mercoledì 28 aprile 2010

Van Diemen's Land (2009)

Van_Diemen's_Land_poster_locandinaVAN DIEMEN’S LAND
2009, NAZIONE, colore, minuti
Regia: Jonathan auf der Heide
Soggetto/Sceneggiatura: Jonathan auf der Heide e Oscar Redding
Produzione: Noise and Light, Inspiration Studios, Screen Australia

La Van Diemen’s Land del titolo è la Tasmania, precisamente la Tasmania dell’Ottocento, spietata prigione dell’Impero Britannico.
Ed è appunto da Macquarie Harbour, colonia penale fra le più dure, che nel 1822 Alexander Pearce e altri sette detenuti decidono di scappare, contando sul fatto di riuscire ad appropriarsi di una barca e vari rifornimenti.

Purtroppo gli evasi non riescono ad arrivare all’imbarcazione e sono costretti a ripiegare all’interno. Privi di cibo, provati da condizioni climatiche estreme, senza mezzi e con scarsissima conoscenza del territorio, i nostri vagheranno per settimane lungo l’interno della costa tasmanica.
E quando la fame diventerà intollerabile…

Wasn’t the devil in you when you brought me here?

Questo è quel che si chiede Pearce durante la vicenda, e tenetela a mente perché è domanda importante, fondante.

Da tempo l’horror attendeva un survival adulto, serissimo e plumbeo come questo Van Diemen’s Land nel quale regista e sceneggiatore (che fra l’altro vediamo entrambi recitare nella pellicola, in particolare un ottimo, gaelico Oscar Redding nei panni di Pearce) si prendono tutto il tempo necessario nella costruzione dell’atmosfera e nell’accumulo di tensione, prima di liberare energia e orrore in brevi, efficaci esplosioni di violenza e sangue.

Tante le carte vincenti, a partire dalla deprimente e cupa fotografia di Ellery Ryan che tratta nella maniera adeguata il floridissimo paesaggio circostante: i boschi e le paludi della Tasmania, ricchi di vegetazione, vengono privati di ogni alito di colore, trasformandosi un ferroso deserto di morte per gli sventurati che, pensando di essere evasi dall’Inferno, non si rendono conto di aver in realtà fatto un terribile balzo all’indietro dal Purgatorio nel quale si trovavano.

Ugualmente valida l’ispirata colonna sonora di Jethro Woodward che sparge paranoia, tensione e ansia a partire dai primissimi minuti attraverso un uso spiazzate di moderni riverberi di chitarra elettrica, e ovviamente azzeccatissima (per quanto obbligata) la scelta di girare un survival totalmente al maschile e abbondantemente over 25-30, scelta che spazza via d’incanto ogni possibile concessione all’ironia o a certi stereotipi teen di cui abbiamo fatto indigestione in passato.

La natura, “mortificata” dal direttore della fotografia, è la incontrastata padrona di questa vicenda, teatro indifferente delle pene e degli scontri, delle sofferenze e delle indicibili decisioni di questo manipolo di uomini e in questo, come in altre cose, potremmo, fatti i dovuti paragoni e con il giusto rispetto, definire Van Diemen’s Land come La Sottile Linea Rossa dell’horror.

Di rosso in verità ne scorre ben poco ma quel poco basta e avanza in quanto ogni volta che compare riduce gli uomini che avevate imparato a conoscere, con i quali avevate talvolta sorriso e di cui non si poteva far altro che apprezzare la assoluta ricerca di libertà a ogni costo, ecco, trasforma questi uomini in bestie.

Bestie di due tipi: la preda del momento, che spesso vediamo rantolare, tremare, sobbalzare come un vitello epilettico che si rifiuta di crepare al macello e i predatori, che ricordano (fin troppo) da vicino quei licaoni, sciacalli, coyote e iene che girano in circolo di fronte al debole selezionato con cura, fino a vibrare il colpo mortale.
Bestie fantasmatiche diventano anche coloro che si rifiutano di sottostare a questa “logica” e di uno in particolare continueremo a sentire a lungo il verso da uccello volato via…

E mentre queste bestie si affannano e faticano per andare incontro alla morte nel modo più disperato e inumano, la Natura attorno sbiadisce sempre di più e, ritirato fin dall’inizio il suo aspetto Animale, lascia quello Vegetale a osservare impassibile e indifferente questi peccatori consumare i loro fieri pasti.
E il vegetale risponde da par suo alla chiamata: tratti di foresta che ricordano più il tredicesimo canto che il trentatreesimo; paludi di un brodo verde e immobile che giocano in contrasto nettissimo nei confronti di alcune cascate e fiumi limpidi; monti di uno smeraldo cupo che si stendono senza fine uno dietro l’altro, a ricordare, per rimanere IT, che la diritta via è davvero smarrita…

Sepolti da questa valanga verdastra, gli animali/cibo svaniscono e vanificano la caccia disperata degli uomini/cibo e persino quando, per l’unica volta, assurgono a protagonisti, rimangono nascosti fra foglie e cespugli: del serpente che azzanna uno degli evasi scorgiamo solo il segno del morso sulla gamba.

Siamo di fronte a un ottimo esordio da parte di un Jonathan auf der Heide che già si era misurato con lo stesso tema in un precedente cortometraggio (dal profetico titolo di Hell’s Gates) e che, prese le giuste misure, confeziona uno slow burner infernale che ha come carburante clorofilla e sangue umano (che si fonderanno in una memorabile sequenza onirica), un diesel che allontanerà i tifosi di certo ebefrenico turbo splatter d’avanguardia e metterà il resto dei volenterosi spettatori alle prese con un lento ma continuo moltiplicarsi di dualismi: uomo-bestia, morale-immorale, uomo-natura, silenzio-rumore, veglia-sonno/sogno, realtà-allucinazione, violenza-tranquillità.

Dualismo, confronto con la natura, fuga inizialmente facile, fin troppo: ma, ben prima del viaggio di questi sventurati, la Sibilla Cumana aveva avvisato altro viaggiatore che dopo la facile discesa sarebbe arrivato hoc opus, hic labor, fatiche e difficoltà alle quali, ahimè, i nostri, ben lontani dal ricordare Enea, soccombono uno dopo l’altro, novelli dieci piccoli tasmaniani.

La natura, nel frattempo continuerà a essere bella, stupenda, anzi, lo sarà sempre di più a ogni reiterato, fordiano atto di cannibalismo e ciò provocherà infine il mistico stupore di Pearce, che giungerà a chiedere addirittura a Dio il perché di questa bellezza.
Ricordandoci poi, finalmente illuminato dal "nettare" che consuma, che Dio non è altro che una entità che sta ballando con in mano un’ascia, arma che non ha mai esitato a usare…

In breve, per chi giustamente non avesse capito una fava: caldamente consigliato.

Wasn’t the Jack Daniel’s in me when I brought you here?

Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:



Addenda (dall'unico album degli U2 che trovo quasi sopportabile):

domenica 25 aprile 2010

House of Leaves di Mark Z. Danielewski

House_Leaves_CoverHouse of Leaves
Mark Z. Danielewski
Pantheon, 2000
Brossura
709 pag. - 13,57 $
ISBN: 978-0375703768

House of Leaves si apre con la narrazione in prima persona di Johnny Truant, ragazzo dal passato avventuroso e problematico, ora impegnato a barcamenarsi in quel di Los Angeles in qualità di tuttofare in un laboratorio di tatuaggi, fra alcoliche e tossiche nottate al pub con il fido amico Lude e spettacolari exploit sessuali con molte pulzelle, anche se il suo cuore sembra battere solo per una spogliarellista.

In cerca di un nuovo appartamento, Johnny si reca a controllarne uno recentemente liberatosi a causa del decesso del precedente inquilino, un vecchio cieco e molto eccentrico di nome Zampanò. Nel controllare l’appartamento Truant scopre la multiforme massa di note scritte da Zampanò, una sorta di lunga dissertazione accademica su un film/documentario, The Navidson Record.

Da qui le narrazioni si moltiplicano e abbiamo il corpo principale dello studio fatto da Zampanò, le note, spesso autobiografiche, di Johnny Truant, alcune interviste a personaggi celebri (King, Bloom, Thompson) fatte dalla moglie di Navidson, le lettere che la madre di Truant, chiusa in manicomio, spedisce al figlio e alcuni brani redatti dal fratello di Navidson.

La linea narrativa che possiamo definire come il cuore propulsore di questo corpo postmoderno è ovviamente The Navidson Record, un film che narra quel che accade nella casa in cui si è recentemente trasferita la famiglia Navidson.
Will, il capofamiglia, reporter di chiara fama, sente il bisogno di isolarsi in una casa tranquilla per mettere in salvo il matrimonio, che da tempo è in fase di rottura, vuoi per le sue continue assenze, vuoi per una certa propensione al tradimento da parte della moglie.
Accade però che Will, insieme a moglie e due figli, scopra che nella casa appare uno sgabuzzino precedentemente inesistente, che collega la camera dei figli con quella matrimoniale; che la casa (misurata accuratamente) è più grande dentro che fuori (e tale disavanzo cresce con il passare del tempo) e che al piano terra è sorto un passaggio che porta a un vastissimo sistema di sale o caverne, molto buio, enorme, un vero e proprio labirinto extradimensionale.

Will chiama il fratello Tom, che non sentiva da anni e i due poco dopo si appoggiano sia a un ingegnere che a un team di esploratori professionisti, capeggiati da Holloway, un tizio tanto esperto quanto egotistico.
Will, inoltre, dispone varie telecamere e apparecchi di registrazione nella casa, sia per documentare le esplorazioni sia per testimoniare l’impatto che questo avvenimento ha sulla sua famiglia.
Seguiranno varie esplorazioni dell’ambiente misterioso e, inutile dirlo, qualche persona sparirà per sempre e altri si comporteranno molto male…

Johnny Truant, sempre più impegnato nella revisione e sistemazione con corredo di note di questi scritti d Zampanò, perde sempre più il contatto con la realtà, con il lavoro e la vita precedente, fino al punto che…

Perdonate il lungo tentativo di sinossi ma mi sembrava atto dovuto nei confronti dell’enorme lavoro svolto dall’autore.
Lavoro che ha portato infine alla creazione di un’opera che a me personalmente pare tanto importante nei confronti dell’horror (del fantastico?) contemporaneo quanto fallimentare sotto molti, troppi punti di vista.
Pertanto non posso far altro che raccomandarvene comunque la lettura, pur ritenendola in definitiva tempo sprecato.

