In agosto, siccome il mare non lo reggo più di tanto (avendo vissuto per più di venti anni in località balneare), passerò qualche giorno a Berlino, città che adoro e che ho già visitato altre due volte. Città nella quale, se non fossi un quasi quarantenne impaurito, andrei a vivere di corsa.
Proprio grazie al fatto di averla già vista posso, in occasione di questo viaggio, ridurre le mete turistiche obbligatorie e le bandierine del Risiko da piantare in giro e cercare quindi di sondare anche altri aspetti della città. Essendo nota la mia scarsa capacità di ricerca in Rete, aggravata in questo caso dal fattore lingua, chiedo lumi a tutti i lettori che, per un verso o per l’altro, hanno esperienza della città.
Mi servirebbero indirizzi di vario tipo: posti ad alto gradiente d’orrore (no, per favore niente roba di nazismo, grazie), chessò, catacombe o piccoli musei nascosti e fuori dalle solite rotte (il museo dell’ospedale con feti e malattie l‘ho già coperto, thx). Van bene anche luoghi all’aperto di particolare suggestione architettonica, specie se poco noti e visitati.
Infine anche, a questo giro, negozi a buon mercato: magliette “mostruose”, maschere, gadget vari, di nuovo però senza eccedere nella tourist trap.
Ok anche librerie e fumetterie specializzate in orrore e terrore e che vendano materiale in lingua inglese. E perché no, anche ristoranti e birrerie a buon mercato e di discreta-buona qualità qualità.
Sotto con i suggerimenti, potrebbero seguire foto e report una volta tornato a Milano…
PULSE 2006, USA, Colore, 90 minuti Regia: Jim Sonzero Soggetto/Sceneggiatura: Ray Wright, Wes Craven e Stephen Fusco sulla base dello script originale di Kiyoshi Kurosawa Produzione: The Weinstein Company, Distant Horizons, Neo Art and Logic; distribuzione Dimension Films
In seguito al suicidio del suo amico Josh, la giovane studentessa Mattie è decisa a capire le cause di quanto accaduto. Insieme con alcuni altri studenti scopre che Josh aveva piratato, senza quasi rendersene conto, una strana frequenza wireless aprendo così un “portale” a un’entità malvagia, che si propaga come un virus telematico a grandissima velocità e con effetti mortali su chiunque ne venga toccato.
L’unica cosa che sembra tenere lontano questo intangibile e impalpabile male è del nastro adesivo rosso. Presto nel campus s’incominciano a vedere sempre più porte e finestre bloccate dal nastro rosso e per Mattie e i suoi amici incomincia una corsa contro il tempo per trovare un modo di porre fine alla letale minaccia soprannaturale...
Alla notizia che l’ennesimo yes man era stato messo a far finta di dirigere il rifacimento pg-13 a stelle e strisce di Kairo, il primo impulso è stato quello di ignorare l’intera vicenda: originale di partenza già debole; regista del rifacimento che imdb liquida con due spietate righe; abituale, pessima ingerenza da parte dei produttori (ma, visti i nomi coinvolti, come stupirsi?); cast indistinguibile da quello di una qualsiasi teen comedy da trasmettere di pomeriggio fra un tronista e un video musicale, tanto è uguale…
Ma, mi son detto, si tratta di pulsioni distruttive, negative. Sia il mio analista freudiano che il mio psicoconsigliere post junghiano mi spingono a cercare il lato buono anche in frangenti assai difficili e allora, impavido e incurante del (benigno, ho poi scoperto) 4,4 che gli rifila imdb e del semidisastro al botteghino, ho fatto cinque ore di training autogeno (altri lo chiamano “andare per bar”) e mi sono immerso nella visione.
Inutile dire che l’agitazione e la rabbia di vedere tale scempio mi hanno subito portato le pulsazioni ben oltre la media (già alta) ma, per fortuna, è stata cosa passeggera: ben presto s’instaura una rassicurante routine di colpi di sonno guastati da qualche strano rumore improvviso o visione flash che, lungi dal risultare terrificante, riesce solo a guastare il giusto riposo dello spettatore stremato.
La trama (alla quale, ricordiamolo, hanno lavorato in ben TRE persone sulla base di uno script pre-esistente e uno dei tre è Wes “bluff” Craven) è quanto di più abusato e stravisto possiate immaginare: i mostri cattivi emergono da qualche parte con qualche sistema – un gruppo di validi giovinastri viene a conoscenza/impatta con il pericolo – i migliori reggono fino alla fine e forse vincono o comunque non perdono.
In una città che non riesce mai ad apparire tale (il regista balza da un campus bruttino a un altrettanto anonimo e grigiastro caseggiato, non si vede altro tranne qualche interno) alcuni personaggi fra l’insopportabile, il razzista e lo stupido si aggirano come scimmie inconsapevoli, aspettando da bravi il loro turno per soccombere al virus. Il tutto girato con mano maldestra che cerca di imitare alcuni dei maggiori registi di videoclip (Chris Cunningham, Adam Jones, Wiz e altri artisti di magnitudo assai distante da quella del planetoide Sonzero) e che si accompagna a una fotografia ora metallica, ora cinerea ora anodina ora trovatevoiaggettivofico ma sempre superficiale e di routine.
Non pulsa nulla nelle anemiche, eteree vene di quest’ammasso di celluloide e ben presto le potenzialità di una trama (che, per quanto abusata, poteva portare a ben altre apocalissi) si disperdono in un mare di stereotipi che ci spingono a tifare senza mezzi termini per il virus. Basta con ricchi studenti bianchi che vivono in porcilai. Basta con lei che si rilassa mentre fa il bagno e arriva il mostro ma poi è solo un sogno. Basta con i negri che parlano e ballano e si muovono in quei modi. Basta con la pseudoscienza da oranghi (il nastro rosso che blocca i fantasmi elettronici? Ma perché?). Basta con i neon che non funzionano MAI. Basta con psicologia for dummies e l’orrore for dummies, NON siamo dummies! Basta con i condomini in sfacelo e sozzi, lasciateli a Se7en e compagnia varia, andate ad abitare in posti decenti, lo credo che poi volete suicidarvi. Basta con le visioni laterali, improvvise, flash, subliminali. Basta con il Male che prima segue delle regole e poi quando gira agli sceneggiatori non le segue più. Basta con l’eroina fragile che poi scopre la vena dura e tira avanti. Vogliamo donne vere, magari intelligenti e paurose o procaci e sagge, o, wow, senza particolari caratteri distintivi, che non hanno bisogno di sfruttare lati e caratteristiche maschili per diventare protagoniste ed eroine.
Per far pulsare e vibrare l’armageddon, per dipingere una catastrofe che convinca almeno un minimo non bastano, mi dispiace, non bastano quattro cartacce per strada e due deficienti che scappano verso la campagna. Servono occhi, mani, cervelli abituati al caos e all’entropia e Jim Sonzero non è in possesso di queste doti mentre Wes Craven, che un minimo le conosceva, ha perso tutto per strada da ormai troppo tempo e si è giocato, negli ultimi anni, ogni residuo possibile di credibilità.
Già è difficile arrivare fino alla fine degli agonizzanti e canonici novanta minuti, ma quando si sentono dialoghi tipo “dobbiamo bloccare il sistema – No! LORO sono il sistema!” viene davvero voglia di schiacciare il pulsante dell’OFF e mettere termine a tale agonia. E tutto questo è ancora quasi sopportabile solo nell’ottica e nella speranza che si tratti di un progetto scherzoso e che regista e sceneggiatori non lo intendano piuttosto come serio monito e metafora della tecnologia che ci separa e disumanizza, perché altrimenti il tutto è da arresto immediato…
Inguardabile e indifendibile. Ricordate di fare un back up del vostro cervello prima di affrontare il re-boot di questo film, e deframmentate ogni settimana, mi raccomando.
Loro sono il sistema! Il sistema si combatte da dentro e solo da dentro! Non esiste un fuori dal sistema! E tante altre comodi slogan che nessun nastro rosso riuscirà mai a bloccare…
Spero di riuscire a piazzare con regolarità, durante il week end, una canzone a settimana (e mai più di una). Questa è tutta sui limiti, su quel che riusciamo a conoscere o meno, specie in amore, e sul casino del prova, tenta e riprova... Il coro si apre in modo... sontuoso...
I was raised in a Catholic school, learned who to fire with and pray to I learned how to hold on from a book of old psalms And if you're trying to sing an old song and you're getting all the words wrong Well, you're just a-following along too closely in the book
I learned how to keep my head from something Paul said About keeping the fruit in the spirit from the chorus down to the hook And sometimes I wonder what in God's name did I do to deserve you Oh, to deserve you
Cause I just rolled and I tumbled, down a long road, I stumbled While shooting in the dark as to what's best And finally, I found you Without ever learning how to I put the right foot in front of the leg And beyond that is anybody's guess
I learned how to keep my head from something Paul said About keeping the fruit in the spirit from the chorus down to the hook Oh, and sometimes I wonder what in God's name did I do to deserve you Oh, to deserve you
Cause I just rolled and I tumbled, down a long road, I stumbled While shooting in the dark as to what's best And finally, I found you without ever learning how to I put the right foot in front of the leg
Cause I just rolled and I tumbled, down a long road, I stumbled While shooting in the dark as to what's best Oh, as to what's best, as to what's best And finally, I found you Without ever learning how to I put the right foot in front of the leg And beyond that is anybody's guess
Chi segue Malpertuis da qualche tempo sa bene come uno dei miei interessi, accanto al perturbante in genere, sia la deriva della rappresentazione dell’atto sessuale all’interno di un’industria (il porno statunitense) che in certi suoi settori avrebbe bisogno, secondo me, di profondi ripensamenti.
Ho già discusso in precedenza di detta deriva e di come il potere intervenga a costruire desideri e pulsioni che noi supponiamo liberi, partendo proprio dall’elaborazione e costruzione, da parte del potere, del linguaggio stesso con cui noi pensiamo, elaboriamo e affermiamo quei desideri, costringendone poi la rappresentazione in modalità molto ristrette, asfittiche, ripetitive, prive di sbocco che non sia il more more more.
