lunedì 29 novembre 2010
Cosa pensate di Richard Matheson?
E siamo a cinque.
La serie diventa, per qualità degli interventi, sempre più interessante.
Cosa pensate di Stephen King?
Cosa pensate di Fritz Leiber?
Cosa pensate di Howard Phillips Lovecraft?
Cosa pensate di Ray Bradbury?
Ora tocca a Richard Matheson, un vulcano che credo, a differenza di Bradbury, metterà tutti d'accordo. A me piacciono molto di più i racconti rispetto ai romanzi, da davvero molto di più.
Altro non voglio dire se non che è responsabile di quel maledetto feticcio Zuni che più di tutti mi ha terrorizzato da piccolo e ancora mi fa paura insieme a qualche altro bambolotto (quello di Profondo Rosso, la bambola di quel film sul triangolo delle Bermude, il clown di Poltergeist).
A voi la parola.
domenica 28 novembre 2010
Comsat Angels - Waiting for a miracle
Altra band sottovalutatissima, ci sarebbe un bel gruppo di canzoni da postare, ho estratto a sorte, andate a cercare le altre perché siamo quasi sempre a questi livelli e anche più in alto...
Sun sets over domes and spires
Like a magic circle,
it's over her head and under her tyres
It's incidental,
but she only has time for essential dreams
So she's still waiting 'cause it seems like
there's nothing in the heart of the beas
I hear her saying
What kind of life is this?
It's in suspension
What kind of life is this?
Nothing happens
It's party time at the top of the hill
The air is freezing
and the grass is like wire inbetween the trees
The room is shaking
and I wish that I had more faith than this
I see her dancing,
and if I could dance would she dance with me?
But then she might say
What kind of dance is this?
It's in suspension
What kind of dance is this?
Nothing happens
Waiting for a miracle
Oh but nothing ever happens
Waiting for a miracle
Oh but nothing ever happens
Waiting for a miracle
Oh but nothing ever happens
Waiting for a miracle
Oh but nothing ever happens
Nothing ever happens
Nothing ever happens
Nothing ever happens
Nothing ever happens
Sun sets over domes and spires
Like a magic circle,
it's over her head and under her tyres
It's incidental,
but she only has time for essential dreams
So she's still waiting 'cause it seems like
there's nothing in the heart of the beas
I hear her saying
What kind of life is this?
It's in suspension
What kind of life is this?
Nothing happens
It's party time at the top of the hill
The air is freezing
and the grass is like wire inbetween the trees
The room is shaking
and I wish that I had more faith than this
I see her dancing,
and if I could dance would she dance with me?
But then she might say
What kind of dance is this?
It's in suspension
What kind of dance is this?
Nothing happens
Waiting for a miracle
Oh but nothing ever happens
Waiting for a miracle
Oh but nothing ever happens
Waiting for a miracle
Oh but nothing ever happens
Waiting for a miracle
Oh but nothing ever happens
Nothing ever happens
Nothing ever happens
Nothing ever happens
Nothing ever happens
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venerdì 26 novembre 2010
The Killer Inside Me, mercoledì 1 dicembre
Come detto, si avvicina il Natale, il che vuol dire cartoni animati che poi una lacrimuccia, Boldi in vacanza da qualche parte con la bonazza di turno e film di adolescenti (che ormai in Italia vuol dire post-quarantenni) in amore e fregola e tradimenti e pentimenti e forse si cresce ma poi no ma comunque ribelli e sognatori.
Nulla di male, non esiste nessun tipo di regola oggettiva che stabilisca che questi film siano peggio (o meglio) di altri, ma da queste parti questi tipi di pellicole non sono benvoluti, anzi...
Meglio quindi approfittare delle poche e scarse occasioni che ci regala la pessima distribuzione italiota e cercare di spargere un po' di rosso sul bianco-rosa.
Proprio ieri è arrivato, in poche sale, The Killer Inside Me.
Secondo l'unico punto di riferimento che uso in Italia per certa area narrativa, ovvero Thriller Café, il romanzo di Thompson è uno dei cento migliori romanzi riguardanti il crimine e addirittura uno dei dieci nella sua particolare sottosezione.
Io, purtroppo, non ho ancora letto il romanzo, ma ricordo qualcosa di vecchie letture (miracolo) e Thompson è una bomba.
Aggiungeteci Winterbottom che a me come regista è sempre piaciuto parecchio (ma che grande anno è stato il 1995 per lui? E The Road to Guantanamo? E 24 hour party people, uno dei dieci migliori film musicali di sempre???), spruzzateci sopra Casey Affleck che a me pare bravo, Kate Hudson che pure mi garba e in particolare il mio attore feticcio, ovvero Elias Koteas e, insomma, le aspettative sono medio alte, ok?
Ho però imparato una cosa dai precedenti appuntamenti: è perfettamente inutile cercare di sondare i giorni liberi di Tizio e quelli di Sempronio, non riusciremo mai a metterci d'accordo e mi spreco in sms e mail a tentare l'impossibile per poi scendere, come accaduto l'ultima volta, da dieci partecipanti a soli quattro.
Non è colpa di nessuno, ci mancherebbe, si tratta di sistemi complessi e amen.
Quindi taglio la testa al toro e decido io.
Andrò a vedere The Killer Inside Me mercoledì prossimo, primo dicembre, all'Apollo, sala centralissima quasi in San Babila, spettacolo delle 22.30.
Prima mi troverò a MM Lanza, verso le 20.00, per andare nella solita pizzeria.
Anche da solo eh, però poi mi vengono le tristezze e il blues.
Chi vuole esserci ha tutte le coordinate spaziotemporali, spero di riuscire a beccare parecchia gente!
Ovvio che se viene l'Hellvampyr la serata prenderà piega strana, io reagisco sempre molto ai lucignoli: con alcol sopra film promettente, la resa è diversa da alcol sopra film di risate come Devil...
Ora passiamo al trailer:
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Attualità di Bianciardi (3 di 3) - Il Linguaggio
Terza e ultima parte di questa serie di post (1 e 2) riguardanti alcune parole scritte da Bianciardi nel 1957:
Per comodità di chi voglia fruttuosamente dedicarsi al lavoro culturale, sarà opportuno raccogliere, a questo punto, tutta una serie di indicazioni circa il problema del linguaggio. C'è infatti un lessico, una grammatica, una sintassi e una mimica che il responsabile del lavoro culturale non può ignorare.
Cominciamo subito, perciò, con il nocciolo della questione, con il termine problema. Nonostante la differenza spaziale (alto-basso) dei due verbi, il problema si pone o si solleva, indifferentemente; ma c'è una sfumatura di significato, perché porsi è oggettivo, cioè sta a dire che il problema è venuto fuori da sé, mentre sollevare è attivo; il problema, in questo caso, non ci sarebbe stato se non fosse intervenuto qualcuno a farlo essere.
Quasi sempre il problema, posto o sollevato che sia, è nuovo; e si da gran merito a chi, accanto agli antichi e non risolti, solleva problemi nuovi e interessanti o meglio ancora, di estremo interesse, purché siano, ovviamente, concreti. Sul problema si apre un dibattito. Dibattito è ogni discorso, scritto o parlato, intorno a un certo argomento (cioè a un certo problema) in cui intervengono due o più persone. Il dibattito, oltre che concreto, e più spesso che concreto, è ampio e profondo, anzi, approfondito, e quasi sempre si propone un'analisi (approfondita anch'essa) della situazione. La giustezza della nostra analisi sarà poi confermata, invariabilmente, dagli avvenimenti. La situazione è sempre nuova e creatasi (da sé, parrebbe) con o dopo.
Al dibattito gli interventi portano un utile contributo. Esso può assumere anche la forma di convegno: in questo caso è parlato, gli interventi sono numerosi, e gli intervenuti sono giunti da ogni parte d'Italia. Dal dibattito scaturiscono, oppure emergono o anche, più semplicemente, escono, alcune indicazioni.
Le indicazioni sono anch'esse utili. Se possono esprimersi in una breve frase, allora si chiamano parole d'ordine. Per esempio: Per un/Per una (cinema, teatro, romanzo, arte, scuola, pittura, scultura, architettura, poesia) nazionale e popolare. In caso contrario, quando cioè le indicazioni non abbiano questo potere di contrazione espressiva, si parlerà di tutta una serie di iniziative, utili, naturalmente, e concrete, ma di massima, suscettibili cioè di elaborazione.
Concreto, come si è visto, è il problema, il dibattito, l'intervento e l'indicazione. A memoria d'uomo non si è mai saputo di un problema, dibattito ecc. che si sia potuto definire astratto. Come non si è mai saputo di un problema risolto: semmai superato, dalla situazione creatasi con o dopo. A volte poi si è scoperto che il problema, pur essendo concreto, non esisteva. In casi simili basta affermare che il problema è un altro.
La scelta dei problemi si chiama problematica quella dei temi, tematica. Ricordo che una volta, a Firenze, discussero tre ore su questo problema concreto; se fosse necessario porsi prima il problema della problematica oppure quello della tematica. Un problema è anche, spesso, di fondo. Esso si adeguerà alle prospettive, nuove e concrete, di lotta, per o contro.
Lotta, anzi lotte, è l'azione quando incontra un ostacolo, altrimenti l'azione è pura e semplice attività. Ma tanto per le lotte che per l'attività si mobilitano tutte le forze, si toccano larghi strati, o larghe masse, si estende l'influenza, ci si pone alla testa e ci si lega anche strettamente. Al servizio della lotta si pongono le proprie capacità.
A volte le cose non sono così semplici; ma il dibattito ha appunto l'ufficio di indicare gli inevitabili difetti, determinati dalla situazione. I difetti consistono quasi sempre nel non aver sufficientemente utilizzato, elaborato, applicato le indicazioni emerse da un esame autocritico. Ogni dibattito assolve anche a questa funzione.
Accanto al problema, ma un po' più sotto, c'è l'esigenza. L'esigenza si sente, anzi, si è sentita. A volte sorge, o meglio, è sorta, ed in ambedue i casi occorre andarle incontro. Problema ed esigenza riguardano a volte i rapporti con. Con gli intellettuali, per esempio.
Gli intellettuali possono incontrarsi da soli, o accompagnati ad operai e contadini. In questo secondo caso la successione di rigore è la seguente: operai, contadini, intellettuali. Gli intellettuali possono essere: illuminati, democratici, avanzati, molto vicini a noi, al servizio della classe operaia; la serie è in crescendo. Pseudo-intellettuali sono invece gli altri, quelli che si sono posti al servizio del padronato, della reazione, del grande capitale, dell'imperialismo.
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giovedì 25 novembre 2010
Le liste di Stephen King
Sto leggendo Full Dark, No Stars e spero di poter scrivere qualcosa al riguardo entro la prossima settimana, per ora sono al primo racconto e mi pare mediocre, ben al di sotto della media di King.
Pesante e superficiale dove avrebbe dovuto essere leggero e profondo; una trattazione del tema schematica, robotica e strumentale; ridondante in tantissime parti; compaiono i soliti avverbi in -ly che lui stesso raccomanda di non usare; personaggi compiaciuti che non parlano come potrebbero/dovrebbero parlare persone di quell'epoca storica e di quella fascia sociale e che risultano volgari, piatti, ridotti a funzione.
Insomma un racconto che, se lo avesse firmato uno autore statunitense sconosciuto, con buona probabilità sarebbe finito solo su qualche e-zine: speriamo che la raccolta migliori, dopo la risciacquatura sociologica vecchia di trent'anni di The Dome (con tanto di come la pensano le marmotte sulle discariche) ho voglia di leggere un King in forma.
Ma ci avviciniamo a Natale (a proposito, inizio oggi il mio ultimo mese lavorativo, non vedo l'ora di finire...) e tutti fanno liste di ogni tipo, persino quelle identitarie (pensavo Gaber avesse detto tutto quel che c'era da dire sull'argomento, invece no) e vi propongo quindi i migliori film degli ultimi anni secondo King.
Credo che queste liste di film siano a loro modo interessanti perché, insomma, dimmi quel che leggi/vedi/ascolti e ti dirò chi sei, no? E King ha sempre speso (anche al di fuori delle quarte di copertina, attenzione, è importante) parole di encomio verso scrittori mediocri (ultimo in ordine di tempo Cronin, per esempio) e quando qualcuno che ha a che fare tutti i giorni con vari generi, in particolare con il perturbante, mi piazza The Ruins (madonna, libro e film atroci) entro i primi film di un certo anno, afferma bello contento di non amare Shining di Kubrick o dice che il remake di The Last House on the Left è il miglior remake della decade, beh, ritengo che sparate simili siano spie di allarme che confermano/riverberano alcune perplessità sullo stato di forma della sua scrittura negli ultimi quindici-venti anni.
I gusti saranno anche "solo" gusti, ma sono anche parte della cultura e della formazione di un uomo e si riflettono, come ogni cosa, su quanto poi quell'uomo produce e ha da dire.
Ovvio, ci sono anche titoli molto importanti, ma pure parecchia merda allo stato puro, 24 Kagati...
2008
1. The Dark Knight
2. Slumdog Millionaire
3. WALL-E
4. Tropic Thunder
5. Funny Games
6. The Bank Job
7. Lakeview Terrace
8. The Ruins
9. Redbelt
10. Death Race
2009
10. 2012
9. Fantastic Mr. Fox
8. The Taking of Pelham 1 2 3
7. Law Abiding Citizen
6. District 9
5. The Reader
4. Disgrace
3. The Road
2. The Last House on the Left
1. The Hurt Locker
2010
10. Green Zone
9. Jackass 3D
8. Monsters
7. Splice
6. Kick-Ass
5. Takers
4. The Social Network
3. Inception
2. The Town
1. Let Me In
martedì 23 novembre 2010
Devil: una srecensione
Sono di quelli che quando torna a casa prima fa i compiti e poi gioca.
