martedì 21 giugno 2011
Non ero un loro compagno...
Un giorno, inoltre, certo per far sfoggio della propria "modernità" (non mi viene in mente nessun'altra ragione), Horiki mi condusse a una riunione clandestina del partito comunista. (Non rammento di preciso come si chiamasse quel luogo - "Società di Lettura", se non erro.) Un'adunanza comunista clandestina poteva rappresentare per Horiki nient'altro che un'ennesima veduta di Tokio. Fui presentato ai "compagni" e costretto ad acquistare un opuscolo. Dopodiché ascoltai una conferenza sull'economia marxista, tenuta da un giovanotto d'una bruttezza eccezionale, che era l'ospite d'onore. Tutto quanto diceva appariva assolutamente ovvio, e doveva essere vero senza dubbio, ma io ero certo che qualcosa di più oscuro, di più pauroso, s'acquattasse nei cuori degli umani. Non era soltanto cupidigia, e neppure vanità. Né era un semplice miscuglio di cupidigia e lussuria. Ignoravo di preciso cosa fosse, ma sul fondo del genere umano avvertivo qualcosa d'inesplicabile che non si poteva circoscrivere nei limiti dell'economia. Terrorizzato com'ero da quel sinistro elemento, detti il mio assenso al materialismo con la stessa naturalezza dell'acqua che si porta al proprio livello. Ma il materialismo era incapace di liberarmi dalla paura degli esseri umani; non potevo sentire la gioia della speranza che l'uomo conosce quand'apre gli occhi sulle foglie novelle..
Nondimeno frequentai regolarmente le adunanze della Società di Lettura. Me la godevo un mondo a osservare i "compagni" con la faccia tirata, quasi stessero discutendo questioni di vita o di morte, tutti assorti nello studio di teorie talmente elementari, che rientravano nella categoria del "due più due quattro". Cercai come potevo d'allentare la tensione delle sedute coi miei soliti frizzi. Ecco perché, immagino, l'atmosfera opprimente del gruppo si diradò poco a poco. Finii per acquistare tanta popolarità presso i compagni, che mi ritennero indispensabile alle adunanze. Quelle anime semplici si figuravano, chissà mai, ch'io fossi un'anima semplice al pari di loro - un compagno ottimista, ridanciano - ma se questo era il loro punto di vista, io li ingannavo completamente. Non ero un loro compagno. Eppure non perdevo una sola adunanza, e recitai da cima a fondo per quella gente il mio repertorio farsesco.
Lo recitai perché mi faceva piacere, perché quella gente m'era simpatica - non necessariamente perché fossimo uniti da una qualche comunità d'affetti che risalisse a Marx.
Irrazionalità. Trovavo il concetto debolmente allettante. O piuttosto mi sentivo a suo agio in sua compagnia. Ciò che mi sgomentava era la logica del mondo: essa dava l'assaggio d'una vaga potenza incalcolabile. Il suo meccanismo era incomprensibile, e non me la sentivo assolutamente di restare confinato in quella stanza senza finestre, agghiacciante fino alle midolla. Quantunque al di fuori si dispiegasse il mare dell'irrazionalità, era molto più ameno nuotare nelle sue acque, e così feci finché, di lì a poco, ci annegai.
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porca puttana...
RispondiEliminaesistono licei italiani anche a tokyo!!!
Ahahahahahha grazie, belin, da qualche tempo (ma forse da sempre eh, solo che noi pesci rossi, con la memoria, sai..) fai commenti in linea totale con i post o le opere, le birre dovute aumentano!
RispondiElimina. (rimasto nella tastiera)
RispondiEliminaa memoria storica direi che sto apprezzando moltissimo gli autori letterari che citi e coi quali, è evidente, hai sviluppato empatia e comunione di pensiero; oltre a quest'ultimo tizio giapponese (mi pare, da fb...), ricordo che mi fece una gran piacere leggere le citazioni di bianciardi sul mondo dell'istruzione italiana.
