martedì 26 aprile 2011

Un mio grosso, grasso fallimento

Versione breve per chi mi disprezza, odia e compatisce, per i troll e per i masochisti che si ostinano a passare di qui:

Faccio schifo.
Critico tanto e poi non sono buono a scrivere un romanzo decente.
Sono bravo solo a provare invidia e rancore verso i grandi che ce la fanno ma, arrivato il grande momento della prova, non sono riuscito nemmeno a finirlo, il romanzo, figurarsi scrivere qualcosa di anche solo mediocre.
Il risultato, ovvio, è che ora proverò ancora più invidia e rancore e prima o poi romperò la promessa di non parlare più degli italiani e, meschino, ne stroncherò qualcuno nella vana speranza di cavarmi almeno quella soddisfazione.
Potete andare a dirlo in giro, copiare e incollare queste parole, sia chiaro che faccio schifo e pena.
Chi sa fa e chi non sa insegna e chi non è nemmeno buono a insegnare critica. Questa è la versione ufficiale e unica.

* * *



Versione lunga per chi invece legge questo blog da tempo o da pochi mesi e ne ha seguito le evoluzioni, per chi in fondo scrive un pezzo di questa narrazione e costruisce camere della malpercasa insieme a tutti gli altri:

Inizialmente volevo intitolare il post Il mio splendido, oscuro fallimento. Da un lato mi sapeva troppo di Kanye West e dall'altro lato "Il" è sbagliato: magari si fallisse una sola volta nella vita, magari fosse questo il fallimento più importante, le cose andrebbero super-stra-bene.
Non che non vadano bene, per fortuna.
Quando, qualche mese fa, mi sono imbarcato nell'impresa di scrivere un romanzo, come credo chiunque altro inizi qualche avventura, mi aspettavo determinate cose e avevo più o meno previsto un determinato percorso.

Mai, mai più avrei immaginato un fallimento di tale portata e insieme un momento così importante, ricco e determinante per la mia persona, non credo di aver mai imparato così tante cose su di me come in questi mesi.
Pagina 183 mi osserva e mi dice che non sarà mai completata ed è per me una tale liberazione...
Potevo aspettarmi di tutto (e, ovvio, quel che più mi aspettavo era comunque un insuccesso, visto il tipo di critica che ho sempre riservato alle varie forme di narrazione) ma non di annoiarmi a morte per tre mesi.

In vita mia ho provato varie sensazioni, come tutti, ma, confrontandomi con tantissime altre persone, sono sempre stato fiero e sorpreso di non aver mai provato noia e invidia. Ora una delle due è stata sperimentata, è probabile quindi che prima di schiattare cascherò anche nell'altra.
Ma la noia, la noia è terribile, non riesco a capacitarmene.

Intendiamoci, non vorrei fuorviarvi: ho scritto comunque un romanzo che, se completato e bombardato con giusto editing, potrebbe andare con una certa facilità a far cumulo in libreria e in edicola insieme a milioni di altri testi.
Ma grazie al cazzo, per stare alla pari con certi caproni basta il minimo sforzo del dito mignolo, non è un dato positivo scrivere al loro livello. Anzi, non è nemmeno dato neutro :)
E credo sia proprio questo lo smacco, lo schiaffo più forte: aver scritto una storiella come quelle che critico tanto quando le leggo in giro.
Ha tutte le cose a postino, questo romanzo: dispiego le truppe e dispongo le pedine all'inizio, provoco odio e affetto, le faccio confrontare in crescendo fino al climax finale, semino i giusti lutti e qualche rivelazione, spargo un po' di attualità e temi scottanti, ci ficco dentro qualche riflessione e i giusti momenti urghbleah, ho persino la protagonista femminile, il soprannaturale, il genere e il metagenere, i riferimenti alti e qualche sperimentazione linguistica che però non ostacoli mai tropo il lettore medio, il santo lettore medio e tante altre cosine da manuali mai letti.



Una pupazzeria insomma, come dice mio fratello quando s’immerge nella fauna da aperitivo.

E Mangiafuoco infatti mi sono sentito, fin dai primi giorni. Quando ho riletto il tutto non c'è stato scampo, ma già lo immaginavo.
Non c'è quasi mai scampo, purtroppo o per fortuna, se si è onesti. E non ci può essere altra via che l’onestà.

Perché mai dovrei aggiungere la mia compita e consapevole, ammiccante e terrorizzante pupazzeria a quelle di (inserite un qualsiasi nome di scrittore italiano del fantastico) e affollare un teatrino che già fa schifo per qualità, volgarità e toni?

