martedì 31 agosto 2010

Back on the Chain Gang

Chino_sul_fatturato
Ultimo giorno di ferie: da domani torno alla vita “vera” e a quella “virtuale”.

Non ricordo di aver mai staccato così a lungo e così a fondo e durante questo periodo ho scoperto alcune cosette che mi riguardano da vicino e se e sono confermate altre che già sapevo da tempo. Non amo usare il blog come diario/confessionale/lettino dello psicologo ma credo che ve ne parlerò domani o giovedì, prima di riprendere le normali attività di posting.

Oggi, ultimo giorno di agosto, devo dedicarmi a: 273 feed non letti (e per fortuna avevo troncato l’abbonamento a una decina di blog a fine luglio!), 441 mail (e ho filtri antispam molto buoni, quindi si tratta di roba da leggere senza molti salti possibili!) e non so quanti commenti.
Risponderò a tutti, giurin giurello.

Ci sentiamo domani, ok?

domenica 29 agosto 2010

Cold War Kids - We used to vacation



I kissed the kids at noon
then stumbled out the room
I caught a cab
ran up a tab
on 7th and flower

best recital I had to ruin
missed my son's graduation
punched the Nickles boy
for taking his seat
gets all that anger from me

still things could be much worse
natural disasters on the evening news
still things could be much worse
we still got our health
my paycheck in the mail

I promised to my wife and children
I'd never touch another drink
as long as I live
but even then
it sounds so soothing
this will blow over in time
this will all blow over in time

I'm just an honest man
provide for me and mine
I give a check to tax deductible
charity organizations
two weks paid vacation won't heal the damage done
I need another one

still things could be much worse
natural disasters on the evening news
still things could be much worse
we still got our health
my paycheck in the mail

I promised to my wife and children
I'd never touch another drink
as long as I live
but even then
it sounds so soothing
to mix a gin
and sink into oblivion

I promised to my wife and children
that accident
left everyone a little shook up
but at the meetings
I felt so empty
this will blow over in time
this will all blow over in time

venerdì 27 agosto 2010

Se mi volevi fare un omaggio andava bene uno spumantino...

Maroto_Jones
Come promesso martedì scorso, parliamo di copie e plagi.
O meglio, segnalo e omaggio un sito che se ne occupa in modo stupendo.
Ricordate il caso di Ferrario/Nihal con la serie di plagi e copie da lui commessi, in particolare nei confronti di una lunga serie di famosi manga?
Credete che qualcuno abbia pagato? Suvvia, mica è un crimine...

Ricordo ancora la vergognosa alzata di scudi di tantissimi disegnatori: Ferrario aveva commesso, al massimo, "una leggerezza" e comunque nel fumetto copiare e ricalcare è cosa comune e accettata, figurarsi. Anzi, non sono copie, sono omaggi a grandi maestri.

Piacerebbe anche a me omaggiare altri commessi e lavorare un'ora meno al giorno.

Penso che sia impossibile combattere contro tale consorteria e pessima forma mentis, li reputo in totale malafede, consapevoli dei loro errori ma disposti a difenderli a tutti i costi e continuare a comportarsi in tale modo e pronti a difendersi l'uno con l'altro sempre e comunque, senza mai ammettere.

Inutile quindi anche solo provare a discuterci, al tempo qualche difensore di Ferrario (che è solo un esempio fra in tanti) parlò persino di operazione d'avanguardia (the nerve of some people...) simile ai remix e bla bla bla.

Ma se è inutile il confronto con un muro di granito, molto utile e piacevole è mettere alla berlina e alla gogna questi poverazzi, ownarli appunto in lungo e in largo, senza cattiveria, con brutale leggerezza e distruttivo sberleffo.

Questo è quello che fa Nuvole Anomale.
Oltre a segnalare errori di vario tipo presenti in vari fumetti (e dategli un'occhiata, certi sono davvero spassosi, quello del disegnatore che ha copiato la schermata di ricerca Google con tanto di sua mail privata è da antologia) questo sito ha una rubrica fissa, Se mi volevi fare un omaggio andava bene uno spumantino, che rende pubblici vari casi dubbi.

A mio modo di vedere si tratta di un utilissimo servizio al consumatore che, valore aggiunto, è anche lettura divertente.

Feed e link assicurati, grazie Nuvole Anomale!

martedì 24 agosto 2010

Caleb Carr anyone?

Atomino_Bip_Bop
Settimana di sospensione delle recensioni cinematografiche nella Malpercasa: nell'intervallo fra una vacanza e l'altra non ho avuto nemmeno il coraggio di aprire la casella mail o di leggere i vostri commenti per timore di rispondere con scarsa attenzione o in fretta.

Preferisco attendere il ritorno alla normalità verso i primi di settembre prima di tornare a rispondere e discutere con tutti voi e immagino che anche molti fra i malpertugers siano dispersi e in giro fra varie località vacanziere.
Credo che dedicherò lunedì 30 agosto alla lettura delle mail e commenti, per ora mi aspetta ancora una settimana in montagna.

Berlino è stata la consueta sberla e non penso ci tornerò molto presto perché ogni volta poi l'impatto con l'italico medioevo mi manda in depressione. Se avessi un minimo di palle in più imparerei il tedesco, mi licenzierei e andrei a vivere lassù e devo ammettere che l'idea mi ronza dentro il cervello in modo più insistente rispetto ai viaggi precedenti.

Il prossimo anno andrò in vacanza in qualche Paese dilaniato da guerre civili peggiori della nostra e tiranneggiato da qualche dittatore cannibale, magari il ritorno in Italia mi sembrerà meno avvilente e, vi assicuro, sono un tipo che si adatta e che non ama criticare il posto in cui vive. Ma ne riparleremo...

