venerdì 30 luglio 2010

Skinwalkers (2006)

Skinwalkers_poster_locandinaSKINWALKERS
2006, USA/Germania, colore, 110 minuti
Regia: James Isaac
Soggetto/Sceneggiatura: James DeMonaco, Todd Harthan e James Roday
Produzione: Skinwalkers DCP Inc., Red Moon Films Inc., Constantin Film Produktion

Rachel ha allevato suo figlio Timothy insieme alla nonna, allo zio Jonas e alla cugina Katherine.
Madre e figlio sono all'oscuro del fatto che la loro intera famiglia è composta di lupi mannari votati al bene e destinati a vegliare sul giovane Timothy, sempre più vicino al suo tredicesimo compleanno e alla sua prima trasformazione.

Tim è speciale, destinato a grandi cose, e bisogna proteggerlo a tutti i costi da un gruppo di licantropi sanguinari e violenti guidati da Varek, il padre del giovane, che è disposto a tutto pur di averlo nelle sue fila.
Lo scontro fra le due fazioni è inevitabile...

Il tempo sclerotizza i miti e rende sempre più difficile cercare di ricavare soggetti e trame decenti da figure ormai logore come quella del licantropo.
Ecco perché bisognerebbe comunque apprezzare ogni tentativo operato al fine di immettere linfa nuova ma, in un periodo (prima metà degli anni Duemila) già buono per l’archetipo del lupo mannaro (Ginger Snaps, Dog Soldiers…) il mediocre Skinwalkers lascia il tempo che trova, incapace di brillare o di raggiungere gli abissi di un Cursed.

Nulla di nuovo sotto il sole: si rimane nei paraggi dell’ultima chiave d’analisi licantropica, in altre parole quella della guerra fra clan di underworldiana memoria, qui privata di quella fastidiosa patina latex/fetish/hi-tech tanto glamour e cool quanto inutile ai fini narrativi.

Lo scontro, in questo caso è fra due bande rivali di licantropi e due visioni molto diverse dello status “mannaro”: chi vede la licantropia come una malattia curabile (o una maledizione cui si può rimediare, fate voi) cerca di proteggere il giovane Timothy, novello Salvatore che con il suo sangue sarà in grado di liberare l’umanità (o una piccola frazione di essa) dal peccato originale.
Gli altri, invece, una volta gustata la carne umana non intendono certo rinunciare alla loro condizione di ubermensch e tentano quindi di eliminare, Erodi in sedicesima, il pupillo prima che il destino si compia.

Sceneggiato con piglio guerriero da un James DeMonaco reduce dagli scontri al Distretto 13 e filmato con discreto ritmo dal cronenberghiano James Isaac, Skinwalkers riesce a raggiungere gli scopi (non molti e non molto nobili…) che si prefissa, mixando una vaga mistica pellerossa a una facile estetica on the road.
Ecco quindi che arrivano, freschi freschi dal reparto discount della stereotipizzazione, i lupi cattivi tutti mori, barba di due giorni, occhiali scuri e Harley Davidson e i buoni su un furgone scassato, vittime di debolezze e divisioni, guidati dal sempre efficace Elias Koteas che nel mio personale taccuino è nelle prime posizioni della categoria “attori che avrebbero meritato di più e di meglio”.

Ri-editata da una post-produzione abbastanza problematica, la pellicola risente di alcuni buchi logici e una certa legnosità nelle scene d’azione che ondeggiano fra il vago e il ridicolo (la sparatoria con la vecchietta mannara!) e, sebbene i trucchi di Stan Winston rimangano una spanna sopra le varie sconcerie di un qualsiasi Tatopoulos, si ha la netta impressione di trovarsi di fronte a un prodotto incompleto o mal assemblato, dal potenziale maggiore rispetto al risultato finale.
Il tutto, con ogni probabilità, è causato dalla disperata ricerca di un PG 13 che ha portato a sacrificare scene e impatto in vista di un’audience maggiore.

Il risultato finale è qualcosa di mezzo fra un film horror anni novanta e una normale puntata del televisivo Renegade, con lune rosse che spuntano ritte in cielo un secondo dopo il solleone, licantropi buoni che si legano per resistere agli attacchi lunari, salvo poi liberarsi quando è più conveniente allo script, eroi e cattivi neri che muoiono per primi as usual e lunghi inseguimenti in un mondo privo di esseri umani (e polizia).

Una fotografia pasticciata e rossastra (wow), musica, costumi e scenografie appena discreti e un cast insipido completano il quadro di un film dove il solo a brillare (e a rimetterci) è il buon Koteas.
Scritto con il chiaro intento di tentare la strada della franchise (il background mistico-storico, il finale apertissimo, le possibilità prequelistiche…), Skinwalkers, pur non potendo tentare la strada del grande schermo è però in grado di guadagnarsi un buon seguito in dvd, territorio che ospiterà i suoi eventuali, insipidi sequels…

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Filmato:

martedì 27 luglio 2010

Shirley Jackson e suoi Awards

Shirley_Jackson_Castle
Malpertuis entra in modalità di risparmio energetico e fino a lunedì sei settembre proporrà "solo" due post settimanali, oltre al video musicale della domenica.
Ciò non significa che avrò la fortuna di starmene in panciolle fra mari e monti per così tanto tempo ma, fra ingressi ridotti e accumulo di lavoro preparatorio per dossier invernali, si impone un calo dell'attività estiva.
Fatta esclusione di un periodo a Berlino e uno nel Parco del Gran Paradiso (lo so, la natura mi ucciderà, è giusto così, la odio, ci vado dentro lo stesso e lei si vendicherà in modi orrendi) dovrei essere più o meno presente in fase di discussioni e commenti vari.

Partiamo quindi oggi con, notizia ormai vecchiotta, i vincitori dell'annuale Shirley Jackson Award.

NOVEL
Winner:
Big Machine, Victor LaValle
(Speigel & Grau)

NOVELLA
Winner:
Midnight Picnic, Nick Antosca
(Word Riot Press)

NOVELETTE
Winner:
Morality, Stephen King
(Esquire)

SHORT STORY
Winner:
The Pelican Bar, Karen Joy Fowler
(Eclipse 3, Night Shade)

SINGLE-AUTHOR COLLECTION
Winners (Two Winners):
Tunneling to the Center of the Earth, Kevin Wilson
(Harper Perennial)
&
Love Songs for the Shy and Cynical, Robert Shearman
(Big Finish Productions)

EDITED ANTHOLOGY
Winner:
Poe: 19 New Tales Inspired by Edgar Allan Poe, edited by Ellen Datlow
(Solaris)

Trovate l'elenco completo dei partecipanti QUI.

Giusto due parole sul vincitore della categoria romanzo, che credo e spero di leggere in un futuro prossimo...

Victor LaValle è un newyorchese trentottenne a suo agio sia con la narrativa che con la saggistica. Ha pubblicato due romanzi e una raccolta di racconti sfiorando la vittoria al prestigiosissimo PEN/Faulkner e, oltre a pubblicare su testate prestigiose come il Washington Post, è anche professore universitario.

Il suo The Big Machine, come tutto il resto della sua produzione, non è inquadrabile in qualche genere preciso con molta facilità e questa volta LaValle mette in piedi una complessa storia riguardante un ex tossico, sopravvissuto a un culto suicida, che riceve una lettera misteriosa.
Tale missiva lo convoca presso un luogo nel quale verrà a contatto con una associazione segreta che investiga su ogni vari eventi soprannaturali in cerca di segni e indicazioni.
Il protagonista verrà quindi mandato da tale organizzazione sulle tracce di un fuoriuscito che intende formare gruppi di terroristi.
Su tutto l'ombra di antiche leggende dei nativi americani e anche la presenza di alcune misteriose creature conosciute come Devils of the Marsh.

Nonostante l'uso del sopranaturale, mischiato a buone dosi dello humour più nero, The Big Machine rimane, a detta di molti, un romanzo incentrato su come e quanto la religione possa produrre mostri ben più terribili e temibili della fantasia di qualsiasi scrittore o regista.

Qualcuno di voi ha letto le opere premiate?
Consigli vari di lettura al riguardo?

Infine, visto che si parla di una delle scrittrici a me più care, vi lascio con questo interessante articolo di Laura Miller.
In passato (ma anche di recente) ho incontrato spesso, e me ne sono meravigliato, persone amanti di certa narrativa che però, all'interno dello stesso campo, detestano senza se e senza ma Shirley Jackson.
Io amo buona parte della sua produzione e, ancora più dei racconti, i suoi due romanzi cardine e non posso che essere contento che la sua grandezza venga riconosciuta anche in modo così "ufficiale".

