CANDYMAN
1992, USA, colore, 99 minuti
Regia: Bernard Rose
Soggetto/Sceneggiatura: Bernard Rose da Clive Barker
Produzione: PolyGram Filmed Entertainment e Propaganda Films
Helen è una dottoranda all'Università dell'Illinois e sta cercando di completare la sua tesi e, allo stesso tempo, tenere in piedi il matrimonio con un professore della sua facoltà che sembra troppo sensibile al fascino delle studentesse.
Con la sua amica e collega Bernadette viene a conoscenza della leggenda di Candyman, il più classico dei boogeyman: vuole la tradizione che se ripeti cinque volte il suo nome allo specchio allora Candyman, con tanto di braccio uncinato, emergerà per ucciderti.
Investigando sulla leggenda sia in ambiti accademici che nella problematica realtà del Cabrini Green, un complesso di case popolari in mano alle gang nere, Helen scoprirà suo malgrado che Candyman è ben più che una semplice leggenda urbana e verrà ben presto coinvolta in una serie di crimini che porteranno a...
Per quanto adori questo film e lo riveda sempre con piacere (leggasi: parere positivo, ok?) la prima cosa che mi è sempre passata per la testa durante l'ora e mezza di Candyman è "il film con il maggiore spreco di potenziale della storia del Perturbante". E anche a questo giro non posso fare a meno di godere per alcune singole scene e intuizioni, ma disperare per quanto avrebbe potuto/saputo fare qualche altro autore con tutto questo materiale a disposizione.
Abbiamo, in partenza, i soliti grandissimi squarci barkeriani (ne abbiamo già discusso, no? Visioni strabilianti, esecuzione mentecattesca) con un ottimo sviluppo iniziale da parte di Bernard Rose.
Dove lo trovate un altro film che, forte di un Mostro dall'iconografia azzeccata e mitologia bella soda e curata, può quindi attingere e mischiare architettura, urbanistica, etnologia, conflitti socio-razziali e personaggi decenti? Un cocktail simile promette scintille, no?
E che dire dello sviluppo, con la questione "nera" che viene portata avanti su doppio binario, schierando persone di colore su ambo i lati e non cascando in polarizzazioni, schematismi, buonismi e forcaiolismi d'accatto? Ottimo.
E vogliamo aggiungerci una protagonista che riesce a essere obliqua, sensuale, intelligente e umana senza scadere in facili stereotipizzazioni? E la colonna sonora di un Philp Glass che, anche quando recupera le cose che aveva cestinato lavorando a qualche progetto "serio", riesce a volare ben sopra la media del genere?
E, ancora, la fotografia di Anthony B. Richmond, affascinato dai neon come una falena futurista, sospeso fra punti luce e giochi di colore alla Anni Ottanta... E certi interni/esterni, certe messe in scena monumentali per potenza iconografica: baci d'api, wicker (wo)man realizzati con cumuli d'immondizia e rifiuti, donne bianche "vere" che entrano in bocche di neri "finti", altre dimensioni giusto dietro l'armadietto dei medicinali...
Troppo, un sovraccarico sensoriale che richiederebbe una trilogia per essere sviluppato con adeguata profondità.
La mia impressione è che, alla fine, considerato tutto il materiale di partenza, cast e troupe, ecco, Bernard Rose abbia ottenuto il minimo sindacale, il cocktail che tieni sul menù per i turisti rincoglioniti, un braccinecorte dell'immaginario.
E pur girando al minimo, questo cocktail picchia in testa come pochi altri: immaginate se il barista si fosse sbattuto sul serio, per un cliente abituale e non per il commesso viaggiatore ancora distratto e frastornato dalla transizione-jetlag del decennio.
Il momento dell'arresto di Helen è girato e montato coi piedi, l'intero finale è atroce nel suo ondeggiamento reazionario e cerchiobottista, la gestione della relazione moglie/marito/terzincomoda è da telenovela tedesca di Rete4 ma, sopra ogni altro elemento, quel che non gira e non funziona è l'incapacità di seguire e approfondire i vari spunti offerti con vena cornucopica da un Barker qui inarrivabile.