Un tempo, nel cenozoico, era matematica e italiano e poi a calcio (al campo delle “Carmelitane”, in cemento, you suffer) a fare lo stopper arcigno, ora è recensione di quanto visto o letto e poi massacrare gente su World of Warcrfat, sempre poca tecnica comunque di gioco in gioco...
Quindi ci ho provato, ok? Ho il dovere radicato nel mesencefalo.
Come sapete sono andato a vedere Devil con alcuni tipacci che bazzicano questo luogo. Prima pizza e birre con Hellvampyr (sì lo sa anche lui che è un nick meh e anche blah) e Mr Echo, poi ci ha raggiunto Re Ratto e quindi ho tre testimoni, ok?
Bene, tempo di entrare in sala avevamo tre birre in corpo e una in mano e il count a fine primo tempo si è alzato a cinque boccali totali, ma non c'entra, al massimo ha agito come antidolorifico.
(Plauso al Ducale. Non ci ero mai stato, come cinema non so tanto a me del dolby e dello schermo importa poco, boh, sale normali, frequentazione borghese alle ennesima potenza peggio che in via Vercelli MA ha molte pizzerie vicino e un fantastico baracchino che tiene aperto anche dopo il secondo spettacolo e dispensa la grappa nei bicchieri da acqua)
Insomma abbiamo riso e non poco.
Ne ho visti di film de paura e sono vaccinato alle tonnellate di merda, trovo sempre un motivo, uno spunto, qualcosa da conservare a ogni visione, elementi che comunque non mi impediscono poi di cercare di identificare quello che secondo me non ha funzionato nello spettacolo offerto.
Uno poi torna a casa e vorrebbe scrivere la recensione seria, lo faccio sempre anche con le peggio cose, no?
Scrivo i dati, attacco con la sinossi e quindi comincio con le solite solfe sulla carriera del regista, su qualche dato tecnico e bla bla bla.
Ma non va, la recensione non parte, le parole rimangono infilate nella tastiera come i pezzi di cibo (non oso pensare ai batteri che vivono fra questi tasti), cancello e riscrivo troppe volte...
Perché continuo ad andare con la testa alla scena con il messicano e non posso pensare ad altro, è un evento che ti paralizza, ti impedisce qualsiasi tipo di approccio, sguardo, interpretazione.
Si tratta di un evento di quelli che ti segnano, giuro.
Si potrebbe parlare di titoli di testa già visti ma davvero riusciti (e di questi tempi i grattacieli stanno giocandosela alla grande nei titoli di testa, vero?), di personaggi che parlano come nessuno parla nella “vita vera”, di situazione abusatissima e priva di qualsiasi guizzo, di prevedibilità delle scene e incapacità a giocare sia fuori che dentro al genere e di tante altre cose, si gonfia con qualche aggettivo e si arriva con una certa facilità alle tre fatidiche cartelle.
Ma non ce la faccio.
Perché c'è il messicano, sapete, con quella sua cosa che fa a metà film o boh, non ricordo quando.
Quella immagine non mi lascerà mai più.
Ora, la storia la conoscete, no?
Cinque persone (una arrampicatrice sociale che boh a me non pareva nemmeno tanto bella, un reduce di una delle mille guerre statunitensi lo si vede dal giubbotto e felpa, un sorvegliante nero che detto tutto, una vecchia in acido e un venditore di materassi dalla faccia implausibile) si trovano in un ascensore bloccato, uno di loro è il diavolo, proprio Il Diavolo e per gli altri insomma sono volatili per diabetici, ok? In più i sorveglianti e i pulotti possono vederli attraverso telecamera ma non riescono a sentirli.
Ecco...
Uno dei sorveglianti è un messicano.
Lo si capisce da, boh, dalla faccia da messicano e dal crocifisso e dal fatto che è religioso ma proprio ciellino o giù di lì. Sapete, maledetti mangiatacos, sempre a pregare e poi andare alle sagre e il pugilato e le guerre dei galli.
E gli altri, colleghi e pulotti, non hanno capito quel che lui invece, volpe cresciuta a ostie e cerveza, ha afferato al lampo: c'è il Maligno dietro a tutto questo.
Eccovi come spiega l'operato del Maligno ai miscredenti.
“Quando Lui è presente tutto funziona male, tutto va male, è terribile, corrompe tutto, è Satana è Lucifero è Belzebu è Legione e fa marcire e corrompe tutto. Vedete?”
Afferra, fiato di cipolle e panza da messicano (gli mancava il sombrero, lasciato allo spogliatoio, sono sicuro), una fetta di pane spalmata di burro e marmellata e la lascia cadere a terra.
La fetta impatta sul lato burro.
“Vedete? Questa è opera del Maligno. La fetta cadrà sempre così in sua presenza!”
Ma serio eh, giuro.
Non c'è ironia, metacazzi o ammiccamenti murphyniani.
Serio.
La prova della presenza di Satana sono le fette imburrate che cadono lato burro.
Noi siamo rimasti a bocca aperta.
Pensavo di aver bevuto troppo, poi ho visto che anche gli altri sedevano straniti.
Poi le risa.
Come si fa a continuare a vedere un film dopo una scena simile?
Come si può SCRIVERE una scena simile.?
Come si può girare una cosa simile?
Ma a nessuno è venuto in mente “dio, che cazzata”?
Ma Shyamalan è caduto così in basso?
Ma nessuno ha detto qualcosa durante le varie fasi di lavorazione?
Ma allora quando scivolo su una buccia di banana è chiaro segno del risveglio di Cthulhu e se mi rubano il portafoglio minimo vuol dire che arriva il lupo Fenris e il Ragnarok tutto?
Si rovescia un bicchiere a tavola e l'Armageddon bussa svogliato alla porta?
Come si fa a scrivere una scena del genere? Come?
Vedete?
Quattro cartelle invece di tre.
Per dirvi che è un film oltre l'oltremerda.
Bastavano poche parole.
Non andate a vederlo, vi prego.
Anche questo mio dispendio di forze è di sicuro opera di Satana.
Vado a dormire: prima mi imburro il lato giusto della faccia per dormire sul lato che non affatica il cuore che ho letto che se si dorme sul sinistro si muore.
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lunedì 22 novembre 2010
Cosa pensate di Ray Bradbury?
Quarta puntata di un appuntamento che mi reca grandi soddisfazioni e che fino a questo momento non ha mancato di suscitare un buon interesse e spunti interessanti.
Cosa pensate di Stephen King?
Cosa pensate di Fritz Leiber?
Cosa pensate di Howard Phillips Lovecraft?
Lo dico spesso che buona parte del merito di Malpertuis è dovuto ai lettori e commentatori che ha, ma nel caso di questa serie credo sia evidente che il merito è vostro proprio al 100%.
Se già sono intervenuto poco in occasione dei precedenti post, in questo caso non interverrò del tutto. Mi rendo conto che ci sono molti (anche personaggi illustri) cui Ray Bradbury non piace per nulla e ne capisco anche, a livello razionale, le motivazioni.
Ma, non posso farci nulla, quando si parla di Bradbury io sono di parte, amo il suo stile, adoro il suo linguaggio e ammiro senza condizioni buona parte della sua produzione, specie quella di un tempo.
Sono troppo schierato e non farei altro che esprimere un parere poco lucido e molto di parte, motivo in più per astenermi dal commentare in una serie di interventi che è già comunque caratterizzata dal lasciarvi campo libero.
Quindi a voi: cosa pensate di Ray Bradbury?
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sabato 20 novembre 2010
Killing Joke - Money is not our god
Il numero 104 (settembre) di Rue Morgue, fra tanti altri ottimi servizi (The Walking Dead, Il Comic's Code...) contiene due stupende pagine sul nuovo album dei Killing Joke e la "rinnovata" line up con Coleman e Glover, a conferma che questa rivista sa quel che fa e comprende che l'orrore si annida non tanto/non solo in certe facili metallate ma ancor di più in deviazioni come queste.
Mi ero segnato allora di mettere un loro video fra le musiche che propongo durante il fine settimana e riesco a farlo solo ora. La tentazione di embeddare The Wait o Wardance è molto forte ma alla fine ho deciso di pagare dazio a quello che ritengo il loro album migliore, Extremities, Dirt and other repressed emotions (1990).
Non amo certe derive mistiche di Coleman ma devo ammettere che perlomeno quando parte per la tangente durante i concerti non sembra certo un poseur, anzi, tutt'altro. E hanno ora molti più muscoletti di allora, fantastico!
Uno fra i gruppi più sottostimati, seminali e influenti nella storia del rock...
Nine tenths of the law than sic
Is possesion
Life expressed in matter is a blasphemy
Success defined by aquisition stinks!
So busy trying to make a living i forgot about living
Yes i do
So busy trying to make a living i forget about life
The best things i found in life were my birthright
Green fields mean more to me than a brand new car
Will you swap your hi-fi for a clear blue sky?
Will you cash in all your shares for Gods clean air?
Is your answer yes,or no,to these painful truths?
Is your answer yes,or no,to these painful truths?
Do you grovel to your master?
Do you beg like a dog?
First things first,repeat to yourself
AHHH MONEY!, Money is not our GOD!
Mine!
The best things in life are free
Mine!
I own the beach and the blazing sunset
Mine!
I own the waves and the fresh air
Mine!
I drink the milk of the stars in this beautiful moment
Say to yourself
ALL THESE THINGS ARE MINE!
Repeat after me!
Money's not our God
Do you grovel to your master?
Do you beg like a dog?
First things first,repeat to yourself
AHHH MONEY!
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venerdì 19 novembre 2010
Ah beh, se lo dice Houellebecq...
Michel Houellebecq ribadisce che della letteratura del Novecento si salveranno solo Tolkien e Lovecraft, tanto per confermare la sua abitudine a dover sparare continue battute di pessimo gusto (e senza motivare e documentare, non sia mai) per tenere alto l’interesse sulla sua persona e quindi sulla sua opera.
Opera che ho letto tutta, per cercare di capire cosa mai spingesse le moltitudini sinistrorse e, un po’ meno, destrorse a seguire come un profeta questo autore dallo stile sciatto, dalla prosa piattissima e poco evocativa, dalle idee rimasticate e che a me sono sempre parse già banali e sorpassate da tempo ma comunque, in qualche modo, ancora godibili (e infatti continuo a leggerlo, così come piacciono le pantofole comode e mezzo distrutte, ben sapendo che bisognerebbe cambiarle e presto lo si farà).
Amo Lovecraft mentre non sopporto granché Tolkien, non mi piacciono i romanzi dove principi e re hanno poteri salvifici per diritto di nascita, ma non è certo il valore indiscusso di questi due autori il punto. Sono le facili battute di un buon scrittore e (per quanto ho potuto leggere) pessimo uomo che vengono scambiate per gran belle cose importanti ad allarmarmi.
E pur trovando appunto discreti e leggibili le sue opere, mai ho sopportato le continue sbruffonate che spara di quando in quando.
Perché sono frasi a effetto che nulla significano e la cui “validità” non potrà mai essere verificata.
Nessuno, né noi né i nostri nipotini, andrà mai, fra cento anni, a controllare se Tolkien o Lovecraft saranno sul serio gli unici due autori del Novecento che "si sono salvati"; nessuno potrà già anche solo mettersi d’accordo su cosa possa significare “salvati” (vendite? numero di articoli su di loro? ristampe? ne conserveranno le opere in un bunker? boh...) e Houellebecq accumula l’ennesima insulsa castroneria, da mettere in bella mostra accanto a certe passate dichiarazioni su Islam e donne, le ricordate?
Quelle opinioni su Islam e donne, dette da altra persona, non sarebbero state sopportate da certa stampa e critica, ma si è preferito non parlarne e non ricordarle, al massimo liquidarle come simpatiche battute di un provocatore.
Sarebbe forse, proprio sulla base di molte passate dichiarazioni, opportuno cominciare a separare con estrema cura i romanzi dalle battute, dare massimo credito e attenzione ai primi ed evitare di crogiolarsi sulle seconde.
Anche perché non so voi, ma a me qui, sul momento, senza andare a consultare nulla di nulla, vengono in mente una cinquantina di autori (senza badare al genere, lo sapete che qui non si usano le distinzioni che fanno tanto comodo a chi cerca sempre gruppi e opposizioni) che meritano la “salvezza” (che brutto termine, vero?) ALMENO tanto quanto Tolkien e Lovecraft.
Odio questa retorica del "salvare", del "questi sono i migliori": ha sempre e solo portato a conseguenze disastrose.
Sono battute che non fanno bene né alla letteratura né, tantomeno, al fantastico...
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giovedì 18 novembre 2010
Attualità di Bianciardi (2 di 3) - La Scuola
Seconda parte del discorso iniziato una settimana fa.
Sempre da Il lavoro culturale (1957):
Anche nella nostra città, come in tutta Italia, gli insegnanti di scuola media erano, per il settanta per cento, avventizi, cioè non avevano un posto stabile, conquistato dopo regolare concorso, ma venivano nominati anno per anno da un'apposita commissione del provveditorato. E così ogni anno, appena finita la scuola, dovevano presentare la domanda per l'anno successivo, producendo insieme i documenti di rito ed i titoli validi per entrare e piazzarsi in graduatoria: diploma di laurea, certificato di servizio degli anni precedenti, foglio matricolare del distretto per i meriti combattentistici e così via.
