giovedì 30 dicembre 2010

Due figlie e una bella moglie

I Drive-By Truckers hanno sfornato grandi dischi, sia dal punto di vista della musica che, ancora di più, per quanto concerne i testi. Sono riusciti a evadere dalla "trappola" del fare alt.country come unica possibile evoluzione di certo tipo di musica, hanno recuperato le radici elaborandole con grande personalità e pagando gli ovvi tributi agli ovvi classici.

Southern Rock Opera, del 2002, rimane secondo me ancora un grandissimo punto di riferimento e un ascolto obbligatorio per chi voglia tentare di capire, come cantano loro, "the duality of the Southern thing" e all'interno di quell'album c'è uno stupendo uno-due (The three great Alabama icons seguita da Wallace) che spiega come si possa far politica anche evadendo dall'urlo hardcore punk o da certa pseudoguerriglia metallara (entrambi altri strumenti validi, sia chiaro, ma non certo unici).

E mi sarebbe piaciuto molto postare entrambe le canzoni, con i testi, ma alla fine hanno prevalso lirismo, commozione, emozione e groppo in gola e ho scelto questa, che è una canzone ben più semplice e forse non interesserà né stupirà nessuno ma io trovo sia una di quelle composizioni che riesco ad ascoltare anche dieci volte di fila provando sempre lo stesso piacere, misto, ovvio, a partecipazione al dolore.
Ma, vi prego, recuperate su you tube anche gli altri due brani che ho nominato e ascoltateli leggendo i testi, grazie.

Si tratta dell'apertura del loro album del 2008, Brighter than Creation's Dark, e se ricordate quanto ho scritto in occasione di un capitolo di Red Riding forse potrete capire i motivi della mia scelta.

Si torna indietro al primo gennaio del 2006.
In realtà bisognerebbe tornare indietro di qualche altro mese...

Ovvero al 5 novembre del 2005 quando viene scoperto il corpo di Treva Gray, 35 anni, massacrata di botte.
Treva viveva con suo marito, Ricky Javon e il nipote di Ricky, Ray Joseph Dandridge. Aveva sposato Ricky, ex detenuto, da soli 6 mesi ma le cose non andavano per nulla bene, con frequenti litigi, botte e tutto il contorno.
Nello stesso giorno in cui lei scompare si notano evidenti segni di graffi sul corpo del marito ma niente, la polizia lo interroga e bella lì.
Sapete, siamo a Philadelphia, Treva è una nera, la polizia ha da fare e "forse è morta di overdose" e caso chiuso.
Treva è l'inizio.

Ricky si sposta per andare a vivere da sua nonna in Virginia e presto è raggiunto dal suo nipotino.
Non ho voglia. No, meglio, non ho la forza di starvi a raccontare quel che Gray e Ray hanno fatto nel giro di pochi giorni, sono due spree killer noti, hanno ucciso 7 persone, credo che una breve ricerca in Rete vi rivelerà tutti i particolari, io questa volta non ci riesco a narrarvi determinate cose, perché se ci penso troppo, se ne parlo troppo casco in un bruttissimo loop che ormai conosco bene, un ciclo dove il dolore che provo per la morte di alcune persone alimenta una rabbia infinita nei confronti di queste due bestie e subito dopo arriva la voce che mi dice che Gray e Ray bestie non sono e che ucciderli, picchiarli, odiarli, punirli o che altro serve a ben poco, a pochissimo, a niente.
E subito dopo ritorna il dolore, arriva di nuovo la rabbia e io non so come uscirne e da un lato invidio davvero i forcaioli perché loro sì che hanno un modo tutto sommato facile per uscire dal circolo descritto, che è un circolo che fa male.

Ma di alcune di queste morti, 4, devo purtroppo dirvi qualcosa.


E si ritorna quindi al primo gennaio 2006, è domenica. Vi dico che è domenica perché è importante, il giorno prima era sabato e sabato torna nella canzone.
La famiglia Harvey è riunita nella loro casa a Woodland Height, un sobborgo di Richmond, in Virginia.
Bryan Harvey, 49 anni, è un musicista piuttosto noto: ha suonato prima negli House of Freaks e quindi nei Gutterball e lo troviamo anche nell'album di debutto degli Sparklehorse.
Harvey è fissato con il southern gothic e ha scritto più di una canzone ispirata a racconti di Flannery O'Connor.
Quando suonava potevate persino incontrare Neil Young fra il pubblico.

Sua moglie, Kathryn, ha 39 anni ed è comproprietaria di un negozio di giocattoli piuttosto conosciuto nella zona.
Ruby e Stella sono le figlie, 4 e 9 anni.
Ray e Gray entrano, massacrano i quattro, li accoltellano, li legano, li mettono in cantina e poi danno fuoco alla casa e non è possibile che ciò accada.
Si tratta dell'eterno, annichilente, irrisolvibile urlo di dolore e smarrimento che mi lascia perso e vuoto.
Perché non puoi suonare di fronte a migliaia di persone felici, aprire ogni giorno il tuo negozio e vedere un sacco di bambini contenti con i loro giocattoli, goderti un sabato a dormire un po' più a lungo e stare con le tue figlie e poi tutto viene distrutto all'istante e non sarà mai più.

Già e impossibile accettarla, questa distruzione, quando proviene da un terremoto, da un meteorite, da un cancro, ma quando arriva da gente che dovrebbe stare sulla tua stessa barca e in qualche modo lavorare per far si che ci siano sempre meno terremoti, meteoriti e cancri, ecco, non si può...

E quindi questa canzone i Drive-By Truckers l'hanno scritta per gli Harvey, per il loro ultimo sabato felice ed è ovvio che in questi frangenti si voglia credere in un aldilà fatto di una serie infinita di sabati con due figlie e una bella moglie.

Mancano poco più di una trentina di ore al 2011 e mi spiace se vi ho intristito, mi spiace, ma trovo che sia una canzone stupenda e che essere tristi in questo modo non sia cosa negativa.

E prima ho mentito.
Perché in realtà io il metodo per uscire da quel loop per fortuna lo conosco e con me funziona, non sempre, forse nemmeno spesso, ma funziona, ed è cercare di fare del "bene" alle persone, di stare attento a loro, di considerarle e di ascoltarle e di fare il possibile sempre, senza cadere nel sanfranceschismo d'accatto che buonista alle volte rima con arrivista ed egotista, ricordiamocelo sempre.
E alla vendetta ho sempre preferito l'indifferenza, outcastare tutto quel che ritengo dannoso, una soluzione alla Anarres, diciamo... Anche questo metodo, con me, funziona. Non sempre, forse nemmeno spesso, ma funziona.
Trovo che comportarsi così, quando purtroppo ci sono compagni di barca che vogliono a tutti i costi naufragare, possa aiutare non dico a evitare la rovina ma a renderla un po' più sopportabile. Quindi (ehi, ora mi sento inutile e banale come Napolitano, wow!) cerchiamo magari di impegnarci un po' in futuro.

Buon 2011, state qui che ne leggerete delle belle.




When he reached the gates of heaven
He didn’t understand
He knew that folks were coming over
Or was it all a dream?
Was it all a crazy dream?


He saw them playing there before him
What were they doing there?
It felt like home, It must be alright
Or is it just a dream?
Is it just a crazy dream?


Memories replay before him
All the tiny moments of his life
Laying round in bed on a Saturday morning
Two daughters and a wife
Two daughters and a beautiful wife


Meanwhile on Earth his friends came over
Shocked and horrified
Dolls and flowers at the storefront
Everybody cried
Everybody cried and cried


Is there vengeance up in heaven?
Are those things left behind?
Maybe everyday is Saturday morning
Two daughters and a wife
Two daughters and a beautiful wife
Two daughters and a beautiful wife

mercoledì 29 dicembre 2010

Stay (a little longer)


Credo che dovrete aspettare ancora un po' per conoscere quel Mr X che per me (è giusto sottolineare) ha prodotto il più importante mito e l'epica più significativa degli ultimi decenni.
Poco eh.
Dovrete aspettare perché intendo prendermi qualche giorno di riposo, cosa che non ho fatto nemmeno questo agosto quando ero a Berlino o in montagna e avevo scritto il doppio a luglio per mantenere costante il flusso dei post.
Arrivo a fine anno esausto e felice e quando venerdì completerò il mio ultimo giorno di lavoro voglio svenire da qualche parte fra affetti, cibo, alcool, film, libri, fumetti, warcraft e risvegliarmi ritemprato una settimana dopo.

Questo post era, in origine, un elenco dei vari argomenti, articoli, saggi e roba varia che vorrei scrivere il prossimo anno ma è via che ho già percorso e non porta da nessuna parte. Me li tengo quindi per me, sperando di riuscire a realizzarne almeno una parte nei prossimi mesi. Sappiate solo che, non avendo memoria, ho tenuto traccia scritta di parecchie cosucce sfiorate nell'ultimo anno e la lista è lì a ricordarmi che non posso cazzeggiare: mi avete sopportato nel momento peggiore, il minimo è che ora restituisca il favore cercando di sfornare roba interessante.

Il che, fra le tante altre, comprende appunto Mr X, cui vorrei dedicare almeno una ventina-trentina di cartelle per cercare di spiegare quel che rappresenta la sua opera per me.
Gli auguri ce li siamo già fatti nel post precedente quindi non stiamo a ripeterci, piuttosto se avete delle richieste particolari, ecco, degli argomenti o dei soggetti che secondo voi possono meritare, beh, sparate pure che io me li segno e vediamo insieme cosa si può combinare.

E, vero, questa volta non ho elencato i meglio film e i meglio tutto il resto. Il fatto che questo anno non abbia visto grandi opere del perturbante in campo cinematografico è solo parte del motivo.
Più che altro, così come non sono mai riuscito a pensare a dei voti, non riesco nemmeno più a elaborare liste e divisioni nette di campo, lavagne coi buoni e i cattivi e con i “migliori” in bella vista. Penso che siano metodi che funzionano e super leciti, e io ne stesso ne leggo con curiosità molte, figurarsi, appunto, non le vedo come fenomeno negativo, anzi. Non ce la faccio più io e bella lì.
Credo che sia solo la normale evoluzione del rifiuto verso i voti, verso le graduatorie e verso una certa visione dicotomica, specie ora che le liste stanno andando di gran moda fra politici, giornalisti e gente più o meno impegnata.

