sabato 27 febbraio 2010

The Taking of Denzel 123

Non segnalo (quasi) mai nulla, ho sempre pensato che un blog debba produrre pensiero e materiale originale, per il resto esistono giustamente i tumblr: altrimenti grazie al cavolo, scriverei anche io 3 o 4 "post" al giorno.
Questa volta, però, complice la leggerezza del weekend e il fatto che sia coinvolto uno dei miei attori preferiti, non resisto...

Via Zie's got you high...

Denzel_Washington

venerdì 26 febbraio 2010

Cabin Fever 2: Spring Fever

CABIN FEVER 2: SPRING FEVER
2009, USA, colore, 87 minuti
Regia: Alan Smithee
Soggetto/Sceneggiatura: Randy Pearlstein/Joshua Malkin
Produzione: Tonic Films e varie, Lions Gate Films

Paul, unico sopravvissuto del primo episodio emerge dalle malsane acque dello stagno e barcolla attraverso il bosco finendo investito da un bus scolastico.
Purtroppo tutto questo non è certo la fine del terribile virus che trova facilmente la sua via nelle acque di una sorgente e finisce nelle bottiglie d'acqua dirette verso l'high school locale.

E mentre bulli, bravi ragazze, principesse di bellezza, tipe dai facili costumi, nerd e freaks vari assortiti si preparano per il ballo di fine anno, il virus, distribuito in centinaia di bottigliette, comincia a far sentire la sua presenza.
I corpi perdono la pelle e si sfaldano, si squagliano e fiottano sangue ovunque, il contagio si diffonde.

La Prom Night diventerà ben presto una Blood Night...

Carrie che incontra American Pie, il tutto filtrato attraverso una lente camp-kitsch-bizarro-nonsense può in qualche modo darvi la misura di quanto vi attende in uno dei rari casi di sequel migliore del primo film (lo so, gioco facile...), il tutto purtroppo funestato da un montaggio assurdo e un finale fuori luogo e sotto tono.

L'ottima attenzione verso i dettagli e i personaggi è la base necessaria per allestire questo impasto di umorismo di grana grossissima, devoto recupero di atmosfere e situazioni anni Ottanta e splatter over the top.
Si parte inevitabilmente dalla fine del precedente capitolo, per far però capire quanto il collegamento sia pretestuoso e labile, a cominciare da una grande sensibilità nella scelta delle canzoni che vanno a comporre la soundtrack.
Titoli di apertura, dopo un iniziale bagno di sangue e vomito, che diventano un cartoon diegetico al suono di Dancing on our graves dei bravi The Cave Singers, ma a metà film ci si sarà dimenticati di aver ballato sulle proprie tombe e saranno tutti vogliosi di andare alla festa di fine anno scolastico, preparandosi al ritmo dell'obbligatoria Born to be alive, per poi scoprire che qualcuno ha fatto pipì (o peggio) nel punch insieme ai Ramones di Somebody put something in my drink, ballare ovviamente con il recupero della colonna sonora di Prom Night (d'altronde si tratta proprio di quella notte) e chiudere infine, mentre circolarmente partono di nuovo i cartoni animati sempre funzionali alla storia, con una Dark day coming che non lascia dubbi su quel che accadrà dopo la parola fine.

Alla cura posta nella scelta delle canzoni segue altrettanta cura nel setting highschoolesco che, vista la trama, pesca a pienissime mani da Carrie sia per quanto riguarda i costumi che le scenografie che, infine, per la scelta dell'attrice protagonista, Alexi Wasser (il cui personaggio guarda caso si chiama Cassie), sissispacekiana come poche altre.
E appunto dopo la secchiata di sangue iniziale, il regista rallenta toni e ritmi all'inverosimile, prendendosi tutto il tempo che gli serve per costruire John (un bravo Noah Segan, già visto in precedenza in Deadgirl), Paul e tutti gli altri ragazzi e resto dello staff scolastico (nel gruppo si annidano parecchi volti noti del nuovo horror).
Ritmo lento, quindi, da commedia slowteen, ma con continui, minimi segnali destabilizzanti o anche solo leggermente stranianti che contribuiscono a far montare l'attesa.

Un'unghia staccata e incollata con l'attak qui, un coniglio gigante là, presidi dai gusti sessuali forti e decisi, criptici festoni inneggianti a forme di vita marine, professoresse dal labbro deforme, un Larry Fessenden che gigioneggia per due minuti geyserando sangue in una tavola calda, e via via fino a creare un accumulo di segnali e rimandi che portano verso la splendida festa di sangue del secondo tempo.

Che ripagherà chi odia certi ritmi sonnolenti con una vera e propria orgia splatter.
Gente che urina sangue nei drink, una (in)sana sveltina in piscina che si trasforma in grandguignolesca tragedia, getti di vomito e qualsiasi altro liquido immaginabile, peni in bella vista che perdono pus, ragazze che quando si levano i reggiseni viene via anche altro...
Il tutto mentre qualche non meglio definito corpo speciale di polizia circonda l'edificio e comincia a massacrare, senza spiegazione logica, gli infetti.