RispondiEliminaPS la prima ed unica quasi-trollata te la sei beccata con la stroncatura di Hellraiser, quindi il resto son solo birre a raffica, eheheh...
già che ci sono:
RispondiEliminaricordo di aver visto tempo fa un film giapponese (forse tratto da una storia vera) in onda su fuori orario dove un gruppo di ragazzi si barricava in una comune e alla fine deragliava tutto in torture, punizioni, umiliazioni, autocritica marxista e omicidi di gruppo; se non ricordo male il nome della pellicola era una roba tipo "l'armata rossa" o giù di lì...
mi intrippò tantissimo come l'intenzione di autocritica era veicolata nel rigore nipponico fino a che non si mischiava ai rancori personali e sfociava nella violenza più efferata.
se c'hai capito qualcosa, conosci per caso questo film? il titolo?
qualcun'altro là fuori (o qui dentro) mi può aiutare?
grassie
osp, trovato: United Red Army, chi l'ha visto?
RispondiEliminascusate ma da che opera hai preso questo estratto?
RispondiElimina(Mai visto, mi informo, e grazie per la segnalazione! Quel tipo di critica è comune in Giappone, specie in un certo periodo... visto il mumero crecente le birre saranno Moretti, Poretti, Balaklava e marche simili)
RispondiEliminaAnonimo: Lo Squalificato, di Osamu Dazai, Feltrinelli, 7 euro circa, di meno in Rete e bancarelle :)
grazie (anche se con una googlatina veloce ero già arrivato a quel titolo)
RispondiEliminaGreg - si tratta di fatto di un quasi-documentario sulla Rengo Sekigun, un gruppo terroristico (ok ok, siamo politically correct - un grupo per la rivolta armata contro lo stato) di stampo maoista che per circa che per pochi anni, nei primi '70, fu attivo in Giappone.
RispondiEliminaIl film è piuttosto spessino (a me ha dato un senso di opprerssione spaventoso), ma è basato sui verbali dell'indagine, e quindi è tutto vero.
Tra l'altro, la Rengo Sekigun ha fatto più sfracelli con la violenza psicologica sui propri aderenti che non con la violenza fisica sulla popolazione nipponica.
Erano suonati forte (no, ok, sono un cinico bastardo...)
Leggo in giro che nel primo anno di attività, ammazzarono o spinsero al suicidio 14 dei loro 29 membri.
Way to go.
Ah, c'è anche il dettaglio su Wikipedia:
RispondiEliminahttp://en.wikipedia.org/wiki/Asama-Sanso_incident
Per dare un'idea del genere di baraccone:
"On February 25, the police began to prepare to assault the lodge. A wrecking ball crane with an armored driver's compartment was positioned near the building..."
Adoro lo stile unico delle forze antisommossa nipponiche.
Altro che agenti di quartiere coi guanti bianchi, e poliziotte in minigonna e tacco nove...
sì, il film è un peso massimo per tutti gli stomaci.
RispondiEliminaComuqnue hai voglia te a chiederti da dove trovano ispirazione Miike et similia...
mi intrometto perchè avete tirato fuori un argomento al quale sono molto vicino. Il film come già detto si chiama United red army (Jitsuroku rengo sekigun: bla bla bla) ed in italia era stato presentato al festival di torino e poi passato da ghezzi. la cosa che non avete menzionato, ma decisiva, è il regista: WAKAMATSU KOJI. Famoso per i suoi erotico-politici degli anni 60-70 era molto vicino ai personaggi protagonisti della vicenda dell'armata rossa e ha deciso a 35 anni di distanza di riprende gli episodi dell asama sanso, ovvero quei 10 giorni di barricamento di 5 di loro contro la polizia (che riportò anche un paio di morti), il tutto preceduto dalla tragica deriva che prese il loro gruppo. l'armata rossa nel 72 era infatti uno dei pochi gruppi ancora in attività e questo ha portato la loro ideologia a livelli spropositati, tanto che in un paio di mesi ad inizio 72 uccisero 14 dei loro perchè non abbastanza "rivoluzionari". i rimanenti vennero arrestati uno a uno, i 5 di cui sopra furono gli ultimi ad essere presi. una loro branca poi si spostò in palestina dove diedero vita ad un terrorismo internazionale (japan red army). Come dicevo Wakamatsu era legato molto a questi personaggi (penso abbia subito qualcosa come 20 perquisizioni nella sua casa di produzione) e ha voluto raccontare la vicenda a modo suo, ma cmq attenendosi strettamente ai fatti, in risposta ad un film uscito anni fa che riprendeva il tutto da parte della polizia. wakamatsu che è antiautoritario DOC (penso sia il regista che ha ucciso + poliziotti nei suoi film) ha voluto riscattare quelle persone, pur con i loro evidenti torti, e in particolare ha fatto emergere lo spirito di quegli anni proprio nell episodio dello chalet montano, con quei 5 giovani (e giovanissimi, 16 anni!) che resistettero 10 giorni alla polizia senza mai arrendersi, pur sapendo che la loro era una resistenza senza uscita.