Ci salutiamo quindi con promesse vaghissime e niente premi di fine anno, damn, che anticlimax. Cogliete la palla al balzo e sfogatevi con le richieste: non scrivo a gettone ma spesso vostri spunti mi hanno portato a buoni risultati quindi mi pare giusto insistere.

C'è solo da scegliere la canzone per il 31...
Ho due gruppi in testa: uno ha riportato politica e grandi testi nel country e l'altro è il mio personale, pucci-pucci rifugio simil dawsoncreekiano per quando mi sento sentimental-cheap, il brutto è che qualunque dei due io scelga non vi rivelerò il nome dell'altro, così, per sadismo...

Ci sentiamo venerdì per la canzone di fine anno, ci risentiremo invece, direi, verso il 6 gennaio per riprendere le trasmissioni in modo serio, grazie per la pazienza che avete avuto, a sacchi, davvero a sacchi.
Take care.

giovedì 23 dicembre 2010

Oh, beh, no, dai, ok, auguri a tutti eh...


Credo che il Natale sia un campo retorico minatissimo, non puoi più dire nulla. Ma la retorica che credo sia più lisa e banale fra tutte è quella dell'anticonsumo, del criticare l'atmosfera finta, di “e ma prima era la festa di Mithra” o “e ma tutta colpa della Coca Cola imperialista, San Nicola prima vestiva di verde” o “e ma tutti finti a Natale poi il giorno dopo c'è l'odio supremo” e la gente che muore di fame e i barboni che crepano di freddo e la piccola fiammiferaia e tante altre cose simili.

Odio l'uomo ma ci sto in mezzo e credo sia meglio tentare di far del bene a chi sta viaggiando con te sulla stessa barca, fosse anche solo per il tit for tat (e non è solo per quello). C'è un pacco assurdo di gente che soffre e sta male e ci posso far poco e quel poco, credo, non lo faccio nemmeno tutto perché mi fido poco e voglio avere il controllo, ma qualcosa faccio, ho fatto e sempre farò.

E sì, ok, a Natale il consumismo fa schifo al cazzo cubico, ma è anche scoprire l'acqua calda e sa un po' di "ad agosto mangiate tanta frutta, bevete e rimanete in casa nelle ore più calde": munitevi di buoni scudi deflettori e cercate di tirare avanti.
Io la guerrilla del compra e vendi ho avuto la fortuna e sfortuna di viverla da entrambi i lati e una volta che hai venduto robe natalizie sotto Natale, belin, non riesci più a guardare a questa festa con gli stessi occhi, anche se prima ti credevi cinico e consumato, giuro, si aprono nuovi, crudeli orizzonti.

Ma.
Ma la preferisco ad altre feste.
Fa freddo e io detesto il caldo.
Ci sono alcune luci mica male (cioè, bisogna evitare quelle dei tamarri che già a fine novembre partono con le Guerre Stellari terrazzo contro terrazzo, ok).
Si mangia piuttosto bene.
Si vede qualche sorriso in più, qualche bel gesto in più.
Saranno falsi o di maniera, pazienza, meglio di niente, io li faccio tutto l'anno e conosco anche altre persone che si sbattono tutto l'anno, se in più se ne sommano altri anche solo per pochi giorni è meglio di niente.
Poi ci sono i petardi che sono una figata, quelli che non fanno rumore (ho paura dei botti rumorosi, proprio li odio).
E ho un po' più tempo per stare con i miei affetti, non è roba da poco.

Però anche questa è retorica biechissima, mi sa.
Come detto, a Natale non si può dire nulla davvero...
Ma, oh, è anche roba vera.
Così come è vero che mi sarebbe piaciuto un sacco brindare con i soliti sospetti che hanno stanze fisse tutto l'anno qui nel Malpertugio, ma non si riesce mai, a momenti non ce la facciamo nemmeno fra quelli che abitano nella stessa città...

Il 2010 è stato faticoso, stremante.
Non ho mai pensato di chiudere il blog ma ci sono state alcune, molte settimane che ho annaspato cercando di comprimere impegni e dilatare ore.
Ma è stato anche l'anno in cui ho imparato a fregarmene di certe cose e ad avere di nuovo un po' di coraggio e va bene così.
Per stare più nello specifico di Malpertuis, beh, è stato un anno buono, le Cassandre del Chiuderai sono state ancora sconfitte, la scena italiana l'ho finalmente chiusa in frigo e ho scritto due o tre cose delle quali sono soddisfatto, che per me è record visto che mi ritengo medio e la media non è che mi piaccia in modo particolare.

E ho conosciuto molte persone.
Orlando, Marco, Abo, Re Ratto, Lady X, Martin (Martin guarda che l'invito a cena è sempre valido eh, ma in fretta altrimenti il cianuro scade, l'ho comprato al discount...) e altri ancora che, ovvio, scordo in questo momento e quindi mi odieranno e mi manderanno i feticci Zuni a casa...

Malpertuis siete voi.
Voi che mi date stimoli, voi che criticate, voi che mi impedite (sfottendo, pestando duro e frullando commenti e dati) di tirarmela, che è il pericolo numero uno e voi che mi impedite di fare il fintoumile, che è il pericolo numero due. No, forse è il pericolo numero uno. Boh, whatever.
Voi che ne sapete più di me ma che comunque continuate a girare da queste parti.
Voi che ne sapete meno di me e non avete timore di entrare nelle discussioni e dire la vostra.
Voi che avete sempre resistito alle (ormai poche) trollate e non avete in pratica mai flammato nei vari thread (questa frase più ceh altro per amore della lingua italiana e della sua ricca complessità).
E poi basta, che di nuovo la spia della retorica sta lampeggiando...

Il prossimo anno andrà meglio.
Oso dirlo anche perché ci vuol davvero poco e perché sento energie e voglie di fare, alle quali si aggiungerà il tempo.
E mi sono segnato tutti gli argomenti lasciati indietro (e tutti i racconti da leggere, Marco), recupererò.
E poi c'è Warcraft! Iguana, a inizio anno si picchia in quattro, segna eh...

Così come sto, nel cambiamento, recuperando vecchi amici. E per vecchi intendo amici che non sentivo da anni.

Ok, valigia pronta, fine settimana dai miei a Sanremo (che, avendo un fracco di palme, non può avere il Natale) ma giusto toccata e fuga che lunedì si torna a lavorare, no rest for the wicked.

Statemi bene. Mangiate troppo, bevete tanto o qualsiasi cosa facciate voi in questi giorni.
State lontani dal buonismo ma non cadete nel cinismo che è peggio ancora.
Ci sentiamo lunedì, bisogna parlare di Mr X...

Un abbraccio virile e/o una palpata a seconda dei casi: ovvio, sempre chiedendo il permesso prima.
(Che poi che cacchio vuol dire? Cioè, non credo che sia mai capitato che arrivi da una e le dici “ciao ti posso palpare?” e lei “sì certo come no accomodati”, ma come spiega Sandman la speranza è sempre l'ultima a morire...)

No, ok, vabbene, chiudo, auguri e basta.

Davvero.

Auguri.

mercoledì 22 dicembre 2010

Mc Ewan, Easton Ellis, Mr X e la legge del 14/19


Come detto, ultimi giorni di un lavoro a tempo indeterminato che ho masochisticamente (e dire che mi penso più come sadico, manipolatore e dominante...) tenuto per sei o sette anni. Anche il fatto che non ricordi il numero di anni con precisione dovrebbe dirla lunga.
There must be fifty ways to leave your lover, davvero, ma serve qualcuno a svegliarti e catalizzare altrimenti il muschio e i licheni ti divorano: you don't need to be coy, Roy...
E quindi ultimi giorni sul tram 14, anzi, visto come l'ATM tutta si sta prodigando per sabotare questa linea (ma proprio tipo complotto rettiliano, giuro), ultimi giorni sul tram 19.

Ci sono millemila (non solo cinquanta) modi per capire se una narrazione mi sta prendendo sul serio ma, su tutti, ne prediligo uno che quando accade mi si rizzano tutte le antenne.
Se sono sul tram a leggere dal mio reader e mi dimentico di scendere alla fermata giusta allora sto leggendo roba tosta.
E in questi giorni mi è successo ben tre volte, tutte all'andata, quando il 19 passa prima quel cinema ricavato dentro una chiesa o accanto a una chiesa che ci ho visto solo un film (Ogni cosa è illuminata, for the record) poi arriva in MM Conciliazione e dovrei scendere ma la narrazione mi ha preso e sono là, dentro un altro mondo, e non mi accorgo e passo oltre e scendo dopo e arrivo in ritardo.

E non so se riuscirò a scrivere di queste narrazioni, vedremo, come detto vorrei prendere uno o due mesi liberi da ogni tipo di lavoro, giusto per avere un po' di tempo per coibentare e decompensare...

Una di queste tre narrazioni, comunque la più “debole” (ma prendete l'aggettivo con delle pinze da camino lunghe chilometri) è il nuovo romanzo del divo Brett Easton Ellis, Imperial Bedrooms.
Grande, a tratti grandissimo, troppo compiaciuto e monotematico (ma fa parte della sua grandezza), un testone raccontastorie con cui fare i conti in questi decenni, fa piacere leggerlo sempre al top, comuqnue vada la sua vita privata .

L'altro, letto purtroppo a ridosso dell'ultimo Stephen King, è lo Ian McEwan di Solar.
Purtroppo per King, intendo, visto che l'involontario paragone (dettato dalla semplice e casuale successione cronologica di lettura) è devastante, King ne esce con le ossa rotta sotto ogni profilo e il lettore subisce uno shock culturale non da poco.
Credo che McEwan prima o poi riuscirà a prendere il Nobel e non sarà mai troppo presto.
Questa volta, tanto per complicarsi le cose, sceglie di narrare un pezzo di vita di un fisico premio Nobel che non riesce a mantenere una relazione stabile e, uscito in maniera rocambolesca (ci scappa il morto) dal quinto matrimonio, riprende le fila di una carriera che sembrava in declino abbracciando in modo molto astuto la causa degli ecologisti allarmati dal global warming.
Nel frattempo però ha problemi di peso sempre più grandi, affronta malissimo una questione riguardante la presenza del sesso femminile all'interno della sua disciplina e...

Tante, tantissime altre cose ancora. Troppe? No, con lui non si corre il rischio del troppo...