E qui il film dovrebbe concludersi in gloria, perché quel che segue dopo è un finale fra i più brutti, posticci e inguardabili nella storia del cinema horror degli ultimi anni, girato con il piede sinistro, scritto con il piede destro, pensato con la chiappa sinistra e montato con quella destra.
Difetto grosso, comune a larga parte di quanto esce da Hollywood ma in questo caso ben più evidente e importante.
Vi basterà però troncare la visione una decina di minuti prima e potrete porre rimedio a questo inetto devasto.

Lasciate perdere logica e consecutio o voi che entrate, ma state attenti a due o tre teenager definiti con maggiore cura rispetto alla desolante media di questi film (il rapporto fra Alex e John, o il discorsino che John rifila a Cassie a metà ballo, fuori dalla scuola) e a vari momenti di ottimo e divertente cinema (il blow-herpes-job con tanto di discorso sulla vendetta, le varie scenette di preparazione al ballo...) che fanno di Cabin Fever 2 un memorabile film di serie B e una irrinunciabile festa gore di inizio anno.

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Filmato:



Bonus: Danzando sulle nostre tombe...

mercoledì 24 febbraio 2010

The Wolfman (2010)

Wolfman_locandina_posterTHE WOLFMAN
2010, USA, colore, 102 minuti
Regia: Joe Johnston
Soggetto/Sceneggiatura: Andrew Kevin Walker e David Self (dalla sceneggiatura originale di Curt Siodmak)
Produzione: Universal Pictures e varie

Lawrence Talbot, attore di successo in USA riceve una lettera dalla fidanzata di suo fratello, recentemente scomparso dal villaggio natale di Blacksmoor.

Lawrence torna in Inghilterra solo per scoprire che suo fratello è morto, il corpo straziato da qualche bestia feroce. Egli rimarrà quindi nella casa del padre, che lo tratta in maniera ambigua, per dare la caccia alla belva.

Ma durante una notte di luna piena il gigantesco lupo morderà proprio Lawrence, che, una volta guarito, scoprirà di aver contratto la maledizione della licantropia...

The Wolfman è il classico caso di film che potrebbe essere compreso e giudicato anche solo guardando i nomi coinvolti e la travagliata storia produttiva, poi ci si reca ugualmente in sala perché si spera in qualche miracolo di sorta, perché ogni volta che ci si siede al buio si ha sete e fame d'orrore...

Ma sarebbe bastato, come detto, guardare alla storia produttiva.

Che ci parla di un Mark Romanek (quello di One Hour Photo e di alcuni splendidi video musicali) sostituito in corsa da Joe Johnston (quello di, uhm, Jumanji. Avete presente Jumanji?).
Di Benicio Del Toro scelto per interpretare un lupo mannaro portoricano a Londra.
Di una ansiosa ricerca di fedeltà all'originale che scade in agiografia di cartapesta e di un make up d'antan che non è più in grado di turbare nemmeno i bimbi in età prescolare.

Ecco così che ci ritroviamo dalle parti del ricalco, come se scimmiottare il classico di riferimento, allungando però il brodino di parecchi minuti, potesse essere già di per sé sinonimo di alta qualità.
Purtroppo la lezione, fin troppo evidente, è che non si torna indietro dopo Landis e Dante, che non si può far finta che non siano mai esistititi Ginger Snaps e Dog Soldiers e che persino gli insensati e rappezzati sbuffi di pixel tatopoulosiani non sono passati invano.
Il licantropo, come tutti gli archetipi o arcani dei tarocchi che dir si voglia, si è evoluto e pretendere che per qualche tipo di magia si possa, nello spazio di un centinaio di minuti, ridiscendere la scala evolutiva di sessantanove anni è davvero chiedere la luna.

Che, si sa, è cattiva maestra e non offre certo sponda favorevole a chi la guata riversandoci addosso banalissime citazioni shakespeariane. Johnston non ha un'oncia dell'onesto mestiere di George Waggner, Andrew Kevin Walker ha ormai dimostrato ripetutamente che alcune intuizioni se7eniane erano solo un caso e Del Toro, con tutta la simpatia che mi ispira non può davvero pretendere di aggirarsi per vecchie magioni a vestire (e stracciare) i panni dell'uomo e della bestia.

Pesantissimo e didascalico il sottotesto del rapporto cronico-saturnino fra un sempre più bolso e scadente Anthony Hopkins e Benicio "dopo il Che qualsiasi cosa" Del Toro; bovino e immotivato l'innamoramento d'occasione con una melensa Emily Blunt ridotta a poco più che marionetta monofunzionale; incoerente e di scarso spessore l'irruzione dell'hobbesiano Hugo Weaving (comunque una spanna sugli altri) che schifa tutto e tutti anche sotto cinque chili di redingote posticce e favoriti da fumetto; offensivo (ma Hollywood l'ha sempre fatto, non che valga come scusa) il trattamento riservato agli zingarelli di turno; noioso e monocorde il viaggio nel solito manicomio d'epoca governato dal solito cretino d'epoca.