Cerchiamo quindi di iniziare spazzando via alcuni pregiudizi che sembrano circondare questa opera (pubblicata anche in Italia, su Mondadori Strade Blu) che da quando è apparsa ha provocato (inopportuni) paragoni con Pynchon, Nabokov e, ovviamente, Wallace, autori con i quali spartisce alcuni lati negativi senza però averne stile, intuizioni e potenza.
Prima di tutto la presunta difficoltà di lettura.
Non vi è nulla di difficile o complesso nella narrazione di Mark Z. Danielewski.
Il linguaggio usato è spesso semplice e le lunghissime digressioni e note (mi sembra di ricordare qualcosa come cinque o sei pagine per spiegare l’origine della parola “eco”, per esempio) sono perfettamente comprensibili a una persona di cultura media.
E, cosa ben più importante, non vi è nulla di “cinematografico” nella narrativa di questo autore, anzi, semmai ci troviamo di fronte a un classico lavoro di segno opposto a un ipotetico taglio cinematografico.
Leggere, nella quasi totalità dei commenti, il continuo riferimento a un supposto stile cinematografico lascia piuttosto perplessi e inclini a pensare ai rischi del cut'n'paste internettiano quando ci si trova a scrivere recensioni in Rete.

C’è però da dire che la scelta di citare Nabokov sulla quarta del volume è azzeccata, almeno da un punto di vista: non era infatti il grande autore russo/statunitense a dire, in Fuoco Pallido, “voglio note copiose che si accumulano come grattacieli”?
Nel romanzo di Danielewski i grattacieli superano di gran lunga il massiccio dell’Himalaya in altezza, potete star tranquilli.
E accanto a un insieme di note che supera in lunghezza il corpo del romanzo vero e proprio (ma dette note fanno ovviamente parte del “romanzo”) troverete anche tutto un insieme di espedienti metanarrativi e tipografici quali quattro font diversi a seconda di quali sono le voci narranti, usi del colore per evidenziare la parola house, ricorso a impaginazioni anomale, disposizione del testo sui margini e tantissimi altri trucchi di vario tipo.

Non è però con dei trucchi, per quanto stilisticamente raffinati e culturalmente densi, che una storia incapace di stare in piedi da sola riuscirà a camminare sulle proprie gambe, ma Danielewski tenta di fare proprio questo ed è azione che, insieme al taglio postmoderno dello scritto, è in grado di attirare e convincere facilmente un certo tipo di lettore.

Tutto in House of Leaves sbraita “ehi, guardatemi, sono un personaggio, non una persona!” o “sono un documento inventato, non esisto nella realtà” o ancora “madonna quanto sono postmoderno e di gran cultura” oppure “mi ha scritto l’autore, non lo vedete!” in un continuo, devastante coito interrotto nei confronti di tensione, trama e atmosfera: sappiamo bene a quali disastri porti questa pratica.
Che Danielewski, pur avendo speso dieci anni (così si narra) nella stesura di questo romanzo, sia esordiente alle prime armi lo si nota da tantissimi fattori, in primis dalla tremenda incapacità nel porre la giusta distanza fra autore e personaggio, fra narratore e scrittore, finendo spesso con l’immedesimarsi e perdendo il controllo della voce, dello stile, che cala di lucidità e, complice anche l’eccessiva lunghezza dell’opera, finisce con l’annoiare terribilmente: guasto mortale in ogni narrativa ma ancora più tremendo all’interno del genere horror.

Per cercar di dar vita a Zampanò e attuare quindi la sua parodia dell‘accademia e dello stile accademico, Danielewski finisce con il diventare "troppo" il personaggio e assumere esageratamente proprio il tono che vuole sbeffeggiare, tormentandoci con pagine e pagine di note pressoché inutili e noiosissime.

Stesso tipo di meccanica accade con Johnny Truant e la sua insipida e sconclusionata vita fatta di lavoretti da poco, droga, alcool e presunte scopate con un sacco di belle ragazze.
Invece di renderci vivi e vividi alcuni particolari di questo tipo di vita, lasciandoci trarre le nostre debite conclusioni da dettagli sparsi ad arte, l’autore casca di forza dentro il personaggio e ci inonda con insopportabili lungaggini e coazioni a ripetere che stancano dopo ben poco. Per scimmiottare ed evidenziare l’esistenza insignificante e superflua di Truant, è diventato egli stesso insignificante e superfluo.

Mark_Z_Danielewski
Sono errori comprensibili appunto in un principiante che, totalmente coinvolto e rapito dal suo supposto genio, diventa straripante e non riesce a controllare né il materiale né gli stili. Spetterebbe a un serio editor avviare un lungo processo di confronto con tale impeto, rafforzandone le debolezze, tagliando via implacabilmente le intromissioni e le ripetizioni, moderando e migliorando il controllo dell’autore.

Ciò non accade e svanisce quindi, ancora prima di nascere, uno dei grandi miracoli della narrativa, ovvero il dialogo e il rapporto fra l’autore e i suoi personaggi.
Personaggi che già di per sé soffrono di due grandissimi e disastrosi difetti. Da un lato, dovendo veicolare critiche e parodie di un certo tipo di situazione, ambienti e persone, nascono già parodici ed eccessivamente “scritti”, fra l’altro con abbondanza di stereotipi.
D’altro canto tali personaggi, non paghi di essere scritti, vanno urlando in giro la loro non-esistenza, ed è altro grave scoglio e sbarramento nei confronti della partecipazione del lettore, che finisce con il pescare e maneggiare un pesce inspiegabilmente morto, anzi, un cartello con su scritto “sono un pesce inspiegabilmente morto”.

La riflessione su cosa è reale e cosa non è reale, se esiste davvero il personaggio, se esistiamo noi, se non esiste poi niente, attuata con tutte le implicazioni e variazioni di questi giochi metanarrativi è ormai da tempo riflessione elementare, banale e ben poco interessante già quando è veicolata in modo ben più alto, figuriamoci quando passa attraverso l’inesperienza d Danielewski.
Vi sono ben pochi agganci alla verità lungo tutto l’opera, ben pochi spunti narrativi di fantasia che possano indurci a pensare alla realtà e riflettere su di essa, che è poi quel meccanismo potentissimo cui dovrebbe ambire la narrativa, pena far scadere velocemente il nostro interesse verso burattini e fondali che già vengono avvertiti come tali da noi e, nel caso fossimo poco attenti, si premurano ogni tanto di ricordarci la loro natura di burattini e fondali.
Michael Douglas, in The Game, aveva perlomeno dovuto esercitare un certo tipo di curiosità, sospetto e indagine prima di scoprire la natura posticcia della casa in cui “abitava” Deborah Kara Unger, in House of Leaves purtroppo non ci si premura nemmeno di nascondere le targhette con il prezzo, anzi, si puntano contro di esse potenti riflettori.

Tanto è vero che l’unico momento durante il quale l’interesse del lettore diventa più vivo è durante i primi capitoli di quel che accade in casa dei Navidson, con l’idea per nulla originale ma potentissima di uno spazio interno alla casa composto di saloni immensi, labirinti intricati, scale titaniche, strani rumori che fanno sospettare di presenze mostruose all’interno di quell’ambiente ctonio o che, addirittura, l’ambiente stesso sia un’unica mostruosa, cangiante creatura.
In quelle pagine Danielewski si scopre narratore di discreto livello, dimentica l’artificio e lavora molto bene nel dipingere un ambiente terrorizzante e misterioso.

Ma ben presto, entro e comunque non oltre le prime duecento pagine, la meta-narrativa ha provveduto a meta-stasizzare anche l’ultimo angolo non ancora pienamente conquistato e verrete letteralmente seppelliti da un’orda di espedienti stilistici che finiranno con lo spegnere definitivamente ogni interesse per le sorti della famiglia Davidson, di Zampanò o di Truant.

Ed è davvero un peccato perché isolando quel pezzo di narrativa e curandolo in modo diverso ne sarebbe scaturita un’opera di buon impatto con un grande lavoro sull’atmosfera a una serie di personaggi che, per quanto opachi e caratterizzati in modo banale avrebbero svolto il loro compito.

Così non accade e il tutto, come se già non bastassero questi notevoli intoppi alla sospensione dell’incredulità e all’immedesimazione, è funestato dall’enorme corpo tumorale delle note (di Zampanò e di Truant, principalmente) che talvolta occupano molte pagine e obbligano a continui salti di lettura, spesso con il solo scopo di attuare sterili digressioni wikipediche o insulse annotazioni sulla sgargiante vita sessuale di Johnny.
Qui non si parla di difficoltà di comprensione del testo, come vorrebbero alcuni soloni pronti a rinfacciarvi il più classico “siete voi che non l’avete capito, che non siete stati in grado di sbattervi a sufficienza”, si tratta più che altro di mero impedimento “fisico”: costretti a sfogliare e sorbirvi pagine e pagine di note, si tornerà alla già poco significante narrazione principale con un ulteriore calo di tensione.