Piuttosto, rileggendo la recensione al filmaccio esorcistico di cui ho parlato qualche giorno fa, mi ha colpito scorgere Caleb Carr fra gli sceneggiatori di quel pasticcio. Mi ha colpito perché c'è stato un periodo, direi quasi un annetto, che il suo L'alienista era romanzo onnipresente, lo scorgevo in ogni libreria e ricordo ancora la copertina. Non so se anche a voi è capitato di scorgerlo allora, credo di sì, impossibile non notare i cumuli di copie.

A differenza di altri autori molto famosi e presenti che magari non amo ma dei quali ho letto almeno un romanzo devo ammettere di non aver mai nemmeno sfogliato un'opera di Carr e rivedere ora il nome ha risvegliato una certa curiosità. Chiedo quindi, come faccio spesso, se qualcuno lo ha letto e cosa ne pensa e, più in generale e per curiosità, che fine abbia fatto Caleb Carr dopo L'Alienista.

Ci risentiamo venerdì per parlare di copioni e plagiari.

Ah, al ritorno ho trovato le piante in terrazzo (sì, amo piante e fiori, sfw?) trasformate in giungla di rampicanti e liane con conseguente innesco di competizione con i vicini che però sembrano avere il pollice grigio.

E ho la barba 20 giorni, simile alla giungla del terrazzo...

domenica 22 agosto 2010

fIREHOSE - Brave Captain



Stavo per postare Corona dei Minutemen, poi ho pensato che, visto che sono già parecchio noti, tanto vale postare qualcosa del gruppo nato dalle loro ceneri...

captain, there are doubts
regarding
your ability
to lead them
the men
lead them
there are doubts in your ability
there's too many blanks in your analogies
lieutenant there is talk
pertaining interpretations
the problems
describ
e them
problems
there are doubts in your ability
there's too many blanks in your analogies
the enemy turns captain
the captain turns civilian
the lieutenant becomes casualty
the lieutenant becomes casualty
the enemy turns captain
and the captain turns civilian
the lieutenant becomes casualty
the lieutenant becomes casualty
there are doubts in your ability
there's too many blanks in your analogies
there's too many doubts in your ability
there's too many blanks
in your analogies

venerdì 20 agosto 2010

L'Esorcista: La Genesi (2004)

Esorcista_Genesi_film_poster_locandinaL’ESORCISTA: LA GENESI
2004, USA, colore, 114 minuti
Regia: Renny Harlin
Soggetto/Sceneggiatura: Alexi Harvey, William Wisher Jr e Caleb Carr
Produzione: Morgan Creek Productions, Dominion Productions

Padre Merrin, perseguitato dai ricordi delle sofferenze subite in Olanda dai suoi parrocchiani anche a causa del suo comportamento durante la Seconda Guerra Mondiale, abbandona il suo paese per ritrovare fede e senso.

Durante i suoi vagabondaggi gli viene offerto di partecipare a una spedizione archeologica in Kenya, nel Turkana.
Merrin deve ritrovare un'antica reliquia nascosta all'interno di una chiesa cristiana bizantina che è stata riportata alla luce, ma sotto l’edificio c'è qualcosa di molto più antico e maligno.

Il Vaticano invia Padre Francis, un giovane missionario idealista, a controllare che gli scavi rispettino la Chiesa e i suoi precetti e toccherà a lui cercare di riavvicinare alla fede Padre Merrin che si scontrerà con le forze del male, rappresentate dal demone Pazuzu che ha preso possesso di un ragazzo, e vedrà ancora una volta scorrere sangue innocente.

Basterebbe ricordare la sofferta lavorazione del film, con la decisione, esaminato il materiale girato da Paul Schrader, di chiamare Renny Harlin a filmare qualche scena aggiuntiva e rimontare poi il tutto (non c’era abbastanza azione, capite?) per chiudere questa pratica d’esorcismo e passare a qualche altra pellicola.

Harlin vanta in curriculum titoli quali Driven, Cliffhanger o Corsari: non certo lo stile e il talento più indicati per mettere in scena le inquietudini del giovane Merrin, vi pare?

Ne consegue un prodotto confuso a partire da una sceneggiatura incapace di identificare i punti nodali della narrazione, uno script che scivola in caratterizzazioni psicologiche grossolane (Merrin pronto a trasformarsi da ubriacone a Indiana Jones in tre secondi netti scrollandosi ingombranti fantasmi del passato con due incubi e un'alzata di spalle: altri due minuti e nuova scrollata di spalle e diventa un super guerriero della fede) o in grossolane macchiette da b movie (la dottoressa bona che si fa la doccia con tanto di tettina in esposizione, il comandante dell'esercito folle, il prete vecchio e saggio che avvisa sulla venuta del Mmmale) per non parlare del calderone di mitologie e religioni che si miscelano senza un apparente nesso (filo)logico.

Cucinare un buon minestrone non significa gettare in pentola qualche verdura e accendere il fuoco per poi andare in camera a vedere un quiz televisivo ma questo è quanto vi sorbirete durante questa Genesi, con l’aggravante che le verdure non sono nemmeno di prima qualità e spesso sono state lavate e tagliate ad apparato riproduttivo di canide maschio.

E' quasi inevitabile che a tale sciatteria in fase di script ne consegua una messa in scena altrettanto stereotipata e piatta: Harlin vaga nell'immaginario collettivo in cerca di simboli del Male e mischia in un allegro calderone tutto quello che riesce a trovare: iene, croci capovolte, angeli caduti, corvi, feti nati morti e divorati dai vermi, lingue biforcute e volti biancastri, con il risultato che il Male, spaventato da tanto colore e folklore, scappa via da questo circo.