Cosa rimane di un remake che da un lato non tenta nemmeno la carta dell'aggiornamento 2.0 e dall'altro lato non ha né know how né passione per giocare a far da carta carbone colorata?
Il ridicolo combattimento finale fra il Ezechiele Lupo (col pelame argenteo!) e il Lupetto prodigo?
Un montaggio fra i più brutti visti di recente su grande e piccolo schermo?
Le fanfaronate musicali assordanti di Danny Elfman che fanno rimpiangere il suo periodo Oingo Boingo?
Un Rick Baker che non riesce a superare o anche solo eguagliare il suo passato make up?
Una luna di cartapesta inquadrata in una finestra di cartone in una villa di finta pietra poco fuori un villaggio di plastica con tanto di mini-Stonehenge (oh, so useful!) di polistirolo lì vicino?

Siamo dalle parti di Van Helsing, The Haunting, From Hell e tutto il resto del fintissimo baraccone hollygothic che avremmo ormai dovuto imparare a gestire e digerire e che invece ancora rimane sullo stomaco per poi tornare su e su e su come una peperonata gommosa e indigesta.

Peperonata o forse polpettone, con fin troppi ingredienti di scarto e riporto (La Bestia, Attori Americani e Uomini Inglesi, Shakespeare, Edipo, Madri Morte, Nuova Scotland Yard, Vecchia Psichiatria, Zingari Itineranti e Lupi Stanziali...) cucinato da fin troppi cuochi (in due a rimaneggiare una sceneggiatura già scritta decenni fa, in tre a montare e rimontare quanto filmato da due registi...) e servito in un ristorante horror che al momento offre fin troppi prelibati piatti europei per poter concedere più di tanto spazio a questa indigesta portata a stelle e strisce.

Difficile salvare qualcosa, di tutto questo confuso e caciaronesco carrozzone, si può però condividere in pieno lo sdegno di Hugo Weaving che pone il ferreo rispetto di rigide regole come unico baluardo contro la bestialità.
Rispetto, per le regole e per lo spettatore, che in The Wolfman latita dal primo all'ultimo minuto.

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Filmato:

martedì 23 febbraio 2010

Proudest monkey, ants marching...


Palasharp, 22 febbraio 2010.
Non mi era mai (ripeto, mai) capitato, a metà concerto, di abbandonare la postazione e rifugiarmi al bar (e dover, in detto bar, spiegare cosa sia uno shot di rum).
Uno dei peggiori show cui abbia assistito in vita e mi piange il cuore dirlo.
E l'anno scorso ho visto gli Stiff Little Fingers vecchi e senza voce (non che ne abbiano mai avuta), il che è tutto dire.

Spenti, senza cuore, senza calore, senza voce, triturapalle oltre ogni limite di sopportazione.
40 euro, porcatroia, si sono rifatti di tutti i dischi che non ho pagato, poco ma sicuro.
Pazienza.
Spero di tornare a godere musica con questo signore, giovedì 11 marzo all'Alcatraz...

venerdì 19 febbraio 2010

The Entity (1981)

THE ENTITY
1981 (distr. 1983), USA, colore, 125 minuti
Regia: Sidney J. Furie
Soggetto/Sceneggiatura: Frank De Felitta
Produzione: Pellport Investments e varie

Carla è una trentenne single che ha già tre figli, uno adolescente e due bambine più piccole. lavora e frequenta un corso di dattilografia per migliorare la sua posizione sociale.
Ha avuto in passato relazioni disastrose, con un ragazzo tossicodipendente che è poi morto e con un uomo più anziano di lei che l'ha lasciata dopo qualche anno.
Ora frequenta un ricco uomo d'affari che è sempre in giro per lavoro.

Improvvisamente, una sera, Carla viene attaccata in casa sua da una forza invisibile che la stupra.
Gli attacchi si ripetono, distruggendo parte del mobilio della casa, continuando ad abusare violentemente del suo corpo e mettendo a rischio la vita dei figli.
Nemmeno l'esterno è sicuro: la forza invisibile l'attacca in auto o a casa di amici.

La donna si rivolge a uno psicologo senza apparenti risultati e quando finalmente un attacco ha come testimone la sua amica Carla ne accetta l'origine soprannaturale e chiede aiuto a un dipartimento di parapsicologia.
Riuscirà a liberarsi della malevola entità prima che sia troppo tardi?

Anno importantissimo, il 1981, per le donne del cinema horror: spuntano fuori due personaggi magnifici come Anna di Possession e Carla di The Entity: se aggiungiamo poi al gruppo delle uscite altri titoli quali Scanners, Evil Dead e An American Werewolf in London possiamo renderci conto di quanto sia stato importante quell'anno per la storia intera del nostro non-genere preferito.

E avercene di donne come questa Carla.
Infanzia funestata da un padre incestuoso, fuga da casa per andarsi a intrappolare in situazioni ancora peggiori nella Grande Mela, si ritrova vedova e madre prima dei vent'anni, cerca di ricostruirsi una vita con un nuovo uomo, questa volta più vecchio, che la lascia con altre due bambine.
Carla lotta, trova un lavoro, non riesce quasi a pagare l'affitto ma non si ferma e lotta ancora: corsi notturni per acquisire una qualifica che possa aiutarla a trovare un lavoro migliore, quando torna a casa trova sempre la forza di sorridere alle due bambine e ha un ottimo rapporto con il figlio più grande.