Stesso intoppo, ma ancora più fisico, è dato dalle stramberie tipografiche presenti nel volume, da testi che vanno letti allo specchio a pagine contenenti una sola parola, da inserti dentro il corpo principale a capitoli sui margini e scritte che richiedono un continuo capovolgimento di pagina fino a giochini più ovvi con i font, le dimensioni e i colori delle varie parole.
Qualche esempio pratico per farvi meglio capire quel di cui sto parlando:




Questi espedienti (fra l'altro vecchi e già visti) sono la classica trovata che funziona più sulla carta (pun intended) che in realtà: alla terza volta che dovrete girare pagina, andare di fronte a uno specchio o torcervi il collo a leggere in quanto la disposizione del testo deve “suggerirvi” fisicamente la struttura labirintica vi sentirete presi in giro.
Così come vi sentirete presi in giro di fronte a pagine bianche con pochissime parole (che, di nuovo, dovrebbero suggerire uno stato d'animo e un ritmo, ovviamente, visto che l'autore non ci riesce) che vi faranno pensare più che altro alle ingiuste morti di tanti alberi, immolati all'ego di certi autori.
Fatte le debite proporzioni, è come se al cinema una voce narrante, mentre vedete un centurione trafitto da una freccia vi ripetesse che il centurione è trafitto da una freccia e una maschera del cinema arrivasse a pungervi con una forchetta per farvi sentire la trafittura.
Peccato che ci si volta e si guarda facilmente negli occhi la maschera con la forchetta, ben lungi dall’essere un arciere di qualche terra esotica.

Ho il netto sospetto di trovarmi di fronte a un progetto che piacerebbe tantissimo, per farvi capire in che territorio narrativo stiamo muovendoci, all’Henry Jenkins di Cultura convergente.
Un romanzo che non finisce con l’ultima pagina ma propone rebus e codici che il lettore deve risolvere, poi qualche sito e comunità di lettori che ci danno dentro con spiegazioni e teorie, quindi magari un videogame e, toh, una miniserie televisiva, per naturalmente non tralasciare mai il sacro corpo delle fan fiction ispirate a tutto questo, e così via, tanto è vero che Danielewski ha introdotto nella sua opera delle frasi inviategli dai fan stessi via Rete.
Peccato che nessuno osi mai affermare che il livello qualitativo di questi progetti derivati è quasi sempre di una mediocrità così desolante da far rimpiangere con forza la pur modesta opera iniziale: uno degli esempi classici può essere, non so, Matrix.

Siamo, inoltre, di fronte alla classica opera che può far comodo a quegli scrittori e lettori sempre in cerca di qualche appiglio in quel tipo di discussione che vede il fantastico come materiale di serie B rispetto al mainstream.
Invece di ignorare una questione che a me pare da un lato superata e dall’altro lato offensiva per l’intelligenza di chi ci si avventura ancora, in molti potrebbero sbandierare un Danielewski a stregua di, chessò, moderno Borges, Calvino o X autore “alto” che ha prodotto anche narrativa fantastica.
Si tratta di un atteggiamento mentale per me debolissimo e offensivo nei confronti dello stesso genere (accettando per amor di discorso una divisione che è puramente questione merceologica) che si pensa di difendere e lo trovo meccanismo detestabile come pochi altri.

Certo che è paradossale che un romanzo che parla di una casa ben più grande all’interno di quanto lo sia all’esterno si riveli poi, al contrario, enorme all’esterno e piccino picciò una volta che si voltano le pagine…

Detto questo, e ribadita la natura totalmente derivativa e convenzionale dell’operazione in questione e avvisandovi ancora una volta dell’alto rischio di provare noia e insofferenza leggendo questo libro, non posso far altro che ribadirne comunque la sua importanza e raccomandarne la lettura, anche per discuterne su queste pagine, come al solito.
L’horror, a ogni modo, aveva bisogno del suo manifesto postmoderno (fuori tempo massimo) e sbrigata la questione (essendo il libro apparso nel 2000, mi pare ormai lecito affermare che il romanzo ha avuto ben poco effetto sulla scena e sulla produzione degli autori contemporanei, nonostante un buon riscontro di pubblico e critica) possiamo tornare ad affari più seri.

La versione italiana è da tempo introvabile ma ci sono almeno tre modi per consultare l'opera senza danneggiare troppo le vostre tasche.
Il metodo privilegiato, lo sapete, è quello di correre in biblioteca.
Molte biblioteche hanno disponibile questo testo, qui per esempio una ricerca sul sistema bibliotecario di Milano Est.
Il libro è rintracciabile su Amazon, 13 dollari nuovo, 6 dollari usato.
Infine, se volete consultare l'opera prima di comprala, il testo dovrebbe essere facilmente rintracciabile in versione elettronica presso servizi quali Gigapedia.

Collegamenti:

Pagina wikipedia sul romanzo
Altri libri nell'Elenco Recensioni Letteratura

Angolo Relax dopo troppe parole:

Il grandissimo Stan dice la sua sull'avventura Wall of Voodoo, metedrina e manager ladri compresi:

venerdì 23 aprile 2010

Vegetti e il Catalogo Sf, Fantasy e Horror

Ernesto_Vegetti
Ora che sono passati alcuni mesi dalla scomparsa di Ernesto Vegetti mi sento in grado di unirmi ai tantissimi, splendidi post che hanno omaggiato una persona rara all’interno del fandom italiano, un SIGNORE come probabilmente non mi accadrà più di incontrare.

Cortese ma fermo nelle sue opinioni, non era mai mosso da interessi di qualche tipo e anche per questo aveva idee solide e ben motivate su tanto di quel che avveniva nell’Italia del fantastico.

Non posso dire di averlo conosciuto più di tanto, lascio quindi alle belle parole di Iguana Jo (sua è anche la fotografia a corredo di questo post) e all’ottima iniziativa realizzata tempo fa da Davide Mana il compito di celebrare e rammentare la persona che era.
Me lo ricordo, in particolare, a un incontro alla Libreria del Giallo, a Milano, mi pare fosse qualcosa con Bordoni su King ma non sono sicuro, e lui se ne stava sorridente e tranquillo in mezzo a noi “ragazzini”, perfettamente a suo agio, gentile e disponibile con tutti.

Mi piace ricordare e celebrare l’uomo ora, con qualche mese di ritardo, così da ridestarne la memoria, e il modo migliore di farlo è attraverso quella che Vegetti ha realizzato in vita.

Ora…

Ernesto Vegetti ha quel tipo di fortuna rara che di solito, in questo campo, è esclusivo appannaggio dei più grandi scrittori, ovvero diventare immortale attraverso la propria opera.
E la più grande opera di Ernesto Vegetti è senza ombra di dubbio il Catalogo Sf, Fantasy e Horror che infatti molti chiamano, affettuosamente, il Vegettalogo.

Si tratta di uno strumento indispensabile per chiunque, dal fan alle prime armi che intende recuperare parte di quanto pubblicato in Italia di qualche suo beniamino al critico più serio che ben sa come spesso e volentieri un buon articolo o saggio nasca proprio a partire dalla bibliografia.

Vegetti, insieme a un bel gruppo di collaboratori, ha realizzato uno strumento unico e immortale e invito chiunque di voi non ne conosca ancora tutte le specifiche e possibilità a farsi un giro:


L’altro splendido, innegabile elemento di pregio del Vegettalogo è nel suo nascere dalla passione di alcuni elementi del fandom e dall’essere totalmente slegato da ogni fine commerciale.
Sì, d’accordo, seguendo un piccolo link in home si possono raggiungere alcuni negozi specializzati, ma non è certo una cosa né evidente né pesante e più che altro non entra certo a toccare le singole voci del catalogo con chissà quali collegamenti.
D’altronde è così che lo ha voluto Vegetti ed è altro motivo di ammirazione, visto che avrebbe benissimo potuto guadagnarci sopra e nessuno si sarebbe mai sognato di dirgli qualcosa.
Ve lo immaginate il Vegettalogo che collega molti dei titoli delle varie pagine, non so, ad Amazon.com?

Avere fra le mani un mezzo così potente e utile che ci giunge in modo gratuito e mai, mai legato a qualche tipo di logica di qualche editore in particolare o, peggio ancora, votato al commercio è l’elemento che, insieme alla completezza del mezzo, mi spinge ancora adesso a consultarlo spesso.

E ogni volta che lo consulto ovviamente mi torna in mente la figura del suo creatore, così come talvolta ricordo anche alcuni dei collaboratori che lo hanno aiutato in un lavoro massacrante, alla cui difficoltà e fatica non oso pensare.
Non sottovalutate mai un mezzo del genere, talvolta mi ci perdo anche solo a navigare così, senza scopo apparente e anche in questa modalità (anzi, chissà, forse ancora più che andando a cercare qualcosa di preciso) si fanno scoperte molto interessanti.

Volete sapere cosa hanno pubblicato in Italia di un determinato autore?
Avete bisogno di una bibliografia completa per avviare qualche ricerca o per scrivere un saggio?
Vi interessa conoscere chi ha tradotto chi e quando?
Volete sapere dove e quante volte quel racconto che magari spacciano per inedito è già apparso nel nostro Paese?
Sono queste e tante altre ancora le domande a cui potrete trovare risposta fra le pieghe elettroniche di questo incredibile FantaOracolo.

Sono molto, molto contento che il catalogo sia ancora in piedi e perfettamente funzionante, integro e ancora nella forma voluta da Vegetti: il modo migliore per rispettare una persona e ricordarla per sempre è proprio questo e sapere che là fuori sono ancora un sacco di persone disposte a continuare la sua opera senza farla morire o, per contro, modificarla e piegarla in modi che non gli sarebbero piaciuti è confortante (ringrazio quindi tute queste persone!) e mi rassicura sulla completezza delle innumerevoli bibliografie che dovrò ancora compilare in futuro.

Grazie, Ernesto.

mercoledì 21 aprile 2010

La città verrà distrutta all'alba (2010)

LA CITTÀ VERRÀ DISTRUTTA ALL’ALBA
2010, USA/Emirati Arabi, colore, 101 minuti
Regia: Breck Eisner
Soggetto/Sceneggiatura: Scott Kosar e Ray Wright da George A. Romero (1973)
Produzione: Overture Films, Participant Media e varie

Ogden Marsh è la classica cittadina americana media, con la sua Main Street, i campetti sportivi e le sue brave persone ce lavorano duro e poi vogliono giustamente divertirsi, magari gustandosi la locale partita di baseball.

Partita disturbata però proprio da una di queste brave persone, che si presenta sul campo armata di fucile, in evidente stato di confusione mentale, così minacciosa che alla fine lo sceriffo locale, David Dutten, è costretto a ucciderla.

