sabato 30 ottobre 2010

Venti canzoni - Seconda parte




Ecco, come promesso, la seconda parte delle venti canzoni che albergano a vita nei miei corridoi neurali.
La prima parte, quella con le posizioni 20 > 11, la potete trovare QUI.

Prima di partire vorrei ringraziarvi e parlarvi di altre cose che ho scoperto o ho visto confermate in occasione del precedente post.
Vorrei ringraziarvi perché mi avete scritto cose molto belle, che scaldano il cuore. Credo che sia stato il mio post con il responso più unanime di tutti quelli ospitati dalla malpercasa nel corso degli anni, persino le voci più critiche o quelle che provengono da background musicali molto diversi dal mio hanno espresso pareri positivi.

E questo mi ha fatto riflettere, perché di solito i post che incontrano più interesse e riscontro sono allo stesso tempo quelli che trovo più facile scrivere, quasi un flusso di coscienza che non ha bisogno di revisione o studio, e quelli che considero meno "importanti", quasi dei filler. E non è giusto.

E i commenti positivi, i complimenti, mi imbarazzano. Non si tratta della solita frase di circostanza fintoumile. Mi imbarazzano sul serio. Ho coltivato per anni, per decenni, un livello di "criticità" così alto nei confronti di qualsiasi cosa sperimentassi in vita che è impossibile evitare di applicarlo anche nei miei confronti e quindi quando vedo un elogio sono preso alla sprovvista molto di più di quando mi arriva una critica o un vaffanculo.
Per i secondi ho una serie di risposte prontissime dal passivo-aggressivo a piacione, dal dialettico all'ironico-sarcastico, per i primi invece rimango in centro strada a occhi fissi sui fanali dell'elogio-tir e so solo mormorare un "grazie, eh" prima dell'impatto.
E mi sembra davvero poco, un grazie, ma altro non so fare, per ora, quindi, beh, grazie.

E questo si collega a tante altre cose: questa mia autocritica mi ha sempre spinto a pensarmi come l'ultimo degli incapaci, a rifugiarmi in una serie di lavori, incarichi e progetti che mi permettessero di nascondermi quieto e tranquillo, senza dar troppo fastidio.
A lasciare occasioni (lavori, ragazze, viaggi, esperienze di vario tipo) a gente indegna, convinto che avessero più mezzi e meriti del sottoscritto.
Sono stato e sono ancora il mio peggiore nemico e il mio più grande ostacolo e l'unico vantaggio rispetto a un tempo è sapere con precisione di esserlo per, forse, lavorare un po' a migliorare le cose, ad abbassare quegli ostacoli o (magari) a rendersi conto che non c'è mai stata nessuna gara bensì vita.

Collegata ai commenti positivi c'è anche ora, potrete capire, una certa ansia di prestazione per quanto riguarda queste dieci canzoni e sono contento di averle già decise la settimana scorsa altrimenti vivrei il compilare questa lista come un banco di prova, un dover "far meglio" di prima che rovinerebbe il piacere di scrivervi dei miei pezzi preferiti.
Piacere che in genere mi sono rovinato un po' troppe volte nella vita: è che, citando un artista dello scorso post, "il canto non si apre, non si apre", no?

E bisogna aprirsi.
Bisogna mettersi a nudo.
Ma non il nudo quotidiano e narcisistico che rende troppo spesso malata questo piazza splendida che è la Rete, bisogna imparare ad aprirsi, spogliarsi e far sì che sia un nudo un po' più universale e meno soggettivo, qualcosa che partendo da un atto intimo e personalissimo diventi comprensibile e condivisibile e non solo "leggibile" e che quindi emozioni sul serio e rimanga nel tempo.
Non ci sono ricette se non un certo grado di onestà con se stessi: il resto dovrebbe poi catalizzare a cascata da questa partenza.
Non è facile, ma le volte che ci riusciamo valgono per tutti i fallimenti in cui siamo incorsi battendo questa strada.

Bando alle ciance?
Questa volta incollo anche i testi.
Il lettore medio non legge i post lunghi, la Malpercasa non accoglie lettori medi, anzi, li pussa via.

10) the pAper chAse – We Know Where You Sleep
Li considero il miglior "nuovo gruppo" del decennio (si sono formati nel 1998) insieme ai Gaslight Anthem e Now You Are One Of Us è album che ho mandato a memoria.
Prima di questa traccia c'è una assurda telefonata (mi ricorda quella dei Tool, vera, è un documento noto, ricevuta da non so quale ufficio, con un tipo che blatera preoccupatissimo, in piena crisi, su UFO e cose strane, se vi interessa cerco di trovare i file.) che considero un ottimo istante ansiogeno.
L'intera loro produzione è un monumento al Perturbante.
Case infestate, vite sprecate, suicidi e ossessioni, atti ripetitivi (venti anni passati ad accendere e spegnere la caldaia), mazze da baseball e asce insanguinate: terrorizzano e perturbano senza ricorrere alle solite immagini banali e fruste di molto metal, è una benedizione.
Sappiamo dove dormi.



I've got you now, I'll show you all
I'll kick out the chair, let you dangle slow
In the back of the bus all of us
Like the coats in cloak rooms
And if you rise again, take a form I know
The river will boil, then overflow
And the houses you're haunting
Will tremble with temporal hoodoo

I don't know about you
But I am hellbent, I know what it is that I must do
Close your eyes when we kiss
‘Cause I'm prepared to set myself on fire for this

You will drop on all fours
Get down, show me what you're good for
Sass mouth, pink bellied I perceive
And for this your naughty deed
I'm throwing you over my bony knee
So don't cry, don't scream good lord
You always knew what you're in for
When my belt unbuckles so believe
You grubby little thing
I'm throwing you over my bony knee

In your tender place when you're safe at home
There's a tombstone that waits of your very own
While you're rutting like beasts
In the sheets of my sterilized room
In your comfy bed, air-conditioned car
There are vapors and toxins to get you all
In the water you drink, in the air that you breath
In the soil under your shoe

I don't know about you
But I am at peace, I know what it is that I must do
I hope you are sitting down, dear
Come hell or high water this sick world will know I was here

You will drop on all fours
Get down, show me what you're good for
Sass mouth, pink bellied I perceive
And for this your naughty deed
I'm throwing you over my bony knee
So don't cry, don't scream good lord
You always knew what you're in for
When my belt unbuckles so believe
You grubby little thing
I'm throwing you over my bony knee

We know where you sleep

9) Jackson Browne – Doctor My Eyes
Cosa dire di Jackson Browne?
Che da adolescente (dovete rendervi conto eh) scriveva canzoni per gli Eagles e per Nico?
Che ho consumato i suoi dischi fino al famigerato Lawyers in love?
Che moltissime volte ho pensato di mollare e diventare anche io un Pretender e cambiare, trovarmi una casetta e una ragazza che sappia ridere e svegliarmi e fare le stesse cose di nuovo e di nuovo e di nuovo e di nuovo e di nuovo, amen?
Che mi sento vicinissimo a lui e per fortuna lo considero una bella persona, una bellissima persona?
Che ho sempre un groppo in gola quando ascolto alcune sue stupende canzoni e che per un lungo periodo non ho pianto perché i veri uomini non piangono e i duri non ballano?
Che, infine, ho paura, come il personaggio di questa canzone, che non riuscire più a vedere il cielo sia il prezzo per aver imparato a non piangere?



Doctor, my eyes have seen the years
And the slow parade of fears without crying
Now I want to understand

I have done all that I could
To see the evil and the good without hiding
You must help me if you can

Doctor, my eyes
Tell me what is wrong
Was I unwise to leave them open for so long

'Cause I have wandered through this world
And as each moment has unfurled
I've been waiting to awaken from these dreams
People go just where they will
I never noticed them until I got this feeling
That it's later than it seems

Doctor, my eyes
Tell me what you see
I hear their cries
Just say if it's too late for me

Doctor, my eyes
Cannot see the sky
Is this the PRICE for having learned how not to cry

8) Waterboys – A bang on the ear
Mike Scott è un altro che quando attacca a cantare mi appanna la vista.
Stupendi anche gli album solisti, ma che dire di certi pezzi dei Waterboys?
Potrebbe bastare dirvi che sto piangendo ora mentre sto scrivendo e ascoltando, non vedo la tastiera.
Hanno rappresentato tantissimo e ci sarebbero molte altre canzoni più rappresentative di questa ma, ma, ma...
Ma non ho avuto molte ragazze e ora che potrei e che le occasioni non mancano, anzi fin troppe, grazie, non importa più.
Ma ho avuto anche io come tutti, credo, una ragazza in classe di cui eravamo innamorati senza mai trovare il coraggio di dirle nulla.
E non so voi, ma io ho avuto anche una casa con una ragazza che poi è diventata una house of pain, ended up in tears.
E ho persino, qualche anno fa, crossed swords con una donna come Krista e "we both lived to tell the tale".
E la strofa finale, quanto è vera (lo faccio, sai? Lo faccio spesso)...

Ed è vero, a tutte loro si manda comunque un po' d'amore. E un bang on the ear.



