lunedì 31 maggio 2010

Harry Brown (2009)

Harry_Brown_poster_locandinaHARRY BROWN
2009, UK, colore, 103 minuti
Regia: Daniel Barber
Soggetto/Sceneggiatura: Gary Young
Produzione: Marv Films, UK Film Council e varie

Harry Brown cerca di tirare avanti dopo la morte della moglie avvenuta in ospedale in seguito a una lunga malattia.
Un tempo in servizio presso la Royal Marine, ora è un anziano signore come tanti altri, con una vita abitudinaria in un blocco di case popolari di qualche sobborgo londinese.

La vita non è facile nei dintorni e gruppi di ragazzi dominano la zona, fra atti di violenza, spaccio e bullismo vario.
L'unico amico di Harry, stanco di subire, si reca dalla polizia e, non ottenendo attenzione, decide di affrontare la teppaglia, finendo ucciso dai ragazzi che giungono perfino a urinare sul suo cadavere.

Harry decide che è arrivato il tempo di intervenire e contrattaccare...

Mi ha sempre divertito l'estrema facilità con cui in Italia si fa uso del termine "fascista" al posto di "reazionario" o "conservatore".
Facilità che a mio modo di vedere è figlia bastarda di pressapochismo, ignoranza e mancanza di curiosità intellettuale e che garantisce rassicuranti schematismi e tabelle tramite le quali ingabbiare e catalogare la realtà.

Che tale aggettivo venga quindi usato anche quando si discute di alcuni film è quindi ormai pratica normale e non possiamo stupircene in un Paese che, dominato culturalmente per decenni da certe derive alto borghesi-finto sinistroidi, aveva, tanto per fare un esempio, rigettato (a)criticamente alcuni film di Friedkin in quanto "era un fascio" o guardava con sufficienza certe proposte di Don Siegel.

La diretta conseguenza di questo modo di ragionare è il tirare fuori il termine fascista ogni volta che spunta un film nel quale, fra le altre cose, si narra di una persona che decide di occuparsi di determinati problemi da solo, senza ricorrere alla polizia.
Effetto immediato è comunque un certo deprezzamento critico di tali film: siccome narrano di eventi di questo tipo parte tutta una serie di preconcetti che annebbia la visione e condiziona il giudizio finale.
Salvo poi, decine di anni dopo, rendersi conto delle cantonate (o meglio, far finta di non averle mai prese) e rivalutare, fuori tempo massimo, determinate pellicole.
Nulla di nuovo.

Harry Brown è una film di buona fattura, nobilitato da alcune scelte azzeccate a livello tecnico che vanno a pareggiare alcuni scivoloni di sceneggiatura, funestato da certi eccessi manichei e retorici che però in un modo o nell'altro non riescono a rovinare il piacere di vedere il maggiordomo del cinema, Michael Caine, mentre ci regala uno dei picchi assoluti di una carriera che ha sempre girato su livelli medio-alti.

In una narrazione che ricorda con forza certo western assistiamo a vari duelli fra il cowboy ormai stanco, sepolcrale, elegiaco e la gang dei criminali.
I casermoni in disarmo dei council estates fanno il verso alle ghost town e dodge city di un tempo, l'arancione delle luci al sodio sostituisce il tramonto naturale, i saloon si trasformano in pub di terz'ordine e al posto dei canyon abbiamo sottopassi mal illuminati.

Terreno fertilissimo per il muso impassibile di Caine, che sguazza nel pantano retorico di un film che estremizza ruoli e realtà, forzando facili quanto piacevoli schieramenti con il vendicatore di turno.
Il garbato conservatore impersonato dall'attore ha problemi ad accettare la contemporaneità in ogni suo aspetto, tecnologia (i dannati cellulari) in primis ma, a differenza di tante altre figure a lui simili, non mostra alcun astio o odio pregresso, solo un continuo senso di spaesamento, di sfasatura con un tempo che non gli appartiene.
Il confronto con momenti ricorrenti (la visita in ospedale alla moglie, il rituale della colazione, la partita a scacchi con l'amico, la birra al pub) è quel che lega l'ex soldato alla inattività (che è anche assenza di contemplazione e osservazione): quando questi porti sicuri svaniscono, vuoi per mano di Cronos, vuoi sotto i colpi delle invasioni barbariche, ecco che al gentleman non rimane che scambiare il bastone da passeggio con la mazza da guerra.

Vi sono eccessi e schematismi ingiustificati e ingiustificabili lungo tutta l'opera, dal facile gioco di montaggio riguardante i vari, turpiloquianti interrogatori fino al poco credibile (ma godibile) antro dello spacciatore locale, vero e proprio film nel film, durante il quale si ha l'impressione di un passaggio di fase e uno slittamento di realismo verso una regione di fantasia piuttosto cupa, con orchi malvagi che abitano vere e proprie foreste urbane di marijuana.
In quello che è uno dei momenti più allucinati del film dobbiamo lottare con forza per continuare a sospendere la nostra incredulità, ripagati dalla straordinaria prova, caricaturale e fisicissima, dell'attore che interpreta lo spacciatore locale, un Sean Harris sempre più in forma che già pareva aver raggiunto il top in Red Riding.

Giallo e arancione sono colori violenti e Martin Ruhe (già visto all'opera, con diversa filosofia, in Control) ne abusa con piacere in molte scene salvo poi patirne l'assenza in altri momenti mentre, con facile ma efficace didascalismo sociale, il brutto cemento, i prati spelacchiati e i soffocanti interni di appartamenti e locali ci descrivono, come spesso (e sempre di più) accade, una Inghilterra inumana, inospitale, invivibile, odiosa.

Ma è il sottopasso che gioca il ruolo centrale lungo tutto il film e rappresenta la scelta simbolico-metaforica più azzeccata e potente.
Vera e propria soglia verso un altro mondo, svolge la quadruplice funzione di ambita scorciatoia in grado di far risparmiare una faticosa camminata, antro della banda di troll in eterno agguato, sede del confronto più tenebroso e mesmerizzante fra Harry e i ragazzi e, infine, rappresentazione psicofisica dell'agognato trapasso.

Ben poco, in realtà, separa la bestialità swing di Harry Brown, in grado di legare un ragazzo a una sedia e quindi torturarlo a morte per ottenere un nome, dalla ferinità pop dei ragazzacci, nonostante il tentativo del primo di giustificare certa violenza attraverso un sistema di valori (il discorso sull'Ulster verso la fine del film): alla fine è solo questione di montaggio.
Gli omicidi dei primi sono anfetamici, in prima persona, montati da qualche ospite del reparto agitati, quelli del secondo sono sludge metal e organizzati dallo stesso ospite ma post-valium.

Da vedere in originale per gustarsi appieno sia la flemma british della recitazione di Caine sia la tempesta fucksonica dei ragazzi, specie durante l'interrogatorio.
Godibile anche per chi non frequenta Salò e dintorni...

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venerdì 28 maggio 2010

The Reeds (2009)

the_reeds_poster_locandinaTHE REEDS
2009, UK, colore, 90 minuti
Regia: Nick Cohen
Soggetto/Sceneggiatura: Chris Baker, Mark Anthony Galluzzo
Produzione: Reeds Film e varie


Sei amici intorno ai trent'anni si preparano a passare un week end in barca, lontano dalla tensione e confusione londinese, in giro per le brughiere e paludi del Norfolk Broads.

Purtroppo il viaggio è funestato fin dall'inizio da una serie di incidenti piccoli e grandi, con i nostri che finiscono con il perdersi fra i canneti e, evento ben più grave, un palo finisce con il perforare lo scafo della barca e ferire gravemente uno di loro.


Aggiungete a questo una palude che di notte diventa sempre più inquietante, il ritrovamento di uno scheletro nelle acque e un gruppo di ragazzini sinistri e minacciosamente beffardi e capirete come il week ed fuori porta si sia trasformato in un viaggio d'incubo...


Nulla di nuovo sotto le nuvole inglesi di The Reeds, con Chris Baker che tenta, nella sua sceneggiatura, di creare qualche sorta d'ibrido fra due o tre narrazioni diverse ma le componenti restano ben divise senza mai amalgamarsi a dovere: si finisce con un copione scandito in vari atti, che non convince in nessuno di essi.

Ecco quindi che ci troviamo di volta in volta sballottati fra le ormai consuete disavventure del cittadino alle prese con una natura riottosa che non si compra con la carta di credito né si modifica con il telecomando; l'indagine socio-documentaristica sui ragazzi cattivi alla Eden Lake che tanto affascina l'Inghilterra; il confronto/scontro convenzionale con tanto di cattivone di turno e infine la destrutturazione ed eterno ritorno soprannaturale e psicologico già assorbiti da mille parti (Dead End, Triangle e dintorni, tanto per intenderci).
Tutti spunti che vengono solo abbozzati e poi lasciati morire.

Peccato perché è comunque presente uno sforzo maggiore della media nel tratteggiare i vari personaggi di turno, sforzo che finisce con il fornirvi personaggi un pochino meglio definiti del solito che però non agiscono mai e rimangono pupazzi inerti seppur ben descritti.
Così come è notevole il paesaggio che serve da fondale per i protagonisti: canneti e paludi che, gestite con mano sicura dal direttore della fotografia, prima paiono qualche sorta di miracoloso paradiso tascabile a pochi chilometri da Londra e quindi, ritoccati colore e luci, diventano un inferno in miniatura che farà ben presto rimpiangere smog e traffico.