E da quel momento Ogden Marsh non sarà più la stessa: sempre più persone si comportano stranamente passando da una iniziale abulia/catatonia a un atteggiamento violento, furioso e infine omicida, spesso nei confronti dei loro cari.

Mentre David, con sua moglie (il medico del paese) e il suo vice tenterà di far chiarezza su quanto sta accadendo, l’esercito circonda la città e la mette in isolamento, imprigionando sia i malati che i sani.

Riuscirà David a portare via da questo inferno sua moglie, che fra le altre cose è incinta? Oppure non ci riuscirà e rimarrà impotente prigioniero della città che verrà distrutta all’alba?

Basterebbe, come al solito, dare uno sguardo ai dati di produzione e ai nomi coinvolti per farsi una idea ben precisa del (appunto) “prodotto” che ci attende.
Troviamo quindi Scott Kosar e Ray Wright a riscrivere, prendendosi parecchie libertà, il già confuso, irrisolto e noioso copione romeriano dei primi anni Settanta.
Kosar, dimenticati i brillanti spunti de L’uomo senza sonno, ci ha regalato in rapida successione gli insipidi remake de Non aprite quella porta e The Amityville Horror mentre Wright è il responsabile del remake statunitense di Pulse e, non pago, ha scritto anche Case 39.

Entrambi sembrano specializzati nell’arte del disinnesco: dategli un materiale di partenza da cui copiare e loro riusciranno a mondarlo sia dei possibili sottotesti degni di interesse sia di qualsiasi spunto vivace, consegnandovi la formula ideale del remake del nuovo millennio, un film spento, prevedibile in ogni sua svolta, innocuo in ogni suo risvolto, patinato in ogni sua scena.
L’adattare ai tempi, per questi signori, equivale più o meno a piazzare vestiti, tecnologia, edifici, tagli di capelli contemporanei e poco più, tagliando via ogni messaggio pericoloso o comunque importante, senza preoccuparsi di sostituirlo con qualche possibile omologo del nuovo millennio.

Ecco quindi che La città verrà distrutta all’alba, lungi dall’essere un prodotto dei nostri anni, diventa una narrazione atemporale che da un lato ignora le provocazioni romeriane, ovviamente datate, e dall’altro non considera (non possiamo sapere se volontariamente o meno) tutte le moderne trattazioni su paranoia e contagio proposte da nuovi capisaldi del genere quali Pontypool o Right at your door.
Privati del sottotesto, possiamo solo sprofondare in poltrona a subire la trama e l’azione che, ahimè, sono quelle standard per una operazione del genere, veicolate in stile anonimo dallo yes man di turno Breck Eisner, che mostra quanto ripaghi l’avere uno stile al cloroformio, ottenendo per evidenti meriti sul campo il futuro remake di The Brood che, siamo sicuri, verrà anestetizzato e quindi violentato tanto quanto è capitato all’originale di Romero in questo caso.

Eppure mi aspetto che questo film, in uscita il prossimo venerdì anche qui da noi, ottenga un buon successo di pubblico proprio perché è pellicola che fa sentire intelligente lo spettatore che ne conosce già ogni possibile svolta, ogni comportamento dei personaggi, ogni colpo di scena e amministrazione dello splatter fino all’insopportabile finale cerchiobottista.
Ci si siede, si spegne il cervello (no?), ci si gode quanto previsto, si ha esattamente quello che ci si aspettava: d’altronde “io pago e quindi voglio quel che mi piace”.

E no, La città verrà distrutta all’alba non è un brutto film, non potrebbe mai esserlo con i soldi e i professionisti coinvolti, è più che altro un film mediocre e inutile, con le sue belle sparatorie, i suoi bravi zombie, il sangue cortese che sprizza e spruzza ma non troppo: in questo trattamento, dicevo, disinnescante vengono neutralizzati anche i potenziali insiti nell’accoppiare Timothy Olyphant a Radha Mitchell, entrambi avevano offerto ben altre prove in precedenza.
E tutto il reparto tecnico asseconda tale smussamento e ottundimento, senza mai osare nulla né scivolare al di sotto della soglia della sufficienza.

Romero, pur con scarsa efficacia, aveva un sacco di cose al fuoco nel suo originale, no?
Il Vietnam e i possibili esperimenti sui soldati, una scarsa fiducia nel governo e nelle forze militari o di polizia, una ancor più scarsa fiducia nell’Uomo in generale e nella sua capacità di mettere da parte egoismi e rancori per far fronte a una minaccia o tentare un passettino verso qualche tipo di miglioramento della società.
Eisner (figlio di un potente della Disney) che ricordiamo per aver combinato un mezzo disastro con Sahara, che pur aveva dietro un potenziale commerciale notevole, non ha nessun interesse nei contenuti e di conseguenza la trama non può che risultare robotica e noiosa copia carbone d tante altre, priva dell’anima necessaria a provocare un minimo di coinvolgimento.
E senza coinvolgimento sapete bene cosa accade, no?
Si assiste disinteressati a qualche personaggio che corre in tondo, rimanendo ogni tanto stupiti e ammirati per la bella esplosione, per il l’arto mozzato così carino, per il sangue che zampilla nel modo giusto, senza mai sporcare il corredo…

Evitare il sottotesto sociopolitico in film di questo tipo è mossa ben più micidiale rispetto ad altri tipi di horror ed è preoccupante indizio di come gli USA abbiano perso nel tempo una delle attitudini che più ammiravo in alcuni loro autori, ovvero la costante tendenza alla critica e autocritica, tendenza rivolta in particolare alle tante magagne della loro patria.
Ed evitare il politico e il sociologico trascina inevitabilmente con sè una incapacità di gestione degli spazi, della tensione e delle geometrie che svilisce il tutto al livello di un insipido survival game, con tanto di coppietta che di schiena, a due metri di distanza, sopravvive alla bomba atomica.
Come nei peggio videogiochi, tsanto il quadro era ormai completato, no?
Così vi rimane il vuoto intrattenimento, che son ben lieto di lasciare a chi appunto solo quello cerca.

Una famiglia muore in un incendio?
Chissenefrega. Però, cavoli, hai visto come brucia bene la casa!
Un personaggio secondario crepa male?
E allora? Oh, ma è morto davvero male, fiko!
Riusciranno i nostri eroi a sopravvivere?
Boh, è uguale, piuttosto: è finito il popcorn, puoi andare a prendermene dell’altro?
Di cosa parlava il film?
Uh. Ah. ‘petta eh. Ora te lo dico eh. Ah, cavoli, ma è uscito il remake di Clash of the Titans! In 3-D! Scusa, devo andare!!!

Si tratta di sano intrattenimento.
Bisogna andarci senza pretendere molto.
Bisogna andarci a cervello spento e godersi l’impalamento con forcone.
Sei tu che non sai rilassarti.

E centomila altre frasi retoriche, tutte potenti, tutte vere, tutte disponibili all’hard discount per darvi qualche scusante per correre in sala venerdì prossimo.
A cervello spento, che è così che vi vogliono, mi raccomando.
Spegnere il cervello diventa sempre più un obbligo e un pregio, una raccomandazione, un saper stare al gioco, un essere oltre e sopra, così almeno si gode.
Perché con il cervello acceso non si godrebbe e si dovrebbe cercare altrove.

Come recitavano quei cartelli in Essi vivono?
Appunto.

Doppiaggio vergognoso.
Buona visione.

Collegamenti:

Case 39
The Amityville Horror
Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:

lunedì 19 aprile 2010

Mutants (2009)

mutants_2009_movie_Film_poster_locandinaMUTANTS
2009, Francia, colore, 95 minuti
Regia: David Morlet

Soggetto/Sceneggiatura: David Morlet e Louis-Paul Desanges

Produzione: Sombrero Production e varie


In seguito a una pandemia di un virus che trasforma lentamente l’infetto in un mutante bestiale e feroce, l’umanità fronteggia una grave crisi e il caos regna ovunque.
Sonia e Marco sono due medici in viaggio, insieme a dei militari, su una ambulanza. Uno dei soldati uccide l’altro e poco dopo muore in un confronto con Sonia e Marco che si ritrovano infine isolati in un grandissimo complesso abbandonato, che sorge in mezzo alle montagne.


Il problema principale è che Sonia aspetta un figlio da Marco che purtroppo scopre di essere infetto.

Con orde di mutanti alle porte del complesso sepolto sotto la neve e gli aiuti da un centro militare che stentano ad arrivare la donna si trova costretta a prendere una difficile decisione: uccidere Marco quando è ancora umano o imprigionarlo in qualche modo e lasciare che si trasformi in una belva violenta, sperando che si possa in seguito trovare una cura?


A complicare ulteriormente il quadro arriverà un gruppo di sopravissuti che non sembrano granché ben intenzionati…

Il fatto che il cinema horror francese goda di ottima salute non significa certo che anche da quelle parti non si girino film derivativi e banali, come questo Mutants che parte da ottime premesse nel primo terzo per poi avvitarsi sempre più in caduta libera e scegliere di proseguire lungo svolte e contenuti già testati da centinaia di altre pellicole simili finendo con il confluire nell’immenso, indistinto mare dei quattrocento zombie a ostacoli.

Louis-Paul Desanges, già visto all’opera poco tempo fa su Vertige, azzecca lo spunto iniziale: raddoppia la posta comune a gran parte dei film zombie (il nemico non sono tanto i morti viventi quanto noi stessi, le nostre divisioni, la nostra incapacità a collaborare persino quando ne va della vita) e butta sul piatto dell’assedio noi-loro il legame fra Sonia e Marco, l’infezione mortale di lui e quella vitale di lei.

Sospinto da questa ottima partenza ai blocchi, il runner Mutants se la cava benino fino a quasi metà percorso, salvo poi ritrovarsi in vistosissimo debito d’ossigeno: la situazione dei due, intrappolati da soli nell’enorme edificio, diventa ben presto priva di sb(l)occhi narrativi degni di nota e sceneggiatore e regista sono obbligati a muovere altre pedine, sperando che accada qualcosa.

