MOTHER'S DAY
2010, USA, colore, 112 minuti
Regia: Darren Lynn Bousman
Soggetto/Sceneggiatura: Scott Milam
Produzione: Troma Entertainment, Genre Co. E vari
Beth e Daniel Sohapi stanno festeggiando insieme a sette loro amici l'acquisto della nuova casa nella tranquilla suburbia di Stonewall quando la loro allegria viene interrotta dall'irruzione di tre banditi armati. Si tratta dei fratelli Koffin, uno dei quali è ferito in modo grave: hanno appena rapinato una banca, sono stati fregati dal loro compare che è scappato via con il denaro e ora tornano a casa pensando di trovare la loro madre.
I tre, avendo perso contatto con la mamma per due mesi circa, troppo occupati a far rapine, non sanno che la casa è stata venduta ma riescono comunque a controllare la situazione, tenendo sotto minaccia di arma da fuoco gli ospiti fra i quali, per caso, c'è anche un medico che si mette subito a curare il ferito, pur disperando di riuscire a salvarlo.
Fuori intanto sta per arrivare un tornado, abituale da quelle parti, ma per fortuna il seminterrato della casa è ben attrezzato, come quello di molti altri in zona.
I Koffin decidono di chiamare la madre, che arriva poco dopo a bordo di un camper insieme alla loro sorella e prende il controllo della situazione. Servono dei soldi per fuggire oltre confine, i figli asseriscono di averne mandati molti durante i mesi passati mentre Beth e Daniel negano di aver mai visto nulla arrivare in casa.
Si prepara una lunga notte per gli occupanti della magione alle prese con gli scatenati Koffin e la loro psicopatica madre...
Possibili spoiler, mi spiace. Non andate avanti, siete stati avvisati.
Sarebbe grottesco se la verifica scientifica fosse come la messa in scena dei film di Darren Lynn Bousman: a qualcuno viene in mente qualche tipo di teoria e, invece di sbattersi per provarne la validità e arrendersi in caso di impossibilità, modifica il mondo per fargli seguire le nuove regole e dimostrare quanto ha ragione. Una figata per i bimbi che hanno saltato la fase del "no, non si può".
Bousman ormai ci sta provando da un sacco di anni e, a sentire qualche intervista, si rende anche conto di non avere molte idee valide e, con un gran bisogno di tornare a incassare dopo il disastro di Repo, ha accettato il primo remake che è riuscito ad avvicinare perché (sempre parole sue) "i remake tirano". Ottima motivazione.
Cosa poi abbia di remake questo suo ennesimo disastro non lo si capisce bene, ma titolo e idea di base in effetti coincidono con un vecchio e trascurabile film Troma, probabile che ciò sia sufficiente per la classificazione.
Quel che Bousman ha, per fortuna dei nostri occhi, imparato a fare nella sua mediocre carriera, forse per osmosi, è il piazzare la camera e inquadrare gli attori (più quando non si agitano che altro, con le scene d'azione ci sono ancora parecchi problemi, si veda il brutto scontro finale fra le due mamme), cose che vengono ancora meglio se sono graziate dalla fotografia alpenliebesca di Jospeh White.
E, per qualche strano allineamento degli astri che dubito si ripeterà ancora in carriera, Bousman incappa anche in un casting di buon livello, con la stupenda Rebecca De Mornay in un ruolo che definirei career defining se la sua carriera non l'avesse già ben delineata e puntellata da parecchi anni, ma è sempre un piacere rivederla in azione anche se, in questo caso, spinta purtroppo a gigioneggiare all'eccesso con un personaggio poco interessante nelle sue incongruità e prevedibilità. Ma è il punto di forza del film, la De Mornay, e salva parecchi momenti.
Accanto a lei parecchi volti noti del genere, sia per quanto riguarda la celluloide che il catodico (ma ormai si dice come? Plasmatico?), quasi tutti pronti a reggere con discreta, ammirabile tenuta gli interminabili 112 minuti che lo scriteriato Scott Milam ha scritto con mirabile spregio della logica.