Ogni pagina è densa e ogni divagazione, anche minima, sarebbe materiale sufficiente, in altre mani, per un intero romanzo.
Il modo incredibile con cui McEwan riesce a immedesimarsi in ogni suo personaggio e la cura con cui evita di ripetere situazioni e caratteri di volta in volta, così come la sua grandissima curiosità e la capacità di riflettere su temi importantissimi...
Rimango sul vago perché spero davvero di riuscire a scriverne una recensione anche se non sono sicuro di averne le capacità.
Posso solo consigliarvi entrambi i romanzi, Imperial Bedrooms e Solar, come possibili regali da farvi e da fare ad altri in occasione delle feste.

Aggiungo ai consigli per gli acquisti anche un volume a fumetti, un personaggio che è finalmente stato tradotto in italiano e che, con grande intuizione da parte di Black Velvet, viene pubblicato saltando il primo ciclo di storie.
Sto parlando dello stupendo Cerebus di Dave Sim, un fumetto che, insieme all'amatissimo Strangers in Paradise e a Love & Rockets considero il top della produzione indipendente statunitense.
Dicevo dell'ottima scelta da parte di Black Velvet: quando (ahimè, troppi anni fa) cominciai a leggere le avventure di questo oritteropo il primo ciclo mi scoraggiò a tal punto da farmi accantonare l'intera serie per qualche mese.
Per fortuna poi ripresi il tutto ed è stata una delle letture più interessanti e stimolanti di sempre per quanto concerne le nuvole parlanti.
Ora, da qualche mese o settimana, anche chi non mastica l'inglese può finalmente esplorare il mondo creato da Dave Sim e consiglio a tutti di tentare l'avventura, è un fumetto unico.

Finiti i consigli per gli acquisti.

Come dite?
Il Mr X che citavo accanto a Easton Ellis e Mc Ewan?
Voglio dedicargli una menzione a parte, magari prossima settimana, se la merita tutta.
Credo che sia l'autore che ha saputo creare il mito e l'epica più importanti degli ultimi, mah, trent'anni e che sia uno scandalo che ci si riempia ancora la bocca di Tolkien e non si riesca (o non si sappia?) notare quel che sta facendo questo grandissimo autore.
Ma ne riparlerò prossima settimana, prometto.

Ci sentiamo venerdì per scambiarci gli auguri e qualche promessa, ok?

lunedì 20 dicembre 2010

Cosa pensate Ramsey Campbell?


Le ultime due settimane di lavoro pesano più dei sei anni precedenti, conto ogni secondo che manca ad arrivare alle 17.00 del 31 dicembre e ogni ora è un macigno, passerà...

Dopo una settimana di assenza torna l'appuntamento ormai fisso con questa serie di domande a voi ospiti della malpermagione.
Questa volta tocca a Ramsey Campbell e come fatto con Laymon anche in questo caso taccio del tutto, pur prudendomi la lingua.
Campbell ha avuto un periodo di relativa fortuna in Italia per poi, insieme a tanti altri autori, scomparire dagli scaffali delle librerie per far posto a Re vari e vampiri di tutti i tipi ma credo che alcuni suoi lavori abbiano lasciato qualche traccia nei vostri ricordi, a voi la parola...

Vi ricordo le precedenti occasioni di confronto:

Cosa pensate di Stephen King?
Cosa pensate di Fritz Leiber?
Cosa pensate di Howard Phillips Lovecraft?
Cosa pensate di Ray Bradbury?
Cosa pensate di Richard Matheson?
Cosa pensate di Richard Laymon?

sabato 18 dicembre 2010

Flaming Lips - Free Radicals

The Yeah Yeah Yeah Song ha un video spassosissimo ma non è embeddabile, affidiamoci quindi all'altra canzone buona di quest'album...



You think you're so radical
I think you oughta stop
(Say what)
But you're going international
They're gonna call the cops
(No, no, no)
You're turning into
A poor man's Donald Trump
I know those circumstances
Make you wanna jump
Oh no

You think you're radical
But you're not so radical
In fact, you're fanatical
Fanatical

And you think you're a radical
But you're not so radical
In fact, you're fanatical
Fanatical

I'll tell you right now
You oughta change your mind
(Yes)
All of your friends are
Standing in line
They're getting tired of
Your attitude fast
Without all your bodyguards
How long would you last
Not long

You think you're radical
But you're not so radical
In fact, you're fanatical
Fanatical

And you think you're a radical
But you're not so radical
In fact, you're just fanatical
Fanatical

And you think you're a radical
But you're not so radical
In fact, you're just fanatical
Fanatical

giovedì 16 dicembre 2010

L'esperimento (3 di 3): The Experiment

THE EXPERIMENT
2010, USA, colore, 96 minuti
Regia: Paul Scheuring
Soggetto/Sceneggiatura: Paul Scheuring da un romanzo di Mario Giordano
Produzione: Inferno Entertainment, Magnet Media Productions e varie

Travis (Adrien Brody) è un pacifista dalla bontà sovraumana che ha appena perso il suo lavoro e, durante una manifestazione contro la guerra conosce una biondina pacifista che ha deciso di andare in India per il bene del suo karma.
Travis vorrebbe seguirla ma non ha i soldi. Bam, nota un annuncio di ricerca volontari per un esperimento ben pagato e decide di partecipare così da poter raggiungere, quattordici giorni dopo e quattordicimila dollari in più, la sua bella.
Ventisei persone, selezionate fra tutti quelli che hanno risposto a un annuncio economico apparso sui quotidiani, partecipano quindi all'esperimento monitorato senza soluzione di continuità.


Fra loro un nero religiosissimo e molto timido (Forrest Whitaker) che a 43 anni vive ancora con la madre, una donna tirannica che lo umilia ogni giorno; un ragazzo (Cam Gigandet) dal temperamento focoso e le voglie sessuali insaziabili che è lì per guadagnare soldi facili per scopare a destra e manca; un obeso fumettista (Ethan Cohn) in cerca di spunti e stimoli; un gay smilzo coi baffetti; un goticone con il rimmel e le unghie nere e un ex-carcerato che non si sa come è riuscito a nascondere agli esaminatori il fatto di essere stato in una vera prigione e un vecchio nero che gli manca solo il cappello di paglia, un po' di pollo e la fetta di anguria.


Chiusi in un edificio isolato in piena campagna, alcuni di loro dovranno impersonare delle guardie e il resto dei detenuti. Il compenso, per pochi giorni di attività, è molto alto ma chiunque di loro potrà, in ogni momento, interrompere l'esperimento in questione e ritirarsi perdendo ogni possibilità di guadagno e impedendo anche agli altri partecipanti di ricevere il compenso pattuito.


Il fumettaro, Travis, il gay, il vecchio nero e l'ex carcerato finiscono nel gruppo dei prigionieri mentre il nero timido e religioso, il ragazzo infoiato e il goticone sono fra le guardie.


In breve tempo le relazioni cominciano a deteriorarsi e i detenuti mostrano segni di insofferenza e ribellione. Le guardie,. Tenute a far rispettare determinate regole senza ricorrere alla violenza, si comportano in modo sadico con i prigionieri in una escalation di sadismi e umiliazioni che fanno scomparire gli uomini e lasciano in campo solo uniformi e numeri...

Ho scritto una sinossi più lunga di quanto faccia di solito perché credo che da sola sia quasi sufficiente a far capire il disastro di questa copiatura statunitense di Das Experiment, disastro che trae origine non tanto da una regia o una messa inefficaci quanto da fraintendimenti iniziali e grossolani errori e inadeguatezze a livello di sceneggiatura e cast, senza menzionare poi il terribile, terribile finale moraleggiante che pesca a piene mani in certa tremenda narrativa manicheista sempre in voga negli USA.

Invece di raggruppare un insieme di uomini, Paul Scheuring parte subito a tesi tesa sullo spettatore e gli frantuma tibia e perone con una parata di insopportabili figurine mono-definite e super-caratterizzate a partire dalla fisiognomica, così da spiattellare il re dei cross a lettura obbligata e interpretazione univoca sulla testa del pubblico che non ha scelta e dovrà a tutti i costi piazzarla nel sette e leggere nell'unico modo possibile, magari sentendosi anche contento della rete segnata, senza accorgersi che si tratta di clamorosoalbentegodi autogol.

Adrien Brody ha capelli lunghi e tatuaggi d'ordinanza come comandato dal manuale no global for dummies e quando gli viene fatto balenare di fronte al nasone un ciuffetto biondo sappiamo già che è fatta: ecco l'Eroe, ecco la Dumb Princess, rimane solo da vedere come Lui si guadagnerà lu pilu e la pilla.

Così come appena spunta OcchioSguercio Whitaker, tutto timidino e ben vestito, le nostre spuntate antenne si rizzano e cominciano ad avvertirci “okkio che questo sbarella di brutto e si piglia tutte le cattive rivincite dell'universo”, che io di Whitaker avrei paura anche se interpretasse Martin Luther King.

Poi come dimenticare fighissimo Gigandet che viene ripreso mentre si scopa, tenero puledrino schiumante, una tizia (da dietro eh, attenzione!) e appena vediamo, poco dopo, il gay della situazione bum, altro megacross e sappiamo già come andrà a finire fra i due.

E che dire del fumettaro (pardon, lui crea graphic novel, è diverso, si è emancipato, è diventato grande e maturo) che appena lo vedi, malaticcio ed entusiastone, ti lampeggia a fondo schermo, in universal subs, “capro, capro, tarpea, tarpea!” e la scommessa al massimo è sul quando verrà maciullato, non certo sul se?

Il resto è ciarpame cro magnon della sceneggiatura in auto-pilot(a), le solite figurine di cartone che si vorrebbe elevare a simbolo e invece le si abbassa a caricatura, questione di matita spuntata, immagino...
Siamo sempre alle maschere del teatro greco, ai lottatori di Barthes, ai costumi della Marvel, il tutto in versione per analfabeti della vita prima ancora che del cinema. Nessuno spazio alla complessità dei personaggi e quindi soffocamento totale di ogni libertà interpretativa dello spettatore, unico vero detenuto, reale vittima di questo kettle narrativo che consola e anestetizza.