Oggi mi limito a rispolverare l’argomento per segnalare a tutti l’uscita di un documentario che riguarda proprio l’industria pornografica statunitense e il modo in cui la società accoglie i fuoriusciti da quest’ambito lavorativo.
Exxxit: Life after porn è un documentario di novantatré minuti scritto e diretto da Bryce Wagoner che è andato a intervistare vari professionisti dell’industria hardcore, indagando in particolare su quel che accade dopo il ritiro dalle scene. Accorpando tali informazioni con varie altre che si possono recuperare con certa facilità in Rete, ne emerge un quadro umiliante per i singoli e desolante per quanto riguarda una società che prima sfrutta ed esalta certe persone per poi trattarle come reietti e appestati.
Uno dei punti più dibattuti all’interno della diatriba pro- e anti- porno è la libertà di scelta delle attrici, come se la scelta che una ragazza di diciotto anni che non è “obbligata” dal punto di vista fisico a firmare nessun contratto liberasse il campo da ogni ulteriore critica. Poco importa che magari questa ragazza è consigliata dal suo partner del momento, magari più grande e manipolatore, poco importa che una consistente percentuale di queste donne provenga da infanzie e adolescenze spaventose (stupri, incesti, abusi di droga e alcol): quel che conta nella land of the free è che in quel momento hai fatto una scelta “libera”, i pornococci poi sono tuoi.
E i cocci sono tanti, pare difficile tenere intero il vaso dopo i trenta anni e per ogni personaggio straordinario quali Nina Hartley, Annie Sprinkle o Maggie Mayhem vi sono decine e decine di donne (e uomini) la cui vita dopo il porno è un calvario di ricerca dell’anonimato, fughe, ripartenze e tragedie assortite.
Con il recente calo del salario medio nel campo e la diffusione capillare di Internet cominciare una carriera nel porno pone interrogativi sempre più pressanti e importanti in particolare, com’è ovvio, alle donne. Vorrai avere un figlio? Vorrai tentare, dopo il porno, di lavorare in altri ambiti? La scelta, tenendo conto di questi quesiti, sembra indirizzare sempre più verso la prostituzione (ora chiamata escorting, così come i remake sono chiamati reimagining, le parole sono importanti) che assicura retribuzioni maggiori e ricadute dell’immagine pubblica assai più gestibili, senza tanti cocci fra i piedi.
E parlando di cocci…
Jenna Jameson, irriconoscibile dopo una serie d’interventi chirurgici di discutibile qualità e scelta, ora cerca di fare la brava mamma e moglie: ha sposato Tito Ortiz, un campione di Ultimate Fighting e sembra che le lotte continuino anche fra le mura di casa, con chiamate al 911 per violenza domestica e una discussa dipendenza da oppiacei ed eroina.
Colleen Appleby si è ritirata presto dal giro, è finita a vivere nel deserto con uno spacciatore e si è sparata in testa.
Janine Lindemulder ha provato a vivere con quello che in seguito è diventato famoso come l’ex marito di Sandra Bullock, Jessie James, ma il clima non era dei più pacifici: scontri quotidiani culminati con il tentativo di metterlo sotto con l’auto. In seguito Janine è andata a vivere con un travestito, ha perso la custodia del figlio ed è finita in prigione per evasione fiscale.
Marie Carey ha abbandonato il porno e tentato la carta del reality, Celebrity Rehab With Dr. Drew, per combattere il suo alcolismo, ma a fronte di grossi debiti è tornata nel settore ignorando i consigli del medico e anzi, scegliendo di interpretare una parodia hardcore del programma: Celebrity Pornhab With Dr. Screw.
Karen Bach, uno stupro di gruppo alle spalle (come Jenna Jameson), dopo aver lavorato a lungo (1996-2003) in quelli che lei stessa definiva “mattatoi a luce rossa”, introdotta nell’ambiente dal marito dj con il quale divorziò dopo poco tempo, si è suicidata nel 2005.
John Bobbit dopo i suoi tentativi di carriera nel porno sta affrontano una vita fatta di continui problemi con la Legge per violenze domestiche, furto e altro ancora.
Bianca Trump ora vive nello stato di Washington: dopo il porno si è messa insieme a un neonazista, si è coperta di tatuaggi ed è finita in prigione per sequestro di persona.
Harry Reems, prima di scoprire Cristo e diventare un agente immobiliare, attraversò un lungo e cupo periodo di alcolismo.
Asia Carrera, membro del Mensa, sposò un dietologo e abbandonò il porno cambiando nome, ma quando suo marito morì in un incidente stradale con lei incinta di otto mesi, dovette vivere per qualche tempo grazie a dei fondi raccolti dai fan e il Mensa (sono davvero intelligenti, questi?) l’ha costretta a evitare ogni menzione della sua precedente carriera prima di linkare il suo sito.
Houston, nota per la sua gang bang record con 620 uomini, è così abituata a pensare a sé in termini di oggetto di consumo che ha venduto parte delle sue grandi labbra, ridotte con operazione chirurica, per la somma di diecimila dollari.
Savannah, più di 100 video in quattro anni di carriera, dopo essere entrata nel mondo del porno divenne tossicodipendente, incapace di mantenere relazioni fisse e con gravi problemi finanziari: si sparò un colpo in testa una sera, dopo un incidente d’auto (causato da sua guida in stato alterato) nel quale si era sfregiata la faccia e rotta il naso.
Linda Lovelace, nota per l’interpretazione in Gola Profonda, denunciò in seguito la natura violenta di quei film e il fatto che fosse sempre drogata e semi-stuprata mentre li realizzava.
Shelly Lubben (una trentina di film con il nome d’arte di Roxy) lasciò il porno per trovare Dio, impegnandosi con la Pink Cross Foundation. Arrivare al suo dio le costò comunque otto anni di clinica per depressione e tossicodipendenza.
Dice su The Daily Beast il regista del documentario:
"We found the men stayed in the business as long as they could and were mostly OK with it," says Wagoner, an amiable Southerner and former teenage bodybuilding champion. "The women who only did it for four to five years were the most jaded and had the toughest lives afterward. Every woman we spoke to—apart from Amber Lynn, who's still going strong—had to reboot their lives at 30 and start over in some small town." Such efforts were made all the more difficult by poverty. "For one reason or another," says Wagoner, "they didn't save any money, or if they did save some money, they'd lost it through some guy..." "A lot of these people are smart, educated, well-adjusted. They get into it simply because they can make more money, and faster than if they were training to be a nurse. But it's a Faustian pact. If you enter the business with something deeply unresolved in your psyche, it's not going to cure it. It's like [porn historian] Luke Ford says in the film: 'You want the roll in the hay, but then afterward you want to burn the sheets.'"
Solo che "bruciare le lenzuola", ai tempi di Google, è missione impossibile e ci sarà sempre qualche vicino che ti riconoscerà isolandoti dal resto del quartiere, qualche collega invidioso che potrebbe farti perdere il posto di lavoro o qualche caro amico di tuo figlio pronto a mostrargli su You Porn i video di mamma mentre lecca dello sperma dall’ano di un’altra donna. What a joke, huh? Te ne può fregare a 20 anni, ma è "pena" impossibile da scontare, non importa quanti anni tu passi in Purgatorio.
Soluzioni facili non esistono, trattandosi di un problema complesso, e la tendenza al peggio di gran parte del porno di massa è fenomeno ben difficile da contrastare: i gonzo movie hanno un peso e un impatto centinaia di volte maggiore rispetto a un qualsiasi Abby Winters, né mi pare possibile agire tramite leggi e censure che finirebbero solo con l’esasperare certe tendenze senza risolvere nulla. E infatti la censura, scelta povera, frutto di un pensiero dicotomico, semplificatore e inefficace, pare accomunare i peggio repubblicani con i nuovi guru della geek generation come Nazi-Steve.
La direzione da seguire, per una concezione del porno diversa, a me pare sia quella di una maggiore attenzione e curiosità verso i trend minoritari, verso alcuni dei nomi che ho citato a inizio articolo, verso, per nominare solo un operatore del settore fra i tanti degni di maggiore esposizione, il lavoro condotto da una Tristan Taormino che sull’argomento ha idee ben precise:
“For me, feminist porn is about character, choice, and consciousness. I like to collaborate with performers on how their sexuality is represented, rather than give them a script or formula to follow. I want to capture complex, three-dimensional beings rather than stereotypes, to create an open environment that's safe for everyone-especially women-to take charge of their pleasure and be able to express their desires freely. I want to represent sex as positive, fun, healthy, and adventurous. I consciously work to create images that contradict (and hopefully challenge) other porn that represents women only as objects and vehicles for male pleasure. The lack of female pleasure in porn just sucks. I mean, if you're going to go to the trouble of sticking a girl's head in the toilet, you damn well better give her an awesome orgasm.”
Purtroppo nutro forti dubbi che un suo qualsiasi video giungerà mai a vendere anche solo un decimo di qualche produzione rumena targata Rocco Siffredi, che ficca teste femminili nel cesso, ha simpatie per la destra più becera e volgare, evade il fisco per milioni di euro e, wow, è un idolo delle masse. Complimenti… Exxxit: Life after Porn 9to5: Days in Porn PAW Foundation Maggie Mayhem Tristan Taormino
IL LABIRINTO DEL FAUNO (El Laberinto del Fauno) 2006, Messico/Spagna/USA, Colore, 112 min. Regia: Guillermo del Toro Soggetto/Sceneggiatura: Guillermo del Toro Produzione: Tequila Gang e varie…
Spagna del dopoguerra, sotto la dittatura di Franco. Ofelia, una ragazza con la testa fra le nuvole e un carattere romantico e sognante, viaggia in automobile con sua madre Carmen. Ofelia stringe a sé un libro di favole ma la madre le ricorda che sarebbe ora di abbandonare certe fantasticherie: il suo nuovo padre potrebbe non approvare. Il Capitano Vidal comanda un distaccamento militare situato in un ex mulino e la donna, incinta, desidera con forza che figlia e patrigno vadano d’accordo.