Pare quasi, per intreccio e diramazioni, più materiale da fantascienza di certo calibro e tono o, volendo, trovo che sia questo l'unico vero "urban fantasy" possibile, qualsiasi cosa questa mezza castroneria di etichetta possa significare.
Ma nonostante tutti gli interminabili e soffertissimi intoppi ci troviamo di fronte a film importante e unico, uno di quegli animali strani, un ornitorinchorror che traghetta gli Ottanta dentro i Novanta e che propone percorsi, spunti e riflessioni forse troppo ingombranti e disturbanti per poter essere prima colte e poi coltivate dalla cinematografia a seguire, sebbene echi di Candyman si avvertiranno sparsi in giro negli anni e decadi a venire.
Ecco un film che meriterebbe un remake da parte di qualche autore ispirato.
Da vedere, dronizzandosi con i loop di Philip Glass...
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domenica 8 maggio 2011
Candyman (1992)
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E' uno dei miei film preferiti con un TonY Todd inarrivabile (ed infatti nel sequel è già molto meno carismatico) con un Bernard Rose che rende molto bene la cupa desolazione del Cabrini Green. Rose è uno di quei registi che avrebbero meritato una diversa fortuna. Per non parlare di alcune scene cult come il cameo iniziale di Ted Raimi e la scena delle Api. E, no, non era un effetto speciale il povero Todd ha veramente dovuto tenere chiuse nella bocca alcune api vive per esigenze di copione.
RispondiEliminaSai cosa mi dispiace?
Che con gli anni sia Barker che Rose si siano un pò persi per strada( più il primo che il secondo).
Quello è il vero orrore.
La storia di Candyman è anche parte di uno strano loop mediatico/folklorico.
RispondiEliminaCandyman è ispirato alla leggenda de "La llorona" (wikipedia dice che è una cosa messicana, ma di fatto è ormai diffusissima in California e in tutto il sudovest americano); e poi, di ritorno, il film è stato usato da una parte come modello per film più esplicitamente basati sulla leggenda, e dall'altra elementi del film sono entrati nel folklore.
Per cui oggi, i ragazzini allo sbando nell'area di Los Angeles, che temono la llorona come creatura effettivamente attiva nel loro mondo, incorporano nella tradizione scene del film o addirittura la trama di Candyman.
"È successo davvero, poi ci hanno anche fatto un film."
Sinistro.
makkekkazzo, ma allora sei tornato!!!
RispondiEliminaa me nessuno dice mai niente!
love, mod
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaNonostante i suoi difetti rimane uno dei miei film preferiti,una delle poche pellicole degne di nota degli anni 90.(Prima che fossimo sommersi da vagonate di schifezze)Quoto Nick sull'interpretazione di Tony Todd,da brividi!
RispondiElimina...ornitorinchorror... me la metto in bacheca, questa ;)
RispondiEliminaMe lo devo rivedere perché devo averlo beccato 1270 anni fa su qualche "zio Tibia" di Italia 1.
Stai attento a desiderare un remake che questi chiamano subito subito zac saider, solo perchè aja è impegnato.
RispondiEliminaLo so, vero...
RispondiEliminaEra solo per dire che sarebbe meglio scegliere film come questo se proprio si vuole rifare qualcosa, piuttosto che Martyrs o Let Me In...
Ma è vero, è solo un rischio e basta...
concordo sulla prospettiva FAILURE della tua recensione: un buon horror (anche se non necessariamente un buon FILM) che poteva essere molto ma molto di più.
RispondiEliminaTorno a ribadire il mio pensiero per cui la qualità generale del prodotto equivalga ad Hellraiser (che però costò meno e fu meno pretenzioso, giusto?) ma come impatto orrorifico la pellicola 100% Barker vinca a mani basse. Continuo a pensare che i due film di equivalgano come categoria... mi sto sbagliando?
Per me è stato uno degli ultimi film horror meritevoli di essere visti. E dal momento che ha quasi vent'anni... Si capisce quale considerazione io abbia di quelli più recenti.
RispondiEliminaHai ragione sul fatto che gran parte del merito vada a Barker (e a Philip Glass).
Dovrei riguardarlo per quanto riguarda il giudizio su Bernard Rose. La regia non la ricordavo così scarsa, ma con quella sceneggiatura e quelle musiche, potrei essermi lasciato ingannare.