Partendo da simili premesse iconografiche ed e(ste)tiche è quasi inutile andare a controllare, minuto per minuto, l'evoluzione (just kidding) della situazione, la cottura del brodo di coltura: qualche lampo anche decente (Whitaker è pur sempre un gigante e quando si specchia nel bagno a patta dura scorre qualche brivido cinefilo per la bravura con la quale amministra e somministra imbarazzo e vitalità) ma tutto il resto è quel che cantava Califano e non c'è pestaggio o violenza anale che possa scuotere dal torpore di celluloide.


Un brivido e una svolta inaspettata, bisogna ammettere, ce li riserva il finale, ma in senso negativo. Commodoro Scheuring intravede la boa dell'ora e mezza e proprio quando ha di fronte un'entrata in porto bella tranquilla sceglie di fare ancora qualche danno con una conclusione insopportabile.
Odio dover avvertire, perché mi piacerebbe rovinare questa spazzatura in ogni modo possibile ma, visto che negli ultimi tempi alcuni capi popolo della Rete si divertono, con insopportabile populismo, a spoilerare fregandosene delle conseguenze, io mi sento ancora più spinto a comportarmi in modo diverso: quindi vi avverto che sto per SPOILERare e rivelare il finale.

Travis e gli altri, dopo la morte del romanziere grafico e dopo vari pestaggi e ribellioni riescono a uscire dall'edificio e rimangono, ognuno lontano dagli altri e prigioniero di se stesso, sul prato, lo sguardo sperso nel vuoto.
Si poteva chiudere qui ma Scheuring non ce la fa e allora vediamo i nostri eroi che rientrano in autobus, si tolgono le tutine da supercriminali e vigilantes e denunciano alla tivvù, guidati da Travis, la cattiva Corporazione portandola in Tribunale.
Giustizia sarà fatta nella terra dei liberi e il nostro Eroe, ricco e con la coscienza a posto (ma ancora un po' turbato, lo sguardo ombroso cucca di più, si sa), sbarcherà in India dove la sua bella, che lo ha atteso fra le ricche sete e le strane spezie odorose di quel mondo-mercatino così calmo ed elevato, gli bacerà le nocche vendicatrici affidandogli cuore e treccine...


Collegamenti:

L'esperimento 1 di 3
L'esperimento 2 di 3
L'esperimento 3 di 3




Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

mercoledì 15 dicembre 2010

L'esperimento (2 di 3): The Stanford prison experiment

Seconda parte del minispeciale avviato ieri sul film tedesco, ciò che lo ha generato e ciò che lo ha seguito. A questo giro ospito uno scritto di Luigi Colombo, un amico e psicoterapeuta con il quale ho perso i contatti (cosa che lui aveva previsto) e che, chissà, in mezzo a questi mesi di intensi cambiamenti potrei anche tentare di ricontattare, se riuscirò a trovare il coraggio.

Nel 2001, discutendo di questo film, saltò fuori che Luigi durante i suoi studi aveva potuto visionare i filmati originali dell'esperimento, gli chiesi quindi di scrivere due righe al riguardo...
Ci risentiamo giovedì per la terza e ultima parte...



Nell’agosto del 1971 il professor Philip Zimbardo organizzò e mise in atto quello che passò alla storia della psicologia come lo "Stanford Prison Experiment".

Presso l’Università di Palo Alto (CA) venne costruito un piccolo carcere completo di celle, sale riunioni per il personale, camerate, sala mensa. Telecamere collegate a videoregistratori che permettevano di controllare ogni attività all’interno del contesto sperimentale vennero collocate in punti strategici della struttura. L’obiettivo dell’esperimento consisteva nel valutare le reazioni di persone comuni nei confronti del potere e dell’autorità in situazioni di rapporti sociali.

La scelta venne compiuta all’interno di un gruppo di 70 giovani volontari, per la maggior parte studenti universitari, i quali potevano guadagnare 15 dollari al giorno per due settimane "simulando la normale vita di una piccola prigione". Dopo colloqui e numerosi test psicologici, vennero selezionati i 24 ragazzi ritenuti più "normali", "medi", in buona salute e rappresentativi del campione medio nazionale.
Usando il metodo dell’attribuzione casuale (random choice) alcuni giovani vennero assegnati al gruppo delle guardie, gli altri a quello dei carcerati. Ai giovani carcerieri vennero fornite uniformi e accessori della polizia carceraria. La loro consegna ufficiale era quella di "evitare il ricorso alla violenza e di mantenere il controllo della situazione".

Domenica 17 agosto 1971, alle 6.30 del mattino, nove giovani vennero "arrestati" nelle loro abitazioni dalla polizia di Palo Alto davanti a vicini increduli e sgomenti. I nove ragazzi vennero tradotti in una vera prigione locale, poi bendati e condotti al campus universitario dove si ritrovarono infine nel finto carcere collocato nei sotterranei della Jordan Hall.

L’esperimento divenne cruciale a partire dal secondo giorno, quando i prigionieri tentarono una rivolta. Una volta che le guardie ebbero sedato il tumulto, "incrementarono prontamente le loro tattiche di aggressione coercitiva, di umiliazione e di deumanizzazione dei prigionieri, con lo scopo finale di spezzare la loro volontà." (le parole sono dello stesso Ph. Zimbardo).
Lo staff dei ricercatori dovette ricordare più volte ai carcerieri di astenersi dall’uso di azioni violente e il picco di abusi si verificò nelle tarde ore della notte quando le guardie credevano che lo staff dei ricercatori non stesse guardando.

Il campionario di violenze e di abusi effettuati dalle guardie sui carcerati contemplò la pulizia delle tazze del water con le mani nude, la spoliazione e i getti di acqua ghiacciata con l’idrante, l’umiliazione sessuale e il costante sopruso fisico e psicologico.
Le reazioni di stress nei carcerati furono così intense che costrinsero l’equipe dei ricercatori a fare uscire dalla situazione sperimentale 5 soggetti, uno al giorno, fino ad interrompere prematuramente l’esperimento a causa della insostenibilità dello stesso per i prigionieri.

Molto è stato detto, molto è stato argomentato e pensato in merito all’esperimento di Zimbardo. Io, in questa sede, offro una minima riflessione che lo Stanford Prison Experiment porta clamorosamente alla luce e ci costringe a farci i conti.
I soggetti sperimentali erano quasi tutti giovani provenienti dal campus di Palo Alto (insieme a Berkley una delle punte di diamante della contestazione giovanile americana) e, come evidenziarono le batterie di test psicologici, distanti da concezioni autoritarie della vita quando non espressamente pacifisti dichiarati o militanti in associazioni culturali alternative.
Ricordiamo che la California negli anni dal 1966 al 1972 rappresentava idealmente il territorio più free and easy (quando non dichiaratamente freak e lisergico) degli States (musica - Grateful Dead, Jefferson Airplane, Quicksilver, Spirit, Doors - letteratura - Kerouac, Ginzberg, Burroghs, Kesey - cinema - Il posto delle fragole, Point zero), in sostanza la culla della cultura giovanile d’avanguardia del tpo.

Come l’esperimento di Zimbardo dimostrò, ciò che realmente fa la differenza nell’attuazione del comportamento umano è il ruolo e il grado di potere che ci troviamo ad esercitare sugli altri.
Con tanti saluti alle teorie della personalità "fissa" e immutabile (i nazisti e i comunisti russi stalinisti sarebbero secondo queste teorie degli accidenti nell’umano progresso, uomini particolari - pazzi, malati - forse alieni, ma comunque fuori dal circolo del genere umano in quanto tale) e alle strumentalizzazioni ideologiche di cui si appropria la politica (sinistra = buoni, destra = cattivi o viceversa).

Zimbardo ci ha mostrato che il "Noi contro Voi" ha ben poco a che vedere con le caratteristiche intrinseche delle persone, ma che si sviluppa a partire dai ruoli sociali che le persone occupano (con relative regole non scritte) e dal livello di potere personale che possono gestire.
La benzina del potere si chiama bisogno: quanto più io mi trovo in stato di bisogno nei tuoi confronti, tanto più la bilancia della gestione del potere nella nostra relazione pende dalla tua parte.
La psicologia motivazionista assegna al potere una elevatissima capacità di ammaliare e di catturare l’uomo, come una sirena o una droga dolcissima. Comunque la pensiamo, non possiamo eliminare il potere dalla sfera dei bisogni dell’essere umano. È l’esercizio dello stesso che merita una riflessione, magari in altra sede.

Per chi fosse incuriosito dalla situazione sperimentale di Zimbardo, segnalo che sul web sono presenti alcuni siti, tra cui quello dello stesso professore, che si occupano della questione. E’ addirittura possibile vedere fotografie dell’esperimento nonché un trailer del video originale. Vidi una versione ridotta del film originale dell’esperimento nel 1983 all’Università di Padova.
Rimasi turbato dalle sequenze di quella che mi appariva violenza gratuita e de-umanizzante. Ma, al contrario dei miei compagni del corso di Psicologia Sociale, che sembravano puntare il dito unicamente contro la società capitalistica americana, tornai al campus triste e spaventato.
Quei ragazzi che avevo visto sullo schermo ordinare con sadica brutalità a dei loro coetanei di pulire un cesso sporco a mani nude, non erano americani o russi o tedeschi o italiani. Erano ragazzi, semplicemente. Come me. Come te. Erano ragazzi che partecipavano a marce per la pace, ragazzi che credevano in valori diversi, che parlavano di pace, di musica e di summer of love.

Mi tornò alla mente Masaniello, e il cerchio, per me, si chiuse. Non riesco più a vedere fascisti, comunisti, neri, ebrei, palestinesi, imperialisti americani e difensori del no global. Vedo solo uomini.

A volte, spesso, ho paura.

Collegamenti:

Esperimento carcerario di Stanford
Still powerful...
The Lucifer Effect
Our dark hearts
Report completo

Collegamenti:

L'esperimento 1 di 3
L'esperimento 2 di 3
L'esperimento 3 di 3


Filmati:

1 di 3



2 di 3



3 di 3

martedì 14 dicembre 2010

L'esperimento (1 di 3) : Das Experiment (2001)

Prima parte di un minispecialino dedicato a questa pellicola tedesca e alla sua recente copiatura statunitense. Ne scrissi nel 2001 per non so più chi e ho fatto il lifting allo scritto di allora, cogliendo anche occasione per rivedere la pellicola in questione.
Domani ospiterò un pezzo riguardante l'esperimento "reale" che, sempre al tempo, un mio caro amico che non vedo da troppi anni, psicoterapeuta e psicologo, scrisse per l'occasione.
Giovedì sarà invece il turno del brutto rifacimento girato nel 2010, have fun...