In mezzo a una vita faticosa che stroncherebbe gente all'apparenza ben più forte, l'indipendente, indomita e coraggiosa Carla trova anche il tempo per coltivare amicizie e una relazione altalenante con una persona decente. Chissà cosa direbbe Elisabeth Badinter di Carla...

Ma se sei una donna che ce la fa anche senza i maschietti (o meglio, nonostante essi), la punizione è sempre presente e se non ci riescono gli uomini e le loro istituzioni, allora ci provano le entità sovrannaturali.
Sidney J. Furie, solidissimo professionista proveniente da un passato Hammer e in seguito rivoltosi alle più tranquille spiagge dei drammoni con star di sicuro richiamo e budget più che decenti, torna al non-genere horror dopo qualche decennio e lo fa affrontando il complesso e intrigante tema degli stupri astrali/soprannaturali in modo serissimo, senza temere mai il ridicolo che rischia di suppurare in ogni istante nel caso non si sappia controllare tale argomento.

Serietà vuol dire da un lato studiare il tema e dall'altro contornarsi di ottimi professionisti per cercare di dar forma a quanto si è visto e capito studiando.
Ecco quindi la ricerca approfondita su quanto accaduto alla "vera" Carla, tale Doris Bither e, di conseguenza, la scelta di appoggiarsi a chi il caso lo aveva seguito seriamente fina dalla seconda metà degli anni Settanta, ovvero quel Frank De Felitta che tempo fa era autore assai stimato e pubblicato anche qui in Italia.

Per ovvie ragioni drammatiche De Felitta si prende qualche libertà, amplifica portata e intensità degli attacchi e immette lo strano prefinale con la trappola che dovrebbe catturare e bloccare l'entità, ma tutto sommato fa un buon lavoro e ci regala personaggi di grande spessore, magnificati da interpretazioni memorabili da parte di Barbara Hershey e Ron Silver.

Conscia di aver avuto un'infanzia e adolescenza problematiche, Carla, pur pensando di sapere che il problema sia "reale" e fuori dalla sua mente, si affida in prima battuta alla soluzione più razionale (e quindi "sana"?) possibile, ovvero corre di sua volontà dallo psicologo, nei confronti del quale (altro atteggiamento da sottolineare) non ha mai, fin dall'inizio, un rapporto supino, anzi, è molto conflittuale e pone quesiti e dubbi.

Le risorse di Carla, nel corso del conflitto con la creatura, non si risolvono certo solo all'affidarsi alla scienza (per alcuni pseudotale, ma non apriamo davvero dei baratri di discussione). Si confronta con l'entità, la sfida, la combatte e cerca persino una sorta di compromesso pur di non mettere a rischio la vita dei figli ("le permetterò di fare quel che vuole fare"), si affida alla rete amicale (corre due volte a casa della sua migliore amica), chiama i ghostbusters senza esitazione e trattandoli esattamente come ha trattato lo psicologo, fino alla decisione che vedrete nel finale, anche quella ammirevole e segno di una personalità matura, complessa e affascinante.

Vi sono dei momenti di cedimento, come è ovvio che sia in una situazione di questo tipo, quello più preoccupante di tutti è quando, a letto con il suo compagno, supplica l'oggettivazione: "Mettimi in tasca e portami con te", frase tremenda che farebbe scattare ogni tipo di allarme in altro film e con altro personaggio di donna, ma che inserita in questo contesto è appunto solo un comprensibile momento di estrema debolezza e una voglia di fuga totale, cosa che aggiunge ulteriore spessore alla sua già bella caratterizzazione.

Che è ottima anche dal punto di vista fisico: Furie e la Hershey mettono in piedi alcune scene di attacco e stupro che ancor oggi conservano intatta tutta la loro disarmante e oscena (in più di un senso...) violenza ma evitano ogni nota di patetismo o di retorica della vittima, intervallandole con alcuni momenti di intrusione più sommessa e manipolatoria che hanno maggiore impatto.
La scena più insostenibile, se ci riflettiamo un momento, non è una delle tante in cui l'entità spacca mobili, lancia fulmini e poi apre le gambe a Carla per violentarla.
No, l'abisso è mirabile in un momento in cui Carla è finalmente addormentata, la creatura invisibile entra nella camera, solleva il lenzuolo e comincia a manipolarle i seni (e probabilmente anche la vagina) fino a portarla all'orgasmo nel sonno, evento che la donna in seguito confesserà allo psicologo sentendolo come ancora più intrusivo della già insopportabile violenza fisica.
Scena il cui impatto è amplificato a dismisura dagli effetti speciali (Stan Winston Studio, fra l'altro in questo caso dei semplici getti d'aria compressa) che, tolto di mezzo (rendendolo invisibile) l'assalitore ci mettono di fronte all'essenza dell'atto, con i seni manipolati che cedono alla pressione.

