto, le sue ore di lavoro (che anche chi di solito ha posizioni di “sinistra” e in altri campi magari depreca, per lui fa volentieri eccezione ed esalta, come se lo sgobbo totale potesse essere la cifra principale e quasi unica) chiuso in stanza, il suo frequentare solo sua moglie e i suoi figli, il suo vivere la realtà di riverbero attraverso cinema (sempre meno), libri (sempre più con letture marchetta) e televisione (sempre di più) gli ha creato un bagaglio differente, inefficace a riflettere e discutere come sapeva fare un tempo.
I personaggi di King sono ormai banali e stereotipati perché banali e stereotipati sono le persone che vede in tivvù o al cinema. Le donne che King descrive sono pallidi e poco mediati fantasmi di sua moglie e di quel poco altro che ha, stesso dicasi per le situazioni famigliari (esemplari in questo caso le famiglie degli ultimi due racconti, così simili, così poco descritte, così da stock).
Le trame e gli sviluppi sono poco interessanti e prevedibili proprio perché cannibalizzati dal mucchio di narrativa pregressa che spesso, punto più debole in assoluto, è la sua stessa narrativa.
Ma se mangi e caghi te stesso, per grande che tu sia, finirai sempre per mangiare di meno e cagare di meno fino a scomparire.
Darcy è la generica moglie di Barbablù, niente di più e qualcosa di meno, è una donna pensata da un uomo che di donne ne frequenta pochissime, così come la figura del serial killer è generica, assorbita da troppi brutti procedural televisivi e qualche altro testo generico, senza un lavoro di approfondimento. Meglio tacere poi sul personaggio del vecchio pulotto stanco, saggio e finto sbadato perché basterebbe da solo a squalificare l'intero racconto per quanto è preso di peso, senza nessuna variazione, da migliaia di suoi gemelli.
Ma il compito dello scrittore, uno dei compiti, sarebbe proprio quello di “capire” la sua materia, Comprendere certi meccanismi e individuare stereotipi e banalità per lavorarci sopra e cercare, per quanto possibile, di alterarli o, se incapace di tali altezze, almeno sfruttarli al meglio.
King non è abbastanza tecnico e virtuoso per usare gli stereotipi alla perfezione e preferisce ormai, a sessanta e passa anni, sfruttarli.
Scemo non è e quindi sa che li sta sfruttando, che sta campando e guadagnando sopra la sola funzione consolatoria della narrativa e quindi, per cavarsi d'impaccio (perché sa che anche i lettori possono, DOVREBBERO, essere sgamati), tenta la carta del meta e ogni tre per due fa lo sgamato con il suo affezionato lettore ed espone la sua speculazione, riempie la narrazione con “se questo fosse un film” o “se questo fosse un libro” ma è trucco logoro e ancora più ipocrita e becero della semplice speculazione.
Accettate per comodità di discorso certe distinzioni che io faccio molta fatica ad accettare, la narrativa dovrebbe cannibalizzare la vita, la critica dovrebbe cannibalizzare la narrativa e quando la narrativa sceglie di cibarsi di se stessa invece che della vita si sale su una tigre che solo grandi maestri possono cavalcare per un po' e nessuno domare mai.
Se nello stesso raccontino, nemmeno molto lungo, cerchi di mangiare e risputarmi in faccia (con un finale scontatissimo, il peggiore che potesse scegliere) un piatto preparato con un bignamino sui serial killer, il mito di Pandora, la favola di Barbablù, il Tenente Colombo il tutto innaffiato da un bicchiere di Amontillado, come diavolo puoi pensare che io non preferisca le fonti originali alla tua insipida e mal cucinata rimasticatura?
Forse lo fai perché stimi così poco i tuoi lettori da presupporli così ignoranti da non saper riconoscere le fonti?
O pensi invece siano un gruppetto di snob postmoderni in grado di apprezzare questo rimpasto?
Nel primo caso sei offensivo, nel secondo i tuoi mezzi sono così grezzi, i tuoi innuendo così volgari e urlati che non hai speranza di affascinare i postini del moderno.
Vi sono altri difetti e scusatemi se mi dilungo, ma a me sembra importante motivare proprio quando tutte le recensioni che leggo non sono altro che una massa di sinossi con alla fine un generico “grande, sei sempre il Re” declinato in qualche modo, con poca fantasia.
