mercoledì 29 settembre 2010

Classifiche, premi e colonnelli…


Sto pensando di chiamare qualche operaio per un po’ di manutenzione qui nella Malpercasa, nulla di serio, giusto qualche widget interessante da aggiungere in home, nel frattempo ho già apportato qualche modifica che con ogni probabilità nessuno avrà visto ma che era da qualche tempo dovuta per motivi di coerenza.

Ho eliminato qualche link di troppo: siti inattivi da più di due mesi o blog che, con tutto il rispetto, o postano contenuti detestabili o hanno un modo di stare in Rete, gestire commenti, contenuti e contatti che non riesco a digerire.
Attuando una politica di non lettura e boicottaggio, mi sembra stupido continuare a tenere i link e procurar loro visite. Nella foga potrebbe essermi scappato qualche cancel di troppo: scrivetemi in privato se non vedete più il vostro blog listato e pensate che ci sia stato un errore, provvederò quanto prima.

Ho tolto anche, ed era l’atto che m’importava di più, il widget laterale che segnalava la mia posizione nella classifica Wikio.
Sia chiaro, credo che i tizi di Wikio stiano facendo un gran bel lavoro, così come quelli di Liquida e rinnovo loro i miei complimenti, ma io non riesco a sfoggiare una “posizione in classifica” senza sentirmi un coglione fatto e finito.

Fin dalle elementari ho odiato classifiche di merito, voti, stelline, buoni e cattivi, pollice su e pollice giù e tutto le pippe di questo tipo: ho sempre considerato avvilenti meccanismi del genere e mi sembra giusto starne fuori.
E mi sembra ancora più giusto farlo ora, settembre, che, wow, sono nei primi dieci siti della sezione “Letteratura”, cheek to cheek con siti molto più grossi e importanti.
A farlo qualche mese fa avrei potuto suscitare qualche sospetto d’invidia e di volpe e uva, spero che facendolo ora che sono nei “top blog” (a casa mia tale frase si legge “ma sti cazzi”) si possano capire meglio le mie motivazioni, senza vederci dietro le solite cosucce.
Il fregiarsi, tramite widget/badge, di queste posizioni di classifica mi ricorda troppo le medaglie dei colonnelli, non riesco ad appuntarmele al petto e a sentirmi più “top” solo perché me l’ha detto un qualche tipo di autorità esterna, no grazie.

Si tratta comunque di un meccanismo simile ai vari premi che girano per la Rete. Un tempo (nemmeno troppo tempo fa, purtroppo) ancora m’incazzavo quando uscivano i Macchianera Blog Awards. M’incazzavo perché erano governati dalle solite modalità mafiosette italiane, amico premia amico (e fidanzati/e del caso) e tutti a casa contenti.
Ora invece ho imparato a utilizzarli al meglio: sono la cartina di tornasole di quello che non funziona in Rete e anche a questo giro ne sono uscito rassicurato, molti (la stragrande maggioranza) dei vincitori (e anzi, le nomination sono ancora più spassose) fanno ridere per quanto riguarda i contenuti e ci sono casi spettacolari come il premio Miglior Grafica dato a un blog che usa un tema wordpress senza modifiche, dovrebbe farvi capire da solo come funzionano le cose.
Ovvio, ci sono eccezioni eh, il disclaimer, poco convinto, è d’obbligo. Quest'anno comunque hanno fatto ancora più ridere di passate edizioni, roba che pareva impossibile.
Se mi ritrovassi premiato in un evento del genere vorrebbe dire tante cose brutte, sarebbe il simbolo di un cambiamento che non credo possibile e che spero non avvenga mai.

Più che a premi e classifiche tengo a qualche altro dato.
Credo che i veri metodi per testare la riuscita di un progetto di questo tipo, oltre ai continui commenti dei lettori, siano quelli offerti dai vari programmi di analitica e non mi riferisco tanto al numero di ingressi quanto ad altri due dati.
Uno è il numero di pagine viste per visitatore (collegabile al bounce), l’altro è la durata media di una visita.
L’ultima volta che ho controllato il primo era intorno al 3,2 e il secondo sui 4 e passa minuti, segno che il visitatore medio è incuriosito e legge ben più di una pagina, spendendo parecchi minuti nella Malpercasa.
Sono due dati più o meno in costante ascesa da quando ho aperto il blog e non posso far altro che ringraziarvi.
Ringraziarvi per la vostra curiosità, per la disponibilità al dialogo, per sapermi bastonare ogni volta che la faccio fuori dal vaso, per avere toni umani anche quando la pensate in maniera molto differente e per riuscire ancora, in tempi di deficit d’attenzione e ritalinizzazione della lettura, a passare parecchio tempo di fronte al malperschermo.
Grazie.

A inizio post parlavo di widget da inserire. Non sono un tecnico e non ho ben chiara la percezione di ciò che possa più o meno essere utile ai miei lettori, quindi mi rimetto al vostro giudizio, specie quello di chi fra voi conosce meglio la Rete e il modo di stare in Rete.
Se conoscete qualche widget che reputate utile linkatemelo pure come se non ci fosse un domani, se avete in generale consigli per migliorare la struttura del sito fatevi avanti, in pubblico o in privato poco conta.

Alla prossima!

lunedì 27 settembre 2010

Burning bright (2010)

BURNING BRIGHT
2010, USA, colore, 86 minuti
Regia: Carlos Brooks
Soggetto/Sceneggiatura: David Higgins, Christine Coyle Johnson, Julie Prendiville Roux
Produzione: Sobini Films, Launchpad Productions, Burning Bright Productions (Distribuzione LG)

Kelly è una ragazza con qualche problema da affrontare: sua madre si è suicidata lasciandola con un fratellino autistico che lei vorrebbe piazzare in un istituto per poter poi frequentare l’università.


Purtroppo la madre non ha lasciato nessun testamento e il patrigno preleva tutti i soldi dal conto per comprare una tigre e trasformare casa in un mini zoo per turisti di passaggio.


Mentre sta arrivando un uragano di proporzioni e intensità epiche, Kelly e il fratellino tornano a casa proprio mentre il patrigno la sta sigillando con assi di legno per evitare troppi danni nelle ore seguenti.


Dopo un aspro confronto l’uomo abbandona la casa per andare a rintanarsi in un bar durante la tempesta. La tigre riesce a liberarsi e penetra in casa. Kelly e il fratellino non possono uscire o comunicare con l’esterno…

Lo so. Lo so.
“Elvezio, ma con una sinossi di questo tipo è chiaro che si tratta di porcheria e non c’è bisogno di vederlo, no?”
Che volete farci, stavo stirando un cumulo di panni (diciamo che durante l’estate mi sono un po’ lasciato andare per quanto riguarda il ferro da stiro) e ho preferito qualcosa di poco impegnativo, no?

Il risultato è un filmetto che stenta molto a carburare, ha qualche scena di tensione prevedibile e poco efficace, due o tre spunti di riflessione e una conclusione telegrafata di quelle che fanno così contenti i quarterback e le cheerleader oltreoceano.

Fra gli spunti di discussione appuntati fra una camicia riottosa e un paio di jeans che non ne volevano sapere, ricordo con chiarezza il fatto che non riuscirò mai a capire perché nelle scuole di sceneggiatura near Hollywood considerino positivo oberare il protagonista di milioni di problemi oltre a quello principale.
Voglio dire, questa povera ragazza si becca:

1) madre suicida;
2) fratellino autistico (che per gli scrittori vuol dire pazzo che urla quando vede il colore rosso e s’imbestialisce a muzzo ogni tre per due);
3) un patrigno schifoso come pochi che le leva tutti i soldi;
4) preside della scuola che le telefona e “Guarda, tu sei brava e bella ma se non ti liberi subito di tuo fratellino e non vieni ai corsi perderai immediatamente la borsa di studio”;
5) uragano al cubo in arrivo;
6) tigre affamata che scorazza per casa.

Voglio dire, noi in Europa con anche solo uno di questi punti ci facciamo una trilogia filmica di gente chiusa in stanze a parlare e parlare e ogni tanto guardare con amarezza dalla finestra l’orizzonte della gioventù perduta borbottando Kant: loro in USA frullano TUTTA questa dinamite e se ne escono con un’oretta e mezza stentata e mediocre?

E poi, ma che diavolo, esistono miliardi di romanzi e milioni di poesie ma gli statunitensi sembrano conoscerne e amarne solo due o tre e non ‘è scampo eh, appena nomini loro un animale eccoli che partono in quarta con una singola associazione obbligatoria per far vedere che e sanno.
Se gli dici “corvo”, scatta subito qualcosina da Poe, se nomini “coniglio”, allora ci s’infila nel tunnel di Alice e belin state tranquilli che se sussurrate “tigre” allora ecco che gli autori pavlovano al lampo con William Blake, è un meccanismo automatico che scatta in particolare quando non serve a nulla, come in questo caso.

Sì perché del “divampante fulgore” cogliamo ben poco lungo tutta la pellicola e quel poco pare più gattoso pucci pucci che altro, cotto nel forno a microonde di casa più che in qualche divina fornace…

Il resto è un banale giochino da slasher (ehi, ci sono persino quei due immortali classici, “mi nascondo sotto il letto” e “mi chiudo nell’armadio quello con le porte a stecche”) che ha anche momenti godibili ma mai memorabili, un discreto uso di ambienti e tensione ma anche un grado di manipolazione altissimo.
La tigre in questione è una bestia a corrente alternata e quando fa comodo a regista e sceneggiatori è una macchina di morte dai sensi raffinatissimi e forza prodigiosa, altrimenti diventa un cucciolo sordo e (come si dice quando uno non ha l’odorato?), incapace di sfondare anche solo del cartongesso.

Vi sono tutte le svolte da manuale compreso il momento di sconforto verso il sessantesimo minuto, l’agnizione (tramite terribile deus ex machina) verso il sessantacinquesimo minuto e quindi, due minuti dopo, la trasformazione della timida e studiosa Kelly in una sorta d’incrocio fra Mc Gyver, Kraven e Amazzone, fino alla conclusione con inevitabile confronto finale.

Briana Evigan se la cava molto meglio qui che in Sorority Row e ogni volta che vedo Garret Dillahunt (il patrigno) imprigionato in ruoli come questo penso che alla fine debba essere anche riposante interpretare sempre lo stesso personaggio per vent’anni e poi andare in pensione…

Buono per gli amanti dei film con animali cattivi cui manchi ancora qualche figurina per completare l’album dello zoo malvagio…

Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:

sabato 25 settembre 2010

Black Mountain mercoledì 29 settembre a Milano





Leggo in giro che dal vivo spaccano.

A me già bastano dal morto: hanno sparato EP e CD che considero estremamente godibili, in più lui ha la barba che avrei io se non dovessi lavorare a contatto con il pubblico.
C'è però da ammettere che paiono morti di seghe: no problem with that.
Cercate altre loro canzoni (Druganaut è una mia hit fissa da anni ma non l'ho postata perchè ha un video penoso), andate a spulciare il loro myspace.

Anyway, arrivano mercoledì 29 settembre alla Salumeria della Musica (qualsiasi cosa sia questo posto, mi pare di averlo intravisto mentre stavo andando al concerto dei Retribution Gospel Choir e c'era un sacco di gente in strada che rideva e pareva allegra, quindi già per me non va mica bene come posto, ma pazienza) e andrò a vederli: se qualche lettore di questo brutto luogo conta di esserci faccia un fischio (pubblico o privato) che ci mettiamo d'accordo per il concerto...

venerdì 24 settembre 2010

Kiss me Licia, ma prima occupati del cetriolo...