E non è solo una questione di felice caratterizzazione del personaggio di Carla: l'intero film è spietato battleground fra i due sessi nel quale il maschio ne esce più o meno costantemente con le ossa rotte.
Il padre di Carla era un uomo incapace di comunicare che manifestava desideri incestuosi.
Il primo ragazzo di Carla (e padre del suo primo figlio) una persona inaffidabile, immatura, tossicodipendente.
L'altro compagno (e padre delle due bambine) era un uomo più anziano che non riusciva a legarsi a posti e persone e che è scappato via lasciando una ragazza giovane alle prese con tre figli.
Il compagno attuale è una persona assente, che promette e non mantiene, incapace di stare vicino a Carla nel momento di assoluto bisogno.
Il marito della migliore amica di Carla è un individuo scontroso e ostile, egoista e incapace di manifestare affetto e solidarietà (o di ospitare in casa per più di una notte) alla donna e ai suoi figli.
Lo psicologo, per quanto migliore di tutto il resto del gruppo, è persona ottusa e ostinata, incapace di apprendere, che ha un atteggiamento fideistico nei confronti della propria materia e di negazione verso qualsiasi elemento che infici le sue tesi.
Gli specialisti di parapsicologia sono dipinti come dei nerd, spesso redarguiti dalla donna a capo del dipartimento, che hanno un atteggiamento più da fan che da studioso nei confronti della loro materia.

Per contro, oltre a Carla, abbiamo altre due figure femminili assai brillanti (e che brillano non per adozione di comportamenti maschili): l'amica di Carla è una donna che non trascura il suo corpo e la sua bellezza, non è succube del marito autoritario (anzi, medita di lasciarlo) ed è molto protettiva nei confronti della donna, il capo del Dipartimento di Parapsicologia ha una professionalità molto elevata e conserva un sano scetticismo di fondo nei confronti della sua stessa materia, rimanendo aperta a ogni possibile soluzione.

Elementi questi che fanno di The Entity, già pellicola in grado di assolvere benissimo alla sua funzione più viscerale e commerciale, ovvero il provocare terrore nello spettatore, un film molto, molto importante se lo inseriamo in un discorso di analisi della figura femminile e dei rapporti donna-uomo all'interno del non-genere horror.

Ma ci sono anche altri interessanti spunti, dalla diatriba fra psicologia e parapsicologia che purtroppo viene esasperata e ripetuta fin troppo, al senso di precarietà economica (Carla non riesce a pagare l'affitto) e transitorietà (ha già traslocato parecchie volte, durante il film passa del tempo o a casa dell'amica o addirittura in macchina con i figli) che aggiungono sempre impatto e spessore nell'horror.
Per contro l'intera sequenza del trappolone vira involontariamente nel semicomico ed è un momento gravemente fuori sincrono con il resto del film.

E a tutto questo si aggiunge l'altissimo livello professionale di praticamente ogni reparto, dagli attori che forniscono prove solidissime fino ai già menzionati effetti speciali che rafforzano la durezza di certe scene, passando per gli accurati costumi e le scenografie, il tutto pastosamente fotografato dal grande Stephen H. Burum, uno dei preferiti assoluti qui nella Malpercasa. Qualitativamente meno alto il livello del montaggio e in generale dieci minuti in meno avrebbero giovato alla resa finale, considerando la ripetitività di alcuni momenti.

Discorso a parte merita il genio di Charles Bernstein alle musiche: abbandonato il sinistro fioretto usato in altri film ecco che il maestro afferra la synth-clava e martella degli assalti proto-industrial senza i quali le scene di stupro perderebbero buona parte del valore ed efficacia.

Pietra miliare, film da rivedere spesso o da scoprire per i fortunati che non lo hanno ancora visto!

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Filmato:

giovedì 18 febbraio 2010

Addende al Gratuito


Stessa regola straordinaria rispetto al post precedente, niente commenti.

Due addenda che considero importanti per il discorso portato avanti nel post apparso prima di questo.

Il sempre ottimo Davide Mana ha cose importanti da aggiungere, che a mio avviso completano il quadro. A costo di stufare, vorrei stressare un punto: la mia è scelta personalissima, nulla contro chi vuol guadagnare con la scrittura, sia chiaro, anzi, fanno benissimo.

Altro ottimo blog, che seguo ma che stupidamente non segnalo mai, è Baionette Librarie: in particolare, ahimè, dopo la scomparsa di Gamberi Fantasy (ma io mi tengo aggrappato al feed e fiducioso in un ritorno), il Duca e pochi altri continuano nella missione di riflettere in maniera critica e non supina su fantasy ed editoria in generale.
Questo suo post è molto, molto importante.

Come tutti i cambiamenti importanti, è ovvio che le persone e alcuni sistemi mastodontici non se ne rendano conto, ma la cosa è già totalmente in atto e ognuno dovrà confrontarsi, a suo tempo. Io preferisco prepararmi in anticipo.
E come dice il Duca, i cretini periranno. E io non verserò lacrima (in quanto i morti non possono piangere, direbbe qualcuno)...

ADDENDA ALL'ADDENDA: Il Ratto Insider dice la sua ed è altra roba interessante...
ATTENTI ALLE ADDENDE: Valentino dice la sua QUI

Perché gratis?