Attori in forma, luci professionali (che vuol dire solo "oh, sembra un film e non un pilot", non aspettatevi nulla di stratosferico), reparto sonoro sopra la media e comunque non intrusivo... Quali altri fattori positivi elencare prima di analizzare il grande, grasso e grosso resto di questa sconceria? Ah sì, ci sono alcuni effetti speciali realizzati con un amore e una cura che appartengono ad altri tempi.
Mi devo fermare qui perché il resto è un disastro che ondeggia fra il ridicolo e il noioso, e quando Bousman bello contento afferma che aveva altre cinque ore di girato molto valido con parecchi personaggi in più che non sono apparsi (stiamo parlando di una casa già affollata da quanti, 14 personaggi?) beh, un po' mi tremano le arterie dei gomiti (che le vene dei polsi le ho perse ai tempi di Saw 3, o era il 15?) e un po' mi vien da ridere pensando al povero ed efficiente Hunter M.Via, che in fase di montaggio avrà dovuto soffrire non poco, legato come è ai suoi sessantaminuti canonici...
Si parte, come al solito, con insulso ma ben girato prologo in ospedale nel quale la pazza mamma Koffin ruba uno dei suoi tanti figli. Perché, vedete, lei è folle, sociopatica, una persona malata di mente con una morale tanto distorta quanto ferrea. Sterile, ruba dei bambini (con facilità che perplime) per allevarli con amore totale, insegnando loro parecchie massime di vita e facendo di tutto per la sua prole.
Questo, ci mancherebbe, per lo sceneggiatore si traduce in "posso farle fare e dire il cazzo che voglio, tanto è pazza e nessuno potrà dirmi nulla" (un po' come la scrollata di spalle e il "è magia" che distrugge parecchio fantasy) e quindi via con una galleria di prediche sul non trattare male le donne (salvo poi bruciarle e massacrarle con fantasia), via al ricordare che ha sempre punito ogni errore dei suoi figli perché è solo così che capiscono e imparano (ma non lo fa mai per l'intera durata del film, e dire che i figli di cazzate ne combinano a nastro e non hanno mai imparato nulla), via con il ricordare ogni due minuti il suo incredibile amore e istinto di protezione per i figli (salvo poi mandarli a fare uno dei più pericolosi mestieri del mondo) e così via...
A questo, che sarebbe ancora solo un problema di scrittura dei personaggi, si allineano una serie di incongruenze di plot e di decisioni da far rabbrividire.
Mamma ha solo due figli armati per tenere sotto controllo nove persone adulte e sceglie di spedirne uno, con la lista dei pin e carte di credito dei presenti, in paese a tettare soldi dal bancomat. Ma non deve andarci da solo, no, darebbe troppo poco nell'occhio e sarebbe tutto più facile e veloce, meglio se ci va con una Beth tanto terrorizzata quanto disposta a lottare non appena si presenterà l'occasione. E infatti al primo sportello l'insolita coppia è subito soggetto di attenzione da parte di due ragazze, con spassosa scena a seguire sulla quale tornerò più avanti.
Prima di recarsi al bancomat i due si devono sbarazzare di un morto e lo buttano nel cassonetto. Qualche tempo dopo, con l'uragano in arrivo (e "in arrivo" significa a minuti) gli spazzini sono ancora in giro (i soli, non c'è nessun altro, nemmeno la protezione civile) a raccattare la munnezza e così scoprono il cadavere...
Il minore dei figli sta morendo per una atroce ferita al ventre, ulula, sviene di continuo e durante uno dei suoi stati febbrili dice che gli dispiace di morire vergine. Nessun problema, ci pensa mamma che gli porta una tipa per la copula pre-mortem rischiando di ammazzarlo (perché gli vuole bene) in uno dei momenti più esilaranti dell'intero circo. A me, ecco, forse non tirerebbe, ma di sicuro mamma avrebbe due pasticche di viagra per risolvere anche questo problema, è l'ammmore...