Mi scuso per eventuali problemi di lettura, oggi blogger pare inagibile, mi ha cancellato due post già pronti (poco male, ho i file word) e non sono sicuro che abbia conservato i commenti a questo, al momento in cui scrivo non so nemmeno se infine riuscirò a modificarlo in quanto ho provato a inviare qualche volta e nisba.
In caso non si vedano i commenti sappiate che un anonimo mi aveva fornito una importante e preziosa precisazione che casca proprio a fagiolo ed è stata inserita nel testo del post, a prova che il confronto con i lettori serve sempre e che la scelta di anonimato non è da collegare in automatico a troll cattivi e roba simile. Grazie anonimo.


Settimana molto pesante per quanto riguarda il bombardamento di immagini che favoriscono determinati tipi di rapporti e poteri a me sgradevoli.
Settimana brutta anche per quanto riguarda certi commenti sul blog, commenti (anonimi, non potrebbe essere altrimenti, ma continuerò a difendere la scelta dell'anonimato) che sono riuscito a eliminare al lampo per puro caso, commenti offensivi nei confronti dei miei lettori e che hanno suscitato in me più di una domanda.
Ci penserò prossima settimana con un post, ve lo prometto, perché covo rabbia e non è abituale per il sottoscritto.
Per ora cerco di rimanere in tema...

Dicevo, settimana pesante, nella quale ho percepito il solito, usuale, consueto attacco alla donna in modo molto più forte del solito.
Prima la visione di Piranha e la vergogna provata di fronte a certe immagini, vergogna e preoccupazione rinforzata da certa accettazione che ormai noto imperante ovunque.
Sono immagini pericolose, mortali come ha scritto un altro...

Poi il viaggio sul 14.
Sto a Milano, prendo il tram 14 per andare al lavoro.
Il 14 è una delle linee peggiori.
Ha queste vetture nuove, nuovissime, di quelle con il nome scelto attraverso concorso pubblico, vetture che contano molti meno posti a sedere e hanno gli appigli troppo alti per molti anziani.
In più strappano e sobbalzano peggio delle vetture di legno degli anni Venti, d'estate sono roventi e d'inverno ghiacciate.
Questi mezzi il parto malato di qualche ingegnere che non li ha mai provati e a cui auguro di diventare povero e dover usare il 14 vita natural durante, specie da anziano, ora di punta,con ragazzi bastardi che non ti fanno sedere.
Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Io non subisco la pubblicità.
Non possiedo televisore da anni, non leggo riviste cartacee (o meglio, leggo alcune pubblicazioni specializzate che hanno pubblicità mirata che non deve vendere o convincere quanto piuttosto illustrare) e tutto il resto, è difficile che entri nel raggio di una pubblicità.

Purtroppo ci sono i cartelloni in giro per la città...
Una delle cose che mi ha colpito di Berlino, alla terza visita, è la natura dei poster e cartelloni in giro, che di solito fanno pubblicità a eventi e accadimenti cittadini e ben poco a prodotti: sono mediamente più artistici dei nostri e più interessanti.

Sono sul maledetto 14 (dove ho circa il 78% di probabilità di dover lasciare il posto a sedere a un anziano o a una donna incinta, sono maledetto, entro, mi siedo, accendo l'e-book reader, alzo lo sguardo e o c'è una specie di mummia di 105 anni che mi guarda implorante come a dire "muoio, guarda, muoio anche se mi siedo ma almeno muoio serena", o una balenottera di 43578345 kg al nono mese e mezzo che mi guarda come dire "se non mi siedo ti sgravo in faccia, fai tu"), mi alzopregosignora e guardo fuori dal finestrino.

E vedo un enorme, enorme cartellone della Sisley, questo:



E non ce la faccio più.
Credo di aver saputo gestire molto bene la rabbia e la frustrazione negli ultimi anni, perlomeno sul blog.
Anche quando arrivavano i peggio commenti io ci ridevo e facevo il gentile, no?
Ma una immagine così mi ammazza, specie se lunga venti metri e alta dieci.
Ma che razza di essere umano compra un vestito Sisley dopo aver visto una pubblicità del genere???

Torno a casa coi nervi a fior di pelle, vado sulla Gazzetta della Borghesia e trovo questa immagine:



Che è ancora peggio della precedente e che trovo, come G.L., pericolosa e mortale. Più o meno per gli stessi motivi scritti da lui.
E guardatela, questa "madre terribile", questa "peggio-mamma".
Occhiaie, sguardo vuoto, viso tirato, bimbo stretto ad arte per la foto tenera e responsabile, bimbo che subito dopo verrà affidato allo stuolo di tate garantito dal suo grasso stipendio e dalle regalie del suo partito (e, giuro, non so a quale partito appartenga, né mi interessa, come potrebbe importare?).

(edit) Mi dice un commentatore che l'intento di questa Licia era positivo e propositivo, fatto proprio per segnalare i problemi delle mamme lavoratrici durante sessione apposita in europarlamento.

E allora il problema diventa ancora più grave perché non puoi andare a fare l'allegro politico senza conoscere a fondo uno degli aspetti più importanti del tuo mestiere, ovvero il rapporto con i media.
Qualunque individuo dotato di un minimo di buon senso può immaginare l'uso che la stampa (stavo per dire certa stampa, ma ormai è "la stampa") farà di immagini come questa e il risultato sarà che in aula avrai mandato un messaggio di un certo tipo a poche centinaia di persone e fuori dall'aula avrai mandato messaggio contrario a milioni di persone.
In aula ti sei preoccupata delle mamme, fuori dall'aula emerge l'immagine di instancabile mamma lavoratrice, non è possibile permettersi simili ingenuità.

Colpa della stampa?
Sì, vero, ma è così e spetta a te evitare il problema in ogni modo possibile.
Sarebbe come sapere che c'è un muro e andare a sbatterci lo stesso e poi lamentarsi del cattivo muro.
Altrimenti rafforzi certi guasti invece di lavorare per sanare.

Perché noi le donne le vogliamo così: belle fighe sempre sorridenti, pronte a ricevere trenta cazzi-cetrioli in ogni buco (triple penetration for dummies, vero Sasha?) e se non sono sorridenti e volenterose, beh, le stupriamo e non paghiamo manco dieci euro in tribunale, sia chiaro, che la stronza ci aveva provocato con la minigonna.

Poi, dopo la cura Sisley-Cetriolo, quando la "stupida puttana" è pregna e inusabile, beh, che non provi nemmeno a pensare all'aborto!
La vita è sacra e CL ha sparso gente in ogni corso di medicina, senza contare tutti gli ospedali che ormai possiede: quindi per praticare l'aborto, oltre a beccarti vergogna e sputi in faccia, devi viaggiare di regione in regione e pregare Iddio, sperando sia più benevolo e intelligente del Vaticano.

Ma non ci riuscirai e dovrai sgravare, magari in mezzo a pestaggi in sala operatoria e medici che non ti dicono che tuo figlio nascerà down: la vita, anche quella mongoloide o vegetale, è super sacra e quindi a fottersi quaranta anni di futura disperazione che si potevano evitare in cinque minuti, chiamala vita...

E dopo che hai partorito, specie se hai il culo di stare in un comune leghista, belin, ti daranno mille euro (forse, se non sei negra) come Coppa del Nonno, che manco ci compri i pannolini e il latte per tre mesi.
E poi?
Beh, il poi te lo spiega molto bene la Licia eurodeputata della foto: torna a lavorare prima possibile!!!
Non stare a pensare a tua figlia, non passarci del bel tempo insieme quando è più importante, no, cerca di mollarla ai nonni o, come Licia, portatela sul posto di lavoro!

Sai che spasso portare tua figlia alla catena di montaggio!
Una figata!
Te la metti nel "marsupio" e via verso nuove avventure lavorative!
Sai se lavori in qualche industria alimentare di merda tipo quelle dei polli, a sventrare animali con tua figlia nel marsupio che impara la vita, la morte e la merda di gallina?
O in catena tessile o meccanica, coi decibel a palla e tua figlia già grindcore a tre mesi?

Bisogna produrre e consumare, se possibile senza spazi intermedi durante i quali riflettere, divertirsi, amare, giocare, leggere, amare...
Essere belle, disponibili e feconde, senza che questo inceppi per nemmeno un giorno la catena.

Non riesco a non indignarmi e incazzarmi, pur sapendo che non serve a nulla e che hanno già vinto su tutta la linea.
Non riesco a non sperare che La Repubblica, giornale sempre più di merda, fallisca domani, lui e i suoi elogi a Licia la lavoratrice di ferro, indomita, bella e nobile.
Se avessi una moglie e portasse nostro figlio sul posto di lavoro, occhiaie e sorriso tirato, in mezzo a eurocretini che blaterano invece che al parco, beh, sarei dall'avvocato in tre secondi a chiedere divorzio e affidamento.
Invece questa viene dipinta (e vista, da sinistra a destra) come l'eroina di sto cazzo.
Abbasso asili nido e maternità! Viva la donna piegata a pecora sul lavoro due secondi dopo il parto!

Mi sale l'embolo e devo chiudere prima di dire cattiverie vere.
E il pensiero che molte donne ammirino questo comportamento mi distrugge, sul serio, sento di vivere in un mondo non mio, a valori rovesciati...
Credo che sia su queste due foto, molto più che su quel poveraccio di Vespa che tenta di palpare la centocolpidispazzola di turno, che si debba puntare attenzione e rumore.
Siamo in guerra, con buonissima probabilità una guerra già persa in partenza.
Vespa è arma di distrazione di massa, una delle tante, mentre accadono queste cose e vengono esaltate dagli stessi canali che deprecano il comportamento di Vespa, un cortocircuito allucinante.

Vabbè.
Perdonate lo sfogo.
Sfogo che non finisce questa settimana bensì strascicherà nella prossima perchè sempre a bordo del maledetto 14 ho visto altra pubblicità che merita post a parte...
E devo anche rispondere ai commenti anonimi cestinati.
E parlare del soporifero A Serbian Film.
Settimana impegnativa, la prossima...

Buon week end, se potete.

giovedì 23 settembre 2010

AAA - Scrittrice teen e handicappata cercasi

Giungo in ritardo rispetto ad Alex che ha segnalato il caso prima di me, lo linko ugualmente in quanto credo che i nostri rispettivi lettori non si sovrappongano al 100% e che il tutto meriti una lettura.
Conosco e seguo Angra da molto tempo e lo rispetto, ora il rispetto è cresciuto ancora di più.
Ognuno trarrà debite conseguenze, immagino.

Enjoy...

Il grande talento di Amanda

mercoledì 22 settembre 2010

E di Shining, invece, cosa ne pensate?

Sto parlando del film, visto che sul libro alcuni fra voi si sono già spesi con considerazioni interessanti (e alla fine ho detto anche io la mia) e credo che l'argomento sia ormai esaurito.