E qualcosa accade nel senso che Mutants viene raggiunto e inglobato a metà corsa dal gruppone delle normali, ordinarie storie di zombie contro umani e da lì non riesce più a ritrovare la forma atletica e mentale per distanziare nuovamente gli inseguitori, finendo irrimediabilmente assimilato fino alla fine.

E quindi via con le solite dinamiche fra l’eroina e i cattivoni di turno e fra entrambi e i mutanti assedianti, con le prevedibili scene di cattiveria e vessazione nei confronti di Sonia, le altrettanto scontate morti dei personaggi minori, l’obbligatoria dose di azione e splatter fino all’inevitabile trasformazione di Sonia nell’epica e dura eroina di turno.

Il che non significa che Mutants diventi qualitativamente orrendo e che non ci siano momenti interessanti nella seconda parte, ma rimane il rammarico di fronte a una situazione iniziale che poteva proseguire lungo sentieri meno esplorati.

A alzare di una tacca il livello dell’attenzione e del giudizio finale c’è anche il setting dell’intera vicenda, con la mossa azzeccata di avventurarsi fra montagne innevate alla ricerca dell’Overlook Hotel giusto per l'occasione, recherche che si conclude nello spettrale e mastodontico complesso che offre le stanze e i sotterranei giusti per giocare prima la partita a due fra Sonia e Marco e poi l’ammucchiata fra zombi e umani: un plauso allo scenografo e a chi ha scovato la location.

Aggiungete al mix un buon cast nel quale ognuno riesce a incarnare con professionalità il ruolo affidato, le solite riprese parkinsoniane dalle quali non riusciremo più a liberarci, temo, e una certa overdose nel reparto simbolico e potrete più o meno farvi l’idea di cosa vi attende.

D’accordo che da parecchio tempo l’eroina di questi film deve essere, oltre che amazzone guerriera, anche inevitabile portatrice di vita e speranza in un mondo “maschile” devastato dal morbo dell’autodistruzione, ma sovraccaricare il personaggio Sonia con l’accumulo di donna+medico+gravidanza+immunità pare davvero troppo.

Titoli e cineasti di riferimento vari li potete indovinare da soli senza che stia a fare il pedante nominadoli uno per uno, potete invece star tranquilli che, trattandosi di pellicola francese, il sangue verrà spruzzato sui muri con maggior cura e occhio per l'impatto estetico delle varie emogoccioline, le donne verranno sottoposte a una dose standard di vessazioni maggiore rispetto alla media e i protagonisti maschi avranno spesso sfumature fra il sardonico, lo spaccone e l’ironico.

Pellicola buona per i completisti, per gli amanti dell’horror francese senza se e senza ma, per chi se ne frega di cambi di psicologia immotivati e per chi riesce a godersi scenografie ben fotografate abitate da personaggi privi di grande spessore.

Un discreto zombie-porridge della sera prima riscaldato a dovere, insomma, ma sapete che oltralpe usano un sacco d’aglio e condimenti, quindi anche lo scarto del giorno precedente, o meglio, dei ventotto giorni prima, può diventare comunque apprezzabile.
O indigesto, a seconda di come siete abituati a tavola.

Collegamenti:

Vertige
Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema


venerdì 16 aprile 2010

Salvage (2009)

Salvage_Movie_poster_locandinaSALVAGE
2009, UK, colore, 89 minuti
Regia: Lawrence Gough
Soggetto/Sceneggiatura: Lawrence Gough, Colin O'Donnell, Alan Patttison
Produzione: Hoax Films

Beth è una adolescente che viene accompagnata da suo padre a passare le vacanze di Natale a casa della madre. due sono da tempo divorziati: la madre di Jodie, Beth, ha preferito la carriera invece della vita famigliare e la figlia è piena di risentimento e accetta di farle visita solo per amore del padre.

Quando Jodie entra però a casa trova Beth che sta facendo sesso con un perfetto sconosciuto, tal Kieran. La ragazza, disgustata dal comportamento del genitore, litiga e si rifugia a casa di una vicina.
Beth cerca di convincere Jodie a rientrare per parlare ma proprio mentre è alla porta della vicina il quartiere viene occupato da poliziotti delle forze speciali che trattano tutti i civili in modo molto rude e obbligano Beth a ritornare in casa, non prima di aver ucciso un medico orientale che era uscito di casa con una mannaia, completamente coperto di sangue.

Chiusa in casa con l'inutile, nervoso e pauroso Kieran, Beth non riesce a capire cosa stia accadendo, le notizie parlano di un misterioso contenitore spiaggiato poco distante e di una serie di violenti omicidi nel corso della mattinata. La donna avrà finalmente occasione di dimostrare alla figlia tutto il suo amore cercando di recuperarla dalla casa dei vicini, ma non sarà così facile...

Il livello dell'horror-potere di una produzione nazionale non si misura (o perlomeno, non solo e non tanto) in base a rari exploit e fenomeni isolati, bensì guardando al livello medio e frequenza dei vari titoli annuali, ed è ormai fatto conclamato quanto stia volando alto il Regno Unito.

Vola alto proprio in piccole produzioni come questo Salvage, girato a costo irrisorio fra gli scarti di set di serial tv in disarmo: una pellicola indipendente che non dice nulla di nuovo su paranoia, isolamento, panico, potere militare, assedio, privacy e sicurezza, ma questo "nulla di nuovo" è raccontato, per almeno due terzi del film, con ottima gestione e consapevolezza dei (limitati) mezzi e veicolato attraverso scelte di cast azzeccate e funzionali.
Aggiungete al tutto due o tre svolte di trama non del tutto prevedibili e standard e avrete di fronte il classico titolo medio da vedere e raccomandare in giro agli appassionati di certe situazione e perfettamente adatto anche a chi non è abituato a masticare zombie, mutanti e frattaglie ogni secondo della sua vita.

Il principale pregio del film, almeno per il sottoscritto, risiede nei due protagonisti (Beth e Kieran) e nelle loro psicologie.
Aprire la porta della camera da letto e vedere scopare (per altro molto realisticamente e senza spararsi le pose) due attori come Neve McIntosh e Shaun Dooley, con la loro pancetta, il tono muscolare non esattamente da campione olimpico, calvizie e borse sotto gli occhi, beh, risveglia il mio interesse e lavora a favore della suspension of disbelief, specie quando di solito se aprite quella porta trovate invece il classico cazzetto palestrato biondo sopra la figa di plastica di turno, tutti ben pettinati e con l'alito che sa di Colgate alla fragola anche attraverso lo schermo.

Ecco, partendo così già mi si rizzano le antenne e mi interesso moto di più alle vicende di questa donna che, pentita dall'essersi buttata sulla carriera (e qui le teoriche femministe francesi avrebbero da ridire), sogna figlia e famiglia ospitando nel suo letto una serie impressionante di nullità, in un loop dal quale piacerebbe uscire se non fosse così difficile e costoso farlo.
Da lì, appena il tempo di visibiliare per la coraggiosa gestione che Neve McIntosh ha del suo trentasettenne corpo ed ecco che vengo nuovamente sorpreso e trascinato in altra direzione: poliziotti rudissimi e zerocomunicativi che cacciano tutti quanti in casa senza tante preghiere e un orientale blastato nel cortile di casa come se fosse normale routine.

Cosa succede?
Difficile capirlo, ma l'attenzione si sposta di nuovo sulla McIntosh e su un attore di grandi capacità come Shaun Dooley.
Avendolo osservato come padre incattivito e violento di Eden Lake e poliziotto corrotto e sadico nella trilogia di Red Riding, appena l'ho visto spuntare in Salvage mi sono preparato a qualche tipo di personaggio sulla falsariga delle due precedenti interpretazioni: Dooley invece tira fuori dal cappello un'altra ottima prova ma di segno quasi opposto, in un ruolo che mi ha sorpreso per qualità e accuratezza psicologica.

Accuratezza che ben si accosta al buttare di fronte alla camera corpi men che perfetti, in quanto descrive animi pieni zeppi di difetti, meschini ed egoisti. E io, che meschino ed egoista sono stato e che posso solo sperare e lottare per non tornare a esserlo, mi appassiono ancora di più alle vicende di due figure che diventano sempre di più persone invece che pupazzi ben palestrati e abbronzati.

Il budget minimo impone gestione della tensione all'interno di due o tre ambienti e tutto fila liscio per buona parte della pellicola, con gestione realistica delle scene di violenza e delle conseguenze di questi atti, qualche inquadratura interessante e le giuste escursioni fuori casa.
Frizioni e riconciliazioni fra i due sconosciuti Beth e Kieran fanno parte della manualistica base delle situazioni d'assedio, ma vengono gestite di nuovo con grande professionalità, di rivelazione in contrasto, di abbraccio in sorriso.

Giochiamo insomma dalle note parti di un Right at your door mischiato con qualche spruzzata di Romero, ottimo materiale di partenza che assicura da un lato facile riconoscimento da parte dello spettatore e dall'altro possibilità di operare variazioni interessanti su uno spartito solidissimo e già suonato centinaia di volte.

Il tutto veicolato senza le ormai abituali, fastidiose intromissioni a livello di colonna sonora troppo invadente (anche qui comunque, quando interviene è talvolta anticipatoria) e montaggio da piantagione boliviana, cercando di tenere sangue e violenza quasi sempre nei limiti della visione laterale: operazioni di minimalismo che aiutano la crescita di tensione e paranoia.

Qualche problema spunta nell'ultima parte del film, con il cambio di marcia e setting imposto dal ricambio/perdita delle pedine in gioco.
L'azione diventa più confusa, l'uscita di casa provoca calo di tensione e la comparsa del "mostro" (per quanto realizzata in maniera decente attraverso il make up ed evitando le potenziali secche del CGI a basso budget) uccide mistero, sospetto e paranoia, scagliandoci a peso morto verso una trattazione più banale.

Per fortuna il finale contribuisce a riabilitare in qualche misura gli ultimi venti minuti e usciamo da questa suburbia terrorizzata e militarizzata con la sensazione che gli autori inglesi abbiano ancora parecchio horror di buona fattura da offrire nei prossimi anni.

Non fatevi scappare questo gioiellino.