A presto per qualche filmaccio di mostri....

domenica 25 luglio 2010

Meat Puppets - Sam

Non sono mai riuscito a cantarla...




maybe they had a ridiculous statement to make about something they hadn't experienced
possibly sam had a different opinion that nobody'd ever considered important
and damn it if norman and betty were listening somebody would have become a phenomenal
howling lightning tampering with the electrical evidence shown to be relevant
possibly with the exception of ivory everyone else had abandoned the obvious
chipping away at erroneous garbage which definitely is as exciting as pudding
deliciously spooned from the lap of the ludicrous into the mouths of the questionless idiots
licking their lips as their eyeballs are rolling and flapping their tongues as they're losing
their
marbles

that's the way sams play around
that's the way sams play

someone who wasn't related to anyone twisted the facts till the truth was apparent
and dished up a dollop of dubious doo-doo that sparkled like something folks scrambled to swallow
slipping the rich through the eye of a needle is easy as getting a camel to heaven
and granny transgressing had blubbered a bibful of classified info on milton's imbroglio

that's the way sams play around
that's the way sams play

that's the way sams play around
that's the way sams play
that's the way sams play around
that's the way sams play

maybe they had a ridiculous statement to make about something they hadn't experienced
possibly sam had a different opinion that nobody'd ever considered important
and maybe they had a ridiculous statement to make about something they hadn't experienced
possibly sam had a different opinion that nobody'd ever considered important

venerdì 23 luglio 2010

The Return (2006)

(Perdonate la mia assenza in questi giorni in fase di commenti: vi leggo ma devo preparare parecchio materiale, sia per questo blog che per alcuni siti cui collaboro, per coprire il mese di agosto e quindi, complici lavoro e caldo, il tempo diventa minimicropocolittle, dovrei tornare libero dopo questa domenica...)


Return_Gellar_Poster_locandinaTHE RETURN
2006, USA, colore, 85 minuti
Regia: Asif Kapadia
Soggetto/Sceneggiatura: Adam Sussman
Produzione: Rogue Pictures e vari

Joanna soffre di strane allucinazioni e sogni a occhi aperti fin da quando, a 11 anni, si è persa in un luna park.
Da allora, allontanatasi emotivamente sempre di più dal padre e con occasionali episodi di ferite auto inflitte, Joanna è cresciuta fino a diventare una aggressiva donna d’affari, priva di amori e amicizie, sempre in viaggio per gli Stati Uniti.

Ma le visioni si fanno sempre più forti e, in occasione di un importante contratto da stipulare vicino al paese dove è cresciuta, la donna avrà finalmente l’occasione di scoprire cosa sia realmente accaduto quel tragico giorno di tanti anni prima.

Fra il confronto con un passato che preme sul presente e un minaccioso ex che non sembra ammettere la conclusione della loro storia, la vita di Joanna sarà sempre più in pericolo...

In occasione del suo esordio registico negli USA, l’inglese Asif Kapadia (The Warrior) sceglie uno script laconico/lacunoso del carneade Adam Sussman e si sforza di nobilitare in qualche modo il gruppo di personaggi appena abbozzati e una trama che vaga per la prima ora, salvo poi accelerare a fine film per forzare spiegazioni e climax.

La produzione opta per lasciare tutto il peso della pellicola sulle esili spalle di Sarah Michelle Gellar che non convince né come testarda ragazza texana né come donna d’affari drogata di lavoro: non basta tingersi i capelli e corrugare la fronte per dare svolte importanti a una carriera che vive ancora sotto pesanti ombre buffyane.
Né gli ottimi professionisti che le si affiancano (è sempre un piacere vedere Sam Shepard rimasticare alcool e sogni infranti, mentre Peter O’Brien convince in un ruolo per lui inconsueto) riescono a tenere alte le sorti di un lungometraggio che prosegue senza infamia e senza lode verso un finale telefonato da tempo.

In particolare la relazione che si sviluppa fra la Gellar e O'Brien è imbarazzante a vedersi, i due paiono ora impacciati ora freddi e distanti e non cogliamo alchimie di alcun tipo.
Tutto ciò, accoppiato alla scelta di prediligere un ritmo molto lento, dialoghi tanto lunghi quanto criptici e irrisolti e una generale assenza di momenti d'azione di rilievo genera una insinuante e costante azione soporifera che potrebbe abbattervi ben prima della fine.

Kapadia opta per uno stile visivamente influenzato da certo oriente ma si limita ad allineare momenti di tensione piuttosto scialbi (due o tre inseguimenti, gli abituali giochini con gli specchi) e un compendio di inquadrature anomale (la telecamera sulla fiancata dell’automobile, le innumerevoli plongée…) che, prive di legami con il narrato, finiscono solo con l’irritare lo spettatore.

La fotografia candeggiata di Roman Osin (fedelissimo di Kapadia) e gli ambigui arredamenti e scenografie non aiutano la lettura del film, generando una monoatmosfera dove non è possibile distinguere fra gli istanti allucinatori e quelli reali.
Meglio allora affidarsi alla corrente, attendere la risoluzione (comprensibile ben prima del finale) e godersi gli artici esterni di un Texas cinereo e desolato, costellato da solitarie baracche e capannoni che nascondono simboli acquatici (conchiglie, cavallucci marini) messi in scena più per gusto estetico che per reale attinenza con la trama.

Il reparto sonoro si distingue per una ricorrente Sweet Dreams di Patsy Cline che spunta fuori da ogni dove (fornelli della cucina? rocce del deserto? le fottute pareti?) ad avvisarvi che "attenzione, sa per accadere qualcosa di strambo" ma che in realtà vi ammorberà le gonadi già alla terza nota e non riuscirete a liberarvene molto presto.

Gli appassionati di tette, emogeyser e torture assortite staranno alla larga, i cultori degli enigmi a incastro si annoieranno dopo i primi minuti e i divoratori di pop corn odieranno il girare a vuoto della protagonista, lasciando la pellicola in pasto ai collezionisti a oltranza e ai fan club di Sarah Michelle Gellar, se ancora ne esistono.

Vedere The Return vi ridurrà come Joanna: spenti e catatonici: Sweet Dreams aren't made of this...

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Filmato:

mercoledì 21 luglio 2010

Shaun of the Dead (2004)

Shaun_of_the_Dead_Poster_LocandinaL'ALBA DEI MORTI DEMENTI
Shaun of the dead, 2004, UK, colore, 99 minuti
Regia: Edgar Wright
Soggetto/Sceneggiatura: Simon Pegg, Edgar Wright
Compagnia: Big Talk, Working Title Films

Shaun è un trentenne privo di ambizioni, che lavora in un anonimo negozio di elettrodomestici e sembra tenere di più ai suoi amici (in particolare Ed, un essere amorfo che dissipa la vita fra birre, playstation e junkie food) che alla sua stessa ragazza.

Nel momento decisivo della sua vita, quando i morti sorgeranno dalle tombe per invadere Londra, Shaun dovrà tirare fuori il meglio di se stesso e salvare sia la sua ragazza sia la madre degli assalti dei non morti. Gran finale con assedio fra zombi e vivi che difendono un pub come ultimo fortino dell’umanità...

Gli inglesi sembrano possedere un istinto innato per certo tipo di umorismo di classe, cinico e amaro, leggero e sarcastico, privo della volgarità che affligge gran parte delle restanti produzioni mondiali. Mini/maxiserie quali Bottom, Father Ted, Spaced o The Office rappresentano esempi illuminanti del tipico humour per il quale gli inglesi sono famosi nel resto del mondo.

Shaun of the dead non è altro che l’esemplificazione di quello stesso humour applicato al moderno filone horror dei morti viventi.
Ecco quindi che una commedia sul confronto fra un gruppo di perdenti e alcuni zombie giunge come ossigeno vitale, necessario a ristabilire le giuste proporzioni e distanze, ottimo strumento per riconsiderare interi filoni nella giusta ottica.
E ho parlato di “gruppo” e “alcuni” proprio perché una delle prime cose che emerge dalla visione è la natura molto raccolta del tutto, un’apocalisse di quartiere, un’epidemia da cortile sul retro nella quale non si riesce mai a essere sicuri se siano più attivi e vitali i morti viventi o i viventi morti, al punto che se durante un inseguimento i primi cominciassero all’improvviso a scappare dai secondi nessuno si stupirebbe più di tanto.

E, in effetti, chiunque sia conciato come Shaun, prima di cominciare a lottare contro gli zombie deve trovare qualche motivo per andare avanti: zero considerazione sul lavoro, un patrigno orrendo, una relazione sentimentale da encefalogramma piatto, amici che non possono essere definiti tali, un vicinato privo di qualsiasi attrattiva…
Io mi sarei fatto mordere dal primo mortaccione vivente a disposizione.

Già in questa prima (di tante) distorsioni del testo romeriano s’innestano i germi della risata e dello straniamento, germi e distorsioni che avanzano implacabili quando le varie armi statunitensi con cui combattere le orde dei morti viventi (ovvio, nella terra dei liberi puoi afferrare una pistola in ogni angolo) diventano… Una mazza da cricket? Degli LP anni Ottanta? WTF?
O cosa pensare del fatto che il centro commerciale diventa in questo caso un pub? Quale lettura si può tentare di un film che eleva il pub inglese quale ultimo bastione di sanità, civiltà e società? (Una lettura molto positiva, mi suggerisce il Goat Boy che è in me…).
Vien da pensare che gli zombie là fuori stiano premendo non per cibarsi di carne umana ma per avere anche loro la sacrosanta pinta di birra, basterebbe aprire le porte e sedersi insieme a loro per tracannarne un po’…

Intendiamoci, il film è più umoristico che orrorifico e trova la sua via nelle recensioni del sito solo per merito di alcuni zombi sgradevoli e cattivi, ciò nondimeno i suoi non morti, annegati in un mare di umorismo, riescono a provocare più orrore che molti altri zombie-movie.