Come al solito spazio alle vostre opinioni senza tante intrusioni da parte mia, se non per dire che sì, da queste parti si confrontano (e molto) libri e film tratti dagli stessi e che se siete fra quelli che pensano che non sia operazione possibile beh, buon per voi, è probabile che abbiate ragione ma non importa e sarebbe uno spreco di byte da parte vostra commentare inviperiti che "non si fa", visto che da queste parti invece il padrone di casa lo fa e tanto e pazienza, credo ci siano molti altri posti dove non si fa, riferitevi a quelli nel caso non vi piaccia questa attitudine.

Detto questo, in questo caso mi pare quasi ingiusto confrontare libro e film: il primo è un modesto romanzo che non ha lasciato grandi segni né nel supposto genere di appartenenza né nella letteratura in generale, il secondo è un capolavoro che ha segnato a fondo l'immaginario di più generazioni e rimarrà a lungo nella storia del cinema.

Difficile trovare spunti seri di discussione quando mi pare che riguardo questa pellicola sia già stato detto e scritto di tutto, per stimolare la conversazione allora mi limiterò a segnalare quelli che a mio avviso sono i pochissimi punti incerti (ma comunque, per altro verso, di grandissima forza) della versione di Kubrick.
E sono due, o uno visto che appartengono allo stesso campo, ovvero le scelte di casting.

Non vorrei essere frainteso, cast stratosferico che ha contribuito in maniera determinante alla riuscita del film, ci mancherebbe.

Ma con un Jack Nicholson che fin dai primi fotogrammi si presenta così, come si fa a elaborare in maniera graduale la rappresentazione di una caduta, di una crisi, di una possessione, di uno stato patologico, chiamatelo come volete?
C'è già tutto lì, io di un tipo così ho già fifa fin dall'inizio e la discesa non mi sorprende né mi pare più di tanto alterazione di stato.

Lo stesso dicasi per la Shelley Duvall, bravissima anche lei ma troppo, troppo vittima e fragilissima fin dall'inizio, non c'è progressione e mi pare proprio questo della progressione l'unico campo in cui il romanzo funziona meglio del film.

E, ripeto, non cambierei comunque mai un cast del genere eh, solo così per offrire spunti.

Per il resto non c'è trippa per gatti, King può incazzarsi quanto vuole con Kubrick: lavoro e talento sono cose belle e ammirevoli ma il genio è altra cosa davvero...

La mia scena preferita (manco a dirlo, in lingua originale per rispetto nei riguardi del lavoro degli attori e della sceneggiatura):

lunedì 20 settembre 2010

Piranha 3-D (2010)

Piranha_3D_2010_Poster_locandinaPIRANHA (3-D)
2010, USA, colore, minuti
Regia: Alexandre Aja
Soggetto/Sceneggiatura: Pete Goldfinger e Josh Stolberg
Produzione: Dimension Films, The Weinstein Company e varie

Ogni anno, durante lo spring break, la sonnolenta cittadina di Lake Victoria è invasa da masse di studenti in cerca di divertimento sulle rive lacustri e passa da cinquemila a cinquantamila abitanti.
Quest’anno però un terremoto ha aperto una vasta zona sotterranea, liberando nel lago una specie preistorica di piranha, molto grossi e aggressivi.

Mentre lo sceriffo locale Julie Forester cerca di risalire alle cause del fenomeno e trovare un modo per combatterlo, suo figlio Jake disattende gli ordini della madre e, invece di accudire al fratellino e la sorellina, sale a bordo dello yacht affittato da un regista di video softcore per aiutarlo nel trovare delle location per i suoi filmati.

Nel frattempo l’attività nel lago raggiunge il suo picco durante la gara delle magliette bagnate, attività che attirerà l’attenzione dei ferocissimi predatori.
Massacro in spiaggia, figlio maggiore intrappolato su uno yacht e figli minori alle prese con i piranha: per Julie non sarà certo la giornata migliore della sua vita.

Vi è un momento, in questa porcheria estiva, in cui il regista di video sexy, durante una lunghissima, mal girata e noiosa scena di sesso lesbico subacqueo, esclama qualcosa tipo “Like fish with tits!” (o boobies, ora non ricordo bene e ho già cancellato l’inutile ammasso di bytes).
Ecco, sarebbe stata mossa ben più onesta intitolare Piranha 3-D qualcosa del genere, chessò, “Pesci e Tette” o “Killer Bikini con Pesci Assassini” ed evitare tutta la fanfara, durata mesi e mesi, su quanto sangue è stato versato, sull’innalzare il tasso di violenza ed emoglobina, sugli omaggi e ammiccamenti, sui cameo e quanto si sono divertiti tutti quanti (non so voi ma a me questa nozione pareva strillata con troppa veemenza, ogni tre secondi tutti volevano ribadire quanto si stavano divertendo, accade di solito nelle feste più spente) ecc ecc.

A guardare questa serie di ragazze che dimenano le loro curve lungo tutto il film per poi finire divorate da quattro pesci della KNB, il tutto condito dagli ovvi intermezzi da sceneggiatura Neanderthal (la sceriffa tosta; l’aiutante nero e negro; i bambini simpa con le loro battute simpa; l’amore che, se ne evince, vince e convince) viene da domandarsi se Alexandre Aja sia davvero lo stesso che pochi anni o molti eoni fa ci regalò Haute Tension.

Perché lì in Francia aveva una brutale grazia nel filmare pompini fatti con teste di morte e ditalini al chiar di luna e qui invece, a furia di mangiare dal Mc Donald dei fratelli Weinstein, è finito con il riprendere inutili tette siliconiche clonate, tutte uguali, tutte che quando arriva il piranha ad azzannarle ti aspetti che scoppino inondando la spiaggia di un gel trasparente: rimani quasi sorpreso quando ne esce sangue.

Trattasi di luogo comune che odio e non vorrei mai ribadire, ma purtroppo i luoghi comuni diventano tali anche perché sono veri: X regista filma un buon esordio (che può far incavolare per il finale ma ha potenza in grado di non farci storcere troppo il naso) e poi, chiamato dalle SA che gli propongono SS (Sirene Americane e Sirene Siliconiche, non pensate male) finisce per sbroccare, fottersene del pubblico e scendere la china gonfiandosi il portafoglio.

Mi dicono, come al solito, che per godersi questo genere di prodotto bisogna spegnere il cervello, evitare di riflettere sul sessismo, sull’assenza di personaggi e trama, sul vuoto stellare a livello di contenuti e sottotesti, di saper passare sopra alla violenza gratuita e alla totale mancanza di estetica ed etica.
E io non solo, noiosone e moralista, non riesco a viaggiare a corrente alternata, ma, cosa che m’interessa molto di più, non riesco a capire e un po’ mi spaventano le persone che riescono a seguire le indicazioni di cui sopra.
Perché se certe volte spegni tutto e ti godi sessismo, volgarità, personaggi di cartapesta, trama inesistente, assenza di riflessioni, violenza gratuita, estetica da cameriere della Mansion, ecco, se riesci a fare questo, che razza di persona sei?
Cioè, meglio, sei sicuro di poter sempre controllare il momento in cui spegni?
Sei sicuro di poter "smettere quando vuoi"?
Sei sicuro di poterti riaccendere quando serve lottare su certi temi morali e civili molto importanti?
Sei sicuro che una scia ormai lunghissima di film ritardati come questo non generi in te una certa tolleranza e assuefazione che scateneranno a catena ottundimento dei sensi morali, istupidimento della sensibilità verso questioni centrali, abbassamento mortale del livello d’allerta?

Perché se sei sicuro allora ok, nessun problema, non tenere conto delle mie parole e salta al prossimo film, amici come prima.

Io invece non ce la faccio e, non riuscendo a spegnermi, ho visto un film di un sessismo schifoso, di una assenza di contenuti , trama e personaggi inaudita e di una estetica da Standa, anzi, no da qualche hard discount periferico di queli che quasi ti pagano quando ci vai a fare la spesa.

E a nulla serve il risaputo giochino dell’autopiazzarsi nella zona dei film di serie B, dei camp movie, borderline Troma: primo perché devono dirlo gli altri se sei un B movie e non certo te stesso, secondo e più importante perché non è certo un tana libera tutti e non lo è mai stato visto che c’è gente che si è fatta il culo quadro per girare B movie di altissimo livello (Tremors anyone?).

Qui invece assistiamo a un brutto, rozzo montaggio di scene insipide e inefficaci: due tizie (s)vestite da sirene che lesbicano sott’acqua, una gara di magliette bagnate, quattro battute veicolate da personaggi overanfetaminici (Jerry O’Connell) o ormai intrappolati nella patetica caricatura di se stessi (Christopher Lloyd) e un’orgia di sangue finale che ne sa troppo di robbia e cocciniglia.

Il tracollo estetico è totale.
In Haute Tension Aja aveva dimostrato enorme, enorme gusto nella scelta di attrici bellissime che giravano scene erotiche: alla corte dei Weinstein, dovendo titillare il teen ager americano che non ha gusti in fatto di donne, è costretto a piazzare delle generiche pupazze iperzinnute e ipocarismatiche, il contrario dell’eros.
Il risultato? L’unica donna sexy è quella vestita, lo sceriffo.
In Haute Tension la violenza, anche over the top, aveva senso e motore interno, qui è piazzata in modo pornografico per generare puro shock value e per mostrare quanto sia possibile flettere i muscoli del reparto tecnico del film.
Il risultato? All’ennesimo litro di sangue di troppo ti sloghi la mandibola per gli sbadigli da indifferenza assistita.
L’involuzione tocca anche fotografia, scenografia, costumi e montaggio che si sono smarriti con ogni probabilità durante la traversata transoceanica da Parigi a Los Angeles.

C’è qualcosa da salvare?
Le prove di buona parte del cast, contro ogni possibile previsione, sono piuttosto buone e (a chi metainteressano) camei e citazioni si sprecano, armatevi di taccuino e date la caccia ai vostri feticci.
Per il resto, se volete zinne non nascondetevi dietro qualche scusa: avete miliardi di siti e film dove trovarne di migliori.
E se cercate del sangue finto andate al negozio che vende scherzi e costumi, dovrebbero averne parecchio…

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FILMATO:

domenica 19 settembre 2010

Social Distortion - Ball and Chain

Difficile trovare buoni video della canzone visto che mamma Universal blocca la diffusione sul malvagio You Tube e bla bla bla. Il video si blocca ma il sonoro per fortuna va avanti quindi enjoy.

Di ball and chain ne abbiamo tutti, no?

Lui era un grandissimo.



Well it's been ten years, and a thousand tears
And look at the mess I'm in-
A broken nose and a broken heart,
An empty bottle of gin
Well I sit and I pray
In my broken down Chevrolet-
While I'm singin' to myself
There's got to be another way

Take away, take away
Take away this ball and chain
I'm lonely and I'm tired
And I can't take any more pain
Take away, take away
Never to return again
Take away, take away
Take away this ball and chain

Well I've searched and I've searched
To find the perfect life-
A brand new car and a brand new suit
I even got me a little wife-
But wherever I have gone
I was sure to find myself there-
You can run all your life
But not go anywhere

Take away, take away
Take away this ball and chain
I'm sick and I'm tired
And I can't take any more pain
Take away, take away
Never to return again
Take away, take away
Take away this ball and chain

Well I'll pass the bar on the way
To my dingy hotel room-
I spent all my money
Been drinkin' since a half past noon-
I'll wake there in the mornin'
Or maybe in the county jail-
Times are hard getting harder
I'm born to lose and destined to fail

Take away, take away
Take away this ball and chain
I'm lonely and I'm tired
And I can't take any more pain
Take away, take away
Never to return again
Take away, take away
Take away this ball and chain

venerdì 17 settembre 2010

Alla fine li ho visti i Goonies, eh...

