martedì 5 luglio 2011
Il suicidio più bello
Ieri mattina stavo cercando alcune immagini da postare sul mio tumblr. Fa parte più o meno della routine quotidiana che seguo prima di mettermi a scrivere: qualche foto o disegno per questo progetto che, iniziato da così poco, sta già regalandomi soddisfazioni cui mai avrei pensato prima, e poi tre canzoni per il blog musicale. Sono due scatti, due movimenti diversi all'interno del loop: trovare immagini è per molti versi rilassante, mi inserisco nel flusso creato da tutto quel che seguo, ne prelevo alcuni brandelli che mi hanno colpito e li inietto nel mio flusso personale, in attesa di essere prelevati da altri e ridistribuiti in un una serie infinita di accostamenti e permutazioni.
Per il blog musicale è invece tutto più complicato, devo decidere se si tratta di una giornata a tema o se voglio giocare a legare una band all'altra o ancora, se non ho nessun filo, devo comunque individuare tre brani, scovarli, trovare anche i testi e chiedermi quale sia la sequenza migliore in un universo che avverto come molto più personale e meno permeabile, una sorta di dettagliata playlist in continua espansione. Entrambi (il tumblr lo ha già quasi fatto) sono destinati a superare la casa madre nei freddi numeri (di post pubblicati e lettori) e, insieme a facebook, mi hanno permesso di alleggerire l'alma mater di incombenze e pesi per lei superflui.
Ecco, ieri mattina questo meccanismo perfetto e oliatissimo si è bloccato per la prima volta da quando l'ho avviato. Si è inceppato perché sono incappato (basta un cambio di vocale, in fondo) in una foto particolare, che ha prima di tutto deviato la mia curiosità e quindi, quando ho appreso di cosa si trattasse, ha infettato i miei pensieri a lungo e ora si annida in cerca di sfogo: qualcosa che mi dice che devo in qualche piccolo modo salutare questa ragazza e cercare di essere gentile con lei. La foto, è ovvio, la vedete qui, sopra le parole che state leggendo. Magari molti fra voi l'avranno già vista: per me era la prima volta e ho subito pensato a qualche sorta di fortunata intuizione da parte di un artista abile a cogliere la contaminazione fra uomo e macchina, decenni prima che questa diventasse un concetto usurato. Sarebbe già stato sufficiente, ma non avrebbe meritato ulteriori energie.
Lei riposa fra rottami e macerie, il corpo rilassato, le gambe incrociate e una mano guantata che rigira una collana di perle. Mai avrei potuto pensare che questa fosse la foto di una ragazza che si è lanciata dall'86esimo piano dell'Empire State Building il 1 maggio 1947, impattando contro una cadillac parcheggiata 300 metri più sotto. Vedo ogni giorno foto e riprese di incidenti più o meno mortali, da più anni di quanti abbia voglia di ricordare, e posso assicurarvi che una compostezza e serenità tali non sono rari: sono unici.
Evelyn Francis McHale, questo il nome della ragazza, era nata nel 1923 in California, sesta di sette figli. Il padre lavora in banca e i suoi trasferimenti trascinano la nidiata attraverso gli States. Quando arrivano a Washington però Helen, la madre, non ce la fa più: hanno avuto la fortuna di passare intatti attraverso la Grande Depressione ma le depressioni più piccole passano all'incasso e reclamano divorzi, lasciando Vincent, il padre girovago, con sette bambini da accudire.
E lui reagisce con l'ennesimo movimento: tutti a Tuckahoe, New York, dove Helen completerà la high school finendo poi nei Women’s Army Corps che la obbligheranno, che novità, un altro vagabondaggio, questa volta in solitaria. Destinazione Missouri e l'esperienza non deve essere delle più fortunate, visto che a termine servizio Helen brucerà la divisa. La New York cantata da F. Scott Fitzgerald è ormai altra cosa, ma non ha perso nulla del suo flusso magnetico ed Helen decide di tornare nella Grande Mela per completare il Falò.
Trova lavoro, ragazzo e un matrimonio per giugno 1947, ma qualcosa non gira per il verso giusto e forse non è mai girato e non c'è stata nessuna rinascita dalle ceneri di quell'uniforme, né sembra che covi il classico fuoco sotto la cenere.
