mercoledì 31 marzo 2010

Linkeroever (2008)

LINKEROEVER_left_bank_poster_locandinaLINKEROEVER
(LEFT BANK)
2008, Belgio, colore, 102 minuti
Regia: Pieter Van Hees
Soggetto/Sceneggiatura: Christophe Dirickx, Dimitri Karakatsanis e Pieter Van Hees
Produzione: Caviar Films, Vlaams Audioviseel Funds

Marie è una atleta di alto livello, che potrebbe rappresentare il Belgio in ogni tipo di gara internazionale ma appare costantemente insoddisfatta dei suoi risultati, sebbene a soli 22 anni abbia già accumulato una serie di trofei mondiali.

Pretende sempre di più da se stessa e si isola sempre di più sulla pista e fuori. Quando, in seguito a dei controlli medici, scoprirà di non poter gareggiare per un po', lo stop giungerà come utile occasione per riflettere sulla sua condizione e tentare di uscire dall'isolamento.

L'occasione giusta si presenta con Bob, un ragazzo sicuro di sé, venditore d'auto e arciere di buon livello. Marie accetta di uscire con lui e poco dopo, anche grazie al periodo di inattività, si trasferisce nel suo appartamento al Linkeroever, un quartiere di Anversa sulla sponda sinistra del fiume della città, in un palazzo prestigioso in mezzo al verde.

Purtroppo il periodo fatato dura poco: Marie scopre che la precedente inquilina dell'appartamento è scomparsa misteriosamente proprio mentre stava studiando antichi documenti che paiono comprovare come il palazzo sia stato costruito sopra un antico luogo di potere, il Cunnus Diaboli.

Marie scopre, con l'aiuto del fidanzato della ragazza scomparsa, l'esistenza di una antica gilda che ogni sette anni era solita sacrificare una giovane donna a questo pozzo di tenebra e, quando amici e parenti cominceranno a morire attorno a lei, scoprirà forse troppo tardi che la gilda potrebbe essere ancora attiva e molto potente.

Non serviva certo questo Linkeroever ad aggiungere il Belgio alla Fortezza Horror Europa, ci avevano già pensato a suo tempo opere importantissime come Il cameraman e l'assassino o Calvaire, ma il ruolo dell'ultimo film di Pieter Van Hees è in un certo senso ancora più importante dei titoli citati, in quanto conferma che no, non si è trattato di casi sporadici e anche in questo piccolo Paese è presente una continua, validissima riflessione sul non genere preferito nel Malperquartiere.

Riflessione che produce inevitabilmente una serie di pellicole le quali paiono giocare di sponda più con certo versante nordico che con la Francia, sia per quanto riguarda le atmosfere che per quel che concerne temi e contenuti.

E infatti pare di stare in un indifferenziato Grande Nord a guardare questo Left Bank che riesce a metter mano a temi pericolosamente borderline con il pacchiano (antichi riti pagani di misteriose Gilde, draghi nascosti sottoterra che pretendono sacrifici di donne, le Ley Lines...) senza mai vacillare e anzi attualizzando il tutto in modo esemplare e riuscendo, durante il processo, a infilarci anche qualche gradito sottotesto.

Gli ovvi punti di riferimento cinematografici per un film di questo tipo sono, scontatamente, da un lato Rosemary’s Baby e dall’altro The Wicker Man e se gli edifici modernamente brutti di Linkeroever non possono certo rivaleggiare con il Dakota Building è pur vero che il pozzo di catrame del Cunnus Diaboli esercita un fascino morboso, pari alla progressiva, inquietante metamorfosi del ginocchio di Marie, ferito in occasione di una caduta, o alle stranissime secrezioni vaginali di cui soffre la ragazza per buona parte del film.

Ed è su questi sottili, laconici e infrequenti sguardi nell’abisso, su queste sbiadite e imprecise ombre agli estremi del campo visivo che si gioca parte della riuscita di un film che il fan abituato alle sceneggiature hollywoodiane da laboratorio di scrittura farà presto a liquidare con un “non succede mai nulla”.

Sappiate che questo nulla è fatto di elementi importantissimi per la riuscita di un qualsiasi tipo di storia.
Quando un regista e degli sceneggiatori si prendono tutto il tempo necessario per farci interessare a un protagonista e ai vari personaggi di contorno invece di uccidere qualcuno ogni dieci minuti e far comparire un mostro in cgi ogni quarto d’ora, potete poi scommettere sul fatto che vi preoccuperete molto di più per le sorti di qualsiasi elemento disposto sulla scacchiera.

Elementi che non sono mai semplici pedoni di cartone: Marie è uno dei personaggi femminili migliori visti negli ultimi mesi e riesce a lavorare su una iniziale freddezza/introversione che genera un certo distacco nello spettatore fino ad attraversare ogni spettro espressivo e finendo con il convogliare attenzione e partecipazione totali, che porteranno inevitabilmente a temere per la sua sorte e a schierarsi, meccanismo preziosissimo nell’economia di molte narrazioni.

Questo grazie a uno script molto attento ai dialoghi e alle situazioni e a una attrice che offre con coraggio raro volto e corpo, entrambi anni luce distanti dagli standard silicon-losangeleni che abbiamo ormai scambiato per ideale di bellezza.
La Marie di Eline Kuppens (segniamoci questo nome, la ragazza ha stoffa da vendere) è una ragazza normalissima, dal viso che si può incontrare mille volte per strada e da un corpo che non pare, finalmente, disegnato da qualche emulo di Adam Hughes.
Corpo messo in gioco mille volte, centralissimo al discorso sulla sessualità che affiora nel film, corpo che quando ci viene mostrato nudo sotto la doccia non appare in posa da coniglietta di Playboy, corpo che dopo essersi mostrato in amplessi trascinanti non trova poi, la mattina dopo o in altre occasioni, l’obbligo di coprirsi sotto coperte e vestiti, corpo che proprio a causa delle sue supposte imperfezioni appare mille volte più desiderabile delle sue controparti d’Oltreoceano.
Corpo che, infine, cosparso di qualche unguento, non riuscirete a dimenticare facilmente durante i minuti finali.

E così come Marie è una ragazza “normale”, sono felicemente normali le molte scene di vita quotidiana, scene impensabili nell’Italia made in Moccia o negli USA dove qualsiasi spinello o scopata devono essere urlati e/o drammatizzati.
Le bevute e la droga vengono vissute in maniera ordinaria, verrebbe da dire “sana”, sia da chi le pratica che dai personaggi di contorno mentre gli atti sessuali, perso lo sguardo pornografico (quindi esclusivamente consumistico) di tanto teen slasher, diventano insieme scene erotiche e quotidiane di grande interesse.

Non che Left Bank sia privo di difetti, beninteso.
Lo sviluppo dell’indagine di Marie è molto deus ex machina, così come macchinoso e sovrascritto pare l’inserimento del fidanzato della ragazza scomparsa, sebbene in seguito il tutto si incastri e diventi funzionale alla storia.
E quando si piazzano arcieri e gente in tunica che pratica riti demoniaci nel nuovo millennio il rischio dello scivolone comico, per fortuna molto contenuto vista la scarsità di queste scene.

Gran gestione dell’accumulo di tensione e indizi, con i particolari morbosi e i piccoli fatti inquietanti che si addensano man mano che aumenta il minutaggio, dai filmati d’epoca ai medaglioni Ouroboros, dai ritagli di giornale alle inquadrature di buchi e tane fino all’inevitabile climax al cospetto del Cunnus Diaboli e dei suoi adepti passando per alcuni momenti onirici che inquietano il giusto.
Sottotesti, simboli e metafore sono tenuti sotto il livello di guardia e mai urlati, a partire dall’apprezzabile dualismo atletico fra Marie che corre, run rabbit run, preda che tenta di sfuggire e Bob cacciatore armato di arco.

Il finale, coerente a certi segni e simboli sparsi lungo la pellicola, lascerà l’amaro in bocca a tutti gli amanti dei rendiconti bancari con tanto di giustificazione per ogni nota spese, mentre piacerà molto a chi, come me, è sempre alla ricerca di quell’attimo sospeso, di quella interzona vuota e terrificante dove ogni elemento è ricco di potenzialità e dove queste potenzialità sono, ahimè, spesso negative.

Gli ottimi movimenti di camera, alle volte così lenti da far sembrare fisse inquadrature che non lo sono; la colonna sonora ricca di momenti di diverso spessore e tipologia, con una certa preponderante techno e un ormai classico processo di manipolazione dei colori da parte di Nicolas Karakatsanis, forse fin troppo manipolatore e aggressivo in certi momenti, completano il quadro di una delle più interessanti pellicole visionate in questi primi mesi del 2010.

Consigliato.

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lunedì 29 marzo 2010

Survival of the Dead (2009)

Survival_of_the_Dead_Romero_posterSURVIVAL OF THE DEAD
2009, USA/CANADA, colore, 90 minuti
Regia: George A. Romero
Soggetto/Sceneggiatura: George A. Romero
Produzione: Blank of the Dead Productions e varie

Sei giorni dopo lo scoppio dell'epidemia zombie, sull'isola di Plum, al largo delle coste del Delaware assistiamo a uno scontro fra due fazioni con posizioni ben differenti in materia di morti viventi.

O'Flynn è convinto che i non morti vadano eliminati in qualsiasi modo possibile e a ogni costo, mentre Muldoon è intenzionato a risparmiare gli zombie, per tenerli incatenati fino a quando non verrà trovata una cura per la loro condizione.

Muldoon vince, con la forza, lo scontro di idee e O'Flynn, insieme ad alcuni suoi uomini, è costretto all'esilio sulla terraferma, lasciando sua figlia, in disaccordo con lui, sull'isola.
Da un porto abbandonato O'Flynn comincia però a mandare messaggi su you tube promettendo, a chiunque sia interessato, un passaggio via nave sull'isola, vero e proprio paradiso difficile da raggiungere per i non morti.

Nel frattempo il gruppo di soldati rinnegati già incontrato in Diary of the dead si imbatte in un ragazzo che illustra loro il messaggio di O'Flynn.
Il vecchio prima tenta di derubare i soldati poi, vedendo la sua banda battuta in uno scontro a fuoco, si unisce a loro per tornare sull'isola.

Nel frattempo Muldoon ha ridotto in schiavitù gli zombie, incatenandoli e obbligandoli a ripetere in loop alcuni semplici compiti.
Cosa accadrà nel momento del confronto finale?