L'uso di Internet e del computer da parte dei personaggi di King continua a diventare sempre più imbarazzante, di racconto in racconto. Ne avevo già parlato in occasione del tremendo Big Driver e anche in questo caso ci troviamo di fronte a un vecchietto che in pratica si meraviglia quando alza la cornetta del marchingegno creato da Bell/Marconi e si stupisce che può sentire la voce di un interlocutore!!! Quali meraviglie! E il gas della benzina, scoppiando in seguito a una scintilla, muove i pistoni che... Basta, King, basta! I computer sono un attrezzo scontato, altrimenti voglio che ogni volta che un tuo personaggio apre il frigo mi spieghi anche come funziona il freon e quale temendo danno implica per l'ozono!
Le morali sono così avvilenti, risapute, banali e quotidiane che o mi ci fai arrivare in qualche modo così incredibile da lasciarmi a bocca aperta o per piacere evitale.
Non conosciamo mai davvero a fondo nostro marito/moglie/figlio/amico.
Ma davvero? Madonna, sono sconvolto, è illuminante!
Tutti possiamo, in determinate condizioni, diventare violenti e uccidere?
No shit! Really? Sono sconvolto!
E boh, arrivi a fondo che sei esausto e l'unico barlume di speranza (anche se sai che è stupido crederci, ma d'altronde non ci hanno sempre piallato il culo a colpi di speranza?) è che l'intera vicenda non si concluda con lei che uccide lui e poi passa nonno ad approvare e invece succede proprio questo, scatto per scatto...
E che dire (poi chiudo, prometto) dell'incipit, del terribile primo capitolo?
Non sono un estremista dello show don't tell, preferisco di gran lunga il primo ma sono incappato, talvolta, in letture decenti anche nel secondo.
Preferisco però quando posso apportare di mio, quando la mia lettura è attiva e non quando la subisco e basta, è il motivo per cui non possiedo la televisione da dieci anni.
Il primo capitolo di questo racconto è un tell-mattone che non lascia scampo, che tronca fin dalla partenza qualche speranza di far parte della narrazione, di cambiarla e metabolizzarla e sentirla viva e propria.
Lo scrittore decide di aprire narrando cosa è stata la vita di Darcy fino al momento di scoprire il fattaccio e lo fa con il solito fiume di fatti e fatterelli, la consueta lista della spesa che, di nuovo, ricorda molto da vicino quanto letto nel racconto precedente.
King ci lega, ci tiene gli occhi aperti e ci prepara alla cura ludi-van, tenetevi forte:
The one thing nobody asked in casual conversation, Darcy thought in the days after she found what she found in the garage, was this: How’s your marriage? They asked how was your weekend and how was your trip to Florida and how’s your health and how are the kids; they even asked how’s life been treatin you, hon? But nobody asked how’s your marriage?
Good, she would have answered the question before that night. Everything’s fine.
She had been born Darcellen Madsen (Darcellen, a name only parents besotted with a freshly purchased book of baby names could love), in the year John F. Kennedy was elected President. She was raised in Freeport, Maine, back when it was a town instead of an adjunct to L.L.Bean, America’s first superstore, and half a dozen other oversized retail operations of the sort that are called “outlets” (as if they were sewer drains rather than shopping locations). She went to Freeport High School, and then to Addison Business School, where she learned secretarial skills. She was hired by Joe Ransome Chevrolet, which by 1984, when she left the company, was the largest car dealership in Portland. She was plain, but with the help of two marginally more sophisticated girlfriends, learned enough makeup skills to make herself pretty on workdays and downright eye-catching on Friday and Saturday nights, when a bunch of them liked to go out for margaritas at The Lighthouse or Mexican Mike’s (where there was live music).
In 1982, Joe Ransome hired a Portland accounting firm to help him figure out his tax situation, which had become complicated (“The kind of problem you want to have,” Darcy overheard him tell one of the senior salesmen). A pair of briefcase-toting men came out, one old and one young. Both wore glasses and conservative suits; both combed their short hair neatly away from their foreheads in a way that made Darcy think of the photographs in her mother’s MEMORIES OF ’54 senior yearbook, the one with the image of a boy cheerleader holding a megaphone to his mouth stamped on its faux-leather cover.