Forse qualcuno fra voi ricorderà il post nel quale elencavo alcune delle più clamorose falle nel campo delle mie visioni cinematografiche, con conseguente giusto coro di derisione quando ammisi di non aver mai visto I Goonies.

Ecco, durante questa settimana una persona a me vicina mi ha in sostanza obbligato a vedere per la prima volta, a 39 anni, questi Goonies. Non voglio certo scriverci sopra qualcosa di serio con dati, sinossi e tutto ma...

Direi che mi è piaciuto. Non mi ha entusiasmato, ovvio, credo più che altro per motivi d'età ma l'ho visto tutto senza mai annoiarmi. Certo, ci sono cose insopportabili (i pipponi del ragazzino protagonista, le pubblicità nascoste, lo spielberghianesimo/kinghianesimo a tratti prepotente, il razzismo caricaturale) ma ho notato anche alcuni lati che non riusciremo mai più a trovare nei film destinati allo stesso pubblico oggi.

Il film è quasi privo di struttura classica e di coesione, e lo intendo come pregio. Questi bambini paiono folli, un momento decidono una cosa il secondo dopo ne fanno un'altra senza mai più di tanto spiegare o spiegarsi.

La ricerca del graal è puro pretesto e anche questa viene condotta in modo random, schizofrenico. Non vi è reale tensione Bene vs Male e anche gli antagonisti hanno motivazioni e scopi labili. L'intero film è disseminato di decine di momenti off e un adulto può fare fatica a liberarsi da certe sclerosi e seguire la narrazione.

I ragazzi più grandi vivono l'avventura insieme a quelli più piccoli accettandoli e reputandoli loro pari, tenendo in considerazione i loro pareri e seguendo le loro indicazioni, cosa che ora avviene molto meno spesso e quando accade è perché il piccolo svolge, in qualche modo, la funzione di illuminato, mistico, saggio...

Il sesso e sensualità, nei pochissimi momenti in cui sono presenti, vengono vissuti in modo che a me pare più sano rispetto a quanto avviene ora, le ragazzine non paiono troie da ultimo bordello in porto affollato e i ragazzi non sono aggressivi e macho, non ci sono tensioni e messaggi che stridono con il target nonostante non manchino certe frecciate azzeccate.

L'atmosfera, pur non mancando momenti di orrore o pseudo-tensione, conserva un generale senso di rilassatezza, tranquillità, spensieratezza e solarità che manca ai corrispettivi contemporanei; pensate per esempio a quello stronzetto di Harry Potter che al confronto ha una mentalità da vecchio ed è molto più triste, torturato e ansioso...

Cioè... Josh Brolin nel ruolo del fratello maggiore è priceless, gli si vedeva già la fronte da Cro-Magnon i due rugoni a lato bocca, un grande!

Quindi, insomma, ci sono riuscito. Ho visto I Goonies e non ho nemmeno sofferto, ora faccio parte del club.
Prossimamente, ma lasciatemi rifiatare, Indiana Jones...

Title track con lunga intro della chiassosa ma brava Cindy Lauper:



Reunion:

giovedì 16 settembre 2010

Scopami, Ray Bradbury...

Non re-bloggo quasi mai in quanto preferisco generare contenuti originali, ma questa volta non riesco proprio a resistere e ringrazio Omar che mi ha fatto scoprire il video.
Interessandomi di stand up conoscevo Rachel Bloom e avevo già visto qualcosa di suo ma questo no: trovo il mix di volgarità (in traduzione italiana forse esce un po' troppo pesante eh), presa in giro di certe attitudini teen e, infine, vari titoli che ho letto e riletto amandoli alla follia, dicevo, trovo il mix azzeccato e divertente. E penso che sia un omaggio al grande Ray.

E lo trovo anche sano anticorpo in tempo in cui in Italia vengono pubblicate teen-porcate allucinanti.

Quindi... Scopami, Ray Bradbury...

mercoledì 15 settembre 2010

Pausa carpenteriana

Amber_Heard
Fra concerti, coliche, stesure di curriculum, ricerca lavoro e poco riposo sono costretto a mettere in pausa il blog fino a domenica prossima.
Continua la raccolta di materiale e di visioni per pezzi futuri, anche se mi assalgono sempre più dubbi sul senso e valore delle recensioni negative.
Si tratta di un cruccio che mi trascino da anni e, mentre sulla decisione di non parlare più degli italiani non ho più dubbi, sulle critiche negative in generale continuo a essere indecisissimo, incapace di prendere una decisione...

Vi lascio per qualche giorno con un articolo sul nuovo film di Carpenter, The Ward.
Non nutrivo molte speranze, visto il declino degli anni Novanta (intendiamoci, i suoi film in declino sono superiori a molti "capolavori" odierni eh) e il silenzio degli anni Duemila, credo che ci sorbiremo un film mediocre, è comprensibile e non macchierà certo la carriera del grande John.
Ma non avendo ancora visto il film non mi pronuncio.

The Ward

Ci risentiamo a partire da domenica!

lunedì 13 settembre 2010

Clienti serpenti, commessi commossi

Spugne_BIO
The names have been changed to protect the innocents.
Anzi, the names have been omitted to protect me, che è meglio.
Come qualche malpertuer fra i più assidui già saprà, lavoro in un negozio di Milano.
Posto storico, molto centrale: vendiamo candele, incensi, materiale per pulizia della casa, articoli regalo e robe del genere.
Clientela ricca, ex-ministri, attori, grandi stilisti, alberghi a cinque stelle e così via.
Una spugna vi costa centocinquanta, ci sono candele da boh, trecento, una pattumiera anche quattrocentocinquanta euro.
Parliamo di pattumiere che hanno un sensore, tu passi la mano e loro si aprono obbedienti a fagocitare la tua monnezza.
Somigliano al robot tappo di Guerre Stellari.
Cose così, altro che le navi in fiamme al largo dei bastioni di…
Un fottuto inferno di cortesia, la dittatura del sorriso 24/7 e sotto Natale (che da noi comincia a metà ottobre) si muore male ogni giorno.
Durante gli anni sono passati clienti di tutti i tipi e ho pensato di buttarne giù qualcuno su carta, almeno mi esce dalle anguste camere neuronali, io me ne libero e magari voi cominciate la settimana con un sorriso invece che con una bestemmia psicolavorativa.
Tutto questo non è “tratto” da una storia vera.
È una storia vera, verissima.

Signora sui cinquanta, la schiena piegata dal peso dei gioielli, occhiali fumè che sono quelli che mi impressionano di più di tutti perché gli occhi si vedono lo stesso ma paiono quelli dei demoni: scuri, bui, entropici.
Borsetta di coccodrillo, cintura di pitone, gonna di renna, scarpe scamosciate, insomma, una fottuta chimera.
Più arpia che chimera, forse.
Comunque mitologica.
Vorrei vedere delle spugne da bagno, uff (metà dei miei clienti, non so perché, è sempre annoiata e sbuffa quando deve comprare roba, patiscono la vita e lo shopping di lusso sopra ogni cosa, tipo come se dovessero lavorare in miniera).
Sì, signora, sono esposte in quell’enorme rack che ha di fronte a lei, a dieci centimetri dal suo adorabile musetto.
Ah, sì, vero, ecco. Ah ma io sa, le voglio BIOLOGICHE, le spugne eh, sono molto attenta al BIO (vestita come il più cattivo dei cacciatori di frodo del Congo mi parla di BIO, eh), in casa mia solo BIO.
Eh sì, capisco signora, certo, stia tranquilla, tutte le spugne che vede a sinistra sono, ehm, “BIO”: le pescano degli schiavi indonesiani che scendono in apnea legati a dei macigni rischiando l’embolia per la sua pelle delicata e strappano queste povere spugne dal fondale. Very BIO, Mucho BIO, BIO a strafottere!
Ah, bene. Eh… Ma perché queste a sinistra sono brutte, deformi e marroni e quelle a destra sono belle giallo paglia e di forma regolare?
Perché quelle di destra (guarda caso eh sempre a destra ste cose) sono state trattate chimicamente da altri schiavi, cancromorituri, per renderle esteticamente più appealing a voi dame turboannoiate della Milano che conta, signora. Subiscono vari processi chimici fino a diventare così belle. Ah! Eh no eh, allora preferisco queste trattate, sì sì, mi dia queste che sono belle.
Estetica vs Bio 2-0 palla al centro.

Le_Segretarie

Coppia di segretarie in libera uscita da pausa ufficio. 800 euro al mese di stipendio e si fanno un giro da noi per morire di brama e desiderio.
La classe zoologica delle segretarie ha pochi fenotipi e di solito la coppia in escursione da shopping è formata da una circa trenta chili in sovrappeso, trucco dipintole in faccia da un cieco e micro borsetta rosa shocking che in pratica le si annida sotto l’ascella; l’altra magra, fragile, pressione max 60, occhiali e borsone enorme di un colore spento tipo che assorbe la luce.
Ollio riesce per magia nera a sbattere la sua microborsetta ovunque, brancica tutto con mani oleosa (che poi mi tocca pulire, stronza) e lo ispeziona con i cinque sensi, cinghiale metropolitano che scava neo-tuberi.
Stanlio ogni due secondi si riaggiusta gli occhiali e passa nervosa la mano sul borsotendone, per assicurarsi che sia ancora lì, potrebbe esser volato via, chissà…
Ollio annusa tutto, ci manca poco che non assaggi candele e boccette, critica tutto e non le frega di nulla, è indifferente a quel che le passa dal grugno, l’importante è l’attività di pascolo.
Stanlio sa rendersi invisibile nonostante il borsone buco nero, non parla mai, ogni tanto muove la testa a significare che la collega ha così ragione ha così tanto sempre ragione.
Gli occhietti da faina miope viaggiano sugli scaffali e sottraggono con velocità da Brainiac varie somme dal budget mensile, dando sempre risultato rosso negativo, no go no go, alert.
La pausa sta per finire, prima di rientrare ai ceppi si avvicinano, Ollio regge in mano X cosa inutile e, alito di panino e chewing gum alla fragola (non BIO, credo): Scusa, quanto?
Sì, c’è quel gigantesco cartellino fosforescente con il prezzo attaccato, vede? Cinquantacinque euro.
Ah! Eh… E non ce l’hai uguale ma che costa meno?


Vecchia_Terribile

Ottuagenaria, incrocio fra Crudelia Demon e la Montalcini, un po’ anche Agatha Harkness. Sopracciglia alla Spock, magra come qualche necrospettro di quelli che stanno a guardia delle tombe dei faraoni. Pare averne anche l'età.
Buongiorno, vorrei vedere qualche candela.
Sì, certo, colore?
Pensavo, uff, a qualcosa fra il tortora e il duna del deserto.
Capite?
L’alta borghesia, uff, non usa termini come ecrù e beige, tvoppo volgave, meglio qualcosa fra il tortora e il duna del deserto…
Sì, ecco, le può andare bene lo stesso, visto che siamo a Milano, qualcosa fra il piccione mutante e la gobba d'asfalto???