Le trovate visive sono alle volte irritanti (la scena iniziale, le iene figlie di una CGI impacciata, il suicidio del prete in manicomio) quando non ridicole o goffe (lo scontro finale a tratti ricorda, senza volerlo, il miglior Ash ne L'armata delle tenebre: Merrin che si bagna la fronte con dell'acqua santa e poi tira testate contro la posseduta è epocale in modo sbagliato o, ancora, l'indemoniata che gli si scaglia contro e lui erige un mistico, invisibile scudo della fede contro il quale la sfortunata si spiaccica: sono scene da vedere per credere, preti ninja alla riscossa!).

E' in definitiva un film figlio di una certa ottica imperante a Hollywood da qualche tempo, una filosofia che mira a ridurre qualsiasi scontro (personale, di civiltà , di religione o sesso) al puro livello videogame eliminando qualsiasi possibile sovrastruttura o sottotesto

E' possibile salvare qualche squarcio di fotografia, d'altronde un Vittorio Storaro pur svogliato rimane sempre superiore a gran parte dei suoi colleghi e il gioco di alternanza fra alcuni interni cupi e freddi e gli esterni africani caldi e virati sul giallo/arancione/marrone è piacevole visione per l'occhio, ma anche in questo caso si tratta di meccanismi ovvi, tecnicismi carini che lasciano il tempo che trovano.

Quel che più stupisce, avendo la produzione preso Harlin proprio per le sue capacità come regista di film d'azione, è la legnosità delle scene corali e del confronto a due finale, che sembra girato da un esordiente in possesso di fondi sufficienti per baloccarsi con qualche effetto speciale.
Non interessa, in definitiva, l'improponibile confronto non solo con l'originale di Friedkin ma anche con gli altri due episodi; quel che lascia delusi è l'assoluta mancanza di atmosfera, di tensione, di attenzione nei confronti delle dinamiche fra Bene e Male e, cosa più importante, la deliberata trascuratezza nei confronti dei drammi interiori di padre Merrin ridotto a un Tomb Raider ex alcolista qualunque, armato di croce e bibbia.

Tralascio di elencarvi tutte le incongruenze perché si tratta un massacro, ma è impagabile il momento nel quale, nella spelonca che ospita il confronto finale, Merrin si gira verso un bambino africano (nel dopoguerra!) di sei-sette anni al massimo, gli pianta in mano una copia (in inglese invece che latino) dei rituali romani di esorcismo, gli intima di leggere le sue parti quando sarà il momento e il bambinetto, fiero e molto bronx/southside, alza il mento e legge bello spedito dimostrando ottima conoscenza dell'inglese.
That's Hollywood!

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Filmato:

martedì 17 agosto 2010

Le colline hanno gli occhi (2006)

Colline_Occhi_Aja_2006_poster_locandinaLE COLLINE HANNO GLI OCCHI
(THE HILLS HAVE EYES)
2006, USA, colore, 107 minuti
Regia: Alexandre Aja
Soggetto/Sceneggiatura: Alexandre Aja, Grégory Levasseur da uno script di Wes Craven.
Produzione: Craven-Maddalena Films, Dune Entertainment, Major Studio Partners.

Una famiglia in vacanza, nel tentativo di raggiungere prima la meta, preferisce una scorciatoia attraverso il deserto.
Quel che gli sventurati non sanno è che l’intera zona è stata teatro di alcuni esperimenti atomici da parte del governo durante gli anni cinquanta, esperimenti che hanno provocato pericolose mutazioni nei pochi, cocciuti abitanti che si sono rifiutati di evacuare la zona, nascondendosi alle autorità.

Ora quegli stessi mutanti amano cibarsi di carne umana e l’allegra famigliola si troverà ben presto a vestire i panni della preda…

Alexandre Aja prende il (mediocre) classico di Wes Craven e lo rivisita con alcuni intenti e riferimenti ben precisi: in più di un’intervista il regista francese aveva dichiarato di voler usare Un tranquillo week end di paura e Cane di paglia come filtri per inquadrare la vicenda di questa famiglia americana sperduta e massacrata nel deserto.
Se del primo risulta infine latitante o fin troppo diluita la dialettica uomo/natura-ostile, del secondo il percorso di bestializzazione e vendetta del pavido individuo razionale è gestito in maniera didascalica e sbrigativa.

Meglio allora spostare l’attenzione, come in (ri-)uso da qualche tempo a questa parte, sul versante del disgusto e del sadismo, giocando una gara nei confronti del predecessore che, perlomeno sul piano del make up, della gestione delle location (sia dal punto di vista fotografico che scenografico) e del tasso di emoglobina e violenza viene senz’altro vinta a mani basse, vittoria che è comunque limitata a questo solo campo.

Aja e Grégory Levasseur, insieme a Maxime Alexandre, filmano interni luridi e morbosi e la “falsa” città usata durante i test nucleari, con i suoi manichini e i mostruosi abitanti è un setting straniante e notevole.
Così come notevole, seppur fin troppo colorita, è la galleria di personaggi da freak show che Berger e Nicotero mettono in gioco durante i 107 minuti finendo con il caratterizzare i vari mostri più per il loro aspetto che per il loro comportamento e natura.
I fan dell’effettaccio, della mostruosità esibita, della deformazione ostentata, delle trippe a monti e del sangue a fiumi avranno pane per i loro denti grazie all’abilità tecnica e il talento narrativo di Aja (seppur in tragica involuzione rispetto al brillante esordio).
Si distingue anche il cast, comunque lontano dagli urletti monotoni dei teen actors e in grado di sorprendere con alcuni caratteristi che forniscono ottime prestazioni.