Se il nuovo film di Romero vi sembra già confuso e farraginoso a partire dalla trama non avete certo tutti i torti in quanto ci troviamo di fronte all'episodio peggiore, e di gran lunga, di tutti e sei i capitoli della saga dei morti viventi.

Essere un appassionato di horror non equivale a essere un fan del genere e i primi non sono disposti a tollerare molte delle cose che i secondi riescono a perdonare e sopportare, pur di vedere nuovamente in azione un ex Maestro ormai privo della lucidità necessaria a portare avanti qualsiasi tipo di discorso inerente la figura dello zombie.

Esauriti tutti i possibili sottotesti portati avanti a un discreto livello nella trilogia di partenza (consumismo, condizione dei lavoratori, razzismo), Romero dimentica anche quanto innestato con scarsa convinzione e riflessione nei precedenti segmenti (critica alle comunità chiuse, possibile evoluzione dello zombie, nuovi media e ruolo della tecnologia), per pasticciare in lungo e in largo con una serie di personaggi che mutano psicologia a ogni inquadratura, contraddicendo nella seconda parte quanto debolmente lasciato intuire nella prima.

Quella di Romero, come in alcuni grandi vecchi del cinema horror, è una caduta qualitativa che è in atto da tempo e sarebbe necessaria, come in qualche altro caso, una attenta riflessione su tutta la sua filmografia, che da parecchio tempo non brilla e non lascia forti impressioni nella storia del genere.
Incapace di veicolare con forza le idee, Romero si ritrova ora a urlarci didascalicamente un commentario sociale che sarebbe meglio lasciare alla pura forza delle immagini.

Siamo di fronte a un regista che pare in evidente debito di ossigeno da troppo, troppo tempo: negli anni Novanta ha girato un segmento di Due occhi diabolici e La metà oscura (1993), ultimi suoi titoli degni di rilievo ma privi della forza dei suoi lavori migliori, per poi sprofondare in un periodo di letargia interrotta da incertezze ed episodi fra l'insulso e il noioso: Bruiser (2000), Land of the Dead (2005), Diary of the Dead (2007) e ora questo Survival of the Dead.

Film che parrebbe, a prima vista, un episodio volutamente ironico e grottesco, peccato che le risate siano latitanti così come la tensione e l'orrore, sebbene abbondino nuovi e fantasiosi modi di trattare e massacrare gli zombie.

O'Flynn e Muldoon sembrano le due attuali facce della confusa medaglia Romero: il primo inizialmente vorrebbe sterminare tutti gli zombie, poi organizza un piano con l'ausilio di you tube per derubare e mandare al massacro un sacco di umani innocenti e inondare l'isola di problemi e zombie per il suo rivale, mentre il secondo inizialmente si pone come paladino dei non morti per poi procedere senza un minimo sussulto di coscienza a schiavizzarli e usarli in ogni modo possibile, uccidendoli ogni volta che lo contrariano o non comprovano la sua tesi.

Presi in mezzo a questi due poli, gli altri personaggi finiscono ovviamente con il diventare macchiette inconsistenti caratterizzate dal colore della pelle, dalle sbandierate preferenze sessuali o da esilissimi tratti psico-comportamentali (alle volte parecchio schizofrenici, come nel caso del leader dei soldati).
In mezzo a questo mare di azioni confuse e personaggi-pupazzi latita, come detto, qualsiasi occasione di terrore, claustrofobia, minaccia o che altro, sebbene gli addetti al trucco ed effetti speciali si diano un gran da fare per inforcare, bruciare, far esplodere (aggiungete x altre azioni) il povero zombie di turno.

Non ci si spaventa, non si riflette, men che mai si ride per tutto il film e al quinto cadavere si assopisce anche la gore-allerta.
La radice dei problemi è ovviamente da cercarsi in una sceneggiatura spenta, che rimane più nei territori di un soggetto malpensato che in quelli di uno script opportunamente sviluppato a partire da una idea solida, e i personaggi, con i loro dialoghi concorrono inevitabilmente alla rovina finale, specie si pensa a una certa solida tradizione romeriana fatta, fino a un certo punto, di figure mai stereotipate o prevedibili.

Se la sceneggiatura è pessimo blocco di partenza, il ritmo della corsa non migliora man mano ce si aggiungono i vari componenti, da uno stile di regia in continua involuzione a un uso maldestro della cgi al posto dei più efficaci effetti speciali artigianali; da un budget ridotto che comporta professionisti di minore caratura all'ormai abusatissimmo trend arancio-bluastro per quanto riguarda la manipolazione della fotografia.

Uno dei difetti più gravi del film è la tendenza dei personaggi umani a comportarsi come se niente fosse accaduto.
Una epidemia zombie si è in pratica divorata il pianeta, cadono i governi, non esiste più il campionato di calcio e questi tizi continuano a pensare ad accumulare soldi o a come fregare quell'odioso vicino che non sopportiamo da tanti anni.
Se voleva essere una metafora della cecità e cupidigia umane ho paura che si tratti di qualcosa riuscito davvero male, ovviamente per il sottoscritto.

Così come posticcio e artificioso risulta il tentativo di miscelare horror e western (con tanto di duello fra due vecchi irlandesi) e l'intero processo decisionale della banda di militari, per non parlare di un mondo in preda a orde di non morti che però conserva ancora intatta la sua struttura di persone che postano video in Rete, altri che questi video trovano il tempo di vederli e magari anche motivi a sufficienza per seguirne gli assurdi consigli.
Sorvolando infine sul tentativo di ricondurre il tutto a una lezione sulla follia insita nell'idea di schierarsi aprioristicamente dalla parte di una bandiera o un clan, sacrificando a esso ogni altra istanza.
Davvero troppo poco per un autore che, intenzionalmente o meno, ci aveva abituato a ben altri sottotesti e metafore di spessore assai maggiore.

Tutto il settore tecnico è deficitario, con particolare menzione per le insipide musiche di Robert Carli e la deprimente fotografia di Adam Swica. Sottotono o fuori parte tutto il cast per un film in cui la bassa qualità affligge praticamente ogni reparto e aspetto.

Romero che scimmiotta Romero (o che lo cannibalizza fuori tempo massimo, fate voi) in un tentativo di spremere la ritrovata gallina dalle uova d'oro prima che gli spettatori comincino a diventare insofferenti.
Dispiace sempre vedere un grande regista del passato collezionare prove opache una via l'altra, ma c'è e ci sarà poco da fare finché continueremo tutti quanti a comportarci da fan invece che da appassionati del genere, continuando a dar credito a chi da tempo ha esaurito ogni possibile proroga.

Con questo Survival of the Dead ora il mio gradimento della saga romeriana è perfettamente bilanciato: tre episodi interessanti, a tratti notevoli e tre detestabili. Romero ne ha annunciati almeno altri due, vedremo in futuro come cambierà la valutazione globale...

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Filmato:

sabato 27 marzo 2010

I film che non ho mai visto...

Un_botolo_andaluso
Come detto, post di alleggerimento dopo l'incubo Orvieto, e quale miglior occasione di cazzeggiare e scambiarsi sberleffi se non ammettendo tutte le visioni mancate che costellano le mie trentanove primavere?

Ci sono vari motivi per cui non ho visto alcuni titoli così famosi, da un mio generico disinteresse per certo tipo di narrazione "avventurosa" a una indifferenza, sviluppata nel tempo, verso certi autori, fino a mancate occasioni che non si sono poi trasformate in recuperi.

Lo so, vista l'enorme massa di robaccia che visiono settimanalmente, dovrei trovare tempo per alcuni di questi titoli. Cosa posso dirvi, alcuni non mi interessano proprio di per sé (Burton, Cameron, Spielberg, Lucas...) altri mi paiono ormai treni persi per sempre...

Il post nasce però con lo scopo di invitare anche voi a lavare i panni sporchi in pubblica piazza e ammettere le vostre mancate visioni. Avete mai davvero visto dall'inizio alla fine Via col vento? Quarto potere? Casablanca? Ombre rosse?
Entrate nel confessionale e siate onesti, nessuno lo saprà mai...

Perdonate eventuali errori nei titoli e non state a sottolinearli, vado un po' a braccio un po' a collegamenti mentali.

I film che non ho mai visto:

Indiana Jones
I Goonies
Jurassic Park
Star Wars (gli ultimi due episodi usciti)
Titanic
Forrest Gump
Avatar (visti solo i primi 20 minuti)
Inglorious Basterds (idem)
Ritorno al futuro
Braveheart
Slumdog Millionaire
Good Will Hunting
Big Fish
Woody Allen (quasi tutti)
Alice in Wonderland
Sweeney Todd
La sposa cadavere
La fabbrica di cioccolato
Leon
Nikita
Strange Days
Pirati dei Caraibi tutti
Harry Potter tutti
Salvate il soldato Ryan
Prova a prendermi
The Terminal
Transformers 2
Indipendence Day
Cars
Il mio grosso grasso matrimonio greco
Cast Away
Mrs Doubtfire
Ghost
Kung Fu Panda
Austin Powers
Armageddon
Pearl Harbor
The Day After Tomorrow
Balla coi lupi
La tempesta perfetta
Pretty Woman
Fast and Furious (ma questo vorrei vederlo, prima o poi)
True Lies (idem)
American Pie
Die Hard (i sequel)
Tomb Raider
Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi
Home alone
Arma letale i seguiti
Tantissimi 007
Scemo più scemo
Ocean eleven (e gli altri)
Notting Hill (e quelli in genere con quell'attore)
You've got mail
Wild Wild West
Bridget Jones

Lo so, lo so, kill me.
E voi? Cosa non avete visto molto noto e famoso?
Avanti, dai, poi starete meglio...

sabato 20 marzo 2010

This is the North...

This_is_Yorkshire_1
Sono, anzi, siamo stati in giro per lo Yorkshire per una settimana.
Non so voi, ma io... Come in Jaws, no? I'm tired and I want to go to bed...

E dopo un viaggio di questo tipo è meglio tornare a casa di sabato: si ha una domenica di cuscinetto per passare da una realtà all'altra, da una luce all'altra, da una violenza all'altra.
Almeno, io quando vado all'estero cerco sempre di fare così...

Elencare nuovamente i mille motivi per cui ho adorato (e già visto due volte) questa trilogia sarebbe inutile.
Sono, appunto, molteplici e spaziano da questioni puramente stilistiche a dettagli riguardanti il contenuto fino, ovviamente, alle emozioni suscitate.
E li avete letti giorni fa.