Ma ormai non basta più (è mai bastato?) questo sempre più esasperato tentativo di appoggiarsi alla stampella del magnifico paesaggio, lasciando fare alla natura quel che dovrebbe essere invece compito dell'uomo, ovvero narrare una storia con un minimo di interesse, azione e coinvolgimento.
E sono proprio questi gli elementi mancanti in The Reeds, che rimane morto e poco emozionante dall'inizio alla fine, fatte salve alcune scene che giungono inaspettate e dolorose (l'impalamento dello sventurato di turno, alcuni fuochi nella brughiera, alcune allucinazioni e visioni sparse) dando l'impressione che il televisivo Nick Cohen sia molto più a suo agio con la staticità e la descrizione che con il movimento e i sussulti d'azione.

Pur essendo apprezzabile come sforzo produttivo, visto il basso budget dell'operazione, bisogna sempre pensare al fatto che scrivere una sceneggiatura non ha i costi degli effetti speciali e di tanti altri reparti della cinematografia e quindi se certe imperfezioni sono perdonabili tenendo conto del budget, altre, di diversa natura, lo sono molto meno.
Pochi soldi non giustificano una trama debole, i comportamenti irrazionali da parte dei personaggi e certe pessime scene di dialogo (il tizio che, impalato al fondo della nave e in preda a un dolore assurdo, trova fiato e tempo per dire che si sente "come un fottuto kebap" è davvero imperdonabile).

Titolo debole all'interno di un festival (After Dark Horrorfest) che non riesce a spiccare il volo e anzi, a ogni edizione ne esce con fama e meriti sempre più ridotti, pur testimoniando la grande voglia di fare e proporre che muove e struttura le scene estere.

Più collage di singoli quadretti che vero e proprio film, The Reeds soffre di una malattia comune a tanti autori e narratori che, temendo la storia piana e semplice e il raccontare senza fronzoli, danno troppo valore all'originalità a ogni costo, al nuovo che sempre avanza e spesso si incaglia e finiscono con il sovrapporre troppe idee prese in giro, senza che tali donatori multipli riescano a dar vita a mezzo bimbo sano e vispo.

Come la barca protagonista della vicenda, The Reeds finisce con il far acqua da tutte le parti e a lasciare a bocca asciutta lo spettatore.
Solo per completisti, amanti dei documentari sulla natura inglese e pescatori della domenica assortiti.

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mercoledì 26 maggio 2010

Cento di questi numeri, Rue Morgue!

Rue_Morgue_100_Cover
Con l'albo di maggio Rue Morgue festeggia i 100 numeri, un traguardo glorioso per quella che ritengo da tempo (e di gran lunga) la migliore rivista del settore.
In un'epoca nella quale ormai la Rete divora sempre più spazio al cartaceo, Rue Morgue per me è rimasta l'unico appuntamento del genere cui non riesco a rinunciare e ne conservo ogni albo, aspettando con curiosità i nuovi numeri e sfogliando spesso quelli passati.

Se per quanto concerne alcuni aspetti singoli del leggere, dello scrivere e del criticare i miei modelli di riferimento sono molteplici, per quanto riguarda la visione d'insieme e l'attitudine nei confronti del Perturbante devo ammettere con orgoglio che la principale influenza, ormai radicata e assimilata, proviene di sicuro da questa stupenda rivista canadese.

Ne amo l'attenzione per ogni settore, la cura dell'impostazione grafica e la capacità di affrontare di volta in volta, con dossier e approfondimenti, soggetti e temi ben poco esplorati e trattati dalle varie, più note cugine statunitensi.
Musica, cinema, fumetti, curiosità, merchandise, pittura, illustrazione, filosofia, scultura, saggistica: nominate un campo e Rue Morgue potrà sempre dire "presente!" con decine di articoli.

Mai criticamente supina, ha saputo, nel corso del tempo, recensire negativamente parecchi titoli noti, giocandosi così (come ormai avviene sempre più spesso) importanti fette di mercato pubblicitario: scelta che però è stata ripagata da una base di lettori in crescita e da uno staff più preparato della media.

Ma non è per le recensioni (magari anche pungenti, ma troppo brevi) che sono abbonato a Rue Morgue, quanto per uno spirito che non sono mai riuscito a trovare altrove, una curiosità che si sviluppa a 360° e che per fortuna non diventa mai schiava di una singola ideologia.
Vi è sempre il massimo rispetto per il Lovecraft, il King, il Cronenberg, il Carpenter, il Wrightson o il Barker del momento ma si evita di metterli sul piedistallo come se fossero il meglio assoluto, preferendo invece inserirli in un ideale canone sempre cangiante e sempre in rapporto e confronto con ogni singolo componente.

Il grandissimo rispetto per il passato che si respira in ogni sua pagina è l'imprescindibile base per una grande attenzione verso il presente, mai sminuito dall'insopportabile lente deformante dell'amore per i vecchi tempi e una costante ricerca del futuro, possibile solo grazie alle basi suddette.

Attraverso i loro articoli ho conosciuto tonnellate di nomi nuovi nei quali non mi sarei imbattuto e ho sviluppato curiosità cui in precedenza davo poco spazio e conto.
Ho amato alla follia la conduzione di Jovanka Vuckovic: preparatissima, bellissima, punkissima e attenta come pochi altri professionisti del settore ad alcuni topic poco dibattuti ma di grande interesse e ora sono in fibrillante attesa di accumulare qualche numero della nuova conduzione targata Dave Alexander prima di giudicare come stiano andando le cose.

Ho purtroppo qualche buco di troppo nella collezione, specie per quanto riguarda i primi numeri e se un anti-collezionista come me vi confida tale cruccio è segno di quanto sia straordinaria questa rivista.
Che, come tutti gli altri contenitori di questo tipo, paga il voler coprire il più possibile ogni mese con una certa mancanza di profondità su alcuni temi, ma è difetto da poco, specie in un campo dove la concorrenza seria (parlo del mercato anglosassone) rimane in costante, affannoso inseguimento dietro Rue Morgue in troppi, troppi settori.

Quindi 100, 1000, UN MILIONE di questi numeri, Rue Morgue!!!

rue_morgue_crew

E mentre navigate e leggete in Rete, perché non rimanere sintonizzati su Rue Morgue Radio?

lunedì 24 maggio 2010

Peacock (2009)

Peacock_Poster_locandinaPEACOCK
2010, USA, colore, 90 minuti
Regia: Michael Lander
Soggetto/Sceneggiatura: Michael Lander e Ryan O Roy
Produzione: Mandate Pictures, Cornfield Productions
Reperibilità: DVD USA 20/4/2010, nessuna notizia su uscita italiana

Peacock, una piccola cittadina del Nebraska.
John Skillpa ha vissuto gran parte della sua vita all'ombra di una madre dispotica, che lo soffocava di un amore ossessivo, gli impediva di uscire e giocare con gli amici, lo teneva relegato in casa riempiendolo di pregiudizi e fobie, nevrosi e comportamenti ossessivi.

Ora, morta sua madre da circa un anno, John non riesce a scrollarsene il fantasma di dosso: lavora nel suo piccolo ufficio nel sotterraneo della banca, oberato di incarichi da un superiore menefreghista, si attornia di uno scudo di rituali e compulsività e rifugge qualsiasi tipo di contatto umano.

Ma a casa John ha un segreto. Si trucca, si veste, indossa una parrucca e diventa un'altra persona, Emma, una donna che osserva il mondo esterno desiderando un figlio e una vita "normale" e che passa le giornate a preparare i pranzi per John, a lavare i panni e ad accudire in genere a tutti i lavori domestici.

Fino a quando una mattina, all'improvviso, un treno deraglia e una carrozza piomba dentro il giardino: i vicini rimangono apprendono quindi dell'esistenza di Emma che, appena si riprende, scappa in casa.

Ma ora tutta la città è a conoscenza dell'esistenza di Emma e la scambia per la moglie di John. Come potrà il fragile uomo mantenere il suo segreto?

Avete mai pensato a tutti quegli interstizi narrativi che per forza di cose vengono compressi e/o sradicati dal corpo di un'opera?
Cosa faceva Luke Skywalker verso i dodici anni, in una normale giornata?
E dove ha passato la sua ultima vacanza Neo prima che arrivasse Morfeo a offrirgli la scelta?
O, molto più pertinente a Peacock, quando Norman Bates ha provato, per la prima volta, vestiti e parrucca di sua madre?
Per quanti solitari pomeriggi e serate è andato in giro per quella vecchia casa sentendo frasi nel cervello, infine ripetendole a voce alta e alterata?
Quante prove allo specchio prima di arrivare a una forma soddisfacente?

Guardare Peacock a me ha ricordato un po', fatti i dovuti paragoni, l'appostarsi nel cortile dietro a casa Bates per spiare l'evo/involuzione di Norman e guatarne quindi non tanto le gesta eclatanti sia per quel che concerne il contenuto (omicidi su omicidi) che la forma (lo stile di Hitchcock) bensì la quotidianità più morbosetta e provincialotta ripresa da mano meno esperta.

E con Psycho Peacock spartisce, non potrebbe essere altrimenti, un protagonista strepitoso e obbligatorio: se Cillian Murphy per me si era rivelato come unico possibile erede delle nevrosi di un Anthony Perkins già da quando lavorava nei pressi di Gotham, qua è in controllo totale e travestendosi esce definitivamente allo scoperto.
Il volto offre i giusti angoli e spigoli sui si aggrappano mille nevrosi e tic, e i truccatori (vogliamo dare qualche premio al reparto make up di questo film?) svolgono un ruolo decisivo sia prima (il taglio di capelli che ha da maschio, mamma mia) sia dopo, quando cavano fuori una Emma, ahimè, ben più bella e desiderabile di John: era da tempo che non vedevo una star di media grandezza mettersi così tanto in gioco e in modo così serio.

Il cast gira comunque tutto su livelli medio alti, con Susan Sarandon che è ormai abilissima più di fiuto che di capacità e sceglie con cura una serie di ruoli adatti a età e fisico. L'attrice è perfetta nella parte della moglie del potente locale: qualche scheletro nell'armadio, qualche ruga di cinismo che offusca il sorriso e un po' di volgarità sparsa sui fianchi appesantiti dai troppi whisky.
Aveva fatto più o meno stesso gioco, divertendo(si) di più, in Amabili Resti ma piace e convince anche qui.
Bene pure i comprimari, anche se Ellen Page casca in qualche ordinaria amministrazione di troppo, non sente la parte e gira a vuoto: pare sprecata per un ruolo che si poteva affidare a una Carneade qualunque e in definitiva non è granché credibile nelle vesti della puttana bambina del paese.

Ma se attorame e situazione di base funzionano alla perfezione così non si può dire di una sceneggiatura e una regia che affastellano qualche pesantezza, insistendo su simboli fin troppo scoperti e finendo con il risultare leziosi e soffocanti come la tappezzeria delle stanze di Emma.
La casetta degli uccellini appesa a un filo, il destino che come un treno scompiglia lo status quo, quel "ogni cosa deve tornare al suo posto" messo troppo in evidenza, certa suburbia bradicardica vista molto spesso, le dinamiche (specie quelle sul posto di lavoro) esasperate e ripetute fin troppe volte, alcuni toni esageratamente melodrammatici, certa teatralità e alcuni dialoghi didascalici vanno a creare nel tempo una zavorra importante, che permette comunque alla mongolfiera Peacock di staccarsi dal suolo ma le proibisce le giuste quote che una maggiore attenzione avrebbe invece garantito.

Poi, ovvio, al pensiero di tutte quelle persone che conoscono John e non lo individuano in Emma si rimane un filo perplessi e pare scriptosciatteria di quelle pesanti, ma basta ammirare Emma mentre si trucca allo specchio per ammettere che sì, forse ci saremmo cascati anche noi.

Ed è quindi scelta tutto sommato inusuale e coraggiosa quella di farci entrare in sala trucco fin dai primi minuti della vicenda e svelare la dualità in partenza, così come è apprezzabile che dei due sia proprio Emma quella che cerca di tirar via i pesanti tendaggi della casa e di aprire porte e finestre, in cerca di una emancipazione e senso del sé che paiono ben difficili da trovare fra la Main Street e il General Store.

Se ne apprezza lo sforzo, così come si apprezzano le fiamme della finta passione diventare fin troppo reali e concrete nel pre-finale, così come si è contenti di certa circolarità nel narrato, con le colpe delle madri che tentano di ricadere sui figli dei figli.

Rimane poco spazio, giusto il tempo per menzionare l’interessante fotografia, a tratti hopperiana, del veterano Philippe Rousselot e l’ottima, ottima colonna sonora tutta sperimental-percussionistica di Brian Reitzell che per me, da sola, varrebbe la “pena” della visione.

Pur funestato da innumerevoli difetti, rimane visione molto interessante e tappa fondamentale nella carriera di Cillian Murphy che di strada, da quando scappava per le strade di Londra inseguito da manipoli di zombie, ne ha indubbiamente fatta parecchia.

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venerdì 21 maggio 2010

Retribution Gospel Choir a Milano, nuovo appuntamento con Malpertuis


Da oggi fino a domenica compresa sarò impegnato in trasferta nelle Marche, precisamente ad Acervia (ammesso che tale posto esista e che non mi perda ben prima di arrivarci) per una tre giorni insieme a una trentina di gente assortita che orbita attorno a La Tela Nera, Edizioni XII e roba varia.

Ci saranno molti volti noti (-lti -lti -ti non è male...) da queste parti, da GeloStellato a Silente passando per Valentino Sergi, Alessio Valsecchi, Matteo Poropat e tanta altra bestialità assortita.
Beccherò live, finalmente, persino Luigi, cioè, addirittura ci dormirò insieme in stanza d'albergo: caro Luigi, come dicono i Fuzztones, nove mesi dopo capirai tutto...

L'idea è quella di vederci per più delle solite 3 o 4 ore dei vari incontri serali, con la convinzione che si possa così evitare di finire ubriachi senza aver concluso nulla.
A parte che mi piacerebbe sapere cosa c'è da concludere, eh, ma conoscendomi e conoscendo altri tre o quattro tipi, penso che la struttura tipo sarà quella della mattinata "santo Aulin", pranzo ricarica batterie, pomeriggio "non sarà mica troppo presto per..." e sera "oh, belin, è già sera?"...

Si dovrebbe parlare di letteratura, film e fumetti, di Brian Keene e il volume su Garth Ennis, degli autori italiani delle Edizioni XII, di Samuel Marolla che non viene mai ma prima o poi lo stano, bella zio, pregio...

E di tante altre cose.

Poco dopo, altra occasione per insultarmi live o portarmi regali, soldi e donne: i Retribution Gospel Choir passano a Milano e non posso mancare, amando sia loro che i Low (lo so, in assenza di Codeine e Slint ci si arrangia, che volete?).
Certo passare dal trio NoMeansNo al trio Retribution Gospel Choir sarà uno shock culturale non da poco, ma pazienza.

Suoneranno martedì 1 giugno, purtroppo di nuovo in un circolo Arci, pazienza. Ci si vede da quelle parti? Bussate pure in fase di commento, ok?
Oh, Samuel, dai, che sia la volta buona?
Bene, ficco qualche maglietta nello zaino (sto via solo tre giorni quindi niente doccia o cambio di mutande, right?) e vado a dormire qualche ora.
Fortunelli, avete insulto libero nei commenti fino a domenica sera!

Due video in regalo, uno per testimoniare un Alan Sparhawk stranamente tonico (ma è primavera, la lowdepressione potrebbe colpirlo in ogni istante, comunque la canzone inizia solo al quarantesimo secondo, non allarmatevi ) e l'altro per Luigi e per la mia nostalgia: avevo persino la maglietta di quei brutti ceffi...

Retribution Gospel Choir: Workin' Hard



Fuzztones: nove mesi dopo...

mercoledì 19 maggio 2010

Human Centipede (2009)

Human_Centipede_Poster_LocandinaTHE HUMAN CENTIPEDE (FIRST SEQUENCE)
2009, Olanda, colore, 90 minuti
Regia: Tom Six
Soggetto/Sceneggiatura: Tom Six
Produzione: Six Entertainment

Due ragazze statunitensi in viaggio attraverso l'Europa finiscono, durante la loro permanenza in Germania, con l'auto in panne nel mezzo di un bosco e riescono a raggiungere una villa isolata dalla quale poter chiamare aiuto.

Ma il proprietario della casa ha altri progetti per le sventurate e procede a drogarle per poi legare a dei lettini nello scantinato della casa.
Le due sono cadute nelle mani di un luminare della medicina, il Dr. Heiter, noto per la sua incredibile capacità nel separare i gemelli siamesi.
Ora Heiter, ritiratosi dalla professione, si dedica alla missione opposta: unire esseri viventi precedentemente divisi collegandoli fra loro via ano-bocca, con lo scopo di creare mostruosi "centipedi".

Dopo un insuccesso con i suoi adorati rottweiler, Heiter è intenzionato a sperimentare con gli umani e, catturato un ragazzo giapponese, è pronto per unire i suoi tre prigionieri...

Ci vuole parecchio coraggio, molto talento o assoluta incoscienza per rubare il posto in sala operatoria al primario Cronenberg o, mettendola in altri termini, per pasticciare con la stessa creta di Tsukamoto e pur allertando tutti i sensi non mi è riuscito di intravedere in Tom Six grandi quantitativi delle prime due qualità summenzionate...

Parte malissimo il regista olandese, piazzando due attrici dai mezzi inesistenti nella più ritrita delle situazioni (auto in panne nel bosco) che, proprio in quanto già vista centinaia di volte permette confronti infiniti che non lasciano nessun tipo di assoluzione per una delle messe in scena più disastrose e inette su cui abbia posato occhi negli ultimi anni.

Se già la sceneggiatura pare più che altro essere l'espansione di una singola ideuzza che non sarebbe stata sufficiente nemmeno per un cortometraggio, arrivano poi a peggiorare la situazione alcuni dei dialoghi peggio scritti di sempre, frutto di un guardare le persone, i loro comportamenti e modi di dire più attraverso una brutta collezione di film di serie B che girando per le strade, entrando nei bar, ascoltando, guardando e assimilando pezzi di vita.

Sentire il giapponese che, legato al lettino, minaccia qualcosa del tipo "quando i giapponesi vengono messi in corner sviluppano una forza tremenda!" (giuro) o sopportare una delle due tizie che miagola "i want my mom" (ri-giuro) mette alla prova la pazienza dello spettatore ben più che le famigerate e inconsistenti scenette con l'ormai arcinoto centipede umano.

Si innesta già qua uno dei tanti cortocircuiti di un centipede che di umano ha davvero poco: ci vengono impediti fin dall'inizio qualsiasi immedesimazione, simpatizzazione o coinvolgimento emotivo che dir si voglia con i vari protagonisti della vicenda.
Impossibilitato a fare il tifo e augurare il bene a ragazze così bovine, mi è parimenti arduo provare qualche tipo di interesse verso il cartavelinico scienziato pazzo del caso o il monocaricaturale giapponese d'accatto.
E a essere privato di qualsiasi appiglio, anche negativo, mi trovo con il portafoglio della spesa emotiva ancora pieno a fine shopping, non certo il massimo...

E così come sono assenti i personaggi, ridotti o a oggetti o a pessimi concentrati di una singola fissazione, ecco che non rispondono all'appello nemmeno il livello metaforico o quello di una qualsiasi verosimiglianza o, infine, ultima spiaggia possibile e accettabile, la mera eccellenza dell'esecuzione calligrafica.

In totale affanno ben prima della mezz'ora, Tom Six comincia a inventarsi dilatazioni esasperanti (il tentativo di fuga della ragazza e l'indagine dei poliziotti, entrambe ricche di comportamenti idioti da parte dei protagonisti) che gli permettano di intravedere l'agognata, sospiratissima soglia dei 90 minuti.
Ma sono 90 minuti di noia, terribile, califanica noia dettata da una fotografia sciatta, un ritmo inesistente, una recitazione compiaciuta quando va bene (Dieter Laser) e amatoriale in tutti gli altri casi, una assenza mortificante di idee sia per quanto riguarda possibili sottotesti (e sarebbe difetto secondario e perdonabile) sia per quel che concerne, fatto ben più grave, l'estetica.

Ma sono tanti, insieme all'indispensabile discorso estetico-etico, gli assenti in questo spot auto pubblicitario: manca infatti un qualsiasi tipo di progetto, di visione del mondo, di intento (vendita a parte) e, più di tutto, manca a Tom Six il coraggio.

Viviamo in un'epoca in cui persino mia nonna potrebbe aver visto 2 girls 1 cup e, con un sorriso e una scrollata di spalle, essersi complimentata con le due ragazze che, tanto, quel che non uccide ingrassa: pretendere di scandalizzare qualcuno piazzando il culo di una tipa in bocca a un'altra è operazione che suscita, al più, moderata tristezza.

Ci vuole ben altro a supporto dell'idea iniziale, servono a essa sia qualche tipo di motivazione sia la necessaria visionarietà per dipingere in modo efficace, "osceno e scandaloso" questo tanto discusso centipede umano che altrimenti, privo di riflessione, sarà (vecchia) carne morta ancor prima che finisca l'operazione.

E Tom Six, a parte l'idea di voler disperatamente far parlare di sé, non ha altro.
Non ha la capacità di provocare attraverso una messa in scena forte, non è in grado di riflettere su qualsiasi tipo di innervazione che una figura del genere può provocare, non riesce a osare in nessun punto (i pannoloni? really? really???) e una volta assemblato il suo tanto agognato trinkenstein si accorge di non sapere cosa farsene e rimane a guardarlo e rigirarselo per minuti interminabili.

Qualcuno potrebbe intravedere nell'operazione intenti satirici e toni da commedia nerissima, spero che ciò non fosse nelle intenzioni del regista in quanto dovrebbe allora sommare anche questo fallimento a tutto il resto.

Trovo molto significativo che l'unico elemento decente dell'intero progetto siano alla fine gli interni della villa di Heiter: in un'opera che vorrebbe guardare i corpi si finisce con il rimirare le pareti, potrebbe bastare già questo dettaglio a far capire la portata del fallimento.

Ma a Tom Six tutte queste considerazioni non interessano minimamente, teso com'è alla ricerca di un singolo esito critico: l'esaltazione della pellicola da gruppi elitari provenienti sia dal substrato dei fan delle "visioni estreme" (del tutto assenti in questa pellicola) sia da certa intellighenzia liberal che, estranea al genere, entra comunque in blood frenzy ogni volta che le si sventola davanti qualche pretesa artistica di rottura, meglio se proveniente dall'Europa.
E sono sicuro che questo film incontrerebbe accoglienza critica ben diversa se fosse stato girato da qualche regista statunitense, ahimè...

Accanto alla ricerca di certo tipo di lode (e ancora più necessaria) vi è l'inseguimento della stroncatura disgustata e scandalizzata, la voglia che del film se ne parli molto e molto male, malissimo, che chiunque venga a sapere che la gente sviene e vomita guardando due mucche e un pesce lesso in pannoloni, la speranza che qualsiasi critico di una certa importanza, indignato, non esiti a dire la sua, a dare zero stelle o 0/10 o pollice verso o zero teschietti alla sua opera, che entrerebbe così di filato nell'immortale club delle pellicole cult e maledette, delle visioni difficili di cui potersi vantare quando si scende nel cortile sottocasa.

Purtroppo per Six il suo film non arriva certo allo zero, servirebbe comunque ben altro coraggio e ben altra innocenza.
Si becca invece, boh, un banale quattro, nulla di che, rimandato in biologia e cinematografia con buona pace dei suscitatori di scandalo, del moige e di chi entra in estro per un po' di pus e due punti di sutura mal dati.

Aspettatevi però grandi lodi da parte di certe riviste e certo tipo di cultura: The Human Centipede prospererà proprio sulla base di questo tipo di feedback e di hype fino a quando, fra qualche anno, un nuovo regista eseguirà la stessa identica operazione di ricerca pubblicitaria dello scandalo, magari con toni più forti, magari, chessò, usando donne incinte, bambini con sindrome di down o qualsiasi elemento che sia in grado di colpire ancora di più chiunque ami essere colpito.

Gli unici elementi in grado di farmi provare scandalo e disgusto sono in definitiva la noia, la pornografia e l'inettitudine sbandierata con orgoglio naif. E allora sì, sono rimasto anch'io disgustato durante la visione.
Fino però al monologo finale del giapponese, che mi ha strappato un sorriso: gratuito, imprevisto, incollato con l'attak al corpo estraneo del film ed esibito quale coccarda filosofica fuori tempo massimo e così fuori contesto e tema da farmi domandare se Tom Six abbia compreso il suo stesso copione o se, fra una scena e l'altra, non abbia per caso abusato delle droghe che somministra alle sue povere attrici.

Film innocuo, disinnescato dall'autore stesso e nato con una trentina d'anni di ritardo, pellicola buona per quando, nel cuore della notte, disperati e affranti, aprirete l'armadietto dei medicinali e scoprirete di aver finito, birichini, l'ultima confezione di tavor.

Tutto il resto è noia
(Califano/Six)

Sì, d'accordo l'incontro,
un'emozione che ti scoppia dentro
l'invito in cantina dove c'è atmosfera,
il roipnol mischiato con estrema cura...
I bisturi a lavare ed era ora!
Hai voglia di far tripletta quella sera,
sì d'accordo ma poi...

Tutto il resto è noia, no,
non ho detto gioia, ma noia, noia,
noia... maledetta noia...

Sì, lo so il primo taglio,
il cuore ingenuo che ci casca ancora...
una lunga incisione e l'illusione dura
rifiuti di pensare a una setticemia
E dai ordini nazisti al tempo giusto,
e pensi che un bel calcio ed è tutto a posto...
Si, d'accordo ma poi...

Tutto il resto...

Poi la notte d'amore,
per sistemare il laboratorio fatica e dolore
sul lettino le lenzuola rubate all'ospedale,
funziona tutto un po' alla cazzo di cane...
La prima sera devi dimostrare,
che al mondo solo tu sai cementare...
sì, d'accordo ma poi....

Tutto il resto...

Sì, d'accordo il primo ano,
ma l'entusiasmo che ti è rimasto ancora,
è brutta copia di quello che era
cominciano i silenzi della sera...
inventi feste in giardino e inviti pulotti a casa
così non pensi, non che tu l'abbia mai fatto
si, d'accordo, ma poi...

Tutto il resto...

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Bonus (L'immortale Califfo):

lunedì 17 maggio 2010

I sell the dead (2009)

Sell_the_Dead_Poster_LocandinaI SELL THE DEAD
2009, USA, colore, 85 minuti
Regia: Glenn McQuaid
Soggetto/Sceneggiatura: Glenn McQuaid
Produzione: Glass Eye Pix
Reperibilità: DVD USA 30 marzo 2010, nessuna data per l'Italia


Dura la vita per i profanatori di tombe nella Londra del diciannovesimo secolo: un lavoro faticoso che spesso non porta i frutti sperati, la costante competizione con bande rivali, un mercato al ribasso, niente ferie o malattie pagate e un tasso di mortalità esageratamente alto.

Tasso che viene incrementato quando, a inizio film, vediamo la testa del povero Willie Grimes rotolare nel cesto della ghigliottina. Toccherà al suo collega Arthur Blake confessare, durante una notte alcolica che precede il suo personale incontro con la lama del boia, tutti i peccatucci a un uomo di chiesa arrivato in cella a raccogliere le ultime parole del condannato a morte.

Ecco quindi che Blake racconterà di come, quindici anni prima, aveva incontrato Grimes e ne era diventato prima apprendista e quindi compare nella delicata arte del furto dei cadaveri, fra vampiri che non hanno voglia di riposare in eterno e ghoul più affamati d'affetto che di carne umana...

Mi viene facile e piacevole paragonare la mia attività a quella dei due tipacci descritti nel pregevole e divertente I Sell the Dead.
Loro si aggirano nei cimiteri più isolati e periferici e io scavo nelle produzioni che spesso non trovano la via del mercato mondiale di un certo rilievo; loro faticano con immondi cadaveri che non valgono un penny e io mi sorbisco putrida paccottiglia di cui nemmeno vi parlo; loro si imbattono in un occasionale cadavere che gli viene pagato bene e io inciampo in qualche pellicola degna di nota che riscuote l'attenzione di voi lettori; loro spendono in whisky e donnacce e io mi limito al primo perché con le seconde sarei timido e fallimentare.

Con loro condivido una (minima) furbizia di base: meglio cercare in quei piccoli cimiteri che, per esperienza precedente, offrono maggiori probabilità di incappare in qualcosa di interessante.
E quando sull'arco di ingresso leggo Glass Eye Pix, beh, imbraccio pala e picco con molto più entusiasmo, mi inoltro nella nebbia e comincio a scavare sicuro di imbattermi in qualche cadavere bello fresco.

Così è accaduto anche con il lungometraggio di esordio di tale Glenn McQuaid che doveva aver colpito il capoccia (e capoccione) della Glass Eye Pix, Larry Fessenden, già qualche anno fa con un cortometraggio sempre sullo stesso tema, The Resurrection Apprentice (2005).
Fessenden alla fine trova tempo e modo di affidare qualche soldino al buon McQuaid e si procede quindi con uno sforzo produttivo mirabile in grado di mettere in piedi a New York nebbiosi scorci di una Londra passata.

O meglio, scorci di come certa cinematografia goticheggiante anni Quaranta e Cinquanta vedeva Londra, tanto è l'amore, anzi, meglio, l'entusiasmo per quel modo di pensare e girare che traspare dal modus operandi di Glenn McQuaid.
E quindi sotto con laboratori di scienziati più o meno pazzi pieni di ampolle e alambicchi, dateci dentro con il ghiaccio secco per produrre più nebbia possibile, via con barchette in mezzo ad acque nerastre e, passando attraverso vicoli pieni di topi e ombre troppo lunghe ci si può finalmente rifugiare in qualche caverna caotica e allagata di birra.

Il tono è quello della commedia ma gli intenti sono seri e volti a omaggiare certo cinema che non tornerà mai più, il tutto graziato da un cast scelto con rara cura che allinea Angus Scrimm nella parte del medico folle e necrofilo, Ron Perlman nei panni, pardon, nel saio del confessore e un istrionico Larry Fessenden a gigioneggiare, capelli da pazzo e denti vacanti, nel ruolo di Willie Grimes, esperto scavatombe.
Ma è Dominic Monaghan (il Merry de Il Signore degli Anelli o se preferite il Charlie Pace di Lost) a rappresentare la scelta più azzeccata, bravo a far da spalla alle stravaganze di Fessenden e furbo abbastanza da rubargli spazio ogni volta che lui si distrae.
Insieme i due formano una strepitosa coppia di Gatto e Volpe tombaroli che non potranno che vincere la simpatia di buona parte degli spettatori.

Non che si rida mai a crepapelle, ma ci si ritrova spesso a sogghignare di gusto, attività anche più consona visto il tema e l'epoca rappresentati.
Così come non ci si spaventa né ci si disgusta di fronte alla serie di mostri che il regista allinea nella seconda parte del film ma si recupera un certo gusto per figurine e bestiari man mano che si incontrano vampiri, zombie, ghoul spiaggiati e persino alieni Area 51 ante litteram, protagonisti di uno dei siparietti più divertenti che coinvolge anche la variopinta gang di tombaroli rivali.

Il clima ricorda da vicino quello di The Goon, sebbene il fumetto in questione abbia molta più inventiva e verve mentre I Sell the Dead si dilunga ogni tanto-troppo e cade sovente in scene copia carbone.
Ma il regista ha l'accortezza di non perdere mai di vista l'orologio e appena si arriva in vista di qualche possibile cenno di stanchezza da parte dello spettatore, sceglie di tirar giù il suo tendone di freaks e salpare via.

Larry Fessenden ribadisce ancora una volta quanto sia importante, strategico e insostituibile il suo operato a vari livelli e in ruoli differenti ed è uno dei pochissimi protagonisti della scena statunitense contemporanea a saper produrre, scrivere, dirigere e recitare.
E montare, fotografare, scrivere, occuparsi del suono, regalare consigli, esortare, stimolare, fare gruppo...

Come produttore ha il merito di aver concesso piena fiducia e non aver mai interferito da "autore" nel lavoro di altri autori (House of the Devil), in qualità di regista ha saputo offrirci titoli di grande interesse (The Last Winter, The Wendigo) e da attore incarna per me un Jack Nicholson in sedicesima ancora (grazie al cielo!) fermo a Qualcuno volò sul nido del cuculo, prima di sedersi al bulimico banchetto hollywoodiano.

In sostanza e a chiare lettere, uno dei miei pochissimi idoli.

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venerdì 14 maggio 2010

The New Daughter (2009)

THE NEW DAUGHTER
2009, USA, colore

Regia: Luis Berdejo

Soggetto/Sceneggiatura: John Travis da un racconto di John Connolly
Produzione: Gold Circle Films


Un padre, di professione scrittore, recentemente divorziato, sceglie di spostarsi in una cittadina rurale del South Carolina per cercare di dimenticare la vecchia relazione e ripartire.
Con lui i suoi due figli, il giovane Sam e Louisa che, nel pieno dei continui e drammatici cambiamenti dell'adolescenza, è costretta ad abbandonare la precedente casa (e quindi gli amici) per cercare di inserirsi in una nuova scuola.

Nel bosco vicino alla casa, isolata da resto del paese, sorge un tumulo che somiglia a un enorme formicaio.
Secondo alcuni si tratta di un antico luogo sepolcrale indiano, punto di contatto con una razza di entità divine fra l'uomo e l'insetto: da sempre adorate e ora a rischio di estinzione, queste entità ora cercano di contattare una prescelta per farne la loro nuova regina.

Louisa ama stendersi per ore sopra il tumulo. E sognare.
Louisa sta cambiando, sempre più velocemente.
E potrebbe non essere tutta colpa della pubertà...

Ve lo immaginate Kevin Costner a giracchiare, gonfio di valium e whisky (o di semplice indifferenza, chissà) in questa vicenda di divine formiche operaie e dispotiche reginette col menarca?
Eppure questo fa il buon ranchero californiano e chissà se anche lui, come noi, sarà rimasto sorpreso e interdetto nel vedersi vagare per il set a farsi tirare bastonate professionali dai ben più giovani e famelici colleghi.

The New Daughter pare programmato per offrire possibile e definitivo trampolino statunitense allo sceneggiatore-con-pruriti-registici Luis Berdejo (Rec e Quarantine) e ulteriore esposizione per la già nota e validissima Ivana Baquero, la quale ha dimostrato da tempo di abitare con agio le zone d'ombra privilegiate dalla malpercasa.

Romasanta, Rottweiler, Fragile e Il labirinto del Fauno (senza contare una delle televisive Películas para no dormir) vanno a formare un impressionante curriculum per questa ragazza non ancora sedicenne: le mie antenne captano nell'aria una scia chimica che predice per la Baquero un futuro radioso nel cinema tenebroso.

E anche a questo giro la giovane attrice ci mette anima da regina-formica altezzosa, sprezzante e feromanipolatrice, ma non dimentica di giocare la partita anche sul piano fisico, sporcandosi di fango il giusto e rivelando i segni tangibili della divina infezione puberale, sotto forma di piaghe e pustole che spaventano il suo sperduto paparino.

Pustole che devono allarmare, se si segue l'evidente e fin troppo urlato sottotesto simbolico della trasformazione della ragazza in sposa-insetto quale rimando alla conflittualità fra genitori e figli durante la crescita che passa, obbligatoriamente, per le mestruazioni.
Trattasi però di simbologia troppo schematica, meccanica, convenzionale, appunto da formica operaia programmata unicamente a cercare il seme e portarlo a casa.

E il destino delle pellicole convenzionali come queste è il rischio di diventare parodiche in ogni loro stadio. Si affastellano simboli e metafore consolidati, si sfruttano meccanismi ormai rodatissimi, gli attori forniscono prove più o meno standardizzate e si attua un continuo bombardamento di codici di riferimento condivisi da tutti, si usano i "giusti" movimenti di camera, una fotografia di "buon" livello e si rimane nella polla stagnante della consuetudine anche nel finale.

Consuetudine che troppo spesso si trasforma in una prevedibilità così eccessiva da rendere The New Daughter film assai difficile da spoilerare.
Uno sguardo alla prima apparizione di ogni personaggio e ne conosciamo già ogni motivazione e ogni futura azione; scompare la tata e già sappiamo dove e quando verrà ritrovata; appare la maestrina e già ce la figuriamo in ogni sua mossa; Louisa guata sinistra la bionda rivale a scuola e subito presentiamo l'esito del futuro scontro, e così via fino agli ultimi minuti.

Tutto questo produce una buona pellicola dalle giuste possibilità commerciali ma priva, in ogni suo angolo, di vita, calore, intuizione, trasporto, pressione, passione e tutte quelle altre cose che ci permettono, in definitiva, di dimenticare che stiamo assistendo a uno spettacolo e perderci in visioni, emozioni e riflessioni vicine al nostro vissuto.
Louisa non ci ricorda mai, attraverso i suoi sogni, comportamenti, vomiti, ribellioni e sfuriate, come eravamo fatti noi alla sua età, o che casino è stato quando nostro figlio ha passato quella fase e così via le infinite permutazioni possibili con questo innesco.
No, purtroppo Louisa rimane sempre e solo una ragazzina che sta tramutandosi in una sposa-regina-insettoide e ne osserviamo le gesta con distacco, mancanza di partecipazione e assenza di riflessione.

Siamo in sostanza di fronte a del cinema morto, ma se il cadavere è ancora caldo e lo truccate per bene potrebbe comunque scapparci una scopata moderatamente piacevole, senza troppe aspettative: ovvio, non dovete aspettarvi una reverse cowgirl a 1000 rpm, a meno che non abbiate portato voi argano e cordame vario, ma sarebbe appunto un vostro apporto, non certo un merito della morta.

In questo caso il cadavere-film è sì truccato ma capita spesso di scorgere ematomi e carne giallastra sotto il cerone, così come non è il massimo il lavoro svolto sulle creature del tumulo che compaiono verso il finale, ma prendo comunque nota ancora una volta del nome MasterFx, in attesa che gli addetti di questa compagnia vengano impegnati in qualche progetto più stimolante.

Tutto questo, intendiamoci, rimane sempre troppo poco per riuscire a strappare qualcosa di più di occasionali brividi e sorrisi di circostanza, ed è un peccato perché in altre mani l'idea centrale del film, con il potenziale terroristico e osceno (del corpo) di una figlia che muta in una regina insettoide, avrebbe potuto sortire ben altri effetti, così come il tumulo, fotografato ed esplorato da altre lenti meno marshalliane, sarebbe stato ambiente ben più claustrofobico e terrorizzante.

Concepito, prodotto e girato in questa maniera The New Daughter invece ricorda da vicino il formicaio in miniatura che la maestra affida a Sam: bello, sì, i primi cinque minuti. Poi uno a rimaner lì fermo e guardare quattro insetti che fanno sempre le stesse cose si stufa e molla il tutto in un angolo, a prender polvere...

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Reperibilità: DVD USA 18 maggio 2010. Nessuna data prevista per l'Italia.

Filmato:

lunedì 10 maggio 2010

Skjult (2009)

Skjult_Movie_Film_Poster_LocandinaSKJULT (HIDDEN)
2009, Norvegia, colore, 96 minuti
Regia: Pål Øie
Soggetto/Sceneggiatura: Pål Øie
Produzione: Alligator Film, Film Fund FUZZ

1989. Un bambino, Peter, sceso dalla macchina dei suoi per fare pipì ai margini del bosco, nota un altro fanciullo, Kai, sporco e ferito, che scappa per i boschi e scende pericolosamente in strada.
Un camion, per evitare il ragazzo, devia e investe la macchina, uccidendo sul colpo i genitori del piccolo che, preso dal panico, fugge nel folto della foresta norvegese.

Diciannove anni dopo Kai, ormai adulto, torna in quella zona rurale per dare l'estremo addio a sua madre, dalla quale era fuggito due decadi prima e che era una persona folle, violenta e sadica.
Kai ha ereditato la casa materna ma è a disagio dentro quelle stanze trascurate, piene di tetri ricordi e sceglie quindi di dormire in un albergo mentre sbriga le varie formalità.

Una coppia di giovani campeggiatori sparisce e subito l'attenzione della comunità, già ostile verso un suo ritorno, si concentra tutta su Kai, ritenendolo colpevole.
Solo una poliziotta, Sara, reputa l'uomo innocente e cerca di stargli vicino, volendo anche far luce sul suo passato.

Gli eventi però precipitano e Kai diventa sempre più prigioniero del fantasma di Peter che vuole desidera vendetta sopra ogni altra cosa, fino a quando...

Esperimento tanto interessante quanto involuto quello tentato dal norvegese Pål Øie, che destruttura e desequenzializza (o perlomeno ci prova), disinteressandosi a una narrazione di stampo tradizionale in favore dell’atmosfera e dell’indagine nei meandri della mente.

Il regista vince la scommessa non tanto per merito suo quanto per parecchie scelte azzeccate a livello di collaboratori, a partire ovviamente dal torturato Kristoffer Joner che già mi aveva convinto in Naboer (2005, sempre dalla Norvegia) e ora ha ampio spaziotempo a sua disposizione per mettersi in gioco anche dal punto di vista fisico.

E insieme alla buona prova di alcuni attori vanno evidenziate scelte felicissime a livello scenografico: finalmente un film ambientato in una zona rurale del Grande Nord che non si appoggia facilmente sull’unica stampella dei maestosi e tenebrosi paesaggi naturali (comunque presenti, sia chiaro) ma ha il coraggio di spendersi anche in vari interni, tutti azzeccati.
La casa materna e l’hotel (che più lynchiano non si può...) in cui alloggia Kai rafforzano il senso di un avventurarsi all’interno mentre prosegue l’indagine esterna.
Gli spazi dell’albergo, con le loro fotografie murali di boschi e cascate e la filodiffusione di suoni naturali creano un perfetto straniamento in Kai (e dunque nello spettatore), che non riesce a capire dove appunto finisca il fuori e inizi il dentro.

La casa, memore delle lezioni di Mamma Bates, ospita segreti, giochi, mummie e ricordi dolorosi in ogni suo angolo e assicura un innalzamento del livello-creepy: cumuli di bambole di pezza, marciume e muffa, tronchi d’albero dentro una stanza, la più classica delle palle tobydamnitiane e tanto altro ancora sono buoni (per quanto usurati) punti di pressione fobica che riportano il film, nonostante certo lavorare contro e a lato da parte del regista, dentro gli standard di certa tradizione.

Proprio in questo meccanismo di cedimento alla consuetudine possiamo identificare alcuni dei difetti di un film che, pur lungi dall'essere perfetto è pellicola ben godibile da qualsiasi appassionato.
Il ricorrere a certi espedienti ormai classici e metabolizzati quali l'improvvisa apparizione di un volto nello specchio, l'allucinato risveglio di un cadavere nell'obitorio o la stessa palla che compare vicino alle scale sono sintomi di possibile insicurezza da parte di Pål Øie che, pur bazzicando il genere da tempo (suo anche l'interessante Villmark del 2003), non ha ancora trovato completamente la propria vena artistica e ogni tanto morsica e succhia da quella del più becero caporalato horror.

Vacillamenti perdonabili, vuoi perché rari e poco significanti all'interno dell'opera, vuoi perché a controbilanciare troviamo fin troppi spunti interessanti.
"Tutto è caos, caos totale" dice a un certo punto uno dei personaggi, e se di sicuro in Skjult il centro non regge e tutto crolla si tratta comunque di un crollo alla norvegese, senza fretta, ben regolato, si perde pure tempo ad ammirare cascate e alberi prima di cedere a Lady Entropia.
E se perdete la strada potete chiedere a un poliziotto.

Poliziotti che ovviamente non possono invece aiutare a risolvere il finto mistery piazzato dal regista all'interno della sceneggiatura: i tentativi di spargere qualche tipo di dubbio riguardo l'identità dell'assassino sono compiuti svogliatamente e interessano poco anche l'audience.
Conta il viaggio nel passato, nella storia con la s minuscola, e la costatazione dei danni insanabili che tale passato è stato in grado di fare, cicatrici ancora più profonde di quelle fisiche, già strazianti, che possiamo vedere sui corpi di alcuni dei protagonisti.

Ne escono fuori dei quadri (della comunità intera e dei suoi singoli componenti) che non possono che destare più di una perplessità se visti dal "basso" delle nostre ben più calienti latitudini e ne usciamo, orrore per la trama del singolo film a parte, con la consolidata impressione che certo welfare ed evoluzione sociale vengano ottenuti a caro (ma non troppo caro) prezzo. Dall'impresario delle pompe funebri ai poliziotti, dall'impiegata della reception al passante, se ci si dovesse basare su Skjult penseremo alla Norvegia come a una nazione dove persino alberi e ciottoli della strada sono accaniti e convintissimi doomers...

Doomers forse, a ben pensarci, sono anche gli indimenticabili Morphine, una cui canzone fa capolino durante una bevuta di Kai (lenta, ordinata e ben strutturata anche quella, manca solo qualche impiegato statale che allinei perfettamente i bicchierini di vodka): e quando i Morphine rappresentano il momento più solare e ricco di speranza all'interno di un film potete, se fate ben attenzione, sentire scricchiolare e cedere la catena di Fenrir.

Da vedere pensandolo come produzione media e senza aspettarsi nessun capolavoro.
Ma avercene da noi di roba così...

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venerdì 7 maggio 2010

Humains (2009)

Humains_Film_Movie_Poster_LocandinaHUMAINS
2009, Francia/Svizzera/Lussemburgo, colore, 90 minuti
Regia: Jacques-Olivier Molon e Pierre_Olivier Thevenin
Soggetto/Sceneggiatura: Jean-Armand Bougrelle, Frédérique Henri, Dominique Néraud e Silvan Boris Schmid
Produzione: La Fabrique 2 e vari

Il professor Schneider, noto e stimato antropologo, si reca in una località delle alpi svizzere, insieme a due collaboratori, per far luce su alcune scoperte che potrebbero drasticamente alterare ogni teoria sull’evoluzione umana e sulle linee di discendenza dai Neanderthal.

Lungo il viaggio i nostri incontrano una famiglia (madre, padre e figlia adolescente) e decidono di percorrere, dopo essere passati da un villaggio, un pezzo di strada insieme. Un terribile incidente al loro furgone li costringerà a piedi prima del previsto e poco dopo i nostri faranno ben altre, più terrificanti scoperte su quel che lega la popolazione locale all’uomo preistorico…

Vi sono due o tre evidenti, grandi intoppi in un progetto come questo e si tratta di magagne piuttosto gravi che nemmeno la migliore messa in scena potrebbe risolvere più di tanto.
Ed è un vero peccato perché se si fosse rimasti nell’orbita di quanto esposto nei primi minuti sarebbe uscito un film di ben altro spessore.

Così non è e Humains va messo nel brutto mucchio delle pellicole francesi che a furia di guardare Oltreoceano cascano in acqua finendo con il rovinarsi irrimediabilmente.
Tutto funziona più o meno secondo copione nel primo atto, con qualche spunto interessante, vuoi per lo strano mix di protagonisti, vuoi per le possibili svolte che poteva garantire il tema, sospeso fra antropologia e folklore.

E infatti le scene più riuscite, gli sprazzi di interesse horror ci sono finché la pellicola sceglie di giocare “in casa”: il piccolo villaggio sulle Alpi, la strana festa locale, le riuscitissime maschere del folklore che girano per le strade.
Tutti elementi che brillano per fascino leggermente morboso e che promettono un adeguato campo di gioco per secondo e terzo atto.
Purtroppo così non è e la sceneggiatura, scritta a ben otto mani e già incertissima in apertura, finisce per ripiegare su due solidissimi terreni, già esplorati in lungo e in largo da centinaia di pellicole statunitensi, ovvero il confronto uomo-natura e la classica pellicola su inbred, freak mutanti e abitanti vari delle zone montane.

E se la parte che vede gli sventurati alle prese con fiumi e boschi può ancora esilmente reggersi in piedi più per merito del cast che per altro, non appena spuntano i mostri del caso il film crolla totalmente su se stesso finendo con il compendiare in maniera rozza e svogliata tutti i luoghi comuni del genere, fino alla trasformazione dell’elemento debole/femminile del gruppo in indomita e vendicativa eroina (atto di scrittura, ormai standard negli ultimi anni, che per il sottoscritto rimane comunque di un cripto-maschilismo davvero preoccupante).

L’errore diventa doppio da parte dei registi in quanto, provenendo entrambi dal settore del make-up, dovrebbero ben sapere che vi è una figura semi-mostruosa che raramente funziona al cinema, ovvero l’uomo preistorico.
E per quanto ben truccata, la famiglia di uomini delle caverne buttata in pasto alla camera da Molon e Thevenin strappa più di una involontaria risata con il consueto circo di vestiti e armi preistoriche, carrozzone che è ben difficile da far digerire persino al più disposto e benevolo assertore della sospensione d’incredulità.

Al suddetto circo si aggiunge poi, in inutile sottotrama, lo sviluppo finale che complica ancora di più le cose e affossa definitivamente un film comunque già morto da parecchi minuti.
Quando il mostro diventa caricaturale è davvero difficile mantenere un minimo di serietà e si comincia a ridere delle varie scenette fra i componenti dell’assurda tribù, effetto che ovviamente fa cascare il mercurio del mio personale angosciometro sotto lo zero assoluto.

Non bastano alcuni attori di discreto livello (con però un Philippe Nahon fuori ruolo che vivacchia di mestiere) e le stupende scenografie naturali scelte per l’occasione, né aiuta la musica fra il roboante e il commodore64-orchestral di Gast Waltzing: Humains, scelta la svolta sbagliata verso i territori alla Wrong Turn abdica a ogni intenzione di originalità (questo sarebbe comunque il meno) e finisce per perdere il confronto con i più muscolari ed efferati cugini americani.

Peccato, come detto, perché alla vista degli inquietanti mascheroni che scorrazzano per il paese ci si aspetta a ogni momento l’introduzione di qualche tematica in direzione The Wicker Man, I figli del grano o La lotteria e invece si finisce come al solito nel salotto cattivo della famiglia mutante di turno, per quanto travestita essa sia.
E sono serviti ben quattro scrittori, per giunta francesi, per mettere in piedi questa fiera di pelli sintetiche e lance di plastica.

Forse è semplicemente un fatto di karma: avendo fin troppo incensato i galletti d’oltralpe, Cthulhu mi a immediatamente punito rifilandomi prima Mutants e quindi Humains: urge qualche titolo per controbilanciare…

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giovedì 6 maggio 2010

A stasera...

NoMeansNo
Come già detto qualche tempo fa, stasera concerto dei No Means No.

Siamo miracolosamente riusciti a metterci d'accordo e sarà presente un bel pezzetto del mio parco letture e amicizie di Rete e ce lo godremo insieme, una decina di persone.

Già, perché la Rete non ha mai a che fare con la Realtà, sono due cose totalmente divise che mai si intrecciano e la Realtà conta 100, la Rete 0: continuate a recitare questo mantra, anche i dinosauri muggivano così, guardando in alto, "it's only a comet in the sky".

Ci saranno quindi sia dei "cani sciolti" che alcuni pezzi dell'universo telanerino/gruppo XII, da Silente a Gelo Stellato, dal monarca de La Tela Nera a Hellvampyr ecc ecc.

Per chi non avesse letto il post d'avviso un mese fa e volesse comunque raggiungerci stasera l'appuntamento è al Magnolia, Via Circonvallazione Idroscalo 41 Segrate (MI), verso le 21.30.

Uhm, come riconoscermi boh, ho i capelli purtroppo ricci perché Madre Natura mi odia e facciamo che mi metterò una maglietta dei Queensrÿche periodo Rage for Order almeno non avete scuse tipo che non mi avete visto e bla bla bla.

NON pogherò perché ormai ho 39 anni e qualche mese fa con gli Stiff Little Fingers i giovini mi hanno demolito, devo accettare il fatto che da acerbo sono direttamente passato a marcio, senza godermi il periodo della maturità che tutti ne dicono un gran bene.

Ci si vede lì o in prossime occasioni, stay horror!




Now if I had the courage
I'd pour in your jar
All the things that I have heard you whisper in the dark
And when that jar was heavy
Whith your honey confidence
I'd put it to my lips and drink its meaning and its sense

It has non end so let's pretend it's
Now
Let's get started
Now
Let's get started
NOW

Nothing could be plainer
Than the things that have been done
And there can be no mystery in what is yet to come
It's now that howls at nothing
It's now that runs and hides
It's now that winds its spineless coils and slitters out of sight
Your cries above the furrow
Draw my fingers like a plow
Through tattered ends that twist and bend about the Here and Now
The Here is blind and helpless
And strives against the dark
The Now's a well of shadows where the world has come apart


It has non end so let's pretend it's
Now
Let's get started
Now
Let's get started
NOW

There is precious little
That escapes the powers that be
The eyes that judge, the words that form our meager histories
But when your flood surrounds me
When the waters burst and come
Who knows the things that I have felt, who knows what I have done
And if I had the courage
I'd pur into your jar
Allt the things I have heard you whisper in the dark
And when the jar was heavy
With your honeyed confidence
I'd put it to my lips and drink its meaning and its sense


It has no end so let's pretend it's
Now
Let's get started
Now
Let's get started
NOW

mercoledì 5 maggio 2010

Thomas Ott

Thomas_Ott_73304Recentemente, girando per le fumetterie milanesi ho comprato d'impulso Il numero 73304-23-4153-6-96-8 di Thomas Ott.
Non avevo mai letto nulla di questo autore, pur avendolo sentito nominare molte volte, e sono rimasto folgorato e deliziato da questo incubo kafkiano alla ennesima potenza che mi ha lasciato alla fine senza parole, come senza parole è l'intero albo a fumetti, una successione di rigide gabbie mute, solitamente 2 x2, con magistrale uso della tecnica dello scratching.

Appunto, senza parole...
Ho attaccato a scrivere di questo volume più volte e ogni volta mi sono fermato poco dopo perché mi ritrovavo a ripetere, più o meno rimasticate, più o meno rielaborate, parole e nozioni che potete facilmente trovare in prima pagina google se fate una ricerca su Thomas Ott.

E non essendo mia abitudine eccedere in quella che in altri siti chiamano "cucina editoriale" (un eufemismo che significa "scopiazza pure ma cambia qualche termine e gira una o due frasi") avevo infine accantonato il tutto, in cerca di altro materiale che mi potesse permettere di esprimermi in maniera originale.

Ma la bravura di Ott continuava a tornarmi in testa, man mano che postavo recensioni sul sito e alla fine mi sono risolto a parlarvene comunque, riducendo il tutto a poco più che una segnalazione.
73304-23-4153-6-96-8 è per ora una delle migliori letture in assoluto di questo 2010 (pubblicato nel 2009) ed è sicuro che cercherò altri suoi volumi in occasione di future sortite in fumetteria.

Ho anche la fortuna che qualche volenteroso ha riversato su youtube parecchie delle sue opere, scelgo però di embeddare (Devoto-Oli stroncami qui, ora) un titolo diverso da quello che vi segnalo, tanto per farvi capire la portata dell'arte di questo talentuoso svizzero.

Quindi ora COPIO senza vergogna sinossi e presentazione dell'autore dal volume, sperando che le mie raccomandazioni e il video incluso possano bastare a stimolare la vostra curiosità e farvi cercare i fumetti di questo grande autore.

L'esecuzione di un duplice omicidio e il casuale ritrovamento di una lunghissima serie di cifre su una strisciolina di carta sono gli eventi scatenanti di un'allucinata vicenda, che l'inconsapevole e anonimo boia che ha eseguito la sentenza si trova a vivere.

Ossessionato da quei numeri, l'uomo è prima preso da un'irrefrenabile euforia per la buona sorte che sembra riservargli il fato, ma in seguito...

Thomas Ott

Lo svizzero-tedesco Thomas Ott (1966) è diventato celebre con le sue storie che ritraggono i lati più oscuri dell’esistenza, realizzate con un stile “graffiato” inimitabile e altamente riconoscibile.
Ott collabora con numerose riviste e quotidiani, non solo con storie a fumetti, ma anche con illustrazioni e vignette satiriche. Alla sua attività di disegnatore affianca anche quella nel campo dell’animazione e della musica (è il cantante del gruppo The Playboys).


Le opere di Ott sul sito della Black Velvet

"Filmato" (trovo la musica un po' fuori tema, pazienza):

lunedì 3 maggio 2010

Sauna (2008)

Sauna_Horror_Movie_Film_Poster_LocandinaSAUNA
2008, Finlandia/Repubblica Ceca, colore, 85 minuti
Regia: Antti-Jussi Annila
Soggetto/Sceneggiatura: Iiro Küttner
Produzione: Bronson Club, Etic Pictures, Yleisradio

1595. La guerra fra Russia e Svezia, durata più di trent’anni è finalmente cessata e due fratelli riescono a ricongiungersi e diventano i componenti di una missione geografico diplomatica in Finlandia, con lo scopo di tracciare nuovi confini fra i due Paesi ora in pace.

Eerik, il più vecchio dei due, ha praticamente vissuto tutta la sua vita in guerra, compiendo atti di indicibile atrocità e ora, con 73 morti sulle spalle, non riesce a comprendere quale sia il suo posto in tempi di pace, né che razza d’uomo sia diventato.

Knut, il più giovane, ha studiato e si è tenuto relativamente lontano dalla guerra, diventando sì gentile e riflessivo, ma anche incapace di confrontarsi con i lati più oscuri della sua mente.

Eerik, in uno scoppio di rabbia, uccide un fattore mentre Knut nasconde la figlia di questi in cantina. Eerik purtroppo si disferà della chiave, condannando la ragazza a morte certa. I due, dopo l‘evento, arrivano, insieme alla controparte russa, a un villaggio non segnato sulle mappe.

Composto da una manciata di capanne, il villaggio sorge al centro di una palude disabitata e vicino a uno stagno che ospita lo spoglio edificio di una sauna. I 73 abitanti del villaggio sono scarsamente comunicativi, apatici e per nulla interessati a sapere se diverranno russi o svedesi.

Nel villaggio e nella sauna, però, alberga qualche sorta di entità che costringerà le persone giunte fin lì a confrontarsi con la loro essenza e con la loro moralità, un confronto che potrebbe lasciare più di un morto sul campo…

Vogliamo aggiungere anche la Finlandia sulla cartina horrografica che stiamo lentamente compilando tutti insieme qui su Malpertuis? E se la aggiungiamo allora a parer mio basta e avanza questo titolo per calcare bene la penna quando segniamo i bordi e nominiamo la capitale, perché abbiamo di fronte un titolo di gran valore e di insperato spessore.

Questo in virtù di una sceneggiatura che sicuramente sacrifica qualche agnello logico all’altare della coesione pur di guadagnare in una lenta costruzione dei personaggi fatta di dialoghi mai stupidi, mai banali.
Dialoghi dati in bocca ad attori dai volti giusti e di buona professionalità, capaci di incarnare sia il rispettivo ruolo che la progressiva disgregazione che accompagna questa vicenda passo passo fin dal primo minuto.

Ville Vertanen è perfetto nel pitturare il suo Eerik come un guerriero ormai privo di guerra, un uomo senza più scopo, in lento disfacimento, i cui occhiali, aggeggio miracoloso al tempo, sono il chiaro simbolo delle sue debolezze e futuro specchio di morte.
Sospeso fra accessi di furia incontenibile e sprazzi di torturata saggezza, Eerik non riesce a trovare più scopo né morale, sia essa maiuscola o minuscola e vive sotto il peso di innumerevoli rimpianti, dalle persone uccise alla costatazione che suo fratello avrebbe potuto essere un capofamiglia migliore di lui.

Il tutto immerso nel cinereo splendore delle brullissime campagne e spogli boschi finlandesi, grandi protagonisti del film e ovviamente magnificati dalla fotografia di Henri Blomberg, che sta bene attento a rinchiudere quasi tutti i colori in cantina, insieme alla ragazza, non sia mai che scappi qualche tono vivace a far chiasso in giro per la palude morta.
Egualmente suggestiva, sebbene più intromissiva e chiassosa, la colonna sonora di Panu Aaltio che invece qualche colore in giro per la brughiera se lo fa scappare eccome, ma non per questo rovina la costruzione dell’atmosfera.
Ottimo anche il lavoro svolto su costumi e scenografie interne, tutto giocato, come gran parte del resto, su chiavi basse e toni minori.

Infine, altro elemento da non dimenticare, è la presenza dell’edificio della sauna in mezzo alla palude, grande esempio di come si possa lavorare in sottrazione (è un piccolo cubicolo bianco, con una sola entrata) per ottenere un effetto finale maggiore della più barocca delle case stregate.
Sorta di anti-monolite, esercita una magnetica, oppressiva attrazione verso la sua bocca nerastra, vero e proprio ingresso iniziatico verso il Tuonela.

Se a quanto detto unite la già menzionata, metodica lentezza ne ricaverete un piccolo gioiello simile a qualche pietra scura, sui banchi di una ideale Tiffany Horror saremmo dalle parti di qualche onice, tormalina, ossidiana e bellezze simili.

La grande lezione è, manco a dirlo, nello sfruttare l’assenza fisica, in camera, dell’orrore come testa di ponte per suggerirne la presenza in ogni angolo, in ogni tronco, in ogni pozzanghera, in ogni animo. E così come fisicamente l’orrore latita, scarseggia anche il sangue che quando infine giunge è nero come il bitume che affiora dalle paludi, senza possibilità di distinguere quale sia la linfa umana e quella della Terra.

Altro grande assente è l’effettone speciale ma, come dei due suoi summenzionati cugini, non ne sentirete mai la mancanza cosicché quando infine farà capolino, per pochissimi istanti, colpirà meglio e con maggiore precisione, come il micidiale Ukonvasara di Ukko, già che siamo in tema e luogo…

Peccato, colpa, (impossibilità di) redenzione, legami con la famiglia e con la patria e tanto altro ancora si mischiano nella già non limpida palude di partenza, lasciandoci con molte più domande e dubbi che certezze, effetto a me caro che mi spinge ad amare in modo particolare l’arte che lo provoca.

Slow core sludge horror, guardare Sauna è come ascoltare i Melvins più epocali e melassosi: impegno estenuante che alla fine vi lascerà spossati ma pieni zeppi di visioni ed emozioni. Negative, ci mancherebbe.

Da vedere.

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