Arrivata a destinazione, la bambina riceve due tipi di accoglienza opposti fra loro: una fata-libellula la introduce verso un mondo fatto di creature misteriose e magiche, mentre Vidal esprime una freddezza che rasenta il disprezzo e pare interessato solo all’erede che sta per nascere dalla nuova moglie.
Nelle settimane seguenti, fra soldati che occupano ogni angolo del territorio in cerca dei ribelli antifranchisti e la salute di Carmen che peggiora fino a ridurla a letto, a Ofelia non rimane altro da fare che rifugiarsi nelle sue favole e stringere amicizia con il silenzioso gruppo del personale di servizio.
Sarà proprio Mercedes, la domestica, a farle scoprire l’esistenza di un vecchio labirinto dietro il mulino, un insieme di rovine nelle quali la ragazzina incontrerà un Fauno che la inizierà, attraverso alcune prove, a un mondo misterico e magico, fra radici di mandragora che diventano vive e mostri dai palmi dotati di occhi.
Il destino di Ofelia e quello della ribellione antifranchista procederanno sempre più avvinti fino a quando…
Viviamo un periodo cruciale all’interno di certa attitudine al fantastico, un momento nel quale si assiste al definitivo passaggio del testimone da parte di una vecchia scuola di cineasti nei confronti di un piccolo ma agguerrito gruppo di nuovi autori. Tarsem Singh, M. Night Shyamalan e pochi altri ancora hanno nelle mani il destino di certa visione e saranno talenti come questi a dover contrastare in tutti i modi la pressione omologante delle case di produzione, in cerca dell’ennesimo filmetto di successo, adatto per spettatori-bambini di bocca buona. Questo gruppo di autori è (a ogni nuova uscita sembra sempre più evidente) capitanato da quel geniaccio di Guillermo del Toro, regista capace di alternare prodotti da studios hollywoodiani (Hellboy) a progetti più piccoli e personali senza mai perdere la propria identità e cifra stilistica, come invece è purtroppo successo a filmaker un tempo promettenti quali Peter Jackson o Sam Raimi.
Il labirinto del fauno è la tanto attesa guerriglia fantasy nei confronti della stanca e (nata) vecchia oligarchia dei vari Harry Potter, Narnia e Signori degli anelli assortiti; è il coraggio di voler e saper narrare una fiaba dark, macabra e surreale senza mai cedere al capestro del continuo ammiccamento verso i bambini; è lo sfruttare fino all’usura molti dei luoghi comuni di certa narrativa riuscendo a rinnovarli grazie a un filtro personale fatto di visionarietà e capacità di mescolare piani narrativi e contenuti, senza cadere in nessuna trappola o incidente di percorso.
Autore e artigiano come non se ne incontrano più negli ultimi anni, del Toro riesce a capitalizzare il suo passato di tecnico di make up ed effetti speciali riuscendo a far fruttare un budget tutto sommato modesto a livelli inarrivabili. Il lungometraggio è lo straordinario risultato finale di un fortunato mix di scelte azzeccate: Guillermo Navarro gioca come mai gli era riuscito prima con una continua alternanza di toni ambrati e colori bluastri, mentre gli attori forniscono prove solide, quando non eccezionali: su tutti domina Sergi Lòpez con il suo statuario, sadico, sciovinista e coraggioso Capitano Vidal.
Le scene a più alto impatto fantastico sono dirette con grande senso del ritmo e ottimo controllo dell’effetto speciale, che non decade mai in un eccesso di computer graphic, e del Toro appare a suo agio sia con i momenti più fiabeschi che con le sequenze a maggiore coefficiente d’incubo: la scena del banchetto con il Pale Man rimarrà a lungo in cima in un’ipotetica classifica degli shot più perturbanti degli ultimi anni.
Accanto al folle talento immaginativo di questo poeta messicano riscontriamo anche l’ormai abituale sensibilità nei confronti della caratterizzazione psicologica dei personaggi, che vengono definiti attraverso azioni e parole piuttosto che provenire dall’ormai frustra e irritante galleria di stereotipi (più o meno dotati di trauma infantile da sanare) così tipica di certa attitudine statunitense. E grazie a Cthulhu non si cade nel terribile tranello del manicheismo, dello schieramento facile: Ofelia combina cazzate e casca in errore e non è mai perfetta o amabile in ogni suo aspetto, così come il terribile fascistone ha anche alcuni pregi, alla faccia di chi vede vita e storia come una partita a scacchi decifrabile in ogni singolo istante. E chi scazza paga caro o muore, sia chiaro, fiaba o non fiaba, non possiamo starcela a raccontare.
Il regista perde qualcosa in termini di ritmo e coesione verso i tre quarti dell’opera dove la momentanea assenza dell’elemento fantastico, accoppiata a qualche verbosità e buchi logici di troppo, costringe lo spettatore ad andare in provvisoria apnea, in attesa del gran finale che, per nostra fortuna, non delude le attese.
Gli orchi che popolano le fiabe di del Toro fanno paura e non sembrano mai fatti di pixel o di lattice: carne, sangue, insetti, feti fatti di radici, coltellate che aprono nuove bocche… Persino un banale mucchio di scarpe impolverate, nelle abili mani del wonderboy di Guadalajara, diventa un allucinante e spietato memento mori, senza bisogno dei passaggi urlati o delle spiegazioni didascaliche cui questo genere ci ha abituati nel corso degli anni. Per del Toro la realtà non supera la fantasia, le fiabe sono crudeli e violente almeno quanto la guerra, se non di più, ed è boccata d’aria fresca in una stanza dove gran parte degli altri presenti.
Quest’Alice non passa attraverso uno specchio bensì valica un arco di pietra e l’effetto rimane altrettanto lisergico e lussureggiante di simboli visivi e sonori: prestate particolare attenzione allo score di Javier Navarrete e agli effetti sonori in generale perché giocano un ruolo importante e vitale alla riuscita dell’opera.
Forse a un certo tipo di spettatore piacerebbe una Ofelialice di altro tipo, un po' lolita preputtanella e un po' gran lottatrice dei sogni, così come aiuterebbe avere un fascista privo di ogni tipo di attrattiva e ancora più facile da detestare e, ancora, avere dei partigiani meno stronzi e fallaci, con cui schierarsi bevendo sangria. Ci sono altri autori che pg13-semplificano in queste direzioni, siete liberi di accomodarvi presso quei lidi, dalle parti di questo poeta si lavora in maniera più complessa e meno consolatoria.
Siamo di fronte a una delle opere più importanti di sempre all’interno del fantastico che, oltre a una cornice estetica di inarrivabile splendore in grado di agire come paragone per molti anni a venir, propone un gioco di alternanza fra reale e fantasia nel quale la seconda non è mai via di fuga, escapismo, bensì resistenza, in un facile quanto azzeccato parallelo con la lotta fra fascisti del reale e guerriglieri della fantasia.
Eppure la fantasia, come accade per la sua controparte, è in grado di ospitare piaceri e delizie così come dolori e terrore, alla faccia di chi la vorrebbe al potere assoluto. Il male e il bene, senza fastidiose maiuscole, senza che nessuno dei due sia banale e con assoluta libertà di scelta in ogni momento…
La recente discussione su Hellraiser, a prescindere dalle opinioni riguardanti il film, ha fatto emergere un dato molto interessante.
Parecchi lettori di questo sito, che considero "lettori forti" specie per quanto riguarda certe tematiche narrative sono stati concordi nel definire Clive Barker uno scrittore mediocre. Alcuni lo hanno definito addirittura pessimo, altri non riescono a portarne avanti la lettura.
Lo considero un dato molto importante e utile, specie in un campo come questo che pullula di fan acritici e faciloni, nutriti purtroppo "male" dalla scarsità di traduzioni, in Italia, dell'enorme massa di ottimi autori che affolla il mercato estero.
Mi aspettavo un elogio unanime di Barker scrittore e infatti di solito non mi azzardo a manifestare la mia scarsa stima verso questo autore perché non ho voglia e forze di andare incontro a lunghi e complicati dibattiti. Trovo invece che molti non lo gradiscono.
A questo punto vi chiedo, senza esprimere la mia opinione e lasciandovi completa possibilità di gestione dello spazio-commenti, un parere su Stephen King sia per quanto riguarda le sue opere del passato sia per quel che concerne diciamo, assumendo un datario alla Bob Dylan, il periodo post-incidente.
A voi la parola, sperando in commenti motivati e dettagliati (il "mi piace/non mi piace" non apporterebbe nulla, spero sia chiaro): oggi sono di riposo e, fra un mestiere e l'altro in casa, fra un gin tonic e una fetta d'anguria mi godrò i vari commenti...
HELLRAISER 1987, Regno Unito, colore, 94 minuti Regia: Clive Barker Soggetto/Sceneggiatura: Clive Barker Produzione: Cinemarque Ent. BV, Film Futures, Rivdel Films
Frank è sempre stato attirato dai limiti e dai confini fra dolore estremo e piacere assoluto e riesce a recuperare uno strano cubo, la Lament Configuration, che è in grado di aprire portali fra mondi e dimensioni. Tornato a casa Frank manipola il cubo, attirando l’attenzione dei Cenobiti, spaventosi demoni che lo portano via per fargli conoscere le vette del piacere e gli abissi del dolore.
Passato qualche tempo, il fratello di Frank, Larry, si trasferisce nella casa insieme alla sua seconda moglie, Julia, che lo aveva tradito con Frank poco prima del matrimonio. Durante il trasloco Larry si ferisce e qualche goccia del suo sangue, caduta sul pavimento di una stanza dell’attico, permette a Frank di tornare sulla Terra.
Julia, terrorizzata dalle sembianze scheletriche del suo ex amante, accetta di portargli qualche vittima trovata flirtando nei bar, affinché il rinato possa riprendere forma umana. I due progettano di scappare via non appena possibile, temendo che i Cenobiti possano individuare e imprigionare Frank.
La figlia di Larry ha però scoperto i loro piani, si appropria della Lament Configuration e…
Il tempo lavora e seleziona con cura le opere importanti all’interno di qualsiasi campo. Spesso quelle che sembravano essere pietre miliari al momento della loro uscita non reggono il passare degli anni, superate nella persistenza da titoli che paiono eterni e che, visti oggi, conservano intatto tutto il valore.