Il cuore centrale che mi spinge a parlare di film (e, suppongo, quello che spesso mi ha impedito, insieme a certa mia pochezza culturale e tecnica, di farne una professione) sono proprio le emozioni.
Chi mi conosce di persona, e ormai siete in molti ad avermi incontrato in qualche occasione fra Milano, Torino, Roma e qualche altro posto, sa che sono molto, molto emotivo; in tanti si sono divertiti a vedermi guardare un film.
Un amico, webmaster di un noto portale, ha detto più volte che vale la pena andare a vedere un film di merda al cinema solo per stare vicino a Elvezio mentre si muove, sbuffa, sbraita, fa casino, mostra chiaramente tutta l'insofferenza o, per contro, si lascia andare a esclamazioni di gioia.
Alle volte mi addormento, altre volte me ne vado a pigliare una birra e poi torno, altre volte ancora divoro un film due volte di seguito.

Ecco, l'emozione che mi ha regalato Red Riding è cosa rara, molto rara, che ben pochi capolavori ben più "alti" hanno saputo regalarmi.
Posso amare, chessò, La vita è una cosa meravigliosa, oppure Amici Miei Atto II, ma è solo quando condivido qualcosa di intimo e profondo che scatta questo meccanismo emotivo che, per il sottoscritto, vale più della visione di mille Kubrick.
Sia chiaro, conta di più tutto l'insieme di tecnica e contenuto, ma anche questo sentire comune gioca una bella parte.

E quasi sempre questo meccanismo scatta quando incontro un'opera con la quale spartisco la visione della vita, della società, del destino dell'uomo.
Con Red Riding ho provato un fortissimo livello di spartizione, di condivisione, di comunanza di visione.
Un universo violento, spesso ignorante, insensato, pieno di uomini guasti nel quale non vale nemmeno la pena discutere di quale sia il miglior sistema di governo o la legge preferibile, in quanto essi saranno poi elaborati e applicati da uomini che provvederanno a distorcere in ogni modo possibile governo, legge, media, polizia, ordine, emozioni, gusti, paesaggio, tutto.

Non è un caso che i tre "eroi" (che falliscono, tutti e tre ricordiamolo) di questa trilogia siano un giornalista, un poliziotto e un avvocato, tutti men che perfetti, tutti destinati a capitolare.

Come non è un caso che in un mondo bestiale come quello descritto si faccia spesso ricorso a simboli animaleschi, discorso sulla favola a parte.

Come non è un caso che gli unici personaggi davvero puri siano bambini o matti, tutti nuovamente destinati alla morte.

Red_Riding_Trilogy_Still
Nel corso della mia vita non ho mai incontrato indizi o prove consistenti che mi portino a pensare che qualcosa possa cambiare o che questo tipo di meccanismo non fosse in atto prima e non sarà in atto fra tot anni.
Non ho nessuna fiducia nell'uomo e considero fortunate, splendide eccezioni i pochi uomini (e donne, ovviamente,anzi, sicuramente più donne che uomini) incontrati in vita che mi hanno mostrato che ci si può anche comportare diversamente.
Non ho nessuna fiducia nell'uomo in generale, continuo a fidarmi dell'uomo in particolare.
Ma non posso basare pensieri e considerazioni sulle eccezioni.
Suppongo il mio sia un pensiero reazionario, ma tale non mi ritengo. Né reazionarie, men che mai, sono le mie azioni nei confronti del prossimo.
Proprio perché penso che le cose stiano così, e proprio perché considero assolutamente negativo questo "così", non posso far altro che agire in maniera opposta a questo "così", ogni giorno, pur con la profonda, totale convinzione che non serva a nulla.
Ma cosa altro si può fare? Diventare loro?
Non ho mai sopportato chi usa il nichilismo come scusa per motivare il proprio egoismo, le due cose non mi sono mai sembrate collegate e anzi, semmai ho sempre collegato nichilismo a gentilezza, cortesia, disponibilità, così come quando sento la parola anarchia penso a una carezza e non a una bomba.

Red Riding condivide (fino a un certo punto, ovvio) con me questa visione del mondo e degli uomini quasi fino in fondo, e non posso non provare (doppia negazione, ahi ahi) la sensazione , stupenda, di sentirmi a casa.
Così come mi sento a casa dal punto di vista dell'estetica.
Non amo la natura eccessivamente florida, a dire il vero non amo proprio la natura, ma se tale deve essere preferisco le campagne brulle e leggermente ondulate proposte in questi film piuttosto che le foreste dell'Amazzonia, o qualsiasi spettacolo eccessivamente ricco e lussureggiante.
Amo l'archeologia industriale, le città squallide, gli edifici che paiono costruiti senza tenere molto conto delle reali esigenze umane.
Rovine e vecchi casermoni in degrado sono preferibili, al mio occhio, rispetto a graziosi viottoli di qualche piccola città arroccata su in collina, o ai palazzi di Tokyo, alle discese e salite di San Francisco, i monumenti di Roma e Firenze o le follie strabilianti di Dubai.
Il mio edificio preferito è qui.
Non so che farci, e mi sento quasi colpevole a confessare tutte queste preferenze.
Quasi.

E quanto mi piace vedere i potenti, i lupi, i dominatori di Red Riding fare tutta questa fatica, tutto questo pianificare, corrompere, ordire, torturare, ungere, manipolare, violentare e uccidere per cosa poi?
Per bere birra di seconda scelta in un pub che nemmeno regalato, per vivere in una villa che sembra uno scarto di geometria da Secondigliano, per scoparsi vedove alcolizzate e gonfie di valium e disperazione?
Per brindare in camere buie e arredate da degli orbi, per organizzare feste con altri loro simili inguardabili, non euclidei?

Yeah_Love_Sure_Whatever
Ecco, questo ho sempre adorato di certo potere.
Chessò, la vita nei buchi e nelle grotte dei vari boss mafiosi multimilionari.
Chessò, potentissimi uomini politici, magari, chissà, addirittura capi di stato, ridotti a regalare perline e specchietti a quattro aspiranti veline, facendo servire focaccia e pezzi di pizza unta alle loro feste di palazzo che paiono presentazioni di elettrodomestici pagabili a rate.
O andare (ci pensate fosse vero!) a corteggiare delle tamarre adolescenti, alla loro festa di compleanno, in qualche infimo ristorante di qualche infima provincia desertificata e nuclearizzata.
O chiudersi in un bunker mentre piombano le bombe dei prossimi dittatori, sbraitare, consumare un'ultima cena vegetariana e un ultimo matrimonio improvvisato per poi crepare come cani.
O rifugiarsi in villa, sniffare la coca del mondo e poi morire mitragliato, cadendo a faccia in giù in una piscinetta pacchiana, barocca, di pessimo gusto.

E sempre soli.

Nasciamo e moriamo soli, ma questi signori sono soli anche nello spazio in mezzo fra questi due momenti, che è cosa oscena, imperdonabile.
Questo avviene anche in Red Riding.
Coloro che brindano al Nord, dove possono fare quel che voglio, poi in questo Nord ci fanno ben poco a parte torturare, bere e uccidere e rendere più brutto e invivibile il loro stesso territorio.
Dawson mangia pasti da poco in un club di terz'ordine, guardato a vista dai suoi orrendi gorilla.
Laws passa buona parte del tempo in una piccionaia, nella merda.
E così via per tutti gli altri.
Vi siete tanto sbattuti per questo? Davvero?
Questo mi ha sempre fatto ridere dei potenti, tutto questo sfaccendare per poi ridursi a una vita di scarti, in sedicesima.
Amo questo tipo di visione.

E infine adoro le storie di sconfitta, ho una netta preferenza per i personaggi negativi o neutri, incapaci e difettosi che si fissano su qualcosa, ne diventano dominati, cercano di ribellarsi senza averne le capacità e finiscono infine distrutti, annullati: sconfitti, appunto.
Uno sguardo ai miei film preferiti dello scorso decennio, nel post di fine anno scorso, può far ben capire a cosa stia pensando.

Tutto questo, questi oggetti di fascinazione da parte mia, sono poi in contrasto con quel che cerco di realizzare ed essere ogni giorno, con le risate e la disponibilità, con l'altruismo e la fiducia: non so che farci, è così e mi rendo benissimo conto che dire "son fatto così" è ben povera e facile spiegazione.

Suppongo sia una certa, boh, bellezza e fascino dello squallore e della malinconia, uno dei pochi sentimenti, insieme a noia e invidia, che provo molto raramente e che forse per questo cerco assiduamente nelle opere d'arte.
Più di così non so scavare nelle ragioni emotive che mi portano ad ammirare così tanto Red Riding (bravura tecnica di tutti i professionisti coinvolti e alti contenuti a parte, ovvio).
Dovrete accontentarvi di misere spiegazioni.
D'altronde siamo nello Yorkshire, cosa pretendete?

To_The_North
Beh... Vi avevo promesso un lungo viaggio che si sarebbe concluso sabato e come vedete l'autobus Malpertuis è stato, se non altro, puntuale.
Se vi siano piaciuti paesaggio, servizio a bordo, località toccate e persone conosciute spetta a voi dirlo e dopo tutte queste pagine scritte il minimo che mi dovete è almeno una pernacchia, un "vai a lavorare nei campi" o, si spera, qualcosa di più costruttivo.

Da lunedì, messo il bus in garage, si torna alla programmazione standard, in attesa di qualche futuro colpo di fulmine che mi faccia di nuovo mettere dietro al volante.
Ora tocca a voi scovare la trilogia in questione e mettere occhi e orecchie al lavoro, come vi ho già detto armatevi di sottotitoli perché nello Yorkshire non parlano l'inglese più limpido, semplice o aulico del mondo.
E dopo la visione tornate da queste parti a dire la vostra.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: ogni vostro commento rimane, lì, in fondo all'articolo o alla recensione e ne diventa parte, che vi piaccia o meno, arricchendo, modificando, integrando. Fatevi sentire, qui non siamo su una rivista cartacea che al massimo ha una finta rubrica della posta, qui vostri commenti possono tranquillamente stare alla pari, sovrastare, completare, arricchire e tutto il resto, senza filtri, senza censure, in tempo reale.

Alla prossima. Speriamo che il Sandman sia clemente questa notte...

Altri dossier come questo nella sezione apposita

Speciale Red Riding


Filmato


Show me the way... Odio Spielberg, ma questa è con buona probabilità la mia scena preferita nella storia del cinema. Bassa qualità, non si trova altro, ma forse è persino meglio così.