Beth ha tre (tre, non una, già una farebbe incazzare ma quest ne ha tre) differenti occasioni, lungo tutto il film, in cui ha steso uno dei cattivi a turno, le basterebbe tirare un altro colpo in testa per svoltare del tutto e invece no: nella lavanderia lo mette ko ma non lo termina perché almeno così Bousman può girare la scena di inseguimento nel retro fra i panni appesi; nel bagno stende mamma Koffin ma non la termina perché deve slegare l'amica ma in realtà perché è funzionale a far ricomparire mamma più avanti e stessa cosa, più o meno, nel garage. Per me questo è un demiurgo inetto e facilone, di quelli che sanno solo rispondere "è così perché sì".
Tutto è così nelle teste del regista e sceneggiatore, tutto costruito ad arte per girare la scena figa o per dimostrare la tesi. Narrare è stabilire uno splendido rapporto di fiducia e condivisione con lo spettatore, qualcosa per me vicino a una magia: io prometto di crederti quando mi dici che c'è sta mamma pazza con i suoi figli malvagi, in cambio ti chiedo uno sviluppo intelligente, o perlomeno non insultante, della vicenda.
Ma Bousman è troppo interessato alla sua tesina filosofica sull'uomo lupo all'uomo, sul fatto che ognuno di noi dietro dovuta pressione farà cose cattivissime (ancora a sti livelli stiamo, ma forse è perché sono statunitensi, boh...) e quindi si spende in pagliacciate implausibili per martellarci la testa con questa nozione. I due vanno al bancomat, una coppia di ragazze si insospettisce e allora il cattivone getta loro un coltello, minacciandole con la pistola e dicendo loro che chi ucciderà per prima l'altra sarà libera di scappare. Why? Per dimostrare la tesi? Perché è un pazzo psicopatico col cervello fottuto? Perché si scrivono le scene con leggerezza e scarso rispetto dei propri personaggi (che, ehi, sono tuoi figli, Bousman, e dovresti amarli anche quando decidi di farli morire), mah...
Stesso con la scelta della donna da portare al fratellino morente: i due maschi delle tipe dovranno lottare all'ultimo sangue e la tipa di chi vincerà verrà risparmiata. E i due, che potrebbero sopraffare con assurda facilità l'unico criminale presente, si ammazzano di colpi, tradendo fra l'altro i precedenti abbozzi di psicologia. E bravo il nostro Hobbes del Kansas, ancora lì a girare sui territori morali (sigh) di Saw e compagnia danzante, che desolazione.
Oh però tranquilli eh, che gli stessi tipi che non erano riusciti a farcela contro il tizio armato, a un certo punto, senza reale motivazione o cambiamento, giusto per il procedere inerte della trama (che li vuole piccoli indiani fino allo showdown fra le due mamme), si gireranno e metteranno ko il cattivone senza nessuno sforzo. Salvo poi, pochi istanti dopo, condannarci ad assistere all'ennesima, desolante scemenza, con il nero che spara "per sbaglio" (oh, era sordo d'altronde eh, che volete, ve lo aveva pure fatto ben vedere, no?) alla sua compagna che ha sempre amato e voluto proteggere più di tutti gli altri.
Siamo arrivati, fra i consueti pulotti-rincoglioniti-stock e ricordi/traumi spalmati a muzzo in mezzo ai personaggi con la pretesa che possa servire a dar loro una psicologia, al finale dove naturalmente, sorpresa sorpresa, la tristanzuola Beth si rivela mantide non da poco: aveva nascosto lei i soldi che arrivavano perché sapeva che il marito la cornificava e, rimasta incinta, voleva scappar via per rifarsi una vita con il nuovo bambino.
E a prescindere dalla telegrafata, come e dove li nasconde sti soldi? Tenetevi: dietro un quadro in bagno, ancora nelle buste nei quali erano stati inviati coi francobolli, indirizzo, cartolina di auguri per la festa della mamma e tutto (ma come si fa a scrivere e filmare così, come si fa, ma come non è possibile non accorgersene a una rilettura del copione, come?...), che quando la Koffin lo scopre s'inacidella mica poco, e datele torto.