Come avvisato ieri, piccolo post di servizio per cercare di riassumere una volta per tutte i motivi per cui tutto quello che scriverò sarà sempre reso disponibile gratuitamente in formato elettronico, anche quando (cosa che è successa e penso che molto probabilmente succederà ancora) verrà pubblicato in edizioni cartacee con prezzo di copertina.

Lo scrivo più che altro perché diventa lungo ripetere le cose ai singoli che mi scrivono in privato, avrò quindi un post cui rimandarli tramite link e via.
Scrivo anche (come sempre, in realtà) per fissare da qualche parte elementi che altrimenti sparirebbero: chi mi conosce sa che ho la memoria di un pesce rosso e che è per me ciò è fonte di assoluta disperazione.
Tutti voi che leggete normalmente le mie farneticazioni qui non troverete nulla di nuovo perciò sciò, andate a giocare a Elements.

Questa cosa di distribuire gratuitamente quel che scrivo non ha, ahimè, radici nobili, speculazioni filosofiche altissime, ragionamenti 2.0, condivisioni da centro sociale o chissà che altro, purtroppo. Non posso tirarmela, questa cosa c'è sempre stata e basta, non è frutto di nulla di che.

Da piccolo sogni di diventare astronauta, calciatore, scrittore, esploratore o chissà che altro.
Io fino a quando non ho smesso di sognare di diventare uno scrittore professionista, direi intorno a un'età compresa fra i 10 e i 13 anni (non potrei essere più preciso, temo) ho sempre accoppiato a questo sogno la nitida visione di andare in giro per scuole e biblioteche a regalare i miei libri.
Non rendendomi conto del buco logico (non che ora vada meglio in quella materia) sognavo di diventare ricco con i romanzi, comprare quindi i miei romanzi e regalarli a tutti.
Yeah, i know silly uh?
Downright dumb.
Ma questo per farvi capire che tipo di impostazione mentale avessi.
Nutrito a colpi di bancarelle e biblioteca (vengo da una famiglia che suppongo rientrasse allora nella definizione di "sotto la soglia della povertà") sognavo un sacco di volumi di fronte alle vetrine delle librerie ma dovevo poi accontentarmi dell'usato o dei prestiti.
Questi fatti, insieme a una educazione generale di un certo tipo e a varie esperienze personali (ricordo che c'era questo ragazzo, vicino di casa e più grande di me, che occasionalmente mi regalava fumetti e libri, lo idolatravo) non hanno fatto altro che consolidare certe convinzioni nel sottoscritto.
Ancora adesso quando vedo una chiesa con entrata a pagamento o con illuminazione a pagamento per certi quadri sento i brividi e non ne capisco il perché. O meglio, non lo accetto.

Questo per cercare di spiegare le radici lontane di questo mio perseguire una cultura/intrattenimento/arte che non abbia come sbarramento il denaro bensì esclusivamente la voglia, l'impegno, il tempo, la dedizione, l'energia, la passione.
Ma questo anche per farvi capire che non c'è nessun "merito" in una scelta del genere.
Non ne vado fiero, non penso che sia moralmente migliore rispetto a chi invece vuol farsi pagare per ogni parola che gli esce dal pc, non c'è nessun tipo di sforzo e ben poco pensiero filosofico dietro. Nessun merito, si tratta semplicemente di una cosa che è in me e che non è migliore o peggiore di altre soluzioni.
Vorrei che questo elemento, più di tutti, fosse ben chiaro, perché a me di risultare filantropo, buono, troppoavantifuckyeah o sailcazzocosa non importa nulla.

E non sono nemmeno uno sprovveduto.
Il denaro non mi spiace e se un'azione non mi è gradevole pretendo eccome di essere pagato.
Quando scrivo determinate news a pagamento soffro durante il processo, ergo voglio essere pagato.
Lavorare non è piacevole, voglio essere pagato per compensare almeno in parte questa non piacevolezza. Surplus e altri discorsi li lascio ai dotti.
In generale (lo so, ridete) voglio essere pagato per parecchie cose che normalmente, se non fossi pagato, non farei.
Non è il caso della scrittura. Quasi mai. Infatti quando è il caso, la scrittura diventa spiacevole.
Sempre meglio che scaricare sacchi di cemento, ma spiacevole comunque.
Ogni volta è stato così.
E le poche volte che non mi hanno pagato un lavoro sono diventato una belva.
Una volta un tizio mi tenne in cantiere per un bel po', dava anticipi, prometteva e tutto. Alla fine, convinto di poterla sfangare, non mi pagò. Non andai in tribunale né provai a sputtanarlo.
Attesi un po' e alla prima occasione entrai in cantiere rubando attrezzatura per l'importo dovuto e via.

Un tempo pubblicare i propri scritti gratuitamente era praticamente impossibile o molto difficile.
C'era il piacere di scrivere ma, collegate ad esso, c'erano anche alcune spese.
Anche la più scrausa delle fanzine (e ho pubblicato su fanzine ben scrause, ve l'assicuro) aveva costi (carta, stampa, spedizione, tempo, impaginatura, contatti via posta, scarpinate, reperimento materiale) che sono incomparabili rispetto all'era elettronica.
Si usavano molti più soldi, molto più tempo e molte più energie per raggiungere risultati che spesso (non sempre, sia chiaro, ci sono fanzine che si mangiano pezzi di grandi redazioni a colazione) erano inferiori rispetto agli odierni blog o e-zine.