Permane purtroppo l’impressione di trovarsi di fronte a un giocattolino bello quanto si vuole ma che non riesce a oltrepassare il mero dato grafico e tecnico. Il sottotesto delle malformazioni causate dagli esperimenti nucleari è insieme urlato (fin troppe volte e a più riprese durante il film, come se lo spettatore medio non fosse in grado MDI capire fin dalle prime immagini di apertura) e banalizzato mentre scompaiono tutti gli elementi sociali e politici che erano così forti in Craven, da quel contrasto famiglia contro famiglia (gestito in modo diverso nell’originale, dall’incidente iniziale e dalle sue cause) fino al netto scontro civiltà/wilderness.

Nel remake di Aja da un lato non riusciamo a comprendere dinamiche e ruoli all’interno del gruppo dei mostri e dall’altro canto la scelta di farli vivere dentro una città vera e propria (nel film del ‘77 stavano dentro le caverne) induce una sensazione di scimmiottamento più che di reale alternativa o contrapposizione.

Occasione mancata e segno ulteriore dei tempi che corrono. Rimango in attesa della fine di quest’ondata di new new horror, sperando in una forte crisi d’incassi che possa operare un minimo di selezione e rinforzare i talenti nascenti.

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Filmato:

domenica 15 agosto 2010

Dan Auerbach - I want some more



Visto qualche mese fa, un calore e una umanità rari, rarissimi. Concerto stupendo, l'intero album è da recuperare e cresce a ogni ascolto.
Lo preferisco qui con i suoi Fast Five che nei Black Keys, grandi anche loro.

You got the tenderness that I been searchin' for
Oh, I want some more
You got sweet lips like I did never taste before
Oh, I want some more

Everythin' you've got
Is just what I've always wanted
Right down to a T
Nothin' about you that don't please me

I'm just a kid and you're a walkin' candy store
Oh, I want some more

You got the tenderness that I been searchin' for
Oh, I want some more, yeah
You got sweet lips like I did never taste before
Oh, I want some more

Everythin' you've got
Is just what I've always wanted
Right down to a T
Nothin' about you that don't please me

I'm just a kid and you're a walkin' candy store
Oh, I want some more, yeah, yeah

venerdì 13 agosto 2010

Red Dragon (2002)

Red_Dragon_Poster_LocandinaRED DRAGON
USA/Germania, 2002, colore, 124 minuti
Regia: Brett Ratner
Soggetto/Sceneggiatura: Sceneggiatura di Ted Tally da un romanzo di Thomas Harris
Produzione: Dino De Laurentiis Productions, Mikona Productions, Scott Free Productions, Universal Pictures, UIP, MGM

Dopo aver arrestato (rischiando la propria vita) Hannibal Lecter, l’agente FBI Will Graham si ritira dal servizio, incapace di reggere lo stress di nuove indagini sui serial killer.

Passano tre anni e Graham si ritrova costretto ad aiutare ancora l’FBI: un maniaco stermina intere famiglie nelle notti di luna piena e rimangono solo tre settimane prima che torni a colpire.

Per riuscire a individuare il killer Graham dovrà immedesimarsi in una psiche malata e chiedere anche l’aiuto del suo nemico giurato, Hannibal Lecter, mettendo a repentaglio la sua vita e quella dei suoi famigliari…

Lontano dal rigore di Manhunter, dall’emozione de Il silenzio degli innocenti e dagli eccessi dello splendido fallimento di Hannibal, il film di Brett Ratner non riesce a staccarsi dalla piatta mediocrità che sembra caratterizzare gran parte dei prodotti di questo genere.
De Laurentiis, nel voler realizzare il suo sogno di ri-narrare gli esordi di Hannibal The Cannibal, non ha badato a spese reclutando la crema del cinema, da un cast di attori a dir poco stellare a un insieme di professionisti incredibili: Elfman alle musiche, Spinotti alla fotografia e Tally alla sceneggiatura.
Manca purtroppo un uomo che sappia dirigere e coordinare questa troupe straordinaria: Brett Ratner non sembra in possesso delle caratteristiche necessarie e il suo curriculum (Rush Hour, The Family Man, Colpo grosso al Drago Rosso) avrebbe dovuto far riflettere più a lungo il produttore.

La rivisitazione dell’originale è un pasticcio lento e confuso, nel quale si alternano momenti slegati fra loro, spesso debitori nei confronti de Il silenzio degli innocenti.
Si insiste molto sul personaggio di Lecter, completando quel processo di sovraccarico già in corso da qualche tempo (grazie ai media e ai film precedenti).
Hopkins, sotto i suoi standard, è sempre più saccente, pingue e odioso nei panni di un professore viziato e annoiato che ama esibire cultura e giocare con il suo prossimo, un personaggio che, ben lungi dall’esser stato esplorato in profondità, è diventato, con il tempo, barocco e ridondante.
Ne consegue che le scene con lui presente sono fra le più statiche e vuote dell’intero lungometraggio, nonostante l’attore recuperi tutti i mezzi espressivi usati nelle precedenti occasioni, dallo sguardo glaciale e penetrante alla parlata controllatissima, insinuando nel pubblico un senso di allarme di fronte a tanta furia omicida gestita e soffocata in modo così encomiabile.

Durante la lavorazione Harvey Keitel ha avuto dissapori e contrasti e la recitazione ne risente, limitandosi a fornire la minima professionalità richiesta in una situazione del genere, stretto fra i desideri di protagonismo dei colleghi.
Edward Norton cerca di rendere credibile il suo personaggio attraverso una delle sue armi principali, lo sguardo, ma anche lui sembra stanco e appannato e rinuncia a esprimersi con le altre parti del corpo, con notevole perdita di efficacia.