Dovevano inoltre specificare per quali cattedre concorrevano, due o tre insegnamenti diversi (filosofia e inglese, per esempio, oppure matematica e ginnastica). In base ai titoli la commissione compilava la graduatoria ed assegnava i posti. Ma accadeva che uno, il quale avesse chiesto di insegnare filosofia nei licei oppure lingua inglese negli avviamenti, risultasse primo nella seconda graduatoria e quarto nella prima. Poteva perciò accettare subito l'inglese, diciotto ore settimanali a Gavorrano, ma poteva anche sperare che i primi tre nella graduatoria della filosofia (i quali a loro volta erano ben piazzati per l'italiano e il latino alle magistrali) rinunciassero a quell'incarico lasciando libero almeno un posto: in questo caso un quarto diventava un terzo, ed il posto al liceo spettava a lui, ma se nel frattempo accettava Gavorrano, implicitamente rinunciava alla filosofia. E allora? Poteva rischiare? Era come giocare al poker: qualcuno ce la faceva, qualche altro, meno forte di nervi, “vedeva” subito, oppure gli veniva l'esaurimento nervoso prima ancora che fosse cominciato l'anno scolastico Così, quando era tempo di graduatorie, gli insegnanti della nostra città, come del resto quelli di tutta Italia, vivevano ore e giorni di inferno. Si riunivano a gruppi, e man mano che la commissione per le nomine andava avanti nei suoi lavori essi, che ne erano informati da un bidello o da un impiegato amico, discutevano accalorati sulle immancabili ingiustizie e sulle parzialità del provveditore e della commissione. Era ogni anno la stessa storia. Uomini di quarant'anni, con moglie e figli grandi, non erano ancora entrati in ruolo, anche perché il ministero bandiva i concorsi a ogni morte di papa, ed offriva settecento posti a ventimila candidati. Gli altri diciannovemila e passa dovevano continuare a cercarsi il lavoro stagione per stagione.
mercoledì 17 novembre 2010
La vita è una scatola di calci nel culo...
Che sia piaciuto o meno eh, non importa, non è questo il punto.
A me è parso un grandissimo film, altri non lo amano, altri ancora lo detestano: nulla di nuovo e non potrebbe essere altrimenti.
Forse alcuni di voi ricordano anche la delusione quando si venne a sapere che gli statunitensi ne avevano subito messo in cantiere un rifacimento, e in situazioni come questa potete cascare nel campo retorico che considerate più adatto: potete fare i cinici/vissuti/esperti di cinema che vi diranno che il remake è una prassi comune da accettare e ha generato anche parecchi capolavori, oppure potete indossare la vostra migliore divisa barricadera anti imperialista e gridare al sacrilegio, contro i cattivi ricconi di Hollywood.
E ancora varie sfumature fra questi poli, compresa l'indifferenza che fa sempre un po' figo.
Io reggo poco i rifacimenti, anche quando girano al meglio, è che proprio non riesco a capire che soddisfazione ci sia a rinunciare a creare e limitarsi a rigirare e aggiornare, ma pazienza: alle volte (pochissime) ci scappa anche qualche visione decente, spesso qualche risata verso l'inettitudine di questi poveri yes man chiamati al massacro.
Credo però ci siano alcuni limiti.
Limiti che Daniel Hamm, il regista chiamato dai produttori (compreso uno che aveva partorito Twilight) a girare la copia di Martyrs, ha superato a mento alto e sguardo rivolto al futuro.
Il Los Angeles Times ha pubblicato stralci di una intervista con Hamm ed eccovi quanto ha da dire sulle sue intenzioni e su quello che ha compreso dell'originale:
"Martyrs is very nihilistic. The American approach [that I'm looking at] would go through all that darkness but then give a glimmer of hope. You don't have to shoot yourself when it's over."
E anche:
"Every time you think you know where it's going, it goes somewhere else. It plays on things that are familiar — like two friends who can't be separated, kind of a Forrest Gump and Jenny situation. But then it takes a turn, and in doing so asks interesting quesitons. 'If you have a best friend in the world and she goes crazy, how much do you owe this friend to go down with them?' It's much more than a horror film."
Capite?
Non credo di aver mai letto travisamento più abissale e bestiale di questo.
A glimmer of hope. Maledetti bastardi...
Non dovete tirarvi un colpo in testa alla fine, perchè la vita è una scatola di cioccolatini...
lunedì 15 novembre 2010
Scott Pilgrim vs the world
SCOTT PILGRIM VS THE WORLD
2010, USA/UK/Canada, colore, 112 minuti
Regia: Edgar Wright
Soggetto/Sceneggiatura: Edgar Wright e Michael Bacall da un fumetto di Bryan Lee O’Malley
Produzione: Relativity Media, Scott Pilgrim Productions, Universal e varie
Scott Pilgrim è un circaventenne che passa il tempo fra il suonare con la sua band e uscire, ancora devastato da una precedente relazione, con la nuova ragazza, una collegiale più giovane di lui.
Quando entra in scena l'hipster Ramona, Scott s’innamora all’istante e si sente pronto a far di tutto pur di stare con lei. Questo tutto comprende una serie di scontri in stile picchia duro con i sette ex della ragazza, che gli si presentano quadro dopo quadro fino al boss finale.
Riuscirà questa serie di battaglie a far capire a Scott chi è e cosa vuole davvero?
Avevo apprezzato, senza strapparmi capelli e stracciare vesti, i due precedenti film di Edgar Wright: commedie godibilissime che mostravano, fra l’altro, una crescita tecnica e di gestione del ritmo (da Shaun of the dead a Hot Fuzz) non indifferente. Prima ancora, mi erano piaciuti i pochi episodi di Spaced che ero riuscito a vedere.
Condivido con Wright l’anagrafe, la formazione culturale, i videogiochi e tutta una serie di letture, ascolti e visioni.
Sono insomma il perfetto target, il pubblico di riferimento ideale per questo suo Scott Pilgrim vs the world.
Che è uno dei prodotti più vuoti, inutili, maschilisti, stupidi e insultanti che abbia visto negli ultimi anni.
La nostalgia, ahimè, oltre a essere canaglia, è anche spesso sintomo di fascismo (di qualsiasi stampo) e, perlomeno nella mia esperienza, ha sempre dettato scelte pessime sia nel sottoscritto che nella stragrande maggioranza delle persone che ho incontrato. Anche quando spinge alla citazione, all’omaggio o all’inno gioioso verso quanto erano fighi i giochini a 8 bit (ma no, grazie, preferisco quelli che escono ora, così come preferisco l'acqua calda, il computer e la lavatrice invece di scendere al fiume per lavare i panni con la cenere) è comunque robetta da poco e Wright non ha certo le doti titaniche per sfuggire al rischio di produrre una elegia elitaria invece che un'opera universale.
Altro sgradevole meccanismo è il flettere i muscoli in modo esagerato, rotopavonare dieci volte quando già al secondo giro la gente allo zoo si è voltata a guardare altre gabbie. Si tratta di un metodo deficitario anche per questioni di economia interna eh: sono otto giri sprecati che si potevano compiere in altre occasioni facendo stancare di meno tutti quanti.
Preso dallo sforzo di mostrare, Wright si dimentica di narrare e di costruire personaggi, coprendo il nulla sotto vuoto spinto di questo filmetto con una montagna di ammiccamenti, citazioni e furberie che tali rimangono sempre, senza mai fondersi ed elevarsi ad “altro”.
Atteso alla grande prova del popcorn, Wright sbatte contro gli statunitensi (e i canadesi) e rinuncia a ogni possibile sviluppo in fase di sceneggiatura, limitandosi a far ciacolare ai suoi pupazzi di cartapesta brutte frasette che non riescono nemmeno a star dietro alla già imbarazzante qualità di una Diablo Cody.
Atteggiamenti come questi ricordano molto da vicino l’impostazione di certa ssscrittura gggiovane che impera ogggigggiorno in Rete: recensori (e scrittori) che ogni due per tre ti fanno capire che loro, se volessero, potrebbero scrivere robe serie da far impallidire anche i critici e scrittori più accademici di tutti e che per loro il postmoderno, il cinismo e l’ironia sono scelte precise, rinnovate ogni giorno. Peccato che, alla verifica dei fatti, lo scimmiottamento e la risatella, l’innuendo e il rimpiattino televisivo e feticista sono le loro uniche, spuntate armi culturali e l’intero loro bagaglio dialettico-retorico.
Scott Pilgrim ci bombarda senza respiro con una serie di codici ripetitivi, così come ripetitiva è la struttura a scontri che può forse funzionare in un videogame, ma che in un film, privati della possibilità di salvare e ricaricare quando siamo un po’ più freschi e meno annoiati dalla reiterazione (che è patologia in tanti altri campi del vivere, ricordiamolo), dicevo, in un film provoca noia e, peggio ancora, senso di non-partecipazione allo spettacolo, di impossibilità di apportare qualcosa di nostro al fiume incessante di pugni, mazzate e pugnette.
Il bombardamento e la reiterazione continuano anche a livello di montaggio, incapace di adottare soluzioni miste e mirate a seconda del momento e rafforzando quindi il senso di assenza di narrazione.
Pensato per un pubblico di trentacinquenni, Scott Pilgrim è però sceneggiato, girato e montato per il quattordicenne d’oggi e potrebbe quindi avere doppia fortuna ai botteghini, poiché i primi conservano (e pensano pure sia ottima cosa) la forma mentale dei secondi: due piccioni con mezza fava insomma.
Il dato più drammatico fra tutti è quello di assistere, per 112 lunghissimi minuti, alla sfilata di un insieme di personaggi orribili.
Ragazzi vuoti, senza nessuna qualità intellettuale, emotiva, culturale, fisica o estetica, capaci solo di lamentarsi, subire e aggredire, egoisti ed egotisti in modo patologico.
Una carrellata di "eroi" che non riesci ad amare e di cattivoni che non riesci a odiare, un livello di partecipazione così basso che per forza di cose t’interessi di più al corredo, all’oggettistica, al merchandise: le magliette hanno più da dire di chi le indossa e trovo spaventoso che si riesca a provare empatia o, peggio ancora, immedesimazione verso tali buchi neri.
Vi è poi (ma tanto checcefrega, ormai Elvezio è fissato) un maschilismo così strisciante e insieme esibito che nemmeno nei campi estivi di certa destra USA: la donna è il premio per l’uomo che batte i sette boss e le tutte le altre dame di contorno devono applaudire e strabiliare se questo poverazzo (che loro, ehi, amano ancora eh) strimpella male il basso o ti obnubila il mesencefalo con insopportabili aneddoti su, tenetevi, Pac Man (so cool).
A casa mia questo non avrebbe speranza di scopare nemmeno con la più disperata del paese, ma nel villaggio fatato messo in piedi da Wright non solo questo rospo ne secca più di Casanova ma, al contrario di Casanova, riesce a farlo senza mai sforzo alcuno: è brutto come un comodino ikea, ha lo sterno carenato giusto buono per la rupe, non s’interessa alla compagna del momento, non sembra nemmeno interessato al sesso, non ha charme, premura, sensualità, empatia o cultura eppure, guarda caso, è pieno di donnine.
Sulla base di che???
Il maledetto cinema indie ci ha da sempre bombardato con questa retorica del bruttino nerd che ce la può fare anche con la più bella e intelligente della scuola. Retorica che può anche andare bene per mostrare che la bellezza non vale tutto nella vita, se non avesse la gigantesca falla di fondo che è SEMPRE il maschio a essere un fottuto rosporachitico di Plutone e a beccarsi la principessa, mai il contrario.
Le ragazze sono comunque sempre carine e fighettine, seppur nel modo decerebrato-hipster di moda negli ultimi anni: sarebbe interessante vedere una certa parità, a livello di numero di film sfornati, con storie nelle quali lei è quasi inguardabile e ha zero qualità in ogni campo (anzi, in molti casi è negativa) eppure esce con il damerino locale, ma le rare volte che ciò accade è per spunto comico.
Almeno in questo la media pellicola d’azione scema ha un bonazzo e una bonazza, è comunque un grado di parità superiore a questi obbrobri travestiti da manovre intelligenti e piene d’autocoscienza del proprio ruolo, autocoscienza che si esaurisce, mentre si esegue la centesima citazione, a guardare verso il pubblico e dire “sì, lo so che sto citando, quanto sono figo, vero?” No, non sei figo, stai solo citando, non produci nulla di tuo.
Aggiungete alla discarica alcune scene d’azione bruttine assai e una colonna sonora che spazia dall’ovvio (ma decente, Frank Black e qualche altro) all’orrido (tu quoque Beck?) e avrete la cifra finale di un filmetto che, a braccetto con Kick Ass, rappresenta al peggio l’indiepochezza.
Cool, epic, awesome pile of rubbish.
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Filmato:
2010, USA/UK/Canada, colore, 112 minuti
Regia: Edgar Wright
Soggetto/Sceneggiatura: Edgar Wright e Michael Bacall da un fumetto di Bryan Lee O’Malley
Produzione: Relativity Media, Scott Pilgrim Productions, Universal e varie
Scott Pilgrim è un circaventenne che passa il tempo fra il suonare con la sua band e uscire, ancora devastato da una precedente relazione, con la nuova ragazza, una collegiale più giovane di lui.
Quando entra in scena l'hipster Ramona, Scott s’innamora all’istante e si sente pronto a far di tutto pur di stare con lei. Questo tutto comprende una serie di scontri in stile picchia duro con i sette ex della ragazza, che gli si presentano quadro dopo quadro fino al boss finale.
Riuscirà questa serie di battaglie a far capire a Scott chi è e cosa vuole davvero?