Non si poteva quindi evitare, a fronte di un maggiore dispendio di soldi, il cercare perlomeno di non rimetterci.
E così ho fatto anche io alle volte, prima sono arrivato al pareggio con le spese, poi da quel punto ho cominciato a distribuire gratuitamente (ovvero rimettendoci, perché le spese di spedizione rimanevano).
A proposito, se qualcuno vuole il cd metal che ho realizzato insieme ai Nacom chieda, ne regalo copie con spedizione gratuita.

Ora, grazie alla Rete, tutto ciò è superato.
Non ci sono più costi di carta, fotocopie, spedizioni e altro ancora. E si raggiunge un numero di persone infinitamente più vasto.
Si possono davvero diffondere in maniera del tutto gratuita il proprio pensiero e le proprie narrazioni.
E il mio iniziale, grande timore, è andato svanendo con il tempo.
Temevo, con questo tipo di diffusione, una grande dispersione dei contenuti validi in mezzo a una mare di contenuti di scarso interesse.
Questo per fortuna non è vero, perlomeno non per il sottoscritto.
I blog e le e-zine scadenti ormai si notano a un esame anche poco approfondito, le togli dai preferiti e dai feed e via andare in due secondi, non esistono più.
Sono sicuro che anche buona parte dei miei lettori sappia comportarsi in questa maniera.
Diffusione gratuita, quindi.

Purtroppo per molti gratuito equivale a scarsa qualità.
Anche chi si professa duro e puro finirà nel vedere la pubblicazione da parte di una grande casa editrice come sinonimo di una certa qualità universale e l'aver venduto milioni di copie come prova incontrovertibile di un livello qualitativo assai alto.
Non intendo nemmeno iniziare a controbattere in quanto sono criteri che hanno lo stesso identico valore dei miei, ognuno ragiona in base ai suoi e sceglie di conseguenza.

Non vedo il distribuire in modo gratuito come via per farsi pubblicità per poi bombare con chissà quali vendite future, né lo vedo come gesto politico di qualche tipo né ancora lo vedo (Cthulhu me ne scampi) come "lotta al potere" (certo, come no, da una piattaforma Google, con un pc di una multinazionale, forte come lotta...) o chissà che altro ancora.
Si tratta della sola via praticabile per il sottoscritto, pena il sentirsi a disagio con quello che si sta realizzando, nulla di più.
E si tratta di raggiungere un numero di persone maggiore che con il solo cartaceo a pagamento.
Raggiungere più persone per me è, senza nessun dubbio, più importante che cavarci fuori dei soldi.

E in realtà, nulla di tutto ciò è gratis.

Voi state già pagando un sacco quando leggete dei miei scritti.
Penso non tanto e non solo alle normali recensioni (che già comunque....) quanto piuttosto agli articoli lunghi contenuti nella sezione dossier. Quello riguardante il porno, per esempio. O quello sugli zombie, su Dantec, diamine, quello sul Nuovo Gotico del Sud!

Voi state già pagando!
E state pagando salato, ma di brutta!
Pagate in termini di minuti spesi a leggermi ed energia mentale spesa a digerire, assimilare e quindi magari anche commentare quel che ho scritto.
Quei minuti non ve li darà indietro mai più nessuno. Non li potrete più riguadagnare o barattare.
Per me è il punto centrale, questo.

Siamo pari.

Io ho speso tempo ed energia a scrivere, voi ne spendete a leggermi.

Siamo pari così.
Anzi, probabilmente ci guadagno comunque io perché SICURAMENTE ho goduto nello scrivere quelle cose e nel leggere le vostre risposte, mentre non è detto che la stessa cosa sia capitata a voi.

Vi sto già chiedendo tantissimo, per quale motivo dovrei chiedervi anche dei soldi, oltretutto non avendone bisogno?

Tempo ed energia.
I soldi non potrebbero ridarmi né l'uno né l'altra. E nemmeno a voi.
Se fossi scontento cercherei altre soluzioni, come altre soluzioni cercavo quando ero scontento al tempo.
Ora mi pare, da un due anni circa, di aver trovato un certo equilibrio (ormai insperato a dire il vero) e finché dura, scusatemi, ma io me la godo.
Quindi ogni cosa che scriverò, pubblicata in cartaceo o meno, verrà diffusa gratuitamente in formato elettronico dal sottoscritto.

MA...

Purtroppo c'è un grande MA.

Non posso coinvolgere altre persone in una scelta che è solo mia.
Se qualcuno prende un mio testo, lo edita, ci spende del tempo per impaginarlo, spende dei soldi a stampare e distribuire, a pubblicizzare e far recensire, in sostanza crede in un modello, in una filiera, in un sistema cui io non credo, non posso nella maniera più assoluta penalizzarlo con una mia azione.

Questo intoppo rischierebbe di portarmi in un cul de sac dal quale non mi sarebbe nemmeno permesso di girarmi per cercare di tornare indietro.