RispondiEliminascusate il wot ma mi sono fatto prendere e non credo di aver riassunto i fatti in maniera coerente. se però ne volete discutere io ne sono sempre felicissimo, la storia di wakamatsu e dei gruppi sovversivi giapponesi cela molti punti d'interesse e riflessione
Recupero il tutto.
RispondiEliminaPer ora posso solo ringraziarvi, quando accadono scambi come questi recupero entusiasmo e fiducia nella Rete (non è stata una settimana clemente, passerà), grazie davvero, postate quanto e come vi pare tutto quel che avete sull'argomento, ho lettori spesso un po' troppo in gamba ;)
Santo cielo, Koji è lo stesso regista di Embrione e Angeli Violati (che sono i primi giappomovie ad essermi venuti in mente mentre guardavo URA! Anche lì prigionia, coercizione, tortura e assassinio dentro a una casa, con l'assedio della polizia all'esterno!) e ha girato il film di cui parliamo, con gli intenti di realismo dichiarati, a 71 anni...
RispondiEliminasono sbalordito
il film in questione su fuori orario è passato pochi mesi fa.
RispondiEliminanon l'ho visto perchè cannai la registrazione col videoregistratore(errore di programmazione o orario sfasato)
se non ricordo male era piuttosto lungo
"Embrione" che tra l'altro verrà proiettato proprio oggi da fuori orario. Se non lo avete visto ve lo consiglio e anche a Elvezio potrebbe interessare, di perturbante ce n'è a pacchi. Girato con due lire tutto nell'interno del suo studio e con due soli personaggi: un uomo porta a casa una donna per quella che sembra una serata romantica e invece seguiranno giorni e giorni di torture sadomaso, deliri onirici, complessi sessuali e un finale cattivissimo. E' il primo film importante scritto da quello che era il collaboratore abituale di wakamatsu ovvero Adachi Masao. Fu lui che "teorizzò" il naturale antiautoritarismo del regista avvicinandolo sempre di più agli ambienti della sinistra estrema e portandolo a contatto con i gruppi dell'epoca. Tra l'altro la storia di Adachi è una di quelle da libro. Nel 72 alle parole fa seguire i fatti e abbandona la macchina da presa per recarsi in palestina a combattere con quelli della japan red army. aveva teorizzato una sorta di cinema/guerriglia ma tutto il amteriale di quegli anno andò bruciato in un bombardamento. di lui si persero le traccie per 30 anni (ma wakamatsu e pochi altri sapevano dove fosse e lo andavano anche a trovare). tornerà in giappone nel 2000, si fa 2-3 anni di carcere, o sposa una musumalmana cristiana e nel 2007 gira il suo primo film dagli anni 70 sul suo compagno di cella a beirut. qua potrei partire con un'altra storia infinita, dato che quest'ultimo era stato precedentemente membro dello staff di wakamatsu per poi diventare terrorista a tutti gli effetti nel famoso massacro di Lod, ma ve la risparmio
RispondiEliminaai giapponesi WAKAMATSU KOJI
RispondiEliminaa noi Cesare Battisti
questo non è giusto, no
No no, è giusto, ogni popolo ha quel che si merita, Cesare Battisti è perfetto per gli italiani, perfetto.
RispondiElimina@Greg,Elvezio:se proprio dobbiamo raccontarla tutta,il Giappone protegge da decenni Delfo Zorzi,oggi imprenditore e l'altroieri bombarolo pluriassassino.
RispondiEliminaMilano,Brescia,etc.
Adesso si chiama Roi Hagen(..)ed è diventato ricco con i soldi dei soliti ignoti:consola sapere che abbiamo servizi segreti e industriali con questo senso curioso dell'etica...
"Embrione" è una visione perturbante e di notevole interesse.
Wakamatsu è stato anche il produttore dell'Oshima di "Ecco l'impero dei sensi". Nell'immaginario claustrofobico e sadico della pellicola mi ha colpito l'ossessione per l'acqua.
Che è ovunque:dentro e fuori l'appartamento.
Elemento di purificazione e forse placenta...
Ossequi,
Simone
Non capisco però cosa c'entri con questo pezzo di Osamu Dazai il fatto che il Giappone protegga Zorzi...