Il 30 aprile Helen corre a Easton per festeggiare il compleanno del suo fidanzato e il giorno dopo, il primo maggio, May Day, piglia un treno alle sette di mattina per tornare a New York. May day oltre che una festa è anche il grido di allarme che viene lanciato dalle navi, e questa splendida barca sta per colare a picco da trecento metri.
Il treno impiega un'ora e sei minuti per arrivare a New York. Cosa siano stati quei 66 minuti nessuno può saperlo, il suo ragazzo afferma che “When I kissed her goodbye she was happy and as normal as any girl about to be married.” E può darsi. E non importa.
Magari Helen già fissava l'Empire dal finestrino, chissà.
L'Empire State Building ha la sua lunga storia di suicidi, verrebbe quasi da dire "d'ordinanza". Non sei uno dei più noti grattacieli del mondo senza trascinarti a corredo la tua dote di jumpers, così come non sei un ponte davvero degno di tal nome senza la tua coorte di suicidi. Qualcuno lo scelse come punto terminale ancora prima che ne fosse completata la costruzione, pensate. Altri precederanno questa ventitreenne e altri la seguiranno da un simbolo che continua a catalizzare fantasie di ogni tipo anche adesso che è stato surclassato da deliri, incubi e sogni architettonici ben più arditi.
Helen si reca in un hotel, scrive alcune righe e quindi alle dieci e mezza circa varca la soglia. L'ascensore la porta alla piattaforma panoramica posta all'86esimo piano e, di nuovo, chissà cosa avrà pensato lungo questo tragitto, l'ennesimo di una serie infinita cominciata in California.
Ripiega con cura il soprabito e lo lascia lì, insieme a una borsetta per il trucco, alcune foto di famiglia e un taccuino nero. L'ultimo viaggio dura pochi istanti, la stazione d'arrivo è una United Nations Assembly Cadillac parcheggiata sulla Trentaquattresima Strada, il proprietario è andato a prendere qualche cura provvisoria in farmacia, mentre Helen andava incontro alla cura definitiva.
Il suo arrivo è preceduto, afferma un agente di pattuglia, dal volteggiare di una sciarpa bianca. se una scena simile la vedessi in un film penserei a un eccesso di sceneggiatura. Quindi l'impatto, che lo stesso agente definisce una "esplosione". Accorrono gli psicopompi, a frotte e stormi, siamo nel centro di una delle città più popolate del mondo. Arriva anche un giovane fotografo, Robert C. Wiles, che si trovava nei paraggi e scatterà l'immagine che vedete qui sopra.
La stessa immagine che finirà su Life pochi giorni dopo e su molti volumi per poi essere vampirizzata, popizzata, banalizzata, serializzata dallo psicopompo per eccellenza del secolo scorso, Andy Warhol, per la sua serie Death and Disaster (1962-1967).
Di solito il pensare o, peggio ancora, l'affermare "ha trovato la pace" è atto così indegno e insieme volgare e banale da risultare quasi intollerabile per me, ma in questo caso l'immagine suggerisce qualcosa di così potente, composto e sereno da farmi supporre che qualche volta la si possa davvero trovare, questa pace.
L'addio di Helen:
"Non voglio che nessuno, della mia famiglia o meno, veda alcuna parte di me. Potete distruggere il mio corpo cremandolo? Prego voi e la mia famiglia – non voglio nessun funerale o commemorazione. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo in giugno. Starà molto meglio senza di me. Dite a mio padre che ho preso troppe tendenze da mia madre."
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Splendido post, splendida immagine sulla poesia della tristezza.
RispondiEliminaSi splendido post molto sentito...e non mi sento di aggiungere altro. Le parole in questo caso sarebbero inutili.
RispondiEliminaseguo da anni, posto solo ora.
RispondiEliminabellissimo post. grazie.
Ostrega essere il quarto a commentare, si ha quasi la sensazione di essere retorici...
RispondiEliminaElvezio ci hai messo il cuore,
Se non ci fosse il titolo del post però, la foto trae in inganno... ho pensato a una donna felice.
Molto interessante.
RispondiEliminaEvelyn sembra che stia sognando.
Ho nella testolina lampi,corrente elettrica,che mi collegano ad altre immagini.
C'era un libro fotografico Mondadori(1979)che illustrava la fase pionieristica del fotogiornalismo.