La natura di “perdente” di Shaun è così distante dalla nozione tipica americana o italiana da essere a tratti incomprensibile e aliena, un feroce tunnel nel quale nemmeno le più ardue prove del fato riescono a cambiare la natura di un individuo (è sufficiente guardare il finale del film...).

Vi è una successione di gag irresistibili, dal doppio viaggio di Shaun verso il posto di lavoro alla lotta contro i morti viventi a colpi di vecchi LP fino all’assedio finale ambientato nel pub. L’attore principale, Simon Pegg è anche co-scenegggiatore e riesce ad alternare un nutrito numero di punch line a momenti orrorifici che, visti i tempi di generale autocensura filmica, diventano ancora più preziosi.

Il modello di riferimento è un mix fra alcune soluzioni care a registi quali Peter Jackson o Sam Raimi (degli esordi) e se questi ragazzi inglesi non sono provvisti del feroce genio del regista neozelandese, è anche vero che un maggiore budget a disposizione e la conseguente possibilità di sviluppare fotografia, costumi e scenografia colmano in parte il confronto con il maestro di riferimento.
Da sottolineare anche l’ottima colonna sonora con alcuni pezzi (quali Ghost Town degli Specials o White Lines di Grandmaster Flash) che contribuiscono a conferire alla pellicola il possibile status di cult negli anni a venire.

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Filmato:

lunedì 19 luglio 2010

5150, Rue Des Ormes (2009)

5150_Rue_Des_Ormes_poster_locandina5150, Rue Des Ormes
2009, Canada, colore, 110 minuti
Regia: Éric Tessier
Soggetto/Sceneggiatura:Patrick Senécal
Produzione: Cirrus Communications

Yannick è un ragazzo felice, al settimo cielo: è stato appena ammesso a un corso di cinema e si trasferisce in città, lasciando una situazione familiare disastrata, carico di aspettative.

Purtroppo, pochi giorni dopo, in seguito a un banale incidente in bici, la sua vita cambierà per sempre. Il ragazzo, ferito a una mano, chiede a un uomo di poter chiamare un taxi da casa sua ma, una volta dentro, diventa prigioniero della famiglia Beaulieu il cui patriarca ha una morale tanto ferrea quanto folle e vede il mondo in bianco e nero, gli stessi colori dei suoi amati scacchi.

Prigioniero dell'uomo, di sua moglie (sottomessa e molto religiosa) e della figlia, una adolescente molto aggressiva, Yannick si troverà ben presto a dover imparare a giocare a scacchi: solo battendo Jaques a quel gioco potrà sperare di essere liberato.

Ma mentre apprende le regole di questo gioco, altre regole cominciano a penetrargli nel cervello...

5150, Rue des Ormes parte da una situazione risaputissima, sebbene ci sia un cambio di sesso rispetto al trend degli ultimi anni: la vittima prigioniera di una famiglia di pazzi.
Mum & Dad aveva giocato in questo stesso campo ma l'ironia acida e deformante e un certo gusto per le morbosità avevano spinto ben presto la pellicola verso altri lidi.

In Canada le regole sono diverse e i maniaci trattano molto meglio i loro prigionieri: pasti caldi, una certa libertà di movimento e altre comodità assortite.
Certo, il tutto resta valido fino a quando non si sgarra: allora sono mazze da baseball sulle ginocchia, sia chiaro.
A parte gli scherzi, il film svicola quasi subito da certe convenzioni: l'interesse non è rivolto (perlomeno non solo) tanto al povero Yannick quanto alle dinamiche della famiglia Beaulieu, con particolare attenzione all'asse “Elettrico” fra Jaques e la figlia Michelle, seguace della distorta morale paterna e ancora più aggressiva del suo maestro.
Sullo sfondo di questa dialettica si aggira la madre, poco più che una casalinga fantasma resa catatonica dai fumi dei suoi stessi manicaretti, e una figlia più piccola, muta o quasi.

E se la prima parte del film mette in campo psicologie meno sfruttate del solito ed espedienti di sceneggiatura che prevedono un minimo di inventiva è comunque solo nella seconda sezione che la pellicola svolta e comincia a convincere: allucinazioni, scontri generazionali, perdite di controllo e acquisizioni di fissazione, ci troviamo sbalzati verso un altro tipo di vicenda, magari più sfilacciata ma ben più interessante del consueto gioco di torture e gatto/topo.

Gli scacchi acquistano sempre più importanza, fino a straripare dalle 64 caselle a qualcosa di ben più grande e macabro, il nucleo famigliare rischia il crollo a ogni giro di vite mentre il maschietto tanto desiderato spodesta la femmina buona a nulla ma delude comunque sia il vecchio padre fantasmatico che il nuovo tiranno: pare essere questione di generazione e non di genere.
Si sprofonda nel delirio, le pareti della prigione si stringono e quelle della scacchiera si espandono, il maniaco si rivela ben più folle della mascherata iniziale e si osa Bergman senza poterselo permettere ma la mossa azzardata, pur fallendo, frutta visione sinistra e memorabile.

Tutti perdono il controllo su tutto, la morte non è solo fisica e anzi, magari fosse questione di morire, sarebbe una liberazione che è assente negli ultimi minuti del film, asfissianti e senza apparente via d'uscita quanto i finali di partita di Torre e Cavallo.

Solide prove da parte di quasi tutti gli attori, fotografia di routine e buon controllo della colonna sonora che non disturba quasi mai la narrazione completano il quadro insieme a un certo controllo della violenza e dei liquami organici.
Nulla di trascendentale ma, durante le invasioni barbariche che stiamo vivendo, film come questi vanno custoditi e vezzeggiati, anche nelle loro incertezze e cadute.

Se devo puntare il dito verso la cosa che mi è meno piaciuta allora devo segnalare l'ormai sbadiglioso e sclerotizzato giochino della borghesia bella controllata, con la tavola apparecchiata e e i ruoli precisi e ordinati che poi nasconde segreti turpi e mali orribili.
L'abbiamo capito secoli fa, magari basta o se dovete farlo fatelo in maniera meno scoperta e schematica.

Ho sentito parlare molto bene dei romanzi di Patrick Senécal ma non ho mai avuto occasione di leggerne uno (Ed. Nord ha stampato qualcosa, se non erro): se qualcuno fra i lettori lo ha fatto ne parli pure in fase di commento!

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Filmato:

domenica 18 luglio 2010

Beds are burning



Out where the river broke
The blood wood and the desert oak
Holden wrecks and boiling diesels
Steam in forty five degrees

The time has come
To say fair's fair
To pay the rent
To pay our share

The time has come
A fact's a fact
It belongs to them
Let's give it back

How can we dance when our earth is turning
How do we sleep while our beds are burning
How can we dance when our earth is turning
How do we sleep while our beds are burning

The time has come
To say fair's fair
To pay the rent, now
To pay our share

Four wheels scare the cockatoos
From Kintore East to Yuendemu
The western desert lives and breathes
In forty five degrees

The time has come
To say fair's fair
To pay the rent
To pay our share
The time has come
A fact's a fact
It belongs to them
Let's give it back

How can we dance when our earth is turning
How do we sleep while our beds are burning
How can we dance when our earth is turning
How do we sleep while our beds are burning

The time has come
To say fair's fair
To pay the rent, now
To pay our share
The time has come
A fact's a fact
It belongs to them
We're gonna give it back

How can we dance when our earth is turning
How do we sleep while our beds are burning

Bonus: unplugged di parecchi anni dopo...

sabato 17 luglio 2010

Frozen (2010)

frozen_posterFROZEN
2010, USA, colore, 94 minuti
Regia: Adam Green
Soggetto/Sceneggiatura: Adam Green
Produzione: A Bigger Boat, ArieScope Pictures

Dan e Joe sono amici fin dall’infanzia e sono abituati ad aiutarsi e dividere tutto, persino la noia di dover stare un’intera giornata nella pista più facile per insegnare snowboard alla ragazza di Dan, Parker.

I tre però si attardano troppo e finiscono con l’implorare l’addetto alla seggiovia per farli salire a bordo per un’ultima corsa. Si è fatto molto tardi, è domenica, tutti hanno fretta di andare a casa e, per colpa di alcuni errori di comunicazione fra gli operatori della stazione, i tre rimangono intrappolati a bordo della seggiovia, sospesi a parecchie decine di metri dal suolo.

Il freddo e la consapevolezza che nessuno verrà ad aiutarli fino alla riapertura dell’impianto, il week end seguente, obbligheranno i tre ragazzi a prendere decisioni drastiche.

Avendo apprezzato sia Spiral sia Hatchet e ritenendo Adam Green uno dei filmaker statunitensi in grado di operare al di là e al di fuori di certe logiche imperanti (remake-trasposizione-sequel-prequel) mi sono approcciato a questo Frozen con molta curiosità.

Green non sin adagia su quanto ha già girato nel campo del Perturbante e accetta un’ulteriore sfida, ovvero quella dell’ambiente ristrettissimo, dei pochi personaggi a disposizioni e delle poche possibili modulazioni del narrato.
Tre persone su una panchina, le montagne intorno e quattro lupi che gironzolano sotto, veri e propri squali di terra.
Squali non a caso, poiché per distrarsi e far passare il tempo verso l’inizio della vicenda i tre discutono su quale sia la morte peggiore e uno di loro non ha dubbi: essere divorato da uno squalo ed esserne consapevole fino all’ultimo.