Avevo apprezzato, senza strapparmi capelli e stracciare vesti, i due precedenti film di Edgar Wright: commedie godibilissime che mostravano, fra l’altro, una crescita tecnica e di gestione del ritmo (da Shaun of the dead a Hot Fuzz) non indifferente. Prima ancora, mi erano piaciuti i pochi episodi di Spaced che ero riuscito a vedere.
Condivido con Wright l’anagrafe, la formazione culturale, i videogiochi e tutta una serie di letture, ascolti e visioni.
Sono insomma il perfetto target, il pubblico di riferimento ideale per questo suo Scott Pilgrim vs the world.
Che è uno dei prodotti più vuoti, inutili, maschilisti, stupidi e insultanti che abbia visto negli ultimi anni.
La nostalgia, ahimè, oltre a essere canaglia, è anche spesso sintomo di fascismo (di qualsiasi stampo) e, perlomeno nella mia esperienza, ha sempre dettato scelte pessime sia nel sottoscritto che nella stragrande maggioranza delle persone che ho incontrato. Anche quando spinge alla citazione, all’omaggio o all’inno gioioso verso quanto erano fighi i giochini a 8 bit (ma no, grazie, preferisco quelli che escono ora, così come preferisco l'acqua calda, il computer e la lavatrice invece di scendere al fiume per lavare i panni con la cenere) è comunque robetta da poco e Wright non ha certo le doti titaniche per sfuggire al rischio di produrre una elegia elitaria invece che un'opera universale.
Altro sgradevole meccanismo è il flettere i muscoli in modo esagerato, rotopavonare dieci volte quando già al secondo giro la gente allo zoo si è voltata a guardare altre gabbie. Si tratta di un metodo deficitario anche per questioni di economia interna eh: sono otto giri sprecati che si potevano compiere in altre occasioni facendo stancare di meno tutti quanti.
Preso dallo sforzo di mostrare, Wright si dimentica di narrare e di costruire personaggi, coprendo il nulla sotto vuoto spinto di questo filmetto con una montagna di ammiccamenti, citazioni e furberie che tali rimangono sempre, senza mai fondersi ed elevarsi ad “altro”.
Atteso alla grande prova del popcorn, Wright sbatte contro gli statunitensi (e i canadesi) e rinuncia a ogni possibile sviluppo in fase di sceneggiatura, limitandosi a far ciacolare ai suoi pupazzi di cartapesta brutte frasette che non riescono nemmeno a star dietro alla già imbarazzante qualità di una Diablo Cody.
Atteggiamenti come questi ricordano molto da vicino l’impostazione di certa ssscrittura gggiovane che impera ogggigggiorno in Rete: recensori (e scrittori) che ogni due per tre ti fanno capire che loro, se volessero, potrebbero scrivere robe serie da far impallidire anche i critici e scrittori più accademici di tutti e che per loro il postmoderno, il cinismo e l’ironia sono scelte precise, rinnovate ogni giorno. Peccato che, alla verifica dei fatti, lo scimmiottamento e la risatella, l’innuendo e il rimpiattino televisivo e feticista sono le loro uniche, spuntate armi culturali e l’intero loro bagaglio dialettico-retorico.
Scott Pilgrim ci bombarda senza respiro con una serie di codici ripetitivi, così come ripetitiva è la struttura a scontri che può forse funzionare in un videogame, ma che in un film, privati della possibilità di salvare e ricaricare quando siamo un po’ più freschi e meno annoiati dalla reiterazione (che è patologia in tanti altri campi del vivere, ricordiamolo), dicevo, in un film provoca noia e, peggio ancora, senso di non-partecipazione allo spettacolo, di impossibilità di apportare qualcosa di nostro al fiume incessante di pugni, mazzate e pugnette.
Il bombardamento e la reiterazione continuano anche a livello di montaggio, incapace di adottare soluzioni miste e mirate a seconda del momento e rafforzando quindi il senso di assenza di narrazione.
Pensato per un pubblico di trentacinquenni, Scott Pilgrim è però sceneggiato, girato e montato per il quattordicenne d’oggi e potrebbe quindi avere doppia fortuna ai botteghini, poiché i primi conservano (e pensano pure sia ottima cosa) la forma mentale dei secondi: due piccioni con mezza fava insomma.
Il dato più drammatico fra tutti è quello di assistere, per 112 lunghissimi minuti, alla sfilata di un insieme di personaggi orribili.
Ragazzi vuoti, senza nessuna qualità intellettuale, emotiva, culturale, fisica o estetica, capaci solo di lamentarsi, subire e aggredire, egoisti ed egotisti in modo patologico.
Una carrellata di "eroi" che non riesci ad amare e di cattivoni che non riesci a odiare, un livello di partecipazione così basso che per forza di cose t’interessi di più al corredo, all’oggettistica, al merchandise: le magliette hanno più da dire di chi le indossa e trovo spaventoso che si riesca a provare empatia o, peggio ancora, immedesimazione verso tali buchi neri.
Vi è poi (ma tanto checcefrega, ormai Elvezio è fissato) un maschilismo così strisciante e insieme esibito che nemmeno nei campi estivi di certa destra USA: la donna è il premio per l’uomo che batte i sette boss e le tutte le altre dame di contorno devono applaudire e strabiliare se questo poverazzo (che loro, ehi, amano ancora eh) strimpella male il basso o ti obnubila il mesencefalo con insopportabili aneddoti su, tenetevi, Pac Man (so cool).
A casa mia questo non avrebbe speranza di scopare nemmeno con la più disperata del paese, ma nel villaggio fatato messo in piedi da Wright non solo questo rospo ne secca più di Casanova ma, al contrario di Casanova, riesce a farlo senza mai sforzo alcuno: è brutto come un comodino ikea, ha lo sterno carenato giusto buono per la rupe, non s’interessa alla compagna del momento, non sembra nemmeno interessato al sesso, non ha charme, premura, sensualità, empatia o cultura eppure, guarda caso, è pieno di donnine.
Sulla base di che???
Il maledetto cinema indie ci ha da sempre bombardato con questa retorica del bruttino nerd che ce la può fare anche con la più bella e intelligente della scuola. Retorica che può anche andare bene per mostrare che la bellezza non vale tutto nella vita, se non avesse la gigantesca falla di fondo che è SEMPRE il maschio a essere un fottuto rosporachitico di Plutone e a beccarsi la principessa, mai il contrario.
Le ragazze sono comunque sempre carine e fighettine, seppur nel modo decerebrato-hipster di moda negli ultimi anni: sarebbe interessante vedere una certa parità, a livello di numero di film sfornati, con storie nelle quali lei è quasi inguardabile e ha zero qualità in ogni campo (anzi, in molti casi è negativa) eppure esce con il damerino locale, ma le rare volte che ciò accade è per spunto comico.
Almeno in questo la media pellicola d’azione scema ha un bonazzo e una bonazza, è comunque un grado di parità superiore a questi obbrobri travestiti da manovre intelligenti e piene d’autocoscienza del proprio ruolo, autocoscienza che si esaurisce, mentre si esegue la centesima citazione, a guardare verso il pubblico e dire “sì, lo so che sto citando, quanto sono figo, vero?” No, non sei figo, stai solo citando, non produci nulla di tuo.
Aggiungete alla discarica alcune scene d’azione bruttine assai e una colonna sonora che spazia dall’ovvio (ma decente, Frank Black e qualche altro) all’orrido (tu quoque Beck?) e avrete la cifra finale di un filmetto che, a braccetto con Kick Ass, rappresenta al peggio l’indiepochezza.
Cool, epic, awesome pile of rubbish.
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domenica 14 novembre 2010
The Hold Steady - Stay Positive
Mi sono venuti in mente mentre ascoltavo i Gaslight Anthem in concerto e pensavo a chi altri, fuori dal genere-Springsteen, sia però influenzato (e molto) da Springsteen.
Gli Hold Steady lo sono, e al contempo raccolgo l'eredità di una scena hardcore punk ormai scomparsa.
E poi io, come loro, ho imparato alcune cose dai due gruppi che citano nel testo...
In più, ciliegina, hanno deciso di formarsi una sera, mentre stavano guardando The Last Waltz, tutto ciò e uber romantico!
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
I gotta lotta old friends that are gettin' back in touch
And it's a pretty good feelin, yeah it feels pretty good
I get a lotta double-takes when I'm comin' around the corners
And it's mostly pretty nice, yeah it's mostly pretty alright
'Cause most kids give me credit for being down with it
When it was back in the day, back when things were way different
When the Youth of Today and the early 7 Seconds
Taught me some of life's most valuable lessons
There's gonna come a time when the scene'll seem less sunny
It'll probably get druggy and the kids'll seem too skinny
There's gonna come a time when she's gonna have to go
With whoever's gonna get her the highest
There's gonna come a time when the true scene leaders
Forget where they differ and get big picture
'Cause the kids at the shows, they'll have kids of their own
The sing-along songs will be our scriptures
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
When the chaperone crowned us the king and the queen
I knew that we'd arrived at a unified scene
And all those little lambs from my dreams
Well, they were there too
'Cause it's one thing to start it with a positive jam
And it's another thing to see it all through
And we couldn't have even done this if it wasn't for you
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
Gli Hold Steady lo sono, e al contempo raccolgo l'eredità di una scena hardcore punk ormai scomparsa.
E poi io, come loro, ho imparato alcune cose dai due gruppi che citano nel testo...
In più, ciliegina, hanno deciso di formarsi una sera, mentre stavano guardando The Last Waltz, tutto ciò e uber romantico!
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
I gotta lotta old friends that are gettin' back in touch
And it's a pretty good feelin, yeah it feels pretty good
I get a lotta double-takes when I'm comin' around the corners
And it's mostly pretty nice, yeah it's mostly pretty alright
'Cause most kids give me credit for being down with it
When it was back in the day, back when things were way different
When the Youth of Today and the early 7 Seconds
Taught me some of life's most valuable lessons
There's gonna come a time when the scene'll seem less sunny
It'll probably get druggy and the kids'll seem too skinny
There's gonna come a time when she's gonna have to go
With whoever's gonna get her the highest
There's gonna come a time when the true scene leaders
Forget where they differ and get big picture
'Cause the kids at the shows, they'll have kids of their own
The sing-along songs will be our scriptures
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
When the chaperone crowned us the king and the queen
I knew that we'd arrived at a unified scene
And all those little lambs from my dreams
Well, they were there too
'Cause it's one thing to start it with a positive jam
And it's another thing to see it all through
And we couldn't have even done this if it wasn't for you
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
(Whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh, whoa-oh-oh-oh)
We gotta stay positive
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pretty good feelings,
X sul dorso
venerdì 12 novembre 2010
Andiamo a vedere Devil?
Nuovo appuntamento (e d'ora in poi posterò solo quelli riguardanti i film, visto che credo che per i concerti sia difficile mettersi d'accordo mentre il cinema ha dato ottimi risultati) per andare a vedere un film di demoni e vecchine.
Avevo già postato tempo fa, credo, il trailer e sì, credo che nessuno di noi sia convinto a fondo di questo film ma suppongo anche che non possa essere peggio dell'enorme delusione riservata da Buried.
Ci sono questi tizi chiusi in ascensore e pare che uno di loro sia il Diavolo, accipicchia!
Possiamo vederci prima per una pizza o direttamente al cinema e comuqnue prima di entrare in sala ognuno punterà i suoi cinque euro su chi secondo lui sarà il Diavolo, però non vale scaricare il film prima o leggere gli spoiler.
Seriamente, vediamo di trovare una sera della prossima settimana che vada bene a tutti e cerchiamo di adattarci a chi ha più casini e orari e obblighi e doveri.
Io per esempio ho qualche impegno ma per fortuna posso spostarli di sera in sera quindi a me va bene qualsiasi giorno, se possibile non di martedì, tutto il resto della settimana è ok.
Sale: poche e di merda come al solito ma pazienza, tanto saranno tutti ammassati a vedere il film su facebook quindi non dovrebbero esserci troppi cagacazzi in giro...
Ducale (mai stato al Ducale, assurdo!) - Piazza Napoli 27 ore 20.00 e 22.30
Uci Cinemas Bicocca - Viale Sarca 336 - ore 20.30 e 22.30
Uci Cinemas Certosa - Via Stephenson 29 - ore 20.40 e 22.50
Date preferenze e orari per prossima settimana e cerchiamo di accordarci!
Dopo aver visto il trailer in inglese, noto che il film è stato doppiato, come dire, non proprio bene...
Alcune frasi potranno far storia del ridicolo involontario, siate pronti.
Avevo già postato tempo fa, credo, il trailer e sì, credo che nessuno di noi sia convinto a fondo di questo film ma suppongo anche che non possa essere peggio dell'enorme delusione riservata da Buried.
Ci sono questi tizi chiusi in ascensore e pare che uno di loro sia il Diavolo, accipicchia!
Possiamo vederci prima per una pizza o direttamente al cinema e comuqnue prima di entrare in sala ognuno punterà i suoi cinque euro su chi secondo lui sarà il Diavolo, però non vale scaricare il film prima o leggere gli spoiler.
Seriamente, vediamo di trovare una sera della prossima settimana che vada bene a tutti e cerchiamo di adattarci a chi ha più casini e orari e obblighi e doveri.
Io per esempio ho qualche impegno ma per fortuna posso spostarli di sera in sera quindi a me va bene qualsiasi giorno, se possibile non di martedì, tutto il resto della settimana è ok.
Sale: poche e di merda come al solito ma pazienza, tanto saranno tutti ammassati a vedere il film su facebook quindi non dovrebbero esserci troppi cagacazzi in giro...