Vecchie_Cobalto
Trio di carampane settantenni in libera uscita. Ridono e ciacolano, paiono clonate dalla stessa cellula, non riesco a distinguerle non fosse per i colori diversi dei capelli, tutti e tre di improbabili sfumature metalliche, fra il cobalto e l’antimonio, con sfumature di zinco e tungsteno.
Colori che se li porti da giovane sei una punk ribelle “ma tu guarda che roba chissà i suoi genitori poveretti”, mentre quando te li metti da vecchia sei una rispettabile dama, forse un po’ eccentrica.
La leader, sfumatura cobalto più intensa, da isotopo radioattivo:
Vorrei vedere delle candele. Risate e ciacolate delle altre.
Sì certo signora, ha già pensato al colore? Eh, uff, un verde, magari… Sìssignora, subito signora, che tipo di verde? In che senso, giovanotto?
(Non saprei, nel senso che ti odio e ti vorrei morta, forse)Un verde chiaro, scuro o…
No no, niente scuro mica sono a lutto, giovanotto, un bel verde chiaro, allegro!
(Che cazzo avrai mai da stare allegra con due piedi nella fossa, mah) Bene signora, e quindi un verde erba, un verde mela, un bel giada… E ma che ne so, un verde chiaro, cosa ne so io, giovanotto? … o magari un bel verde pisello… Ecco! Sì! Pisello, mi piace! Tiri subito fuori questo pisello, ragazzo! Mi faccia vedere il pisello!
Le due amiche ridono deliziate, lei non capisce, io muoio dentro, arrossisco fuori, sudo e balbetto. Sì, signora, glielo faccio vedere subito, il pisello…

Sensazione_Orso
Corpulento, barbuto, sui quaranta.
Scusa…
Sì, dica.

Stavo cercando una spugna…

Sì, sono lì sul ra…

Sì le ho viste ma volevo parlarti, sai
(mi tocca sulla spalla)…
Sì. Dica.
Cerco una sensazione…

(No, mi spiace, qui solo merci, spugne, ecco)
A me piace, sotto la doccia, provare una sensazione da un lato morbida e dall’altro lato ruvida (mi tocca)(come i quarantacinque giri, lato A morbido, lato B più rock).
Eh, non saprei, le spugne che abbiamo sono tutte in esposizione, le può vedere qui…
Ma hai presente la sensazione di cui ti parlo?
Beh, non saprei, veda pure se trova una spugna che…

È una sensazione stupenda, sai? (E mi tocca)
Eh, ma non saprei, scusi eh ma ora devo andare a piantarmi matite negli occhi per disperazione, continui a cercare la sua sensazione perduta in mezzo alle spugne bio…

Giovane rampante, giacca, capello elettrico, mani a toccare il naso ogni tre secondi, come a levarne possibili sfarinate, iperattivo.
Ciao.
Salve (che cazzo avete tutti con questo darmi del tu, siamo forse amici o parenti?)
Senti sono di (inserite il nome di uno dei tre top stilisti italiani e dico tre, non cinque o dieci), ti ricordi che per la settimana della moda abbiamo comprato quei candelotti per le sfilate?
Sì, certo, come no, ricordo molto bene (non mi ricordo il mio nome, figurarsi…)
Ecco, no, allora, non le abbiamo consumate tutte, ci sono rimasti dei moccoli, no? E? E allora se ve li ridiamo voi ci ridate parte dei soldi?
Beh sì ora che ci penso in effetti a casa devo avere un vostro jeans, ereditato da mio fratello che sa vestirsi: è pieno di toppe e squarci, di dieci anni fa, ma se ve lo restituisco magari voi mi date indietro qualche euro, no?

Ma_quanto_era_bella_non_ci_si_crede
Tipa sui vent'anni, avatar degli hippie, pantaloni che budinizzerebbero anche la Schiffer, maglia che teratomorfizzerebbe pure la Adjani. Si guarda intorno, guarda le candele, sbuffa anche lei sebbene sia povera.
Si vede che sbuffare è trasversale, unisce le classi.
Quanto costano queste candele?
Eh, c'è scritto su quel cartellino grosso come un raptor, 3,50 euri.

Ah. E queste?
Eh, sempre il cartellino, questa volta enorme come un dirigibile, 2,90.
Ah. Ce ne sono a meno?
Beh si, per esempio queste, 2,10, sono molto belle, le abbiamo in vari colori, anche il tortora.
(Rifletto un attimo e poi...) Ho anche ehm, eh (sorrido allusivo, o almeno, credo di essere allusivo, di solito mi dicono che risulta solo uno sguardo da scemo), ho il verde pisello eh, just in case...
Ah. E ce ne sono a meno?
Sigh. Beh sì, ho queste, da cucina, seconda scelta, solo in bianco o avorio, 90 centesimi.
Uff. E non ce ne sono a meno?
Sì, come no, certo che ce ne sono a meno in un negozio così in centro Milano, ce ne sono a meno, nel bosco, segui le fottute api fino a che non arrivi a un alveare, ti intabarri nella tuta antiapi, rubi alle povere operaie tutta la cera, torni a casa e la modelli a tuo piacimento e fai le candele senza spendere nulla e senza, cosa più importante, assillarmi le ovaie...

E per finire, l'evergreen, il classico che non tramonta e che senti almeno tre volte al giorno, come nella maledetta radio del negozio (questo sarebbe altro argomento, le canzoni che ascolto in negozio)...
Quanto costa questo (articolo a caso)?
100 euro.
Eh ma che scandalo!
Eh, cosa c'entro io...
Ma lo sa che cento euro sono duecentomila delle vecchie lire?
Eh... Lo sa?
Beh ma io mica decid...

Ma se ne rende conto? Eh? Duecentomila delle vecchie lire! Ma dove andremo a finire? (io spero nella guerra termonucleare, non so lei)
Le pare normale? Se ne rende conto? Duecentomila delle vecchie lire, insomma!
Sì, sì, me ne rendo conto.
Sono anche 235 dei vecchi dobloni, 4535 degli antichi sesterzi, 34254326543 di quelle vetuste conchiglie che usavano i nostri antenati a forma di scimmia e 27354378673 fantastiliardi megazillioni di Paperopoli. E io, mi dica, che cosa posso farci eh? Eh? Eh???

Ecco.
Capite?
Poi dicono eh ma perché bevi e ti droghi e giochi al computer cose che ammazzi la gente male e vedi i film di vecchie che muoiono per mano di gente dei boschi cattiva.

Buon inizio di settimana, scappo a lavorare, ci sentiamo dopo...

domenica 12 settembre 2010

Disposable Heroes of Hiphoprisy - Famous and Dandy

In occasione di un commento al boicottaggio Mondadori ho scritto "flavor of the month", ricordate?
Subito mi è tornata alla mente una canzone di quello che ritengo uno dei migliori gruppi in assoluto, non solo nel loro genere.
Purtroppo sono durati poco, Franti ora continua egregiamente ma non raggiungerà più, credo, queste vette.
Canzone enorme con testo preciso e affilato, compare nel video ma ve lo ripropongo anche qui sotto, ogni frase per me verissima.
Dedicato ai professionisti della finta protesta, del finto boicottaggio, a quelli che cambiano le bandiere come le lenzuola, a quelli che si sentono protetti nel gruppo...



What will we do to become famous and dandy
just like Amos `n` Andy
(2x)
It`s quite a spectacle
to see us land in
waste receptacles
as if we`ve planned it
We`re never skeptical
when we get branded
Then disrespectful
cause we feel abandoned
The height of mediocrity
is the challenge
Crawling through the entrails
of imbalance
We learn to like to be the heroes
We learn to lie to the brand name negroes
We learn to laugh to avoid being angry
We learn to kill and learn to go hungry
We learn not to feel, for protection
and we learn to flaunt when we get an erection
[Chorus:]
What will we do to become famous and dandy,
just like Amos `n` Andy
(2x)
We`re born believing we`re greater than circumstance
Infinitely stronger than chance
As our first breath is handed
We taste the double standard
the need to wear the mask
And with society`s nurturing
The psychic plastic surgery
begins to take effect
As our souls watch astouned
Our characters flounder
duplicitous identity
Diction and contradiction
have become the skills
of assimilation
Razor honed to perfection
From the moment of creation
It`s gone from identity crisis
To survival slingshot to rifle
Sin to revival
Try to get looked at
but not poked in the eyeball
Warned of our impurities
Afraid of insecurities
Real life experts of the artificial
Athletes and entertainers
have become the minstrels
on commercials
[Chorus:]
What will we do to become famous and dandy,
just like Amos `n` Andy
(2x)
On screen or off we can be rented
to perform any feat
And we reflect the images presented
by the media`s elite
Positive or negative attention
is viewed as success
U.S.D.A. African American Beef
is seen as progress
We never ask ourselves
too many questions
too much thruth in introspection
Maintain the regimentation
and avoid self-degradation
We act out all the stereotypes
Try to use them as decoy
and we become shining examles
of the system we set out to destroy
Cause even in the most radical groups
you will find
that when you stray from the doctrine
you`ll see hard times
[Chorus:]
What will we do to become famous and dandy,
just like Amos `n` Andy
(2x)
Being kicked in the mouth
or smiling with no teeth
They`re both choices, yes
but it`s impossible to eat
Uneducated, underdeveloped
Undisciplined but mostly unaware
We join the flavor of the month club
We swallow the flavor of the month
Well holding our crotch
was the flavor of the month
Bitch this Bitch that
was the flavor of the month
Being a thug
was the flavor of the month
Then no to drugs
was the flavor of the month
Kangol
was the flavor of the month
Rope gold
was the flavor of the month
Adidas shoes
was the flavor of the month
Then bashing Jews
was the flavor of the month
Gentrification
was the flavor of the month
Isolation
was the flavor of the month
My pockets are so empty I can feel my testicles
cause I spent all my money on some plastic African necklaces
and I still don`t know what the colors mean...
RED, BLACK AND GREEN

venerdì 10 settembre 2010

Premonition (2007)

Premonition_Poster_locandinaPREMONITION
2007, USA, colore, 110 minuti
Regia: Mennan Yapo
Soggetto/Sceneggiatura: Bill Kelly
Produzione: MGM, Tristar e vari

Linda è una casalinga felice della sua vita, con due bambine, una bella casa e un marito fedele che però non pare il massimo dei sogni di principi azzurri.
La sua felicità è purtroppo destinata a crollare quando un poliziotto le annuncia la morte del consorte in un incidente stradale.

Cercando di farsi forza, Linda pensa a come gestire il futuro con le figlie, salvo poi svegliarsi l’indomani e vedere che il marito è ancora in vita.
I giorni si alternano in una serie di quadri dissonanti che presto fanno dubitare Linda della propria sanità mentale fino a quando, cercando di mettere insieme i vari frammenti di queste sue premonizioni, la donna non scopre che…

Il tema dei viaggi nel tempo, della de-costruzione della linea cronologica e della possibilità di alterare gli eventi trova sempre spazio e attenzione dalle parti di Hollywood ma ben di rado a tale attenzione corrisponde poi una qualità elevata del prodotto.