Clive Barker era stato salutato come “futuro dell’horror” da Stephen King, che non ha mai lesinato qualche urlo ben pagato sulle quarte di copertina altrui: a me pare che il futuro (di carta e di celluloide) sia poi andato in ben altre direzioni, che Barker sia diventato un apprezzato autore di urban fantasy e che questo Hellraiser stia al perturbante come Tron sta alla fantascienza.
Molto spesso, parlando di cinema, s’indica questo titolo come un classico e io mi domando quale sia la definizione di “classico”, quali gli aspetti che permettono a un’opera di entrare in un ristretto gruppo di titoli fondanti. Una certa originalità, l’ottima proprietà delle tecniche narrative, una scelta di stile, toni e contenuti in continuo confronto con i predecessori, la potenza della visione, l’influenza decisiva sui posteriori e l’abbandono dell’urgenza e del particolare in favore della persistenza e dell’universale sono, per me, alcuni ottimi punti di partenza nel cercare di identificare la classicità di un film. Tutti elementi che mancano in Hellraiser.
Uno dei metri possibili per giudicare l’abilità di uno sceneggiatore è di guardare come scrive e cosa immagina in base al budget a disposizione: è inutile e controproducente, poniamo, cercare di filmare il viaggio di Dante all’Inferno se si ha un solo milione di dollari a disposizione e non è consigliabile poi trovare proprio nei pochi soldi una scusa per il fallimento estetico e poetico di una visione.
L’abilità tecnica del Barker regista è mediocre e ha continuato a dimostrarsi tale anche in proseguimento di carriera, al punto che persino lui se ne deve essere accorto, interrompendo i suoi rapporti diretti con la macchina da presa nell’ormai lontano 1995.
Schematico e datato, deludente e meccanico nello sviluppo della trama, ridondante nelle scene e consolatorio nel finale, Hellraiser è un filmaccio di serie B che ha come unico reale valore quello di aver consegnato alla storia del cinema un’ immortale maschera iconica e poco più.
Quel che più delude, oltre a una regia incompetente, fatta di movimenti incerti e camere piazzate in modo casuale, è quel che Barker propone a livello di contenuti, di filosofia, di dialoghi e di trama, una visione del mondo che non apporta nulla d’innovativo e si limita a dipingere con colori diversi i soliti vecchi demoni.
L’esplorazione dei rapporti fra dolore e piacere, il sondare la zona di confine, di contatto e d’ibridazione fra questi due reami sarebbe già operazione stanca e per nulla innovativa, ma sbandierare questo vessillo per poi limitarsi a riproporre uno stanco polpettone di dannazione frankenstein-ulissiana è carenza ben più grave. Lo scoperto tema religioso (statue, campane, suore) risulta incerto come qualsiasi altro sottotesto individuabile e genera la spiacevole sensazione di un’inadeguatezza di Barker nel trasporre su celluloide i concetti che man mano gli si presentano in testa. Non basta accennare in qualche modo a una supposta religiosità del protagonista e a una laicità di altri (le frasi di Larry quando guarda le statue, gli sguardi di riprovazione di sua figlia verso le stesse…) per generare qualche tipo di tensione dialettica, così come non è sufficiente evocare numi tutelari quali De Sade o De Rais (o Bolingbroke!) quando poi si finisce col filmare uno scantinato con quattro catene e un suppliziante pingue, calvo e con gli occhiali alla John Belushi.
Vi è un’inadeguatezza fra ambizione e realizzazione che in troppi momenti scatena risate, e se è vero che il riso è il principale artificiere dell’orrore e della paura questo diventa ancora più evidente e drammatico nel caso di un’opera che si prende così sul serio come Hellraiser.
Se mi parli di piaceri estremi e abissi insondabili del dolore allora poi devi mostrarmi qualche squarcio, non posso certo fidarmi solo sulla parola. E gli squarci del piacere estremo in questo caso sono due scopate piuttosto freddine e malfatte e quattro polaroid di pecorine assortite, mentre il dolore è veicolato da alcuni quarti di bue appesi al soffitto, con gente vestita di pelle che sta a guardare. Troppo poco già allora, figuratevi nel nuovo millennio. E se l’inferno che mi prospetti è un posto di “vast black birds caught in perpetual tempest and tinkling music and bells and troubled darkness” e poi mi porti nel solaio della zia Pina allora ci sono grossi problemi.
Assente lo sbandierato motore dell’opera, banalizzata la natura “altra” dei Cenobiti (che in pratica sono solo quattro diavoli torturatori, con un po’ di cerone e qualche azzeccato piercing in più) si rimane di fronte a quel che pare essere niente di più che un normale feuilleton ricco di pruderie medio borghesi, superate a destra e a manca da un qualsiasi night club BDSM della provincia di Voghera, uno sbiadito pamphlet sulle brutture della coppia eterosessuale e della religione organizzata veicolato attraverso un’estetica di quart’ordine.
Hellraiser contiene personaggi privi di definizione, carattere e profondità che si riempiono la bocca di dialoghi risibili e finti, in una serie di azioni monotone e ripetitive filmate con mano legnosa e montaggio grezzo e castrante.
Parecchi i momenti di comicità involontaria, fra tutti le frasi pompose di Pinhead (“Siamo esploratori delle più remote regioni dell’esperienza”: manca la data al diario astrale, capitano Kirk!), l’uso insopportabile del cubo nel finale (che diventa una sorta di strumento esorcizzatore, con un fraintendimento che ricorda da vicino certe dubbiose trovate di August Derleth ai vecchi tempi) e l’atroce recitazione di buona parte del cast, sia per quanto riguarda le singole prove che per quel che concerne l’alchimia generale. Più di ogni cosa sono gli effetti di luce finali ad affossare ogni residuo di credibilità: ci sorbiamo parecchi minuti di sbriluccichii pastellosi, di raggi laser uniposca, di discoteca tutta fumo e neon e di apocalittica battaglia fra la figlia di Larry, angelo laico del Bene, che caccia a spadate, pardon, cubate, i cattivi demoni del Male.
Ma in fondo Barker era stato accorta Cassandra di se stesso quando in The Hellbound Heart aveva scritto: “There are conditions of the nerve endings the like of which your imagination, however fevered, could not hope to evoke”. In seguito ha provato a evocarle, quelle conditions, fallendo in modo misero.
Cosa ci rimane dunque, di un’opera tanto famosa quanto poco criticata e magari anche poco vista negli ultimi anni? Due make-up indovinati e un’interessante e macabra scena di sputrefazione, quando Frank, Dr Manhattan grand-guignolesco, comincia a riformarsi partendo dallo scheletro e qualche muscolo. Pochino per parlare di film memorabile. O anche solo sufficiente.
Credo che sia comunque esperienza istruttiva, da parte di chi l’ha visto verso la fine degli anni Ottanta, tornare a Hellraiser per verificarne la tenuta, anche perché, lo ripeto, è proprio nella voglia di ripetute visioni che si forma, col tempo, un ideale gruppo di opere che agiscono da paragone ed esempio per tutti gli autori che vogliono confrontarsi con determinate tematiche.
Hellraiser a questo gruppo non riesce nemmeno ad avvicinarsi e quel che si prova non è né piacere né dolore, al limite imbarazzo, ilarità e noia: elementi che nella Configurazione non dovrebbero entrare…
I've seen the future of horror... and it kinda sucks!
Nominato alcuni giorni fa in qualche commento, eccolo che spunta...
Woke this morning and it seemed to me That every night turns out to be A little bit more like Bukowski And yeah, I know he's a pretty good read But God, who'd want to be God, who'd want to be such an asshole? God, who'd want to be God, who'd want to be such an asshole?
Well we sat on the edge of the river The crowd screamed, "Sacrifice the liver!" If God takes life, he's an Indian giver So tell me now why, you'll tell me never Who would want to be Who would want to be such a control freak? Well who would want to be Who would want to be such a control freak?
Well, see what you want to see You should see it all Well, take what you want from me You deserve it all Nine times out of ten Our hearts just get dissolved Well, I want a better place Or just a better way to fall But one time out of ten Everything is perfect for us all Well, I want a better place Or just a better way to fall
Here we go If God controls the land and disease Keeps a watchful eye on me If he's really so damn mighty My problem is I can't see Well who'd want to be Who'd want to be such a control freak? Well who'd want to be Who would want to be such a control freak?
Evil home stereo What good songs do you know? Evil me, oh yeah, I know What good curves can you throw?
Well, all that icing and all that cake I can't make it to your wedding but I'm sure I'll be at your wake You were talk, talk, talking in circles that day When you get to the point make sure that I'm still awake, okay?
Went to bed and didn't see Why every day turns out to be A little bit more like Bukowski And yeah, I know he's a pretty good read But God, who'd want to be God, who'd want to be such an asshole?
THE CHANGELING 1980, Canada, colore, 107 minuti Regia: Peter Medak Soggetto/Sceneggiatura: William Gray e Dana Maddox da una storia di Russell Hunter Produzione: Chessman Park Productions, Tiberius Film Productions
John Russell è un compositore e professore di musica che ha perso moglie e figlia in un terribile incidente stradale. Per cercare di elaborare il lutto e riflettere sulla vita che lo aspetta, l'uomo si trasferisce a Seattle per insegnare all'università locale.
Con l'aiuto di una donna che cura gli affari della locale Historical Society, il compositore trova alloggio un una splendida e gigantesca magione, rimasta disabitata a lungo, che sembra perfetta per trovare la quiete necessaria a riprendere a comporre.
Con il passare del tempo John si renderà conto di non essere il solo abitante della casa. Una forza soprannaturale, catalizzata dal suo profondo dolore, gli invia messaggi e segnali, mettendo a rischio la sua vita ma spingendo anche l'uomo a investigare su fatti del passato che qualche figura molto potente della città vorrebbe tenere sepolti...
Stimolato dalla richiesta di un futuro dossier sulle case maledette, ho ripescato questo film di Peter Medak che, pur con alcuni difetti e subendo il passare del tempo (ormai trent'anni), rappresenta un capitolo importante in un’ideale filmografia sul tema.