Green gestisce con ottima mano i pochissimi elementi a disposizione, sceglie con mano felice di mettere in scena tre personaggi un tantino antipatici con i quali non è facile simpatizzare e sceglie di giocare tranquillo, quasi a far melina per quanto riguarda psicologie e dialoghi: Joe e Parker sono gelosi l’uno dell’altro, Dan viene meno alla regola basilare del non portare la ragazza quando si esce per vacanze spericolate con l’amico d’infanzia e tutto quel che abbiamo già visto e sentito.

Nulla di male, si gioca al sicuro nello sviluppo iniziale e si continua a seguire il canovaccio anche durante l’incidente: recriminazioni, sfoghi, ricompattamento, battute un po’ pesanti, litigi e tutto il resto.
Ma è un canovaccio che Green sa scrivere e girare molto bene, eseguendo ogni possibile variazione e inserendo ad arte due o tre picchi di tensione che garantiscono alcuni sbalzi nel mio personale ansiografo.

Ossa esposte, carne dilaniata, pelle che si distacca e persino del pissing artico: gli amanti delle cose rosse, dolore e morbose avranno anche loro di che pasteggiare durante la proiezione e due o tre ouch! il film me li ha cavati fuori.
Curioso pensare a quanti modi ci possono essere per tentare di evadere da una situazione simile, io mi sarei sistemato più comodo possibile e sarei morto assiderato, ho sempre letto che non è un modo doloroso per andarsene via, meglio ancora se si ha la fiaschetta del San Bernardo con sé…

Detto questo, pur con tutta l’ammirazione e fiducia che nutro per Green (ancora intatte, sia chiaro, ma non possono portarmi a mentire), credo che Frozen sia per ora il più debole fra i suoi titoli, vuoi per dei dialoghi risibili vuoi per il pessimo cast che mette in fila tre ragazzotti che non sembrano mai terrorizzati, disperati, angosciati o anche solo doloranti a dovere (le scene riguardanti le tremende ferite alle gambe di uno dei tre sono esemplari al riguardo).

Nulla di male, non è certo uno scivolone e rimane pellicola godibile, in particolare durante le calde sere estive dove qualche montagna innevata è sempre un bel vedere e ci sono certi lupi brutti, ma così neri e bruti che uno come me che si è fatto una certa idea dei lupi sulla base di Zanna Bianca e due foto di Airone poi ci rimane molto male.

C’è l’impressione, insomma, che il pur bravo Adam Green abbia cercato una sfida molto dura e l’abbia anche presa sottogamba, trovandosi quindi con estrema rapidità in fondo a un cul de sac narrativo senza nemmeno possibilità di retromarcia.
Da qui il cincischiamento iniziale con alcune scene inutili, da qui certo lassismo (la mano nuda lasciata appoggiata tutta notte su una barra di ferro? Really?) di sceneggiatura.

Potevano aiutare di più gli agenti atmosferici, in primis il vento e i rumori e movimenti da esso determinati, poteva aiutare di più il silenzio e una gestione migliore degli stacchi fra campi medi e panoramiche, ma la sensazione è che comunque Frozen sarebbe stata pellicola che avrebbe dato filo da torcere a chiunque e che alla fine Green se la sia cavata molto meglio di quanto avrebbero potuto fare tanti altri stimati colleghi.

Pellicola comunque da vedere, senza farsi aspettative esagerate e in attesa delle prossime mosse greeniane, che mi auguro non siano limitate al solo Hatchet 2: sarebbe un volersi autolimitare.

Filmato:

venerdì 16 luglio 2010

Sul destino dei libri...

Non amo il Fatto Quotidiano, ospita interventi detestabili di persone che mi sembra abbiano perso da tempo la lucidità (Fini) e spesso agisce in malafede, si comporta come quelli che critica o si mette a pecora per gli amichetti (l'intervista a Luttazzi) ma l'articolo in questione mi pare approfondito e invita alla discussione.

Molto lungo (e i commenti lo allungheranno ancora di più), ma mi sembra giusto visto il tema.
Mi pare anche equilibrato, non vuole bruciare i vecchi libri né fracassare in pubblica piazza i nuovi infernali aggeggi.
Tenta troppe previsioni e magari non ne azzeccherà più di tante, ma è stato un buon leggere, complimenti a Francesco Cataluccio.

A voi:

Che fine faranno i libri?

The Painted Darkness disponibile gratis ancora per poco tempo

Painted_Darkness_coverRimando Foster Wallace alla prossima settimana e uso lo slot del venerdì per segnalare, a chiunque riesca a leggere in inglese, che da qualche tempo (grazie Luigi, grazie Andrea) è disponibile in download gratuito The Painted Darkness di Brian James Freeman.

No, non si tratta di un esordiente che pubblica abitualmente su Lulu o presso PagamiCheTiStampo e che cerca di farsi spazio.
Parliamo di un tizio i cui racconti e romanzi sono apparsi presso editori quali Leisure, Cemetery Dance, Borderlands Press e molti altri e che dal 1994 piazza suoi racconti nelle migliori antologie annuali.

Parliamo di uno che con la scrittura ci vive e fa vivere anche moglie, due gatti e un cane.
E parliamo di una casa editrice seria, non di un ente di beneficenza o di qualche fanzine.
E, cosa ancora più importante, il pdf gratuito è disponibile BEN PRIMA dell'uscita del cartaceo (e quanto è importante per me questo piccolo particolare, mamma mia).

The Painted Darkness è già nel mio Cybook Opus e vedrò di cominciare lettura appena finisco L'Inno delle Salamandre (o appena me ne stanco), ho però già letto le prime tre pagine e non mi hanno impressionato granché, ma ciò mi spinge ad ammirare la mossa ancora di più.
Penso che pagherò volentieri The Painted Darkness con la moneta più importante, quella che non mi torna in tasca ogni 27 del mese, ovvero il mio tempo, almeno quello necessario a capire che cosa sia accaduto nel bosco al ragazzino protagonista.
E pagherò anche con il minimo di pubblicità che riesco a veicolare attraverso questo blog.

Non so giudicare la cura editoriale del pdf in questione, ma rimango colpito dall'enorme serie di contatti, link e suggerimenti di social network contenuti sia in esso che nella pagina Cemetery Dance.
Lo so, sono pulsanti e link che ormai dovrebbero essere la norma per qualunque sito di case editrici, ma qui in Italia siamo ancora al non saper gestire i commenti dei lettori, figurarsi il resto.

Domani, visto il caldo, parlerò del nuovo film di Adam Green, Frozen, almeno ci si congela un po'...

DOWNLOAD THE DARKNESS

giovedì 15 luglio 2010

Il diavolo, probabilmente. Al venti per cento, credo...

Chissà...
Cinque persone ben diverse fra loro: la guardia di sicurezza nera, un giovane misterioso con tanto di cappuccio, la donna in carriera però bella e dolce, il rampante lombrosianamente sgradevole e una hobbit di mezz'età che boh, whatever...
Salgono sullo stesso ascensore di un grattacielo e, indovinate, l'ascensore si blocca.
I soccorsi incontrano difficoltà, strane cose cominciano ad accadere (e a comparire sulle telecamere di sicurezza) e...
E una delle cinque persone in questione è Il Diavolo. Ou, mica un demone in avanzamento di livello eh, no, IL DIAVOLO.
Io se fossi Il Diavolo avrei di meglio da fare che intrappolarmi in ascensori, ma le vie del Diavolo, insomma....

Magari nulla di speciale per voi come trama, ma per uno come me che mangia quasi ogni giorno prequel, sequel, remake e adattamenti di fumetti e romanzi, beh, è comunque sforzo degno di interesse.
Le note dolenti cominciano quando leggo i nomi delle persone coinvolte.

Soggetto di M Night Shyamalan.
Ok, gli devo ancora una chance. Ho amato i suoi film, ma proprio alla follia, l'ho difeso e ho sempre pensato potesse essere uno dei Quattro Cavalieri della Fantapocalisse, ma con E venne il giorno mi ha addormentato (lo so che non si dice, lo so) e con The Last Airbender mi ha ucciso. Nel sonno, per giunta, maledetto.
Quindi non sono più tanto sicuro che il suo nome sia marchio di qualità.

Sceneggiatura di Brian Nelson.
Ok, forse non tutto è perduto.
30 Days of Night e Hard Candy sono discrete cose in curriculum, magari ci mette più di una pezza.

Regia dei fratelli Dowdle.
Ahia.
Quarantine provoca diarrea e sepsi.
The Poughkeepsie Tapes viene usato in molte nazioni del Nord al posto del valium MA, allo stesso tempo, contiene quella che secondo me è una delle scene più perturbanti degli ultimi anni.

Il trailer non dice poi molto anche se mi piacciono i titoli di testa.
Vedremo.
Difficile fare peggio della media statunitense degli ultimi anni, può valer la pena tenere d'occhio il tutto.
In uscita a metà settembre in USA.

E ora, PRIMA di vedere il film, chi fra i cinque secondo voi è il Diavolo?