Lindsay was my first love she was in my class
I would have loved to take her out but I was too shy to ask
The fullness of my feeling was never made clear
but I send her my love with a bang on the ear

Nora was my girl when I first was in a group
I can still see her to this day, stirring chicken soup
Now she's living in Australia working for an auctioneer
but I send her my love with a bang on the ear

Deborah broke my heart and I the willing fool
I fell for her one summer on the road to Liverpool
I thought it was forever but it was over in a year (oh dear)
but I send her my love with a bang on the ear

The home I made with Bella became a house of pain
we weathered it together bound by a ball and chain
It started up in Fife, and ended up in tears
but I send her my love with a bang on the ear

Krista was a rover from Canada she hailed
we crossed swords in San Francisco we both lived to tell the tale
I dont know now where she is oh but if I had her here
I'd give her my love with a bang on the ear

So my woman of the hearthfire, harbour of my soul
I watch you lightly sleeping and sense the dream that does unfold (like gold)
You to me are treasure, you to me are dear
so I'll give you my love with a bang on the ear

7) Neil Young – Hey Hey, My My
Sto scrivendo da un'ora, riascoltando queste canzoni, ed è bello, stupendo, ma sfinisce quasi nel fisico oltre che nel cuore e sono solo alla settima, non so come farò.
Ricordo perfettamente come ho conosciuto Neil Young.
Mia madre aveva dei dischi, è una mamma moderna e fricchettona (e mi sentivo come il figlio di Franca Rame e Dario Fo, sempre in affanno perché non riesci  superare a sinistra anche se ti impegni), e io pasticciavo coi pennarelli la faccia di David Bowie (le urla quando è tornata a casa dal lavoro quel giorno) o ne usavo alcuni come frisbee insieme a mio fratello (ci si fa male, tagliano, e se non tagliano si spaccano e mamma picchia come un fabbro, don't try this at home).
C'erano anche dei dischi di Neil Young ma io allora ancora non ascoltavo musica sul serio, mi limitavo a scagliarla per le stanze.
Poi una sera, guardando Mr Fantasy (migliore programma musicale ever???) incappo in un video, una canzone molto minore di mr Young, Wonderin'. Sarà stata anche minore ma me ne innamorai e cominciai così ad ascoltare i dischi "seri".
E mi informai e la sua storia personale, così tragica, questo andare avanti fra disgrazie e depressioni e riuscire nonostante tutto (o forse a causa di tutto) a sfornare tali capolavori.
Niente testo, lo trovate nel video.
Quante stupende versioni di questa canzone...



6) Morphine – Thursday
Per molti è stato un colpo la morte di Kurt Cobain.
A me i Nirvana sono sempre parsi un gruppo pop parecchio furbetto e piacione e non sono mai riuscito a entrarci in sintonia.
Il colpo è stato la morte di Mark Sandman, spero che almeno così abbia trovato la tanto agognata cure for pain.
Niente più baritone experience, non resta che riascoltare i vecchi lavori.
Scelgo questa canzone perché la trovo narrazione torridissima, incontri sessuali, paura del marito che possa tornare a casa e beccarli e lui non riesce a rilassarsi perché insomma il marito di lei è noto per essere violento e poi i vicini mormorano e si deve scappare dalla città...
Mike Nichols avrebbe potuto girarci un bel bel film.



We used to meet every Thursday Thursday
Thursday in the afternoon
For a couple of beers and a game of pool
We used to go to a motel a motel
A motel across the street
And the name of the motel was the Wagon Wheel
Oh
One day she said come on come on she said
Why don't you come back to my house
She said my husband's out of town
You know he's gone till the end of the month
Well I was just so nervous so nervous
You know I couldn't really quite relax
Cause I was never really quite sure when her
Husband was coming back
Sure one of the neighbors yea one of the neighbors
One of the neighbors that saw my car
And they told her yea they told her
I think they know who you are
Well her husband he's a violent man a very violent and jealous man
Now I have to leave this town I got to leave while I still can
We should have kept it every Thursday Thursday
Thursday in the afternoon
For a couple of beers and a game of pool
We should have kept it every Thursday Thursday
Thursday in the afternoon
For a couple of beers and a game of pool
She was pretty good too

5) Paul Simon - Duncan
Due anni fa ho visto Paul Simon in concerto per la prima volta in vita mia, a Milano.
Ci sono andato svogliato, era luglio, non si sapeva cosa fare, era comunque "Paul fuckin' Simon", abbiamo preso i biglietti meno costosi, all'Arena, ci siamo seduti cos lontani che manco riuscivo a vederlo.
Poche canzoni e Paul ordina di abbattere le transenne e far circolare tutti ovunque: i ricconi ingessati e i vip che avevano comprato i primi posti parevano avere una scopa in culo e a Paul (che ho visto a pochi metri e giuro pare un mafioso italiano molto, molto cattivo) la cosa non stava bene.
Siamo andati quindi sotto il palco.
E Paul e la sua band spaccano il culo, oltre che ai passeri, a centinaia di gruppi punk e metal e industrial e quel che volete.
Non ballo, Paul mi ha fatto ballare.
Epifania, quella sera. Indimenticabile.
E questa, fra i suoi tantissimi capolavori, ha questo incipit che migliaia di scrittori darebbero un rene per averne di simili, con questo Duncan che cerca di dormire mentre la coppia nella stanza accanto dell'albergo "is bound to win a prize", e poi tutto quello che gli accade dopo...
E, beh, Paul Simon c'è stato in un film di Mike Nichols.



Couple in the next room
Bound to win a prize
They've been goin' at it all night long
I'm trying to get some sleep
but these motel walls are cheap
Lincoln Duncan is my name
and here's my song
Here's my song

My father was a fisherman
my mama was the fisherman's friend
and I was born in the boredom and the chowder
So when I reached my prime
I left my home in the maritimes
Headed down the turnpike for New England
Sweet New England

Holes in my confidence
Holes in the knees of my jeans
I was left without a penny in my pocket
Oo-ooo-oo wee I was about
destituted as a kid could be
And I wished I wore a ring
so I could hock it
I'd like to hock it

I've seen a young girl in a parking lot
preaching to a crowd
singing sacred songs and
reading from the Bible
Well I told her I was lost
and she told me all about the Pentecost
And I seen that girl as the road to my survi-val

Just later on the very same night
She crept to my tent with a flashlight
and my long years of innocence ended
She took me to the woods sayin'
"Here comes somethin' and it feels so good!"
And just like a dog I was befriended
I was befriended

Oh, oh, what a night
Oh what a garden of delight
Even now that sweet memory lingers
I was playin' my guitar
lying underneath the stars
Just thankin' the Lord for my fingers
For my fingers

4) Van Morrison – And It Stoned Me
Van the Man invece non l'ho visto in concerto.
Avevo i biglietti, per Como, qualche anno fa, con quell'amico di cui vi parlavo nel post precedente, quello che non ho più il coraggio di ricontattare.
Arriviamo sul lago, contentissimi.
Dal nulla, giuro, dal fottuto nulla si forma una mega tempesta, come un tornado o un ciclone o un uragano o chenneso e concerto annullato.
Concerto annullato.
Poi Van torna altre volte ma ha sempre dei prezzi esagerati e niente, ci rinuncio.
Ma quel che significano tantissimi suoi album per me, madonna, a quello per fortuna non riuscirò mai a rinunciare.
E questa canzone, fra le tante che mi girano in testa, parla di uno stato di grazia così profondo, oserei usare una parola abusata, mistico, uno stato che può scaturire da qualsiasi esperienza e che ti può cogliere così di sorpresa...
Per mia fortuna alle volte sono entrato in questo stato.
Quel che Jelly Roll ha fatto a Van Morrison, Van Morrison a fatto a me. Grazie Van.
Oh the water...



Half a mile from the county fair
And the rain came pourin' down
Me and Billy standin' there
With a silver half a crown
Hands are full of a fishin' rod
And the tackle on our backs
We just stood there gettin' wet
With our backs against the fence

Oh, the water
Oh, the water
Oh, the water
Hope it don't rain all day

Chorus:
And it stoned me to my soul
Stoned me just like Jelly Roll
And it stoned me
And it stoned me to my soul
Stoned me just like goin' home
And it stoned me

Then the rain let up and the sun came up
And we were gettin' dry
Almost let a pick-up truck nearly pass us by
So we jumped right in and the driver grinned
And he dropped us up the road
We looked at the swim and we jumped right in
Not to mention fishing poles

Oh, the water
Oh, the water
Oh, the water
Let it run all over me

Chorus

On the way back home we sang a song
But our throats were getting dry
Then we saw the man from across the road
With the sunshine in his eyes
Well he lived all alone in his own little home
With a great big gallon jar
There were bottles too, one for me and you
And he said Hey! There you are

Oh, the water
Oh, the water
Oh, the water
Get it myself from the mountain stream

Chorus

3) Stan Ridgway – Drive, She Said
Da Van the Man a Stan the Man, ci sono sempre fili...
I giallisti italiani, lì, mezzi limitatissimi ed ego smisurato, quelli che scrivono di crimine, di mala veneta,di storia italiana deviata e di bande e di animali vari dovrebbero, poracci, andare a nascondersi in un profondissimo buco in terra di fronte a uno dei tantissimi gioielli noir che Stan Ridgway ci ha regalato nel corso della sua carriera.
Micronarrazioni densissime, pastose, bitumose, i tombini mandano su vapori, ci sono luci al sodio, donne fatali e intrighi e piani andati male e furti in così poche parole.
Prima con i Wall of Voodoo e poi da solo, una delle influenze più grandi di tutta la mia vita.
Indeciso fra questa e Peg and Pete and Me (altro grande classico del minimalismo statunitense), alla fine ha vinto questa.
Come cazzo si fa a entrare in questo stato di scrittura così potente, ogni singolo elemento incastrato nel posto e nel punto giusto, tutti gli elementi musicali e testuali perfetti, l'istante del sogno/visione è stupendo, canzone epocale, invidia e adorazione assolute.
A memoria, a memoria.
La prima volta che la ascoltai, invece di "i ate a handful of peanuts" ero convito che dicesse "i had the head full of peanuts" che comunque ci sarebbe stato bene eh...



Sittin right behind me
I could smell her perfume
It was somethin I'd smelled before
Went through a red light
While I spilled my drink
I could feel somethin sticky on the floor
I said miss, you've gotta tell me
Where you wanna go to
I cant keep drivin round the same block
So I crumpled my cup
And pulled the gum off my shoe
And then she told me just shut up
And keep your eyes on the road
Chorus:
And just drive, she said
Just drive, she said
Just drive, she said
Well, I watched her put her hands
On the bag in her lap
While I scratched the bald spot on my head
I knew then that my cab was just
A getaway car
But I shut up and drove, like she said
I took a bite of my doughnut
And I offered her one
And I said lady, are you in a fix?
Then she reached in her purse
And she pulled out a gun, and said
Now just shut up, and keep your hands on the wheel
Chorus repeat (okay, okay!)
Spoken
Then the moon disappeared, and it started to rain,
So I put the wipers on full.
And on the bag in her lap I saw the name of a big bank downtown.
And I said, you dont have to worry about me, nope!
When I turned the headlights onccjust for a minutecc
I thought I saw the both of us on some kinda tropical island someplace.
Walkin down a white sandy beach.
Eatin somethin...
Chorus repeat
We pulled outta traffic
Down a dark side street
She was fixin her hair in the mirror
I made a left turn
At a yellow light
Drove my cab fast towards the pier
She boarded the boat
And turned and blew me a kiss
And later on, when the squad car came round
I ate a handful of peanuts
And I told em this
I dont rememeber much, except just keep your hands on the wheel
Chorus repeat until fade
Spoken:
Hey, hey, uhcc
Hey, yall, get outta my way!ccall ya sunday drivers!
Hey, you want one of these, ah, slim jims? theyre good!
What? ccwhat? you dontccyou dont want one?
Well theyre 100% meat!
Havent I seen you somewhere before?
I know, I know, anchorage, thats where I seen ya, anchorage
Well, where you goin'?
I'm sorry, I don't go in that part of town anymore.
I don't need my windows washed.