The younger accountant was Bob Anderson. She got talking with him on their second day at the dealership, and in the course of their conversation, asked him if he had any hobbies. Yes, he said, he was a numismatist.
He started to tell her what that was and she said, “I know. My father collects Lady Liberty dimes and buffalo-head nickels. He says they’re his numismatical hobby-horse. Do you have a hobby-horse, Mr. Anderson?”
He did: wheat pennies. His greatest hope was to some day come across a 1955 double-date, which was—
But she knew that, too. The ’55 double-date was a mistake. A valuable mistake.
Young Mr. Anderson, he of the thick and carefully combed brown hair, was delighted with this answer. He asked her to call him Bob. Later, during their lunch—which they took on a bench in the sunshine behind the body shop, a tuna on rye for him and a Greek salad in a Tupperware bowl for her—he asked if she would like to go with him on Saturday to a street sale in Castle Rock. He had just rented a new apartment, he said, and was looking for an armchair. Also a TV, if someone was selling a good one at a fair price. A good one at a fair price was a phrase with which she would grow comfortably familiar in the years to come.
He was as plain as she was, just another guy you’d pass on the street without noticing, and would never have makeup to make him prettier… except that day on the bench, he did. His cheeks flushed when he asked her out, just enough to light him up a little and give him a glow.
“No coin collections?” she teased.
He smiled, revealing even teeth. Small teeth, nicely cared for, and white. It never occurred to her that the thought of those teeth could make her shudder—why would it?
“If I saw a nice set of coins, of course I’d look,” he said.
“Especially wheat pennies?” Teasing, but just a little.
“Especially those. Would you like to come, Darcy?”
She came. And she came on their wedding night, too. Not terribly often after that, but now and then. Often enough to consider herself normal and fulfilled.
In 1986, Bob got a promotion. He also (with Darcy’s encouragement and help) started up a small mail-order business in collectible American coins. It was successful from the start, and in 1990, he added baseball trading cards and old movie memorabilia. He kept no stock of posters, one-sheets, or window cards, but when people queried him on such items, he could almost always find them. Actually it was Darcy who found them, using her overstuffed Rolodex in those pre-computer days to call collectors all over the country. The business never got big enough to become full-time, and that was all right. Neither of them wanted such a thing. They agreed on that as they did on the house they eventually bought in Pownal, and on the children when it came time to have them. They agreed. When they didn’t agree, they compromised. But mostly they agreed. They saw eye-to-eye.
How’s your marriage?
It was good. A good marriage. Donnie was born in 1986—she quit her job to have him, and except for helping with Anderson Coins & Collectibles never held another one—and Petra was born in 1988. By then, Bob Anderson’s thick brown hair was thinning at the crown, and by 2002, the year Darcy’s Macintosh computer finally swallowed her Rolodex whole, he had a large shiny bald spot back there. He experimented with different ways of combing what was left, which only made the bald spot more conspicuous, in her opinion. And he irritated her by trying two of the magical grow-it-all-back formulas, the kind of stuff sold by shifty-looking hucksters on high cable late at night (Bob Anderson became something of a night owl as he slipped into middle age). He didn’t tell her he’d done it, but they shared a bedroom and although she wasn’t tall enough to see the top shelf of the closet unaided, she sometimes used a stool to put away his “Saturday shirts,” the tees he wore for puttering in the garden. And there they were: a bottle of liquid in the fall of 2004, a bottle of little green gel capsules a year later. She looked the names up on the Internet, and they weren’t cheap. Of course magic never is, she remembered thinking.
But, irritated or not, she had held her peace about the magic potions, and also about the used Chevy Suburban he for some reason just had to buy in the same year that gas prices really started to climb. As he had held his, she supposed (as she knew, actually), when she had insisted on good summer camps for the kids, an electric guitar for Donnie (he had played for two years, long enough to get surprisingly good, and then had simply stopped), horse rentals for Petra. A successful marriage was a balancing act—that was a thing everyone knew. A successful marriage was also dependent on a high tolerance for irritation—this was a thing Darcy knew. As the Stevie Winwood song said, you had to roll widdit, baby.