Uno scatto era incredibile.
E' di Russell Sorgi,se digitate il nome la troverete sicuramente,e documentava l'ultimo istante di vita di una donna.
Fermava la realtà,tragica,talmente bene da sembrare finzione pura.
Simone
commento raramente, ma questa volta credo sia il caso. E' uno dei post più belli che hai scritto, tra i più ispirati, e leggendo i commenti vedo che non sono il solo a pensarla così.
RispondiEliminaGrazie a tutti voi, un grazie un tantino più forte (e mi scuseranno per una volta gli aficionados) a chi commenta raramente o mai. Sì, dovevo scrivere il post sia per questa ragazza che per togliere un po' di peso da dentro, altrimenti per come mi conosco queste cose sono capaci di mangiarmi vivo per giorni...
RispondiEliminaCondiviso il bellissimo post.
RispondiEliminaM'e' immediatamente venuta in mente "Last kiss" cantata dai PJ:
http://www.youtube.com/watch?v=-b2HKxUoCw0&feature=related
Strano come a volte la morte sa essere poetica...
Barney
Non conoscevo la sua storia e nemmeno il suo triste epilogo, mi sono commosso nel leggere il post. Grazie Elv!
RispondiEliminaUn post geniale e prefetto, senza nessuna parola sprecata.
RispondiEliminaTemistocle
Quando ho visto la prima metà della foto ho pensato fosse un'installazione artistica. Le teste, i piedi distesi e incrociati su qualcosa che non sembra il tetto di un'auto...
RispondiEliminaPoi, appena ho visto la metà sottostante, ho capito che il titolo del post non era riferito a ciò che pensavo ma a un suicidio vero.
Ma continuo a osservare proprio come se fossi davanti al lavoro di un fotografo artistico.
La grazia di Helen ha qualcosa di sovrannaturale e lascia trasparire cocciutagine - troppo? - diciamo la volontà di andarsene come vuole: trattenendo le perle nella mano e, forse, riuscendo di proposito a richiamare le gambe in una posizione decente ed elegante prima di lasciarle inerti in questo mondo.
Non sembra il gesto di una persona disperata, piuttosto di chi ha vagliato diverse possibilità per poi portare a termine fino all'ultimo respiro e particolare quella buona.
Jakken
Ne conoscevo la storia, in quanto appassionato dell'estremo gesto (tutti abbiamo un motivo per la quale frequentare questo blog :D ) e la mia idea è sempre stata relativa all'adulterio. Evelyn realizzò d'essere una pessima compagna, di conseguenza una pessima promessa sposa e probabilmente una pessima madre, tanto quanto la donna che l'abbandonò in tenera età.
RispondiEliminaChe sia andata via conscia di non poter far più del male? L'estremo gesto per redimere la sua impurità?
Non per guastare le feste ma: se fosse un falso?
RispondiEliminaGiuseppe
Non vedo nessuna festa.
RispondiEliminaE, pur non importandomi se il tutto sia vero o falso, ci sono ampie documentazioni a conforto del fatto che questa ragazza sia esistita, sia morta quel giorno e che quella sia la foto che la ritrae da morta.
Fra le fonti si possono citare la rivista LIFE, alcuni report di polizia, alcuni trafiletti dei quotidiani newyorkesi e la sezione 2.6 della voce Empire State Building su wikipedia.
Anche per me e' il primo post. Pensare che sia un falso vuol dire non avere osservato la foto. Apprezzo molto la capacita' di Elvezio di esternare per non soffrire. La storia personale diventa fondamentale per dare uno spessore maggiore al gesto e la curiosita' ingigantisce per qualcosa che non avrei mai il coraggio di fare. In genere ci affascina cio' che non capiamo, ma la paura ci induce sempre a dargli un nome. Mi viene in mente il documentario The bridge. Grazie Elvezio, penso sia questo l'orrore che non ci fa dormire la notte. Davidian
RispondiEliminaLa foto l'ho osservata molto bene, ho cercato altre info e tutto pare combaciare.
RispondiEliminaMa.
Si può anche sperare che la famosa scimmietta scriva A Silvia battendo a caso su una tastiera, ma dubitarne è legittimo: che razza di miracolo ha apparentemente preservato il corpo della ragazza (comunque morta per il colpo) disponendola come mezzo cristo di Mantegna e mezza malinconica mannequin?