2) Bob Dylan – Highway 61 Revisited
Vabbè, dai, non insultiamo nessuno stando a spiegare qualcosa di Bob Dylan.
Fino all'incidente e alla conversione e al decadimento vocale il migliore di tutti ever, hands down, just shut up.
Avrei canzoni più "personali", Visions of Johanna per esempio, ma questa è così radicata nel cervello che non posso non metterla.
Non troverete da nessuna parte una visione di Dio così, fantastico, altro che Children of the Corn.
Arriva e dice ad Abramo di sacrificargli un figlio. Abramo reagisce un po' stranito, Dio lo guarda e gli dice "guarda, tu puoi fare quello che vuoi, mica che mi devi obbedire per forza eh, ma la prossima volta che ci incontriamo è meglio se cominci a correre e scappare".
Non ce n'è, non ce n'è.
Miglior album di Dylan e miglior canzone sugli USA, embedding impossibile perché la sua casa discografica pensa che mettere le cose su you tube uccida la musica: moriranno come i dinosauri anzi peggio perché i dinosauri non avevano intorno gente che rideva di loro mentre morivano.
Embeddo quindi una versione live, ma scaricatevi quella originale nel caso non abbiate ancora questo patrimonio dell'umanità.



Oh God said to Abraham, "Kill me a son"
Abe says, "Man, you must be puttin' me on"
God say, "No." Abe say, "What ?"
God say, "You can do what you want Abe, but
The next time you see me comin' you better run"
Well Abe says, "Where do you want this killin' done ?"
God says. "Out on Highway 61".

Well Georgia Sam he had a bloody nose
Welfare Department they wouldn't give him no clothes
He asked poor Howard where can I go
Howard said there's only one place I know
Sam said tell me quick man I got to run
Ol' Howard just pointed with his gun
And said that way down on Highway 61.

Well Mack the finger said to Louie the King
I got forty red white and blue shoe strings
And a thousand telephones that don't ring
Do you know where I can get ride of these things
And Louie the King said let me think for a minute son
And he said yes I think it can be easily done
Just take everything down to Highway 61.

Now the fift daughter on the twelfth night
Told the first father that things weren't right
My complexion she said is much too white
He said come here and step into the light he says hmmm you're right
Let me tell second mother this has been done
But the second mother was with the seventh son
And they were both out on Highway 61.

Now the rowin' gambler he was very bored
He was tryin' to create a next world war
He found a promoter who nearly fell off the floor
He said I never engaged in this kind of thing before
But yes I think it can be very easily done
We'll just put some bleachers out in the sun
And have it on Highway 61.


1) The The –Slow Emotion Replay
Eh...
Matt Johnson è l'unico artista su cui sono parziale, mi spiace, sono proprio fan e quindi deal with it.
"Tutti sanno quel che va male al mondo mentre io non so nemmeno quel che accade in me".
Riassume come mi sento, da tanto (ma non troppo, non so quando sarà troppo o se mai sarà troppo) tempo.
Lavoro incredibile di tutta la band, l’amato Matt Johnson in primis e Marr alle chitarre lancia echi di Smiths.
Stupenda.

Lord, I've been here for so long
I can feel it coming down on me
I'm just a slow emotion replay of somebody I used to be.



The more I see
The less I know
About all the things I thought were wrong or right
& carved in stone

So, don't ask me about
War, Religion, or God
Love, Sex, or Death
Because....

Everybody knows what's going wrong with the world
But I don't even know what's going on in myself.

You've gotta work out your own salvation.
With no explanation to this Earth we fall
On hands & knees we crawl
And we look up to the stars
And we reach out & pray
To a deaf, dumb & blind God who never explains.

Every body knows what's going wrong with the world
But I don't even know what's going on in myself.

Lord, I've been here for so long
I can feel it coming down on me
I'm just a slow emotion replay of somebody I used to be.

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Tre ore e tre bicchieri, di mattina a stomaco vuoto.
Feel a little dizzy e devo andare a lavorare questo pomeriggio.
Vado a fare una doccia.
Vi ringrazio, Mana in primis, per avermi regalato questo viaggio.
Alla prossima.
A bang on the ear

venerdì 29 ottobre 2010

La fattura di Boba


Per tutti gli amanti del primo Star Wars...

Boba's Invoice

For the Horde!!!


Il medico mi ha detto: "Elvezio, all work and no play makes Jack a dull boy". Io non ci volevo credere, ma temo sia proprio vero.
Quindi, complice un lucignolo, a molti anni di distanza da quando pkappavo in Ultima Online sono tornato a frequentare un mmorpg.
E un signor mmorpg, World of Warcraft.

Longevo, grafica strepitosa (certo, se siete amanti del fotorealismo allora non reggerà secondo i vostri parametri di giudizio), giocabilità incredibile, livello di socializzazione molto alto (uno dei dati che mi interessa di più), longevità allucinante e possibilità di stili di gioco diversissimi fra loro. In più certa gente c'è morta in real life, questo è un added bonus mica da poco!!!

Sia che vi piaccia ruolare coi vostri amici o che invece siate degli assatanati del pvp, beh, WOW ha da offrirvi il meglio, senza contare chi invece colleziona le cose più assurde, ama avere montagne di soldi o prestigio da vari achievement e roba varia.

Ho iniziato da un po' e avrò esplorato, se va bene, il dieci per cento del potenziale.
Non sarò mai un grande pvper: artrosi, reumatismi, tendenza al panico e la solita goffaggine da tastiera (devo guardare i tasti e gioco con la lingua di fuori a inseguire frenetici e bravissimi dodicenni svedesi, don't get me wrong su questa frase eh...) mi impediranno di sicuro le vette del pvp ma supplisco con grande affidabilità durante le missioni e disponibilità a giocare qualsiasi ruolo, oltre a un indomito coraggio che mi deriva dalla tank attitude.
Insomma, un niubbone che, grazie all'età, non si vergogna più di essere tale.

E se anche solo vi leggete tutta la storia e la narrazione a monte del gioco, disponibile in vari luoghi online, vi renderete conto che già lì siamo comunque anni luce distanti dal 95% della fantasy che trovate nelle librerie italiane, 'nuff said.

Quindi...
Quindi...
Ho già attirato nella Rete alcuni frequentatori/commentatori di questo malperpostaccio:due di cui non vi faccio il nome (ma che se vogliono possono uscire allo scoperto) giocano già con il sottoscritto da qualche tempo e forse altri due (uno insospettabile, padre di famiglia e bravo ragazzo eh) verranno contagiati quanto prima.

Con Skype WOW diventa un ottimo metodo per tenerci in contatto una sera alla settimana anche se viviamo distanti, non si possono sempre organizzare cene e viaggi.
Cioè, essendo io un tossico anche sette sere alla settimana eh, ma voi saprete moderarvi, son sicuro.
Può affiancarsi (o sostituire se, come me, avete perso di vista il gruppo storico da qualche anno) alle sedute di gioco di ruolo, ovvio, non ne ha la profondità e tante altre cose ma è meno robotico di tanti altri giochi. E quando si gioca insieme ci si può adattare alle esigenze dei più lenti e casinisti, tanto per livellare c'è sempre tempo.
Mentre si gioca, cuffietta e microfono permettono di divagare e parlare di film, libri e altre cose ancora, che è un aspetto molto intrigante.

Quindi, in vista dell'arrivo dell'evento Cataclysm (che semplificherà a potenzierà il gioco, gli effetti li vedo già ora), se volete provare, gratis, per vedere se la roba fa al caso vostro o se preferite invece altre droghe, basta fare un fischio e darmi la vostra mail così vi invio un dieci giorni gratis e vi faccio da tutor durante le prime sedute.
Ah, solo e sempre Horde, niente fetenti dell'Alleanza eh, sia chiaro.
Si potrebbe pensare a una MalperGuilda...
Sono inesperto e non credo che potrò guidare dei raid per molto, molto tempo ancora, se altri che giocano da più tempo vogliono mettere a disposizione la loro esperienza tanto di guadagnato!

Quindi se volete avventurarvi al fianco del mio druido Embolo, del mio dark knight Mortaccituah o della mia fighissima e sexy paladina Ischemia (basta un attimo e ti porta via...), basta chiedere e vi sarà dato.
Nessun impegno.
Le prime dosi sono sempre gratis, no?

Filmato di Cataclysm, mi piange il cuore a vedere le amate Barrens ridotte così. E la statua di Booty Bay travolta dallo tsunami, sigh...


giovedì 28 ottobre 2010

The Last Exorcism (2010)

THE LAST EXORCISM
2010 , USA/Francia, colore, 87 minuti
Regia: Daniel Stamm
Soggetto/Sceneggiatura: Huck Botko e Andrew Gurland
Produzione: Strike Entertainment, Studio Canal e varie

Un sacerdote che ha iniziato la sua “carriera” fin da bambino, con il tempo ha cominciato a sviluppare un atteggiamento di disillusione e distacco, di sostanziale divertito cinismo nei confronti di alcuni aspetti della sua professione, dalla spettacolarizzazione delle messe fino agli innumerevoli esorcismi collezionati nel corso della vita.


Proprio in occasione dell'ultimo di questi accetta di farsi riprendere da una troupe per documentare come pochi trucchi ben congegnati (acqua che bolle magicamente dopo che lui vi ha messo delle sostanze di nascosto, crocifissi con scomparti segreti che emanano fumo...) possano di solito bastare a cacciare il demone da persone che più che altro hanno problemi di ordine psicologico.


Ma l'ultimo esorcismo non sarà come gli altri: Louis Sweetzers, dopo aver perso la moglie, morta di cancro, si ritrova a dover allevare da solo i due figli adolescenti nella sua fattoria in un'area rurale e arretrata. E la figlia da qualche tempo sembra essere indemoniata: sonnambulismo, crisi, attacchi feroci verso gli animali...