Nulla di particolare aggiunge purtroppo il turco/tedesco Mennan Yapo alle prese con il suo esordio in USA tramite uno script del discontinuo (8 anni fra la prima e la seconda sceneggiatura) Bill Kelly.
Indeciso fra atmosfere d’autore e ambizioni da multisala, Premonition riesce a costruire un ottimo mood iniziale destabilizzando a sufficienza l’audience attraverso i sempre più problematici balzi temporali (o chiaroveggenze, che dir si voglia) della protagonista ma perde di vista ogni tentativo di spiegazione e approfondimento in favore di un’esagerata attenzione per la costruzione e la meccanica del plot.

Di solito sono favorevole alla mancanza di una vera e propria spiegazione di alcun tipo ma in questo caso ciò entra in contrasto con troppi aspetti della pellicola, vuoi con il personaggio principale che è proprio in cerca di una soluzione/interpretazione e fallisce in modo esagerato, vuoi con la struttura stessa dello script che innesca nello spettatore una crescente attesa per una risoluzione finale che quando arriva è ben lontana dal soddisfare qualsiasi tipo di palato cinefilo.

Quando scegli di giocare nello stesso campionato di Memento o Ricomincio da capo devi sapere che ti attende un faticoso lavoro su personaggi e trama, lavoro che non puoi in alcun modo abbreviare, saltare o coprire con sbuffi di fumo fin troppo finto.

Ondeggiando fra razionalismo e misticismo (l’inattesa e mal scritta puntata in chiesa di Linda è uno dei momenti meno plausibili della vicenda), Premonition offre occasionali squarci di tensione e orrore, senza però approfondire l’efficacia delle visioni che rimangono nel limbo di una piatta e patinata estetica mainstream.

Né giungono in aiuto della pellicola le interpretazioni di una benzodiazepinica Sandra Bullock (incapace di cogliere tutte le suggestioni della sceneggiatura e alle prese con una carriera sempre più insoddisfacente, posto che mai ne abbia avuta una…) o di un Julian McMahon tanto efficace in Nip/Tuck quanto legnoso ogni volta che mette il naso sul grande schermo.

Spazio quindi a una serie di quadretti innocui che fanno sospettare una mancanza di stile e incisività da parte del regista e una disastrosa gestione di logica e continuity da parte dello sceneggiatore. Quadretti noiosi che lascerebbero il giudizio in sospeso se non fosse per il tremendo finale del film, dove le buone intenzioni hollywoodiane costringono a una risoluzione derivativa dai vari Final Destination e con un epilogo tanto mieloso quanto insopportabile.

Come Linda subisce sballottamenti temporali assortiti, il pubblico subisce il film senza mai riuscire a comprendere cosa stia accadendo o a simpatizzare con la bovina protagonista e si rimane agganciati alla visione solo in virtù dell’agognato spiegone finale che, quando arriverà, metterà in ginocchio atei e credenti su un comunitario letto di ceci.
Quando film di scarsa presa ansiogeno-perturbante come questo scelgono di giocare sul piano morale e dare lezioni sui pericoli della mancanza di fede e spiritualità diventa davvero difficile mantenere la calma e scrivere qualcosa di equilibrato al riguardo.

Dati tecnici soddisfacenti dalla fotografia di Torsten Lippstock ma nulla di particolare in nessun compartimento: incassi USA che pur non esaltando hanno raggiunto il doppio della cifra investita, traghettando il prodotto nel territorio delle pellicole discrete quanto redditizie e destinate a recuperare ancora qualche soldo in sede di uscita dvd.

Evitabile.

Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:


lunedì 6 settembre 2010

Paul Smaïl - Ali il magnifico

Ali_Magnifico_Paul_Smail_copertinaAli il magnifico
Paul Smaïl
Feltrinelli, 2002
Brossura
544 pag. - € 18.00
ISBN: 8807818310

Per una volta, vista la mole del pezzo, copio la sinossi dal sito Feltrinelli invece di scriverne una io, scusatemi.


Sid Ali, francese di origini algerine, ha poco meno di vent’anni. Vive in una delle tante periferie di Parigi. È bello, intelligentissimo, raffinato lettore, perfettamente padrone delle più sottili sfumature della lingua francese.


Ha ucciso quattro donne ed è in un carcere di Lisbona, in attesa di essere estradato in Francia. Decide di scrivere la sua storia, alla rinfusa, “senza montaggio”, in un torrenziale monologo. Scorrono schegge di vita della periferia: il branco, il bullismo, i “fuck you”, le canne, la desolazione, i vagabondaggi a passo di hip-hop nei templi commerciali delle Halles, Virgin, Fnac, a farsi solleticare dalla crudele seduzione delle griffe.

Straccione ma orgoglioso, Sid Ali veste solo di bianco, cura il proprio corpo, si aggira come un dandy bello di rabbia. Inveisce dentro di sé contro un mondo drogato dalla volgarità della società spettacolo e, contemporaneamente, vorrebbe essere la vera star e occupare la prima pagina di tutti i giornali, in un confuso sogno di vendetta.

Inizia l’ultimo anno di liceo, Sid Ali impazzisce e uccide l’unica donna che abbia mai davvero rispettato. Nel giro di pochi mesi, senza ragione e senza piacere, uccide altre tre donne incontrate per caso. Dopo la fuga e l’arresto, cerca di mettere insieme i pezzi della sua storia maledetta. Alla fine, è come riconciliato, pacificato, dopo aver urlato a squarciagola tutta la sua rabbia.

“Troppe cose da raccontare. E così poche, in realtà. Cose da niente. Niente di male, in verità. Nient’altro che banalità. Non ho vissuto niente di particolare, prima. Che io sappia. Sono d’accordo con gli psicologi – del resto sono sempre stato d’accordo con loro (stronzi). Quello che dicevano di me mi sembra sensato. Mi sembrava vero. Mi sembra ancora vero. Ho avuto un’infanzia come un’altra. Come quella dei miei fratelli, che non hanno ucciso nessuno. E mio padre e mia madre mi hanno voluto bene. Né più né meno.”

Sono passati i tempi in cui gli arabi erano uccisi sulla spiaggia così, senza motivo.
Ora gli arabi restituiscono il favore e uccidono le “nostre donne” così, senza motivo e da quest’atto ne emergono intatti: Moi, je suis intact, et ça m’est egal.

Difficile parlarvi di quella che per me è una delle narrazioni più importanti della mia vita, un libro che mi ha colpito e segnato tanto da essere ormai giunto alla terza lettura, scoprendo ogni volta nuovi tesori, nuove frasi, nuove considerazioni di grande importanza.

In ogni narrazione che affronto, sia essa un saggio, un racconto, un romanzo, un lavoro di critica, un testo mitologico o religioso, ormai (e ne abbiamo già parlato, se ben ricordate, qualche mese fa) cerco qualcosa che mi faccia uscire cambiato dalla lettura, che modifichi le mie percezioni, i miei ragionamenti, la mia visione del mondo.
E cerco anche uno stile letterario che sia adatto ai contenuti espressi e che li veicoli con potenza e suggestione.

Purtroppo non mi bastano mai/più il mero intrattenimento, l’emozione istantanea, solubile, liofilizzata, la trama e la successione dei fatti, il rispetto delle regole e la ripetizione dei consueti moduli: quello che insomma troppo spesso trovo nella larga parte della narrativa che affronto e che abbandono dopo poche pagine.

E Paul Smaïl riesce a operare proprio questo tipo di miracolo, usando quella che in superficie potrebbe sembrare una storia di “genere thriller” per parlare della società francese, della Storia, di razze e religione e di tanto altro ancora.

Nel formarsi il mio personalissimo, indispensabile canone letterario, due degli elementi che spingono più di tanti altri in alto l’opera sono la frequenza di ri-lettura e la vittoria in un ideale agone nei confronti di altre opere e autori.

Paul Smaïl, nello scrivere quello che in superficie potrebbe sembrare un romanzo su un serial killer, è riuscito sia a farsi rileggere più volte sia a confrontarsi e uscire vittorioso con tantissimi altri scrittori.
Ha cantato la merce, la marca e la disperazione del killer “senza motivi” meglio di quanto sia riuscito a fare (l’adorato) Brett Easton Ellis; ha usato le stesse marche per caratterizzare, localizzare e temporalizzare con mano più sicura di quanto abbia saputo fare Stephen King; ha dipinto una straordinaria figura di assassino seriale dotato di quoziente intellettivo altissimo on ben altra arte rispetto a Thomas Harris e operato incontri e confronti fra scrittore e suoi personaggi in modo più interessante, commovente (leggete da pagina 526 a pagina 529!) e stimolante di quanto abbiano saputo mai fare i primi due autori citati.

E fosse solo questo.
Smaïl racconta la rabbia e la debolezza di un’intera generazione, l’impotenza di fronte al terribile potere della merce e della pubblicità e i vasti, irrimediabili danni che essi comportano.
Ci narra e spiega, con un furore e un coraggio rari, la tragedia di un’intera nazione, l’Algeria, con il suo “terrorismo residuale” capace di sterminare centinaia, migliaia di persone ogni anno e la tragedia altrettanto grande di un’altra nazione, la Francia, ancor oggi incapace di risolvere grandi e gravi problemi di integrazione razziale.

E questa denuncia Smaïl la fa senza nascondersi, senza alterare i nomi o omettere le cariche, sparando senza mai esitare su politici, militari, psicologi, giudici, avvocati e tutto il vasto apparato parassitario così necessario e indispensabile alla santa democrazia.

E ancora, vi sarà possibile comprendere qualcosa di più del Corano e dei musulmani leggendo queste pagine, ne potrete apprezzare alcuni lati in pagine che dovrebbero essere obbligatorie a scuola quale robusto antidoto a razzismi e leghismi assortiti.

Non mancano le dovute cadute nell’abisso, pagine nere, nerissime di delitti e omicidi realizzati, guarda caso, soffocando delle sventurate con dei sacchetti della spesa: a ognuna toccherà una marca diversa, a ognuna uguale fine.

Di più, di più: puntuali descrizioni dei rituali standard di prostituzione maschile,impietosa analisi del sistema scolastico, acute osservazioni psicologiche, frecciate allo stile di vita in alcune location nordafricane, ottime pagine su certo degrado urbanistico...

E il tutto, sempre, per ognuna delle cinquecento e più pagine che vanno a comporre questa meravigliosa narrazione, tutto narrato con uno stile altissimo, denso, capace di passare dal giovanile al classico, dall’arabo al francese, di inventare termini e utilizzare slang e di impiegare un arsenale di metafore e figure retoriche quale raramente ho visto in possesso di altri autori contemporanei.

Cosa volere di più?
C’è di più.
C’è un consapevole, profondo viaggio nella letteratura e poesia di molti Paesi, attraverso citazioni e frecciate mai sparate per fletter muscoli di fronte al lettore bensì in quanto funzionali, di più, necessarie, indispensabili a quanto narrato.
C’è, come spesso accade nei francesi, un amore per la musica che, così gioioso, non trovo in nessun’altra nazione.
C’è infine un autore che dopo averci fatto sprofondare per tutte queste pagine, dopo averci soffocato nella plastica dei sacchetti Fnac, Virgin o Auchan è capace, in modo che non mi sarei mai aspettato, di andare a comporre un accorato, gioioso inno alla vita quale unico rimedio alla SS, la Società dello Spettacolo, il Capitalismo Avanzato e contro lupi e leviatani, entrambi, si sa, nemici naturali dell’Uomo…

A chi interessano certi tipi di dati aggiungo che il tutto è “tratto da storia vera” visto che è esistito un serial killer dei treni francesi, Sid Ahmed Rezala, poi suicidatosi nel carcere di Lisbona.