Le scommesse (e il poker) sono il nuovo nero d'Italia, tanto vale seguire la corrente come salmoni anticonformisti...
Occhio che poi verifico una volta visto il film e vi vengo a cercare uno a uno eh...

mercoledì 14 luglio 2010

Kick-Ass (2010)

kickass_poster_locandinaKICK-ASS
2010, USA, colore, 117 minuti
Regia: Matthew Vaughn
Soggetto/Sceneggiatura: Jane Goldman e Matthew Vaughn da un fumetto di Mark Millar e John Romita Jr
Produzione: Marv Films e Plan B Entertainment

Dave Lizewski è un liceale anonimo, poco notato dalle ragazze, in continua tensione erotica e con due amici simili a lui.
Dave vive con il padre dopo che la madre è morta di aneurisma e, grande amante dei fumetti, non riesce a capire come mai nessuno abbia mai provato a fare il super eroe nella vita reale.
Decide quindi di indossare un costume e, privo di super poteri o di qualsiasi tipo di allenamento, scendere in strada a combattere il crimine come Kick-Ass.

L’idea lo porterà dritto dritto a una lunga degenza in ospedale in seguito a una rissa, degenza dalla quale Dave uscirà ancora più voglioso di combattere il crimine.
Grazie a un’altra rissa conclusasi in modo più fortunato Kick-Ass diventa famosissimo: il video del pestaggio è il più visionato e migliaia di nuovi amici si aggiungono alla sua pagina My Space.

Solo che ora Kick-Ass ha attirato l’interesse di criminali veri e spietati e per Dave le cose potrebbero mettersi piuttosto male. Per sua fortuna, esistono veri super eroi come Hit Girl e Big Daddy in grado di aiutarlo nella lotta contro la malavita…

"Dai giorni di gloria del postmoderno abbiamo ereditato sarcasmo, cinismo, una posa annoiata maniaco-depressiva, sospetto nei confronti di ogni autorità, sospetto di ogni limite posto alle nostre azioni [...]
Devi capire che questa roba ha permeato la nostra cultura, è diventata il nostro linguaggio, ci siamo dentro a tal punto da non capire più che è solo una prospettiva, una tra le tante possibili. L’ironia postmoderna è diventata il nostro ambiente."

Forse potrebbero bastare queste frasi di David Foster Wallace (sulle quali tornerò in settimana), critico verso certa ironia postmoderna, per chiudere la pratica Kick-Ass, uno dei film più pro-sistema, panem et circenses e oppiaceo degli ultimi tempi.

La pellicola comincia con un ragazzo vestito più o meno come Falcon che piomba giù da un grattacielo: non riesce a volare, impatta contro un taxi, muore sfracellato, la gente lo guarda fra lo stupito, il perplesso e il dispiaciuto.
Proprio a partire da una scena come questa, non riesco a capire tutte le persone che hanno parlato di violenza in questo film, poiché l’apertura chiarisce subito che ci troviamo dalla parte di Willy il Coyote, delle sue cadute nei canyon e le sue facciate contro le montagne.
Non mi sarei stupito se il clone di Falcon si fosse rialzato, tutto ammaccato e dolorante, e avesse borbottato qualcosa sulle modifiche da fare al costume.

Tutti scrollano le spalle, qualcuno si diverte, alcuni scattano foto e via verso qualche altro brividino a mente spenta: it’s fun.
It’s fun and it’s only a movie.
Peggio, è solo un fumetto.
Abbiamo lottato per decenni per cercare di cancellare questa frase in giro per il mondo e ora la usiamo come scudo per legittimare ogni possibile operazione.
E in effetti è solo non prendendo mai sul serio nulla in questa pellicola che, aiutati dalla musica Banana Splits, riusciremo a guardare una bambina uccidere un sacco di persone (o essere massacrata a colpi di pugni) ridendo come matti e dandoci consapevoli e ammiccanti pacche sulla schiena al grido di coooooooool!!!!
How coooool!
Say, wasn’t that the coolest thing ever?
So fuckin’ cooool!!!!
Way too cooool!!!!!!

Noi ne sappiamo un sacco, noi cogliamo tutte le citazioni, noi individuiamo tutto il cortocircuito, noi possiamo perdonare le falle logiche grandi come metropoli, possiamo fregarcene di personaggi duodimensionali come nemmeno Hanna & Barbera, possiamo fottercene delle continue scorrettezze a livello contenutistico, possiamo evitare di porci qualsiasi tipo di problema morale.
Abbiamo dato via il cinema e tutte le sue enormi potenzialità in cambio di quattro perline e due specchietti e ora, novelli selvaggi, crepiamo di banali raffreddori e morbilli di celluloide, ma almeno moriamo con un vestito sgargiante.

Sotto la crosta delle divertite parodie, di un Cage che parla come un Batman anni Sessanta e di sua figlia sboccata e cinica, dei mille joke e meta riferimenti, sotto questa coltre sbriluccicante si annida una storia convenzionale e restauratrice come poche altre, al termine della quale l’eroe batte il malvagio e si prende la principessa, la bambina strappata all’infanzia per combattere il crimine ritrova una famiglia e torna a fare la bambina e l’erede del malvagio si prepara per l’obbligatorio sequel. Lo status quo regna, fino al prossimo albo.

Il tutto narrato e visualizzato rimasticando per l’ennesima volta una poltiglia di suoni e visioni ormai usurati oltre il limite e sputati a velocità folle in faccia a un pubblico che baratta ben volentieri qualsiasi sguardo morale in cambio di qualche rictus nevrastenico spacciato per risata liberatoria.

Io, che pur amo certo uso dell’ironia, della caricatura, della satira, della parodia e del grottesco, questo baratto non riesco a farlo e quando osservo, reprimendo sbadigli, i soliti combattimenti frenetici (o i vestitini addosso alla Moretz), non riesco a soffocare la sensazione di trovarmi, in certi momenti, di fronte a della (pedo)pornografia della peggior specie, in altre parole quella che si traveste da operazione di altro tipo.

Per fortuna la sensazione di noia è talvolta lenita dall’ottima prova fornita dalla fin troppo consapevole Chloe Moretz (Hit Girl), una spanna o due sopra il resto dell’anonimo/gigionesco cast, ma è davvero troppo poco per risvegliare un interesse che comincia ad assopirsi verso il trentesimo minuto per entrare in coma al giro di boa dell’ora.

Il film è sponsorizzato, a giudicare dalle inquadrature, dalla Apple, ma tanto ormai, avendo buttato la morale qualche pagina fa, non possiamo certo stupirci nemmeno di un fatterello come questo, anzi, che dico, di sicuro è un elemento diegetico basilare e la pubblicità non c’entra per niente.

A ben poco servono il solito montaggio, la consueta palette cromatica suuuuper satura, gli interni uguali a mille altri prodotti del genere o il mischiare Prodigy, Mozart, New York Dolls, Rossini, Primal Scream, Dickies e Morricone nella stessa colonna sonora.
Proprio perché a mischiare a cuor leggero elementi di questo tipo si ottiene spesso e volentieri un pastone colorato che nulla ha che fare con gli ingredienti di partenza.
Guarda caso, la title track Kick-Ass non è certo dei signori summenzionati bensì di Mika, ben più efficace e adatto nel rappresentare il pop-valore dell’intera operazione: how cool is that, uh?

Ora potete calciare il mio sodo culo quanto forte volete, tanto non è né un culo geek né il culo di un loser e può benissimo reggere qualche stivalata indiepop.
Anzi, calciate con cura: potreste rompervi una rachitica gamba...

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Filmato:



Tremenda, tremenda track di Mika:

martedì 13 luglio 2010

Cosa pensate di Fritz Leiber?

Night_of_the_Eagle
La discussione sulle Case Maledette è andata a toccare quello che, come ho scritto anche in quella sede, nonostante la fama raggiunta e nonostante sia conosciuto da molti, credo rimanga comunque uno degli autori più sottovalutati del secolo scorso.

E Fritz Leiber Jr il secolo scorso lo visse e incarnò come pochi altri, a partire dalle date di nascita e morte, che lo piazzano ben dentro e lo spalmano lungo parecchi decenni: Chicago, 24 dicembre 1910 – San Francisco, 5 settembre 1992.

Ombre del Male, Nostra Signora delle Tenebre, il ciclo di Lankhmar, innumerevoli racconti, la mini autobiografia, Mann, Jung e tanto altro ancora: credo che il signore in questione non abbia bisogno di tante presentazioni.
Magari ha però bisogno di essere ricordato, specie in tempi come questi nei quali si tende a pensare e parlare dei soliti tre o quattro nomi e credo che fra i frequentatori del Malpersalotto ci siano alcuni grandi estimatori della sua opera: cercate quindi di far capire a chi passa per caso o a chi non conosce Leiber, i motivi principali della sua grandezza, le opere più significative, i ricordi, i possibili percorsi di lettura.

Mi metto da parte, a voi il palco.
Noto che i libri e fogli che ho lasciato sul letto paiono disposti a ricordare una figura precisa. Sarà un caso...

lunedì 12 luglio 2010

The Omen (2006)

THE OMEN
2006, USA, colore, 110 minuti

Regia: John Moore

Soggetto/Sceneggiatura: David Seltzer

Produzione: 11:11 Mediaworks e Twentieth Century-Fox Film Corporation


Robert Thorn, un diplomatico americano di stanza a Roma, è l’uomo più felice e soddisfatto del mondo: carriera in continua ascesa, ricchezze a non finire, una stupenda moglie incinta.

Ma quando la donna perde il figlio durante il parto, il dolore è eccessivo per Thorn che accetta di nascondere il fatto alla moglie incosciente e di sostituire suo figlio con un orfano nato proprio lo stesso giorno.
Quel che Thorn non sa è che si tratta dell’Anticristo, nato dalla relazione di una femmina di sciacallo con Satana stesso.