Ducale (mai stato al Ducale, assurdo!) - Piazza Napoli 27 ore 20.00 e 22.30
Uci Cinemas Bicocca - Viale Sarca 336 - ore 20.30 e 22.30
Uci Cinemas Certosa - Via Stephenson 29 - ore 20.40 e 22.50
Date preferenze e orari per prossima settimana e cerchiamo di accordarci!
Dopo aver visto il trailer in inglese, noto che il film è stato doppiato, come dire, non proprio bene...
Alcune frasi potranno far storia del ridicolo involontario, siate pronti.
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giovedì 11 novembre 2010
Attualità di Bianciardi (1 di 3) – Il Libro
Tre appuntamenti settimanali con Luciano Bianciardi e alcuni estratti da sue opere: la scelta degli pezzi è dettata da discussioni e avvenimenti di questi ultimi mesi che paiono “nuovi” e “urgenti” e che invece erano già vecchi cinquanta e più anni fa, come si potrà notare leggendo quello che, insieme a Mastronardi, ritengo uno dei più grandi autori italiani del secolo passato, capace fra l'altro di vivere con coerenza e pagare sulla pelle (l'impossibilità di abituarsi al lavoro presso Feltrinelli, il rifiuto alle proposte di Montanelli) certe sue idee.
Questo giovedì tocca a libri e scrittori...
da Il lavoro culturale (1957):
Dal meridione venne Simonetta, un salernitano grasso, con i baffi: aveva sposato una ragazza della nostra città, e gli avevano trovato quella sistemazione, come responsabile del lavoro culturale. Per prima cosa si fece compilare un elenco degli intellettuali cittadini, degli avvocati, dei medici, degli insegnanti, dei professionisti, e andò a presentarsi a tutti. A Marcello strinse la mano con calore, ed entrò subito in argomento: “Come forse lei sa,” gli disse, “c'è oggi in Italia la crisi del libro.”
(… segue breve excursus storico su libro e invenzione stampa, ometto...)
Con l'invenzione della stampa, con l'uso della carta come materia scrittoria, con il successivo enorme progresso dell'arte e dell'industria grafica, è cominciata e si è andata aggravando la crisi del libro.
Infatti, se al tempo degli amanuensi la scrittura di un libro dipendeva direttamente dalla richiesta dei lettori, più tardi, crescendo enormemente la tiratura, grazie alla stampa meccanica, è diventato molto più difficile trovare un numero di lettori pari al numero crescente delle copie stampate. Nell'antichità era il lettore che cercava il libro mentre oggi il rapporto si è invertito: il libro cerca il lettore.
In Italia la crisi è complicata dal fatto che moltissimi scrivono e pochissimi leggono. Ogni anno in Italia diecimila persone danno alle stampe le loro opere, e se si tiene presente che un solo libro viene stampato, su cento che arrivano manoscritti sul tavolo di un editore, ne risulterà che abbiamo in Italia un numero altissimo di scrittori, fra editi e inediti: circa un milione, o anche di più. Forse il numero degli scrittori è pari a quello degli analfabeti, e fors'anche il problema dell'analfabetismo si potrebbe risolvere imponendo a ciascun autore d'insegnare a leggere a un analfabeta, servendosi del suo libro inedito come di un sillabario.
Ripeto: scriveva queste cose nel 1957...
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Analfabetismo di andata,
Bianciardi,
Deforestazione
martedì 9 novembre 2010
Black Death (2010)
BLACK DEATH
2010, UK/Germania, colore, 97 minuti
Regia: Christopher Smith
Soggetto/Sceneggiatura: Dario Poloni
Produzione: Egoli Tossel Film
Inghilterra, 1357: la peste bubbonica ha messo in ginocchio città e campagne e nulla sembra sfuggire al suo mortale contagio. Nemmeno conventi e luoghi di culto paiono ormai al sicuro, tanto che un novizio, Osmund si sente costretto a consigliare la fuga a una ragazza, Averill, che vive nel villaggio vicino e con la quale ha una relazione segreta.
Osmund la spedisce lontano, verso i boschi della zona in cui è nato, sperando che Dio gli mandi un segno per capire se il suo posto è ancora fra gli uomini di culto. Tale segno arriva sotto forma di Ulric e i suoi mercenari: la Chiesa ha appreso dell’esistenza di un villaggio, nel fitto dei boschi, che non è toccato dall’epidemia e vuole indagare.
Osmund, nella speranza di rivedere la sua amata, si offre come guida e, dopo alcune peripezie e scontri, il gruppo arriverà nel villaggio in questione, una comunità guidata da due leader, Hob e Langiva, che non sembrano avere un grande rispetto per la Chiesa…
Dario Poloni ci ha già regalato l’interessante Wilderness e Christopher Smith, dopo l’incerto Creep, ha aggiustato la mira con Severance e Triangle: aggiungete al mix una produzione di marca europea e diventa quasi inevitabile che il risultato del loro incontro sia un film più che dignitoso.
O almeno questo pensavo prima di cominciare a godermi un Black Death che supera ogni aspettativa e entra di diritto nel ristretto gruppo delle pellicole perturbanti da salvare in questo misero 2010.
Posso flettere alcuni miei iperbolici muscoletti comparativi e cianciare di Black Death come la tanto agognata, attesa, spasmodicata Sottile Linea Nera?
Eh sì, perché quando Osmund (un Eddie Redmayne che a Caviezel ci assomiglia pure un po', canotti labiali permettendo...) si aggira insieme a un branco di soldati dell'epoca, in cerca di sensi e segni, vagando per una natura ondivaga fra indifferenza e aperta ostilità, beh, scemo io, ma non sono riuscito a bloccare un memnorigurgito del capolavoro di Malick, virato in chiave anglo-goth-misoginist.
E, visto che stiamo risalendo un ipotetico fiume Congo di celluloide e orrore, tanto vale sbrodolarsi addosso e spoilerare (caveat pavidus) che una certa trasformazione che avviene a un dato punto della vicenda ha più di una eco kurtziana, seppur a tinte grandinquisitoriali, e ho forse già detto troppo...
Ho nominato abbastanza titoli “a crescimmano di coyote” o c'è spazio per sbanfare ancora un po' e tirare fuori l'inevitabile e corretto (anche in quanto inevitabile) richiamo al Wicker Man?
No eh, perché il villaggio dove vanno a finire i nostri intrepidi eroi sarebbe piaciuto un sacco a Robin Hardy, sebbene non si possa certo dire che né intenti, né forma o esiti siano gli stessi del suo capolavoro.
Cercando di rientrare nei ranghi e spegnere l'entusiasmo per una pellicola che, pur soffrendo di inevitabili (quindi corretti, no?) difetti, giunge al momento giusto per impedirmi di ululare per la nefrite causata da troppi titoli di merda; non posso far altro che raccomandarvi un film che ha la saggezza di cominciare a parlarvi di peste e monaci risparmiandovi tantissime ovvietà (topi e cadaveri tenuti al minimo sindacale, purtroppo compaiono ogni tanto quei nasuti che portano via i morti ma pazienza, persino monaci e soldati stanno più calmi di quanto si possa chiedere a una pellicola ambientata nel 1357...) per concentrarsi invece sulle persone e su quel che combina loro, spiritualmente e fisicamente, la peste nera.
Viaggio e cambiamenti, quindi, con qualche concessione a quei terreni familiari come le pantofole che tenete vicino all'ingresso (ovvero le prevedibili caratterizzazioni dei vari mercenari, dal silenzioso al pazzo, dal piacione al leader), concessioni che però servono a preparare il terreno per quando i supersoldati di Cristo (o del Soldo) arriveranno in territorio ultrapagano e si scontreranno con una comunità che più che alla Vita Eterna pare interessata a qualche Bella Decade qui in Terra.
Bravo, forse bravissimo Sean Bean (oh, ma in quanti ottimi, ottimi lavori di tensione, ansia e terrore ha ficcato il naso questo Boromir del South Yorkshire? Vogliamo svegliarci e costituire uno Sean Bean Fun Club?) a lasciare spazio al fraticello sperso in cerca di segni, donne, streghe o quel che crede, costruendo minuto dopo minuto una stupenda spalla seria e pia laddove molti altri attori non avrebbero saputo resistere e avrebbero sgomitato per rosicchiare spazio e scena a compagni meno esperti.
Che poi, in un film che ha una terribile fame di caratteristi cattivi e decisi, compagni meno esperti non ne troviamo tanti, e dal gruppo si stacca di prepotenza, ben prima dell'assurdo e allucinante Mortirolo degli ultimi minuti, tale John Lynch che avevo già visto prezzemolato in molte pellicole ma che più che altro continuo ad associare, di ruota in palla, all'eroe assoluto e idolo sempiterno, ovvero quel George Best da lui intepretato alla grande nell'ormai pleistocenico 2000.
Ottimi attori, natura matrigna quanto basta, partenze e arrivi meno scontati di quel che possiamo aspettarci, pulzelle che non sai mai se sono streghe o contadinelle (ma mai sante o puttane, per fortuna), zero pulci, nessun corvo, pochi topi e gli untori sbrigati nei primi minuti: cosa volete di più da un film sulla peste nera (ma è poi davvero sulla peste?) prodotto con i soldi del cestino della merenda di Tom Hanks?
Ah sì, giusto, il maledetto dovere dovrebbe spingermi a parlare di scontro fra Fede e Intelletto o Sensi e Raziocinio, di gran lotta polarizzata intorno all'anima e cuore di un uomo combattuto, di genere e ruolo della Donna/Strega e dei supposti guasti del fondamentalismo religioso, ma oggi sono troppo contento di essere inciampato quasi per caso in un ottimo film e non me la sento di massimisistemizzare, lasciamolo ai critici seri e in seria fregola.
Guardatevi Black Death, godetevi il bel finale senza sfocalizzare il viaggio che è bello importante anche lui e ripensate agli sviluppi e agli esiti.
C'è un impiccato, da qualche parte lungo il film, che ancora mi irradia qualche brivido al solo pensiero.
Buona visione, mettete un fazzoletto sul viso che in questa stagione basta un attimo a buscarsi una peste nera, uno spiffero, un uscio socchiuso, per non parlare della maledetta aria condizionata e del clima equatoriale che c'è a Milano da ottobre a marzo...
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Filmato:
2010, UK/Germania, colore, 97 minuti
Regia: Christopher Smith
Soggetto/Sceneggiatura: Dario Poloni
Produzione: Egoli Tossel Film
Inghilterra, 1357: la peste bubbonica ha messo in ginocchio città e campagne e nulla sembra sfuggire al suo mortale contagio. Nemmeno conventi e luoghi di culto paiono ormai al sicuro, tanto che un novizio, Osmund si sente costretto a consigliare la fuga a una ragazza, Averill, che vive nel villaggio vicino e con la quale ha una relazione segreta.
Osmund la spedisce lontano, verso i boschi della zona in cui è nato, sperando che Dio gli mandi un segno per capire se il suo posto è ancora fra gli uomini di culto. Tale segno arriva sotto forma di Ulric e i suoi mercenari: la Chiesa ha appreso dell’esistenza di un villaggio, nel fitto dei boschi, che non è toccato dall’epidemia e vuole indagare.
Osmund, nella speranza di rivedere la sua amata, si offre come guida e, dopo alcune peripezie e scontri, il gruppo arriverà nel villaggio in questione, una comunità guidata da due leader, Hob e Langiva, che non sembrano avere un grande rispetto per la Chiesa…
Dario Poloni ci ha già regalato l’interessante Wilderness e Christopher Smith, dopo l’incerto Creep, ha aggiustato la mira con Severance e Triangle: aggiungete al mix una produzione di marca europea e diventa quasi inevitabile che il risultato del loro incontro sia un film più che dignitoso.
O almeno questo pensavo prima di cominciare a godermi un Black Death che supera ogni aspettativa e entra di diritto nel ristretto gruppo delle pellicole perturbanti da salvare in questo misero 2010.
Posso flettere alcuni miei iperbolici muscoletti comparativi e cianciare di Black Death come la tanto agognata, attesa, spasmodicata Sottile Linea Nera?
Eh sì, perché quando Osmund (un Eddie Redmayne che a Caviezel ci assomiglia pure un po', canotti labiali permettendo...) si aggira insieme a un branco di soldati dell'epoca, in cerca di sensi e segni, vagando per una natura ondivaga fra indifferenza e aperta ostilità, beh, scemo io, ma non sono riuscito a bloccare un memnorigurgito del capolavoro di Malick, virato in chiave anglo-goth-misoginist.
E, visto che stiamo risalendo un ipotetico fiume Congo di celluloide e orrore, tanto vale sbrodolarsi addosso e spoilerare (caveat pavidus) che una certa trasformazione che avviene a un dato punto della vicenda ha più di una eco kurtziana, seppur a tinte grandinquisitoriali, e ho forse già detto troppo...
Ho nominato abbastanza titoli “a crescimmano di coyote” o c'è spazio per sbanfare ancora un po' e tirare fuori l'inevitabile e corretto (anche in quanto inevitabile) richiamo al Wicker Man?
No eh, perché il villaggio dove vanno a finire i nostri intrepidi eroi sarebbe piaciuto un sacco a Robin Hardy, sebbene non si possa certo dire che né intenti, né forma o esiti siano gli stessi del suo capolavoro.