DAS EXPERIMENT
2001, Germania, colore, 120 minuti
Regia: Oliver Hirschbiegel
Soggetto/Sceneggiatura: Christoph Darnstädt, Don Bohlinger e Mario Giordano (da un suo romanzo)
Produzione: Fanes Film, Senaktor Film Produktion, Typhoon e Seven Pictures


Il film è ispirato ad un esperimento realmente condotto nel 1971, il famigerato "Stanford Prison Experiment". Venti volontari vengono rinchiusi per due settimane in un ambiente che replica le condizioni di un carcere. Costantemente monitorati da telecamere e psicologi, i soggetti vengono divisi fra guardie e detenuti e dovranno impersonarne i ruoli.


Chiunque può uscire dall’esperimento quando vuole, rinunciando però al compenso. Le guardie devono far rispettare determinate regole senza ricorrere alla violenza. Ad un primo periodo scherzoso, con il passare del tempo i ruoli si esasperano e l’aggressività prende la mano a molti dei partecipanti in un susseguirsi di esplosioni d’ira sempre più dispotiche e sadiche, fino al parossistico finale.

L'esordio cinematografico di questo regista televisivo casca in quella zona della narrativa dello spazio interno volta a concentrare l’attenzione su quello che accade all’uomo, alla sua mente e alle sue relazioni: non ci sono dubbi che un film del genere sarebbe piaciuto molto all'ultimo Ballard, così affascinato dagli esperimenti sociali.

Avendo avuto al tempo la fortuna di godermi questo film in sala ho potuto in sostanza assistere a un piccolo esperimento nell'esperimento: osservavo la gente in sala passare da un iniziale divertito distacco nei confronti della vicenda (ridacchiare sommesso ai primi screzi fra guardie e carcerati) a un silenzio assorto durante la fase centrale per poi restare inchiodati alla poltrona (e alcuni hanno distolto lo sguardo) durante l'escalation finale.

Film, situazioni e personaggi di questo tipo hanno spesso il difetto di sembrare programmati, diretti a dimostrare una tesi ma, come ha appunto dimostrato anche l'esperimento reale cui la pellicola si riferisce, questo esito a me pare l’unico tipo di dinamica possibile e le varie morali che se ne possono trarre (il mister Hyde che si nasconde in ognuno di noi, il potere che droga e trasforma, l'uomo lupo all'uomo, la banalità del male e così via) non sono tanto “risapute” (come qualche critico saggio e annoiato ha scritto) quanto vere, reali, constatabili.
Siamo quindi di fronte a una scelta obbligata per regista e sceneggiatori, che non potevano inventare di sana pianta qualche altro vaneggiamento filosofico solo per far piacere a chi ha già visto lungometraggi e situazioni di questo tipo e vorrebbe qualcosa di alternativo.

Si respira, è ovvio, aria diversa rispetto a quella di Hollywoood. La sceneggiatura è priva di fronzoli o cascami inutili, i personaggi non hanno facili costumini identificativi, la trama e azione è secca e diretta a raccontare ciò che avviene, con poche concessioni o divagazioni di sorta. Oliver Hirschbiegel, quando il livello di tensione si accumula troppo, evade dalle sbarre grazie alla storia d’amore di uno dei protagonisti, espediente che permette viaggi con la telecamera lontano dalla prigione, momenti durante i quali la fotografia cambia, passando da uno stile documentaristico a colori e luci più “artistici”, con filtri azzurri, panoramiche di spiagge, mare e cielo, per alleggerire i toni.

Gli attori non sono tutti caproni palestrati o bambolone saratogate bensì persone comuni, come possiamo incontrarne a migliaia nella vita di tutti i giorni e questo, da solo, è un elemento che aiuta molto a calarci nella vicenda ed empatizzare.
Alcune sequenze sono decisamente crude, senza mai eccedere nel cattivo gusto o indulgere in una visione snuff e raggiungono spesso l’obiettivo preposto (si pensi al gruppo di guardie che urina sul carcerato, alla scena della pulizia del bagno con le unghie, ecc ecc).

Il finale, pur maggiormente romanzato ed enfatico rispetto al resto della vicenda, non è certo conciliatorio o liberatorio, assomiglia piuttosto ad un’implosione, un collasso, con i sopravvissuti che vagano senza meta in un ambiente freddo e anonimo, ognuno lasciato solo a riflettere su quanto accaduto e vi è la sensazione che la lezione ricevuta non servirà ad altro che far crescere zanne e artigli più acuminati.

Non so quanto il film sia rimasto fedele all’esperimento che lo ha ispirato: è chiaro che alcuni eccessi o elementi estranei sono stati introdotti per esigenze di script ma non stonano con il resto della vicenda. Vi sono, purtroppo, alcune falle logiche importanti che possono minare l’attenzione dello spettatore (la gestione della black box; l’assenza di una concreta sorveglianza, limitata a tre persone che si danno il cambio di fronte ai monitor; l’intera storia del volontario-giornalista e dei suoi occhiali fantascientifici che registrano tutti gli accadimenti come videocamere...) e che è giusto segnalare, ma tutto sommato sono particolari trascurabili di fronte alla tensione provocata da certe scene.

In definitiva un esordio niente male per un regista che in precedenza aveva girato alcuni episodi televisivi de Il Commissario Rex e poco più: avercene.


Collegamenti:

L'esperimento 1 di 3
L'esperimento 2 di 3
L'esperimento 3 di 3


Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:

lunedì 13 dicembre 2010

The Reef (2010)

THE REEF
2010, Australia, colore, 94 minuti
Regia: Andrew Traucki
Soggetto/Sceneggiatura: Andrew Traucki e James M. Vernon
Produzione: Lightning Entertainment, ProdigyMovies

Luke è un ragazzo fortunato, ha un mestiere che molti gli invidiano: consegnare barche a vela.
Quando il cantiere completa la costruzione di qualche natante tocca a lui, insieme a Warren, suo collaboratore e amico, portare via mare il mezzo a destinazione.


Per l'occasione lo raggiungono, da Londra, il suo vecchio amico Matt con ragazza (Suzie) e, da Sidney, la sorella di Matt, Kate, che è anche la ex ragazza di Luke e a dirla tutta i due sembrano ancora piuttosto coinvolti.
Il gruppo parte quindi per consegnare la barca e farsi un po' di vacanza e tutto sembra filare liscio: visitano un'isola stupenda e fra Luke e Kate sembra sbocciare di nuovo l'amore, quando all'improvviso la barca sbatte contro uno sperone di banco corallino e si rovescia.


I cinque recuperano il possibile ma la situazione non è fra le migliori in quanto la barca potrebbe affondare da un momento all'altro. Luke nota che una forte corrente tende a spostare lo scafo nella direzione opposta rispetto all'isola più vicina e cerca di convincere il gruppo e spingere tutti quanti a nuotare per raggiungere la terraferma. Warren è terrorizzato dagli squali e preferisce attendere aiuti sul relitto mentre gli altri quattro cominciano a nuotare verso l'isola.


Tutto si complicherà quando un grosso e affamato squalo bianco si metterà sulle loro tracce...

Incontro per la seconda volta Andrew Traucki dopo la visione, nel 2008, del suo Black Water e sono quindi andato, per scrupolo, a rileggere quanto scrissi allora a proposito della sua opera cinematografica d'esordio e... Ecco, non mi è mai accaduto prima ma quanto detto per Black Water, cambiati alcuni particolari, può valere anche per questo The Reef. Vedo quindi di riproporvi, senza mutare alcunché, il parere di allora prima di aggiungere qualcosa.

(...) Andrew Traucki che sembra ispirarsi più a Open Water e Wolf Creek che allo squalo spielberghiano. Girato in digitale fra Sidney e alcune zone paludose dell’Australia il film si regge su tre personaggi, quattro alberi e una pozzanghera d’acqua e lo fa tutto sommato bene, con comprensibili cadute di tono in alcuni momenti di dialogo ma con un discreto senso della tensione.

Tensione che viene veicolata sia dalle buone prove degli attori (graziati da psicologie più definite del solito) che dall’uso dell’ambiente naturale circostante. Le apparizioni del coccodrillo sono poche, veloci e distanziate e generalmente si ha più paura della sua “invisibilità” che altro. Ecco quindi che diventano minacciose le radici, il fango e tutti i rumori dell’ambiente, in un gioco di sospetti e paure che viene addirittura esplicitato al pubblico tramite un racconto di Adam in un momento focale della pellicola.

Nulla di sconvolgente od originale, ma c’è da ammirare la gestione del budget e la voglia di fare di questi due registi che controllano la materia e il mostro assai meglio della media di molti veterani e che, forse proprio grazie al fatto di non dover andare incontro ai gusti del grande pubblico, possono permettersi anche qualche cattiveria in più, specie nel finale.

Una pellicola del genere è destinata a soddisfare più gli amanti del realismo nell’horror che i tifosi dell’azione e del gore a tutto spiano e il rischio della ripetitività, quando si gira per più di un’ora con tre persone su un albero, è indubbiamente alto, ma chi ha apprezzato le due pellicole di riferimento che ho citato prima indubbiamente troverà pane per i suoi denti in Black Water.

Il digitale schiaccia e mortifica la natura lussureggiante ma, lungi dall’essere un difetto, questo aggiunge valore al setting, rendendo il tutto meno colorato e più sinistro. Black Water è quindi una visione raccomandata, senza particolari aspettative e con una certa dose di pazienza (in attesa di una distribuzione in lingua italiana del film) in quanto i personaggi non recitano in lingua americana bensì con un forte, a tratti incomprensibile, accento australiano.

The Reef ha, come detto, pochi elementi in grado di differenziarlo da Black Water anche se il risultato complessivo, pur entro una tranquilla sufficienza, è purtroppo inferiore al suo predecessore.
La natura è meno minacciosa e il mostro stesso meno terrorizzante anche se è assai apprezzabile il fatto che Traucki non ceda mai al paesaggio da cartolina, all'angolo incantevole di paradiso perduto, alla fotografia Club Med che possa operare di contrasto con l'assalto della creatura.
Persino l'isola dove i nostri passano qualche ora di relax prima di rimettersi in viaggio non è nulla di che e ogni elemento assume una certa sfumatura minacciosa che sembra essere, da decenni, uno degli aspetti fissi di parecchia cinematografia australiana.
E come aspettarsi qualcosa di diverso da un Paese dove i polipi sono velenosi e anche se abiti in una metropoli devi controllare le scarpe prima di indossarle in quanto potrebbero esserci ragni mortali?