She rolled with it. So did he.
In 2004, Donnie went off to college in Pennsylvania. In 2006, Petra went to Colby, just up the road in Waterville. By then, Darcy Madsen Anderson was forty-six years old. Bob was forty-nine, and still doing Cub Scouts with Stan Morin, a construction contractor who lived half a mile down the road. She thought her balding husband looked rather amusing in the khaki shorts and long brown socks he wore for the monthly Wildlife Hikes, but never said so. His bald spot had become well entrenched; his glasses had become bifocals; his weight had spun up from one-eighty into the two-twenty range. He had become a partner in the accounting firm—Benson and Bacon was now Benson, Bacon & Anderson. They had traded the starter home in Pownal for a more expensive one in Yarmouth. Her breasts, formerly small and firm and high (her best feature, she’d always thought; she’d never wanted to look like a Hooters waitress) were now larger, not so firm, and of course they dropped down when she took off her bra at night—what else could you expect when you were closing in on the half-century mark?—but every so often Bob would still come up behind her and cup them. Every so often there was the pleasant interlude in the upstairs bedroom overlooking their peaceful two-acre patch of land, and if he was a little quick on the draw and often left her unsatisfied, often was not always, and the satisfaction of holding him afterward, feeling his warm man’s body as he drowsed away next to her… that satisfaction never failed. It was, she supposed, the satisfaction of knowing they were still together when so many others were not; the satisfaction of knowing that as they approached their Silver Anniversary, the course was still steady as she goes.
In 2009, twenty-five years down the road from their I-do’s in a small Baptist church that no longer existed (there was now a parking lot where it had stood), Donnie and Petra threw them a surprise party at The Birches on Castle View. There were over fifty guests, champagne (the good stuff), steak tips, a four-tier cake. The honorees danced to Kenny Loggins’s “Footloose,” just as they had at their wedding. The guests applauded Bob’s breakaway move, one she had forgotten until she saw it again, and its still-airy execution gave her a pang. Well it should have; he had grown a paunch to go with the embarrassing bald spot (embarrassing to him, at least), but he was still extremely light on his feet for an accountant.
But all of that was just history, the stuff of obituaries, and they were still too young to be thinking of those. It ignored the minutiae of marriage, and such ordinary mysteries, she believed (firmly believed), were the stuff that validated the partnership. The time she had eaten bad shrimp and vomited all night long, sitting on the edge of the bed with her sweaty hair clinging to the nape of her neck and tears rolling down her flushed cheeks and Bob sitting beside her, patiently holding the basin and then taking it to the bathroom, where he emptied and rinsed it after each ejection—so the smell of it wouldn’t make her even sicker, he said. He had been warming up the car to take her to the Emergency Room at six the next morning when the horrible nausea had finally begun to abate. He had called in sick at B, B & A; he’d also canceled a trip to White River so he could sit with her in case the sickness came back.
That kind of thing worked both ways; one year’s sauce for the goose was next year’s sauce for the gander. She had sat with him in the waiting room at St. Stephen’s—back in ’94 or ’95, this had been—waiting for the biopsy results after he had discovered (in the shower) a suspicious lump in his left armpit. The biopsy had been negative, the diagnosis an infected lymph node. The lump had lingered for another month or so, then went away on its own.
The sight of a crossword book on his knees glimpsed through the half-open bathroom door as he sat on the commode. The smell of cologne on his cheeks, which meant that the Suburban would be gone from the driveway for a day or two and his side of the bed would be empty for a night or two because he had to straighten out someone’s accounting in New Hampshire or Vermont (B, B & A now had clients in all the northern New England states). Sometimes the smell meant a trip to look at someone’s coin collection at an estate sale, because not all the numismatic buying and selling that went with their side-business could be accomplished by computer, they both understood that. The sight of his old black suitcase, the one he would never give up no matter how much she nagged, in the front hall. His slippers at the end of the bed, one always tucked into the other. The glass of water on his endtable, with the orange vitamin pill next to it, on that month’s issue of Coin & Currency Collecting. How he always said, “More room out than there is in” after belching and “Look out, gas attack!” after he farted. His coat on the first hook in the hall. The reflection of his toothbrush in the mirror (he would still be using the same one he’d had when they got married, Darcy believed, if she didn’t regularly replace it). The way he dabbed his lips with his napkin after every second or third bite of food. The careful arrangement of camping gear (always including an extra compass) before he and Stan set out with yet another bunch of nine-year-olds on the hike up Dead Man’s Trail—a dangerous and terrifying trek that took them through the woods behind the Golden Grove Mall and came out at Weinberg’s Used Car City. The look of his nails, always short and clean. The taste of Dentyne on his breath when they kissed. These things and ten thousand others comprised the secret history of the marriage.