Il film decolla nelle scene che vedono protagonisti Ralph Fiennes ed Emily Watson, che portano sullo schermo la parte più interessante del romanzo, il torturato rapporto d’amore del killer con la cieca, un aspetto già esplorato nel precedente Manhunter ma qui realizzato con maggiore maestria.
La Watson appare erotica e conturbante senza cadere nelle possibili trappole nascoste in un ruolo simile e Fiennes domina la scena, imponendo allo spettatore una continua altalena di emozioni, dal disgusto/antipatia all’aperta simpatia.
In pieno controllo dei suoi mezzi, l’attore recita sia con il corpo (aiutato dallo splendido tatuaggio) che con il volto (l’istante nel quale è tentato di morsicare e divorare il viso della Watson entra di diritto nei primi posti di una ideale galleria dei momenti più alti di tensione sessuale al cinema!) e fa vibrare il personaggio di Tooth Fairy di vita propria, sebbene aun livello comunque inferiore rispetto al modello originale.
Spiace costatare come questo attore non abbia saputo gestire, in seguito, una carriera che sembrava al tempo ben più luminosa.

L’ottima prova di Fiennes non fa altro che rilevare ancor più un dato che ricorre fin da Il silenzio degli innocenti: il pubblico, ammaliato dalla carismatica figura di Hannibal, trascura lo spessore dei killer proposti nei vari episodi, maniaci che meriterebbero ben altra considerazione e attenzione, più interessanti, vibranti e vivi di quanto potrà mai essere il noioso gourmet in gabbia.
Allo stralunato e transessuale ballo del mostro del film di Demme, al Noonan che si muove al ritmo di In a gadda da vida nel lungometraggio di Mann possiamo ora aggiungere un Fiennes dallo sguardo disperato e dal corpo in metamorfosi, in attesa di diventare il vero drago rosso.
Peccato per i passaggi che lo vedono salire in soffitta e udire le voci di sua nonna, banali e riecheggianti mille altri titoli, non dipendenti dalla volontà dell’attore ma capaci di “macchiare” l’integrità e perfezione del personaggio spruzzando sulla genesi del mostro l’insopportabile cliché degli abusi infantili.

E peccato che quasi tutto il resto non riesca a convincere, incapace di replicare l’analisi che aveva condotto Mann e di esprimerne una propria, teso nel portare avanti la trama fino alla conclusione.
Uno degli elementi che in definitiva funziona meno in tutti questi film è la tendenza a donare ai vari serial killer una maschera cartoonesca decifrabile e inquadrabile con certa facilità, un costume da wrestler premasticato che permetta allo spettatore di “capire tutto” fin dall’inizio e sempre e comunque.
Nulla di nuovo, ed è meccanismo esaminato fin dagli anni Cinquanta, ma ora come ora questa tendenza a razionalizzare tutto il caos spaventa più che mai.
Da segnalare infine che, se la fotografia di Spinotti non tradisce comunque le aspettative, le musiche di Danny Elfman sembrano fuori posto, di maniera, spesso puro mestiere: è un difetto che riscontriamo sempre di più sia nel lavoro di Elfman sia in quello di un altro grande compositore moderno, Howard Shore, e il nostro timore è che questi maestri siano vittime dell’iper-lavoro, troppi incarichi accettati, troppi titoli per i quali non avvertono quel reale interesse senza il quale è impossibile creare una colonna sonora adatta.

La sceneggiatura di Tally, infine, pur conservando un buon grado di professionalità, spesso vuol fare il verso al suo precedente lavoro per Il silenzio degli innocenti, si guardi per esempio alle linee di dialogo fra Graham e Lecter, plagiate dalle varie visite dell’agente Sterling al buon dottore nel film summenzionato. Copiare e citare se stessi può essere un difetto minore, ma genera un forte senso di déjà vu…

Non c’è motivo di esistere per Red Dragon, che soccombe all’originale in quasi ogni singolo confronto.
Brian Cox è un Hannibal Lecter ben più tridimensionale e convincente di Hopkins e Tom Noonan disturba e inquieta molto più di quanto riesca a fare Fiennes, senza contare il tremendo divario di stile ed etica fra Mann e Reitner.
Laddove in Manhunter sono messi in scena la psicosi e suoi devastanti effetti, in Red Dragon si illustrano le versioni in costume super eroistico di questi stessi meccanismi.
Diventa gioco molto facile preferire il primo al secondo.

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Filmato:

martedì 10 agosto 2010

Slither (2006)

Slither_Poster_LocandinaSLITHER
2006, USA/Canada, colore, 95 minuti
Regia: James Gunn
Soggetto/Sceneggiatura: James Gunn
Produzione: Brightlight Pictures, Strike Entertainment, Gold Circle Films

Wheelsy è la classica Sleepytown, Anywhere USA, dove la vita procede a ritmo ridotto e senza scossoni e gli eventi più importanti sono le partite della squadra locale o la fiera annuale con gara per la miglior torta di mele.

Questo finché un meteorite non impatta nelle vicinanze della cittadina. Grant, un uomo ricco, influente e misogino, viene a contatto con la creatura ospitata dal pezzo di roccia alieno che infetta e invade il malcapitato.

I giorni seguenti sono un calvario per Grant, il cui corpo muta in modo orribile e la cui mente è altrettanto corrotta dalla potenza aliena di questa razza di lumaconi/sanguisughe pronta a conquistare il pianeta. Ben presto la piaga aliena infetterà gran parte della città fra orribili mutazioni e atroci violenze.

Solo un manipolo di eroi o improvvisati tali (la moglie dello stesso Grant, Starla, il poliziotto Bill e pochi altri) potrà bloccare i malvagi piani di dominio degli infami lumaconi interstellari!