RispondiElimina@Elvezio:è una semplice associazione di idee.
RispondiEliminaPerò torniamo a Dazai,se non vogliamo finire a Oxus e Laura Biagiotti,collegandoci anche a una storia di esplosivi(sic).
Ho comperato qualche dì fa il libro,l'edizione italiana(Feltrinelli)è tradotta dall'americano.
Non dal giapponese.
Il titolo originale dovrebbe suonare "Squalificato come essere umano".
In America è "No longer human".
E' un discorso già affrontato altre volte:le culture a noi lontane ci arrivano sfuocate per problemi oggettivi.
L'idioma soprattutto.
E poi per esigenze commerciali:ecco allora che abbiamo un'idea della letteratura,della musica,dell'arte,mediate quasi esclusivamente dall'industria.
Ma se il macchinario,il sistema creato attorno ai libri(nel bene e nel male..),andrà a decadere,sarà ancora possibile conoscere gli autori non seriali?
Quelli che scrivono(o che "producono" arte)senza aderire agli stereotipi di un genere?
Simone
Io per ora non avverto questo problema, ma, ovvio, non posso predire il futuro.
RispondiEliminaQualsiasi campo artistico che ho esplorato, a volte con mezzi di comprensione più raffinati a volte con superficialità, mi è parso mantenere nel corso del tempo più o meno le stesse percentuali di serialità e non serialità, di artisti seriali e non seriali, di qualità e immondizia, di originalità e copiacarbone (volendo accettare questo discorso, e mi faccio già una certa violenza). Ma è la mia esperienza, molti altri ravvisano cicliche morti senza molte rinascite e lo fanno con ottimi argomenti.
Ai miei occhi non aderire a uno stereotipo è comunque uno sterotipo di altro tipo, meno frequente, che può trovare il favore di determinate sensibilità, ma non è mai stato per me garanzia automatica di maggiore stimolo o interesse (o intrinseca qualità, ancor di più, anzi...), la mia curiosità è sul diagonale più che sull'orizzontale o verticale...
Se il sistema creato attorno ai libri andrà a decadere (e non ne ho idea, ma per nulla, i quanto non ne conosco le dinamiche e i retroscena) credo che nasceranno altre narrazioni altrettanto interessanti e stimolanti, già ora molti videogiochi mi risultano ben più profondi a livello narrativo/emotivo di alcuni romanzi anche "alti", così come parecchia street art seriale e svenduta mi crea più pensieri e riflessioni di capolavori non seriali del passato.
Nello stesso Perturbante filmico posso sì constatare cicli di crisi e ripresa, ma ci sono capolavori adesso come allora, seriali o meno. O meglio, sbaglio a dire "ci sono" perché non credo si possa avere l'autorità di dirlo, diciamo "io identifico come capolavori" e, fatta la dovuta tara a momenti contingenti di crisi e mode, la percentuale mi sembra più o meno immutata... Essendo immutata è ovvio che mi aspetti che rimarrà tale anche in futuro, e può essere un mio grave errore. Discussione stimolante. Sul rammarico delle traduzioni, è inutile pensarci in quanto se ci penso la colpa può essere solo mia che non mi sbatto a conoscere qualche lingua in più,, da tempo non mi aspetto molto, sono già contento che Il Sole si spegne di Dazai sia stato tradotto da Bianciardi (che sulla traduzione sappiamo bene cosa diceva :) )
"sono già contento che Il Sole si spegne di Dazai sia stato tradotto da Bianciardi"
RispondiEliminama che bello quando il cerchio si chiude così :)
(Dice Bianciardi)
RispondiElimina...E il sabato le venti cartelline del saggio [di traduzione] erano pronte, così le portai alla signora vedova.
Fu egualmente ferma e materna, quando mi convocò per dirmi che il mio saggio di traduzione non era stato troppo soddisfacente.
"Benedetto figliolo" mi disse. "Ma perché non ha seguito i miei consigli? Le avevo detto, no?, fedeltà al testo. E guardi qua. Dove siamo, dunque?" Sfogliava le mie cartelle tutte corrette a lapis.
"Sì, quel punto dove il capitano invita i suoi uomini all'assalto della trincea nemica. Le sue parole... Sì, ecco. Lei mi traduce: Sotto ragazzi, eccetera. Ora guardi il testo inglese. Dice..." Adesso sfogliava il libro, e trovò la crocetta al margine.