Show me the way to go home
I'm tired and I want to go to bed
I had a little drink about an hour ago
And it went right to my head
Where ever I may roam
On land or sea or foam
You will always hear me singing this song
Show me the way to go home

venerdì 19 marzo 2010

Red Riding: 1983

Avviso: la seguente recensione contiene spoiler.
Leggete l'introduzione allo Speciale Red Riding prima di decidere se continuare o meno con la lettura, grazie.

Red_Riding_1983_locandina_posterRED RIDING
IN THE YEAR OF OUR LORD 1983
2009, UK, colore, 103 minuti
Regia: Anand Tucker
Soggetto/Sceneggiatura: Tony Grisoni da una serie di romanzi di David Peace
Produzione: Channel Four e varie

Siamo nel 1983 e il West Yorkshire è nuovamente angosciato dalla scomparsa di una bambina, Hazel Atkins, che frequentava la stessa scuola di quella precedentemente scomparsa nel 1974.
La sparizione, seguita da media e cittadinanza, provoca ulteriori rimorsi alla coscienza già ampiamente torturata di Maurice Jobson, Il Gufo, un agente importante all'interno della polizia dello Yorkshire, che abbiamo visto comparire in precedenza negli altri due episodi, sebbene sempre in secondo piano.

La scomparsa di Hazel innesta una serie di ricordi in Jobson: era presente nel 1974 e rammenta molto bene come già allora fosse attiva una potente cellula interna alle forze dell'ordine in grado di accumulare soldi attraverso corruzione, scambi di favore con politici e uomini d'affari, gestione della prostituzione e molto altro ancora.
Questi uomini, fra cui lui stesso, Bill Molloy, Harold Angus e alcuni altri avevano potere di vita e di morte e controllavano l'intera zona, stringendo quindi un patto d'acciaio con John Dawson, il potentissimo uomo d'affari che abbiamo visto morire nel primo capitolo per mano di Eddie Dunford.

Questa nuova scomparsa, oltre ad aprire la diga dei ricordi per Jobson, socchiude anche la porta della speranza per la vedova Myshkin, la madre di Michael, il giovane ritardato polacco accusato sbrigativamente, sempre nel primo episodio ovvero nel lontano 1974, di aver rapito e ucciso le bambine scomparse all'epoca e negli anni precedenti.

Mrs Myshkin è ora ancor più convinta che suo figlio sia innocente ma non sa come fare, visto che l'avvocato dell'epoca, in combutta con la polizia, aveva convinto il ragazzo a firmare un'ammissione di colpevolezza.

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Entrano nel quadro anche gli altri due personaggi principali di questo finale: da un lato BJ, il giovane prostituto che nel 1974 avevamo visto fare il cameriere al Karachi Club e nel 1980 confidare a Hunter tutta la verità circa la morte della Strachan.
Lo vediamo uscire dal carcere, deciso a ritornare in città per saldare i conti con il passato.
Dall'altro lato entra in scena per la prima volta John Piggot, ripreso mentre torna a casa con le ceneri della madre. Apprendiamo che il padre di John, soprannominato il Maiale, faceva parte del circolo di poliziotti e potenti corrotti: fino a quali sinistri abissi lo capiremo a fine film.
John è diventato un avvocato da piccole cause, si tratta male, casa sua è zozza e in disordine come il suo trascurato corpo, ha una smodata passione per il soul e poco altro.

La vedova Myshkin sceglie proprio Piggot, che conosce fin da bambino, per preparare il ricorso in appello e Piggot entra nella clinica psichiatrica di massima sicurezza che ospita da molti anni il povero ragazzo.
Michael Myshkin, molto agitato, dopo qualche incertezza rivela di aver confessato il tutto spinto dalla polizia che lo aveva impaurito: quando gli viene richiesto chi sia il vero assassino, risponde che si tratta del Lupo.

Intanto Jobson, insieme a uno degli sgherri violenti della cricca dei poliziotti, si reca a parlare con una medium che rivela che ad Hazel è stato riservato lo stesso fato delle altre bambine: si trova sottoterra, sotto "quei magnifici tappeti", potrebbe essere ancora viva.
La donna vede il topo e il lupo, il maiale e il cigno, ma il cigno è morto.

Colpito dalla séance, Jobson se ne torna a casa (è stato lasciato dalla moglie, che si è portata via i figli) e pensa nuovamente al passato.

Nel 1974, insieme a Bill Molloy, avevano raccolto prove schiaccianti che indicavano il Reverendo Martin Laws come il rapitore della bambina ma a difendere Laws era subito intervenuto Dawson e i due erano stati costretti a ripiegare su Myshkin.
In più, già riluttante all'epoca, Jobson aveva dovuto aiutare gli altri poliziotti corrotti a incendiare il campo nomadi che rallentava i lavori di costruzione del centro commerciale di Dawson.

Si torna al 1983 e mentre Piggot cerca di rifiutare l'incarico dell'appello non sentendosi in grado, la polizia arresta Leonard Cole per la sparizione di Hazel. Non ci sono prove ma qualche seduta nella stanza degli interrogatori potrebbe fare il miracolo. In più Cole era il ragazzo che aveva ritrovato il cadavere della bambina nel 1974, per gli "inquirenti" tanto basta.

La madre di Cole corre da Piggot per chiedergli di difendere anche suo figlio e il riluttante, pacioso avvocato si ritrova con due clienti imprevisti.
Che ben presto tornano a essere solo uno in quanto Leonard si "suicida" in cella prima di parlare anche solo per la prima volta con il suo avvocato.

Jobson ha una incerta storia d'amore con la medium e, sempre più torturato dai sensi di colpa e mosso dall'esigenza di rimettere in pari qualche bilancia, indaga sulla sparizione di Hazel rifiutandosi di credere all'ipotesi Cole, anche perché ha visto in azione i poliziotti mentre torturavano il ragazzo, che pareva non sapere assolutamente nulla.

BJ è ormai arrivato in città, è armato con un fucile e intenzionato a saldare i conti con Martin Laws; Piggot parla ancora una volta con Michael Myshkin che, in seguito a una visita della polizia in manicomio(sempre Jobson e lo sgherro, che lo segue in quanto le alte sfere sono preoccupate di un eventuale crollo del Gufo), è ora talmente terrorizzato da rifiutare il cibo e versare in pessime condizioni psicofisiche, il ragazzo comunque ricorda a Piggot che anche suo padre era uno dei "cattivi" e che il responsabile era un amico del padre; Jobson molla il lavoro dietro pressione di Angus e alla fine si reca anche lui a parlare con Michael, abbracciandolo, confessando le sue colpe e rassicurandolo che andrà tutto bene.

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Tre uomini, Jobson, BJ e Piggot, tutti indirizzati verso un unico obbiettivo: Laws il Lupo, che rapiva ragazzini per un circolo di pedofili ricchi e potenti, che organizzavano terribili festini con questi bambini.
BJ è stato il primo in assoluto a incappare nelle attenzioni di queste bestie e pensa ora che uccidendo Laws possa liberarsi di parte del peso, delle ferite, di tutto lo schifo accumulato durante gli anni.

Piggot entra nella piccionaia di Laws ma viene stordito e chiuso dentro una prigione sotterranea.
BJ entra nella casa e tiene Laws sotto tiro, ma il Reverendo sa bene che il ragazzo non è il tipo dell'assassino, si fa consegnare il fucile e sta per uccidere BJ con un trapano, quando entra Jobson e lo uccide con tre colpi.
Piggot emerge dalla botola con Hazel, spaventata e sofferente ma ancora viva.
BJ fugge via per sempre dallo Yorkshire.
Fine.

Fine?
Davvero?
Ne parleremo fra qualche pagina.
Per ora bisogna dire che a chiudere la trilogia arrivano Anand Tucker e il suo sontuosissimo digitale fatto di movimenti lenti, sinuosi, avvolgenti e un gran lavoro generale di raccordo e chiusura con quanto narrato fino a questo punto.

Innumerevoli le immagini e i concetti che tornano in questo terzo episodio, l'unico che permette qualche tipo di speranza nello spettatore più ottimista.
Speranza causata dalla disperata ricerca di redenzione, riscatto e volendo anche vendetta da parte dei tre protagonisti "positivi", anche se il tutto appare al sottoscritto davvero "too little, too late" per aver di che sorridere a fine vicenda.

Parlavamo delle cose che tornano, che sono davvero tante, dalle mani ben distese sul tavolo a un certo furgoncino bianco, dalla moltitudine di animali, ai bellissimi tappeti che nascondo accadimenti atroci.
E su tutto quel terribile brindisi al Nord, a inizio film, in una sala scura, che sancisce una volta per sempre i principali temi della storia.

Storia che nemmeno questa volta ci offre eroi con i quali ci si possa identificare più di tanto.
BJ (forse l'unica incertezza di casting, con un Robert Sheehan che pare più giovane di undici anni prima) è poco più che una macchina (ma nemmeno più desiderante) che pensa che due colpi di fucile possano risarcire, sanificare, livellare una trentina d'anni di sofferenze, traumi, lavori di bocca nei cessi delle stazioni e lettere d'amore marchiate sulla carne.
Monodiretto dalla scena primaria dello stupro collettivo subito dal circolo dei pedofili (magnificamente reso con una prospettiva penautsiana, con gli adulti inquadrati solo parzialmente o fuori campo), personaggio privo di sfaccettature e di scarso interesse, sarà a fine corsa il figlio dello Yokshire who survived to tell the tale, the one who made it, il che è davvero tutto dire.

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Né va meglio con Piggot, che offre in due o tre occasioni alleggerimenti semicomici ma in sostanza rimane intrappolato nella suina ombra del padre, ha scosse d'orgoglio e di ricerca di giustizia, ma non sarà certo l'uscir fuori dalla tana del lupo con una pecorella ancora scossa ma sana e salva che rimetterà in pari una vita che pare deficitaria in troppi, troppi campi.

Né, infine, è facile simpatizzare con Jobson, che incarna un tipo di ruolo che ho sempre compreso pochissimo e al quale preferisco comunque il criminale tout court.
Dopo una carriera all'insegna della corruzione, dell'imprigionamento, tortura e uccisione di innocenti, di incapacità di ribellarsi e comodità nell'incamerare le occasionali mazzette, Jobson dice basta come dicono basta tutti i personaggi di questo tipo, a random, perché "la misura è colma", perché "ne hanno fatte troppe e non sopportano più di andare avanti così", perché sì, insomma.
Come se ci fosse un misurino con le tacche e la, boh, quarantesima volta che acconsenti a torturare e imprigionare un innocente scatti un allarme che ti dica che è ora di redimerti e che questa redenzione si risolva nello sparare a un pedofilo e poco più.