I soliti trucchi del reverendo Marcus questa volta potrebbero non bastare...

Quel che convince, in un piccolo film come questo The Last Exorcism, non sono certo né la sceneggiatura a tratti scricchiolante né, tantomeno, uno stile di regia ancora immaturo, che vorrebbe ammiccare al mockumentary ma non ha il necessario rigore per provare a far finta sul serio.

Bisogna quindi guardare altrove per cercare qualche elemento valido in quella che altrimenti potrebbe confondersi fra mille altre storie di esorcismo. Nel personaggio del reverendo Marcus, per esempio, che non casca né nello stereotipo del prete che ha perso la fede e vaga amareggiato per questa valle di lacrime in cerca di qualche prova né nella figura del paladino esaltato che combatte il Diavolo armato di acqua santa e una volontà di ferro.
Abbiamo invece una specie di uomo di spettacolo, ben convinto delle sue capacità, della presa che ha sulla folla e che svolge parte del suo lavoro con piacere, convinto che si possa fare del bene e diffondere la fede anche con qualche mezzo poco trasparente, un tizio di bell'aspetto e ottimo carisma privo dei traumi o delle devianze e problemi così tipici in molti protagonisti ed eroi.
Tale caratterizzazione avviene non solo per merito del copione ma anche (e forse soprattutto) grazie all'apporto di Patrick Fabian, attore televisivo (Veronica Mars, Gigantic, varie apparizioni in molti polizieschi) che ha volto e movenze perfette per il ruolo.

Ma nelle pellicole riguardanti possessioni ed esorcismi c'è un altro ruolo sul quale si concentra buona parte dell'attenzione del pubblico e anche in questo caso The Last Exorcism ha la fortuna di incappare nell'attrice giusta, una Ashley Bell (United States of Tara) che se la cava sia con le contorsioni (look ma', no CGI!) che con i passaggi dai sorrisi al pianto e risulta ancora più inquietante quando, invece di sbraitare o perdere bava e purè di piselli, si limita a fissare la telecamera.

Forte di questi due elementi e consapevole di avere in serbo un ottimo finale, ecco che Daniel Stamm si perde un po' nella sezione centrale, facendo spesso girare a vuoto i suoi personaggi e perdendo varie occasioni tensiogene. Una maggiore attenzione allo sviluppo della parte di mezzo avrebbe garantito efficacia maggiore agli ultimi minuti che, pur annunciati sia all'interno della narrazione che “percepibili” sulla scorta di passate visioni, riescono comunque a sorprendere e distanziarsi da quelli che sono gli esiti abituali per questo tipo di storia.

Gli ormai consueti espedienti del mockumentary (camera traballante, coinvolgimento diegetico degli addetti ai lavori, abuso del notturno e della ripresa traballante per sopperire allo scarso budget) potranno infastidire parte dell'audience, basterà prendere un po' di xamamina una mezz'ora prima della visione.

Visione che ha suoi momenti disturbanti e perturbanti (i disegni, certi sguardi della povera posseduta, le stranezze blairwitcheriane e la prova di Caleb Landry Jones nella parte del fratello dell'indemoniata) e che, considerando quanto e come certo cinema statunitense continui a stagnare fra remake, sequel e generale mancanza di inventiva e originalità, è esperienza da consigliare, senza aspettarsi capolavori o stravolgimenti profondi della materia.

Memore delle lezioni polanskiane e quelle più recenti di di Myrick e Sanchez, The Last Exorcism gioca in uno dei miei campi preferiti, ovvero quello in cui si riesce a provocare inquietudine senza mai mostrare i muscoli degli effetti speciali o quelli del soprannaturale/mostruoso sbandierato, spiegato ed esposto come un quarto di bue in macelleria.

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Filmato:

martedì 26 ottobre 2010

The Disappearance of Alice Creed (2009)

THE DISAPPEARANCE OF ALICE CREED
2009, UK, colore, 96 minuti
Regia: J Blakeson
Soggetto/Sceneggiatura: J Blakeson
Produzione: CinemaNX, Isle of Man Film Commission

Danny e Vic preparano per ben l’interno di un anonimo appartamento da qualche parte in Inghilterra: insonorizzano gli ambienti, fissano un letto al pavimento, bloccano tutte le finestre.


I due hanno in mente di sequestrare una ragazza, Alice Creed, e chiedere quindi un sostanzioso ricatto al ricco padre. Una volta portata a termine la prima parte del piano, con Alice prigioniera e legata al letto, i due si renderanno presto conto che per chi si improvvisa criminale non tutto fila sempre liscio…

Ottima dimostrazione che si può realizzare qualcosa di avvincente e interessante anche solo con tre personaggi e un appartamento, The Disappearance of Alice Creed ha il pregio di cominciare con il piede a tavoletta sull’acceleratore, salvo poi perdere fiato nella sua ultima, confusa e anticlimatica parte.

Poco male per una pellicola che riesce a coinvolgere sia in virtù di dialoghi credibili (scritti, pensate, dallo stesso autore che ci aveva regalato quella boiata di Descent 2) sia, com’è giusto per esperimenti di questo tipo, grazie all’ottima prova fornita dai tre attori.
Gemma Arterton è ormai una sicurezza e il suo passare con indifferenza da grandi a piccole produzioni dimostra quanto e come la ragazza non sia interessata solo allo stardom ma guardi anche a occasioni e copioni di valore mentre Eddie Marsan mi aveva già convinto sia nello scadente Sherlock Holmes che, ancor di più, in Red Riding e parecchie altre pellicola e, infine, Martin Compston: beh, parlo bene di Compston fin dal 2002 quando ci regalò una ottima prova in Sweet 16 e qui non fa altro che confermare tutte le sue doti, solo droga, alcool e stress, se ci incapperà male, potranno minarne la carriera luminosa.
Marsan (il più bravo dei tre) e Compston iniziano molto bene nelle rispettive parti del duro di mezz’età e del ragazzo più giovane e inesperto e se la cavano anche nei successivi cambi e svolte per risultare infine meno convincenti, come d’altronde tutto il film, nel finale.

Messi in cassaforte cast e dialoghi, a J Blakeson non rimane che caracollare con la camera a osservare le azioni dei tre: conscio di non avere (ancora o mai, lo si vedrà) la tecnica necessaria per stravolgere canovacci di questo tipo o inventare chissà quale inquadratura, il regista si limita a controllare la cottura del piatto senza avere il coraggio di intervenire su un finale che avrebbe avuto bisogno di un pizzico di sale e una macinata di pepe in più per stare alla pari con il resto.

Resto che è ottimo e abbondante, compreso un gran bel twist che io (kick me) non ero riuscito a intravedere e che mi ha colpito in maniera positiva sia per l’idea in sé che per la conseguente scelta estetica degli attori che questa idea hanno poi dovuto realizzare.
Forse il compimento del twist è un tantino compiaciuto e urlato ma si può comprendere e ci può stare.

I memorabili primi lunghi, silenziosi minuti di preparazione al piano, gli ottimi e squallidi interni e una pallottola che ha la pessima abitudine di spuntare nei momenti meno opportuni sono fra le highlight di un film che a ben vedere, nonostante il titolo, ha ben poco a che fare con la povera Alice e molto di più con le vite di questi due criminali, le loro aspirazioni e i loro sogni.

Ottimo passo avanti per Blakeson anche se temo che, visto che è già passato un anno dalla sua uscita, questo film sia destinato a scarsa distribuzione mondiale prima di spiaggiare sugli scaffali dei dvd. Se vi interessano claustrofobia, personaggi meno standard della media e qualche twist inatteso cercate di non perdere di vista questa ennesima, piccola gemma britannica.

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sabato 23 ottobre 2010

Venti canzoni - Prima parte



Tutto è partito dalle strategie evolutive di Davide Mana.
Conosco Davide da ormai qualche tempo e lo stimo, fra le (tante) altre cose ha anche il merito di avermi coinvolto in incontri live con altri blogger e commentatori che circolano dalle sue e mie parti (Marco, Iguana Jo, Orlando e altri ancora) e non li cito a caso in quanto anche loro, stimolati dal post di Davide, hanno reagito proponendo i loro pezzi preferiti.

Compilare liste è spesso esercizio sterile.
Forse sempre.
Ma se il blog ha la fortuna di essere frequentato bene, tale esercizio sterile può dar vita a una serie di discussioni e scambi di pareri che magari sterili non saranno.
E, come ha fatto notare Martin, può essere occasione di autoanalisi. Se fosse solo questo mi terrei il post nel comodino (e ne sarei comunque soddisfatto, l'autoanalisi non è male) ma io spero che ne esca fuori qualcosa di più.

Procedere con la lista delle venti canzoni, dopo il post di Mana e quello di Iguana, non è stato facile, infatti arrivo buon ultimo e con parecchi dubbi. E modifiche, visto che non proporrò, come loro, degli ideali 45 giri.
I rischi di liste simili sono evidenti.
Ci si può mettere di fronte alla propria collezione di vinili, cd e mp3 e, vinti dai grossi calibri, compilare una sorta di sca-ruffiana storia della musica con venti supercanzoni divise per annate, tanto per giocare sul sicuro (ed è vero eh, si tratterebbe comunque di canzoni magnifiche, nessun problema).
Per contro si potrebbe cascare nella flessione di muscoli, nel mero show off: a me non piace Scissor Man degli Xtc, preferisco la cover fatta dai Primus in quell'Ep e anzi meglio in quel live in Amsterdam che ho su cassetta scrausa che mi è arrivata tramite il fan club austriaco, guardate quante ne so.
Serve?
No, perché nel primo caso non viene detto molto, nel secondo caso viene detto qualcosa di distorto o falso, nel migliore dei casi molto artefatto.