Non posso sfuggire al mio giudizio e io mi dico: fai pena, peggio, sei innocuo, come tantissimi altri, lascia stare la narrativa di questo tipo, con questi moduli e fai altro. Credo che se chiunque avesse l'onesta di essere duro con se stesso e pretendere qualcosa di più, avremmo delle librerie migliori e delle edicole meno sporche. Ma capisco anche chi, per mille motivi, preferisce far spallucce e inventarsi mille discorsi per giustificare il suo libercolo da cinquemila copie (se va bene). Forse a credersela vivono meglio.
Anzi, di sicuro vivono meglio.
Ma no, non lo so, magari pubblicando si sentono vivi, non so che dire, le retoriche sono così tante che è quasi impossibile capire qualcosa dei loro motivi. E in più alcuni li ho conosciuti, di persona o per Rete, e sono brave persone eh, ma proprio gran belle persone. Non capisco, quindi sospendo ogni giudizio. L'ipotesi per me più praticabile è che ci credano davvero, anche perché vedo che sono molto morbidi in ogni tipo di giudizio e va sempre più o meno tutto bene, quindi credo che non facciano altro che applicare lo stesso livello di giudizio alle loro opere e quindi approvarle come approvano quelle degli altri.

A me non va bene quasi nulla, invece.
Siamo pieni di merda editoriale e la mia non farebbe altro che alzare di un centimetro la pila, tanto che magari finisce che non riusciamo nemmeno più a sederci sull'asse.
Non dicevamo, più o meno tutti insieme qualche giorno fa, che non basta lamentarsi della situazione italiana e che bisogna fare qualcosa? Questo qualcosa riguarda (per me) ogni livello della vita, ogni singolo aspetto anche quelli di poco conto come questo.

Se, dopo essermi lamentato per anni del livello cro-magnon della letteratura fantastica italiana poi contribuissi a questa media con il mio romanzuccio allora non avrei mai più scampo, prima di tutto da voi, che avreste l’obbligo (mi auguro) di tirarmi merda addosso ma ancora di più non avrei scampo da me stesso e visto che voi abitate in me per un numero limitato di ore mentre io sono inquilino fisso, capite bene che è per me impossibile contarmi qualche tipo di palla.

I miei principi fondanti, quando leggo ed elaboro un giudizio sulle opere di narrativa, sono pochi, assai semplici ed ereditati da qualcuno ben più in gamba di me.
Se una narrazione non ha un’estetica forte e potente, se non ne esci cambiato, se non ha un impatto emotivo profondo e perdurante nel tempo allora non ne vale la pena.
Stavo per aggiungere qualcosa sulla necessità di essere originali ma in fondo credo che questo sia secondario, se c'è è meglio ma non ammazziamoci a trovarlo.
Le altre cose che molti inseguono, specie in Italia (la Lettevatuva fantastica deve pavlavci del Veale, della società, bisogna esseve impegnati sul sociale e sul politico!) io non le considero nemmeno, se capita bene ma non sono obblighi.

E il mio romanzo mancava degli elementi e degli effetti che vi ho elencato. Aveva la trama e i personaggi, ma a me trama e personaggi non è che dicano poi molto, paiono cosette robotiche, in particolare la prima.
Chiaro, per altri la trama è quasi tutta e la lettura deve solo intrattenere due ore. Nulla di male, ne abbiamo già discusso, e quando dico nulla di male lo intendo davvero, non lo dico per liquidare un modo di leggere e vivere che non è il mio, anche questa cosa deve essere chiara fra noi.
Solo che non funziona per me e con me.
Per intrattenermi due ore, l'ho sempre detto, ho una montagna di altre proposte, tutte per me più divertenti della narrativa.

Quindi se continuassi questo viaggio sarei disonesto con me e con voi.
Non sono capace, archiviata la faccenda passo/torno ad altro, ben contento dell'esperienza.

Ma questa è solo parte di quanto avvenuto in questi mesi, forse la meno importante. Dicevo di aver capito un po' di cose...
Una di queste è che se fossi stato un po' più sicuro di me stesso, un po' meno scodinzolante e pronto a seguire tutte le sirene che sento in giro, non mi sarei nemmeno imbarcato, non avrei nemmeno cominciato a scrivere un "romanzo".

Fin da piccolino ho preferito racconti, articoli e saggi, sia per quanto concerne la lettura che per quanto riguarda la scrittura. Per farvi capire: ho letto molte più volte il Castoro su HPL o il volume della Reverdito che l'opera stessa di Lovecraft.
Il testo di Stephen King che ho letto di più è Danse Macabre, e il distacco nei confronti del suo secondo testo letto molte volte è enorme.
Il famoso racconto di sei parole di Hemingway per me straccia il culo over and over a tutto Il Signore degli Anelli.
I miei numi tutelari sono Carver e Shepard, e Il Gene Egoista per me è stata lettura emozionante, vibrante.
Ma.
Ma.
Ma credo che chiunque abbia mai scritto anche solo un racconto sia poi stato bombardato dalla domandona.
"Allora? A quando il romanzo?"
E io, come tanti altri, ho creduto che amici, conoscenti e chiunque altro avesse ragione contro il mio sentire, che il romanzo, per qualche ragione, fosse la cosa più importante.
Forse perché questa domanda veniva proprio da parenti, conoscenti e amici: me lo avessero chiesto più spesso dei nemici magari per reazione avrei resistito molto di più e ci avrei pensato più a lungo, maledizione.