Con "eroi" di siffatta statura diventa più che comprensibile che l'occhio vaghi e cerchi altre valvole di sfogo e letture e grazie al lavoro combinato di tutti i professionisti il film abbonda di tali piani e livelli.

E allora mettete tutti le vostre mani sul tavolo, per subire la combo devastante che la polizia del West Yorkshire riserva a buoni e cattivi, indifferentemente: prima ve le romperanno con pugni di ferro e dopo le useranno per spegnerci le sigarette.

Ma la prima delle quattro volte che, nel corso di questi cento minuti, sentiremo la richiesta di mettere le mani ben distese sul tavolo non saremo in qualche scantinato o nella sala interrogatori, bensì nella casa di una medium, che da questo circolo di mani riceve parecchie visioni disturbanti e indecifrabili: bambine nascoste sotto bellissimi tappeti, il topo e il lupo, il maiale e il cigno.
Ma il cigno è morto.

E sono parecchie, di rimando in rimando, di corrispondenza in corrispondenza, le cose sepolte sottoterra, dalla bambina prigioniera nei cunicoli della piccionaia fino al fucile tenuto nella botola, fucile che BJ vorrà ma non potrà usare nel momento decisivo, a rammentare che prima dovrebbe arrivare il potere e quindi il volere.

Mani appoggiate sul tavolo, per la seconda volta. E il tavolo è quello della clinica psichiatrica, con il riflesso pavloviano (e anche a ben guardare, un filino irridente) del povero Michael, che non appena rivede lo sgherro di Jobson scatta a eseguire l'ordine ricevuto tanti, tanti anni prima.
Se la felicità è una pistola calda, il terrore può essere anche solo il gesto di accendersi una sigaretta.
Non ne abbiamo ancora visto l'uso, lo vedremo solo al terzo "mani sulla tavola", ma già i piani e i movimenti della Red One di Tucker suggeriscono le terribili, pinochetiane implicazioni di quella sigaretta.

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Sigaretta accesa dallo stesso sgherro e spenta su una mano già massacrata due volte al terzo "mani ben distese sul tavolo", comandato a uno spaventatissimo Leonard Cole, che non può far altro che piangere e non capire.

Capisce invece tutto benissimo il Reverendo Martin Laws nel flashback quando, indagato per la sparizione dl 1974, viene portato anche lui nello scantinato.
Ma Laws (un Peter Mullan a livelli stratosferici, che recita con gli occhi e alcuni muscoli della mascella, già visto, se ben ricordate, in Session 9) è fatto di ben altra pasta: non grida quando la mano gli viene rotta, non urla quando i testicoli gli vengono calciati, sembra cedere di fronte al topo che dovrebbe divorargli la faccia, ma è solo per ricordare agli inquirenti il nome del potente e intoccabile Dawson.

Ed ecco svelato comunque il "no love lost" di Laws nei confronti della polizia.

Siamo all'inferno.
Questo posto è quanto di peggio ci sia.
Non smette mai, non qui.
Non sono considerazioni mie, sono frasi dette dai personaggi nei confronti del posto dove abitano, lo Yorkshire.

E in effetti paesaggi e colori manipolati sono proprio da inferno, come da inferno sono le figure bestiali del circolo dei pedofili, demoni minori intenti a sacrificare giovani vite: all good children go to heaven, no?

E se non altro in questa Giudecca migliorano sensibilmente le architetture proposte al viandante, dalla clinica che ospita Michael al penitenziario dal quale esce BJ, passando per la casa della medium che pare davvero l'unico, isolatissimo angolo di relativa pace in tutto l'ideale nono cerchio grisoniano.

Migliora anche (gusti personali, ovviamente) la colonna sonora rispetto al precedente episodio, con Barrington Phelong che sostanzialmente si ritira per far posto alle varie canzoni soul e fornisce un tappeto sonoro classico e anonimo nel quale, appunto, brillano gli inserti di altri autori.
E che autori: Just because your love is gone di Darryl Banks, Help me make it through the night di Gladys Knight e You're gonna miss me di Reuben Bell sono alcuni esempi, ritengo che già i titoli possano farvi comprendere il mood e le occasioni nelle quali i pezzi vengono inseriti.

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Siamo all'inferno.
Questo posto è quanto di peggio ci sia.
Non smette mai, non qui.
Ve le ripeto perché di fronte a tutto ciò l'unico modo per uscirne vittoriosi, pardon, non totalmente sconfitti, è la fuga.
Gli atti di Piggot o Jobson, per quanto comprensibili e condivisibili, non risolvono nulla.
La fuga è quella finale di BJ che, con mille cicatrici mentali e fisiche, prende l'autobus e lascia per sempre lo Yorkshire nel quale è lecito supporre che i potenti continueranno a fare what they bloody want.
La fuga è quella proposta anche in altre inquadrature di questo ultimo episodio, nel quale per almeno due volte vediamo una automobile in allontanamento dai temuti coni della centrale energetica.
La fuga è quella che compiremo domani, quando risaliremo tutti quanti sul Malperautobus e vi offrirò un ritorno a casa, dove altre persone fanno, a quanto sembra, quel che vogliono...

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giovedì 18 marzo 2010

Addio, Buzi

Giovanni_BuziL'ho conosciuto di persona, a Torino.
In mezzo a una marmaglia assurda di ipocriti e palloni gonfiati che appena pubblicavano un racconto se la tiravano da grandi autori o poeti dannati, lui sorrideva e continuava a scrivere e dipingere, parlando con tutti, scherzando con tutti, ridendo con tutti.

Ricordo quella sera, a tavola, ero come al solito già un po' alticcio.
"Quello è Buzi", mi dicono, e io penso "minchia quello mi straccia a destra e manca con le immagini di sesso e orrore, meglio che me ne stia zitto e buono" e tengo il profilo basso, ero anche più giovane, più saggio e meno fanfarone.

A un certo punto a Buzi cade la forchetta e scende sotto la tavola a raccoglierla, proprio vicino a me e io mi allarmo tutto a vederlo con una forchetta in mano sotto il tavolo. Lui mi guarda da sotto, sorride e "Tranquillo, mica ti mangio".
Poi abbiamo parlato e riso tutta la sera.
Umano, simpaticissimo, disponibile. Un grande, piacciano o meno le sue opere.

Giò Buzi è morto, a 49 anni, di quella che i nostri nonni e zie chiamano "un brutto male".
Come dice Simone su Midian, a 49 anni non si può.

Ma Giò Buzi ha la fortuna di essere un artista, quindi non può morire sul serio.

Rispetto.

Peter Sutcliffe, lo Yorkshire Ripper

Lo Squartatore dello Yorkshire

Nome completo: Peter William Sutcliffe

Status: Ergastolo

Nato il: 1946

Morto il: -

Vittime accertate: 13

Modus operandi: Assaliva giovani donne, solitamente prostitute, colpendole da dietro e poi finendole una volta stordite

Armi preferite: Martello, coltello


Se il caso dello Yorkshire Ripper passò alla storia per clamorose sviste e goffa inadeguatezza da parte della polizia inglese, lo stesso si potrebbe dire di Peter Sutcliffe e del suo disorganizzato, confuso e improvvisato modo di uccidere.

Non c'è (come in realtà non c'è quasi mai quando si parla di serial killer reali) nessun glamour, nessun fascino perverso di qualche genio del male che sfida la polizia in un estenuante gioco di caccia. Non ci sono complicate trappole o distorti sensi della morale.

Solo un uomo piuttosto anonimo che uccide prostitute, un corpo di polizia pasticcione che tralascia elementi importantissimi e il popolo che sbava sui particolari cruenti ma pensa anche che, hey, in fondo se la sono andata a cercare, dopotutto sono solo puttane.
Fino a quando Sutcliffe ucciderà una "normale" ragazza di sedici anni e allora diventerà, improvvisamente, un "vero" mostro.

Un bambino gracile e solitario

William Peter Sutcliffe nasce il 2 giugno 1946 a Bingley, una zona industriale dello Yorkshire, da John e Kathleen Sutcliffe, primo di sei bambini della coppia.

Suo padre è il classico omaccione che passa parecchio tempo al pub, non ha problemi a frequentare altre donne e non vede l'ora che il suo primogenito cresca e diventi un maschione come lui per potersi stordire insieme di birra e sport.
Pressione, quindi, fin da piccolino, e Peter non reagisce certo bene: è gracilino, a scuola non lega con i compagni, odia gli sport violenti e i contatti fisici e preferisce la compagnia di sua madre, una donna gentile cui rimarrà sempre molto legato.

Alcune cosette cominciano a cambiare verso la pubertà: Peter si stanca del bullismo scolastico, comincia a fare body building, sviluppa qualche muscolo che gli permette di battere tutti i suoi fratelli e di passare di casta nell'ambiente scolastico.

Il padre è finalmente contento, per quel che conta, e il nostro futuro squartatore molla gli studi a quindici anni per incappare in uno dei tratti solitamente comuni ai futuri serial killer: una lunga sequenza di lavori di ogni tipo, con frequenti licenziamenti e piccoli crimini che costellano i vari cambi.
Lavora anche al cimitero e anni dopo un suo amico ricorderà gli strani scherzi che Peter si divertiva a fare con i cadaveri e i furtarelli di gioielli dagli stessi.

Peter and Sonia

Arriviamo caracollando fino al suo ventesimo anno di età.
1966 e Peter non ha ancora avuto una "fidanzata". Rimedia a una festa, avvicinando per la prima volta una ragazza, tale Sonia Szurma, figlia di immigrati cecoslovacchi.
Era il tassello che ancora mancava: papà e mamma sono finalmente contenti, il loro figlio ha messo su i muscoli e ha anche dimostrato di non essere un finocchio, ci si può rilassare e andar fieri, no?

Ci vorranno otto anni per arrivare al matrimonio fra i due, Peter salta da un lavoro all'altro e la situazione economica non è certo rosea ma ottiene finalmente, nel 1973, un posto fisso e tutto pare filare liscio, i due convolano il 10 agosto 1974 che è anche il giorno del ventiquattresimo compleanno di Sonia. Ma...