Durante i primi anni (la famiglia si è intanto trasferita a Londra) non accade nulla di rilevante ma la festa del quinto compleanno segna l’inizio di una misteriosa catena di incidenti e di morti atroci che condurranno Robert a convincersi che Damien è realmente il figlio di Satana.

E una volta che giunge tale convinzione, cosa rimane da fare?


Orrore. Terrore. Paura. Disgusto. Angoscia. Ansia.
Un tempo, signoramia, queste emozioni basilari potevano essere rintracciate in varie proporzioni in moltissimi film.
Interpretazioni degli attori, giochi di luce e ombre affidate al direttore della fotografia, trucchi tanto artigianali quanto sorprendenti, sceneggiature scritte ad arte e limate alla perfezione, contenuti e riferimenti, stile di regia: TUTTO contribuiva, all’interno di una pellicola, alla messa in scena di quelle emozioni così potenti, con minore o maggiore riuscita, certo, ma non è questo che importa.

Purtroppo da qualche tempo i produttori e creatori di queste pellicole hanno preferito abbandonare la ricerca di quelle suggestioni in cambio di due soli mezzi espressivi: scomparso l’orrore, dissolto il terrore, svaniti disgusto e paura, al pubblico rimane soltanto il mero shock, la reazione nervosa e "simpatica", lo SPAVENTO, somministrato attraverso il buon vecchio “bus”: apparizioni improvvise e brevissime, accompagnate di solito da un frastuono immane.
Accanto al flash audiovisivo notiamo una crescente attenzione per la composizione scenografica di alcuni momenti clou (ricercatezza estrema nella posizione dei corpi e degli oggetti e nella scelta di costumi e arredi) nell’errata convinzione che essa sia sufficiente a costruire un’atmosfera.

Questo accade in The Omen: attenzione inesistente verso il crescendo delle varie scene ma esasperazione dei momenti di flash (le visioni in bagno…) e di certi quadri grafici di buona resa estetica (la suora all’esterno dell’ospedale, l’antro del prete…) che conferiscono alla pellicola un andamento ciclotimico e frammentario.
E proprio la ciclotimia sembra essere il dato che accomuna ogni singola parte del film, dalla recitazione alla regia, dalla fotografia alla musica.

Gran parte degli attori pare fuori cast: Liev Schrieber legnoso e poco espressivo (in grado di far rimpiangere un Gregory Peck ormai in declino…), Julia Stiles implausibile come giovane madre e incapace di entrare in sintonia/alchimia sia con il figlio che con il marito, mentre Mia Farrow, in un primo tempo sottotono e in seguito sopra le righe, pare perlomeno godersela un sacco…
Appaiono più in forma sia Pete Postlethwaite (sebbene, come quasi sempre, caricaturale) che David Thewlis mentre Seamus Davey-Fitzpatrick nella parte del piccolo Damien ci regala sguardi assonnati e smorfie che più che sataniche appaiono semplicemente infantili.

Stessi alti e bassi nella scenografia, che mischia ambienti modernissimi ed essenziali (il bagno della villa, certi scorci di una Roma inusitata) con terribili cadute di stile (la camera di Damien, il cimitero “di cartapesta”…) e l’impressione viene rafforzata sia dallo stile di regia (tutto concentrato in una serie di stop and go a scapito delle scene di raccordo e in questo largamente aiutato da un montaggio castrante) sia dallo score sonoro che pare “risvegliarsi” solo in particolari occasioni dimenticando una costruzione generale dell’atmosfera.

Insopportabile poi, ma questo è un dato puramente etnocentrico, la caratterizzazione di Roma e dei suoi cittadini, eterni bufali che percorrono le caotiche vie della capitale seminudi a torso di scooter in un traffico che ricorda più Calcutta che il capoluogo laziale - circondata peraltro da una neve e una nebbia che nemmeno in padania…

Quali allora le attrattive, i lati positivi di una operazione commerciale come questa?
Rimangono impresse nella memoria alcune visioni disturbanti, una manciata di omicidi realizzati in maniera più che discreta (fra cui una decapitazione da antologia), dei titoli di testa poco appariscenti ma riusciti nella trovata della trasformazione delle lettere “t” e delle “o” e infine l’apprezzabile (seppur confuso, pornografico e rischioso) sforzo di aggiornare e interpretare l’apocalisse secondo alcuni recenti avvenimenti mondiali.

Rimane però da capire a chi possa servire una copia di un film che è stato già rifatto decine di volte nel corso degli anni e che ha, quasi in solitaria, condizionato gran parte dei film che hanno cercato di gettare uno sguardo inquieto e disturbante su certa religione e religiosità.

E ora assai più che nei Settanta siamo pieni, da ogni parte, di gente pia e devota dispostissima ad accoltellare, bombare, legiferare contro chiunque si opponga al loro particolare piano divino: grosso disinnesco nei confronti di una pellicola di questo tipo.

The Omen è forse l'archetipo di tutti i titoli che non necessitano di update, remake, reimagining o copia: ha ormai permeato a fondo l'immaginario non solo dei fan ma anche quello delle persone che non amano o sono del tutto estranee a certo tipo di visioni ed è stato riproposto così tante volte, filosoficamente e anche solo in frammenti sparsi che una operazione del genere finisce con il diventare un bignamino raffazzonato e fuori tempo massimo.

Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:

domenica 11 luglio 2010

Scimmia



Diesel (Cramps, 1977)

Eugenio Finardi
Alberto Camerini - chitarra
Patrizio Fariselli - tastiere
Paolo Tofani - chitarra e produzione
Ares Tavolazzi - basso elettrico
Walter Calloni - batteria
Claudio Pascoli - sax e arr. fiati
Doriano Beltrame - tromba
Marco Pellacani - trombone

"...quasi mai..."

venerdì 9 luglio 2010

La casa del vicino è sempre più maledetta…


Proprio ieri vi avevo detto che vi avrei chiesto aiuto e consiglio e passo alla pratica.
Uno dei due dossier che vorrei scrivere in agosto, un po’ in seguito alla richiesta di alcuni di voi, riguarderà le, brrrr, Case Maledette.
Non vorrei scrivere una roba che ecceda le venti cartelle o giù di lì e credo che, essendo un post a richiesta, sarò più banale del solito, non perché non m’interessi l’argomento ma perché magari non lo conosco quanto vorrei e dovrei.
Cercherò comunque di scrivere un bignamino decente.

Vorrei quindi, insieme con voi, cercare di restringere il campo a una decina di romanzi e altrettanti film, altrimenti si finisce per percolare dalle fottute pareti e morire in una pozza di spossatezza. Cercando da un po’ di stare in equilibrio fra mia gestione personale del blog e massima apertura verso la comunità dei lettori propenderei per una soluzione di questo tipo: scelgo d’autorità cinque romanzi e cinque film e tutti voi proponete altri titoli a piovere nelle due sezioni, dopo un po’ facciamo qualche conto e vediamo di chiudere il recinto.

Lo so, servirebbero più titoli, più sguardo storico e tante altre cose, ma come per il saggio sulla donna nel cinema del perturbante, se mi faccio intrappolare in completismi e perfettismi mi fotto da solo e rimaniamo in ballo per anni.


Ugly1Dunque.
Per quanto riguarda i romanzi scelgo:

The House Next Door
The Haunting of Hill House

Hell House
La Casa sull’Abisso
(anche se patirò a rileggerlo, lo so…)
Shining

Per quanto concerne i film sorge un problema. Posso ripetere i titoli dei romanzi?
Perché tenderei a scegliere:

Shining
Amityville Horror

Ballata Macabra

Legend of Hell House

House on Haunted Hill
(entrambi? Castle e Malone?)

Ugly3

A voi la palla, ricordatevi di indicare film o libro.
Avevo altri titoli in testa, alcuni li ho esclusi per mancanza del testo (ero sicuro di avere un Ramsey Campbell con casa stregata ma se lo è pappato il mio bilocale maledetto ed Elsewhere di Blatty dovrei riordinarlo…), altri perché non sono romanzi (alcuni lavori di Lovecraft).
Tenderei a escludere House of Leaves ma sono miei gusti personali, se lo ritenete importante lo ficchiamo dentro senza problemi, ok?

Allo stesso modo ho lasciato in sospeso alcuni titoli di film. Per esempio: Session 9 rientra nel novero?
Comunque sia, avete cinque + cinque slot da riempire. Finché si tratta di film tutto ok, posso recuperare prima delle ferie, ma se sparate qualche libro strambo o mi fornite il pdf (Uhhh! Nooo! Criminale!) o mi prestate il cartaceo o mi arrangio in fretta, qualche soluzione la troveremo.

Mi servirebbero anche saggi e testi critici e di saggistica riguardanti l'argomento: sparate tutti i titoli che vi sembrano importanti.

A voi il palco, ecco il microfono, spin that shit!

Ugly2

giovedì 8 luglio 2010

Malperfuturo…

Malperscrutare
Avrete notato un certo cambio di ritmo negli ultimi tempi: complice l’estate (e quindi supposti minori ingressi in Rete, anche se a giudicare dalle mie statistiche io funziono al contrario) ci si rilassa un po’ e si pianifica il futuro, da settembre in poi.
Si trova anche l’occasione per tentare esperimenti più o meno felici e riusciti, per identificare possibili indirizzi futuri verso i quali muoversi.