Collegamenti:

Eden Lake
Right at your door
Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:

mercoledì 14 aprile 2010

Critica e querele

Post lungo e superpippone, chi vuole leggere recensioni salti la lettura, venerdì parlerò di qualche film, abbiate pazienza due giorni.

Dottor_Intestino
Come vi avevo già detto a inizio recensione di The Descent 2, l'ultimo mese è stato bello tosto per quanto riguarda sia il clima regnante in alcuni settori di Rete che frequento sia per quel che concerne gli impegni personali.

Nel giro di due-tre settimane sono accaduti alcuni eventi spiacevoli che inevitabilmente mi hanno destato una serie di riflessioni, spingendomi infine a mettere in cantiere l'ennesimo progetto che ritarderà quelli precedenti.
Li ritarderà perché lo ritengo più importante e anche più urgente.

Procediamo per ordine sparso, confondendo il personale con quanto accade anche a molti altri in giro ed elencando ad muzzum:

- Di recente una persona che scrive in Rete (blog, e-book e articoli vari) e che conosco bene, che reputo un amico anche se per ora non ci siamo ancora conosciuti dal vivo, ha ricevuto una querela in seguito a un suo post in cui parlava di editoria a pagamento.
Non intendo rivelarvi l'identità di questo amico, non chiedete, se vorrà ne parlerà lui, fa bene a mantenere al momento un profilo molto basso.
Pensate solo che questa persona è sempre, sempre ben più equilibrata e cortese del sottoscritto, mai e poi mai lo avrei immaginato come target di querele.
Non è il solo, anzi, l'elenco è purtroppo lungo.

- La progressiva e inarrestabile riduzione del numero di critici in organico in moltissime testate, in particolare per quanto concerne le pubblicazioni cartacee negli USA.

- Le minacce di violenza fisica, gli insulti e le promesse di adire a vie legali che ho ricevuto in parecchie occasioni, ultima delle quali Orvieto (ma anche in occasione di passate recensioni di libri, quando ho parlato degli ultimi film di Dario Argento o quando ho discusso del livello qualitativo di alcuni portali horror in Italia). Stesse minacce e insulti le trovate più o meno uguali in moltissimi pezzi di critica sparsi per la Rete.

- La progressiva diminuzione degli accrediti stampa e delle proiezioni in anteprima per la stampa da parte di molte major cinematografiche, specie per quanto riguarda titoli dei quali già si sospetta una certa qualità traballante.

- Certa ingiustificabile attitudine da parte di alcuni critici, che paiono prediligere un generico attacco alla persona-scrittore invece di analizzare l'opera motivando con forza e dovizia di esempi i propri giudizi.

- Episodi assurdi come quelli elencati in questo pezzo apparso su Il Giornale che, per attitudine, toni, sostanza di quanto esprime e velati inviti e provocazioni portate avanti, trovo articolo particolarmente detestabile.

- La deprimente tendenza a polarizzare, ridurre e semplificare sempre e comunque qualsiasi tipo di problema complesso, formando vari ipotetici fronti di guerra, "critici contro scrittori" il più evidente fra tutti, favorendo e forzando lo "schierarsi" a ogni costo.

Potrei andare avanti ancora a lungo, ma ritengo che abbiate capito.
Io, per mia fortuna, mi trovo a non far parte di questa situazione nel particolare, in quanto non sono uno scrittore, non sono un critico e ultimamente non sono quasi nemmeno più un lettore/spettatore di opere del mercato italiano, ma ritengo comunque sia una trasformazione che coinvolge nel bene o nel male tutti quanti noi.

E come con tutte le trasformazioni (o rivoluzioni, termine che detesto) trovo sia impossibile fissare un punto d'inizio e uno di fine se non parecchi decenni dopo che le cose sono iniziate o finite: sono sempre sorpreso da chi ha la lucidità per riuscire a fissare linee di demarcazione mentre gli avvenimenti accadono...

Ritengo che sia un problema che sorpassa il concetto di "critica accademica", pur colpendolo in pieno, per andare a toccare il ben più vasto campo dell'attività "critica" in generale condotta da tutti quei fruitori che non riescono ad adagiarsi al mero livello del consumo reiterato e indifferente.

E, beninteso, non sono nemmeno coinvolto in qualità di strenuo sostenitore di chi si schiera sempre e comunque, pur amando esprimere il mio pensiero.
A me chi non si schiera spesso piace molto: sugli "ignavi" la penso molto più come Cioran che come Dante.

Ma sono tutte spie di allarme del compimento di un processo in atto da una trentina d'anni e più: la morte della critica e, per esteso, della possibilità di un dialogo costruttivo fra più parti, dialogo nel quale se porti avanti le tue idee con dati, ragionamenti e domande ricevi magari risposte, ammissioni, riconoscimenti o, in caso contrario, dimostrazioni logiche, di nuovo con dati e ragionamenti, che le tue critiche sono infondate, del tutto o parzialmente.

Al posto di questo processo abbiamo invece ora un bazar di confronti di basso livello, dove pare contare solo la posizione di eventuale potere di uno dei due poli, e con la facilissima, inevitabile caduta nell'epiteto, nella rissa, nella provocazione, nella querela, nella diffamazione e tanto altro ancora.
Posizioni di potere che se un tempo erano nette (per autorevolezza acquisita sul campo, numero di pubblicazioni, numero di lettori e tanti alti dati) ora diventano assai più sfumate e cangianti, visto che, persino su un elemento cardine come il numero di lettori, parecchi siti più o meno importanti possono vantare cifre che fanno impallidire il numero medio di copie vendute sia di molti scrittori sia delle riviste contenenti interventi critici.

Spariti i ragionamenti sull'opera, non possiamo far altro che assistere a uno squallido circo di accuse. Beninteso, la mia non è certo una difesa dei critici, ho letto cose atroci anche da parte loro e anche loro abusano del poco potere che hanno, spesso parlano di romanzi mai letti (ma non ho le prove di questo, rimane sensazione) e scrivono pezzi ancora più indegni dello scadente romanzo analizzato, ci mancherebbe.
Il pregiudizio è presente in entrambi i settori e allarga ancora di più un abisso già incolmabile.
La sensazione generale è quella di trovarsi alla fine di un'era che non mi è dato sapere se tornerà tanto facilmente.

La paura è che più andremo avanti più difficilmente ci imbatteremo nelle splendide pagine di un James Wood o di un Harold Bloom (faccio nomi stranieri per tentare di non localizzare un evento che trovo universale, sebbene da queste parti si versi come al solito in condizioni più gravi) o che se anche ci capitassero, tali pagine, verrebbero soffocate da un coro di recensioni di amici, parenti e fan, pronti allo scontro più feroce nel caso non ci uniformi al loro parere.

Se l'attacco alla persona-scrittore è imperdonabile e ingiustificabile, lo è ovviamente anche quello alla persona-critico, no?
Eppure ormai si sprecano i cori di "critico vai a lavorare", "il parere di Bloom conta quanto quello di una lettrice tredicenne di Twilight", "allora fallo tu se sei capace" o ancora l'inevitabile reductio all'Invidia, vero e unico motore di chiunque scriva perché una certa opera d'arte non lo ha convinto del tutto.

Querelle_De_Tifò
Per quanto non sia coinvolto non indossando nessuno dei due panni, è ovvio che rivolga contro me stesso, periodicamente, tutti i dubbi e gli strumenti che uso nell'analisi degli altri e non se ne esce, purtroppo, senza colpa.
Mi è capitato, non spesso per fortuna, di trascendere, insinuare dubbi con una certa cattiveria, scadere nell'ironia più facile.
Nulla di grave e per fortuna tutto ciò sempre accompagnato da una marea di dati e considerazioni, ma ritengo che l'ammissione di colpe e difetti sia un vero e proprio punto di forza, necessario per costruire un modus operandi ancora migliore, privo di punti che possano far perdere valore all'intero discorso.
Se vogliamo un clima migliore, prima di puntare il dito contro chi inquina è sempre meglio controllare il nostro livello di emissioni nocive.
Ovvio quindi che vi chieda di sorvegliare con attenzione sul mio operato: ogni volta che vi sembra che stia lavorando sulla persona invece che sull'opera, vi prego, fatemelo notare che vedrò di porre rimedio.

Siamo più o meno nella fine di un'epoca.

Ancora poco tempo e il parere dei critici non varrà più nulla, sostituito da commenti, sponsor-thread su anobii e post pieni di wink-wink, pollici alzati e "minchia quanto è fiko quello scrittore" o, per contro, affollati di "che libro di mmmerda" "tizio è proprio un misero incapace deve andare a coltivare".
Con tutto il rispetto che ho per alcuni commenti e post letti in giro per la Rete nel corso degli anni, raramente ho trovato un blogger fai da te che possedesse le capacità di analisi e scrittura di un Wood.
Molto, molto raramente.
Io cerco di essere aperto, mi sono ripetuto mille volte che il parere del ragazzino conta quanto quello del Critico, ma alla riprova dei fatti non c'è mai stato confronto: leggendo dei professionisti ho spesso imparato molto e anche quando non ho condiviso il loro parere mi sono goduto la lettura del pezzo, cosa che mi accade ben più raramente (il che non vuol dire mai, sia chiaro) con chi non ha una preparazione accademica o semi-accademica.
Si tratta anche di una questione numerica: a fronte di un commento o post molto approfondito (positivo o negativo poco importa) trovo poi miliardi di commenti e post assai superficiali e inutili, fino ad arrivare a certi siti o blog che paiono più gli uffici stampa di una casa editrice o di una major cinematografica che un progetto di analisi critica serio, con dietro un metodo, studi, concetti, visioni.

Chi ne guadagnerà da questa situazione?
Non ne ho idea.
Non penso che recensioni negative o positive riescano a muovere le vendite, quindi non credo che le case editrici beneficeranno della scomparsa della critica, non so, forse alcune fra le piccole potrebbero sentire qualche effetto, non ho dati.