Aggiungo anche che Paul Smaïl è uno pseudonimo per un altro scrittore di cui non faccio il nome non perché non lo sappia o perché non sia dato importante in assoluto, è dato poco importante in questo momento e in questo caso e rende ancora più valido e intrigante il gioco scrittore/personaggio di cui vi parlavo a inizio recensione.

Aggiungo inoltre che il libro doveva inizialmente uscire per la Calmann-Lévy che si è però cagata sotto per via dei vari attacchi al socioculturame francese contenuti nel testo: è quindi intervenuta la Denoël (casa editrice con qualche testicolo in più) e si è fatta carico del tutto.

Aggiungo ancora che mi pare che la traduttrice,Yasmina Melaouah, abbia lavorato in modo straordinario di fronte a un testo che poneva problemi linguistici non indifferenti.

Aggiungo, infine, che Ali il magnifico è rintracciabile in molte biblioteche e quindi consultabile in modo gratuito e legale, eccovi un esempio di ricerca per area Milano Est.
Chi non riuscisse a trovarlo in questo modo può leggerlo anche in formato elettronico, sempre nel rispetto della legge, QUI.
Chi invece pensa che per una narrazione si debba spendere, oltre alla valuta Tempo, anche la valuta Euro, potrà trovare Ali il magnifico sia in libreria che su vari siti e bancarelle dell'usato.

A tutti, comunque, buona lettura!

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ESTRATTI

Non avendo trovato una versione elettronica da cui copiare e incollare, ho copiato di persona, parola per parola, i vari estratti che potete leggere qui di seguito.
Sì, è stato faticoso.
Sì, l'ho fatto volentieri: per le buone, ottime narrazioni faccio sempre tutto volentieri.

Fanculo le divisioni di genere e le lotte da ghetti, il faaaantastico sì o no, il mainstream e in che scaffale le metto questo libro, signora, sono cinque etti invece di due, lascio? Western, Eastern, thiller, troller, realismo, onanismo, emo-teen-zoccol-vampire-zombie: queste tabelle le lascio a chi vuol vendersi e classificarsi e cerca (o vuole essere, dall'altra parte della barricata) un Pubblico Specifico Belante e Adorante e Completista, a chi ghettizzato si sente (e quindi è) e tale vuol restare perché comunque anche il Ghetto è Potere o vuol in futuro, appena potrà, ghettizzare qualcuno. Ghettizza il prossimo tuo, fai agli altri quel che di brutto è stato fatto a te, è sempre stato così, così sempre sarà. Non è il mio gioco, a voi palla, muri, reti e confini.
Non c'è genere, né sottogenere, né micro, né macro.
Esistono solo narrazioni e questa è una narrazione splendida.
E siccome è una narrazione che ha occupato così tanto tempo della mia vita e mi ha dato così tanto, restituisco volentieri quello che posso all'autore.
Paul, ecco, ho fatto una fatica boia a scrivere tutto questo, ma sono contento, lo rifarei anche se trovassi una versione elettronica, non meriti il ctrl+C/ctrl+V.
E sì, ho emozionato, sbrodolato, pisciato fuori dal vaso: alla faccia di chi posta stitico, mangiate più fibre, alla faccia di chi "troppo lungo, non ho letto, interessante però eh, bravo" cancella pure il mio feed, non mi mancherà un lettore svogliato in meno, alla faccia di chi recensisce con le stelline e il "bello, non saprei perché ma mi è piaciuto, provate anche voi a vederlo", alla faccia di chi allude e suggerisce e suggestiona e sparge indizi che è più facile, si fa la figura dell'intelligentone e non si fatica un cazzo.
Come i fottuti amanuensi, ho copiato e copiato e copiato per preservare, tramandare, diffondere, far conoscere.
Di solito mi basta che anche solo un lettore, grazie al mio sforzo, legga/veda/ascolti in seguito l'opera.
Questa volta non me ne basta uno, ne vorrei almeno cinque, ok?
Non si è liberi, bastardo verbo essere che tutto ha condizionato: ci si sente liberi e in questo passa un mondo enorme di differenza.
Maghreb in arabo vuol dire Occidente.
A voi:

L'ABITO CHE FA IL MONACO


“Tu sei quello che indossi”.
“I capi stock sono il colmo del disonore!”
Come le marche vendute solo negli ipermercati e gli articoli primo prezzo. Rifiuta l’imitazione! Hai il dovere di possedere quello che c’è più di classe, e l’atteggiamento che viene appresso. Vestirsi è una morale. Ne va del tuo onore. Non andrai a mendicare, siiignori una monetina o un ticket restaurant nella RER. Meriti di meglio. “Apparteniamo a un popolo che ha sofferto molto.”
“Nella bassa qualità traspiri, nell’alta respiri.”
Il povero suda in poliammide, il ricco indossa Goretex. Nei capi 100% poliestere puzzi della tua razza, come si usa dire. Il materiale è stagno e troppo lucido, fa uno sgradevole scrocchio e si sciupa in fretta, come il rayon. C’è sintetico e sintetico: una bella differenza tra il nylon qualunque e i tessuti nuovi, microporosi, doppio telo, trattati silent® - sì, silenzioso! Il massimo del lusso! Questa giacca a vento a vento da golf – il golf, cazzo!, come le star del calcio, per rilassarsi tra una partita e l’altra – in doppio telo microporoso trattato silent®: 2700 carte, Ralph Lauren… Lo voglio.
Ma non puoi vestire Ralph Lauren nella tua cité, né nel tuo quartiere, né a scuola, né nella RER: Aziz e la sua banda ti piglierebbero per il culo: “Minchia, che ridicolo: prolo Ralph Lauren!”
Ma la Fila ha creato una linea per noi Pro-race. Si chiama così: Pro-race. Per non puzzare della propria razza, Pro-race!

SPORT ESTREMI

“Reato di appropriazione!” “Ammanco di cassa.” Le parole lo dicevano chiaramente – le loro parole -, non era una ladrata propriamente detta. Non esattamente un furto, no. Non era davvero un furto, in realtà. Era un reato di appropriazione. Era un ammanco di cassa. Roba che ammanco te ne accorgi. Era un calo delle scorte, al massimo.
Svendita. Liquidazione. Tutto in offerta – lo voglio. Svendita totale – lo voglio! Voglio la giacca da marinaio Nautica, quella bianca con gli sproni gialli e blu, voglio il parka, voglio il piumino lucido, no, voglio la cerata Hally Hansen, quella bianca con gli sproni gali e blu in stormbreaker, cuciture termo sigillate. Con passamanerie catarinfrangenti e colletto doppia fibra ehm polare ehm putrescibile ehm – la Hally Hansen, la voglio. Voglio vestirmi da skipper, per andare all’avventura sottoterra, far scorrerie nelle Halles… Rifare un giro: Porte Berger, Porte Lescot, Porte Rambuteau, Pavillon des Arts, Maison de la Poésie… Ritorno al Go Sport. Nike! Adidas! Converse! Reebok! New Balance! Voglio calzare scarpe da sportivo di alto livello per praticare quello sport di alto livello che è il giro dei negozi su tre piani: Piano -3, Piano -2, Piano -1… Quello sport di resistenza.


L'AMORE AI TEMPI DELLA GRAMMATICA

Non siamo più molto lontani dal ponte. Giuro a me stesso che lì, sul ponte, oserò – Je lui dirai! Je lui dirai! Je lui dirai les mots bleus, les mots qui rendent les gens heureux…
Mi dico che devo tenere a mente la data, il luogo, le circostanze: il 10 giugno 1997, faceva molto caldo, molto afoso, il cielo era velato d’ozono, gassoso, azzurro, viola, giallo, con le tracce fuligginose di un temporale che striava l’orizzonte e veniva verso di noi; l’aria, puzzolente, carica di elettricità… Devo tenere a mente la data, imprimerla nella memoria. Sarà, più avanti, la ricorrenza del giorno in cui le avrò detto “Ti amo, Djamila”.
Può farlo! Lo farà! Tutti applaudono l’artista per incoraggiarlo! “Il male non può colpirmi.” Tous les êtres ont une fatalité de bonheur. Succederà qui, proprio a metà del ponte di ferro, lungo l’invisibile linea di confine fra i due comuni, sopra la strada a scorrimento veloce, nel frastuono e nel fumo, e nell’odore di benzina…
“Aggiungete a ciò gli odori.” (Bastardo.)
Da una parte e dall’altra della linea invisibile, al centro del ponte: prima – dopo. La linea del destino, Sid Ali. I due tempi verbali della lingua araba: il compiuto – la amo -; l’incompiuto – non gliel’ho ancora detto. Il futuro, in francese: Je lui dirai! Je lui dirai! L’imperfetto: svalvolavo da bestia, me la menavo. Il presente: la amo, è vero. Il passato remoto – remoto, eccome -; allora Sid Ali disse “Ti amo”. Futuro anteriore: glielo avrà detto una sera del giugno 1997, poco dopo le sei del pomeriggio… Lì, a metà del ponte.
Glielo dirò. E se ho coraggio bacerò Djamila. Non la forzerò, no, ma se lei vuole, se mi dice: “D’accordo”. Raccordo: Sid Ali bacia Djamila. Sul ponte. Esterno giorno. Sotto gli occhi di tutti. Senza vergognarsi? H’chuma alik!
Mio padre, quando vede sullo schermo gli amanti che s accarezzano a lungo, che si baciano appassionatamente, spegne la tivù con una smorfia schifata, o come minimo cambia canale: con quel che gli resta del mignolo della mano mutilata, quel pezzetto di falange che preme il bottone del telecomando – zap. Mi fa pietà, lo ucciderei.