Durante l’ultimo anno il processo di feedback con voi, fra noi, è stato più intenso e meno controllabile: passato un certo tempo e purgati via i troll più fastidiosi, cominciamo a conoscerci meglio, rispettivi pregi e difetti e tutto il resto.
Ovvio che finisca per farmi influenzare e se noto un certo tipo di risposta (a livello sia di visitatori sia di numero di commenti) su determinati argomenti (che comunque rientrano sempre nella mia sfera d’interessi) tenda a preferire gli stessi, per trasformarli in traino nei confronti di argomenti meno seguiti.

Quindi, cosa aspettarsi dal futuro qui, in questo watersiano hole in the ground dove a quanto pare non mi nascondo poi molto bene?
Sfrutterò il maggior tempo libero a disposizione per completare e pubblicare entro (e non oltre) settembre/ottobre due dossier, quello riguardante le case maledette e quello (ok, magari non è un dossier, sarà “solo” un post molto lungo) che racchiuderà tutti i dati e informazioni raccolti riguardanti il tema querele. Poi…

Il post su Stephen King, molto, molto importante sia a livello di numeri che di qualità degli interventi, mi ha spinto a pensare che ci sia qualche nicchia lasciata vacante che possiamo andare a occupare in modo proficuo.
Ovvero certe funzioni che un tempo erano proprie dei forum e che ora, in un momento di contrazione dei forum, sembrano in bilico fra l’essere assorbite da anobii o il dissiparsi in modo completo.
Io non ho anobii, non ho twitter, non ho lastfm, non ho facebook e non vari altri strumenti perché, avendo energie e risorse limitate, preferisco dedicarle a questo spazio e al rapporto con la comunità che gira intorno a questo spazio. Ovvio, è solo questione di tempo ed energie: ne avessi di più di entrambi sarei presente in tutte le interessanti piattaforme menzionate.

Dicevamo del post di Stephen King…
Mi piacerebbe, da settembre, pubblicare una serie più o meno fissa di post riguardanti romanzi del Perturbante ormai ritenuti classici. Tutti strutturati nella stessa semplice maniera di quello su Stephen King ovvero un “Cosa ne pensate di XXX?”.
Non scriverò mia recensione e scenderò nei commenti come un commentatore. Di volta in volta annunceremo il tema del prossimo post, dando così circa un mese di tempo ai vari commentatori per radunare le idee, leggersi o rileggersi l’opera in questione ecc. ecc.
I titoli in questione apparterranno tutti al passato, tutti pubblicati in italiano, tutti rintracciabili con certa facilità.
Tale pratica agirà in contrasto e in completamento con il mio voler andare a pescare autori stranieri contemporanei ancora poco coperti in Italia e, priva della recensione del proprietario del blog, sarà occasione per confronto meno “viziato” e ancora più libero e significativo.
Inizieremo con alcuni titoli kinghiani (3 o 4) per poi passare ad altri autori.

Direi, se siete d’accordo (anche per comodità di ri-lettura visto l’imminente dossier) di cominciare con Shining di Stephen King: se potete rileggetelo durante l’estate, ci ritroviamo tutti qui a settembre per parlarne.

Malpercomunità
Un cambiamento che invece ho già attuato da adesso: il widget “Commenti Recenti” sale in alto, in posizione più evidente rispetto a tutto il resto della colonna di destra.
Questo perché ritengo importante mettere in evidenza un fatto per me fondamentale dell’operare in Rete: un post e i suoi commenti formano un’entità in continuo cambiamento che è impossibile catturare e ridurre a qualcosa di fisso e immutabile.
I recenti interventi di, per dire, Jophiel su Martyrs o Lenny su Hellraiser aggiungono pezzi importanti di significato, operazione impossibile da fare su tanti altri supporti e in definitiva uno dei motivi principali per cui ho scelto di operare in Rete.
Stessa cosa per il corpo del post, che può mutare di volta in volta secondo le segnalazioni e che diventa di nuovo impossibile da bloccare in ambra o mettere in teca.
Proprio per sollecitare un vostro ritorno su pezzi già letti, che nel frattempo sono cambiati e si sono arricchiti, ho scelto di dare la maggiore visibilità possibile alla sezione “ultimi commenti” e vi chiedo se per voi è ok così o se non sia il caso di espanderla agli ultimi dieci (ora è settata sugli ultimi cinque).
Ditemi voi.

Parlando di libertà, fluidità e cambiamenti sempre in atto in post e commenti, ribadisco altre intenzioni che continueranno a essere fondanti di Malpertuis: massima apertura ai commenti di anonimi e massima libertà, per i commentatori, di cancellare i propri interventi in caso di ripensamenti vari.
Se non parlo di letteratura di genere italiana o di fatti tipo Orvieto (e non vedo perché dovrei espormi io per chi invece rimane nascosto a prosperare, salvo poi dirmi in privato che ho fatto bene e che loro non possono per via della carriera e delle opportunità) il rischio troll-stupido è in pratica (abbiamo visto) ridotto a zero, mentre a me piace parecchio il troll-arguto che ogni tanto capita in giro per vari post.
Certo, raccomanderei di nuovo i vari anonimi di inventarsi una qualsiasi identità per permettere a tutti di identificare al volo i vari interventi, ma è un dettaglio da poco.
Io devo tutelarvi e tutelare la vostra libertà prima di ogni altra cosa: se vi sentite più liberi a restare anonimi o se avete voglia di cancellare (o chiedere a me di farlo) un vostro intervento, qui potrete sempre farlo.

Così come accaduto con il post di Stephen King (e con altri post), nulla toglie che potrebbero nascere vari spunti interessanti provenienti da richieste a tema ben precise.
No, non ho la competenza enciclopedica di un Mana, che si presta quale ibrido fra piano man e juke box e che se gli chiedi un giorno di parlarti di estinzione della razza umana e il giorno dopo di usi e costumi degli Urca con particolare riguardo per la caccia alla lince lui parte e scrive come se nulla fosse.
Ma se saprete tenervi entro certi paletti, ogni richiesta sarà valutata e processata. Quindi se volete che tutti insieme si parli di determinati argomenti, si può fare, basta chiedere e io vi saprò dire se ne ho voglia e capacità o meno.
Sono esclusi topic quali politica e religione, non dovrei nemmeno dirlo ma meglio sia chiaro.

Momenti_di_Discussione
Penso per ora sia tutto. La domenica rimarrà dedicata a un video musicale e conto, insieme alla ripresa dei dossier, di stendere in agosto anche qualche scheda di serial killer e mostri assortiti, credo sia una previsione ragionevole.

In agosto, pur (grazie alla programmazione) continuando a sfornare roba, sarò “assente” per alcuni giorni sparsi, chi sarà presente perché appena rientrato o in fase pre vacanza saprà tenere alto l’interesse e la qualità nei vari commenti.

Ultime righe per ringraziarvi.
Anche grazie al rapporto con voi (rapporto che in alcuni casi si è trasformato in frequentazione “reale”) penso di essermi migliorato, in particolare nell’ultimo anno e specie per quanto concerne l’attenzione al prossimo e l’amore per la discussione. Sentire Malpertuis un po’ meno mio e un po’ più nostro è cosa che un tempo avrei osteggiato con forza e alla quale ora non saprei rinunciare. Mi sto rammollendo, presto al posto della casa on i tentacoli compariranno cuoricini e orsacchiotti.

Quindi grazie. So che non mancherete di entrare a gamba tesa, ridere di me e mollarmi testate in ogni futuro angolo di posting, quindi non voglio nemmeno sprecare troppo miele.
Ah, si comincia già domani: vi chiederò consigli riguardo alcune scelte da fare per il dossier Case Maledette, Stregate e Brutte, ripassate che sarete interrogati…

Stay Horror.

mercoledì 7 luglio 2010

Future letture: Joyride di Jack Ketchum

Joyride_Jack_Ketchum_CoverCon la chiusura di Splattergramma cercherò di convogliare su queste pagine, con uno o due post mensili piuttosto brevi, notizie che ero solito scrivere da quelle parti.
Limiterò il tutto alle pubblicazioni cartacee/elettroniche, lasciando da parte il cinema, che immagino già coperto con grande professionalità da molti altri portali.

La differenza, rispetto a Splattergramma sarà che, non più costretto da sacrosanti obblighi deontologici, cercherò di evitare con cura la maggior parte delle pubblicazioni di scarso livello qualitativo.
Vampiri in calore liceale o chi si affretta ad accodarsi a qualche filone di successo (pronto poi a rinnegarlo quando non andrà più di moda) non troveranno sistemazione su queste pagine.

Cercherò anche di dare la precedenza a opere delle quali è possibile esaminare almeno qualche pagina in Rete e in forma gratuita.
Se un autore (o una casa editrice) è sicuro della qualità della sua proposta, allora non dovrebbe certo temere un’anteprima di qualche pagina: come abbiamo già discusso nella scorsa settimana, basta davvero poco per decidere se accordare o no la nostra fiducia e non ci possono più bastare gli slogan da fascetta.

E cominciamo quindi questa serie di segnalazioni con uno scrittore di cui ho già parlato spesso su queste pagine che, attraverso una casa editrice sempre attiva nel campo del perturbante, ripropone un suo romanzo già apparso qualche tempo fa.