Traucki sa benissimo di non avere i soldi necessari a mostrare uno squalo in grado di far paura e allora, con la saggezza necessaria a evitare il ridicolo sempre in agguato nei low budget, sceglie di “mostrarci il mostro” attraverso gli occhi delle vittime: gorghi nell'acqua, una pinna che spunta per un istante, rapide immagini di quanto riesce a scorgere Luke dalla sua maschera.
Nulla di nuovo ma il compito a casa è svolto con buona lena e genera il giusto brodo di coltura ansiogeno nel quale far crescere due o tre ottimi momenti per i quali il regista deve ringraziare un cast al di sopra della media del settore.
In particolare il plauso va ai due diversi tipi di panico messi in mostra durante la seconda parte della pellicola: Kieran Darcy-Smith che siede quieto e paralizzato sul relitto, preferendo la (quasi) certezza della morte sullo scafo alla deriva piuttosto che affrontare la creatura e, per contro, gli occhi sbarrati di Zoe Naylor quando, immersa in acqua, si accorge della presenza dello squalo.
Ma anche gli altri attori non sono da meno, guidati dal John Leguizamo australiano, quel Damian Walshe-Howling che ho stentato a riconoscere da E morì con un felafel in mano e che qui ha buon gioco a (s)vestire i panni del bravo e forte condottiero.

Traucki ci aggiunge del suo più in fase di scrittura che di regia, evitando i soliti stereotipi relazionali così ricorrenti in questi film: non ci sono rotture di amicizia, tradimenti e legami messi a dura prova dalla crisi, né scoppi di follia o comportamenti aberranti e ridicoli, solo un gruppo di persone impaurite che cerca di cavarsela in una situazione limite. E ha il grandissimo merito lasciare fuori dall'inquadratura, anzi, non far nemmeno accadere, una scena che molti altri filmaker ci avrebbero spiattellato con gusto...

Cattiverie di troppo che si accumulano nel finale e a situazione risaputa impediscono comunque al prodotto finale di spiccare qualsiasi tipo di volo e lasciano Traucki in un piacevole limbo: potrebbe andare avanti così tutta la vita, a girare film sufficiente dopo film sufficiente o, rischiando qualcosa di più, staccarsi dai territori ormai esplorati fino alla nausea e tentare migliore sorte.
Sperando nella seconda scelta, mi accontenterei comunque anche della prima.
Da vedere senza aspettative, in particolare se vi piacciono pinnati e odiosissimi mostri antidiluviani...

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sabato 11 dicembre 2010

The Raconteurs - Caroline Drama

I Raconteurs...
Non amo i White Stripes e detesto l'idea di "supergruppo", Asia docet.
Ma con il passare del tempo mi sono ricreduto e ora, pur continuando a non ascoltare i White Stripes, seguo con curiosità e attenzione i Raconteurs.
Penso sia colpa di questa canzone e, in contemporanea, di due "film" come Coffee and Cigarettes e It my get loud.
Raccomando la visione di entrambi, ma in particolare nel secondo Jack White emerge come un chitarrista  dotato non solo di grande passione ma anche di attenzione verso tradizione e storia. E c'è un momento, in cui lo si riprende mentre esce dal palco dopo un concerto, con le dita insanguinate (da intendersi in modo letterale) che, altroché i got blisters on my fingers, direi più while my guitar not so gently bleeds...
Se è un poseur, ecco, tanto di cappello: mi ha convinto, gran poseur quindi. Ma non penso lo sia, credo sia uno che crede molto in quel che fa, a me tanto basta.

Scelgo Caroline Drama perché, oltre a essere la mia preferita, è un perfetto esempio di come ormai (anzi, da sempre, con buona pace degli scrittori) la narrativa sia ovunque.
Gran storia, gran interpretazione, il tutto dovrebbe piacere (se legge il testo che riporto sotto) al commentatore southern gothic della malpercasa, vero Omar?



I'm not sure if there's a point to this story
But I'm going to tell it again
So many other people try to tell the tale
Not one of them knows the end

It was a junk-house in South Carolina
Held a boy the age of ten
Along with his older brother Billy
And a mother and her boyfriend
Who was a triple loser with some blue tattoos
That were given to him when he was young
And a drunk temper that was easy to lose
And thank god he didn't own a gun

Well, Billy woke up in the back of his truck
Took a minute to open his eyes
He took a peep into the back of the house
And found himself a big surprise
He didn't see his brother but there was his mother
With her red-headed head in her hands
While the boyfriend had his gloves wrapped around an old priest
Trying to choke the man

Ah Ah Ahhh...

Billy looked up from the window to the truck
Threw up, and had to struggle to stand
He saw that red-necked bastard with a hammer
Turn the priest into a shell of a man
The priest was putting up the fight of his life
But he was old and he was bound to lose
The boyfriend hit as hard as he could
And knocked the priest right down to his shoes

Well, now Billy knew but never actually met
The preacher lying there in the room
He heard himself say, "That must be my daddy"
Then he knew what he was gonna do
Billy got up enough courage, took it up
And grabbed the first blunt thing he could find
It was a cold, glass bottle of milk
That got delivered every morning at nine

Ah Ah Ahhh...

Billy broke in and saw the blood on the floor, and
He turned around and put the lock on the door
He looked dead into the boyfriend's eye
His mother was a ghost, too upset to cry, then
He took a step toward the man on the ground
From his mouth trickled out a little audible sound
He heard the boyfriend shout, "Get out!"
And Billy said, "Not till I know what this is all about"
"Well, this preacher here was attacking your mama"
But Billy knew just who was starting the drama
So Billy took dead aim at his face
And smashed the bottle on the man who left his dad in disgrace, and
The white milk dripped down with the blood, and the
Boyfriend fell down dead for good
Right next to the preacher who was gasping for air
And Billy shouted, "Daddy, why'd you have to come back here?"
His mama reached behind the sugar and honey, and
Pulled out an envelope filled with money
"Your daddy gave us this," she collapsed in tears
"He's been paying all the bills for years"
"Mama, let's put this body underneath the trees
and put Daddy in the truck and head to Tennessee"
Just then, his little brother came in
Holding the milk man's hat and a bottle of gin singing,

La la la la, la la la la, yeah
La la la la, la la la la, yeah
La la la la, la la la la, yeah
La la la, la la la...
La la la la, la la la la, yeah
La la la la, la la la la, yeah
La la la la, la la la la, yeah
La la la, la la la...
La la la la, la la la la, yeah
La la la la, la la la la, yeah
La la la la, la la la la, yeah
La la la la, la la la la, yeah

Well now you heard another side to the story
But you wanna know how it ends?
If you must know, the truth about the tale
Go and ask the milkman

giovedì 9 dicembre 2010

Cosa pensate di Richard Laymon?


Di Richard in Richard...
Nella scorsa puntata di questa serie credo che abbiamo battuto il record di consensi: Richard Matheson è stato l'autore che ha messo d'accordo i malperospiti più di ogni altro scrittore trattato e non so se ci sarà qualche altro autore in grado anche solo di pareggiare questo exploit.

Temo che Richard Laymon ne uscirà con le ossa rotte, è un peccato che sia il prossimo dopo Matheson. Ma tocca a lui e quindi, se avete letto qualche romanzo di questo scrittore che ha incontrato una certa fortuna in Italia, fuori con pareri e ricordi in fase di commento.

Cosa pensate di Stephen King?
Cosa pensate di Fritz Leiber?
Cosa pensate di Howard Phillips Lovecraft?
Cosa pensate di Ray Bradbury?
Cosa pensate di Richard Matheson?

domenica 5 dicembre 2010

Full Dark, No Stars (2 di 4) - Big Driver

Seconda sezione dell'articolo in quattro parti che celebra e chiude il mio lungo viaggio con Stephen King iniziato alcuni decenni fa.

Valgono anche in questo caso le considerazioni fatte nell'intro della prima parte e, ancora di più, vale l'avviso spoiler: non leggete oltre se pensate che nella narrativa kinghiana ci possano ancora essere elementi in grado di sorprendervi, perché potrei rivelare alcune parti di racconto e rovinarvi tale sorpresa!

Altro avviso: così come non sono iscritto a Facebook non sono iscritto ad aNobii, ma ho colto echi di discussioni che lì stanno avvenendo.
Qui non permetterò nessun tipo di deriva, nemmeno minima, che affronti la questione della traduzione italiana.
Opero, quando la lingua me lo permette, sul testo in originale e non mi interessano queste zuffe da cortile.
Mi parevano gran cosa da piccolino, purtroppo si cresce.
Siete avvisati, qualsiasi accenno, non importa se negativo o positivo su traduttori passati e presenti sarà napalmizzato a dovere: voi ci mettete molto a scrivere, a me basta un semplice clic.
Potete sfogarvi da altre parti (circhi in città ce ne sono sempre, specie sotto Natale) se avete questi pruriti da pro o contro, non qui: se leggerò anche la minima considerazione sul cambio del traduttore il vostro commento sarà distrutto, dovesse anche contenere splendide e immortali intuizioni su King.
Così muore la democrazia, i know: big fuckin' deal...


Big Driver


Tess è una scrittrice, intorno ai quarant'anni, che adora guidare e viaggia ogni tanto verso biblioteche di città vicine alla sua per presentare i propri libri, la serie The Willow Grove Knitting Society, adorata dal pubblico anziano, nella quale alcune simpatiche vecchiette indagano su crimini e misteri.


Di ritorno da una di queste presentazioni Tess accetta il suggerimento della bibliotecaria locale, un donnone in jeans e scarpe pesanti, che le ha proposto una scorciatoia poco frequentata e conosciuta che potrebbe farle risparmiare alcuni chilometri.


Purtroppo ci sono alcuni detriti, assi inchiodate e altro che forano una delle ruote obbligando Tess a fermarsi in mezzo al nulla. Il cellulare non ha campo ma arriva un gigantesco camionista che si offre per cambiarle il pneumatico, salvo poi pestarla e stuprarla più e più volte in un negozio abbandonato, vicino a dove è accaduto l'incidente.