James Gunn mostra buone capacità nel costruire un crescendo di orrore e ironia partendo da un primo atto nel quale, messi in scena alcuni personaggi, la mutazione comincia a serpeggiare per la città mietendo le prime vittime, seconda parte ricca di azione e orrore ormai esposto e ultimo segmento in cui, prima della naturale risoluzione, vi è una vera e propria teratosplosione di mostri, zombi e situazioni paradossali.

Figlio di Tremors e Shaun of the dead ma incapace (o non interessato) di giocare ai loro stessi livelli d’ironia e comicità, Slither preferisce una tr(o)aumatica sovraesposizione di disgustorama che non traspira mai accademia o exploitation.
Gunn controlla con mano felice l’uso degli effetti speciali, prediligendo il meccanico al digitale per questioni di qualità e resa on screen, ed è ripagato dalla nascita di alcuni dei mostri (l’uomo-seppia, la donna-cisterna, l’amorfa creatura della fusione/orgia finale…) più efficaci e memorabili degli ultimi dieci pixelosi anni.

I dialoghi, già di per sé oltre il livello medio, sono ottimizzati dalle performance di un cast sorprendente (l’ineffabile Michael Rooker è affiancato da alcune genuine sorprese, quali per esempio Nathan Fillion, abile nell’osservare con certo distacco la trasformazione di molti cittadini, o Elizabeth Banks) in grado di affrontare situazioni disgustose con discreto piglio e sicurezza.

Slither è lavoro di amorevole archeologia che recupera stilemi e tematiche da film di serie B del passato, riuscendo nel difficile compito di metabolizzare e ricontestualizzare laddove troppo spesso ci si limita a citare, omaggiare e plagiare. In questo aiuta molto lo stile di regia di Gunn, sobrio e invisibile, in grado di evitare ulteriori sovraccarichi in una pellicola già densa e sempre a rischio d’indigestione.
E aiuta ancora di più la passione che l’autore mostra per certo tipo di cinema, passione che gli impedisce sempre di ridicolizzarne i cliché, riuscendo quindi a superare con agilità ogni tipo d’intoppo meta- e post-.

Non bisogna, a furia di parlare del lato grottesco e/o ironico, dimenticare che Slither riesce a offrire anche parecchi istanti di ottima tensione (certe apparizioni, l’assedio delle lumacone), due o tre momenti drammatici (con gli evidenti richiami a La mosca contenuti nell’angoscia della trasformazione definitiva di Grant Grant) e persino un possibile sottotesto per chi è sempre in cerca di motivazioni “alte”.
L’urlo di (divertita) accusa verso certi golosi eccessi della società statunitense è evidente anche per lo spettatore più svogliato: dopotutto questi buzzurri sono infettati e cominciano a mangiare folli quantità di carne fino alla trasformazione in qualcosa di non più umano, difficile sbagliare interpretazione…

Slither è un raro caso di pellicola della quale aspetto con curiosità l’eventuale sequel; se si dovesse riassumerlo in una sola frase a beneficio dei lettori più pigri, non avrei esitazioni a usare il giudizio che Bill Pardy emana guardando il mostro: “That is some fucked-up shit”.

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Filmato:

domenica 8 agosto 2010

Pankow - Brucia Europa Brucia



Visto il caldo, mi pare in tema.
Qualche gruppo di statura europea lo abbiamo avuto anche noi, no?...

venerdì 6 agosto 2010

The Abandoned (2006)

Abandoned_poster_locandinaTHE ABANDONED
2006, Spagna, colore, 94 minuti
Regia: Nacho Cerdà
Soggetto/Sceneggiatura: Nacho Cerdà, Karim Hussain, Maggie Moor, Richard Stanley
Produzione: Filmax International S.A. e varie

Una donna russa, Marie, adottata da una famiglia americana e a sua volta madre di una figlia adottiva, fa ritorno nella sua patria per la prima volta in occasione dell’eredità lasciata dai suoi parenti: una strana fattoria immersa nei boschi.

Raggiunto il luogo, cominciano ad accadere strani avvenimenti, la donna perde di vista il suo accompagnatore ed è raggiunta da quello che sostiene essere suo fratello gemello, entrambi vedono i propri fantasmi e altre apparizioni e scoprono di non riuscire, per quanti sforzi facciano, ad abbandonare la zona.

Le cose si complicano con il passare delle ore e l’avvicinarsi della fatidica data del loro compleanno, momento che svelerà in modo definitivo i misteri nascosti nella casa.

Si era creata, al tempo, parecchia attesa, negli ambienti della critica e fandom più attenti, per questo The Abandoned, che doveva in qualche modo rappresentare l’opera della maturità per una delle migliori promesse del cinema spagnolo, quel Nacho Cerdà che aveva suscitato parecchio clamore con Aftermath e Genesis.

Dopo parecchi anni di relativo silenzio (alcuni cortometraggi e documentari), il regista ha infine trovato fondi consistenti grazie all’interessamento dell’onnipresente Filmax e ha potuto dare il via a un progetto ambizioso che si discosta parecchio, per tematiche e stile, dalle sue prove precedenti.

Aggiungete a tutto questo la partecipazione in fase di sceneggiatura di un altro tipaccio interessante come Karim Hussain che nel 1999 aveva firmato il dibattuto Subconscious Cruelty nonché Richard Stanley (Hardware, Dust Devil) e capirete il clima di attesa per questo The Abandoned.
Che è piacevole da guardare col suo continuo gioco a rimpiattino di esterni (alcuni splendidi boschi fotografati con toni fra il verde cupo e il bluastro che ne accentuano la bellezza un po’ sinistra) e interni claustrofobici e polverosi quanto basta, il tutto grazie a due professionisti di ormai sicuro talento quali Xavi Gimémenez (Nameless, Darkness, Fragile, L’uomo senza sonno) e Baltasar Gallart (collaborazioni con Bigas Luna, poi visto anche in Romasanta o Beneath still waters).