Luci rosse

Ma i furtarelli ai cadaveri non sono certo l'unico scheletro nel peterarmadio.
Suo cognato, per esempio, smette di frequentarlo dopo un po' perché quando i due escono per pub Sutcliffe non fa altro che vantarsi dei suoi vari exploit con le prostitute dei quartieri a luce rossa. Eppure a casa sembra il maritino modello...
Oppure Trevor Birdsall, un suo amico che più tardi tornerà in questa storia, ricorda benissimo le innumerevoli serate passate a bere e frequentare signorine di dubbi e facili costumi.
Ricorda persino, con una certa preoccupazione, una occasione, nel 1969, in cui Peter lo lascia per qualche minuto in macchina e poi torna, senza fiato, asserendo di aver colpito una "vecchia vacca" in testa con una pietra che aveva precedentemente messo in una calza.
Voi cosa fareste se un vostro amico se ne uscisse fuori con una confessione del genere?
Trevor qualcosa farà, lo vedremo più avanti, ma continuerà comunque a frequentare il Senza Peccato fino al momento del suo arresto, nel 1981.

Visto? Abbiamo due date. 1969 e 1981.
Questa mi pare la reale durata delle attività dello Yorkshire Ripper, perché se Peter ha ucciso 13 donne, altrettanto importanti sono tutti quei tentati omicidi che avrebbero potuto far salire il body count di parecchie unità.
Peter ne ha ammazzate 13 ma ha lasciato parecchi altri zombie in giro e alcuni di loro avrebbero preferito morire...

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L'apprendistato

Torniamo al'episodio della pietracalza.
Pare che gli episodi scatenanti che porteranno in seguito ai massacri siano due. Da un lato una serie di aborti da parte di Sonia, che porteranno infine al temuto responso medico: la coppia non potrà avere i tanto desiderati figli.
Dall'altro lato un avvenimento banale, un graffietto da niente che infetta e manda in cancrena tutto il sistema: sembra che ai bei tempi del fidanzamento, Sonia "parlasse" anche con altri, in particolare un gelataio italiano.
Questo gelataio, o questo italiano, come preferite, manda su tutte le furie Peter che decide di vendicarsi andando a puttane.
Le vie della vendetta paiono infinite e anche un tantino astruse.

Quella sera d'estate, 1969, lui sceglie una signorina, si mette d'accordo per 5 sterline e via, verso il disbrigo dell'accordo.
Ma mentre si dirigono in camera Peter ci ripensa o, chissà, non riesce a mettere in posizione verticale l'attrezzatura necessaria allo scambio d'opinioni.
Insomma, alla fine Peter dice alla prostituta che non si combinerà nulla ma che lei potrà tenersi comunque le 5 sterline.
Il problema è che lui le ha dato una banconota da 10 e vorrebbe il resto.
Lei dice di non averlo e di doverlo andare a prendere da amici, lui attende in macchina ma il resto non arriva. Arrivano però gli amici che gli spiegano che non è aria e dovrebbe andarsene prima di farli arrabbiare.

Queste 5 sterline rubate si trasformeranno in un tarlo mentale di proporzioni gargantuesche che scaverà tunnel su tunnel nel cervello già fin troppo areato del nostro uomo.
Ma come, la mia futura moglie si abboffa di ottimo gelato italiano, gratis per giunta e a me invece, che sono buono e bravo, mi fottono cinque sacchi?
Che questa sia la scintilla scatenante a me pare difficile, è come credere che la prima scaramuccia mondiale sia veramente nata dall'anarchico con la pistola, ma ne capisco però il fascino dal punto di vista narrativo, quindi facciamo finta che, d'accordo?

Seguono giorni d'ira e confusione, con Peter Vendetta che cerca la donna ovunque e quando infine la trova e chiede indietro i soldini viene deriso da lei, amici e colleghe.

Mettete anche queste risate dentro la fornace, vediamo se aumenta la pressione.
Da qui scaturisce l'episodio della pietra in testa alla prostituta e di sponda anche il primo momento, anche questo un classico nelle vite dei serial killer, nel quale il "mostro" comincia a sentirsi intoccabile.
La prostituta in questione si era segnata il numero di targa e il giorno dopo la polizia bussa alla porta di Peter, ma è solo per un rimbrotto, niente di ufficiale: la donna per suoi motivi non ha sporto denuncia e Sutcliffe se la cava con quattro parole e via...

Poco dopo, altro momento di invulnerabilità.
Il nostro esce di sera, armato di quelli che in seguito diventeranno i suoi attrezzi del mestiere, ovvero un martello e un coltello, intenzionato a uccidere una prostituta.

Ha violenti mal di testa, afferma di essere depresso e ossessionato da quelle cinque sterline (che, in altra forma e importanza, torneranno fra qualche anno) e quindi perché non ammazzare una donna di strada?
Lo becca un poliziotto che nota la macchina posteggiata con il motore acceso e lui, armato di martello, che si aggira su proprietà privata.
Arrestato, riesce a nascondere il coltello e se la cava con una multa di 25 sterline per essere andato in giro nottetempo attrezzato per il furto con scasso.
In realtà era attrezzato per ben altro...

Trevor, banconote da cinque sterline, martello e coltello: sono già parecchi gli elementi che faranno il loro ritorno più in là in questa vicenda.

On the road

Queste esperienze rimangono quindi a fermentare per qualche anno, durante il quale non si hanno notizie certe di altri attacchi, questo non vuol certo dire che non ce ne siano stati.
Periodo di cambiamenti per la coppia: ricevono, come detto, la notizia che non ci saranno mai pargoli nel loro futuro e Peter prende la patente per camion cambiando quindi lavoro (trasporto pneumatici per una grossa ditta della zona).
Sonia, realizzato che non sarà madre, riprende gli studi per poter in seguito passare all'insegnamento.
Abbiamo warpato fino all'anno 1975, Peter è pronto a riprendere gli attacchi notturni.

Prima di riuscire a uccidere una prostituta questo goffo killer esegue prove generali per tre volte durante l'estate, attaccando prima Anna Rogulskyj (5 luglio), quindi Olive Smelt (15 agosto) e infine Tracy Browne (27 agosto)
Il modus operandi è sempre uguale e già cristallizzato: osserva e segue la vittima durante la notte, tenta approcci verbali che possono più o meno riuscire e quindi, alla prima buona occasione, colpisce la donna alla testa con un martello e poi cerca di finirla con coltellate all'addome, alla gola o alla schiena.
In tutti i casi viene disturbato (da un vicino allarmato dai rumori e da automobili di passaggio) e lascia le poverette a terra, malconce, a fronteggiare un futuro probabilmente peggiore della morte.

Morte che arriva il 29 settembre del 1975.
Wilma McCann ha 28 anni quattro figli che non le impediscono di andar in giro per pub la notte a bere e cercare clienti, mentre la più grandicella (9 anni, una donnina ormai) si occupa di fratellini e sorelline.
Quella notte però incontra il cliente sbagliato. Piena di alcool (l'esame post mortem parla di almeno una decina di bicchieri) viene avvicinata da Sutcliffe e si accordano su cinque sterline.
Ma il Ripper vorrebbe romanticismo per riscaldarsi ed eccitare il suo diesel, mentre Wilma invece a momenti non sa nemmeno dove si trova, si cala i pantaloni e cerca di fare prima possibile per poi rientrare a casa.
Atteggiamento non gradito dall'ora ufficialmente Squartatore, che le fracassa il cranio due volte e poi le rifila quindici coltellate al collo, petto e addome.
Trovano le figlie infreddolite, di notte fonda, fuori di casa, ad aspettare la mamma alla fermata dell'autobus.

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1976

Passa un'ottantina di giorni prima che lo Squartatore torni a colpire.
Questa volta tocca Emily Monica Jackson, 42 anni, prostituta atipica: marito e tre figli, in famiglia le cose non vanno granché bene dal punto di vista economico e così il marito porta ogni tanto Emily in giro per Leeds, le lascia il furgoncino nel quale la donna si prostituisce mentre lui beve fino alla chiusura dei locali, momento in cui la moglie torna a prenderlo per andare a casa.
Quella notte del 20 gennaio 1976 il marito se ne torna a casa in taxi mentre Emily non ci tornerà mai più: la ritrovano con il cranio sfondato da due colpi di martello e cinquantun ferite di cacciavite su collo, petto e stomaco.
Peter Pasticcio ha persino lasciato chiare impronte di uno stivale Wellington sulla scena del crimine.

La polizia comincia ad attivarsi e a stabilire correlazioni, ma arriva anche la prima di una lunga serie di lettere (e più tardi telefonate e registrazioni) che giocheranno una parte fondamentale nel confondere le indagini.
La lettera, scritta, pensava allora la polizia, dallo Squartatore afferma che anche l'omicidio di tale Joan Harrison fosse da attribuire al Ripper.
Nella trilogia filmica di Channel Four Joan Harrison diventerà Clare Strachan...
Tuttavia non ci si agita più di tanto. Sono crepate solo due prostitute, la gente per bene è al sicuro...

9 maggio. Intermezzo con Marcella Claxton, prostituta, vent'anni. Sta tornando a casa, sbronza marcia, verso le quattro del mattino. Peter la carica in macchina e le offre le solite cinque sterline per farlo in un campo ma lei non sembra molto convinta e rifiuta.
Scende per urinare e viene colpita alla testa, due volte. Cade a terra, sanguinante e intravede l'uomo che si masturba in piedi, sopra di lei.
Lo Squartatore quindi le butterà i fazzoletti sporchi e la banconota addosso, intimandole di non chiamare la polizia, per poi dileguarsi.
La donna riesce a trascinarsi fino a una cabina telefonica, dalla quale chiama aiuto proprio mentre Peter, sempre più confuso, torna per cercarla e finire il lavoro, non riuscendo però a trovarla.

La ragazza, nera e con un QI molto basso, viene trattata con una certa superficialità dalla polizia e un agente viene sorpreso a definirla "just this side of a gorilla", potete immaginare quanto la sua pur accurata descrizione del killer sia stata presa in considerazione al tempo.

Le prostitute cominciano a lavorare in gruppo, tenendo traccia delle targhe dei clienti e fornendo scarse informazioni a una polizia che sembra impegnarsi poco sul caso.

Sutcliffe entra in letargo: licenziato dal precedente posto di lavoro (arrivava continuamente tardi e aveva rubato del materiale), passa parecchi mesi di inattività prima di essere assunto, sempre come camionista, da una nuova ditta. Il resto del 1976 trascorre tranquillo, con il nuovo sovraintendente alle operazioni di polizia che non ha occasione per indagare su ulteriori mosse del killer.