Né cambierà molto la vita dei lettori o degli scrittori, se non nel caso di quei lettori che cercano testi critici per avere più mezzi di comprensione del testo, quei lettori che hanno voglia di imparare e non si accontentano delle armi a loro disposizione ma ne cercano sempre di nuove, quei lettori che invece di far volare epiteti o di darsi il cinque con lo scrittore/critico avevano voglia di discutere seriamente sull'opera in questione, persino quei lettori (io sono uno di questi) che usano le critiche e le recensioni per decidere alcuni acquisti.
Idem per gli scrittori, ci perderanno quelli che recepivano le critiche come strumento utile per migliorare (e comprendere) il proprio operato, ci guadagneranno quelli che cercano solo il plauso (ma, attenti, venato di qualche annotazione critica minore e innocua, tanto per non rendere troppo trasparente il giochino del consenso).

E non riesco a vedere questa trasformazione come negativa o positiva, mi limito a prenderne atto e continuare per la strada che mi piace.
Ritengo che alla fine siamo arrivati dove fosse naturale e ovvio arrivare: a furia di ripeterci giorno dopo giorno che il libro è un prodotto commerciale come qualsiasi altro, che le case editrici devono guadagnare e non sono istituti di beneficenza, che i romanzi hanno "target" e "soglie" e "specifiche", ecco, siamo arrivati a questo.
Trovo perfettamente normale che forzando questa concezione del libro la critica vada scomparendo e non bisogna più di tanto piangerci sopra.
Se i libri sono come le automobili, gli stereo o i pomodori in scatola è giusto che ricevano non critiche e recensioni dettagliate bensì schede di Altroconsumo o Quattroruote, con tanto di tabelle tecniche, stelline, voti numerici e tutto quel che può servire al consumatore per la scelta.

Come tentare di operare ancora pur essendo convinti, totalmente convinti che si tratti di una battaglia persa e che stiamo dando scosse a un paziente ormai morto?
Beh, ritengo si debba agire su più fronti, uno dei quali è senza dubbio quello dello specchio a casa nostra.

Bisogna essere impietosi nei confronti dell'opera e pietosissimi nei confronti dell'essere umano che esiste dietro l'opera.

Bisogna riuscire a non scadere mai, mai in attacchi immotivati alla persona (a meno che non abbiate evidenti prove, ovvio) ed essere sempre, sempre aperti a ogni tipo di confronto e domanda.

Non bisogna MAI temere di ammettere un torto o un fallimento, specie quando ben dimostrati da chi accetta di dialogare con noi. Si cresce da lì, non dal consenso bovino o dalla negazione reiterata.

Bisogna controllare e ricontrollare la propria critica, sia dal punto di vista dei dati che per quanto riguarda lo stile, proprio come se si trattasse di narrativa (per me lo è, ma so che non molti la pensano così, ecco il perché di quel "come se").

Bisogna concentrarsi esclusivamente sull'opera, lasciando perdere i sentito dire, le considerazioni su meccanismi editoriali che spesso si conoscono poco e male, i gossip su Tizio e Caio. Bisogna anche riuscire a bypassare eventuali antipatie personali, sarebbe imperdonabile farle pesare in qualche tipo di analisi del testo.

Bisogna avere rispetto e riuscire a non perdere mai la calma di fronte agli inevitabili attacchi.
Bisogna evitare di sentirsi esclusi (o, peggio ancora, inclusi) da qualche tipo di gruppo o schieramento o cospirazione. Di solito non esistono e quindi farete bene a non sentirvi parte o meno di una cosa che non esiste, quando invece esistono è comunque meglio non farsi distrarre da questi meccanismi.

Bisogna, infine, non avere paura.

E qui arrivo al vero motivo del post, motivo solo annunciato all'inizio.
Una querela, specie se spedita da una casa editrice o una major agguerrita, provoca inevitabilmente un minimo di paura in chi la riceve, specie se è la prima volta o se si è molto giovani.
Deve provocare timore, è il suo scopo, molto di più dell'eventuale pagamento della somma di denaro.
Deve indurvi a ritirare tutto, a fare ammenda e mea culpa. Anche quando sapete di avere ragione, anche quando avete dalla vostra dati e ragionamenti.
Le querele purtroppo non sono il normale, per quanto sgradevole epiteto di chi non sa confrontarsi su un piano razionale.
Sono, spesso, facendo i dovuti confronti, la testa di cavallo sul letto.
E necessitano quindi di ben diverso approccio rispetto alla pazienza/indifferenza che possiamo riservare all'epiteto.

Testa_Cavallo_Morto
Tanto per farvi capire la potenza di una querela, mi permetto di pubblicare un piccolo stralcio da una delle mail che ho ricevuto da questo amico scrittore.
So che in certa misura così facendo violerò la privacy, ma tengo comunque il tutto in forma anonima e si tratta di un piccolo passo:

(...) nelle 24 ore dopo la simpatica querela avevo solo voglia di chiudere l'intero blog, o limitarlo a post innocui, magari senza la possibilità di commentare. Ovviamente così non è stato, ma avverto comunque un gran senso di scoramento, una voglia di limitare la mia presenza sul Web e di dimenticare certi circoli malsani di gente ancor più malsana.
Come già detto, capisco bene perché tu cerchi di evitare - laddove è possibile - polemiche e analisi incisive come quelle che facevi fino a qualche mese fa (...)


Capite?

E se questa persona si fosse fatta davvero prendere dallo scoramento e avesse chiuso e cancellato il blog per sempre?
Bisogna quindi reagire.
La paura si può superare con alcuni mezzi.
Contornarsi di persone che aiutino la tua causa.
Munirsi di conoscenza.
Avere a disposizione persone specializzate che sappiano consigliare cosa sia meglio fare in determinate condizioni.

Questo io vi chiedo.
Nelle prossime settimane cercherò di accumulare quante più informazioni possibili sul diritto in Rete, su casi di querela, su consigli legali e testimonianze.
Link, testi, articoli. Qualsiasi cosa.
Poi vedrò di riassumere tutte queste informazioni in una sorta di post-vademecum, una guida for dummies, qualcosa che possa tornare utile a chi vive questo tipo di problemi.
Magari con una raccolta di soldi che vada a finire dentro un fondo fisso.
Magari con una serie di indirizzi e numeri di telefono di avvocati esperti in questo campo.
Magari con qualcuno pronto a rispondere alle vostre domande.
E tante altre cose ancora.
Per non rimanere soli e non avere paura.
Quindi inviatemi (per mail o qui nei commenti) qualsiasi tipo di informazione vi possa sembrare utile, ok?
Davvero, senza la vostra collaborazione tutto questo sarà estremamente più lungo, laborioso e difficile.
E se non mi smuove altro, fatevi smuovere dall'egoismo: potrebbe prima o poi capitare anche a voi di beccare una querela, non vi piacerebbe in tal caso essere aiutati?
E consideratemi quel che sono: un assoluto e totale ignorante in materia, un deficiente che vuol provare a capire qualcosa, vuole avere qualche informazione e mettere poi queste informazioni al servizio di tutti, in un post che avrà un link fisso ben visibile per sempre qui nella colonna di destra.

Infine, a chi ancora crede alla possibilità di una critica.
Questa NON è una guerra.
La guerra, se tale era, è già stata combattuta decadi fa e siamo stati sconfitti senza possibilità alcuna di rivincita, sia chiaro.
Capita, pazienza, non fatene un dramma.
Si tratta solo, ben più semplicemente, di decidere come andare a morire dopo questa sconfitta.

E forse è meglio andare a morire da furbi e sereni piuttosto che da stupidi pieni di paura.
Quindi se io cercherò di sbattermi per mettere insieme queste informazioni voi avete il dovere di farvi più furbi e capaci.
Se pensate o avete le prove che qualcuno sia un gran truffatore, non sparate termini come truffa, ladro, imbroglio, bastardo ecc ecc.
Se un romanzo vi pare disastroso sotto ogni punta di vista non dite che lo scrittore è "un analfabeta mezzo scemo".
Se su un sito vi sembra che accadano cose poco chiare, non partite subito con un "sono mafiosi".
Di Grillo ne basta e avanza uno.
In sostanza è lo stesso problema dello show don't tell, no?
Lasciate che sia il lettore ad arrivare, mentre scorre il vostro pezzo, alle varie conclusioni "allora sono mafiosi, è un analfabeta mezzo scemo" o, per contro "devo avere questo libro" "meglio bookmarkare questo sito" e tutto il resto.

Termini e toni di quel tipo servono solo a dare appigli ai querelanti.
State calmi e scrivete articoli che non abbiano debolezze, carenze o punti fuori tema.
Rimanete sul pezzo, non lasciatevi portare in rissa dai provocatori.
Recentemente mi hanno più o meno detto, dopo aver tentato di provocarmi in ogni modo, che questa mia attitudine "Zen" non mi porterà da nessuna parte.
Ora... A me è stato detto di tutto in vita: anarchico di merda, comunista mortaccione, fascista devi morire, metallaro del cazzo, patetico coglione (quello anche le donne con cui sono stato, ma è altro campo di critica, forse anche lì ci vorrebbero le tabelle di Quattroruote...) e tanto tanto altro ancora.
Zen è la prima volta e proprio non me lo sento, ma ne capisco il senso (assai distorto, lo so) e mi fa piacere perché ne intravedo il grandissimo potere.
La calma, l'attenzione e la consapevolezza nel motivare le vostre critiche possono farvi vincere dove invece la pancia e la furia vi faranno sicuramente perdere, se volete vedere tutto come una partita o una guerra.

Preparatevi una serie di risposte standard alle accuse più frequenti (le solite: "lo fai per invidia, lo fai per farti una fama, la critica/saggistica è cosa ben minore rispetto alla narrativa, scrivere in Rete è roba da minorati rispetto a pubblicare su carta, stai parlando di un libro/evento insignificante, vuoi solo rovinare la scena, tanto X vende migliaia di copie e tu?"), è facilissimo proprio perché più o meno gli attacchi sono prevedibili e sempre uguali.
Una volta che avete queste risposte standard potrete copiare/incollare cambiando eventualmente solo qualche nome e potrete rispondere al 90% delle persone malintenzionate con due click, che è un guadagno mica da poco.