Sono quindi i dati tecnici che salvano dall’anonimato una pellicola che mostra ampi limiti proprio nella sceneggiatura circolare, prigioniera di un’idea abusata sebbene potente e archetipica e che andrebbe veicolata in modo meno prevedibile e scoperto.
Assorbito dal valore estetico della cornice, Nacho Cerdà pare indifferente al fatto che essa valga ben più del quadro che ospita, un lento marasma di luoghi comuni male assemblati, privi di ritmo e asserviti a un meccanismo d’indagine che satura buona parte della vicenda, impedendo a qualsiasi tipo di contenuto o di riflessione di emergere e giocare la sua parte.

Passati i primi minuti di disorientamento qualsiasi spettatore con un minimo di esperienza avrà capito quel che è in atto e cosa accadrà per il resto della vicenda e nessun twist o scossone giungerà a sorprenderlo.
Da un copione scritto a sei mani da talenti del genere era lecito aspettarsi qualcosa di più che psicologie fragili, motivazioni deboli e continui vuoti di logica.
Rimaniamo imprigionati con i due protagonisti e vaghiamo con loro nel dedalo di corridoi oscuri, subendo ogni svolta fino all’agognato finale, senza che i personaggi mutino in qualche modo e uscendo dalla visione privi di qualsiasi arricchimento.

Non rimane altro che rifugiarsi quindi nella costruzione dell’atmosfera, realizzata con ottima mano e buona concertazione delle singole parti, dalla recitazione dei due protagonisti al montaggio capace di evitare smodate concitazioni videoclip pare, fino alla cura del sonoro da parte di Glenn Freemantle.
Tutti elementi di pregio destinati però a dividere il pubblico amante del genere con gli amanti di certi estremismi grafici che non troveranno sufficienti spunti, specie considerato il truce passato filmico di Cerdà.

Rimane comunque uno degli episodi migliori degli otto film facenti parte dell’After Dark HorrorFest di quell’anno e un discreto punto di partenza per future mosse da parte di quest’autore.
The Abandoned è solo parziale conferma del talento di questo filmaker spagnolo che avrebbe bisogno di essere affiancato da uno sceneggiatore in grado di proporre script solidi sui quali impiantare le sue visioni morbose.

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martedì 3 agosto 2010

Post Will Eat Itself...

David_Foster_Wallace

Gli ultimi due mesetti circa sono stati piuttosto pesanti, fra stralavoro e momenti molto negativi in Rete, momenti che mi sono serviti a comprendere meglio il modo di rapportarsi con la Rete che hanno alcune figure.
Diversi pesi e misure a seconda se gli interlocutori sono d'accordo o meno con il pensiero espresso dai proprietari del sito o dal gruppo forte dei commentatori, tendenza al'aggro-ganking verso chi esprime un pensiero diverso e una preoccupante predisposizione a predicare bene nel piccolo orticello privato e razzolare molto male quando si agisce in osti più ampi e importanti...

Insomma, ho scoperto che alcuni posti non fanno per me e come sempre in questi casi ho un solo tipo di risposta efficace: tagliare i feed, esiliare e non leggere più.
Facendo così in pratica cancello dall'esistenza (la mia, ovvio) queste figure negative.

L'altra cosa che bisogna fare è cercare figure positive per controbilanciare. Ecco quindi che, dopo aver letto parole e commenti vergognosi, leggere poi certe parole mi apre il cuore e mi fa star bene.
E ricordarmi della persona che le ha pronunciate, della sua vita e della sua fine, beh, mi scuote. Perché mi annoiava spesso lo scrittore, ma m’interessava e appassionava, moltissimo, la persona, la sua umanità sconfinata che, mi pare, aveva in qualche modo a che fare con un suo continuo terrore e odio per certo prossimo, per parte dell'umanità che vedeva in giro.

Cosa che accade persino con alcuni autori italiani, nei quali avverto una possente, problematica differenza fra interessanti idee varie espresse in alcuni loro scritti in Rete e quel che poi, bruttino, diluito e compromesso, esce fuori in stampa cartacea.
Sto divagando.

La persona in questione è David Foster Wallace, che ha tirato il colpo a quarantasei anni qualche tempo fa, ricordate? Tutti hanno pianto e coccodrillato per tre minuti, tutti lo avevano letto e amato e poi avanti che ci sono altre cose e the show e tutto il resto.
A me DFW non piaceva granché come scrittore, piaceva però tantissimo l'uomo che ho sempre scorto dietro lo scrittore.
Non mi piaceva come scrittore perché troppo preoccupato dallo stile, troppo preoccupato dal rumore di fondo del mondo, di ciò che gli era attorno.
Teso a segnalarci la noia e la decomposizione degli USA, l’ha fatto troppo spesso attraverso pagine noiose e decomposte.
Ha permesso al linguaggio di ciò che lo circondava di avvolgerlo e infiltrarlo troppo, troppe volte.
Il linguaggio del mondo ha pressato in maniera esagerata su questo talento incredibile e alla fine l’ha invaso, violentato, conquistato privandolo della cifra soggettiva, usurpandogli ogni voce intima, ogni privato: è diventato un raffinato, stupendo megafono per la merda che stava accadendo e accade.
Mi piacciono molto di più i suoi racconti e, ancora di più, gli articoli, le interviste, i discorsi.

Nessuna sorpresa che si sia impiccato, difficile non farlo (o non trasformarti in un mostro) se ti lasci attraversare da così tante voci, non vedo nulla di male nel suicidio e sono sempre in imbarazzo quando qualche amico (o supposto tale) mi confida pulsioni suicide perché non ho argomenti contro.
Finisco, però, per inventarmeli o rubarli al "senso comune" e cerco di risultare credibile, non so quanto...