Tess, dopo ripetuti abusi e in seguito a un tentativo di strangolamento, si finge morta e tale finzione convince al primo colpo il camionista, che la abbandona in un posto lì vicino, dove lei riprendendosi vede i cadaveri di altre donne.


Tess capisce di trovarsi di fronte a un potenziale stupratore-serial killer e, tornata a casa, invece di telefonare ala polizia e denunciare il tutto preferisce recuperare una pistola e vendicarsi.


In seguito a qualche ricerca su Internet e dopo aver parlato con una barista locale riesce a identificare il camionista e si convince che la bibliotecaria ne è la madre, sempre pronta a offrirgli nuove prede: si prepara quindi per recarsi nel villaggio e ucciderli entrambi.
Prima accoltella a morte la madre e quindi si reca nell'abitazione del camionista, che uccide non appena scende dal camion, salvo scoprire con amarezza che si trattava del fratello maggiore del suo stupratore, ancora più gigantesco, il "vero" Big Driver.


Presa dai sensi di colpa per aver ucciso un innocente Tess si recherà comunque all'appuntamento con la sua vendetta e ammazzerà anche Little Driver, pronta a lasciare una confessione prima di spararsi perché cosciente che la barista conosce la sua identità e la polizia tramite questo particolare potrebbe risalire con facilità fino a lei.


Ma, scoperto che i due fratelli erano in combutta, decide comunque di tornare a casa e quindi parlare con la barista. Scoprirà che la ragazza è stata stuprata in infanzia dal patrigno ed è quindi in grado di comprendere la vendetta e le azioni di Tess: la barista promette di restare zitta e la nuova Tess è libera di tornare a casa...

La raccolta pare, al secondo racconto letto, in leggera crescita qualitativa e Big Driver contiene anche una bella, bellissima frase/scena/intuizione anche se questi due dati non bastano per innalzare il tutto e fargli superare la soglia della grigia mediocrità.

Vi cito subito quella che a me pare una gran bella intuizione e che vorrei salvare a tutti i costi dalla mezza catastrofe che è questo racconto.
Siamo nella sezione finale, quella in cui Tess attua la sua vendetta (previo, di tutte le cose, ripasso di alcuni film di revenge) e sta dirigendosi verso la casa dell'assassino.
Tess è preoccupata e non vorrebbe lasciare tracce sull'erba con l'automobile (che chiama Expedition) e:

But because there was really no choice—not now that she was up here—Tess drove onto the lawn and toward the parked silver long-box through a glare that seemed as bright as a summer noonday. She did it with her bottom slightly raised off the seat, as if by doing that she could somehow magically render the tracks of the Expedition’s passage less visible.

Trovo che sia un passaggio stupendo, con quel fondoschiena che si alza sul sedile, davvero una buona capacità di osservazione e di trasposizione.
Purtroppo è fra i pochi elementi di interesse di Big Driver.

Siamo di fronte a un racconto che più di tanti altri mostra, a mio parere, come King sia autore validissimo per e raccomandabile a chi legge poco e guarda pochi film. Chi, insomma, ha poco a che fare con la narrativa di ogni tipo (libri, musica, teatro, cinema ecc ecc) dovrebbe davvero impattare in King prima che in tantissimi altri professionisti del campo perché ricaverebbe molto dalla lettura dei suoi pezzi, quasi un Reader's Digest del genere, un trampolino rassicurante nella piscina facilitata per poi provare a tuffarsi da altre altezze.

Si consolida anche l'impressione di come più passi il tempo più King ami le soluzioni facili e i deus ex macchina, una narrazione per stereotipi, cliché e ripetizioni che ha l'ovvio vantaggio di far sentire il lettore "di nuovo a casa", di nuovo in mano a King, di fargli mollare ogni tentativo di complessità e lettura non superficiale per il gusto di abbandonarsi sul sedile di dietro e lasciarsi condurre da un tassista che non azzarderà mai alcuna deviazione e non proporrà mai alcuna nuova destinazione.
Il metodo kinghiano di usare appunto localismi, dialetti, ripetizioni, marche e giochi di parole è ormai usurato oltre ogni limite e pare inetto sostituto di una efficace attività demiurgica.

C'è, in questo come in altri racconti, un atteggiamento insopportabile nei confronti della tecnologia, urlata a sproposito in molte pagine,: King pare un amabile ottuagenario che, messo di fronte a internet e navigatori satellitari, sia così pieno di entusiasmo e di wow in ritardo da riempirne interminabili pagine fra descrizioni prolisse e tono da massaia che scopre ora "l'internet", generando un senso di artificialità e di macchinosità tremendo, quando ormai anche mia nonna ritiene scontate e vissute da molti anni certe tecnologie (e quindi non ne parla più di tanto né le fa notare).

Salvo poi scappare a gambe levate quando la tecnologia pone dei problemi di trama.
L'incidente con la macchina avviene fra due piccole cittadine in una zona rurale ben frequentata e coperta dal navigatore satellitare ma... Indovinate?
Il cellulare di Tess non ha campo.
E per spiegare (e sei già in perdita e in ammissione di colpa se lo fai) perché non abbia campo, cosa fa King?
Si appoggia sulle debolissime e corte gambine del meta, del gioco, del riferimento:

The conventions of horror tales and mysteries—even mysteries of the bloodless, one-corpse variety enjoyed by her fans—were surprisingly similar, and as she flipped open her phone she thought, In a story, it wouldn’t work. This was a case of life imitating art, because when she powered up her Nokia, the words NO SERVICE appeared in the window. Of course. Being able to use her phone would be too simple.

Beh, sì, è vero. Se lei avesse potuto usare il cellulare sarebbe stato troppo semplice per lei e troppo difficile per King portare avanti la trama e così, come si sta facendo da qualche anno a questa parte, si evita il problema cellulare o lo si affronta in modo povero.
Computer e satellitari che funzionano alla perfezione e telefonini che saltano quando devono, how useful, deve far parte della cassetta degli attrezzi di cui parlava in On Writing, insieme agli avverbi che terminano in -ly che potete notare nei vari pezzi che ho citato e citerò...

Non contiamo poi che ogni due per tre King ci tiene a farci sapere che Tess detesta i film horror, salvo poi infarcire la narrazione di suoi continui riferimenti a dette pellicole mentre io, che non amo per esempio le commedie slapstick, non saprei più di tanto parlarne o usarle come riferimento descrittivo di alcunché...

Si arriva quindi caracollando alla scena dello stupro che, mi dispiace, impone un paragone.
Ma perché mai dovresti paragonare due autori? C'è spazio per tutti, no?
Verissimo. Proprio questo è il punto.
C'è spazio per tutti.
L'agone letterario è aperto a ogni singolo contendente e senza tassa di iscrizione, credo sia proprio questo uno dei suoi aspetti più affascinanti.
Quel che però si stenta a capire è che in tale agone, a mio modo di vedere, la posta in palio non è tanto l’essere “il migliore”: quel che viene rischiato su questa sfida è il vostro, il nostro tempo.
La nostra attenzione, la nostra considerazione, le nostre emozioni e, cosa più importante di tutte, la nostra memoria.
E allora, essendo tutti questi elementi (purtroppo) finiti, determinati, esauribili, ecco che l'agone ci suggerisce come meglio impiegare questo nostro tempo, questa nostra considerazione, questa nostra memoria.

Lo stupro secondo Stephen King:

This was happening. He was raping her. He had taken her inside the old store and he was raping her while golden dust motes twirled lazily in the slanting afternoon sun. Somewhere people were listening to music and buying products online and taking naps and talking on phones, but in here a woman was being raped and she was that woman. He had taken her underpants; she could see them frothing from the pocket in the bib of his overalls. That made her think of Deliverance, which she had watched at a college film retrospective, back in the days when she had been slightly more adventurous in her moviegoing. Get them panties down, one of the hillbillies had said before commencing to rape the fat townie. It was funny what crossed your mind when you were lying under three hundred pounds of country meat with a rapist’s cock creaking back and forth inside you like an unoiled hinge.
“Please,” she said. “Oh please, no more.”
“Lots more,” he said, and here came that fist again, filling her field of vision. The side of her face went hot, there was a click in the middle of her head, and she blacked out.


The next time she came to, he was dancing around her in his overalls, tossing his hands from side to side and singing “Brown Sugar” in a squalling, atonal voice. The sun was going down, and the abandoned store’s two west-facing windows—the glass dusty but miraculously unbroken by vandals—were filled with fire. His shadow danced behind him, capering down the board floor and up the wall, which was marked with light squares where advertising signs had once hung. The sound of his cludding workboots was apocalyptic.


She could see her dress slacks crumpled under the counter where the cash register must once have stood (probably next to a jar of boiled eggs and another of pickled pigs’ feet). She could smell mold. And oh God she hurt. Her face, her chest, most of all down below, where she felt torn open.
Pretend you’re dead. It’s your only chance.
She closed her eyes. The singing stopped and she smelled approaching mansweat. Sharper now.
Because he’s been exercising, she thought. She forgot about playing dead and tried to scream. Before she could, his huge hands gripped her throat and began to choke. She thought: It’s over. I’m over. They were calm thoughts, full of relief. At least there would be no more pain, no more waking to watch the monster-man dance in the burning sunset light.
She passed out.

Lo stupro secondo Tori Amos:

5am
Friday morning
Thursday night
Far from sleep
I'm still up and driving
Can't go home
obviously
So I'll just change direction
Cause they'll soon know where I live
And I wanna live


Got a full tank and some chips
It was me and a gun
And a man on my back
And I sang "holy holy" as he buttoned down his pants
You can laugh
It's kind of funny things you think
at times like these
Like I haven't seen Barbados
So I must get out of this


Yes I wore a slinky red thing
Does that mean I should spread
For you, your friends your father, Mr. Ed


Me and a gun
and a man
On my back
But I haven't seen Barbados
So I must get out of this
Yes I wore a slinky red thing
Does that mean I should spread
For you, your friends your father, Mr. Ed
And I know what this means
Me and Jesus a few years back
Used to hang and he said
"It's your choice babe just remember
I don't think you'll be back in 3 days time
So you choose well"
Tell me what's right
Is it my right to be on my stomach
of Fred's Seville


Me and a gun
and a man
On my back
But I haven't seen Barbados
So I must get out of this


And do you know Carolina
Where the biscuits are soft and sweet
These things go through you head
When there's a man on your back
And you're pushed flat on your stomach
It's not a classic cadillac


Me and a gun
and a man
On my back
But I haven't seen Barbados
So I must get out of this...