Questi due intoppi mi hanno bloccato per settimane visto che ok, faccio spesso il pagliaccio ma in realtà prendo ogni cosa sul serio e non volevo scrivere venti pezzi a muzzo.
Alla fine ho trovato la via.
Io non ho lettori mp3 e cuffie. Non ascolto mai musica in giro, la ascolto solo a casa. In giro leggo o guardo e non ho testa per la musica.
Ma in giro mi canto delle canzoni nella testa, spesso.
Non canto ad alta voce, ho messo a rischio relazioni a causa della mia voce stonata, mi sono detto mai più.
Ma dentro la testa canto parecchio.
Allora, per circa due settimane, mi sono segnato su un foglio di carta ( non ho la classica moleskine né un misero taccuino, ho idee scritte su fogli volanti, pagine di libri e anche scontrini) le canzoni che cantavo.
Ne è uscito un insieme di 34 canzoni ricorrenti.
Ho scremato, levando le interferenze troppo legate al momento.
Con qualche fatica e rinuncia (Killing Joke, Metallica, Hall and Oates, Hoodoo Gurus, Duran Duran, Joy Division, Who, Social Distortion, M. Ward, Electrric Magnolia and Co., Graham Parker e altri ancora) sono riuscito ad arrivare a ventuno titoli.
Due erano di The The, ne ho tolto uno, siamo a venti.

Ogni singola rinuncia mi ha fatto venire voglia di rinunciare al post. E anche dopo, quando ho infine guardato la mia discoteca e visto tutto quel che non ho nemmeno mai considerato (troppi, troppi nomi, Don Caballero, Deus, Chicago Transit Authority, Animals, Dire Straits, Tortoise, Shellac, Beastie Boys, Grand Funk Railroad, Primus, Gram Parsons, Pink Floyd, a che cavolo serve elencarveli tutti?), beh, mi aspettavo un risultato molto, molto diverso.

Ne emerge un quadro molto differente da quel che penso io dei miei gusti musicali e credo si possano identificare alcune linee e alcune chiavi.
Io mi pensavo più o meno diviso in percentuali simili fra metal, hardcore punk, cantautori folk-country, rock anni Settanta e New Wave. La mia discoteca mi dice così, la mia memoria canterina invece parla di altre proporzioni.

E in ordine sparso...

Dato minore, ci sono più artisti singoli che gruppi.

Per me, lo si vede anche a un esame superficiale, il testo è importante quanto la musica, se non, in alcune occasioni, di più.
La maggior parte delle persone con cui parlo, al contrario, spesso non assegna molta importanza alle parole mentre io, visto che di musica non me ne intendo molto (non so leggerla, sono stonato e non ho un grande orecchio in generale, prediligo la vista come senso) mi affido all'elemento che penso di conoscere meglio, ovvero le parole.

E per quanto riguarda queste parole preferisco che esse siano strutturate in vere e proprie storie, racconti o narrazioni piuttosto che in forma poetica o per associazioni di immagini e concetti.
Molte delle canzoni elencate, specie nella fascia alta, con un minimo di sviluppo potrebbero diventare racconti, alle volte romanzi.

Altro dato, minore rispetto agli altri ma comunque curioso, è che pur ritenendomi io indifferente a qualsiasi posizione nei confronti della religione (ateismo, agnosticismo o una delle mille fedi) vedo che in ben più di un titolo salta fuori qualche immagine collegata a dio e religione.

Un fatto importante o un semplice caso: non ci sono donne in classifica.

Ultima considerazione che mi sento di fare per ora è quella riguardante la natura delle storie narrate, molte delle quali iniziano già male per finire ancora peggio, sotto il segno della sconfitta accettata come esito naturale e ben difficile da evitare. Altro magari in fase di commenti, magari molte cose evidenti me le farete notare voi: sono comunque contento che qualcosa iniziato per gioco abbia finito per darmi così tanto mentre aggiungevo e toglievo nomi di canzoni...
Questa domenica vediamo le posizioni dalla 20 alla 11, prossima le restanti 10. L'ordine comunque non c'entra granchè con l'importanza e il merito, le differenze di posizione non sono così nette.
Non metto i testi, be uscirebbe fuori un post lunghissimo: basta una semplice ricerca per trovarli e se non ne avete voglia vuol dire che non ve ne importa abbastanza.
Ho cercato di trovare buone versioni per ogni canzone, ma spesso mi sono dovuto arrangiare...


20) Lou Reed – Perfect Day
Ha prodotto pietre miliari e album spazzatura e ci sono almeno una ventina di sue canzoni “migliori” di questa, se penso che la sto preferendo a Heroin...
Ma questo semplicissimo inno, questo ringraziamento a una persona che ci ha regalato una bella giornata, anzi, perfetta, che ci ha fatto pensare di essere “qualcuno di diverso, qualcuno buono”, quel “you just keep e hangin' on” così basilare e vero mi sono entrati in testa tantissimo tempo fa e non sono mai usciti.
Ho, come lui, qualche persona da ringraziare per alcuni perfect days passati e presenti.



19) Thin White Rope – Mr Limpet
Quelli che non ce l'hanno fatta. Ero boh, cosa, tredicenne o giù di lì e ascoltavo Stereodrome di notte, con la cuffia per non disturbare nonna e fratello che dormivano in stanza con me. Stereodrome apriva con questa musica incredibile, un country demoniaco, da ghost town per nulla quieta.
Scrissi alla redazione, adottarono grazie a me (look ma', i'm a movie star) il nomignolo di “stereodromers” per tutti gli ascoltatori, mi inviarono anche degli ADESIVI! E questa sigla era a opera dei Thin White Rope, gran gran gruppo che non ce l'ha fatta a sfondare.
Grandi album quasi tutti ma In The Spanish Cave mi rimane nel cuore e l'attacco di Mr Limpet, con quella voce, mamma mia.
Lui pare che sia tornato a fare il geologo o robe simili, non ricordo...
La versione qui sotto non è quella del disco, perdonate la qualità.



18) Billy Joel – Scenes from an Italian Restaurant
Qui ero combattuto fra Piano Man con i suoi microritratti e questa lunga epica sul rise and fall di due persone che tentano di vivere insieme: Trovo che Joel sia un grandissimo compositore e un mostro di energia in concerto, ho seguito la sua carriera sempre e anche nei periodi più grindcore ascoltavo i suoi dischi con la stessa frequenza, persino la modesta e pop Tell Her About it è stata importante colonna sonora di uno dei primi innamoramenti. Sentirlo chiamare l'Elton John americano mi fa incazzare da matti... Ho messo apposta questa cocainica versione live (audio pessimo) per mostrare la sua carica e l'affiatamento con la band, certi sguardi sono impagabili, da 2:35 in poi è apocalisse.



17) The Band – Stagefright
Avevo altri brani della Band, questo è legato alla visione più che all'ascolto. Ho visto The Last Waltz un capodanno, a casa di un amico che non ho più il coraggio di ricontattare e credo che sia il migliore film sulla musica mai girato. E sentire lui, il più “pauroso” della Band, cantare di un uomo che ha paura del palco ma poi una volta su canta così bene e non ne ha mai abbastanza, mi piglia alla gola, bellissima performance e bellissimo gruppo, nel senso più profondo, ogni volta che vedo tutti i componenti (e gran parte degli ospiti) mi viene da pensare che siano persone intense e “buone” e ciò, in senso quasi lomborosiano, traspare nei loro volti. Se non avete mai visto The Last Waltz, beh, fatevi un gran regalo, la musica meglio di così non può essere.



16) Bruce Springsteen – Atlantic City
Nessun discorso sulla sconfitta può essere completo senza il Boss. E non ho molto da dire. Sono cresciuto consumando i suoi dischi e nessuno riesce a metterci il cuore e l'anima come ce li mette lui.
Lo sapete, no, lo dicono tutti, sono “emo” nel senso vecchio del termine, emotivo, sarà, e non riesco mai ad ascoltare senza commuovermi la storia di quest'uomo che sa di aver perso tutto, che ha “debts no honest man can pay” e prova quindi a fare qualcosa destinato a fallire e crede ancora nell'amore, beh, davvero, non ci sono parole, with you forever i'll stay, la versione su disco è perfetta, purtroppo non si può embeddare.

Down here it's just winners and losers and don't
Get caught on the wrong side of that line
Well, Im tired of comin out on the losin end
So, honey, last night I met this guy and Im gonna
Do a little favor for him...



15) Joe Jackson - Real Men
Pochi hanno saputo cantare sul ruolo dell'uomo, della donna, sull'omosessualità e sui problemi delle rappresentazioni sociali di certi ruoli quanto Joe Jackson.
La scelta era fra questa, It's different for girls e Steppin Out (sono le tre che mi canto in testa, guarda caso) e alla fine ho scelto Real Men (non a caso, di nuovo, coverizzata da altra grande artista sensibile a questi discorsi, Tori Amos).
L'ho visto in concerto a Milano qualche anno fa, in prima fila, con mio fratello trascinato lì per caso e a fine concerto ancora più scosso di me, bellissimo ricordo.



14) Fugazi – Waiting Room
Un ricordo di quando mi tracciavo le x sul dorso delle mani e dicevo no all'alcool e alla droga dovete concedermelo, dai.
Visti tre volte in concerto, una band così non tornerà mai più.
Ma... I am a patient boy.



13) Giulio Casale – Genitori/Non canto (da Sullo Zero)
Gli Estra sono stati un gran gruppo, purtroppo non hanno avuto fortuna rispetto a tanti cialtroni che inquinano l'Italia, se penso alla piacioneria furbissima degli Afterhours mi parte davvero l'embolo.
Ogni anno Casale ora porta in giro spettacoli teatrali e io ci vado sperando di ricatturare qualcosa, anche solo un minuto di questo suo stupendo, incredibile, intensissimo doppio live.
Canzone che sento personalissima, non tanto per il discorso sui genitori (mio padre si è suicidato quando avevo quattro anni, non ho molti ricordi) quanto per quel “non si apre, e mi vuoi bene e ti voglio bene ma non si apre, il canto non si apre, non a me” da groppo in gola e quel “parole mie, ma che vi sto facendo anch'io” che è una riflessione che non mi ha mai più lasciato.
Cercate di regalarvi qualche momento per scoprire questo disco, credo ne valga la pena.