Lo scontro fra le due è roba standard da casalinghe più incazzate che disperate, coltelli e tutto, con casa in fiamme, uno sfracello di morti steso per soddisfare le splatterfregole dei dodicenni (yo, check it out! A uno gli versano acqua bollente nelle orecchie, man! E a l'altro lo sparachiodano! Troppo cool!) e, mancando cura, compassione (quando ci renderemo conto di quanto questa sia centrale e indispensabile?), attenzione ed empatia il risultato è scontato e non può essere altro che l'ormai abituale pornografia "divertente" che accomuna, purtroppo, parecchi fra i giovani autori. Senza gli elementi elencati le scene truci non fanno nessun ribrezzo, repulsa, dolore e senza empatia a me non fotte sega di chi muore in giro, tanto sono pupazzi.
C'è differenza fra pazzia e scrittura sciatta, la follia non è un tana libera tutti per lo sceneggiatore esordiente; c'è differenza fra spessore psicologico e personaggi cliché con la funzione appiccicata in testa; c'è differenza fra il mostrare e suggerire eventi e personaggi al pubblico tramite le loro azioni e invece farli spuntare (i minuti iniziali sono terribili in questo senso, e dire che poteva spendersi meglio visto che ne ha 112 a disposizione) ognuno con due frasi in bocca che lo definiscono, frasi che nessuno direbbe mai a degli amici proprio perché in quanto amici lo conoscono già (così come chi vive in una zona di tornadi darebbe per scontate certe cose invece di declamarle topolinescamente ogni tre secondi); c'è differenza fra il volerci dire (e sarebbe già yawn yawn eh) che siamo tutti cinici ed egoisti e cattivi e finire invece con una manica di idioti che prendono sempre, sempre, sempre decisioni subpar, questo è volerci dire che siamo tutti degli idioti incapaci, che può anche starci, ma le premesse e gli sbandieramenti erano altri e si canna quindi la dimostrazione.
D'obbligo il post-finale che è insulto nell'insulto, sprofonda il film nei territori del semisoprannaturale all'amatriciana (ma per Milam credo sia invece grande struttura circolare e, udite udite, manifesto di vendetta) e non merita nemmeno di essere spoilerato...
Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema
Filmato:
venerdì 17 giugno 2011
Mother's day (2010)
Etichette:
Cinema,
Homo homini retarded,
Ogni scarafone andrebbe schiacciato,
Rebecca battibecca ma giammai stecca,
Recensioni
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)





















Ottima recensione, grazie a te eviterò di vedermi questa boiata,e comunque Bousman non mi ha mai entusiasmato neanche all'epoca dei suoi SAW.
RispondiEliminaCredo stia migliorando da allora, dal punto di vista tecnico, ma a che serve migliorare (fra l'altro gli sono serviti parecchi anni) se poi ti metti al servizio di storie simili?
RispondiEliminaMi e' piaciuto molto questo tuo modo di recensire stando aderente al testo dello script, rendendolo così vivo e partecipato. Notevole anche il riferimento all'empatia rispetto all'andamento di vita del personaggio nella storia, aspetto molto sottovalutato soprattutto nel cinema statunitense. Ma infatti io credo che questa empathy failure derivi proprio dalla cultura americana, elemento che sarebbe bello poter studiare meglio sul piano estetico-psicologico. In ogni caso bellissima recensione assai ben scritta e vissuta.
RispondiEliminaLe volte che riescono a costruirla funziona, ma tu pensa a quanto sono più efficaci le torture di Martyrs (eppure a parte il finale sembra che non facciano molto, no, per ilragazzino gore addicted, in fondo glie menano e la rasano in testa) proprio perché empatizziamo molto con vittime non standard e per nulla cliché... Solo che ci vuole molto sbattimento in fase di scrittura e non è che tutti amino sbattersi... Ma ripaga, come in tutto.
RispondiEliminaSì, anche a me era venuto in mente "Martyrs", rispetto all'empatia col personaggio. Il fatto è (secondo me) che questi americani proprio non sono capaci di costruire script in cui emerga l'elemento psico-identificativo in odo appunto rispettoso. Forse Hooper in "Non aprite quella porta": la sequenza iniziale della ragazza nel solotto della casa di Leatherface piena di teschi penzolanti è magistrale in questo senso. Il terrore ce lo fa proprio sentire, siamo lì con lei, la poverina. Sono cose rare, comunque, in suolo statunitense.
RispondiElimina