E sì, certo, ovvio che con il passare degli anni ti cresce dentro questa pressione e, non sai nemmeno tu quando, diventa "tua", la introiti e sei sicuro che sia una tua urgenza, che davvero vuoi scrivere il romanzo, che è il momento, che il romanzo, dai, ammettiamolo, su, è venti volte meglio di un racconto, cinquanta volte meglio di un articolo o un saggio.
Che se scrivi un romanzo rifletti sulla vita, se scrivi una critica non sei altro che, boh, un parassita che vive a sbafo sulle narrative altrui.
Lo so, lo so, basterebbe riflettere due secondi per sorridere di queste convinzioni, accantonarle e procedere sulla propria strada, ma non è sempre così facile riflettere.
Non è colpa di nessuno, ovvio, credo che sia un meccanismo molto potente e non so quando ci libereremo della convinzione che un tipo di narrativa sia migliore e più importante di un altro. Forse mai.

Però uno come me dovrebbe essere più sgamato e saper identificare robe di questo tipo.
Peggio, c'è qualcosa di ancora peggiore, tranquilli...
Mentre scrivevo il romanzo non facevo altro che pensare al blog.
"Cavoli, vorrei scrivere questo articolo!"
"No, belin, devo troppo spalare merda sull'ultimo Carpenter anche se è un mio eroe, ha girato una roba troppo brutta!"
"Chissà cosa direbbero nei commenti se..."

E hai un bel dire, no, che i blog e i siti hanno lo stesso identico valore di romanzi, video, racconti, narrazioni vocali, quotidiani, riviste e mille altre cose. Dal dire al fare anche in questo caso c'è sempre di mezzo il mare orrendo dell'opinione degli altri che, per la massima parte, venerano il cartaceo un gradino sopra all'elettronico.
E anche questa cosa, al pari della terribile domanda "E allora, questo romanzo?" ti entra, mese dopo mese, anno dopo anno, si installa in un angolo della mente e lavora come una brutta bestia e alla fine ti ritrovi, di nuovo scodinzolante, a cercare l'approvazione e la legittimazione tramite il cartaceo, come se non sapessi come vanno le cose nel cartaceo.

Ci attrezziamo, ci fortifichiamo, analizziamo e ponderiamo e riflettiamo ma in ultima analisi spesso serve a ben poco finché non ci stampi il muso.
Per fortuna io l'ho stampato.
Scrivere il romanzo è stata esperienza desolante, noiosa, insieme facile, banale e innocua.
Mai me lo sarei aspettato, visto quel che ti crei nella capa riguardo alla nobile arte del romanzo e bla bla bla.
Mi aspettavo lavoro duro, coinvolgimento, maturazione e talvolta divertimento, passione, sforzo, concentrazione.
E invece mi sentivo sempre come se raccontassi palle. Noiose e risapute palle a me e ai possibili lettori.

Ce ne sono già troppi, di romanzi italiani del fantastico, noiosi, bugiardi e scritti male, aggiungere il mio significherebbe in un singolo istante, con un singolo gesto, cancellare tutto quello che ho detto, fatto, scritto, urlato, denunciato, affermato negli ultimi dieci anni e sarebbe un gesto dal quale non potrei mai più tornare indietro.

A me interessa più il blog, i commenti delle persone che durante gli anni si sono fermate da queste parti, che scrivere un romanzo che non mi garantirebbe nessuna forma di contatto immediato.
A me interessa discutere di film e letteratura piuttosto che muovere qualche pupazzo per qualche copia in più e per dimostrare che anche io ci riesco.
A me interessa la Rete piuttosto che il mondo dell'editoria cartacea dato beninteso per assodato che condividono molti difetti comuni e che anzi, in Rete bisogna lavorare ancora più sodo per filtrare tutto il rumore di questa falsa democrazia da maiali.
A me interessa vedere dei film: il momento, la scorsa domenica, che sono tornato a vederne tre di fila è stata una liberazione.
A me interessa creare qualcosa di ancora più valido qui e ora, in questo posto, piuttosto che altrove.
Ma, sia chiaro, questo non allevia di un briciolo la consapevolezza di aver comunque fallito, ci mancherebbe eh, è importantissimo aver bene chiaro in testa quanto siamo fallaci e incompleti, altrimenti starei giocando alla volpe e all’uva e, di nuovo, quando ci si forza all’onestà il gioco della volpe sparisce.
Quindi sia chiaro che non sono capace di scrivere un romanzo (per me) decente, non si scappa da questa verità, non si può scappare, non si deve scappare.
Ma occorre anche incasellare i fallimenti e dar loro la giusta importanza.
Sarei molto più turbato se all'improvviso non sapessi più cucinare.
Mi incazzerei molto più a biglia se mi morissero tutte le piante sul terrazzo o (non vorrei tirare in ballo anche queste cose ma è meglio farlo, non si sa mai che poi qualcuno mi pensi "leggerino", vero?) se non riuscissi più ad amare, a stare vicino, a essere presente e disponibile con gli amici e gli affetti.
Quindi fallimento, certo, e che sia chiaro, ma anche "embè?"