Cercando di rientrare nei ranghi e spegnere l'entusiasmo per una pellicola che, pur soffrendo di inevitabili (quindi corretti, no?) difetti, giunge al momento giusto per impedirmi di ululare per la nefrite causata da troppi titoli di merda; non posso far altro che raccomandarvi un film che ha la saggezza di cominciare a parlarvi di peste e monaci risparmiandovi tantissime ovvietà (topi e cadaveri tenuti al minimo sindacale, purtroppo compaiono ogni tanto quei nasuti che portano via i morti ma pazienza, persino monaci e soldati stanno più calmi di quanto si possa chiedere a una pellicola ambientata nel 1357...) per concentrarsi invece sulle persone e su quel che combina loro, spiritualmente e fisicamente, la peste nera.
Viaggio e cambiamenti, quindi, con qualche concessione a quei terreni familiari come le pantofole che tenete vicino all'ingresso (ovvero le prevedibili caratterizzazioni dei vari mercenari, dal silenzioso al pazzo, dal piacione al leader), concessioni che però servono a preparare il terreno per quando i supersoldati di Cristo (o del Soldo) arriveranno in territorio ultrapagano e si scontreranno con una comunità che più che alla Vita Eterna pare interessata a qualche Bella Decade qui in Terra.
Bravo, forse bravissimo Sean Bean (oh, ma in quanti ottimi, ottimi lavori di tensione, ansia e terrore ha ficcato il naso questo Boromir del South Yorkshire? Vogliamo svegliarci e costituire uno Sean Bean Fun Club?) a lasciare spazio al fraticello sperso in cerca di segni, donne, streghe o quel che crede, costruendo minuto dopo minuto una stupenda spalla seria e pia laddove molti altri attori non avrebbero saputo resistere e avrebbero sgomitato per rosicchiare spazio e scena a compagni meno esperti.
Che poi, in un film che ha una terribile fame di caratteristi cattivi e decisi, compagni meno esperti non ne troviamo tanti, e dal gruppo si stacca di prepotenza, ben prima dell'assurdo e allucinante Mortirolo degli ultimi minuti, tale John Lynch che avevo già visto prezzemolato in molte pellicole ma che più che altro continuo ad associare, di ruota in palla, all'eroe assoluto e idolo sempiterno, ovvero quel George Best da lui intepretato alla grande nell'ormai pleistocenico 2000.
Ottimi attori, natura matrigna quanto basta, partenze e arrivi meno scontati di quel che possiamo aspettarci, pulzelle che non sai mai se sono streghe o contadinelle (ma mai sante o puttane, per fortuna), zero pulci, nessun corvo, pochi topi e gli untori sbrigati nei primi minuti: cosa volete di più da un film sulla peste nera (ma è poi davvero sulla peste?) prodotto con i soldi del cestino della merenda di Tom Hanks?
Ah sì, giusto, il maledetto dovere dovrebbe spingermi a parlare di scontro fra Fede e Intelletto o Sensi e Raziocinio, di gran lotta polarizzata intorno all'anima e cuore di un uomo combattuto, di genere e ruolo della Donna/Strega e dei supposti guasti del fondamentalismo religioso, ma oggi sono troppo contento di essere inciampato quasi per caso in un ottimo film e non me la sento di massimisistemizzare, lasciamolo ai critici seri e in seria fregola.
Guardatevi Black Death, godetevi il bel finale senza sfocalizzare il viaggio che è bello importante anche lui e ripensate agli sviluppi e agli esiti.
C'è un impiccato, da qualche parte lungo il film, che ancora mi irradia qualche brivido al solo pensiero.
Buona visione, mettete un fazzoletto sul viso che in questa stagione basta un attimo a buscarsi una peste nera, uno spiffero, un uscio socchiuso, per non parlare della maledetta aria condizionata e del clima equatoriale che c'è a Milano da ottobre a marzo...
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domenica 7 novembre 2010
Cosa pensate di Howard Phillips Lovecraft?
Proseguo con una serie di post che fino a questo punto mi ha riservato (anzi, credo “ci” abbia riservato) grandi soddisfazioni.
Ho già avuto modo di chiedervi un parere su autori come Stephen King o Fritz Leiber e, scendendo più nel particolare, di alcune opere quali Shining.
Ora tocca a Howard Phillips Lovecraft ed è post ad altissimo rischio di retorica, forse ancora più di quello riguardante Stephen King, vuoi perché il volume critico riguardante questo autore sviluppatosi nel corso dei decenni è ormai enorme, vuoi perché è facilissimo, con Lovecraft, cadere dentro certi schematismi.
Come al solito mi astengo dal dire la mia, ma questa volta, a rischio di condizionare seppur di poco i vostri interventi, avrei delle richieste da avanzare.
Per favore, per quanto possibile, astenetevi da commenti politici.
Ci hanno turbasfaltato i testicoli con "Lovecraft di destra no Lovecraft di sinistra", quasi a livelli tolkeniani, e preferirei lasciare la questione agli onanisti professionisti: noi accontentiamoci di un livello amatoriale, ok?
Parimenti, tenderei a parlare poco o nulla della sfera privata, importante quanto si vuole ma di scarso interesse ai fini di questo post.
Rimaniamo sulle opere e su quello che esse hanno rappresentato prima di tutto PER VOI.
Sono molto curioso, più di quanto lo fossi per King o Leiber: stupitemi!
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Lovercraft
venerdì 5 novembre 2010
Facetwitting...
Come detto qualche tempo fa, ho tolto i widget che evidenziavano la mia posizione nelle classifiche di Wikio, e li ho tolti per fortuna in tempi non sospetti, quando ero molto in alto, nelle prime dieci posizioni.
Continuo a pensare che a Wikio stiano facendo, per certi versi, un OTTIMO lavoro ma, come specificato in occasione del post, non mi piace apparire in classifiche, specie in classifiche che, come precisato dai collaboratori di wikio, valorizzano di più la capacità di dare e ottenere link e segnalazioni piuttosto che il contenuto e i commenti dei post.
Si tratta di una logica che è lontana da me per metodi e scopi.
Ho però pensato di inserire, a fine di ogni post, dei pulsanti che permettano di diffondere su alcuni social network il contenuto dei miei interventi.
Non possiedo un account Facebook o Tweet ma li ritengo entrambi ottimi mezzi e sono molti gli user che li sanno usare con giudizio e spesso ne sento parlare bene da gente che stimo e che penso ne capisca qualcosa di Rete, quindi perché no?
Offro a chi vuole una scorciatoia per ri-pubblicare dei contenuti di questo sito.
Ovvero questa Malpercasa nelle vostre belle case.
Fatelo comunque a ragion veduta: anche se non posso vederli, i pollici in su e gli "i like" un tanto al chilo non mi sembrano la cosa più significativa del mondo.
I pulsanti in questione sono molto discreti e li potete notare in fondo ai vari post dopo la scritta "pubblicato da..."
Have fun, spread the disease!
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Open House (2010)
OPEN HOUSE
2010, USA, colore, 88 minuti
Regia: Andrew Paquin
Soggetto/Sceneggiatura: Andrew Paquin
Produzione: StoneBrook Entertainment e Sycophant Films
Alice e Josh stanno divorziando e di conseguenza intendono mettere in vendita la loro villa.
Arrivano Licia, una femme fatale aggressiva e sensuale e David, un biondo calmo e allucinato: uccidono un’amica di Alice e prendono possesso della casa, sterminando man mano chiunque entri nella magione e fingendo di essere una coppia ospite di Alice.
I due attuano un torbido gioco nel quale Licia seduce le vittime mentre è ripresa da un sempre più stranito David, per poi assassinare i malcapitati di turno.
Ma quel che Licia, che sembra dominare il suo compagno, non sa è che David ha risparmiato Alice e la tiene prigioniera in casa, facendola uscire quando Licia è assente.
L’innamoramento di David per Alice creerà il crollo della delicata bilancia emotiva che tiene insieme la coppia di assassini, fino a quando…
Sì, Andrew Paquin è il fratellone di Anna Paquin e sì, Anna cerca di favorire il parentame comparendo nella pellicola per alcuni minuti, in modo da permettere maggior lancio pubblicitario a un film che è stato comunque trattato malissimo in sede distributiva e finirà per prendere, purtroppo, polvere sugli scaffali mentre meriterebbe una visione in virtù di alcuni pregi.
Uno dei principali punti di forza dell’esordiente Paquin è la gestione del ritmo narrativo: uno sviluppo colloso che gli permette di costruire i suoi personaggi con maggiore efficacia rispetto alla poltiglia di celluloide che affolla il campo e che, proprio in quanto lemme lemme, quando decide di estrarre il coltellaccio e cavare il sangue ci butta giù dal letto nel quale l’andamento sonnacchioso ci stava cullando fino a un secondo prima.
Paquin si prende tutto il tempo necessario per sgrezzare personaggi e situazioni, relazioni e contrasti e nel farlo è aiutato da un cast superiore a quanto ci si aspetta di solito per produzioni di questo calibro: Tricia Helfer (Battlestar Galactica) gigioneggia un po’ troppo a impersonare la cattiva e svitata Licia ma riscatta le sbavature con alcune scene di sesso più sensuali e meno scontate della media e con una buona verve capace di mischiare erotismo, follia e perfidia mentre Brian Geraghty è spalla perfetta, vera rivelazione del film e attore da tenere sempre più d’occhio.
Il suo David pare una giovane pentola a pressione ariana e non lo inviterei nemmeno a un drink in un locale con trecento persone attorno: perfetto controllo di corpo e volto, saprà regalarci ancora parecchi ruoli interessanti.
Il resto del cast è all’altezza dei due protagonisti e l’ottimo lavoro sugli interni di Mercedes Blackehart e G. Andrew Hussey permette a Joseph White di esaltare le sue già buone credenziali come direttore della fotografia (un curriculum di titoli “forti” in continuo crescendo) variando fra soluzioni calde o fredde, ma sempre molto nitide e poco manipolate, secondo le esigenze narrative.
White “pulisce” un set già immacolato e trasforma la casa in qualcosa che non è mai “vissuto” dai protagonisti, rafforzando la sensazione di transitorietà di un ambiente messo in vendita che non ha ancora trovato un nuovo proprietario.
Un direttore della fotografia che capisce il senso di una narrazione e lo rafforza tramite il suo operato è quanto di meglio si possa pretendere dall'arte cinematografica.
I personaggi sembrano vagare più per un albergo che per una casa: un albergo dove siete inseguiti da un gruppo di folli addetti alla pulizia che spolverano ogni vostro passo, un albergo dove il direttore controlla persino traiettorie e impatti delle gocce di sangue, cercando di organizzare gli spruzzi in modo composto, che non diano fastidio agli ospiti, please die quietly…
Ma gli interni offrono anche a Paquin ampie occasioni per divertirsi sia con la simmetria sia, in generale, con la geometria dei volumi in una serie d’inquadrature molto composte che fanno risaltare (come da titolo) la casa quale attore aggiunto, legno e marmi sensuali quanto la carne.
Buoni gli scoppi di violenza, fra i più efficaci fra quelli visti di recente in un cinema che di solito pecca in eccesso, finendo con l’anestetizzare l’audience quando invece Open House gioca a rimpiattino con pugni, cinghiate e coltelli, ora mostrando ora nascondendo e mettendo fuori scena sangue e cattiverie, finendo così con il titillare e shockare più di tante altre pellicole.
Ci sono, e va detto prima che si finisca con il pensare di trovarsi di fronte a un ottimo lavoro, parecchie pecche, alcune delle quali particolari e riguardanti la sceneggiatura (la rivelazione della relazione fra i due assassini è robotelecomandata qualche anno luce prima e non giunge certo come sorpresa, ci sono poi parecchi fossi e dossi logici evitati accelerando con noncuranza, non si guida così...) altri generali che concernono l’ideazione di questo tipo di film, con, come in altri casi, un debito eccessivo sviluppato nei confronti di patriarchi quali Funny Games vuoi per il tono che per certe scelte estetiche.
Bruttino anche il finale, ma questo è un problema di gran parte del cinema in generale.
Ma si tratta di difetti accettabili a fronte dei pregi che mi spingono a raccomandare la visione di Open House con il solito caveat spectator del non pretendere nulla di eccezionale, non sono i tempi giusti per tali aspettative…
Si prospetta una carriera interessante per Andrew Paquin, specie se saprà scegliere qualche collaboratore in gamba che possa aiutarlo nello sviluppo delle idee di sceneggiatura.
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Filmato:
2010, USA, colore, 88 minuti
Regia: Andrew Paquin
Soggetto/Sceneggiatura: Andrew Paquin
Produzione: StoneBrook Entertainment e Sycophant Films
Alice e Josh stanno divorziando e di conseguenza intendono mettere in vendita la loro villa.
Arrivano Licia, una femme fatale aggressiva e sensuale e David, un biondo calmo e allucinato: uccidono un’amica di Alice e prendono possesso della casa, sterminando man mano chiunque entri nella magione e fingendo di essere una coppia ospite di Alice.
I due attuano un torbido gioco nel quale Licia seduce le vittime mentre è ripresa da un sempre più stranito David, per poi assassinare i malcapitati di turno.
Ma quel che Licia, che sembra dominare il suo compagno, non sa è che David ha risparmiato Alice e la tiene prigioniera in casa, facendola uscire quando Licia è assente.
L’innamoramento di David per Alice creerà il crollo della delicata bilancia emotiva che tiene insieme la coppia di assassini, fino a quando…
Sì, Andrew Paquin è il fratellone di Anna Paquin e sì, Anna cerca di favorire il parentame comparendo nella pellicola per alcuni minuti, in modo da permettere maggior lancio pubblicitario a un film che è stato comunque trattato malissimo in sede distributiva e finirà per prendere, purtroppo, polvere sugli scaffali mentre meriterebbe una visione in virtù di alcuni pregi.