Voi state calmissimi e continuate a vedere il mondo con occhi critici, al resto, ai vari problemi psicolegali vedremo di pensarci tutti insieme, ok?
Se bisogna morire e scomparire, tanto vale farlo in modo degno e a testa alta, salutando da morituri e continuando a fare quello in cui crediamo fino alla fine.

Cominciate a far piovere le segnalazioni e i consigli, mi raccomando.

Tutti piccoli leoni, dai...

martedì 13 aprile 2010

Son soddisfazioni...

Molti sono (giustamente) soddisfatti quando viene pubblicato un loro racconto, un romanzo o quando vincono un premio.
Le targhette che ho accumulato quando ancora partecipavo ai concorsi sono tutte a casa di mia nonna, da anni. Lei è convinta che siano robe di premi di giornalismo Rai e vai a sapere che altro e chi sono io per contrariarla, giusto? Stanno meglio a casa sua che a casa mia.
Stesso dicasi per le copie cartacee dei vari volumi e riviste che mi hanno ospitato. Non saprei dire dove esse siano e poco mi interessa. Altri ne verranno, mi auguro.


Brian_Keene_Gruppo_XII_CONQUEROR_WORMS
Ma che Brian Keene venga finalmente pubblicato in Italia, beh, ecco, mi riempie di orgoglio e soddisfazione molto, molto di più della pubblicazione di un mio racconto.
E pubblicato da una casa editrice che penso saprà esaltarne le qualità e non relegarlo a una fugace apparizione di una quindicina di giorni in edicola per poi finire al macero.
Con una copertina fatta come Cthulhu comanda e un lavoro di traduzione ed editing degno di questo nome.
Sapevo la cosa da mesi e avendo dato la mia parola ero rimasto in silenzio, ma se volete farmi del male confidatemi un segreto chiedendomi poi di non dirlo in giro: obbedisco ma patisco come una bestia.

Ecco qui l'annuncio, direttamente dalle pagine del suo sito:

Italian Worms
Apr 10th, 2010
by Brian.

I’m happy to announce that Edizioni Xii will publish an Italian edition of The Conqueror Worms later this year. More Italian editions to follow. By my calculation that now puts me in print in Germany, Austria, Thailand, Poland, France, and Spain, as well as the original English editions.

Da dove deriva la mia soddisfazione?
Dal fatto che sono stato il primo a parlarne in Italia, molto, molto tempo fa (e McNab anche, ci ha messo del suo eh, sia chiaro).
Stessa cosa mi era capitata con Jack Ketchum (prima era fugacemente comparso con un suo romanzo anni or sono) che poi ha conosciuto l'onore di vedere due suoi lavori tradotti da Gargoyle e Mondadori.
A me piace pensare che sia leggermente diverso dall'aver passato i tempo a encomiare i soliti quattro noti pubblicati e ripubblicati a nausea in Italia, sui quali esiste già da eoni un consolidatissimo apparato critico che permette di, come dire, parlarne in modo assai tranquillo e sicuro.
Mi piace pensare che andare a scovare nomi non ancora scoperti e non ancora coperti da una adeguata analisi sia in qualche modo più stimolante e psicoattivante rispetto all'elogiare, secondo le usuali modalità, l'ultimo King o a far girare il proprio sito come se fosse la Pravda di due o tre case editrici.
Questione di gusti, immagino.
E in più, ehi, è solo la fortuna e il caso, la stessa botta di culo che mi ha fatto azzeccare i vincitori di Orvieto: Nostradamus veglia su di me, ormai è chiaro.

Quindi sì, sono molto, molto contento e molto, molto fiero.
Keene merita, come meritava Ketchum, come meriterebbero centinaia di altri autori.
Autori che vorrei vedere incassare un sacco di soldi e intasare gli scaffali delle librerie nostrane, alla faccia dell'invidia, eh?
E di alcuni di loro continuerò a parlarvi dalle pagine di Malpertuis.
Non sia mai che Nostradamus non trovi una casa editrice italiana anche ad altri di cui parlo e ho parlato.

Preparatevi a una apocalisse di vermi giganti...
Grande Brian, vai e spacca tutto!

lunedì 12 aprile 2010

Il miglior romanzo fantasy del 2009...

Chi legge Malpertuis sa bene quanto il sottoscritto non ami in modo particolare quel sottogenere della letteratura fantastica che prende le mosse da Tolkien per arrivare fino ai suoi più o meno insipidi epigoni contemporanei.

Difficile ormai seguire tutto quel che esce in Italia, fra autori tradotti e quelli nostrani, a prescindere da discorsi di livello qualitativo (altrimenti non ne usciamo più vivi): difficile persino con il metodo adottato negli ultimi anni (lettura delle prime venti pagine su qualche comoda poltrona Feltrinelli) che mi ha permesso di sfoltire alquanto i vari elenchi di arretrati.

Potete immaginare quindi la felicità quando, dopo mesi e mesi di letture atroci, sono finalmente incappato in quello che ritengo il miglior romanzo di questo sottogenere fantastico apparso in Italia nel 2009-2010...

Dragon_Age_CopertinaL'Era del Drago
di Mark Darrah e Dan Tudge

Dopo 400 anni di relativa pace Ferelden vive il suo momento peggiore: guerre civili dividono città e regni, i popoli hanno dimenticato le eroiche gesta dei Grey Wardens e ora guarda con sospetto se non aperta ostilità i guerrieri che un tempo li avevano liberati dalla prima invasione dei temuti Dark Spawn, prole demoniaca proveniente da altri piani dimensionali.

In mezzo a questo caos, i Dark Spawn tentano nuovamente di prendere possesso del continente sia con la forza che con una intricata ragnatela di tradimenti e cospirazioni.
Il destino di molti è nelle mani di pochi eroi che dovranno riuscire sia a riunire varie fazioni e razze sia a combattere la terribile prole oscura.

A me non interessa l'originalità, ormai lo sapete. Non la considero un valore importante, al massimo una interessante e positiva connotazione secondaria.
Raccontatemi mille volte la stessa storia, con qualche sfumatura diversa, raccontatemela bene e io sarò contento.
L'Era del Drago riesce a fare esattamente questo, in modo eccelso.
Utilizza tutti gli elementi alla base di un qualsiasi romanzo di questo particolare sottogenere del fantasy e narra la solita, vecchia storia di Bene contro Male, di eroismi e tradimenti, corruzione e sacrificio, draghi e demoni, compagnie e regni in declino.

Elementi che solitamente mi spingono a chiudere un libro entro le prime pagine persino quando sono scritti da autentici talenti.
Non in questo caso, non con questi autori, non con un'opera di questo genere che ribadisce, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, come non sia mai questione di storia o tipo di media bensì di come queste storie vengono narrate e questi media impiegati.

I personaggi sono estremamente curati sia nelle psicologie che negli atti da esse derivanti, dai protagonisti a tutti gli elementi secondari e di contorno e questa attenzione ovviamente si estende anche ai dialoghi, con alcuni fra i migliori scambi di battute mai letti in un romanzo fantasy.
La varietà degli eroi e dei loro caratteri garantirà che qualunque lettore riesca a immedesimarsi o schierarsi con alcuni di loro, appassionandosi ancora di più alle vicende.

Stessa valutazione d'eccellenza vale per quanto riguarda la gestione dell'atmosfera e dei vari paesaggi, tutti descritti con una dovizia di particolari che non scade mai nel didascalico o nell'infodump.
Le varie città brillano di luce e vita e viene riservato lo stesso livello qualitativo di scrittura sia che si parli di una comune stalla che dell'antro di un terribile drago.

Parecchie le scene memorabili e le svolte di trama imprevedibili; vi capiterà più di una volta di rabbrividire insieme agli eroi quando calerà all'improvviso un ragno gigante dal qualche nascondiglio in una caverna, così come gioirete per le vittorie e rimarrete stupefatti dalla serie di sorprese, agnizioni ed epifanie che vi attendono fra le pagine di questo romanzo.

I valori in più, che trasformano questo L'Era del Drago da ottimo romanzo fantasy a capolavoro degli ultimi tempi sono essenzialmente due: i vari livelli di lettura e la sua ripetibilità.
Potrete assaporare L'Era del Drago al livello più semplice e potente di puro svolgimento della trama principale o potrete perdervi attraverso decine e decine di sub-plot e sotto testi, così come vi troverete a rileggere il tutto più volte e a ogni lettura scoprirete qualche particolare in più, qualche sfumatura che in precedenza non avevate colto.

In tempi di letture fantasy non proprio eccelse (per quanto riguarda il mercato italiano) lasciarsi scappare un romanzo di questo livello sarebbe colpevole, visto che il livello dell'esperienza e l'attivazione dei neuroni che essa prevede non ha certo eguali nel panorama editoriale contemporaneo.
Raccomandato senza se e senza ma.

Come dite?
L'era del Drago/Dragon Age non è un romanzo bensì un videogioco?
Appunto...

Dragon Age: Origins
Bioware/EA, 2009
59 €

Booktrailer:


sabato 10 aprile 2010

No Means No


Il 6 maggio i NoMeansNo suoneranno a Milano.
Al Circolo Magnolia, purtroppo, ma ci sarò lo stesso.
Dico purtroppo perché si tratta di un circolo Arci e in più è frequentato da fighetteria milanese indie assortita ma pazienza, nulla che il mio orgoglio e il mio senso dell'estetica non possano superare con qualche whisky.

Inutile spiegare i NoMeansNo a chi non li conosce, appartengono a un'epoca in cui le parole hardcore e punk significavano altre cose rispetto a oggi.
Li ho già visti due volte, sarò ben lieto di fare tris.

Se qualcuno di voi malpertugianti sarà da quelle parti faccia un fischio così magari scambiamo qualche parola di persona. Ospiterei anche gente a casa, se non fosse che quel giorno smonto tardi da lavoro e il giorno dopo vado presto sempre al maledetto lavoro, sarei quindi un pessimo e assente padrone di casa.

C'è ancora un mese di tempo, cercate di non farvi scappare questa band...

Have you heard the news? The dead walk!