Un anno intenso

Arriva il 1977 e Peter, forte del nuovo lavoro, ricomincia a darsi da fare anche con l'altro lavoro e il 5 febbraio tocca a Irene Richardson, una prostituta di ventotto anni che si becca tre martellate in testa, una delle quali così violenta che un pezzo di osso le penetra il cervello. Il Ripper doveva aver preso le sue vitamine in quella occasione perché anche le usuali coltellate furono molto, molto violente, al punto da sbudellarla.
Al solito il nostro, con la sua cura, attenzione ed eleganza, lascia un sacco di tracce in giro (impronte di scarpe e impronte di pneumatici) che però non serviranno a nulla nel corso delle indagini.
A sentire Peter, questo è un momento piuttosto importante nella sua "carriera", perchè: "By this time, after Richardson killing, prostitutes became an obsession with me and I couldn't stop myself, it was like some sort of a drug".

Non bisogna però addossare tutta la colpa alla polizia. Non c'è solo negligenza in questo caso, ma anche una mole enorme di dati in un'epoca nella quale i computer non potevano aiutare più di tanto a incrociare ed eliminare.
Pensate che a un certo punto il peso dei documenti cartacei inerenti il caso è tale che bisogna rinforzare il pavimento della stanza per reggere il tutto!

Il 23 aprile è il turno di Tina, al secolo Patricia Atkinson. Prostituta, tre figlie, tendenza a bere forte, si porta Peter nell'appartamento e le viene riservato il "trattamento": martellate e coltellate. Viene ritrovata, come accaduto a quasi tutte le altre, parzialmente svestita, con il seno esposto e i jeans calati.
Nuove impronte di scarponcino sul luogo.

Fino a questo momento Peter e Sonia hanno vissuto a casa dei genitori di lei ma ora, con Sonia che ha prospettive di impiego, i due si guardano intorno per una casa nella quale vivere senza la presenza di parenti e la trovano il 25 giugno, al numero sei di Garden Lane, Bradford.
Quella sera stessa, forse a causa dello stress dovuto alla forte somma da versare per l'acquisto del nido d'amore, Peter esce per una passeggiatina.

In mezzo alla marea di trascuratezze e disorganizzazioni questo sarà il vero, grande errore dello Squartatore.
Perché per la prima volta una sua passeggiata non lo porta in qualche via a luci rosse ma da una "onesta" ragazza di soli sedici anni.

Jayne MacDonald era felice quel sabato sera: aveva appena trovato il suo primo posto di lavoro e stava per uscire con amici, fra i quali un ragazzo che le piaceva.
ragazzo che a fine serata, non trovando un taxi o un passaggio, la accompagna fin quasi a casa.
Quel quasi è lo spazio e il tempo in cui arriva Peter e massacra la ragazza con la sua solita, mortale combo di martello e coltello.

Ora a infuriarsi e sentirsi minacciati non sono più solo le donne di malaffare. La gente "per bene", qualsiasi cosa voglia dire, capisce finalmente che nella zona è attivo un predatore che non si nutre solo di prostitute e comincia a chiedere a viva voce ala polizia dei risultati.

Risultati che, nonostante una maggior apertura verso i media e un incremento del personale coinvolto, stentano ad arrivare. Lettere anonime, segnalazione, migliaia di deposizioni e interviste, un mare di dati che si accumula progressivamente nelle stanze della stazione di polizia senza nessuno che riesca a organizzare e analizzare tale flusso di informazioni.

Peter ne approfitta e scorrazza in lungo e in largo, permettendosi un nuovo omicidio mancato il 9 luglio, quando offre un passaggio a Maureen Long e procede a martellarla in testa e accoltellarla all'addome.
Ma un cane si mette ad abbaiare proprio sul più bello e Pavido Peter scappa subito via, lasciando il lavoro a metà.
Maureen Long verrà ritrovata il mattino dopo e portata in ospedale.

La polizia cerca di cogliere la palla al balzo e si attiva come non mai, ma non fa altro che accumulare una nuova, immensa massa di dati che nessuno riesce a correlare. Si indagano i tassisti, fra gli altri sospetti, ma le forze dell'ordine paiono più quelle del disordine.

Il tutto mentre Peter e sua moglie celebrano la migliore estate della loro vita, lei ha un lavoro e la tanto sognata casa, lui una nuova macchina. E quando avete una nuova macchina siete ansiosi di provarla quanto prima possibile, giusto?

E Peter la prova, tutto orgoglioso, il primo ottobre, caricando tale Jean Bernadette Jordan.
L'accordo è quello standard: cinque sterline per appartarsi da qualche parte. Il da qualche parte è vicino al cimitero e la banconota, nuova di pacca, finisce in uno scomparto segreto della borsetta di Jean che, poco dopo, muore sotto ben tredici colpi di martello.
Sutcliffe è più agitato del solito, nasconde per bene il cadavere, poi torna a casa.
Ma è molto nervoso: sospetta che il ritrovamento della banconota da cinque possa in qualche modo mettere la polizia sulle sue tracce. Così la sera dopo, domenica, torna sul luogo del delitto, sveste il cadavere, cerca in giro ma non trova la borsetta.
Infuriato, prende a coltellate il corpo, ben diciotto volte, e cerca anche di tagliarne la testa.
Ma con un coltello da cucina non è così facile e dopo poco torna a casa, preoccupato.

Prove, prove, prove

E a ben ragione, visto che la polizia ritroverà la borsetta (e la banconota) poco distante dal luogo del delitto e, indagando sul numero di serie, riuscirà a circoscrivere il numero dei possibili proprietari a circa ottomila persone, intervistandone moltissime nei mesi seguenti fra cui, più volte, sia Peter che sua moglie.

Oltre alla banconota si aggiunge anche la testimonianza di Marilyn Moore, altra prostituta sopravvissuta a un attacco dello Squartatore, il 14 dicembre 1977, grazie al provvidenziale cane che si mette ad abbaiare quando sente le grida della vittima colpita dal martello. Fornirà accurate descrizioni dell'uomo e della sua macchina, inutili come tutto il resto.

Tempo di entrare nel 1978 e impattiamo subito in altre due vittime, Yvonne Pearson (21 gennaio) ed Helen Rykta (31 gennaio).
Peter si accanirà particolarmente sulla Pearson: la trascina dietro un vecchio divano abbandonato, le riempie la bocca con l'imbottitura, la riempie di calci e infine le salta ripetutamente addosso, per poi coprirla con un po' di terra e nasconderla sotto il divano.
Verrà ritrovata solo il 26 marzo, ben dopo la Rykta, complicando ulteriormente indagini già assurdamente difficili e compromesse.

Ulteriori complicazioni arrivano da una nuova lettera che pare credibile, che ribadisce il fatto che la Harrison sia stata uccisa dallo Squartatore e che la prossima vittima sarà piuttosto anziana, come infatti accadrà, visto che a morire sotto i soliti colpi di martello e ferite da arma da taglio toccherà a Vera Millward, quarantun anni, la sera del 16 maggio 1978.

Passeranno ben nove mesi prima che il killer torni a colpire, nove mesi di ulteriori accumuli di prove, di altre lettere (le cui predizioni questa volta non troveranno riscontro), di nuove indagini su Peter (la sua targa veniva spesso vista nelle strade a luci rosse). Nove mesi durante i quali Sutcliffe rimane inattivo probabilmente a causa della morte della madre, cui era molto affezionato.

Peter_William_Sutcliffe_Yorkshire_Ripper_3
Secondo errore

Ma non si può piangere mamma troppo a lungo, bisogna rimettersi al lavoro. E per la seconda volta Peter sbaglia target e colpisce una onesta lavoratrice, Josephine Whitaker, di ritorno da una visita ai nonni, nientemeno.
Siamo passati al 4 aprile 1979: i nonni pregano Josephine di rimanere per la notte a casa loro, ma sono passati molti mesi dall'ultima vittima, la gente comincia a rilassarsi e poi sono solo dieci minuti a piedi attraverso un parco.
Dieci minuti che bastano e avanzano al famigerato martello e a venticinque coltellate.
Stampa, polizia e pubblico impazziscono, si moltiplicano le telefonate, arrivano altre lettere e alla fine anche una registrazione da parte del presunto Ripper, con un accento molto particolare, registrazione che viene resa pubblica, con tanto di esperti che identificano con presunta precisione la zona esatta di provenienza di tale accento.

Invece di utilizzare lettere e registrazioni come possibile pista, esse vengono sfruttate dagli inquirenti come cartina di tornasole in grado di escludere o includere eventuali sospetti. L'accento non corrisponde a quello di Peter e quindi poco importa che tantissimi altri indizi portino direttamente a lui.
La registrazione non viene riconosciuta da molte delle vittime sopravvissute agli attacchi, ma nella testa della polizia non c'è spazio per il concetto di antitesi, l'idea è ormai radicata e sono sicuramente vittime e testimoni a sbagliarsi.

Horror Parade

Sutcliffe può quindi continuare a uccidere con tranquillità e il primo settembre dello stesso anno massacra una studentessa, Barbara Janine Leach, di ritorno da una festa.
Barbara sceglie di deviare tornando verso casa, un suo amico non la segue e al mostro basta un singolo colpo di martello. Si risparmia anche sul numero di coltellate, questa volta solo otto.

Due "innocenti" morte nel giro di pochi mesi: si attiva una campagna pubblicitaria per un costo che supera i milione di sterline, tutta incentrata sul particolare accento presente nella registrazione.

Inizia il 1980 e si comincia a usare anche i computer, che eliminano sì parte del lavoro, ma ne creano parecchio altro. Solo per quanto riguarda il numero di immatricolazioni di autoveicoli si è arrivati alla incredibile cifra di cinque milioni di schede.
Peter continua a corrispondere a un sacco di indizi.
Ha una fessura fra i denti frontali, il gruppo sanguigno corrisponde, la sua macchina è stata vista spesso nei quartieri a luci rosse, il numero di scarpa è identico a quello del killer, è presente nella lista delle trecento persone che probabilmente hanno ricevuto la famosa banconota.
Eppure nulla.

Viene persino arrestato per guida in stato di ebbrezza e rilasciato senza alcun controllo.
Ma lentamente lo stress, il peso delle uccisioni, la stanchezza sembrano avere effetto, tutto si muove più velocemente, gli errori aumentano, il centro non regge.