Uno degli aspetti che balza subito agli occhi in maniera prepotente è come un'opera del genere non potrebbe mai più essere concepita e girata ai giorni nostri, non tanto per quanto riguarda l'intreccio quanto per quel che concerne i personaggi: George C. Scott, l'ottimo e compianto attore protagonista, aveva al tempo 53 anni; la co-protagonista (una stupenda ma poco sensuale Trish Van Dere) aveva già conosciuto 37 primavere e l'altro co-protagonista, Melvyn Douglas (che concluderà la carriera da lì a poco con Ghost Story), era nato nel 1901. Il resto del cast, flashback e intro a parte, gira tutto ben sopra i 30 con parecchie punte oltre i 50. Ve lo immaginate un possibile remake oggi? Con chi, Michael Douglas a sostituire Scott? Forse. Oppure, credo con maggiore probabilità, ci sarebbe qualche clone di Ryan Reynolds che si aggira disperato finché non incontra una figona ventenne e insieme combattono il cattivo fantasma della bambina dai capelli lunghi.
Così non accade in The Changeling, che gioca alla perfezione tutte le carte standard delle vicende riguardanti le case stregate: ci sono i rumori, le risatine, le correnti d'aria, la stanza fulcro della tragedia passata, gli oggetti che veicolano memorie e terrore e ci si concede persino il lusso di una seduta spiritica vecchio stile, con tanto di scrittura automatica e registrazione delle voci.
In opere come queste l'architettura e i giochi di contrasto fra interni ed esterni hanno un ruolo decisivo e in questo caso troviamo scelte molto felici da parte della produzione, scelte che non si risolvono solo nel sinistro e splendido edificio (il momento più alto, insieme a Porky's, della carriera di Reuben Freed) nel quale si trasferisce John Russell, ma continuano anche in altri momenti. Quadri assai validi per quanto riguarda la ricerca delle location li rintracciamo anche nel terrazzino della Historical Society o nella villa del senatore, per non parlare del contrasto azzecatissimo con il peculiare e moderno Ranier Building di Seattle. E dove non arriva il lavoro di scenografi e arredatori ci pensa la claustrografia di John Coquillon e gli angoli larghissimi di Medak ad accrescere inquietudini e timori.
Se in un film che parla di case maledette è giusto che lo spot principale tocchi all'architettura, c'è da considerare che si tratta anche di una pellicola che narra di un compositore, è quindi lecito aspettarsi qualcosa di importante nel reparto sonoro e la soundtrack di Rick Wilkins e soci non tradisce le attese, pur operando su traiettorie ben conosciute e pratiche ormai consolidate. Fra temi che riescono a essere tristi e inquietanti persino nei passaggi più solari, presenza ossessiva della musica del carillon e accorta assenza di momenti troppo fragorosi ci troviamo di fronte a uno dei maggiori elementi di valore dell'opera.
Il quadro viene completato dalle prestazioni degli attori, tutte solide e professionali ma anche, in toto, fredde e distaccate, quasi a suggerire un preciso clima durante le riprese. Si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un cast di buon livello poco convinto della bontà del progetto e non sensibile alla natura dello stesso.
Ecco quindi che George G. Scott elabora il lutto con troppa rapidità e sembra più interessato al lato razionale dell'indagine che al (pesante e ben presente) elemento soprannaturale, che viene trattato con certa mondanità e superficialità anche da Trish Van Dere.
Ne esce fuori un bilancio positivo, vuoi anche per la sobria e parca gestione degli effetti speciali che cedono spazio per larga parte del film alla costruzione dell'atmosfera (splendidi alcuni lenti movimenti di camera), ma una migliore gestione degli attori avrebbe giovato alla resa finale.
Must see per tutti gli immobiliaristi dell'orrore...
La parola rimbambimento non è scelta a caso: rinvia ad una annotazione di Pier Vincenzo Mengaldo sui critici cinematografici, i quali sono per lui «spesso dei simpatici bambini che s’incantano di fronte a tutto ciò che scorre sullo schermo[2]». Poco prima Mengaldo aveva osservato – ed è importante, nella mia prospettiva – che la critica militante in Italia «milita poco, cioè troppo spesso non vuole o non può dire tutti i no che occorrerebbero (dire di sì costa poco)» (ibid.). Chiaro che i fenomeni, quello dell’assenso e dell’incantamento (e, quindi, del rimbambimento), sono strettamente correlati; chiaro, anche, che tutto questo ha a che fare con la sfera del consumo, quale si manifesta nell’ambito specifico dell’industria culturale (di cui il cinema è solo il caso più esposto): nell’atteggiamento del critico incantato e incapace di (o renitente a) dire di no (se non ogni tanto, giusto a riprova di un’autorevolezza smentita dal resto dei suoi pezzi) è riprodotta una postura che fa da modello al lettore-fruitore, il quale a sua volta dev’essere predisposto all’incantamento; ed è appunto in quel modello che affiorano dei tratti regressivi. In primo luogo, tra questi, è la pulsione feticistica a possedere: «imperdibile!» è il réfrain, esplicito o sottaciuto, di quasi tutte le recensioni (un tempo per questo genere di fenomeni si usava il termine “reificazione”, che oggi basta a identificare chi lo usa con un complice dei talebani).
Ho apprezzato moltissimo e condiviso larga parte di questo articolo apparso di recente su Nazione Indiana, il cui pezzo che avete letto qui sopra è parte iniziale.
Con qualche settimana di ritardo, per cause non dipendenti dalla mia volontà, riesco finalmente a pubblicare l'articolo sull'Hellblazer di Garth Ennis, facente parte del volume dedicato a questo autore dalla pregevole Edizioni XII. Mi scuso con i miei lettori per l'attesa, voi tutti sapete ormai quanto per me sia importantissimo, anzi, vitale e basilare giungere a rendere disponibile qualsiasi mio scritto in forma elettronica e gratuita PRIMA (o, mal che vada in contemporanea) della sua eventuale edizione cartacea. Questa volta non ci sono riuscito, vi prometto che non accadrà più: ogni mio scritto sarà sempre disponibile gratis.
Ho molto a cuore Hellblazer, un po' meno Garth Ennis che mi pare autore bravo ma ripetitivo e furbo, ma a furia di leggere e rileggere i volumi in questione non riesco ormai a far chiarezza in un rapporto così profondo e prolungato.
Quel che potete leggere qui sotto (o downloadare seguendo il link a fine articolo) è, come è normale per il formato elettronico, qualcosa di diverso da quanto contenuto nel bel volume dell'onorevole Edizioni XII e, di più, qualcosa che potrà cambiare nel corso del tempo.
In linea con alcuni cambiamenti della mia linea critica espressi qualche tempo fa, ho operato parecchie modifiche all'articolo per cercare di renderlo più simile possibile a quel che cerco di fare su Malpertuis quindi quello che leggete qui non è quello che potete leggere nel volume. Si tratta però di cambiamenti che riguardano più la forma che il contenuto. Sono spariti tutti gli avverbi in -mente, più di una trentina, ho tagliato alcune ripetizioni e ridondanze e sono intervenuto su una mia fastidiosa abitudine che mi spinge spesso a usare il verbo venire al posto del verbo essere, oltre a parecchi altri interventi minori.
Il testo però, come è naturale che sia, è anche, per altro verso, inferiore alla sua versione cartacea. Non c'è impaginazione degna di questo nome e non sono presenti le immagini del volume, sostituite in questo caso da illustrazioni che non riguardano il ciclo in questione. Sparisce tutta la pregevole impostazione grafica e la sensazione di far parte di un progetto complesso e pluralistico, così come spariscono (maddai!) tutte quelle sensazioni legate al cartaceo.
Mi pare di averlo già scritto, ma colgo occasione per ringraziare sia la casa editrice nel complesso che tutti i singoli coinvolti in questa operazione per avermi dato l'opportunità di parlare di un fumetto di questo tipo, che tanto mi ha dato e al quale spero di restituire qualcosa con questo scritto. Grazie di cuore.
Scritto che, grazie alla sua natura elettronica, non potrà far altro che migliorare: il cartaceo non può essere modificato con facilità, mentre ogni vostra segnalazione di errori o incongruenze andrà a modificare in modo semplice e diretto il testo elettronico. Parimenti, da questo momento, il valore di questo testo non potrà far altro che crescere, grazie a tutti i vostri commenti che, come sempre, andranno a far parte dell'articolo in questione. L'invito è quello di comprare il volume cartaceo: io non ci guadagno nulla e sapete cosa penso sull'argomento ma premiereste una casa editrice che ha mostrato di sapersi muovere molto bene e di credere in determinate idee e penso che a molti autori coinvolti farebbe piacere sapere che avete a casa una copia del libro.
Ora però è tempo di sedersi al pub, far segno di portare un gin and tonic e mettersi a leggere...
Il dito medio di Satana: la run di Ennis su Hellblazer
L’irlandesissimo Garth Ennis e l’inglesissimo Constantine s’incontrano nella non proprio americanissima Vertigo/DC Comics in un momento critico per le rispettive vite e carriere, e finiscono entrambi con il farsi un sacco di bene e segnare a vita quel che poi combineranno in futuro su altri personaggi o in mano ad altri scrittori.
Ennis arriva al Magus della classe operaia in un momento confuso e di transizione e ci si aggrappa come a un’ancora di salvezza. Diventato famoso e apprezzato nel Regno Unito grazie a titoli come Troubled Souls, True Faith e Judge Dredd, l’autore non si sta più divertendo a lavorare per 2000AD (1) e scalpita, poco più che ventenne, per compiere il grande salto transoceanico che durante quegli anni molti altri autori britannici avevano già compiuto, e andare quindi a cercare fortuna fra le accoglienti braccia di mamma DC. A Ennis però gli ignari statunitensi propongono, in prima battuta, il Dr Fate(2). Costui è sì un mago, ma di quelli che girano in calzamaglia e mantello, con un imbarazzante elmo dorato, sempre pronto a volare, recitare buffi incantesimi facendo strambi gesti e combattere il Male in mutandoni blu e gialli. Ennis sa come sia impossibile combattere sul serio il Male indossando attillati mutandoni e quando non se ne farà più nulla di quest’offerta, il nostro tirerà un sospirone, che si trasformerà in urlo di gioia nel momento in cui Karen Berger lo raccomanderà per Hellblazer.