12) Squeeze - Up the Junction
Non ricordo quando, forse un pomeriggio, non saprei, ero parecchio giovane, vidi Brimstone and Treacle, uno strano film con Sting che dovrei rivedere perché ne conservo un buon ricordo ma non saprei raccontarne la trama nemmeno morto.
Il film aveva un'ottima colonna sonora, ero innamorato dei Police, mi compro la cassetta e... Ed è stato così che ho scoperto gli Squeeze. Se tutti suonassero un pop melodico così ascolterei solo pop, una serie di hit impressionanti, con un loro disco le band di adesso ci farebbero un'intera carriera.
Cercate anche solo in greatest hits, impressionante.
E questa, guarda caso, parla di una coppia che va a finire male, anche se il declino è purtroppo trattato in modo sbrigativo. Non sono riuscito a levarmi questa canzone dalla prima volta che l'ho ascoltata...




11) XTC – Dear God
Making Plans for Nigel? The Mayor of Simpleton? Are you Receiving me? The Ballad of Peter Pumpkinhead? Senses Working Overtime? Science Friction? Quante altre? Amo gli XTC, forse hanno prodotto troppa roba, vero, ma baciati da una capacità di scrittura rara. Li vedo come la più grande band della loro epoca, kill me.
Questa è quella che mi rimane più in testa sia perché la prima volta che la ascoltai convogliç in maniera efficace la mia incazzatura con dio sia perché ha una struttura più semplice e memorizzabile, al suo posto avrei potuto mettere ogni altro loro titolo citato e altri ancora.



Alla prossima domenica con i primi dieci posti...

giovedì 21 ottobre 2010

Concorso Ucronie e futuro concorso Malpertuis


Dopo avervi segnalato più volte il Concorso del Duca, tocca ora a quello di Alex McNab che addirittura, oltre a non farvi pagare un euro (un "soldo", direbbe il terrorista cattivo di Buried) per l'iscrizione ci mette di tasca sua dei soldi per premiare i meritevoli.

Lo segnalo volentieri anche se l'argomento (come d'altronde quello del concorso di Baionette Librarie) mi è indigesto come la cucina di mia zia (mia zia è famosa perché fa sempre i maccaroni e li condisce aprendo una lattina di pomodori e versandola sopra così, più brutale di Jason e infatti io dico che i suoi maccaroni sono ucronici e pure distopici, anche un po' entropici).
Lo segnalo perché non è importante il tema quanto il metodo e l'aria che si comincia a respirare sempre di più in sempre più posti.

Che è un'aria molto buona, un passaggio dalle (sacrosante) lamentele nei confronti di certa editoria a una risposta e proposta alternativa. In Italia la figura del prosumer impiegherà ancora parecchio tempo ad attecchire, se mai attecchirà, ma segnali come questi sono stimolanti e trovo che sia un atteggiamento migliore rispetto a quello passato.

Se ci si limita a lamentarsi della Mondadori, Epix, vampiri dilaganti e cazzate varie in sostanza non si fa altro che incarnare un ruolo necessario a Mondadori, Epix ecc. ecc.
E io di fare pubblicità (negativa, ma tale rimane) a figure che reputo di scarso rilievo e spessore mi sono stancato da un po'. Non parlarne li danneggia molto di più, proporre qualche tipo di alternativa che rubi loro anche solo UN lettore li danneggerà ancora di più.
E danneggiare creando al contempo qualcosa è, credo, il massimo.
Anche perché, ricordiamolo sempre, il marcio è ovunque e Mondadori non è certo il nemico assoluto (mio boicottaggio a parte, quello è altro discorso), ci mancherebbe.

Un plauso quindi a Duchi, McNabbi e Gamberette vari (ehi, ha riaperto ma visto che ne hanno parlato tutti non mi è sembrato necessario esultare in pubblico più di tanto, bentornata e ottimi propositi), plauso che, mixato alle impressioni e suggestioni ricavate da alcuni post sull'editoria mi spingono in qualche modo a cercare una via per proporre qualcosa di simile a quanto fatto dai due loschi figuri linkati sopra.

L'idea in sostanza è questa, da lanciare appena passato Natale (una volta licenziatomi vorrei poter passare un mese di interzona a rilassarmi, se possibile):

Fra i frequentatori di Malpertuis si annidano molti tecnici, gente che lavora in editoria e/o che con il computer ci sa fare e dovremmo riuscire a coprire ogni singolo passo per quanto riguarda un concorso di racconti, dalla lettura dei racconti alla compilazione di schede valutative, dall'editing all'impaginazione, dalle copertine fino alla pubblicazione in elettronico e cartaceo.

I punti fermi ai quali non intendo rinunciare?
1) I vincitori devono essere premiati se possibile in denaro;
2) I lettori e compilatori di schede devono essere pagati;
3) Idem dicasi per gli le altre figure (editor, impaginatore, grafico, ecc ecc);
4) Ci deve essere una trasparenza ASSOLUTA;
5) Io non parteciperei al concorso (mi hanno sempre fatto sorridere quelli che compilano una antologia di amici per poi ficcarcisi dentro e attendere la restituzione del favore dagli amichetti in future loro antologie). Chi valuta e ci lavora sopra non parteciperà idem;
6) Non vorrei nemmeno partecipare alla valutazione dei racconti: conosco troppi degli eventuali partecipanti e a qualche lurker non parrebbe vero potermi attaccare accusandomi di favoritismo. Nel caso di mia valutazione, disporrei in modo da avere un voto minoritario;
7) Se la qualità dei racconti sarà penosa non se ne farà nulla;
8) I lettori non dovranno pagare per leggere il risultato finale in elettronico, per eventuale edizione cartacea vedremo di abbattere i costi quanto più possibile;
9) Non ci sarà un tema particolare, basterà mantenersi entro la sfera del perturbante, non mi piacciono i concorsi a tema. Ci saranno però argomenti e figure verboten. Niente serial killer, niente vampiri, niente zombie, niente divinità e culti lovecraftiani, questo datelo per scontato già ora.
10) Non ci saranno introduzioni o firme in copertina da parte dei soliti quatttro clown importanti che non leggono nemmeno l'antologia ma spendono buone parole per tutti.

Lo so, è il contrario di tanti famosi concorsi del fantastico che abbiamo visto nel passato dove i partecipanti pagavano per mandare racconti E pagavano per comprare antologie di livello scandaloso dove vincevano parenti e colleghi degli organizzatori: deal with it.
Servono alcuni elementi combinati per avviare questo progetto.
Servono 4 o 5 lettori abili e in seguito impaginatori, grafici e computer geek in gamba.
Serve cassa di risonanza che Malpertuis da solo se lo cagano in pochi.
Servono partecipanti che abbiano voglia di sbattersi un minimo perché se mi spedite robe scritte in fretta e alla cazzo ci metto due secondi a cassarvi, non sono qui per alimentare i vostri sogni di gloria, al massimo per il piacere di svegliarvi con una secchiata di brutalità.

Servono anche dei soldi.
Brutto, brutto punto ma servono anche dei soldi.
Io di mio posso metterci qualcosa, un cento o duecento euro ma, tenendo conto che fra due o tre mesi andrò praticamente a stipendio zero per un bel po', non posso davvero mettere di più.
Servono quindi idee per trovare soldi e quello è un campo nel quale io proprio sono incapace.
Una delle soluzioni è trovare qualche sponsor, altra soluzione può essere una tassa di iscrizione.
La seconda soluzione è rischiosa perché se fai vincere Tizio puoi star sicuro che Caio dirà che Tizio era amico tuo e avete diviso il denaro della vincita e in più Sempronio scriverà in giro che finalmente Elvezio si è rivelato per lo “sciacallis” che è sempre stato (vero leoni di certe mailing list? Vero? Cioè, era dalle elementari che nessuno storpiava più il mio cognome così, te ne rendi conto grand'uomo? Almeno un po' di fantasia nel disprezzarmi, dai, chiedo solo questo).
Di andare a macchiare ancora la mia già bruttina fama non mi importa, tanto non devo pubblicare da nessuna parte né fare favori a nessuno, ma mi spiacerebbe per i partecipanti, quello sì.

Mi piacerebbe quindi trovare un metodo alternativo per racimolare qualche soldino, un due o trecento euro che sommati ai miei possano permettere di dare qualcosa in giro. Di mio, oltre ai soldi, posso mettere in premio un eepc usato e una paccata di libri e fumetti, anche un centinaio di volumi, ma visto quanto se ne è parlato da queste parti mi piacerebbe stressare sul denaro. Per evitare che i filari di viti sussurrino troppo renderei pubblico ogni conto e ogni somma: a fine impresa non mi rimarrà un soldo in tasca, anzi, ci avrò rimesso.

Ma ci deve essere qualità, proprio perché non sarà editoria a pagamento.
Parliamone, avanzate proposte, offritevi per ruoli, cerchiamo di pensarci insieme perché da soli non si va da nessuna parte.

Ah, sarò su Rai Tre un sabato sera, forse il 30, se volete ridere. E credo proprio che farò ridere...

Bonus perché lui è il mio unico idolo da sempre e Infected è, sempre da sempre, il mio album preferito di tutta la storia della musica, proprio come dicono i bambini:



Se in qualche racconto saprete ficcare frasi come queste sarete già a buon punto, per quanto mi riguarda...

I'm a man without a soul...Honey, yeah
I lost it while parading it, in a town full of thieves
Y'see I didn't wanna be with any people I know.
But god knows, I didn't wanna be alone
I thought if I acted like someone else
I'd feel more comfortable with myself
So I showered down, left my little room
Jumped in my car for protection from hostility
Well it ain't easy to be bold in an unknown city
Yeah I was feeling strong mouthed and weak willed
When I ran into the cure for my ills

Don't tell me what your name is
I want your body, not your mind,
I want a feeling, worth paying for before I say goodbye
But as I was talking, I couldn't look her in the eyes,
I just kept wondering,
How many men unleashed their frustration between her thighs?

There'll be no sleep 'til the morning
There'll be no lullabyes
'cause the devil borrowed my clothes just for tonight

Well my adrenalin, was curdling like cream,
as I was being led by the hand.
Through the sound of sirens
And the distant noise of some drunken jazz band,
Through the stench of disinfectant--
that "INFECTED" my head,
through the darkness of a corridor
and into a stranger's bed.

Well I didn't wanna hurt your feelings, honey
But I couldn't suppress my own,
I had to pull myself outta this nosedive
by proving something to myself.

She was lying on her back
with her lips parted.
Squealing like a stuffed pig
I was going through the motions
faking the emotions,
and wriggling around like a lizard in a tin.