"Il testo dice: Come on boys. Capisce? Lei mi ha invertito il significato. Come on boys vuol dire venite su ragazzi, e così bisogna tradurre. Lei mi mette l'opposto, cioè non su, ma sotto. E ancora, più avanti, dove descrive l'alzabandiera a bordo. Lei ha tradotto, mi pare, i marinai si scoprirono, sì, si scoprirono, ha tradotto lei, mentre il testo inglese diceva: The crew raised their hats. Vede l'inglese come è preciso? La ciurma alzò i loro cappelli. Alzò, capisce, come a salutare la bandiera sul pennone." E con la mano fece anche lei il gesto di chi alza il cappello. Mi provai a dire qualcosa, ma lei m'interruppe.
"Lo so, il risultato è lo stesso, quando uno alza il suo cappello, si scopre, ma allora bisognerebbe precisare che scoperto rimane il suo capo. Dire, non so, che i marinai scoprirono i loro capi, oppure le loro teste, ma così risulterebbe un po'... come dire? ... un po', faticoso." Sorrise.
"Io lo dico sempre ai traduttori: non cercate di inventare, state sempre dietro al testo, che oltre tutto è più facile. La ciurma alzò i loro cappelli, dunque. Lei poi, vede, tende a saltare, a omettere parolette, che invece vanno lasciate, perché hanno la loro importanza. Più avanti, per esempio, lei mi traduce: Gli strinse la mano. Ebbene, l'inglese è più preciso, e dice infatti: He shook his hand, cioè egli strinse, ma più precisamente scosse, la sua mano, o se vuole, meglio ancora, egli scosse la mano di lui." Continuava a sfogliare le mie cartelle.
RispondiElimina"Le faccio soltanto degli esempi di correzione, vede? Ci sarebbe ben altro da aggiungere. Qui, per esempio, dove parla dell'offensiva. Lei mi ha tradotto: Cominciò l'offensiva e Patton schierò le sue divisioni. Come traduzione può anche andare, nulla di speciale ma può andare. Però, lo vede?, nello stesso rigo lei così mi mette due o accentate. Cominciò, schierò. Suona male. Meglio dire dunque: Ebbe inizio l'offensiva e Patton schierò. Ha capito?" Io ero ammutolito e feci cenno di sì, poi la vedova sospirò e a voce più alta riprese.
"Locuzioni dialettali. Lei ha questo difetto, le locuzioni dialettali, come tutti i toscani, del resto. Per esempio lei traduce: Bottega di falegname. Bottega è un toscanismo, no?
"Veramente non mi pare," risposi, trovando non so come il coraggio. "Leopardi parla appunto del legnaiuol che veglia nella chiusa bottega... E Leopardi non era toscano."
"Be' be' " fece la vedova. "Leopardi era Leopardi. Lui poteva anche permettersi qualche locuzione dialettale." Mi sorrise ancora: "Vede, ho corretto con un più italiano laboratorio di falegname eccetera. E più avanti, non ricordo bene il punto, ma c'è di mezzo una telefonata... Sì, ecco, è qui. Lei traduce: Pronto, che succede costà? Ora lei vorrà ammettere che costà è una locuzione dialettale, usata solo in Toscana. Infatti l'inglese dice: What's going on there, e va tradotto semplicemente: Che succede là? Non le pare?"
Io ormai tacevo, e forse ero anche rosso di vergogna, sperando solo che la vedova avesse vuotato il sacco e mi permettesse di andare via. "Un'ultima cosa" continuò. "A volte lei appiattisce certi bei modi di dire inglesi. Per esempio qui. Lei dice che i mezzi da sbarco erano le mille miglia lontani dalle coste laziali. Questo suo le mille miglia è assai meno efficace che nel testo inglese, dove si parla di a hell of a distance, cioè di un inferno di distanza. Sente come è bello? I mezzi da sbarco erano a un inferno di distanza eccetera. È molto più robusto, questo inferno di distanza, non le pare?" Capii che mi voleva congedare e mi alzai.
RispondiElimina"La traduzione?" farfugliai sulla porta.
"Be', ha visto, no? Vuole un consiglio? Si faccia prima le ossa con qualche editore minore, poi ritorni fra qualche mese, un anno. E si ricordi i miei consigli."
Direi che la Vedova aveva ragione.
RispondiEliminaE aggiungo che avere ragione a volte è più faticoso che non averla.