La run di Jamie Delano era ormai agli sgoccioli e si cercava qualche tipo di svolta che potesse garantire al personaggio maggiore visibilità e vendite: alcuni autori propongono sinossi e idee (Mark Millar e John Smith fra gli altri) e alla fine è scelto Ennis, al quale è affiancato William Simpson ai disegni. Se l’autore irlandese arriva al personaggio in un momento d’insoddisfazione e ricerca, Constantine non si presenta in condizioni migliori. Nato da un’idea di Alan Moore, il warlock proletario ha vissuto, durante la quarantina di numeri scritti da Delano, un processo di caratterizzazione incerto e macchinoso. Concentrato nel realizzare un commentario sulla situazione socio-politica dell’Inghilterra degli anni Ottanta, Jamie Delano sacrifica spesso il cast agli eventi. Sebbene regali alcuni momenti intensi e pivotali che segneranno il personaggio per sempre (Newcastle e Il sangue del demone Nergal, per esempio), l’autore pare interessato a donare a Constantine nulla più di una caratterizzazione standard, atta a far procedere la sua run fra diffuso misticismo, simboli e metafore ingombranti e un continuo flusso di minipamphlet politici tanto rabbiosi e onesti quanto, a volte, privi di focus e lucidità. Verso gli ultimi numeri Delano pare prestare maggiore attenzione al suo anti-eroe, ma è too little, too late.
La cura di Ennis arriva giusto in tempo, dunque, e all’inizio non sembra certo una cura, poiché il protagonista della serie si becca il cancro. Il ciclo chemioterapico di Hellblazer sarà molto lungo, dal maggio 1991 al novembre 1994 (con un ritorno in terapia nel 1998 per le cinque storie di Figlio dell’uomo). Quarantuno numeri, uno special e due storie brevi nel corso dei quali l’autore irlandese si distacca dai canoni delaniani e dai suggerimenti mooriani, finendo con lo scrivere quella che per molti fan e critici è ancor oggi la migliore gestione del personaggio. Gestione che assicura un successo editoriale senza precedenti per la serie e che porta a Ennis anche due nomination agli Eisner Award, nel 1993 e nel 1994. Prima di parlare della cura occorre quindi esaminare la malattia...
Abitudini pericolose
Constantine scopre di avere un devastante, mortale cancro ai polmoni a pagina otto della prima storia di Dangerous Habits (Abitudini pericolose nell’edizione italiana). Ennis sa benissimo di non avere molto tempo per conquistare lettori e curatori della testata, quindi cerca di esordire con il botto e tenta il tutto per tutto con un ciclo di cinque storie, disegnate da William Simpson, che gettano le fondamenta per la sua intera run della testata. Chi è John Constantine per Garth Ennis? Facile: un mago cinico, vestito in trench, fumatore accanito che ha la bruttissima tendenza a ficcarsi dentro ogni tipo di guaio soprannaturale e a risolvere il problema spesso sacrificando le vite dei suoi amici. Non certo una persona gradevole, ma un personaggio stupendo da scrivere(3).
E proprio l’attenzione al personaggio e non solo alla trama si avverte fin dai primi approcci; Abitudini pericolose non è certo il miglior prodotto sfornato da Ennis, che appare ancora incerto sia nella struttura della tavola che nella distribuzione dei dialoghi e, pur rispettando l’arte di William Simpson, si sente a disagio nel dover costruire delle storie per un disegnatore poco incline a determinati personaggi, ambientazioni e temi. Le tavole sono spesso frammentate in un numero di vignette eccessivo, con dei fuori contorno e dei tagli che appesantiscono una lettura resa già problematica da una narrazione che abusa della voce off spalmandola in un numero eccessivo di didascalie. Proprio le didascalie, occupando uno spazio importante nella singola vignetta, costringono un Simpson già in difficoltà a compiere nuovi salti mortali. Predomina, inoltre, una costruzione verticale che, di nuovo, obbliga il disegnatore a scelte anatomiche dubbie e prevale in generale un fastidioso senso di raccontato invece di mostrato.
Il bilanciamento fra testo e disegno migliora lungo i cinque albi ma, a fronte di grandi intuizioni narrative (il doppio affronto al Primo dei Caduti, le morti dei comprimari che accompagnano il percorso di “guarigione” del nostro) vi è anche una certa incertezza nella definizione della psicologia del protagonista. Non dimentichiamo che bene o male si tratta pur sempre di un ventenne che scrive dei pensieri e delle gesta di un quarantenne: un periodo di assestamento e studio della situazione è più che comprensibile. Ennis semina comunque molto bene in quest’arco narrativo e raccoglierà i frutti più avanti: la doppia offesa a Satana darà il via a un complesso scontro che si dipanerà lungo tutta la gestione e lo sceneggiatore presenta e mette in campo alcune delle pedine più importanti della serie, dall’arcangelo Gabriele del Cambridge Club al demone Ellie (Chantinelle), oltre ai tre fratelli regnanti sull’Inferno. Si cominciano a delineare anche altri temi e storie dominanti all’interno della sua gestione: dal conflittuale rapporto con il Cristianesimo (che andrà in pratica a sovrastare e cancellare ogni altro possibile campo sovrannaturale) fino a un diverso uso della magia e dei rituali rispetto a quanto proposto da Delano.
L’Hellblazer di Ennis, più che la magia stessa, sfrutta spesso la sua conoscenza di essa, risolvendosi all’atto vero e proprio solo in casi particolari. Ultima annotazione, la morte di Brendan permette da un lato la costruzione di un buon intermezzo dentro la tragedia personale del cancro di Constantine e, dall’altro, libera il personaggio di Kit dal legame con l’amico del biondo divinatore, introducendo quindi una figura che diverrà molto importante per il seguito della serie.
L’amore uccide
Il nuovo ciclo di storie si apre con una connotazione psicologica che stride con il resto del quadro prospettatoci da Ennis: Constantine, in seguito alla morte (anticipata e prevista) di un anziano appena conosciuto, cade in depressione per più di un mese, reazione che pare esagerata rispetto a tutto quel che sappiamo del personaggio e a quanto vedremo in seguito. Si tratta, per quanto concerne l’edizione italiana in volume, di una forzosa raccolta di alcuni episodi di qualità altalenante, slegati fra loro. La vicenda più lunga, che concerne il pub preferito da John e come sia incendiato suscitando la conseguente collera e vendetta da parte dei fantasmi dei proprietari, è funestata dai brutti disegni di Mike Hoffman che tira via le tavole regalandoci alcune delle peggiori caratterizzazioni grafiche dell’intera serie, in particolar modo per quanto riguarda i volti di John e Kit. Si rafforza comunque il legame fra i due e anche l’impressione che Costantine sia seguito dai guai, siano essi di natura soprannaturale o mondana.
C’è anche spazio, con Il Signore delle Danze, per la prima collaborazione dello sceneggiatore con Steve Dillon e, pur essendo la storia poco più che una celebrazione delle feste pagane e del concetto di amicizia, serve a far notare da subito la straordinaria alchimia che scatta fra questi artisti quando lavorano insieme. La narrazione si fa subito più fluida, diminuisce il numero di vignette per pagina, didascalie e dialoghi si fanno più rarefatti e meno pesanti e le griglie diventano più regolari e leggibili. Viene anche introdotto un comprimario, l’arcadico Signore dei Balli, che tornerà a più riprese: attenta e straordinaria pianificazione o grande memoria e scaltro opportunismo?
Caduta di tono invece per quanto riguarda la storia successiva, Vite famose, il primo dei due incontri di John con il Signore dei Vampiri. Il ritmo dell’incontro è spesso spezzato da micidiali dosi d’infodump trasmesse sotto forma d’immagini statiche a pagina intera e ammorbanti didascalie. La vicenda comunque rimarca ancora il fatto che il Primo dei Caduti è diventato un nemico giurato di John e che cercherà in ogni modo di vendicarsi, mentre introduce un nuovo personaggio negativo che tornerà in un’altra breve e spassosa occasione. Si conferma, con qualche albo ormai alle spalle, la tendenza di Ennis a concentrarsi sulle vicende più sociali di Constantine, regalando spazio ai vari comprimari e concentrandosi spesso sui momenti di dialogo e confronto quotidiano, sovente veicolati attraverso gustose scenette ambientate nei pub, la vera casa di Hellblazer.
Sangue reale
Parlavamo di guai che continuano a seguire John ed eccoli far capolino anche nel ciclo seguente, Sangue reale, che mette Constantine alle prese con un pericoloso demone che, impossessatosi di un umano, compie macabri ed efferati omicidi in giro per la città. Cresce la confidenza dell’autore con il personaggio ed Ennis si concede una divertita puntata nei territori della satira sociopolitica, con una descrizione sopra le righe di un esclusivo club per miliardari e potenti nel quale si commettono ogni genere di astruse (e talvolta ridicole) deviazioni sessuali e crimini di ogni tipo. Il commentario politico è esasperato dal fatto che l’uomo posseduto dal demone è un reale d’Inghilterra (e certe immagini lasciano ben pochi dubbi sulla sua precisa identità) e fra questa scelta e alcuni gustosi quadretti ambientati nel club e che coinvolgono altri Reali, il volume si connota come uno dei più politici e polemici del giovane scrittore irlandese.
Questo avviene, forse per la prima volta, a scapito dell’iterazione di John con i comprimari classici della serie, che sono talvolta relegati in secondo piano, ma ne esce rafforzato un nuovo personaggio, Niegel (il sensitivo “comunista”), che tornerà più avanti in alcune occasioni. Abbiamo di fronte il volume più violento e morboso dal punto di vista grafico dell’intera gestione, e William Simpson, ormai rodato e a suo agio con determinati temi, reagisce agli input dello scrittore mettendo in scena un discreto circo degli orrori, con alcune notevoli splash page e vignette che grondano sangue, squartamenti, cannibalismo, fetish, cadaveri spellati, demoni abbarbicati su cervelli e tanto altro ancora.