Uno dei principali punti di forza dell’esordiente Paquin è la gestione del ritmo narrativo: uno sviluppo colloso che gli permette di costruire i suoi personaggi con maggiore efficacia rispetto alla poltiglia di celluloide che affolla il campo e che, proprio in quanto lemme lemme, quando decide di estrarre il coltellaccio e cavare il sangue ci butta giù dal letto nel quale l’andamento sonnacchioso ci stava cullando fino a un secondo prima.
Paquin si prende tutto il tempo necessario per sgrezzare personaggi e situazioni, relazioni e contrasti e nel farlo è aiutato da un cast superiore a quanto ci si aspetta di solito per produzioni di questo calibro: Tricia Helfer (Battlestar Galactica) gigioneggia un po’ troppo a impersonare la cattiva e svitata Licia ma riscatta le sbavature con alcune scene di sesso più sensuali e meno scontate della media e con una buona verve capace di mischiare erotismo, follia e perfidia mentre Brian Geraghty è spalla perfetta, vera rivelazione del film e attore da tenere sempre più d’occhio.
Il suo David pare una giovane pentola a pressione ariana e non lo inviterei nemmeno a un drink in un locale con trecento persone attorno: perfetto controllo di corpo e volto, saprà regalarci ancora parecchi ruoli interessanti.
Il resto del cast è all’altezza dei due protagonisti e l’ottimo lavoro sugli interni di Mercedes Blackehart e G. Andrew Hussey permette a Joseph White di esaltare le sue già buone credenziali come direttore della fotografia (un curriculum di titoli “forti” in continuo crescendo) variando fra soluzioni calde o fredde, ma sempre molto nitide e poco manipolate, secondo le esigenze narrative.
White “pulisce” un set già immacolato e trasforma la casa in qualcosa che non è mai “vissuto” dai protagonisti, rafforzando la sensazione di transitorietà di un ambiente messo in vendita che non ha ancora trovato un nuovo proprietario.
Un direttore della fotografia che capisce il senso di una narrazione e lo rafforza tramite il suo operato è quanto di meglio si possa pretendere dall'arte cinematografica.
I personaggi sembrano vagare più per un albergo che per una casa: un albergo dove siete inseguiti da un gruppo di folli addetti alla pulizia che spolverano ogni vostro passo, un albergo dove il direttore controlla persino traiettorie e impatti delle gocce di sangue, cercando di organizzare gli spruzzi in modo composto, che non diano fastidio agli ospiti, please die quietly…
Ma gli interni offrono anche a Paquin ampie occasioni per divertirsi sia con la simmetria sia, in generale, con la geometria dei volumi in una serie d’inquadrature molto composte che fanno risaltare (come da titolo) la casa quale attore aggiunto, legno e marmi sensuali quanto la carne.
Buoni gli scoppi di violenza, fra i più efficaci fra quelli visti di recente in un cinema che di solito pecca in eccesso, finendo con l’anestetizzare l’audience quando invece Open House gioca a rimpiattino con pugni, cinghiate e coltelli, ora mostrando ora nascondendo e mettendo fuori scena sangue e cattiverie, finendo così con il titillare e shockare più di tante altre pellicole.
Ci sono, e va detto prima che si finisca con il pensare di trovarsi di fronte a un ottimo lavoro, parecchie pecche, alcune delle quali particolari e riguardanti la sceneggiatura (la rivelazione della relazione fra i due assassini è robotelecomandata qualche anno luce prima e non giunge certo come sorpresa, ci sono poi parecchi fossi e dossi logici evitati accelerando con noncuranza, non si guida così...) altri generali che concernono l’ideazione di questo tipo di film, con, come in altri casi, un debito eccessivo sviluppato nei confronti di patriarchi quali Funny Games vuoi per il tono che per certe scelte estetiche.
Bruttino anche il finale, ma questo è un problema di gran parte del cinema in generale.
Ma si tratta di difetti accettabili a fronte dei pregi che mi spingono a raccomandare la visione di Open House con il solito caveat spectator del non pretendere nulla di eccezionale, non sono i tempi giusti per tali aspettative…
Si prospetta una carriera interessante per Andrew Paquin, specie se saprà scegliere qualche collaboratore in gamba che possa aiutarlo nello sviluppo delle idee di sceneggiatura.
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giovedì 4 novembre 2010
Ricessare il fuoco...
Anticipo di un due mesi alcune righe che avrei voluto scrivere a fine anno e lo faccio perché durante la scorsa settimana alcuni post molto interessanti e per buona parte condivisibili che ho letto presso blog che visito spesso, oltre ad alcuni commenti pubblici e mail private, hanno agito da primo catalizzatore.
E il secondo catalizzatore è stato Re Ratto che, in un commento a una recente recensione, ha scritto una cosa del tipo “oh, finalmente sono tornate le recensioni”.
Ha ragione: servono più recensioni e articoli su romanzi e film e meno fuffa.
In realtà speravo di tirare per le lunghe e fare il pigro fino a fine dicembre (sul lavoro questi due mesi saranno un Inferno e un inferno) ma mi rimboccherò le maniche e vedrò di tornare a sfornare prima, facciamo da venerdì prossimo, cioè domani, che dite?
Quindi mi serve un post di chiusura che sancisca il distacco definitivo da certe cose, è una esigenza ossessiva e scaramantica, lo so, tipo iniziare la dieta il lunedì e quelle cose lì. Io lo faccio di giovedì.
Sono andato a controllare quante volte io abbia parlato di letteratura e cinema italiani da Orvieto (aprile scorso) in poi: nonostante i buoni propositi so bene di non essere la persona più ferma e decisa del mondo e temevo (no, meglio, ero sicuro) di incappare in qualche brutta sorpresa.
La risposta è: appena quattro post da allora.
Il 2,8%!!!
Oltre ogni ottimistica previsione e a questo punto posso davvero sperare, a prescindere dai buoni propositi che possono essere come quelli del fumatore incallito, di riuscire a non parlarne del tutto dal prossimo anno in poi. Da domani in poi. I numeri non mentono e danno fiducia.
Il Festival di Orvieto è stato l'anno zero, quel che ha provocato in me una reale rottura, epifania e agnizione tutte insieme, come quelle buste sorpresa che compravamo tanto tempo fa e ci trovavi il giornalino de I Difensori, un ragno di gomma e i fumetti di guerra.
Devo essere contento e grato a Orvieto, alle tante magagne dubbie e a come si sono comportati alcuni grossi siti, grato al silenzio che si è spalmato per la blogosfera italica durante quei giorni perché altrimenti mi sarei, conoscendomi, trascinato per polemiche e scontri sterili per ancora anni e anni..
Passati alcuni mesi dalla triste vicenda, posso azzardare uno sguardo distaccato.
A conclusione di Orvieto mi sono sentito saturo, sfinito, disgustato e sfruttato.
Saturo di tutta questa merda che imperversa nei ristrettissimi ambienti della narrativa di genere italiana (l'horror è messo più o meno come il fantasy, per fortuna ha meno baby scrittori ma anche un giro d'affari assai minore).
Sfinito dai mulini a vento, dall'inutilità del denunciare marciume e inettitudine dei vari Interminelli che la popolano a una moltitudine di fruitori (i cosiddetti “scena” e “pubblico”) che fanno spallucce e ai quali in fondo (e anche su su, in superficie) questo sistema di cose va più che bene e ci sguazzano al caldo (che, come Dante insegna, la merda è bella calda: un lato positivo c'è!).
Disgustato dal fatto che in pochissimi fra quelli che contano se la sono sentita di uscire allo scoperto ed esporsi, giusto Nocturno e qualche blogger.
Sfruttato da quelli che hanno ghignato e goduto a vedermi lanciato a testa bassa, quelli che in queste come in tante altre situazioni tutto sanno ma niente fanno, e dire che potrebbero fare ben più di me.
“Sai, la penso come te ma non posso espormi...”
“Ehi, fai bene a dire le cose come stanno, ma capisci, devo pubblicare per X e...”
“Sono troppo coinvolto in quella Y roba e non posso dire certo io queste cose, ma se vuoi ti fornisco delle dritte-bomba su Caio e del gossip su Sempronio che vedrai che effettone...”
A raccogliere tutte le mail private (che conservo) esce fuori il quadro di una scena dove il 90% degli addetti ai lavori la pensa come me ma, dovendo campare, si tura il naso e s'immerge ancora di più. Complimenti.
Non volete “esporvi”?
Bravi, state dentro al guscio, al caldo e al sicuro. Ho parlato poche righe fa di un'altra cosa calda e sicura...
Fate bene, non si sa mai che poi si possa passare all'incasso, è meglio stare puliti e amici di tutti, lo stronzo rancoroso e invidioso è sempre Elvezio.
Madonna, già non lo capirei se ci fossero in ballo dei milioni, ma voi non volete esporvi perché magari poi riuscite a pubblicare un libraccio e vendere un cosa?
Cinquemila copie?
Ma che, davvero?
Vi capisco.
Vi capisco ma non vi voglio dalla mia parte, fate bene o boh, non so davvero cosa dirvi, non avete le palle e in certe situazioni non avere le palle e calcolare con furbizia è un pregio, fate benissimo.
Lo dico con il cuore eh, fate benissimo, se vi sta rendendo (soldi, fama o prestigio) bella per voi, è una strada come tante altre.
Vi auguro buona fortuna ma stiamo percorrendo sentieri diverse, non gradisco più la vostra compagnia, è una situazione on-off, niente piede in due scarpe, vi auguro tanta buona fortuna.
Dicevo, post Orvieto la decisione di non parlare più di fatterelli italiani si è trasformata da vago proposito che disattendevo spesso e volentieri a intenzione più ferma, con ben poche trasgressioni e, dato ancora più importante (e questa con zero trasgressioni) ho smesso di leggere questi fogliacci.
E ora dopo, come vi dicevo, le letture di alcuni post nel corso della settimana appena passata hanno catalizzato tutto quel che mi girava in testa da mesi, è stato uno di quei rari momenti di estrema lucidità (rari per me, intendo) che vi brancano la cervice fino a farvi urlare “ma cazzo, scemo io!”.
E ora posso dirlo.
Se potessi tornare indietro NON denuncerei più tutta la merda accaduta a Orvieto.
NON criticherei più, virgola per virgola, fatto documentato dopo evidenza mostrata, ignobili antologie di autoruncoli semianalfabeti come La Sete o alcune orribili cazzate cui ho partecipato anche io, con racconti miei che ritengo ben sotto la soglia della decenza e dei quali mi vergogno e che chi doveva rifiutare bastonandomi ha invece accettato elogiandomi.
NON oserei mai più dire in pubblico che Horror.it è sito che fa schifo, a partire dalla pessima impostazione grafica (e da quella povera estetica discende infatti un'etica raffazzonata e compromessa, tumorale) fino ai poveri contenuti, o che Fantasy Magazine è scritto coi piedi e attua una precisa politica di disinformazione e lecchinaggio.
NON parlerei nemmeno più male di Urania.
NON farei nulla di tutto questo.
Se solo potessi tornare indietro.
Non sono tipo da avere molti rimpianti ma questo, pur piccolo, mi spinazza il didietro.
Ma non potendo tornare indietro devo accontentarmi di non farlo più d'ora in poi.
Ma non perché non siano fatti veri o perché mi sia presa la paura che poi questi cattivoni mi escludono dal circuito e non mi fanno giocare a palla con loro.
Nemmeno per timore che poi rompano le ossa a nonna e quindi a me.
O perché tremi al pensiero di una querela.
O perché poi dicono a papi di non pubblicarmi mai per tutta la vita, specchio riflesso.
I motivi sono altri.
Non riscriverei più nessuno di quegli articoli perché nel tempo che ho passato a documentarmi sulle tantissime zone d'ombra di Orvieto avrei potuto scrivere tre recensioni come questa o uno speciale come questo.
E voi cosa preferite leggere: di quattro furberie che avvengono nei circoletti italiani o l'altro tipo di articoli???
Vero?
Anche io.
Non parlerei più male di Horror.it o Fantasy Magazine perché significa spostare il mio fronte critico su livelli che non portano a nessuna crescita.
Il mio fronte critico DEVE essere, al minimo, discutere del mediocre esito qualitativo di Fangoria nel corso degli ultimi anni o parlare di come sia cambiata Rue Morgue in seguito al passaggio di gestione dalla Vuckovic ad Alexander, non certo la limitatezza di mezzi e scopi di questi obbrobri di portali italiani.
Specie tenendo conto che in Italia, piaccia o non piaccia ai loschi figuri, il miglior sito di cinema del perturbante è scritto e curato da una femminuccia che straccia a occhi chiusi questi grossi e ingombranti dinosauri, deal with it.
Idem dicasi per certa letteratura del fantastico, e bisognerebbe anche cominciare a riflettere sul fatto che le più brave fra gli operatori del settore sono entrambe donne ed entrambi giovani (almeno, credo, magari fanno finta entrambe e sono vecchie carampane).
Non parlerei più male di Urania che taglia fino a un settimo delle opere tradotte o di Epix che è stato gestito in modo così incompetente da sconfinare nel tragico, perché ai lettori di Urania va benissimo così, va bene essere trattati da minus habens e farsi pesciare in faccia da un troglodita della Rete come Lippi.
Anzi, ne difendono l'operato perché in fondo è l'unico che fornisce loro della fantascienza!
Ho già detto: è come se gli operai della Fiat, di fronte a continui tagli e maltrattamenti, si schierassero dalla parte di Agnelli. Bella lì, il mondo al rovescio.
Non parlerei più degli evidenti plagi fatti da Ferrario perché mi fa vomitare sentir i suoi colleghi parlare di “pratica comune, e allora?” o, quando vogliono condannarlo, di “errore umano comprensibile e scusabile”.
Errore mia sorella.
Quando ricalco non sto commettendo "un errore", ma come cazzo state?
In sostanza...
Il tempo è l'unica moneta in mio possesso, ne ho poco e non posso sprecarlo più su queste cazzate.
Parlare di questi incompetenti e ladri significa scegliere a occhi aperti e cervello vigile di farsi definire da incompetenti e ladri, far scegliere alle loro azioni quel che scriverai il giorno dopo, farsi dettare le proprie mosse dalle pochezze di altri.
Significa reazione invece di azione e se “re-agisci” sei già un passo indietro, è come scegliere di giocare con il nero contro Kasparov: parti male e non credo che lui abbia bisogno di vantaggio.
Siamo ormai, anzi, lo siamo sempre stati, su due livelli diversi.
Operiamo in due vasi incomunicanti, quindi io non posso modificare in nessun modo il loro livello ma, per qualche negromanzia di quelle bastarde, loro fino a poco tempo fa riuscivano ad abbassare il mio. 'Mmobbasta.
E c'è di più, molto di più.
Parlando con molte persone sia dal vivo che in Rete mi accorgo che alcuni fatti vengono ormai dati per scontati. Sento dire sempre più spesso:
Dario Argento? Beh ma si è fottuto il cervello venti anni fa!
Zampaglione ci salverà? Mahhhhh, non credo proprio!
Fantasy Magazine fa schifo? E vabbè ma scusa dov'è la novità? Ma perché, ancora lo leggi?
Orvieto è stata organizzata in modo losco? Maddai! Manco ci sono andato, figurati, appena ho visto i nomi coinvolti sono scappato.
Ferrario ha plagiato? Minchia sì lo vedrebbe anche Mr Magoo!
Urania taglia e pubblica immondizia? E dove hai vissuto negli ultimi trenta anni, Elvezio?
E così via.
Capite?
Sono fatti ormai dati per scontati ed è davvero ora che diamo per scontate alcune cose fra noi per poter procedere verso lidi più interessanti. Altrimenti ogni volta che si comincia a parlare bisognerebbe rideterminare elementi dati per assodati e non esiste proprio.
Questi siti, situazioni, riviste, festival, antologie sono, non so, come Il Giornale o un film dei Vanzina o un libro di barzellette di Totti: come possiamo ancora stare a parlarne?
Se scrivessi una recensione di Vacanze sul Nilo dicendo che però insomma fa un po' schifo, come reagireste?
Non me lo meriterei un bel “e grazie al cazzo, Ervè!”
Dobbiamo davvero ancora dimostrare quanto facciano pena?
Dobbiamo portar loro ulteriori visite?
Eh sì eh, perché parlandone, non c'è un cavolo da fare, li si rafforza e si portano loro visite.
Fossero anche solo quelle di qualcuno che vuole ghignare per qualche flame, sono comunque visite che si portano a questi ignoranti.
Vogliamo davvero?
Non si tratta di non voler denunciare, di aver paura e di non voler più sbattersi, si tratta di considerare che ormai certe cose sono così manifeste che denunciarle ancora diventa pleonastico.
Andiamo, ma chi cazzo volete che vada su Fantasy Magazine per informarsi in modo serio sul fantastico???
Il livello dei loro fruitori potete immaginarlo, così come io mi figuro il livello medio dei frequentatori di altri siti che credono di occuparsi di orrore e zone limitrofe.
E si tratta di persone che io NON voglio convincere, evangelizzare o che altro.
Si tratta di persone che si meritano siti come quelli.
Si tratta di persone che io non voglio proprio come lettori e trovo che non sia più giusto confrontarsi con simili realtà: stiamo operando con modi e scopi ben diversi, non possiamo più operare paragoni, non è mai nemmeno esistito il meglio o il peggio tanto sono diversi partenze, modalità e fini.
Non si tratta di abbandonare la pugna, si tratta di smettere con le pugnette e uscire fuori dalla gabbia.
Se ti credi nella stessa gabbia (Cinema, Letteratura, Fumetto, quel che vuoi) imprigionato con dei gorilla ritardati, è anche ovvio che finisci con lo scornarti per la piccola banana che ogni tanto ti gettano dentro.
Ma NON siamo nella stessa gabbia!!!
Non condividiamo NULLA, ben pochi interessi, nessuno scopo e nessuna modalità!
Basta davvero un piccolo quantum leap watzlawickiano e non solo saremo fuori dalla gabbia ma scopriremo che essa non è mai esistita, ma al contempo riusciremo ancora a scorgere gli altri prigionieri ancora lì a cavarsi le pulci a vicenda e farsi i complimentucci -ucci -ucci e ad allontanarcene in fretta. In fretta!
Purtroppo non c'è reale ricetta per questi salti e rimane il rammarico per il tempo sprecato.
Non c'è lotta, perché i piani sono differenti, sfalsati, incomunicanti.
E c'è anche dell'altro.
Affermiamo senza mezzi termini che questi siti sono spazzatura, vero?
E poi li leggiamo???
Ergo leggiamo della spazzatura, no?
E consci di leggere spazzatura.
Questo è un cortocircuito o almeno una attività dannosa, non è più ecosostenibile, sono titoli tossici e dobbiamo sbolognarli a chi è ben contento di comprarli.
Io non leggo Il Giornale e non vedo un film di Vanzina da boh, vent'anni.
Perché dovrei farlo?
Queste robe sono come la Cronaca Vera del fantastico e le persone che le leggono e ci scrivono possono appartenere a pochi tipi, tutti comunque sfruttati dai vertici e fatti lavorare gratis...
Ci può essere il giovane di buone intenzioni e discreti mezzi, pieno d'entusiasmo, pronto a farsi sfruttare: mi spiace molto per lui ma se è in gamba prima o poi se ne andrà e finirà tutto bene.
Ci può essere quello più vecchiotto che ancora non si è reso conto del livello: per lui non ci sono più speranze.
Ci può essere lo squaletto che sa bene quanto la situazione sia penosa ma è intenzionato a ricavare tutto il possibile da essa: anche in questo caso non è possibile farci niente ma almeno è un tizio consapevole.
Sarebbe come leggere Wired per capire qualcosa di Internet, cristo. O Rolling Stone per la musica, andiamo, ma che scarso rispetto abbiamo per noi stessi?
Lo sappiamo no, che Wired o Rolling Stone fanno schifo al cazzo?
Tempo di abbandonare le crociate e proporre un vero volume di fuoco propositivo.
Tempo di smettere di pensare di “svegliare” i loro lettori e spettatori.
NON sono gli stessi miei lettori e spettatori, non si può svegliarli e non significa nulla svegliarli: per i loro standard Fantasy Magazine o Horror.it o altro ancora sono centinaia di volte migliori del mio sito e di parecchi altri blog e ci sta tutta, è cosa lecitissima e sono fatti loro.
Ma che arroganza pensare di “svegliarli” e “far capire loro la verità”, madonna che arroganza che ho avuto, ma che schifo che faccio certe volte.
Ma come posso aver dimenticato certe lezioni e ricascare in fantasmi e illusioni, nella fantasia di un lavoro culturale che possa cambiare la macchina dal di dentro?
Ma come posso aver dimenticato così a fondo la lezione dell'amatissimo Bianciardi?
Chi crede si possa cambiare il sistema dal di dentro (e chi, variazione 2.0, afferma che non esiste "fuori") o è un grande ingenuo o, e propendo per questa ipotesi, un grande ipocrita. Propendo per questa seconda ipotesi in quanto vedo che c'è troppo guadagno a stare dentro e far finta di lottare con noi. La botte piena e la moglie ubriaca, no?
A Bianciardi bisognerebbe tornare sempre, quando si hanno dubbi basta rileggerlo tanto è ancora attuale.
Per fortuna la mia è amnesia momentanea e posso tornare a lui con facilità e felicità in un secondo, altri invece paiono sordi a un livello che ti fa sospettare che facciano finta di esserlo da troppo tempo.
Quindi usciamo fuori dalla gabbia e lasciamoli lì dentro a tirarsi escrementi e mangiarne pure, scimmie pazze.
Lo vedo dai dati di ingresso, ai miei lettori interessano molto di più i post costruttivi più di quelli distruttivi e a me negli ultimi mesi interessa scrivere sempre più i secondi che i primi.
Io, in pubblica piazza, mi vergogno ora per tutto il tempo che ho sprecato su queste cose.
Chi s'incula La Sete?
Chi si caga Sfrangiaminchia.it e PiccioneMannaro.com?
Chi se ne fotte di Orvieto?
Risposta: nessuno nel mio universo di riferimento e io ho sbagliato a non guardare al mio universo di riferimento.
Quando rifaranno un concorso di racconti in un festival simile pensate davvero che ci saranno MENO iscritti solo perché ho denunciato come è andata?
No, ce ne saranno di più e tutti contenti a mirare ai quindici minuti di fama nel fandom del cazzo. Vedrete: se rifaranno Orvieto avrà ancora più successo della prima edizione e se non la rifaranno organizzeranno qualcosa di simile e andranno avanti così perché sanno andare avanti solo così.
Perché, spiace dirlo, bisogna rendersi conto che il grosso della scena è composto da persone di gusti e cultura limitata, che affrontano le passioni come affrontano la scelta dei gusti di gelato durante lo struscio del sabato.
E queste persone non possono interessarvi, non devono interessarvi: sono volatili e vanesie e inconsistenti.
Oggi sono hovvov, domani tiferanno per il Milan, fra tre anni stileranno le classifiche dei migliori puttan tour o chissà che altro.
Nulla di male eh, bisogna anche togliersi da questa disastrosa visione dicotomica male/bene, ognuno gestisce i suoi interessi con il livello di profondità e impegno che gli pare consono e infatti esistono nicchie molto diverse.
E le nicchie dei siti, autori, scrittori, registi e quanto altro discussi in precedenza NON sono le mie e pace.
Molti di questa “scena” non sanno cosa voglia dire scrivere lettere in Australia per ricevere qualche oscura fanzine cartacea.
Non sanno cosa voglia dire rovinarsi gli occhi su un brutto CAM o una vhs copiata venti volte, con l'orecchio attaccato all'altoparlante di un televisore d'anteguerra.
Non si informano al di là del mero fatto epidermico, del vissuto superficiale del momento.
Non sanno magari nemmeno leggere in inglese (Orlando tu non c'entri, non partire in quarta!).
Non sanno distinguere.
Non sanno distinguere.
Non sanno distinguere.
Non hanno (perché non vogliono o non sanno come fare per averla) consapevolezza.
E questo è micidiale ed è alla base di tutto, non possiamo sperare di conquistarli o controinformarli e non so nemmeno perché dovrebbe interessarci.
E c'è un'ultima considerazione, non meno valida di tante altre.
Smettere di leggere questi siti significa stare meglio.
Sia a livello di inquinamento mentale sia a livello di ondate di odio riversate da alcuni dei loro picchiatori da forum.
Smettere di leggere le cose che dicono di voi questi goikoetxea della dialettica significa stare meglio.
Significa avere più tempo a disposizione durante la giornata per fare meglio le cose che ci interessano.
Preferite leggere, chessò, Locus o ScopriamoOraSteampunkEMettiamociA SfornareLibriFinoAllaProssimaModa.it, perdio?
Rue Morgue o TortorellaInsanguinata.it?
Andiamo...
Se pensate che La Sete sia una buona o discreta antologia;
se credete che Fantasy Magazine od Horror.it siano buoni o discreti portali d'informazione;
se per voi Zampaglione salverà il cinema italiano o Evangelisti è un grande del fantastico e quel truogolo di Carmilla un sito di quelli che spaccano e non la mandano a dire;
se ancora credete che una latimeria come De Turris abbia qualcosa da dire sul fantastico o che Lippi il Limulo abbia diritto a campare ancora vent'anni su gli scarsi meriti di vent'anni fa;
Se per voi Tolkien è di sinistra e Lovecraft di destra (o viceversa, sedetevi, la tavola è imbandita da decenni);
se per voi "come il Re di Bangor nessuno mai";
se vi bevete il cerchiobottismo del cercare di “dare dignità fantastico italiano” salvo poi offrire un sacco di spazio alla Strazzullo sul maggiore quotidiano del Paese...
Beh, non credo ci possa essere un terreno comune per anche solo cominciare qualche tipo di confronto e più che altro (e dato di fatto ancora più importante), sono sicuro che i miei articoli non possano interessarvi in alcun modo: perché mai dovrebbero?
Erano anni che non passavo da quei siti: ci sono entrato durante la settimana scorsa dopo aver letto quei due post di cui vi parlavo e non si può volersi così male da leggere settimana dopo settimana pagine del genere.
Secondo me a parlarne, anche se male, stiamo facendo il loro gioco.
Quindi basta.
Come avvisato tempo fa, cancello ora i post apparsi in precedenza che parlavano di questi aborti assortiti e poi si chiude, è anche un rito, no?
Come mettere un sigillo su un portale malebolgico che vogliamo chiuso per i prossimi eoni, strani o non strani che siano.
Quindi l'obbiettivo dichiarato, visto che quello precedente è andato a buon fine, è di passare da 4 post su 140 a 0 post su 250 nel prossimo anno.
Mi sembra possibile e auspicabile.
Faremo la conta fra un anno esatto, dai...
Commenti chiusi, non è argomento in discussione ma solo un annuncio di manutenzione sito.
A domani con una recensione!
E ricordate sempre:
"Qua giù m'hanno sommerso le lusinghe / ond'io non ebbi mai la lingua stucca"
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