E parlando di stanchezza, immagino che nessuno di noi sia lucido come all'inizio di questo post, giusto? Le vittime si accavallano, il modus operandi si ripete uguale di volta in volta e per quanto sia orrendo non conferire uguale spazio a ognuna delle tredici donne uccise, ripetere ogni momento la stessa, identica atrocità non può far altro che avvicinarci un tantino allo schema tipico del serial killer.

Quindi è forse meglio soprassedere e dirvi semplicemente e con poche parole che nei mesi seguenti Peter attacca altre quattro donne, uccidendone due.

20 agosto 1980: Marguerite Walls, uccisa con martellate e strangolamento (sempre più distratto, aveva dimenticato di portare con sé il coltello).

24 settembre 1980: Upadhya Bandara, dottoressa arrivata a Leeds da Singapore per un corso. Prima di riuscire a finirla Peter è costretto a scappare causa rumore di passi in avvicinamento.

5 novembre 1980: Theresa Sykes, torna a casa dopo essere passata dal pub del padre. Peter la colpisce con forza tale da sfondarle il cranio, il ragazzo di Theresa, Jimmy, osserva il tutto dalla finestra, urla e corre verso la scena: il Ripper scappa via, lasciando Theresa gravemente ferita ma viva, fra le braccia del suo ragazzo.

17 novembre 1980: Jaqueline Hill, studentessa. Basta di nuovo un unico colpo da dietro. In seguito ne trascina il corpo al riparo e infierisce con particolare cattiveria, pugnalandola anche in un occhio.

L'amico Trevor

Devo ribadirvi come a ogni nuova morte aumentino segnalazioni, telefonate, lettere? Tutti si sentono minacciati, chiunque ha una moglie, una figlia, una nipote, una amica e tutte quante possono essere a prossima vittima del killer con l'accento del Nord Est.

E ricordate Trevor Birdsall?
Trevor ha continuato ad accompagnare Peter durante tantissime uscite nei pub e nelle vie del peccato durante tutti questi anni e ha sempre visto l'amico comportarsi in maniera strana, episodio della pietra nella calza a parte.
Alla fine non ne può più e scrive alla polizia suggerendo loro di indagare in direzione Sutcliffe.
Nisba, la lettera finisce nel mucchio, come finisce nel dimenticatoio la sua apparizione di persona di fronte agli agenti, a ribadire i suoi sospetti.

Troppi gli avvicendamenti nelle persone a capo delle indagini, scarsa la comunicazione fra la task force e le forze di polizia ordinarie, ormai impossibile da gestire la mole di dati.

Ring my bell

Dove non può l'uomo, per farla breve, può infine il caso.
Sarà infatti per puro caso che il Ripper verrà arrestato il 2 gennaio 1981.
Negli ultimi tempi Peter aveva sviluppato un certo gusto per la zona di Sheffield in occasione di uno dei suoi frequenti viaggi da camionista ed è proprio a Sheffield che torna, a inizio anno, con la macchina, per far conoscere anche alle prostitute locali le sue armi preferite.

Si apparta con Olivia Reivers ma, come spesso gli è capitato, non riesce a far funzionare l'altro suo attrezzo e sta seriamente meditando su come massacrare la ragazza con i fidi martello e coltello quando arriva una macchina della polizia locale, insospettita dall'auto ferma con coppia a bordo.
E per poco Peter non la fa di nuovo franca, con Olivia che, prontissima, dichiara di essere la sua ragazza.
Ma uno de due agenti, il sergente Ring si ricorda, per fortuna, che Olivia ha un passato da prostituta e non abbocca all'amo. I due finiscono in Centrale e, una volta tanto, scattano tutti i giusti meccanismi.
Prima di salire a bordo dell'auto però, con una scusa, Peter riesce a nascondere le armi vicino a dove si era appartato con Olivia.

Una disposizione del sovraintendente alle indagini sul Ripper raccomandava di contattare la task force per ogni cliente sorpreso con qualche prostituta.
Alcuni degli investigatori coinvolti nelle indagini già da tempo non erano granché convinti dalle lettere e dalla registrazione e a questo giro decidono di ignorare la scagionante dell'assenza di accento. Sono troppi gli indizi a carico dell'uomo, che infatti viene trattenuto per la notte.

Le indagini e gli interrogatori proseguono, ma a rilento e senza molti progressi, fino a quando a Ring, di ritorno sul posto di lavoro per un nuovo turno, non scatta la seconda, fondamentale intuizione: ricorda di aver sentito uno strano suono sul posto dell'arresto, ci torna e scova martello e coltello.

Sono colpi decisivi per Sutcliffe che, provato dalle lunghe ore in mano alla polizia, dal fatto che sua moglie, controinterrogata, non rilascia deposizioni concordanti con le sue e infine dal ritrovamento delle armi, rilascia finalmente una lunga dichiarazione nella quale rivela di essere lo Squartatore del Yorkshire.

Finale di partita

Ci interessa davvero più di tanto quel che segue?
Perché vi è ancora materiale sufficiente per tantissime pagine, ma ho sempre trovato triviali i fatti che seguono l'arresto di queste persone e non intendo concedere molto spazio.
Ne segue insomma la solita giustizia degli uomini, poco importa se tramite prigione, condanna a morte, cure psichiatriche, gogna o chissà che altro: i defunti non tornano in vita e ai loro parenti non sarà certo alleviato alcun dolore.

Peter comunque, altro tratto comune a molti serial killer, appena preso si mette subito a frignare e gioca la carta della follia, variante mistica: è stata la voce di Dio a ordinarmi di uccidere le prostitute.
Sia come sia il giudice non abbocca, processo piuttosto rapido con l'imputato considerato sano di mente e colpevole di tredici omicidi.
Ergastolo.

Ci sarebbe ancora molto da dire.
Peter che non se la cava bene fra le sbarre e subisce molti attacchi da parte di altri detenuti, uno dei quali riesce a privarlo di un occhio e a sfigurarlo.
Peter che apprezza particolarmente il bowling sulla Wii.
Peter che forse potrebbe uscire presto di prigione.
E tutti a indignarsi, tutti a strepitare che non è giusto che esca e che loro la Wii non ce l'hanno neppure, maledizione.
Interessa davvero?
Siete forcaioli? Progressisti? Avete letto Focault? Vi piace il fritto alla texana oppure è tutta colpa della società?

E altro ancora (quante cose, eh?), a partire dalle indagini sulla Harrison (Peter non è colpevole di quell'omicidio e il sospetto che qualche tipo di copycat si aggiri ancora per lo Yorkshire) fino all'enorme massa di materiale giornalistico che è stato prodotto negli anni.

Se volete indagare oltre, eccovi un ottimo, straordinario sito che ovviamente fa impallidire, per profondità e cura, queste poche righe che ho messo insieme alla meno peggio:

Yorkshire Ripper

Ma è tempo di chiudere, di lasciare il 1980 e passare, domani, al 1983, capitolo finale di Red Riding. Non prima però di aver ricordato qualche persona...

Squartatore_Yorkshire_1
I morti viventi

Le 13 donne uccise non sono altro che la punta di un disperato iceberg. E se i morti non soffrono, molti dei vivi toccati dallo Squartatore sono starti condannati all'inferno in terra.

Anna Rogulskyj, la sua prima vittima del 1975, ricordate?
Lasciata svenuta, con il cranio fracassato, verrà trovata e ricoverata d'urgenza. L'operazione dura 12 ore, le viene data l'estrema unzione. Torna a casa dove si trincererà per tutto il resto della sua esistenza. Sviluppa un comprensibile terrore per i maschi, perde il ragazzo e guadagna 5 gatti e un sacco di sistemi d'allarme per la casa-bunker.
Esce raramente e cerca sempre di camminare in mezzo al marciapiede, evitando ombre e muri. Le persone che le si avvicinano da dietro la spaventano a morte.
Vorrebbe essere morta quella notte.

Olive Smelt? Da quei giorni, una volta dimessa dall'ospedale, vive nella paura e nella depressione. Ha sospetti su suo marito, il rapporto di coppia è rovinato, sua figlia avrà un crollo nervoso e il figlio chiuderà sempre tutte le porte nel caso esca lasciando la madre in casa.

Marcella Claxton si becca cinquantadue punti in testa e un odio profondo per gli uomini, al punto di non sopportarne la presenza nella stessa stanza per molto tempo in seguito all'aggressione.
Seguono depressione, svenimenti e incapacità a conservare un posto di lavoro.
Anche lei avrebbe preferito morire piuttosto che andare avanti in questo modo.

Wilfred MacDonald era il padre di Jayne. Dico era perché dopo la mote della figlia ha perso ogni interesse ad andare avanti, sviluppò immediatamente un'asma nervosa, perse il lavoro e due anni dopo, passati a star seduto e pensare a sua figlia, morì di infarto. O, come preferiscono dire i romantici, con il cuore spezzato.

Sei settimane in ospedale e altre tre di convalescenza in casa di riposo non serviranno poi molto a Maureen Long che entrerà nel solito tunnel di disperazione, vivendo con i soldi dell'assegno di disoccupazione e di qualche occasionale furtarello, insieme alle somme che riuscirà a farsi dare dai giornalisti che vorranno sentire della sua esperienza con il Ripper.

La morte di Jean Bernadette Jordan distruggerà altre due vite. Jean era sposata con Alan Royle, i due avevano avuto due bambini e sebbene Jean da qualche tempo vivesse da separata in casa, progettava di chiudere con la prostituzione e tornare a vivere con il marito.
Alan, morta la moglie, perse il suo lavoro da cuoco: non riusciva più a concentrarsi su nulla e aveva un solo pensiero fisso in testa, ovvero l'omicidio di Jean. Uno dei loro figli rimase così scioccato dalla morte della madre da subire un grave ritardo nello sviluppo: a cinque anni non riusciva ancora a pronunciare che pochi monosillabi.

Marilyn Moore tornò, dopo qualche tempo, a lavorare come prostituta a Leeds, ma la depressione non l'abbandonò mai più e un evidente buco in testa le ricorda il suo incontro con il Ripper, ogni istante della sua non-vita.

Theresa Sykes era una ragazza allegra prima del suo incontro con il martello. Dopo molte settimane passate all'ospedale tornò a casa, ma lasciò Jimmy, il suo ragazzo, con il quale doveva sposarsi e andò a vivere con i genitori, avendo una paura folle di tutti gli uomini.
Mutò anche drasticamente carattere, diventando irascibile e lunatica. Anche la sua vita non fu mai più la stessa, anche lei venne in pratica uccisa quella notte.

A tutti questi, a tutti i sopravvissuti.
Che possano trovare un po' di pace.

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