Trying so hard to cleanse myself,
I was turning into somebody else.
I was trying so hard to please myself,
I was turning into somebody else.
I was trying so hard to be myself
I was turning into somebody else.
I was trying so hard to be myself
I was turning into somebody else.
I was trying so hard to be myself
I was turning into somebody else.

mercoledì 20 ottobre 2010

The Throat di Peter Straub

The Throat
Peter Straub
Dutton, 1993
Brossura
704 pag. - $ 6,14
ISBN: 978-0525935032

Tim Underhill, veterano del Vietnam e scrittore di un certo successo che ha pubblicato alcuni libri insieme a Peter Straub (Koko e Mistery) riceve una chiamata da un suo vecchio amico d'infanzia che è tornato a vivere nella loro città natale, Millhaven.


La moglie di questo amico giace in coma in seguito all'attacco di un serial killer che potrebbe essere lo stesso che, molti anni prima, uccise la sorella di Tim.


Underhill, che ha scritto anche un libro sugli omicidi della Rosa Blu, torna così a Millhaven e si trova coinvolto in una fittissima trama di atti di violenza, false identità e intrighi fino a mettere in gioco la sua stessa vita pur di conoscere una volta per tutte l'identità dell'assassino.

Abituato ad argomentare e motivare ogni mio discorso che riguardi cinema o letteratura, mi trovo una volta tanto sopraffatto dal puro piacere del voltare pagina dopo pagina per ammirare l'arazzo di un Peter Straub a ottimi livelli, lo stesso Peter Straub cui in Italia gli editori hanno voltato le spalle da ormai ben venti anni, venti anni durante i quali l'autore ha collezionato premi ovunque (quattro Bram Stoker Awards, tanto per dire) e un sacco di edizioni in parecchie Nazioni.

Nella nazione in cui si adorano anche le liste della spesa di Stephen King è comunque naturale che si snobbino autori capaci e assai apprezzati dagli estimatori mondiali del perturbante ma, pur mettendo in cantiere tutta la pochezza critica e la scarsa capacità degli addetti italiani del settore, rimango comunque perplesso e incapace di comprendere come chi si professa amante di certi campi narrativi possa ignorare determinati autori e opere.

E tenetevi perché penso che si tratti di atteggiamento destinato a peggiorare: vedrete cosa accadrà a livello “critico” con l'uscita della prossima raccolta di racconti lunghi di King, occasione nella quale saranno in molti a voler piazzare belle bandierine di conquista...

Chi invece ha la fortuna (è sempre più giusto definirla tale) di saper leggere in inglese potrà con questo The Throat gustarsi una creatura ibrida difficile da definire, un impasto di suggestioni che pescano dal jazz e dal cinema noir, dalla pittura (Vuillard e Ranson in particolare) e dagli studi convenzionali sui serial killer, dal Vietnam e dai thriller, il tutto sovrapposto a una attenta (meta)riflessione sul mestiere di scrivere.

Fin troppa carne al fuoco, mi si dirà, e già che ci siete alla brace dovete aggiungere anche il gioco a incastro narrativo che Straub attua, con ottima mano, rispetto a due suoi precedenti romanzi (Koko e Mystery) e un racconto (Blue Rose) dai quali ripesca situazioni e personaggi.

Un frullato nel quale ogni particolare e ogni azione, per quanto oscuri e confusionari possano risultare al primo impatto, finiscono per andare nel giusto post verso il finale e creare un quadro d'insieme che, come non accade spesso, è qualcosa di superiore alla somma delle singole parti.

Personaggi ben definiti (tanto dalle loro azioni quanto dalle loro parole) e (quasi) mai stereotipati si alternano per più di settecento pagine funestate da un numero esagerato di coincidenze e deus ex machina che, pur inficiando il risultato finale, non riescono ad abbassare giudizio e godimento più di tanto.

Straub si diverte a confondere le acque mischiando personaggi reali e immaginari a ogni livello della narrazione, si parli di Vietnam o di qualche oscuro film noir degli anni Cinquanta con Ida Lupino.
Gli appassionati di citazioni e riferimenti potranno spendere parecchie ore a cercare un determinato quadro di Vuillard o potranno gioire nello scoprire qualche citazione da Raymond Chandler o John Ashbery ma si procederà sempre sospettosin e guardinghi perché potrebbe essere tutto frutto della fantasia dello scrittore. Esiste quel film?
Quella band ha davvero suonato quel pezzo jazz?
I fatti riguardanti il Vietnam sono completamente inventati o alcuni brandelli fanno riferimento ad accadimenti reali?



Tutto questo serve da motore e paesaggio per la corsa in macchina organizzata da uno Straub che non si capisce se sia realmente poco abituato a certi meccanismi narrativi tipici del thriller, specie quello che riguarda i serial killer o se, al contrario, conosca ogni svolta a memoria e si diverte a pasticciare.

Pasticciare con una lingua inglese ricca e ben superiore alla media degli scrittori a lui vicini per tematiche, dato che ha sempre contraddistinto questo autore rispetto a molti suoi colleghi, insieme al periodare molto vario e articolato, in grado di alternare periodi ricchi di subordinate a frasi secche, quasi brutali.

Parlando di serial killer, film noir e, più in generale, di Vietnam, è fin troppo ovvio (ma quanto adeguato) che per tutto il romanzo agiscano due motori potenti quali le colpe dei padri e la forza del passato, motori che condizionano, con grande intuizione, ogni singolo personaggio della vicenda, senza limitarsi a caratterizzare in modo pittoresco l'assassino di turno.

Non aspettatevi una lettura semplice o veloce in quanto nomi, date e fatti si stratificano a volte in modo confuso e potreste trovarvi obbligati a tornare indietro e rileggere alcuni passaggi in cerca di una chiarezza difficile da trovare, impresa che però vi assicurerà, a fine lettura, quel senso di nostalgia nell'abbandonare i vari attori della vicenda che, per me, è sempre indice di buona narrativa e piacevole lettura.

Peter Straub su The Throat:


I came to write The Throat be cause I realized that there had been these Blue Rose murders and that, while we knew who didn't do them, we still didn't know who did. I was in terested enough to think I could get somewhere if I began by pushing away at the question of who the real murderer had been. A very quick way to invoke that question would be to have the murders start again.

That gave me the opportunity to wake up Tim Underhill from the dream world and bring him back into my real world, so l could spend more time with him and enjoy myself in the way you do when you see someone you've been missing. It sounds a little like The Twilight Zone, but the people a writer makes up have a great deal of reality to their inventor.

Once again, I started off with a premise that wasn't at all like the book turned out to be. I wrote very slowly for about a year. I included two long, third-person sections about the childhood of Fielding Bandolier, because I wanted to see what forces could produce a serial killer. I wanted to see it from the inside. I wanted to be present at the creation, so l could look with pitying eyes at a person being gradually but surely transformed into a killing machine. It struck me that evil is not born into the world but that it's created by brutality, ignorance and stupidity.

I wrote these passages that were really powerful. They're very much like those about the boy in the shed that I had to take out of Mystery. I eventually had to take them out of this book, too, because they slowed it down and they were in the wrong voice. I'm pleased to say that those two chapters are now joined together in one novella. It's called "Fee," and it will be in Tom Monteleone's Borderlands IV anthology.

Anyhow, I had Tim Underhill describing his life in the Army and how he met John Ransom. Then we had Fee Bandolier. Then a little more about Underhill, a little more Fee. It seemed to me that what I was doing was writing an interestingly structured book in which the different parts didn't connect. I thought my publisher might not be too happy with this and that maybe that this would be the first time in my life when I would write the novel I had been afraid of writing all along -- that is, one without an actual story. But it might be interesting anyway.

So I wrote along and wrote along. Tim Underhill is driving around Millhaven, going from pillar to post, searching for one answer after another. Tom Pasmore is working away on his computer, finding out who owns various bits of real estate. It was like Ross McDonald or something but very compelling.

So there went my wonderful artistic novel made of independent and only tangentially related bits. I was writing something far more conservative and traditional, but which went the way my talent naturally goes, toward complicated but coherent stories of some length.

Once I saw that happening I knew I was really in for it. I really had to solve the Blue Rose Murders and I would have to find out who killed the wife of Underhill's friend. That meant I was in for as long, long book. It not only had to do those things, but the book also had to swallow Koko and Mystery. The Throat had to digest them and exist around them like an onion.

When I finished the typescript, it was 1,400 pages long. I spent a month editing it. I turned every page into a wiring diagram, with arrows and squiggles and Xs. Every single page was almost unreadable. I put those changes into the machine and what came out of the printer was a 900 page manuscript. It was still long, but it was as short and as tight as I could get It.

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lunedì 18 ottobre 2010

Editori a pagamento


Oggi ho compilato un elenco di post in arretrato che vorrei scrivere quanto prima possibile, fra impegni di lavoro, di ricerca di lavoro, di dipendenza da Warcraft e altro, di voler uscire e incontrare sempre più gente e lettori e tanto altro. Dossier case fantasma, Querele, qualche film, il post con l'edito anonimo e altro ancora.
Ci arriverò, come detto. Noto che questi sono mesi difficili per molti fra i blogger che leggo, credo che dopo Natale ci ripiglieremo un po' tutti: ovvio, lo credo per motivi esoterici e irrazionali, deal with it.

Nell'elenco è presente anche l'Editoria a pagamento, segnato quando (non ricordo più chi) un commentatore mi aveva chiesto OT un consiglio per un suo amico cui era stata presentata una offerta di pubblicazione previo esborso di somma immane. Cerco quindi di riunire qui alcuni spunti di discussione, sperando che escano fuori meno banali della media.

Come accade per tante altre tematiche, non posso far altro che riallacciarmi alla mia esperienza personale per poter parlare con un minimo di cognizione di causa.
Ho avuto ben due rapporti con editori a pagamento, parecchi anni fa, e sono stati rapporti anali passivi contro la mia volontà, ne ho un ricordo pessimo, vorrei poter tornare indietro e cancellare queste esperienze.
Ho la maledizione di non avere memoria ma ancora ricordo questi due pessimi editori e non riesco a cancellare il tutto.
Dal punto di vista economico è andato tutto molto bene, dovrei essere contento: sono riuscito in entrambi i casi a guadagnare parecchio rispetto alla cifra investita e senza nemmeno vendere i libri ai parenti.
Ma io non guardo (purtroppo, credo sia un difetto, sul serio, non ci vedo nulla di nobile o positivo, è atteggiamento fuori dalla realtà e quindi dannoso per molti versi) mai ai soldi: presto volentieri, non chiedo aumenti, non apro nemmeno (giuro) la busta paga per vedere se mi hanno pagato quanto dovuto.
E a parte i soldi guadagnati tutto il resto ha fatto schifo.