Sono due narrazioni inerenti lo stesso tema ed è per me così drammatica la differenza di qualità, di potenza, di efficacia, di emozione fra i due pezzi che proprio non capisco cosa mai possa aggiungere King al tema, cosa mai possa dire, cosa mai possa fare per convincermi a rileggere lui invece che mandare a memoria lo splendido testo di Tori Amos.
Beh ma non si possono (ri)leggere entrambi?
Come preferite, certo che si può, non so voi ma io ho poco tempo e molte cose da affrontare, da leggere, da gustare e preferisco cibarmi del meglio piuttosto che mangiare un po' alla cazzo. Se avessimo a disposizione eternità e risorse infinite non ci sarebbe agone alcuno in nessun campo.

E se avessi avuto la fortuna di incappare in un recensore che mi avesse offerto queste considerazioni non avrei mai sprecato il mio tempo su questo racconto.
Che è poi uno degli aspetti che reputo di "utilità pubblica" delle recensioni: spreco io il mio tempo per cercare di evitare a x persone (dove mi basta che x sia 2, se maggiore di 2 è grasso che cola) di sprecare il proprio.
Dalla lettura del pezzo di King non ho tratto nulla.
Non ho imparato niente, non mi sono schierato, non ho provato emozioni, non ho appreso un singolo particolare riguardo la psicologia della donna violentata o quella dei violentatori, tutte cose che invece mi sono capitate e (elemento ancora più importante) mi ricapitano ogni volta che leggo o sento Me and a gun...

In gioco c'è il vostro bene più prezioso, il tempo: valutate voi come usarlo.

Tutto è strumentale e meccanico in King, ormai ridotto a un programma di scrittura media che replica all'infinito il pool di opere sfornate in precedenza.
La stessa scelta delle canzoni citate è davvero terribile, si assiste allo spettacolo, per me penoso, di un semidio dispettoso che invece di creare e far vivere i suoi personaggi, mutandoli in persone, li abbozza appena dal fango, quel tanto che basta per affidargli un incarico da completare e poi ci scherza pure su, compiacendosi.
Tess, dopo lo stupro, riesce a scappare e mentre cammina lungo la strada, in rapida sequenza, le passa accanto una macchina dalla cui radio arriva You ain't seen nothing yet dei BTO e quindi, avvicinandosi a un pub, una cover di Can your pussy do the dog dei Cramps.
Di tutte le canzoni del mondo, due che irridono e ironizzano sul personaggio principale.
Trovo questi espedienti grezzi, disgustosi e così distanti da ogni onestà intellettuale da essere in grado, da soli, di interrompere un coinvolgimento già scarso e un patto fra scrittore e lettore che già vagava su ghiaccio sottile.

E se si sceglie di divertirsi così a spese dei propri personaggi è ovvio che non si riesca, già in partenza, a costruirli in modo decente.
Tess non è una scrittrice quarantenne e bla bla bla ma solo la caricatura grottesca di una scrittrice quarantenne, così come la madre di Big Driver e Little Driver è la caricatura grottesca di una lesbica e (imboccato dallo stesso King nella postfazione, altrimenti non ci avrei mai pensato vista la resa su carta) di una grizzly mom, per non parlare della barista ridotta anche lei a monofunzione/deus ex machina, forse il caso più triste dell'intero racconto.

Quanto sono comode queste scelte, Mr King?
King, ma quanto è comodo che, con la macchina ferma a lato strada e un tizio che sta cambiandole la gomma, la tua Tess abbia voglia, invece di rimanere lì a controllare il lavoro, di andare a chiudere la porta del camion di uno sconosciuto e dentro scorga le assi chiodate mentre il gigante le arriva dietro la schiena?
King, quanto è comodo che Tess si finga morta e il serial killer non la uccida né controlli se sia davvero morta?
King, quanto è comodo che il killer conservi in casa ogni cimelio delle sue vittime e tolga a Tess borsa, mutandine e orecchini ma lasci sul luogo del crimine il vestito e le scarpe, almeno Tess potrà trovarli e rientrare a casa senza (tanti) problemi?
King, quanto è comodo che il cellulare non funzioni?
King, quanto è comodo che Tess avesse comprato una pistola qualche tempo prima della vicenda?
King, ma quanto, quanto, quanto è comodo che la barista, quando Tess torna a confessarle gli omicidi degli stupratori, nella scena più surreale e comica dell'intera vicenda, si tolga un occhio di vetro e confessi di essere stata anche lei stuprata dal patrigno che nell'acme, mentre le puntava il coltello, le ha persino cavato un occhio e che quindi tutto bene, non parlerà mai alla polizia?

E quanta goffaggine in certi inserimenti pretenziosi, quale per esempio le foto di Richard Widmark e i film a lui collegati: abbiamo incontrato di recente un esempio di ben altra portata riguardante l'uso di simili espedienti in un romanzo...

Come provare simpatia, antipatia, empatia di alcun tipo per dei personaggi che, lungi dall'essere persone, sono solo mucchietti di parole?
Cosa può fregarmene se un cumuletto bruttino di inchiostro viene stuprato da un cumuletto appena più grande?
Come posso odiare o comunque desiderare qualsiasi tipo di azione nei confronti di questo cumuletto più grande e del di lui cumuletto-mamma?

Se mentre scrivevo del primo racconto potevo ancora sperare che l'antologia conservasse i colpi migliori più in là ora le speranze si sono alquanto ridotte in quanto sto leggendo il terzo e mi pare, per ora, il peggiore.

Racconto noioso, banale, prevedibile in ogni singola svolta (il cane era telegrafato da miglia e miglia, stesso dicasi per la sequenza delle uccisioni e l'esito finale), stereotipato come poca altra roba letta di recente, insulso per quanto riguarda riflessioni su stupro, donne e vendetta.
Un consiglio ve l'ho dato io e uno ve lo regala lo stesso King: se volete impattare in una narrazione su una donna stuprata cercate Me and a gun (e decine di altre canzoni, film, romanzi, racconti), se invece volete qualcosa che riguardi la vendetta può andar benissimo L'ultima casa a sinistra (l'originale, però) o, meglio ancora, un certo film di Bergman...

A presto per il terzo racconto dell'antologia.

Full Dark, No Stars
Stephen King
Scribner, 2010
pag. 384 pagine - $ 14,50
ISBN: 978-1439192566


Thin Lizzy - Dancing in the moonlight

Ma che band stratosferica erano?
In un mondo normale sarebbero più famosi dei Beatles ma pazienza.
Stavo per scegliere qualche track più oscura o rabbiosa ma il periodo è per me solare e leggero e quindi balliamo al chiar di luna...



When I passed you in the doorway
Well You took me with a glance
I should have took that last bus home
But I asked you for a dance

Now we go steady to the pictures
I always get chocolate stains on my pants
And My father he's going crazy
Say's I'm living in a trance

But I'm dancing in the moonlight
It's caught me in its spotlight
It's alright, alright
Dancing in the moonlight
On this long hot summer night

It's three o'clock in the morning
And I'm on the streets again
I disobeyed another warning
I should have been in by ten

Now I won't get out till Sunday
I'll have to say I stayed with friends
Oh But it's a habit worth forming
If it means to justify the end

'cause I'm dancing in the moonlight
It's caught me in its spotlight
It's alright, alright
Dancing in the moonlight
On this long hot summer night

And I'm walkin' home
The last bus is long gone

Dancing in the moonlight
It's caught me in its spotlight
It's alright, alright
Dancing in the moonlight
On this long hot summer night
it's so god damn hot
(fade out)

sabato 4 dicembre 2010

L'ultimo esorcismo mercoledì prossimo?

Ancora alcune settimane di relativa latitanza dal blog, fino al 31 dicembre.
L'ho fatto.
Qualche giorno fa.
Mi sono licenziato dal posto a tempo indeterminato in cui ho lavorato per sette anni.
Senza nemmeno l'indennità di disoccupazione e in un momento di crisi nera mondiale massonica rettiliana.
Ho 40 anni, se non lo faccio ora la paura mi divorerà per il resto della vita e non posso accettarlo, mi sono detto. Non credo che sia questione di coraggio perché non sono certo un Cuor di Leone, né di incoscienza o follia perché NONSONOMATTONONSONOMATTONONSONOMATTO, nemmeno di disperazione o raptus.

Non volevo rimanere paralizzato tutta la vita, punto.
Ma senza alcune persone che mi hanno incoraggiato e dato fiducia non sarei riuscito a prendere una decisione del genere, quindi grazie.
E sì, ovvio che ho paura del mio domani, ma pazienza, fuggo dalla certezza della paralisi, qualsiasi incertezza è migliore e non prendere rischi è il peggiore dei rischi, no?

Ora intendo (se possibile eh) prendermi un gennaio intero di totale libertà e poi si vedrà.
In quel mese: due film al giorno per recuperare, qualche lettura, post e scritture varie e portare almeno tre dei miei personaggi di World of Warcraft all'85esimo livello, ok?
Ho già comprato cuscini da sedia morbidi e tre confezioni di collirio.

Ok,esco dal confessionale.

Andiamo a vedere L'Ultimo Esorcismo?
Hellvampyr ha già detto che i sarà, vediamo chi si aggiunge.
Il giorno è il mercoledì prossimo, festivo, potrebbe esserci immane rischio pipinara di bambini frantumacazzi in sala e non ci si può fare nulla perché quelli non hanno certo paura di me o di voi, ve lo assicuro.

Le sale:


UCI CINEMAS BICOCCA - Viale Sarca 336 20:20 22:40
THE SPACE CINEMA ODEON - Via Santa Radegonda 8 20:05 22:25
UCI CINEMAS CERTOSA - Via Stephenson 29 20:40 22:50

Odio tutti e tre i posti quindi da quel punto di vista per me è uguale, se però si va al Bicocca io potrei aver bisogno di passaggio a casa a fine film in quanto non automunito...

A me il film è piaciuto. Nulla di stratosferico ma un classico esempio di come in questa arte sia bene pensare prima ai soldi a disposizione e in seguito costruirci sopra la storia in base a quel che ci si può permettere.

Se non siete fuori Milano come alcuni (Re Ratto per esempio, che se ne vola a New York!), fatevi vivi, orario e giorno di ferie permettono pizza/bevuta o prima o dopo. Votate posto e orario e via...