Anyway, sto di nuovo divagando, colpa del mio ego grosso come una casa.
Ecco le parole di DFW che mi hanno fatto star bene:

"Dai giorni di gloria del postmoderno abbiamo ereditato sarcasmo, cinismo, una posa annoiata maniaco-depressiva, sospetto nei confronti di ogni autorità, sospetto di ogni limite posto alle nostre azioni [...]
Devi capire che questa roba ha permeato la nostra cultura, è diventata il nostro linguaggio, ci siamo dentro a tal punto da non capire più che è solo una prospettiva, una tra le tante possibili. L’ironia postmoderna è diventata il nostro ambiente."

DFW ha scritto queste parole nel 1993, un anno prima che il mio odio contro l'ironia post moderna prendesse forma precisa, compiuta (una volta tanto ricordo la data con precisione, fatto rarissimo).
Da allora questa insofferenza è cresciuta e non ho mai mancato occasione per cercare di combattere questa terribile, desolante attitudine all'ironia postmoderna.

E, infatti, più o meno da allora ho cominciato a beccarmi le prime bordate e accuse: "Eh ma come sei pesante!" "Ma sei sempre arrabbiato!" "Si vabbè ma mica è una cosa importante, dai, non prendertela!" fino al killer totale "Rilassati!".
Mi rilasserò e dormirò quando morirò, tanto per citare un grande rocker.

Con l'avvento della Rete, vi lascio immaginare, il tutto si è centuplicato e, pur ripetendo a me stesso più o meno da una quindicina d'anni che questa attitudine morirà fagocitata da se stessa (come quel gruppo, ricordate, Pop will eat itself...) in realtà la vedo andare sempre più forte e diventare sempre più norma, al punto che serve un controllo continuo per non cedere alle sue facilità e comodità.

Questa ironia gracilina è stata in grado di sdoganare e permettere le più grandi corbellerie e la vedo alla base di troppi, troppi siti che vorrebbero occuparsi di critica, specie in campo cinematografico ma non solo.
L'odioso cinismo si è fagocitato il ben più valido scetticismo e non sembra avere nessuna intenzione di risputarlo e, per quanto mi sforzi, non riesco a intravedere possibili soluzioni.

Io la trovo un’attitudine, pericolosa e sterile, perché spinge le persone a concentrarsi sempre più solo su se stesse e sul loro piccolo orticello, svalutando tutti gli altri al suono di una risata condivisa dal gruppo di "chi ne sa" e permette in più il facile gioco di "criticare" qualsiasi cosa con sempre minore conoscenza, giacché non serve grande conoscenza, cultura e disciplina per berciare ogni tre per due un "why so serious?" a muzzo.

E non sarà facile uscirne, proprio perché ormai è tendenza che tutto permea e via ben più facile da praticare.
L'alternativa la propone sempre DFW, in un pezzo ben tradotto da Roberto Natalini su NI, di cui vi cito solo un passaggio:

...nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana.

Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base.

Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo.

E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti.

Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.

Quanto stupisce che queste parole provengano proprio da una persona che spesso non riusciva a indicare alla sua mente cosa e come pensare, da un uomo costretto da venti e più anni a cure continue (psicofarmaci, terapie di elettrostimolazione e chissà che altro) per tenere a bada l'ansia e una mostruosa depressione.

Come si può non rimanere ammirati, smossi dentro da una persona che stava così male (certe testimonianze sui suoi anni più neri sono terribili) e non ha mai permesso a questo male di saturarlo, di comandare cuore e cervello verso l'odio, il cinismo e il disprezzo?
Lo stesso meccanismo che lo ha portato, sulle pagine di narrativa, a farsi invadere troppo dal mondo lo ha poi portato al gesto finale quando, totalmente invaso, non ha più avuto spazi propri da quali condurre qualche forma di resistenza?

Pensare che siano esistite e che esistano in giro persone come DFW rappresenta per me uno dei vari argini al mio stesso odio per l'umanità, al mio stesso disprezzo per la società, un argine che tiene ancora benissimo e che, credo, terrà sempre finché ci sarà la possibilità di leggere e incontrare persone come lui. Anzi, questo argine diventa più robusto di anno in anno, per fortuna. Sono molto meno cinico e "cattivo" rispetto a dieci anni fa e sempre più incazzato e disponibile verso il prossimo...

Quindi, beh, grazie David Foster Wallace, un momento buono in un periodo così così che, come prevedibile e sperato, sta già passando e svaporerà del tutto fra pochi giorni, quando sarò in viaggio.

domenica 1 agosto 2010

Victims Family - In a nutshell



Scusate la qualità audio, non si trova di meglio in giro.
Uno dei miei gruppi preferiti di sempre e Things i hate to admit è ormai da anni e anni nella mia Top Ten, altri entrano ed escono, loro rimangono fissi. Amo questo suono nervoso, questa sorta di free hardcore punk: se potete recuperatelo in versione degna così da ascoltarlo con buona qualità audio.

We had so many dreams, so many possibilities, now it seems to be so
far out of reach. Tried with our last gasp to grab the things we could
not grasp but all the traps were built just to deceive. And now it's just
a dream no basis in reality without a leg to stand on and nothing to
believe.

So sit behind dark walls, with the curtains drawn in dim lit halls, the
dimwit calls in vain,"No, not now please." Nothing never new he was
a slimy little rat eating slimy sewage from the bottom of a rat trap,
eating polyester in a game he said he'd aim to please. Sits and wags
his tail on time, never says nothing above the sublime for fear his trap
just might be slamming shut.

He had so many dreams, so many possibilities, now he ends his life
in the shell of a nut.