Copertine orrende.
Editing zero.
Cura editoriale generale penosa.
Mi hanno pubblicato racconti che il cestino mi diceva “non osare buttarli qui perché vomito eh”, impaginati come li avrebbe impaginati il late Borges, distribuiti che manco li cani ecc. ecc.

Dovrei quindi sparare a zero contro gli editori a pagamento e a dire il vero fino a pochi anni fa lo facevo.

Il campanello di allarme ha però suonato forte qualche tempo fa, quando all'improvviso grandi giornalisti di Repubblica e vari scrittori affermati, out of the blue, hanno cominciato ogni due per tre a sparare con violenza contro l'editoria a pagamento.

Nel giro di poco tutti sono diventati leoni e aggredire l'editoria a pagamento e la vanity press è diventato il flavor of the month.
E io ho cominciato a riflettere un po' più a lungo e in profondità (per quanto permesso dalla testazza che mamma mi ha regalato, grazie mamma, a little more effort next time) perché quando giornalisti di Repubblica/CdS (che forniscono un servizio di editoria a pagamento, ma loro figurati se ne parlano, più sicuro attaccare Il Filo, vero?) e Gvandi Scvittovi cominciano ad agitarsi allora l'attacco, mi spiace, mi puzza e devo rivedere le mie posizioni per controllare se ancora reggono.

Ho controllato e in generale esse reggono bene.
Ho pochi principi base.
Il lettore non deve pagare per leggere, lo scrittore non deve pagare per pubblicare e se possibile, rispettando la prima condizione, deve pure guadagnarci qualche soldo che è una figata.
Il “come” riuscire a pagare lo scrittore senza far pagare il lettore non mi interessa, ho la fortuna di essere irrazionale, incostante, ciclotimico, cazzaro: lascio ad altri l'arduo compito (Sponsor? Supporti dallo Stato? Donazioni post-lettura? Anything, whatever...), la prima condizione governa tutte le altre.

Quindi in sostanza non si dovrebbe pagare per pubblicare.
E no, non si dovrebbe nemmeno (come discusso sabato quando ci siamo visti con Iguana, Marco, Fulvio, Davide e altri in quel grandioso ristorante, ottimo cibo e insperato bicchiere di Laphroaig a fine pasto!!!) nemmeno pagare le fottute agenzie letterarie per dei servizi che, hey, nel resto della Western Civilization sono gratuiti.
Si tratta del loro lavoro, se ci chiappano e trovano l'autore poi ci guadagnano, se non ci chiappano e non sono abbastanza furbi da minimizzare tempi di lettura e spese beh, l'evoluzione se li mangerà.

Esperienze personali negative, convinzioni personali che rafforzano...
Insomma, tutto mi spingerebbe a invitare a non frequentare mai gli squali a pagamento: è sensato, l'angioletto con l'arpa poggiato sulla mia spalla destra mi sta convincendo.
Ma, appunto, è poggiato sulla spalla destra, quindi io sospetto per tradizione.
E ci sono ancora i giornalisti e i grandi scrittori che sparano: sospetto anche lì.
Irrazionale eh, ricordate sempre.

Torniamo quindi un po' su nel post.
Torniamo a quando ho scritto che questi editori mi hanno fatto cose brutte “contro la mia volontà”.
Non è vero.
Ma proprio no.
La colpa per queste brutte esperienze è stata solo mia. SOLO MIA.
Ero ignorante.
Ero inconsapevole.

Mentre pubblicavo a pagamento credevo di fare altro ed è errore terribile.

Il punto, come sempre e sempre e sempre nella vita è la consapevolezza.
Dovete essere consapevoli di chi siete, di cosa avete prodotto e di dove volete andare, cosa volete fare e ottenere.

Molti (ehi, in particolare giornalisti e scrittori affermati!) vi venderanno la Grande Verità con cui dovrete prima o poi venire a patti: se non riuscite a pubblicare presso grandi casi editrici è perché non sapete scrivere.
Nel mio caso è vero, sommato a tante altre cose (pigrizia, scarso interesse a gran parte delle cose che accadono in vita, senso esagerato della comicità dell'esistenza) è purtroppo vero e quando ti ci confronti arriva la pace.
Ma in tanti altri casi non è vero.
Ho letto molti autori non pubblicati o quasi in vita che spaccano il culo a passeri e professionisti.

Il “ se non riuscite a pubblicare presso grandi casi editrici è perché non sapete scrivere” è un campo retorico molto forte, banale e falso/forte tanto quanto “nelle grandi case editrici pubblicano solo gli amici mafiosetti o le scrittrici pompinare” o “tutti gli autori che vendono tanto fanno schifo e sono delle puttane” o ancora “le piccole case editrici sono pulite e brave e buone”.

Se non riuscite a liberarvi da questa merda retorica ad alto potenziale di convincimento non potrete nemmeno sviluppare adeguata consapevolezza sulle vostre capacità, sui vostri fini e scopi e quindi, di conseguenza, anche sulle case editrici a pagamento.
Questa consapevolezza manca, spesso, a ogni livello e quando vi arriva vi farà un po' di male ma anche tanto bene, vi libererà.
Vi farà smettere di andare a queste presentazioni di libri di falliti che parlando di se stessi come “scrittori” o “poeti”.
Vi farà smettere di pensare di aver scritto e pubblicato un “libro” quando invece avete pagato per un servizio. E alle volte non si paga con i soldi eh, si può pagare anche con recensioni positive ad amichetti e scuderie associate, link e leccate varie.
Perché pensate che non scriva più di opere italiane?
Non è certo solo per evitare flame o per la generale bassissima qualità, anche se entrambi questi fattori pesano tantissimo.

Consapevolezza quindi.
Molte band e cantanti, da decenni, entrano in studio e sborsano per registrare il loro primo 45 giri, lp, cd e cazzi e mazzi.
Ma proprio da tranti decenni eh, fin dalle cabine a pagamento che registravano i 45 giri.
Moltissimi scultori vanno e pagano per la pietra e le altre cose che usano.
Idem i pittori.
Molti, in sostanza, investono somme di tempo e denaro per arrivare dove devono arrivare.
E, sempre in generale, ravviso una maggiore consapevolezza nei musicisti che conosco. Che non mi vengono a vendere la palla “ho pubblicato un cd con XXX” bensì mi dicono “ehi abbiamo auto-prodotto un cd, hai voglia di comprarlo/ascoltarlo/recensirlo?”, sanno che è un possibile, imperfetto mezzo per arrivare ad altro. Sono consapevoli e non SI contano palle. Quindi non TI contano palle.

L'editoria a pagamento, come tutto il resto di ogni cosa nella vita, è 90% merda.
Se non siete consapevoli, avrete il 90% di probabilità di finire nella merda, io non ero consapevole e ci sono finito.
Se invece siete consapevoli, siete informati e sapete cosa volere, allora potrebbe fare al caso vostro,
Non fa più per me, ma non è Satana in Terra, non lo è mai stata e ha comunque smesso di esserlo quando hanno cominciato a lanciarle generiche sassate giornalisti e scrittori senza peccato.

Io non pubblicherò mai più a pagamento, ma potrebbe interessarvi scovare qualche editore a pagamento decente.
Che vi offre un SERVIZIO, con lui conscio di offrire un servizio e voi consapevoli di pagare per un servizio e quindi attenti a pagare solo se questo servizio esiste veramente.
Potreste aver voglia di investire una somma (non uno sproposito eh, se vi chiedono molto è già una discriminante) in un servizio di editing adeguato, in una stampa decente, una impaginazione adeguata, una copertina decisa bene da grafici dotati di un certo gusto, una minima distribuzione sia via internet che verso certe librerie specializzate che non nascondano i vostri volumi.
Verso qualche presentazione nelle stesse.
In sostanza state pagando per stampare un biglietto da visita, magari narcisista (e allora?), e magari, se ci saprete fare, guadagnerete pure qualche soldo che, mi dicono, male non fa.

Ma questa consapevolezza, come tante altre cose in vita, richiede sbattimento.
Richiede controllare e valutare le proposte, raggiungere un know how che vi permetterà la discriminazione, richiede scaricare add on mentali che vi permettano di separare la merda e gli squali da chi offre invece un servizio e vuole farsi pagare per tale servizio.
Serve anche, questa consapevolezza, per cancellarvi dal cervello tutte quelle cazzate mitiche sull'essere scrittore, sul torturarsi sulla scrivania, sul vivere in soffitta, sul vivere per scrivere (che è un po' come vivere per lavorare, il grande nemico, sul demone della scrittura (vi posso fornire dei dispel efficaci, di buon livello, vediamoci di persona) e tante altre retoriche già fruste nell'800.
Vi/mi preferisco in giro per pub e a scopare, a giocare di ruolo con amici e figli e ridere nelle sale del cinema piuttosto che andare in giro a pomparvi come poeti: get a fuckin' life.
E comunque, anche se consapevoli, pensateci bene prima di pubblicare.
Siate consci del vostro prodotto, scrivete di più ma fate uscire di meno: ogni giorno escono decine di libri inutili, meglio risparmiare cartucce.

Stessa cosa per i concorsi.
Iscrivetevi con consapevolezza.
Ovvero, se a Orvieto faranno ancora uscire un concorso letterario e voi vi iscriverete di nuovo, beh, dovete morire male perché siete stati avvisati a bestia con documentazione e prove, non potete cascarci di nuovo.
Se invece persone come Il Duca non vi chiedono tasse di iscrizione e vi assicurano premi, beh, già, insomma, è cosa più decente, no?

Quindi, pur non facendo per me, ben venga certa (rara eh, sia chiaro, rarissima, ricordate il 90% di merda) editoria a pagamento o, altra via, auto-pubblicazione su Lulu, e-book e cose simili.
Non sono questi i campi di battaglia, è la vostra mente e la vostra autocoscienza la trincea che vi permetterà discriminazione.

Ma, come dice Congleton, queste sono solo dolci parole che il ragno sussurra alla mosca...