She knew he must have his own history of her, everything from the cinnamon-flavored ChapStick she used on her lips in the winter to the smell of her shampoo when he nuzzled the back of her neck (that nuzzle didn’t come so often now, but it still came) to the click of her computer at two in the morning on those two or three nights a month when sleep for some reason jilted her.
Now it was twenty-seven years, or—she had amused herself figuring this one day using the calculator function on her computer—nine thousand eight hundred and fifty-five days. Almost a quarter of a million hours and over fourteen million minutes. Of course some of that time he’d been gone on business, and she’d taken a few trips herself (the saddest to be with her parents in Minneapolis after her kid sister Brandolyn had died in a freak accident), but mostly they had been together.
Did she know everything about him? Of course not. No more than he knew everything about her—how she sometimes (mostly on rainy days or on those nights when the insomnia was on her) gobbled Butterfingers or Baby Ruths, for instance, eating the candybars even after she no longer wanted them, even after she felt sick to her stomach. Or how she thought the new mailman was sort of cute. There was no knowing everything, but she felt that after twenty-seven years, they knew all the important things. It was a good marriage, one of the fifty percent or so that kept working over the long haul. She believed that in the same unquestioning way she believed that gravity would hold her to the earth when she walked down the sidewalk.
Until that night in the garage.
Capite?
Piatto.
Encefalogramma e elettrocardiogramma piatti, un flatiner se se ne è mai visto uno.
E proprio in questi mesi, con uscita quasi contemporanea, c'è sugli scaffali un romanzo che mostra invece come andrebbe fatta una operazione del genere per farla risultare interessante e si tratta, ironia della sorte, di un capitolo che riguarda anche lui il come un certo personaggio sia più o meno arrivato in una certa situazione.
Si tratta di Solar, di Ian McEwan, che sceglie di porre il capitolo in questione quasi in chiusura e lo fa con una bravura, una sensibilità, una attenzione per personaggi, situazioni e psicologie non stereotipate che lascia senza fiato.
Il confronto fra questi due colleghi scrittori è imbarazzante e quasi superfluo (ma provate a leggerlo, Solar) in quanto il baratro in cui è sceso King non necessita di ulteriori lapidi, ma come lui abbonda con noi di stupidaggini e malascrittura, tanto vale infierire anche noi tanto per far capire che non tutti i lettori di King sono disposti ad accontentarsi di fiabette consolatorie e morali d'accatto.
Ci sentiamo prossima settimana per qualche parola di chiusura, grazie per la pazienza: ora spazio a film e notizie.
giovedì 3 febbraio 2011
Just for laughs...
mercoledì 2 febbraio 2011
Ehi tu porco, leva le mani dal mio post!
La scorsa settimana mi è arrivata una mail che mi ha spinto a riflettere ancora di più su un argomento cui già stavo pensando da tempo. Non ne ho parlato con nessuno, nemmeno in casa, figurarsi, proprio perché prima volevo pensare senza nessuna influenza esterna.
La mai, speditami da uno sconosciuto che afferma di leggere Malpertuis ma di non aver mai commentato, mi forniva prove e link riguardanti alcuni plagi, ricorrenti nel tempo, fatti da due siti/blog nei confronti di materiale scritto da me.
E non parlo di plagio di notizie che ho dato, parlo proprio di spacciare il mio pensiero come un parto di altri singoli e/o altre redazioni.
Plagi e copiature nemmeno tanto furbetti e sgamabili con facilità, purtroppo, fatto che credo sia quel che più mi delude dell'intera faccenda: mi piacerebbe essere copiato da gente più abile e intelligente.
La reazione iniziale, potete immaginarlo, è stata: ora gli faccio il culo elettronico a strisce, a 'sti nematodi. E stavo per farlo quando poi mi è arrivato uno di quei momenti, purtroppo rari, di vera e propria illuminazione.
Mi è arrivato mentre stavo già scrivendo il pezzo di attacco: fra le altre cose, nell'ira tutt'altro che funesta, cercavo qualche tipo di esempio e mi sono messo a scrivere “come quello sfigato che l'anno scorso ha copiato Miyazaki, ve lo ricordate, coso, lì...” E... E...
E non sono riuscito a ricordarmi il nome di quel poveraccio!
Nulla, zero totale.
Credo anche a questo punto di aver sbagliato a scrivere “l'anno scorso”, magari è successo più di un anno fa.
Per me è stato un momento epifanico.
Miyazaki te lo ricordi, lo sfigato no.
E, fatte le ovvie, debite proporzioni, è meccanismo che vale quasi ogni volta che qualcuno, incapace di partorire roba sua, carboncopia da altri.
E c'è molto, molto di più.
Chi copia sarà sempre in affanno, dovrà sempre cercare qualcun altro, sarà sempre (e per me è cosa terribile) in cerca di pensieri e opinioni altrui, incapace di averne di proprie.
Di più, messo di fronte ad argomento nuovo sul quale non esiste materiale non potrà nemmeno cominciare ad analizzarlo, a comprenderlo, a rifletterci sopra.
Lo subirà, in attesa di qualche stampella mentale.
E quindi il problema è suo, mai mio.
In confronto pubblico potrò sempre demolire persone così con metà neuroni legati dietro la schiena e nei loro momenti privati loro sapranno SEMPRE di aver copiato.
Sono danni inverosimili cui non credo ci sia rimedio e che si porteranno per sempre dietro a livello psicologico.
Io non ci perdo nulla di nulla: questo sito non ha pubblicità quindi non perdo soldi, non perdo lettori, non perdo stima, madò, non perdo nulla.
Nell'improbabilissimo caso (potrei dire impossibile ma non si sa mai) che qualcuno in futuro venga a dirmi che io ho copiato da chi mi ha copiato, beh, ci sono facili mezzi per dimostrare il contrario, per il resto non ho problemi e non mi sento nemmeno più danneggiato.
Non credo nemmeno più (ma ci ho mai creduto? Sì, forse sì...) nell'esigenza di qualche normativa volta a regolare la proprietà intellettuale e bla bla bla.
Se non ci faccio soldi in partenza sulla mia roba non mi può fregare nulla che altri ci facciano soldi, se ce ne faccio, beh, li ho già fatti, se altri ne fanno di loro mica li levano a me.
E, ben più importante del denaro, io so e loro sanno.
Potrei, forse (e dico forse eh) dar loro la caccia se avessi tempo e risorse infinite. Non li ho, se spreco energia su queste cose la perdo in altri campi, non se ne parla proprio.
Ma non credo che lo farei più nemmeno in quel caso: dialogare significa riconoscere l'altro come appartenente al tuo stesso livello di esistenza, scelgo io con chi dialogare, non è che ci si mette a cercare di spiegare l'etica alle tenie, no?
Ovvio, è decisione unilaterale e solo mia, il mondo invece ha forte bisogno di future leggi e cavilli che cerchino di regolamentare avvenimenti grandi e piccoli, ci mancherebbe, fate come vi pare.
Quindi, caro parassita/i (ognuno si sceglie il proprio ruolo e ogni ruolo è importante) fai pure, continua così, nessun ostacolo da parte mia, anzi, dacci dentro e grazie: mi hai fornito uno spunto di riflessione tuo malgrado, corro subito a cambiare alcune frasi nella mia intro, tanto per rendere riproducibile il mio (sai che è mio, vero? Lo sai, no?) materiale sempre e comunque.
Se vuoi ti suggerisco anche cosa mangiare a cena e cosa votare al prossimo turno, credo tu ne abbia bisogno...
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Poverazzi che tengono famiglia
martedì 1 febbraio 2011
Cosa pensate di Robert McCammon?
Mi sono appena accorto che nel mese di gennaio non ho postato nemmeno un episodio della serie "Cosa ne pensate" e chiedo venia.
Cerchiamo quindi di partire bene a febbraio e comincio pian piano a sfoltire la lista degli autori suggeriti in fase di commento, aspettatevene altri nelle prossime settimane.
Ecco quindi che vi chiedo di dire qualcosa su Robert McCammon, autore che tutto sommato ha conosciuto qui in Italia molta più fortuna rispetto a molti altri suoi colleghi, con parecchi titoli pubblicati dagli anni Ottanta fino a ora, fra i quali Loro attendono, Hanno sete, Baal, Tenebre, Mary Terror.
A voi la parola, come al solito in questa rubrica mi astengo e lascio il campo ai vostri pareri.
Ricordo i precedenti post:
Cosa pensate di Stephen King?
Cosa pensate di Fritz Leiber?
Cosa pensate di Howard Phillips Lovecraft?
Cosa pensate di Ray Bradbury?
Cosa pensate di Richard Matheson?
Cosa pensate di Richard Laymon?
Cosa pensate di Ramsey Campbell?
Jaume Balaguerò sempre più indaffarato
Gli spagnoli hanno registi, sceneggiatori e attori a sufficienza per proporre di continuo titoli validi nel campo del perturbante e il nome più stupefacente perlomeno sotto l'aspetto della prolificità è senza dubbio quello di Jaume Balaguerò che è riuscito, credo non sappia nemmeno lui come, a infilare anche questo Sleep Tight in mezzo ai due prossimi REC.
La storia pare essere quella di Cesar, portiere in uno stabile, cui riesce impossibile essere felice e che quindi ha un motivo in più per disprezzare un po' tutti, in particolare la bella e sorridente Clara.
Cercando di trovare uno scopo in vita, Cesar spia con maniacalità le vite degli inquilini che non lo notano nemmeno e diventa fissato proprio con Clara, fino al punto di osare l'impensabile...
Speriamo bene eh, perché a leggere la sinossi e a guardare il trailer pare l'ennesima storiella sul ragno cattivo e la bella ragazza che riesce a trasformarsi da vittima e preda in risoluta e indomita lottatrice che esce più forte e un po' meno ottimista dal confronto finale con il cattivone.
Sleep Tight dovrebbe però riuscire a proporci qualcosa di valido, visti i nomi coinvolti. Vedremo...
Ah, probabile che dobbiate disattivare adblock per riuscire a vedere il trailer.
La storia pare essere quella di Cesar, portiere in uno stabile, cui riesce impossibile essere felice e che quindi ha un motivo in più per disprezzare un po' tutti, in particolare la bella e sorridente Clara.
Cercando di trovare uno scopo in vita, Cesar spia con maniacalità le vite degli inquilini che non lo notano nemmeno e diventa fissato proprio con Clara, fino al punto di osare l'impensabile...
Speriamo bene eh, perché a leggere la sinossi e a guardare il trailer pare l'ennesima storiella sul ragno cattivo e la bella ragazza che riesce a trasformarsi da vittima e preda in risoluta e indomita lottatrice che esce più forte e un po' meno ottimista dal confronto finale con il cattivone.
Sleep Tight dovrebbe però riuscire a proporci qualcosa di valido, visti i nomi coinvolti. Vedremo...
Ah, probabile che dobbiate disattivare adblock per riuscire a vedere il trailer.
The (h)Ar(d)core's Nights
Amo alla follia Grease, lo vedevo una volta all'anno minimo, solo negli ultimi tempi ho diminuito la frequenza, quindi posso apprezzare ancora di più questo filmato.
Lo posto, anche se qui di solito non parliamo di determinati generi di avvenimenti, perché credo che tutte le armi di distrazione di massa debbano appunto, al massimo, essere trattate in questo modo, cercando di non perdere il focus e l'attenzione sugli avvenimenti davvero importanti.
Applauso ai realizzatori!
Lo posto, anche se qui di solito non parliamo di determinati generi di avvenimenti, perché credo che tutte le armi di distrazione di massa debbano appunto, al massimo, essere trattate in questo modo, cercando di non perdere il focus e l'attenzione sugli avvenimenti davvero importanti.
Applauso ai realizzatori!
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