La Leisure Books ristampa quindi Joyride di Jack Ketchum (apparso anche da noi parecchio tempo fa con il titolo di In viaggio con l'assassino) e lo fa nel suo consueto formato tascabile, abbattendo così gli elevati costi delle precedenti edizioni e offrendo al pubblico, per soli 7,99 dollari, il bonus di Weed Species, racconto lungo dello stesso autore che, di nuovo, aveva raggiunto prezzi piuttosto alti sul mercato dell'usato.

Joyride è la storia di Carole che, a lungo vittima di ogni possibile abuso da parte del marito Howard, decide, insieme al suo nuovo compagno, Lee, che l'unico modo per liberarsi di Howard è ucciderlo, mimando un incidente.
I due riescono a realizzare senza intoppi il loro piano e si sbarazzano di Howard ma cadono dalla classica padella alla proverbiale brace: Wayne Lock, un individuo sadico e disturbato ha visto tutto e, desiderando da sempre di uccidere un essere umano, decide di sequestrare i due per capire da loro cosa si prova durante un omicidio.
Questo sarà solo l'innesco di una lunga scia di sangue che vedrà Carole e Lee quali riluttanti complici del killer.

Se non si trattasse di Jack Ketchum, non credo prenderei con facilità in considerazione l'ipotesi di leggere un romanzo con questa sinossi, ma ho la massima fiducia in un autore che mi ha deluso solo una volta in tutte le sue opere che ho letto e un rapido sguardo a varie recensioni apparse online mi convince ancora di più.

La spinta finale me la fornisce la prima pagina del romanzo, consultabile tramite il servizio Browse Inside fornito dalla Leisure Books. Passate due citazioni (Jean Genet e Cormac McCarthy) ci attende una pagina del solito stile limpido, diretto, solido e lineare di Ketchum.

Pochi aggettivi, un solo avverbio in tutta la pagina e la descrizione di qualcuno che sta viaggiando verso Waterbury: è estate, ci dice Ketchum, lo possiamo capire dai corpi degli insetti che si stampano sul parabrezza.
Frasi brevi e zero subordinate, con l'eccezione della centrale e importante descrizione dell'ammasso alieno e disgustoso delle varie carcasse.
Ci sarebbe già qualche spunto d'interesse ma quel che mi muove a metter mano al portafoglio è il pensiero che passa per la testa a chi guida nel guardare ali, mandibole, antenne e tutto quel che rimane di quei minuscoli cadaveri.

It's amazing, he thought. You can't even move in the world without hurting something.
Every step.
Something's disaster.

Ecco il clic, a metà della prima pagina ho già letto una considerazione cui non avevo mai pensato prima.
A me basta, avendo ben in mente gli altri romanzi di quest’autore, per farmi scucire 7,99 dollari.
Che, wow, scendono a 3,65 se ne compro una copia usata.

Alla prossima...

martedì 6 luglio 2010

Un Mondiale Indiscreto



Un_grande
Non pensavo mi sarei ritrovato a scrivere di calcio da queste parti: lo faccio per via di un "incidente" accaduto scorsa settimana che continua a rimbalzarmi per le vaste e vuote camere che durate l’estate il mio cervello lascia sfitte.
Uso google mail e, senza prestare attenzione, mi setto in chat come disponibile o che diavolo, una roba simile, tipo "parlami sono solo".
Un amico di lunga data mi contatta, tipo "tosto", laureato e cazzi e mazzi, pubblicazioni e altro, un accademico. Io ho un chiaro complesso di inferiorità nei confronti dell'Accademia, lo sanno tutti. Si parla e a un certo punto esce fuori che ho visto due partite dei Mondiali.
L'amico mi legge la vita, ma di brutta. Ma come, leggo Bloom, Wittgenstein, Celine, Dantec, Barthes, Cioran e altro e poi seguo il calcio?
Wtf?
Già non riusciva ad accettare che si sprechi del tempo a vedere una partita ma ancor di più non comprendeva come, finito il torneo, mi disinteressassi totalmente di calcio fino a tot anni dopo. Tifo Toro per cose proletarie anti-Agnelli ma non so dove giochi il Toro, per esempio.

A me il calcio non piace granché.
A dir la verità seguo poco, pochissimo tutti gli sport, penso che il mio massimo sforzo sia dieci minuti settimanali di Nba.com, figurarsi.
Ma...
Ma...
Non credo che ci sia nulla di male o di lato oscuro della forza nel vedere qualche partita di tanto in tanto.
La mia unica condizione è che si possa far caciara negli 80 minuti morti dei 90 totali. E super caciara nei restanti 10.

Le ultime partite viste?
Due anni fa.
Ero a Berlino durante gli Europei e madò, lì la gente è toga: a ogni partita i millemila pub mettevano fuori televisori e via a manetta, si seguiva TUTTI anche se era Lussemburgo contro San Marino.
Un bel clima, sorrisi, strette di mano fra nemici e cose del genere, mai una faccia brutta che una!
Ho visto due partite allora, una della Grecia che ho fatto finta di essere greco per via che, insomma, non è che sia normanno di aspetto e una della Spagna contro qualche squadra vichinga, sempre per via che se mi si guarda ecco somiglio più a un iberico che a un fottuto vichingo.
Prego chi mi conosce live di confermare.

Vi_piacerebbe
Tutto bene, benissimo.

Durante quella della Grecia, se non fossi stato accompagnato, avrei cuccato delle tedesche (ok, chubby e non Miss Mondo, ok, va bene...) sedute lì vicino che erano tutte contente di questo greco che si agitava come un pazzo e gesticolava e faceva loro gli occhi dolci e mangiava le olive leccandole tutte (ci tengo, mi preparo per la parte), mentre durante quella contro i vichinghi mi sono un po’ cagato sotto.

Cioè avevo, seduti al tavolo davanti questi armadi biondi, no?
Io facevo lo scemo olè, olè e cose e corrida e vichinghi con le corna fatevi sotto (a Berlino comunque si beve senza vergogna fin dal mattino, qui a Milano se stai sul tram con una bottiglia di birra ti indicano).
Insomma questi, vi giuro, era pomeriggio e alternavano irish coffee, whisky, latte caldo (giuro, davvero, giuro) e birra e si giravano sempre a guardarmi sorridendo cupi.
Io ogni volta che si alzavano per andare al bagno (i vichinghi comunque hanno guai alla prostata fin da giovani, imho) tremavo di terrore, poi di nuovo, alle spalle, oleèèè, olèèè e cose che poi parlavo in italiano, mica lo so lo spagnolo, ma uguale.
Finisce che "la mia Spagna" vince.
Questi si alzano tutti insieme, gonfiano i millemila muscoli e vengono verso il tavolo e allora mi dico "ok è fatta, ora finalmente Satana mi avrà, morirò come un mentecatto in terra straniera"!

Invece mi regalano quella cosa che se la giri fa rumore, quella di Andy Capp (non pensavo che esistesse sul serio), e mi dicono “nice match, see you in the finals” o qualcosa del genere e mi stringono le mani senza frantumarmele.
Io comunque ero già svenuto, me lo hanno raccontato dopo.

Ecco, è stato molto bello e io naturalmente da allora inseguo quella cosa lì, ma a Milano non esiste mica tanto.
Ho visto due partite di questo Mondiale, una del Brasile che ha vinto e una del Portogallo che ha perso, entrambe nei pub, ma la scena era moscia, sembra che se non ci sia l’Italia, boh, gli italiani spariscano e anche i tifosi stranieri non sono granché.
Alla partita del Brasile c'era solo una tifosa che stava seduta e non mostrava niente di tutto quello che ho letto sulle tifose del Brasile e facevo più casino io; a quella del Portogallo c'era un nero che mi guardava assentendo in modo saggio, che mica ho capito quale fosse la complicità in ballo...

Non sopporto né la posa intellettuale anticalcio a prescindere né però la posa di chi attacca, sempre a prescindere, chi non segue il calcio, accusandolo di snobismo.
Per dire, fuori da un pub, da solo, non riuscirei mai a seguire una partita, non ne capisco nulla e mi annoio.

Conto di seguire le semifinale e la finale (non so dove, forse dovrei scovare pub milanesi frequentati da tedeschi), tifo da sempre Germania (no, prima che diciate che faccio il furbo: l’ho tifata quando avevo 12 anni, nella VOSTRA magica serata io sono morto, eroe Schumacher che non stringe la mano, la tifo da sempre) e il mio calciatore preferito di sempre è Littbarski.
I miei supercriminali preferiti Modok ma anche Mysterio, come già detto. Marco dicci i tuoi...

Schumacher
Ecco, non fosse accaduta la desolante roba della scorsa settimana non avrei certo scritto sto post, ma lo considero, come dire, atto di schieramento dovuto.

E visto che di sport si parla…

Esiste un blog in cui il livello degli interventi (spesso di giornalisti molto in gamba) sul calcio e sullo sport in generale è stratosferico, si mangia tutta la carta stampata e ha ancora fame: anche i commentatori postano spesso con qualità straordinaria.
Ci scrive un amico (ma non si occupa di calcio), valore aggiunto.

Se volete seguire quel che resta dei Mondiali con qualche esame meno scontato del solito, provate:

Indiscreto

A domani per l’orrore.
Uber Alles…