Si conferma anche l’iconoclastia, la forte irriverenza e il gusto per lo sfottò di Constantine, che va a nozze quando si tratta di avere a che fare con politicanti e nobili: non saranno poche le soddisfazioni che si toglierà(4) in certi divertenti siparietti. Alcune delle note a margine sparse dall’autore lungo quest’arco narrativo paiono retoriche e melodrammatiche ma si tratta di difetti minimi, comprensibili data l’età e la buona qualità media del suo lavoro.
Una scala per il Paradiso
I tempi sono maturi per un altro contatto fra Ennis e Dillon che avviene nell’ottimo duetto Fatti d’argilla/Anima e corpo. Fosca vicenda di cadaveri trafugati da una ditta privata per loschi scopi, la storia offre per la seconda volta la chiara prova di quanto i due lavorino molto bene insieme. Sorretto dall’enorme capacità espressiva del tratto di Dillon, che brilla come pochi altri disegnatori nella grande gamma di espressioni facciali che mette a disposizione dei suoi personaggi, Ennis deve spendere meno energia nel rimarcare in modo didascalico emozioni e pensieri dei suoi protagonisti, e torna così a rarefare didascalie e dialoghi, rafforzando trama e contenuto.
Grande spazio per Chas e per il rapporto che lo lega a Constantine: i due formano un’ottima coppia di anti-supereroi (5) e offrono l’occasione ideale per inscenare un insieme assai eterogeneo di sketch, dai momenti di azione sfrenata a quelli riflessivi passando per gli obbligatori istanti comici. Una scala per il Paradiso narra la vicenda dell’amore fra Tali, un arcangelo, e Chantinelle, idea che in seguito Ennis sfrutterà una seconda volta per creare al suo personaggio più noto, il predicatore Jesse Custer, protagonista di Preacher. In quest’occasione Ennis coglie lo spunto per ripresentare, dopo alcuni albi di assenza, la figura di Satana, e ne approfitta per far sì che John irriti e metta in scacco il Primo dei Caduti per la terza volta, esasperandone quindi la furia e la sete di vendetta che, come vedremo più avanti, sfoceranno in uno show down leggendario. Siamo ancora distanti da quelle vette: salutiamo per l’occasione William Simpson che cede le redini grafiche della serie a Steve Dillon, teniamo traccia di Chantinelle che tornerà ancora molto utile allo scrittore (e a Constantine) e controlliamo bene le cinture in vista dei prossimi cicli narrativi, quattro devastanti volumi che sanciranno una volta per tutte la grandezza dello scrittore irlandese e la straordinaria efficacia del suo connubio con il disegnatore inglese.
Paura e odio
Siamo arrivati al momento in cui Garth Ennis innesta sul serio la quarta e mette in scena un ciclo di storie superbe, che iniziano in questo volume per concludersi molto più in là, ne Il sentiero ai cancelli dell’Inferno. E che Constantine sia su tale sentiero non dobbiamo certo aspettare la summenzionata raccolta per capirlo: basta e avanza Paura e odio. Lo sceneggiatore attua il suo attacco definitivo facendo bene notare i punti deboli di Constantine. In rapida successione il protagonista è fatto passare attraverso tre valori fondanti come Famiglia, Amicizia e Amore quasi a ricordargli quali siano le cose belle della vita per le quali vale la pena combattere. Constantine visita sua sorella e tenta di risolvere un problemuccio di sua nipote in End of the Line, passa poi attraverso l’obbligatorio Rubicone degli -anta in Forty, delizioso divertissment nel quale Ennis si rilassa e concede al pubblico persino qualche inusuale quadretto con altre importanti figure magiche dell’universo dc (Swamp Thing, Phantom Stranger, Zatanna)(6), e sembra davvero regalare al suo personaggio un breve intervallo, un attimo in cui tirare il respiro prima che tornino a cadergli addosso valanghe di merda, come direbbe lo stesso autore.
Così come le cose buone della vita arrivano da esseri umani, anche quelle terribili provengono dalla stessa fonte, con i movimenti razzisti che prendono l’iniziativa e passano a cancellare i valori positivi elencati nei primi due episodi del ciclo, uccidendo amici di John e mettendo in serio pericolo la vita del suo amore, Kit. C’è poco spazio per il soprannaturale in questa fosca discesa verso l’odio ma Ennis non dimentica di farci assistere anche alla terribile caduta di Gabriele (un volume caratterizzato quindi dal movimento dall’alto verso il basso sotto ogni punto di vista), pianificata da lungo tempo e ora attuata proprio nel momento a più alta densità di azione di quest’arco narrativo.
All’inizio di Paura e odio c'era un John rilassato, diviso fra tradizionali visite a sua sorella, in compagnia della sua ragazza ed esagerati festeggiamenti di compleanno: ora, in conclusione della storia, abbiamo un Constantine che ha assistito alla tortura e morte di un suo amico, ne ha delusi altri, ha tagliato le ali a un angelo e ha perso il suo amore, Kit, che lo lascia. E lui in risposta non perde l’occasione per comportarsi da stronzo un’ultima volta. Abbiamo un Garth Ennis in pieno controllo delle sue capacità, che comincia un po’ alla volta a raccogliere i frutti di quanto programmato e seminato in precedenza.
Ha la fortuna di poterlo fare con i disegni di uno Steve Dillon al massimo della forma, che non lesina su sangue e azione ed è in grado di sfruttare una palette di espressioni facciali vastissima. Come già notato in precedenza, ogni volta che i due s’incontrano ne guadagna la resa generale della tavola, la composizione diventa molto più ordinata, calano di numero baloon e didascalie e si passa a griglie di vignette più grandi che garantiscono respiro e facilità di lettura.
Per meglio evidenziare tale cambio di marcia possiamo confrontare, un esempio fra i tanti possibili, alcuni dati fra una storia di questo ciclo, disegnata da Dillon, e una appartenente ad Abitudini pericolose, con tavole di Simpson. In Amici altolocati abbiamo un totale di ben 157 vignette – delle quali solo una è splash page – dove troviamo distribuiti 171 baloon di dialogo (per comodità ho considerato come unici quelli uniti da un piccolo ponte, altrimenti il totale sarebbe aumentato molto) e 56 didascalie; in Quaranta, pur non diminuendo il numero delle pagine dell’albo, ci troviamo di fronte a cifre ben diverse: solo 123 vignette (con due splash page) nelle quali sono distribuiti 144 baloon di dialogo e 31 didascalie.
Non sono passati nemmeno due anni e il mix di maggiore presa sul personaggio e miglior feeling con il nuovo disegnatore ha prodotto un piccolo miracolo che Ennis, va detto, imputa anche a un cambiamento in certe abitudini personali (7). Ci sono quindi tutte le premesse per l’esplosione che avverrà negli ultimi cicli della gestione, un crescendo drammatico che non risparmierà nessun tipo di colpo di scena e scaglierà Constantine prima sulle strade, a vivere da barbone alcolizzato, poi negli USA a confrontarsi con il grande sogno americano e infine a saldare tutti i conti con Satana in persona. Siamo di fronte al momento migliore di Ennis sulla testata.
Amore corrotto
L’abbandono di Kit, causato dal comportamento di John e dalla sua incapacità di confessare il proprio amore in occasione del confronto finale, porta il nostro Mago verso abissi mai raggiunti in precedenza. Colui che poteva provocare la morte (in modo più o meno diretto) dei suoi amici e continuare imperterrito lungo la sua strada, bevendoci sopra una pinta e fumando una sigaretta, è ora in ginocchio. Si tratta del momento più cupo e disperato, con Constantine che vaga per strada e vive come un barbone alcolizzato, non riuscendo più a trovare un singolo motivo per tirare avanti. Anche ridotto in quello stato, il nostro trova tempo e modo per mostrare il dito medio all’Inferno, e questa volta tocca nientemeno che al Primo vampiro che, in cerca di vendetta per il trattamento riservatogli da John tempo prima, si espone troppo, perde il controllo della situazione e finisce arrostito e umiliato (8). Nel mentre, manco a dirlo, Constantine perde un amico che aveva appena conosciuto, come accaduto all’inizio della gestione di Ennis.
C’è spazio per un flashback (Tainted Love) che sottolinea ancora di più quanto stia male il protagonista ora rispetto a quando, come illustrato nella storia, poteva combinare pasticci su pasticci scappando poi dalla scena con un frettoloso “vaffanculo”. Ora invece non si scappa più e il valore dell’amore che John non ha saputo tenere stretto a sé è sottolineato dallo splendido albo speciale Heartland, tutto incentrato sulla figura di Kit, con buona probabilità il miglior personaggio femminile mai uscito dalla penna di Ennis. Ambientazione per lo più all’interno in un pub, dialoghi serratissimi e un finale strappalacrime fanno di questo volume uno dei più significativi dell’intera gestione, nonché l’ennesima sottolineatura della grande abilità dell’autore nel gestire il cast dei comprimari.
Nel finale dell’albo vediamo il ritorno in azione del nostro che prima viene “svegliato” (in più di un senso) dal fantasma di un aviatore (e qui Ennis si concede una piacevole digressione verso un altro dei suoi generi preferiti, ovvero la war story) e quindi, ripulito e sbarbato, salda i conti con un altro tipo di fantasma, in carne e ossa, proveniente dal suo passato, in Il confessionale. Di nuovo complice Steve Dillon, emerge in quest’ultima storia, prepotente e magnetica, la figura di Satana, che è trattato in modo ben diverso rispetto alle precedenti caratterizzazioni e diventa subito uno dei personaggi indimenticabili dell’intera serie.
Abbiamo di fronte un Satana complesso, molto “umano” sotto certi aspetti e capace d’interessanti meta riferimenti e consapevolezze di ruolo. Constantine è conscio che il confronto, a lungo rinviato, sta avvicinandosi in fretta: dovrà presto pagare la triplice offesa fatta al Diavolo. La confessione di Satana al prete, per ora tenuta nascosta agli occhi/orecchie del lettore che ne può solo osservare l’effetto, verrà in seguito esplicitata nel confronto finale, confronto che permetterà all’autore di cavarsi qualche sassolino dalle scarpe per quanto riguarda le tematiche religiose cui da sempre appare interessato.