LEZIONE DI ARABO, LEZIONE DI CAZZI

Qui, una postilla per il lettore che non parla arabo:
Abd, in arabo: il servitore. Abdallah: il servitore di Allah. Esempio: Issa – Gesù – è Abdallah.
Abdelatif: il servitore del Buono. Abdelaziz: il servitore dell’Onnipotente. Abdelhafez: il servitore del Guardiano-per-Eccellenza. Abdeljalil: il servitore del Grandissimo. Abdelkader: il servitore dell’Onnipotente. Abdelmajid: il servitore del Glorioso. Ecc.
Ovviamente avevo pensato di prendere come nome di battaglia, come nome da marciapiede, Abdelali (il servitore dell’Altissimo). Ma il nome era già preso (da Rabah!). Allora ho scelto Abdelhaq: il servitore della Verità.
La verità era che non si batte con il nome avuto in dono dalla nascita, il nome dato dal padre, il proprio nome di Credente: il proprio nome di soggetto, di creatura divina, il proprio nome personale. Altrimenti è come dannarsi – doveva esserci qualcosa del genere nella scelta di portare uno pseudonimo, non era unicamente prudenza, o volontà di ingannare il cliente. Moi, je suis intact, et ça m’est égal. Sotto un altro nome, non è il tuo corpo, non sei tu a essere umiliato dal cliente. Non schizza addosso a te, quel porco. Il suo sudore di porco, la sua bava di porco non sporcano te. Il male non può colpirti. Lo pseudonimo… Come dire? Lo pseudonimo ti rende stagno, ecco. Lo pseudonimo ti plastifica. La tua identità falsificata è plastificata. Come la giacca nautica Hally Hansen, insomma – Stormbreaker resistente e impermeabile alta protezione, trattato tela vela, cuciture stagne termo sigillate. La tua pelle non è in tessuto microporoso areato Microtech ®. Non vieni contaminato dalla sporcizia. Quel porco ti tocca ma tu rimani intatto – al sicuro nella tua carne, nel tuo io. Con un alias, puoi continuare a fingere, a fartelo venire duro senza ricorrere al tuo vasodilatatore spray, puoi continuare a eccitarlo, il cocchino, dicendogli paroline dolci, se è quello che vuole, mordicchiandogli affettuosamente l’orecchio di porco, schiaffeggiandolo, se te l’ha chiesto, gridandogli “haluf! haluf! haluf!” se ti ha chiesto di dargli del porco in arabo – haluf! Per mille-duemila carte. Mille o duemila carte di illusione per lui. Mille o duemila carte di fantasia soddisfatta: un arabo lo insulta! Un beduino lo incula a secco! Un vucumprà! Un africa! Un marocco! Un muso nero! Un talebano! Un maomettano d merda! Un moammerd! Un abdul! Un mediterraneo. Ho il grosso uccello circonciso di un arabo in bocca! La bocca piena! Il culo pieno! La bocca piena! Piena del grosso uccello del beur!
“Il signore è servito!”
Servitore del rottinculo: Abdelrottinculo. Abdelchecca. Abdelhaluf!
Ma al sicuro, l’arabo, dalla listeriosi che, al cliente, gli fa ammuffire la lingua di porco! Con l’uccello impermeabilizzato, come è d’uopo, il beur! Su questo, l’Abdelciucciacliente è categorico. Guanto! “Guando!” Non uscite mai senza. Uscite protetti. L’Aids? Da me non passerà. Da Sid Ali nemmeno. È come in primavera. Aprile non ti scoprire. “Guando! Chucrane!” E ho dei Tic-Tac all’anice, alla menta, per dopo, se vuole!
“Il signore è servito!”
Assistenza alla clientela. Quel quid in più che fidelizza il cliente: il Tic-Tac postpompa. Offre la ditta.
L’Abdelcazzo si fa spampinare ma non spompina, anche se, come da regolamento, la tega incirconcisa di porco del cliente è preservata sotto lattice. L’Abdelculo lo mette in culo ma non lo prende. L’Abdelcazzo, l’Abdelculo è un uomo. Un vero uomo. Servitore della verità – haq, hakika.
Il mio nome? Abdelhak. Traslitterazione modernizzata. Cioè anglicizzata. Cioè mondializzata… Oppure: Abdelhaq, al’antica. Sì, con una q. Il minimo che potessi fare: vi vendo il Q.

Fra noi di rue des Martyrs ci chiamavamo gli Abdelzek (zek, in arabo: il culo). Oppure gli Abdelzobs (zob, lo sanno tutti, uccello. Zobb, in arabo: due b. Ti riempie la bbocca!)
La vergogna, l’intima sensazione di vergogna mi è venuta solo qui, in prigione, dopo che la porta si è richiusa alle mie spalle, dopo che i cilindri dei chiavistelli si sono mossi con un fracasso di ferraglia arrugginita, dopo che lo spioncino scorrevole si è abbassato di colpo come una mannaia, - haq! H’cuma alik!
L’orrore, l’orrore di aver misconosciuto ciò che distingue il sacro dal profano, di non aver voluto credere che nell’uomo c’è una parte di sacro. L’orrore di essermi preso gioco di me: del mio io, del mio nome, della mia verità – haq, hakika. H’cuma alik, Abdelhaq! H’cuma alik, Sid Ali!

COMPRARE MOZART ALLA FNAC

Cosa? Vi sentite intimiditi, indecisi, incerti della vostra cultura che intuite un filino troppo recente e lacunosa? Temete che la vostra scelta riveli a persone più avvertite di voi, e che ghigneranno alle vostre spalle, senza pietà, statene certi, quei bastardi! riveli, la vostra scelta, a che punto le vostre conoscenze in tema di musica classica sono solo una fragile patina che andrà in frantumi al vostro primo contatto con la dura realtà vissuta dagli autentici melomani? Non dovete farvi alcun problema! Non c’è nulla di più facile che evitare il passo falso! Ve lo do io il trucco: se il cellophane che riveste il CD è totalmente coperto dagli invitanti pallotti promozionali al punto che non riuscite più a leggere né il titolo dell’opera, né il nome del compositore, né quello dell’interprete: prendete! Prendete senza esitare! È buono! è buono per forza! E avrete sempre tempo, una volta arrivati a casa, di strappare il cellophane per scoprire quello che avete comprato! Cosa? Di chi? Da chi? – Ohh porca puttana ce l’avevo già! – Eh sì, povero coglione che non sei altro, schiavo delle merci, alienato! Ti sei fatto inculare! Ti sei fato fnaccare! Ben ti sta! Hai voluto la cultura di massa? E allora beccatela.
E, guarda!... Credevi, come me, povero ignaro, che il Requiem fosse l’ultima opera composta da Mozart, capolavoro peraltro lasciato incompiuto, avendo la Morte falciato più in fretta di quanto Mozart annotasse nere, bianche e crome sul pentagramma? NAA! Niente affatto, povero coglione! Guarda!... Mozart ha composto un sacco di cose dopo il Requiem, e quel figlio di puttana di Ludwig von Köchel che, voglia di lavorare saltami addosso, be’, ha omesso di iscriverle nel suo celebre catalogo ritenuto esaustivo! Nel cesso, Köchel-la fiacca! Guarda, ma guarda qui questo cofanetto di tre CD: Mozart-Spot! Dopo il Requiem, chissà perché incompiuto, Mozart ha composto di che riempire ancora tre CD di una durata di 60-70 minuti l’uno! Come? Non hai mai sentito il brillate Concerto per Croccantini-Whiskas? Non hai mai trovato consolazione a un dispiacere inebriandoti con la maestosa Sinfonia Assicurazione-Vita-Axa? E giura, giura che non conosci la toccante Sonata per Pannoloni-Superassorbenti-Pampers, con la piccola arricciatura che evita alla pipì azzurra del bebè di fuoriuscire? Cazzarola! Quanto sei antico! E le Nozze di Figaro-Magazine, non dirmi che anche queste non le hai mai sentite? Che sfigato! E il Trio in mi minore superconcentrato MiraLanza… “Che ti dà il massimo”?
Ah, e non sai nemmeno che Verdi ha composto l’inno del Front National? Be’, adesso lo sai, amico mio! Le Pen aveva commissionato per il suo partito neonazista un inno a Verdi. E Giuseppe, furfante come ogni mangia spaghetti che si rispetti, sai che scherzetto zitto zitto che t’inculo gli ha fatto al Jean-Marie? Be’, gli ha rifilato un avanzo di magazzino! E sai cosa? cazzo, una bella faccia di culo, il Giuseppe, ci voleva proprio un bel coraggio! Gli ha rifilato un coro di giudei! Uuh, che ciulata, Peppino mio! Giudei! per il mio Jean Marie che non li può vedere, gli ebreucci! Va pensiero sull’ali doraaate… Ma Jean-Marie, lo conosci, sempre gran signore! Invece di riempirgli la faccia di cartoni, all’italiano ce l’aveva preso per il culo, Jean-Marie ha detto: “Fa lo stesso, è solo un dettaglio!”. È l’espressione preferita di Le Pen: “È solo un dettaglio!”. È diventato un tic, per lui.
Va bene, Sid Ali, hai riso a sufficienza dello sketch che ti sei recitato, ma la Fnac-Halles ha i soffitti bassi, e tu, che hai avuto in dono da Allah il morbo sacro, non dimenticarlo mai, hai bisogno di aria! Deciditi, adesso.
Il Quintetto per clarinetto… Dell’Oktett. Prezzo-Verde-Promozione-Speciale: 50 franchi. Regalato! 10 franchi per interprete: cazzo, pauperizzata di brutto, la classica! Meglio chiedere l’elemosina nella metropolitana che incidere per la Decca! E mentre i cinque tipi suonano il quintetto, cosa cacchio fanno gli altri tre dell’Oktett che restano tagliati fuori?
Altro problema da risolvere all’istante, Sid Ali: sputtani il coso che farebbe bip se tu passassi al metal detector senza aver pagato, bello mio, oppure passi alla cassa? Passi alla cassa, Sid Ali. Il lutto impone una certa decenza. E ciulare del sublime nostalgico sarebbe come uccidere una seconda volta Cécile, e vuotare le tasche a Mozart…Indegno di te.

INNO ALLA VITA, UN GROPPO IN GOLA

Congedo
Iniziato il 22 marzo 2000, finito il 13 maggio 2000. Scritto in cinquantatrè giorni, quindi, cioè poco più di quanto abbia impiegato Stendhal a dettare La certosa di Parma – cercheremo di far meglio la prossima volta. Non credo in Dio, è il mio onore, ma Allah, che mi ha ispirato queste pagine, è grande.
Non maledite la vita! Spegnete i vostri schermi, tutti i vostri schermi! Leggete, uscite, amate, ascoltate musica, ballate, fate l’amore, bevete vino e acquavite, fumate erba o nuoce gravi, se vi va, cantate, cantate, cantate nel buio, non tutta la speranza è perduta, vinceremo! Infrangeremo gli specchi segreti dello Spettacolo, disperderemo sotto le nostre risate i miraggi del Mercato! Popolo, faremo arretrare e fuggire nel ridicolo il People! Libertà, libertà adorata! In piedi, uomini! E voi, donne, le nostre donne, nostre sorelle, nostre madri, nostre compagne, tutte voi che ogni giorno ci date alla luce! Dio è morto? Chissenefrega: noi siamo qui! Dio è vivo? Cin cin! Alla nostra salute! Alla vita! Gli assassini non hanno ancora vinto definitivamente! Bill Gates può cadere un giorno come il suo modello Al Capone! E anche Ted Turner! Forse il popolo russo dissuaderà Putin dal premere il bottone della bomba atomica il giorno in cui le casse saranno vuote, forse il miliardo e rotti di cinesi si stancheranno più in fretta di Madame Chirac di ballare il valzer con il sanguinario Jiang Zemin e i maghrebini dei loro tiranni amici personali di Chevènement. Le Vedove Scozzesi non ci annegheranno nei loro fondi pensione, se ci difenderemo! La Total non inquinerà di petrolio tutti i mari del mondo, se non lo vorremo! Non scenderemo, tremanti come mucche pazze, la dolce china che porta al macello! Noi sappiamo, abbiamo già visto. Mai più! Non ci eliminerete con gli antibatterici Profumo Limone né con gli antiacari spray Aroma lavanda, non ci gasserete con l’auditel, con il credito, con il virtuale, con il prime time, con gli aggi, con le misure sociali di controllo, con i sostegni all’inserimento, con i mutui agevolati, con l’istruzione light, con la cultura di massa, con i consumi informatizzati! Troveremo un altro futuro che non siano 35 ore di telelavoro settimanali e il resto del tempo a fare trading online… La Morte programmata a computer non avrà l’ultima parola! Viva la letteratura! Viva lo spirito romanzesco! Non c’è che questo di vero.


Per chi volesse esplorare ancora di più il testo, eccovi il romanzo completo qui sotto: