HARRY BROWN2009, UK, colore, 103 minuti
Regia: Daniel Barber
Soggetto/Sceneggiatura: Gary Young
Produzione: Marv Films, UK Film Council e varie
Harry Brown cerca di tirare avanti dopo la morte della moglie avvenuta in ospedale in seguito a una lunga malattia.
Un tempo in servizio presso la Royal Marine, ora è un anziano signore come tanti altri, con una vita abitudinaria in un blocco di case popolari di qualche sobborgo londinese.
La vita non è facile nei dintorni e gruppi di ragazzi dominano la zona, fra atti di violenza, spaccio e bullismo vario.
L'unico amico di Harry, stanco di subire, si reca dalla polizia e, non ottenendo attenzione, decide di affrontare la teppaglia, finendo ucciso dai ragazzi che giungono perfino a urinare sul suo cadavere.
Harry decide che è arrivato il tempo di intervenire e contrattaccare...
Mi ha sempre divertito l'estrema facilità con cui in Italia si fa uso del termine "fascista" al posto di "reazionario" o "conservatore".
Facilità che a mio modo di vedere è figlia bastarda di pressapochismo, ignoranza e mancanza di curiosità intellettuale e che garantisce rassicuranti schematismi e tabelle tramite le quali ingabbiare e catalogare la realtà.
Che tale aggettivo venga quindi usato anche quando si discute di alcuni film è quindi ormai pratica normale e non possiamo stupircene in un Paese che, dominato culturalmente per decenni da certe derive alto borghesi-finto sinistroidi, aveva, tanto per fare un esempio, rigettato (a)criticamente alcuni film di Friedkin in quanto "era un fascio" o guardava con sufficienza certe proposte di Don Siegel.
La diretta conseguenza di questo modo di ragionare è il tirare fuori il termine fascista ogni volta che spunta un film nel quale, fra le altre cose, si narra di una persona che decide di occuparsi di determinati problemi da solo, senza ricorrere alla polizia.
Effetto immediato è comunque un certo deprezzamento critico di tali film: siccome narrano di eventi di questo tipo parte tutta una serie di preconcetti che annebbia la visione e condiziona il giudizio finale.
Salvo poi, decine di anni dopo, rendersi conto delle cantonate (o meglio, far finta di non averle mai prese) e rivalutare, fuori tempo massimo, determinate pellicole.
Nulla di nuovo.
Harry Brown è una film di buona fattura, nobilitato da alcune scelte azzeccate a livello tecnico che vanno a pareggiare alcuni scivoloni di sceneggiatura, funestato da certi eccessi manichei e retorici che però in un modo o nell'altro non riescono a rovinare il piacere di vedere il maggiordomo del cinema, Michael Caine, mentre ci regala uno dei picchi assoluti di una carriera che ha sempre girato su livelli medio-alti.
In una narrazione che ricorda con forza certo western assistiamo a vari duelli fra il cowboy ormai stanco, sepolcrale, elegiaco e la gang dei criminali.
I casermoni in disarmo dei council estates fanno il verso alle ghost town e dodge city di un tempo, l'arancione delle luci al sodio sostituisce il tramonto naturale, i saloon si trasformano in pub di terz'ordine e al posto dei canyon abbiamo sottopassi mal illuminati.
Terreno fertilissimo per il muso impassibile di Caine, che sguazza nel pantano retorico di un film che estremizza ruoli e realtà, forzando facili quanto piacevoli schieramenti con il vendicatore di turno.
Il garbato conservatore impersonato dall'attore ha problemi ad accettare la contemporaneità in ogni suo aspetto, tecnologia (i dannati cellulari) in primis ma, a differenza di tante altre figure a lui simili, non mostra alcun astio o odio pregresso, solo un continuo senso di spaesamento, di sfasatura con un tempo che non gli appartiene.
Il confronto con momenti ricorrenti (la visita in ospedale alla moglie, il rituale della colazione, la partita a scacchi con l'amico, la birra al pub) è quel che lega l'ex soldato alla inattività (che è anche assenza di contemplazione e osservazione): quando questi porti sicuri svaniscono, vuoi per mano di Cronos, vuoi sotto i colpi delle invasioni barbariche, ecco che al gentleman non rimane che scambiare il bastone da passeggio con la mazza da guerra.
Vi sono eccessi e schematismi ingiustificati e ingiustificabili lungo tutta l'opera, dal facile gioco di montaggio riguardante i vari, turpiloquianti interrogatori fino al poco credibile (ma godibile) antro dello spacciatore locale, vero e proprio film nel film, durante il quale si ha l'impressione di un passaggio di fase e uno slittamento di realismo verso una regione di fantasia piuttosto cupa, con orchi malvagi che abitano vere e proprie foreste urbane di marijuana.
In quello che è uno dei momenti più allucinati del film dobbiamo lottare con forza per continuare a sospendere la nostra incredulità, ripagati dalla straordinaria prova, caricaturale e fisicissima, dell'attore che interpreta lo spacciatore locale, un Sean Harris sempre più in forma che già pareva aver raggiunto il top in Red Riding.
Giallo e arancione sono colori violenti e Martin Ruhe (già visto all'opera, con diversa filosofia, in Control) ne abusa con piacere in molte scene salvo poi patirne l'assenza in altri momenti mentre, con facile ma efficace didascalismo sociale, il brutto cemento, i prati spelacchiati e i soffocanti interni di appartamenti e locali ci descrivono, come spesso (e sempre di più) accade, una Inghilterra inumana, inospitale, invivibile, odiosa.
Ma è il sottopasso che gioca il ruolo centrale lungo tutto il film e rappresenta la scelta simbolico-metaforica più azzeccata e potente.
Vera e propria soglia verso un altro mondo, svolge la quadruplice funzione di ambita scorciatoia in grado di far risparmiare una faticosa camminata, antro della banda di troll in eterno agguato, sede del confronto più tenebroso e mesmerizzante fra Harry e i ragazzi e, infine, rappresentazione psicofisica dell'agognato trapasso.
Ben poco, in realtà, separa la bestialità swing di Harry Brown, in grado di legare un ragazzo a una sedia e quindi torturarlo a morte per ottenere un nome, dalla ferinità pop dei ragazzacci, nonostante il tentativo del primo di giustificare certa violenza attraverso un sistema di valori (il discorso sull'Ulster verso la fine del film): alla fine è solo questione di montaggio.
Gli omicidi dei primi sono anfetamici, in prima persona, montati da qualche ospite del reparto agitati, quelli del secondo sono sludge metal e organizzati dallo stesso ospite ma post-valium.
Da vedere in originale per gustarsi appieno sia la flemma british della recitazione di Caine sia la tempesta fucksonica dei ragazzi, specie durante l'interrogatorio.
Godibile anche per chi non frequenta Salò e dintorni...
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