Di fronte all'evidenza ammetto che il miracolo sia avvenuto e che la poverina non si sia spappolata perché l'abitacolo ha assorbito l'urto a 250 Km/h, praticamente un treno veloce. Improbabile ma possibile, forse. Ammetto pure che il giovane R.C.W stesse passando proprio in quel momento munito di macchina fotografica. Perché no? Da qualche parte doveva pur stare e nulla impediva che si trovasse proprio lì. Infine mi rendo conto che la situazione è guarda caso perfetta per descrivere la torbida solitudine di una ingenua ragazza stritolata (solo in senso morale) dalla vita, in una grande città, ignorata se non da morta, incapace di capire e controllare le proprie emozioni se non (ancora) da morta.
Morale: la nostra bertuccia ha scritto insieme Colazione da Tiffany e Laura alcuni anni prima di Capote e Caspary!
Io, scusate, ci credo poco e il commento di Elvezio lo prendo come una bella critica alla rappresentazione popolare e ben riuscita di un sentimento pop. Se questo è un senso alla fin fine condiviso non esiste contesa, mi pare. Ciao.
Giuseppe
Correzione: Caspary aveva già scritto Laura da un 4 annetti. La scimmietta plagia :-)
RispondiEliminaGiuseppe
@ Davidian: grazie per il delurking e per le splendide parole!
RispondiElimina15 anni fa, dopo avere lasciato volontariamente il primo amore della mia vita,dopo 10 anni passati insieme,dopo avere perso il lavoro e non avere trovato nessuno che allungasse la mano,a parte mia nonna....dopo. Avevo deciso che quando il mio conto in banca sarebbe arrivato a zero avrei comprato una corda e l'avrei usata sulla trave del mio appartamento.Cosa vuole dire, visto che sono ancora qui, che ho imparato a controllare le mie emozioni? Che ho imparato a capire qualcosa? Oppure che sono stato un vigliacco e che ho avuto paura? Sono piu' propenso per la seconda opzione. Sinceramente definire sentimento pop? una sensibilita' accentuata mi pare riduttivo. Non siamo a Medjugorje per gridare al miracolo, ne' mi e' sembrato Elvezio un cronista meticoloso. Onestamente sono andato a cercare cosa volesse dire delurking perche' non lo sapevo! Giuseppe non e' un attacco nei tuoi confronti, ma il nome che tu hai voluto dare all'accaduto non lo accetto, non mi fa sognare, non mi fa vedere le stelline, semplicemente non c'e' fascino. Il mondo e' bello (dicono) perche' e' vario.
RispondiEliminaDavidian
Pop non è una parolaccia.
RispondiEliminaIl cinema è pop, come quasi tutta l'arte (intrattenimento) degli ultimi 100 e più anni.
Ecco un'immagine che di colpo rappresenta i nostri sogni più o meno nascosti e condivisi, esemplare, che più di altre - crude e svogliate . commuove e spinge alla riflessione o al compiacimento, della cui potenza universale l'autore è solitamente consapevole. Pop, appunto.
Ciao
Giuseppe
Vero, Davidian, il mondo è bello perché é vario. Comprendo bene (in quanto ci rifletto da tempo, da tanti anni ormai) le definizioni/interpretazioni date da Giuseppe e le rispetto (cosa che non mi accade sempre e con tutti in automatico), è la sua visione e il suo modo di analizzare le cose, ci mancherebbe che non lo accettiamo, visto anche che non è arrivato sprizzando saccenza o offendendo e affermando la sua visione come unica e incontestabile facendola cadere dall'alto sulle masse ignoranti.
RispondiEliminaOvvio, non camba di una virgola la mia posizione essendomici, appunto, confrontato anni fa con questo tipo di attitudine, ma ben vengano altre voci: magari creano dubbi e riflessioni in alcuni dei lettori e di questi tempi è grasso che cola...
Un'altra sinapsi,perduta e adesso ritrovata,ha completato i miei ricordi di quelle immagini.
RispondiEliminaIl signor David Jones ha sempre amato intrattenere con lo spavento:in fondo è l'unica popstar che ha vissuto nel futuro prossimo.
http://youtu.be/avJt0SQec0I
Ossequi,
Simone aka Enomìsossab