Domani sarà un altro giorno che inizio consapevole di cosette su di me che anche solo tre mesi fa non sapevo o, meglio, mi nascondevo molto bene.

Cosa mi aspetta ora, cosa vi, ci aspetta ora nella malpercasa?
Ne parliamo nel prossimo post, fra qualche giorno, giusto il tempo di organizzarmi anche dal punto di vista di alcune cosette che, per lavoro, dovrò affrontare (profili di vario tipo, compresi Twitter e Facebook, ok, sì, bravi, ridete, ah ah) e poi ripartiamo alla grande, basta con i post stitici degli ultimi mesi (anche se, ou, è andata benissimo ed è davvero solo merito vostro, io a sto giro ho fatto ben poco, avete tenuto il fortino come dei pazzi assatanati) si riprende a godere scrivendo di varie narrazioni.

E, particolare non piccolo, questo fallimento è cascato nel periodo migliore della mia vita, quindi il tonfo è giunto ancora più attutito, pura botta di culo.

Come dite? Non riuscite a commentare?
:)
Rofl
Lo so, ma dovete capirmi.
Lo faccio solo per questo post, tranquilli, ma non ce la farei davvero a leggere/reggere il fuoco incrociato di retoriche di vario tipo.

Coniglio, rinunci così facilmente?
Lascia che a giudicare siano i lettori.
Hai fatto bene, che coraggio nella tua onestà, da ammirare.
Sei un povero coglione.
Ti fai troppe seghe mentali, vai di trama a rullo, pesta con qualche personaggio e via, pulpcore till the end, autopubblicalo e che grande la Rete distruggiamo Immondadori!!!
Eh ma devi stracciare e buttare almeno tre romanzi prima di capire se…
Hai paura del giudizio altrui.
Un romanzo è come un figlio, fallo uscire di casa e vediamo se sa camminare su gambe sue... (questa mi ha sempre fatto ululare dal ridere)

Scusa ma tu invialo lo stesso a qualche editor in gamba, saprà ben lui se…
Pubblicane almeno qualche stralcio in Rete.

E tantissime altre ancora, con un sacco di variazioni.
Non vi vengono gli sbadigli? Come potrebbero farmi effetto queste frasine se le ho già previste, insieme a mille altre e insieme a mille altre risposte? Vogliamo crescere o preferiamo stanziare in questi ruoli lisi, fino alla morte?
Risparmiamocele, che dite? Non ha senso giocarci un finale di partita già del tutto coperto dalla manualistica, sai che palle? Diamolo per già giocato e vinto/perso a seconda di come pare a voi e facciamo finta, al mio prossimo post, che sono già passati altri tre mesi e abbiamo già svolto questo compitino, ok?

L’importante è che vada tutto bene e che abbia imparato alcune cose e, ancora di più, che non mi sia comportato in determinate maniere.
Lo so che ormai la coerenza è passata di moda e chi non è coerente si arma addirittura di citazioni (Wilde, Breton, Monduzzi, Huxley e alcuni altri, cool man, grazie Google!) per santificare le proprie scelte di comodo, io sono ancora un po’ vecchio stile e cerco di essere coerente senza, ovvio, che questo mi crei danno e per ora danno non c’è stato.
E da coerente non riesco a predicare in un modo e razzolare in un altro, lo lascio fare ad altri polli.

Ci sentiamo in settimana per capire come si muoverà Malpertuis nel suo eterno e continuo processo di rifondazione e restauro (le case vecchie, se non ci fai dei lavori, signora mia…).
Grazie ancora per aver tenuto botta nei commenti durante questi mesi, ora torno a dare anche il mio contributo.
Vi lascio con qualcosa di già embeddato in precedenza (e purtroppo c'è sempre e solo questa versione schifosa, sorry), ma è come mi sento ora, anche se credo di essermi lasciato dietro lo squalo e di procedere sulla via di casa. Navigando a vista, of course, che la maledetta bussola no ho mai capito come funziona, figuriamoci il sestante…