SKINWALKERS 2006, USA/Germania, colore, 110 minuti
Regia: James Isaac
Soggetto/Sceneggiatura: James DeMonaco, Todd Harthan e James Roday
Produzione: Skinwalkers DCP Inc., Red Moon Films Inc., Constantin Film Produktion
Rachel ha allevato suo figlio Timothy insieme alla nonna, allo zio Jonas e alla cugina Katherine.
Madre e figlio sono all'oscuro del fatto che la loro intera famiglia è composta di lupi mannari votati al bene e destinati a vegliare sul giovane Timothy, sempre più vicino al suo tredicesimo compleanno e alla sua prima trasformazione.
Tim è speciale, destinato a grandi cose, e bisogna proteggerlo a tutti i costi da un gruppo di licantropi sanguinari e violenti guidati da Varek, il padre del giovane, che è disposto a tutto pur di averlo nelle sue fila.
Lo scontro fra le due fazioni è inevitabile...
Il tempo sclerotizza i miti e rende sempre più difficile cercare di ricavare soggetti e trame decenti da figure ormai logore come quella del licantropo.
Ecco perché bisognerebbe comunque apprezzare ogni tentativo operato al fine di immettere linfa nuova ma, in un periodo (prima metà degli anni Duemila) già buono per l’archetipo del lupo mannaro (Ginger Snaps, Dog Soldiers…) il mediocre Skinwalkers lascia il tempo che trova, incapace di brillare o di raggiungere gli abissi di un Cursed.
Nulla di nuovo sotto il sole: si rimane nei paraggi dell’ultima chiave d’analisi licantropica, in altre parole quella della guerra fra clan di underworldiana memoria, qui privata di quella fastidiosa patina latex/fetish/hi-tech tanto glamour e cool quanto inutile ai fini narrativi.
Lo scontro, in questo caso è fra due bande rivali di licantropi e due visioni molto diverse dello status “mannaro”: chi vede la licantropia come una malattia curabile (o una maledizione cui si può rimediare, fate voi) cerca di proteggere il giovane Timothy, novello Salvatore che con il suo sangue sarà in grado di liberare l’umanità (o una piccola frazione di essa) dal peccato originale.
Gli altri, invece, una volta gustata la carne umana non intendono certo rinunciare alla loro condizione di ubermensch e tentano quindi di eliminare, Erodi in sedicesima, il pupillo prima che il destino si compia.
Sceneggiato con piglio guerriero da un James DeMonaco reduce dagli scontri al Distretto 13 e filmato con discreto ritmo dal cronenberghiano James Isaac, Skinwalkers riesce a raggiungere gli scopi (non molti e non molto nobili…) che si prefissa, mixando una vaga mistica pellerossa a una facile estetica on the road.
Ecco quindi che arrivano, freschi freschi dal reparto discount della stereotipizzazione, i lupi cattivi tutti mori, barba di due giorni, occhiali scuri e Harley Davidson e i buoni su un furgone scassato, vittime di debolezze e divisioni, guidati dal sempre efficace Elias Koteas che nel mio personale taccuino è nelle prime posizioni della categoria “attori che avrebbero meritato di più e di meglio”.
Ri-editata da una post-produzione abbastanza problematica, la pellicola risente di alcuni buchi logici e una certa legnosità nelle scene d’azione che ondeggiano fra il vago e il ridicolo (la sparatoria con la vecchietta mannara!) e, sebbene i trucchi di Stan Winston rimangano una spanna sopra le varie sconcerie di un qualsiasi Tatopoulos, si ha la netta impressione di trovarsi di fronte a un prodotto incompleto o mal assemblato, dal potenziale maggiore rispetto al risultato finale.
Il tutto, con ogni probabilità, è causato dalla disperata ricerca di un PG 13 che ha portato a sacrificare scene e impatto in vista di un’audience maggiore.
Il risultato finale è qualcosa di mezzo fra un film horror anni novanta e una normale puntata del televisivo Renegade, con lune rosse che spuntano ritte in cielo un secondo dopo il solleone, licantropi buoni che si legano per resistere agli attacchi lunari, salvo poi liberarsi quando è più conveniente allo script, eroi e cattivi neri che muoiono per primi as usual e lunghi inseguimenti in un mondo privo di esseri umani (e polizia).
Una fotografia pasticciata e rossastra (wow), musica, costumi e scenografie appena discreti e un cast insipido completano il quadro di un film dove il solo a brillare (e a rimetterci) è il buon Koteas.
Scritto con il chiaro intento di tentare la strada della franchise (il background mistico-storico, il finale apertissimo, le possibilità prequelistiche…), Skinwalkers, pur non potendo tentare la strada del grande schermo è però in grado di guadagnarsi un buon seguito in dvd, territorio che ospiterà i suoi eventuali, insipidi sequels…
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