La fiamma della dannazione
Stiamo per arrivare al momento del confronto finale, un processo innescato nel momento stesso in cui Ennis aveva cominciato a scrivere la testata, pianificato e portato avanti con cura anche quando al lettore erano proposte digressioni e divagazioni. Ennis, sentendo l’avvicinarsi del climax, vuole prendersi, prima dello show down, una vacanza: e quale Paese meglio degli USA per rilassarsi un po’ e tornare ben temprati e pronti per l’ultima fatica? Ecco quindi che Constantine vola a New York per il ciclo più lisergico e simbolista dell’intera gestione, un arco di storie che sembrano a se stanti, avulse dal resto della chemioterapia ennisiana: diminuiscono infatti i riferimenti alla religione cristiana in favore di richiami diversificati sia al voodoo che all’immaginario americano in genere.
La grana della narrazione dell’irlandese diventa qui più grossolana e prona a un certo tipo di retorica assai usurata (i nativi americani...), ma l’ottimo lavoro di un Dillon scatenato e qui più libero che in tutto il resto della serie – nonché certe scelte azzeccate a livello di caratterizzazione psicologica e dialoghi –, mantengono comunque ben alto il livello qualitativo del tutto, e l’arrivo, nel finale, di Abe “Satana” Lincoln rinsalda la narrazione riportandoci nel cuore del confronto. Ottima (e in netto anticipo rispetto a tante altre) la critica alla figura di Kennedy, zombie “senza cervello” che invece di grugnire parla con il linguaggio morto delle veline e dei comunicati stampa. L’ultima vignetta, che lo ritrae mentre si allontana, privo di braccia, incapace di ricordarsi le strofe della canzone, è da antologia del fumetto moderno.
L’affiatamento fra sceneggiatore e disegnatore è ormai profondo, le tavole si risolvono spesso attraverso un’ottima alternanza di rigide gabbie verticali 3x2 o 4x2, cui seguono pagine più libere con vignette grandi (quando non splash page), e Dillon sperimenta calcando il piede sull’acceleratore delle trovate che, in un tipo di storia così libero, diventano talvolta geniali. Non si lesina sui colpi bassi, sia a livello verbale che grafico, in quello che è uno degli archi narrativi più feroci dell’intera serie, sebbene al lettore europeo, magari più smaliziato della media statunitense, tale ferocia possa sembrare talvolta un po’ bollita e abusata.
Prima di tornare in Inghilterra, c’è spazio anche per un breve e imprevisto stop in Irlanda, che permette a Constantine di saldare altri debiti, questa volta con Brendan che, Virgilio-fantasma, lo guida attraverso una Dublino notturna sulla quale è proiettato anche un flashback riguardante tragici fatti occorsi ai due e a qualche loro amico tempo prima. Episodio dalla costruzione più complessa del solito, oltre a dar modo a Ennis di omaggiare la sua Irlanda senza cadere in isterismi di varia natura, offre anche all’autore la giusta opportunità per rimettere in scena alcuni dei comprimari della serie in vista del ciclo conclusivo.
Il sentiero ai cancelli dell’Inferno
Ed eccoci alla rivelazione, al confronto e climax finale, al punto in cui Ennis tira tutte le somme e forza tutti noi ad ascoltare la confessione di Satana. Confessione cui si arriva attraverso una rete d’intrighi, manipolazioni, tradimenti e sacrifici che di rado ha trovato pari all’interno del fumetto popolare targato Vertigo/DC e che Ennis dimostra di saper gestire al meglio fino in fondo: sono mosse le giuste pedine, Constantine continua a comportarsi secondo le modalità che ormai conosciamo fin troppo bene e, volente o nolente, mosso dalle migliori intenzioni o dal più “basso” istinto di sopravvivenza, reca morte e scompiglio più fra le fila degli amici e collaboratori che fra quelle di un eventuale Nemico.
Differenziandosi da Delano in quest’ultimo ciclo più che in ogni altro, Ennis afferma a vive voce quanto e come la sua intera concezione della religione esposta in questo fumetto sia ancorata e focalizzata sul Dio Biblico e solo su esso, con scarsa pazienza e attenzione per ogni altro tipo di mitologia e narrazione (sebbene personaggi come l’Arcadico, che già in precedenza aveva trovato spazio nelle vicende, lascino intravedere spiragli e aperture). E se Apocalisse deve essere, allora Ennis la mette in scena nella sua accezione primaria di Rivelazione, e tale rivelazione è eseguita prendendo alla lettera, in un modo che ad alcuni potrebbe parere fin troppo semplicistico, il concetto di Dio d’amore. Questa figura, durante la lunga confessione satanica, è dipinta con buona conoscenza del materiale biblico e prebiblico e, visto il dirompente risultato finale, si può certo perdonare all’autore qualche semplificazione di troppo.
Siamo di fronte al ciclo che contiene il maggior numero di morti e perdite fra gli amici di Constantine – non riusciamo quasi a riprenderci fra un lutto e l’altro – e la coppia Ennis-Dillon amministra l’azione serrando la struttura delle tavole, ricorrendo spesso a una griglia 3x2 interrotta da pagine di maggior respiro e libertà compositiva o da altre tavole dalla struttura orizzontale. C’è spazio e tempo, in questo volume di chiusura, per ogni tipo di stratagemma e luogo comune della narrazione popolare, dall’ultimo incontro con l’amata alla lenta spirale della sconfitta con conseguente rivincita, dalle varie capitolazioni di alcuni amici fino a certi spiragli di luce su un futuro che rimane comunque incerto, per arrivare, in modo tanto scontato quanto obbligatorio e liberatorio, all’ennesimo dito alzato nel finale, con il faccione di questo tremendo inglese che, dopo aver visto morire gran parte delle persone care, si accende l’ennesima sigaretta (che, lo ricorderete, aveva dato il via alla gestione dello sceneggiatore irlandese), sorride guardando in camera e invita tutti quanti ad andare a nanna, ’fanculo...
Figlio dell’uomo
E ci piace pensare che sia proprio quel gesto a segnare la conclusione del rapporto fra Ennis e Constantine e non il simpatico ma leggero ciclo del 1998, Figlio dell’uomo, nel quale Ennis si diverte, coadiuvato da John Higgins, a ripercorrere un episodio del passato di Constantine. La storia in questione è poco più che un divertissment, notevole in alcune battute ma ininfluente per quanto concerne biografia e mitologia del personaggio. John Higgins ha uno stile particolare, molto caricaturale e deformante che mal si accorda con il personaggio, finendo per conferire alla storia un overload di toni fra il grottesco e il comico che distraggono l’attenzione del lettore da quanto accade. Meglio quindi concentrare l’attenzione vuoi su alcuni azzeccati giochi con il tono-colore di certe scene, vuoi su certi momenti di estremo disgusto (la demoniaca gestazione su tutti) che costellano un volume altrimenti poco significativo, sia per il warlock inglese sia per la carriera dell’autore stesso.
Autore che, riagganciandomi a quanto detto all’inizio, tanto ha dato a Hellblazer quanto ha ricevuto: ha portato la serie a ottimi livelli di vendita e con buona probabilità salvato il personaggio da un destino di testata di nicchia, così tipico per certe realtà Vertigo. In cambio Ennis ne ha ricavato fama, la giusta introduzione negli ambienti statunitensi e gran parte delle intuizioni in seguito utilizzate in Preacher. Si sono incontrati, in sostanza, due gran bastardi, uno inglese e l’altro irlandese: hanno bevuto qualche pinta insieme, si sono raccontati alcune storie condite da un sacco di parolacce e alla fine si sono salutati alzando il dito medio, ognuno convinto di aver fottuto l’altro. E da questo incontro quelli che ci hanno guadagnato più di tutti siamo noi lettori.
Grazie John, grazie Garth, alziamo il boccale alla vostra!
Note:
(1) “On the whole I didn’t have a particularly happy experience working with them”. Trad. it.: “In definitiva lavorare con loro non è stata un’esperienza felice”. Garth Ennis, intervistato da David Carroll su Bloodsongs n. 8, Implosion Publishing, Orlando 1997, p. 38.
(2) In realtà il primo lavoro statunitense di Ennis è stato Goddess che però uscì quattro anni dopo i suoi primi episodi di Hellblazer.
(3) “A trench coated, chain smoking, cynical magician, who tends to get into unpleasant supernatural troubles and solves them at the expense of his friends lives. Not a nice man, but a great character to write”. Garth Ennis, intervistato da The Comic Collective, «TheComicCollective.com (YouTube channel)» 2008.
(4) In una sequenza di Rivelazioni, John lavora di magia per far sniffare a un reale le ceneri di un suo parente, facendogli credere si trattasse di cocaina.
(5) Esilarante la sequenza in cui Chas e John decidono di partire con il taxi del primo alla volta dell’istituto sede dei macabri accadimenti e Kit mormora, innestando un ironico metariferimento a Batman e Robin: “Presto, Chas, prendiamo la Sfigo-mobile!”
(6) Molto spassosi sia l’incontro con Phantom Stranger, cui il nostro urina sulle scarpe, che quello con Swamp Thing, sfruttato per far crescere e seccare una pianta di marijuana.
(7) L’autore, durante un’intervista rilasciata a The Comic Collective, ha ammesso che il miglioramento del livello di scrittura è dipeso anche dall’aver smesso di fumare cannabis mentre scriveva.
(8) Nella vignetta in apertura del paragrafo si vede Constantine mentre gli urina sul capo.
Bibliografia
• Delano, Jamie, AA.VV., Hellblazer nn. 1-24/28-31/33-40, DC Comics/Vertigo, New York 1988-1991. • Ennis, Garth (intervista), Bloodsongs n. 8, Implosion Publishing, Orlando 1997. • Ennis, Garth (intervista), The Comic Collettive YouTube channel, 2008. • Ennis, Garth, AA.VV., Hellblazer nn. 41-83/129-133, dc Comics/Vertigo, New York 1991-1998. Prima Edizione Italiana: Hellblazer nn. 1-8/17, Magic Press, Ariccia (Roma) 1996-2004.