Può capitare la volta in cui un editore (è il caso di Edizioni XII) crede anche lui che si possa distribuire gratuitamente del contenuto e allora mi va bene e via.
Più spesso potrebbe capitare che l'editore in questione, per un motivo o per un altro, non ci stia. Cosa super lecita, la via scelta da me non è migliore di quella scelta da uno scrittore che vuole farsi pagare, solo diversa.

La soluzione che prospetto è questa.
Nel caso in cui un editore non ci stia, diffonderò in Rete il testo originale. Quello pre-intervento di editor, correttore di bozze, impaginatore, grafico e altro ancora.
Una forma assai imperfetta rispetto a quella finale, una forma diversa, che non coinvolge il lavoro di altri.
Una forma che, se la casa editrice sa fare il suo lavoro, sarà meno interessante rispetto al prodotto finale.
Ma abbastanza interessante per chi mi vuole leggere gratuitamente. Dovrà bastare.
Mi sono scervellato a lungo per risolvere il dilemma: inizialmente ero per la diffusione del prodotto finito anche contro la volontà dell'editore, quindi per il non accettare nessun editore che ponesse paletti, questa soluzione mi sembra infine la migliore fra tutte quelle praticabili e quella meno lesiva della libertà delle altre persone coinvolte.

Altra cosa importante, già detta, la pubblicazione del materiale in elettronico avverrà in contemporanea rispetto al cartaceo, possibilmente anche prima.
MAI dopo, mi sembra la scelta più ipocrita in assoluto.

Ecco, tutto qui.
Guardate, mi piacerebbe molto fare dei soldi con ogni mia singola parola. Non ho grandi bisogni, ma qualche soldo in più schifo non farebbe.
Ma non deve arrivare dai lettori, per me non esiste punto e basta.
Chessò, un assegno mensile da parte del governo?
Andiamo, chi ci crede. Abbiamo più falsi invalidi che veri invalidi, si creerebbero all'istante più falsi scrittori che veri scrittori.
Purtroppo non c'è altra via che guadagnare sul portafoglio del lettore, a me non è mai piaciuta come via e non posso farmi ulteriori pippe al riguardo, le pippe sfibrano più del sesso e lasciano un retrogusto peggiore: gratis e basta.

Quindi, come ho chiuso altri argomenti sui quali non sono più tornato, chiudo anche questo e non vi ammorbo più, d'ora in poi lo daremo per scontato, ok? In più, ciliegina (piccola) sulla torta, rilasciare tutto in forma gratuita mi rende inpiratabile.
Inpiratabile, voglio dire: how cool is that?

Commenti chiusi, solo per questo post.
Si è trattato soltanto dell'annuncio di una decisione, nulla di cui discutere...
Non sopporterei né i commenti tipo "bravominchiaseitroppounoavanti" né quelli di "quante cazzate ma non sai che facendo così servi il Potere e in pratica assecondi i Protocolli, i Rettiliani e Maynard Keynes?", questa volta non ce la farei a sopportare.

Il discorso continua QUI.

Ci sentiamo domani per parlare di entità invisibili che stuprano giovani mamme...

mercoledì 17 febbraio 2010

Garth Ennis - Nessuna pietà agli eroi

Edizioni XII ha dato l'annuncio della futura pubblicazione, nel mese di maggio 2010, di un volume di critica sull'opera di Garth Ennis.
Inserito nella loro collana China e Grafite e curato da Valentino Sergi, il volume si avvale degli interventi di parecchie figure di spicco della critica fumettistica italiana e delle illustrazioni di un sacco di autori di prim'ordine.

Correte a leggere presentazioni e dati tecnici sul rinnovato sito delle Edizioni XII.

Fatto?
Bene.

Se anche recensissi ancora materiale italiano non potrei ovviamente parlare di questo volume: è presente all'interno un mio scritto, ho mangiato e bevuto a casa di Daniele Bonfanti, il patron delle Edizioni XII, ho incontrato alcune delle persone coinvolte, scambio mail quotidiane con Valentino Sergi che è colonna portante di Splattergramma, insomma, non sarei sicuro di poter controllare la mia parzialità.
In più fra i saggisti compare anche Simone Corà e non bisognerebbe mai parlare di Simone Corà.

Detto questo, essere nello stesso volume insieme a Luca Enoch, tanto per nominare solo uno dei tanti autori (critici e disegnatori), per me significa davvero molto.

Ho accettato volentieri la richiesta di partecipazione fattami a suo tempo da Valentino, vuoi perché ero lusingato dal fatto che mi ritenesse all'altezza dell'incarico, vuoi perché, pur non amando più di tanto Garth Ennis, mi interessa molto la sua run di Hellblazer e il poter scrivere di qualcosa che mi piace mi offre sempre la possibilità di ripensare meglio a certi dati e sensazioni, fissando quindi il tutto in forma scritta prima che scompaia nuovamente nei meandri della mia evanescente memoria.
In più ho pensato che proprio il mio non essere fan di Ennis mi potesse permettere uno sguardo più equilibrato nei confronti della sua opera.

Hellblazer è uno dei pochissimi fumetti seriali che abbia seguito in maniera continuativa nella mia vita oltre la soglia dei cinquanta episodi ed è a lui che penso quando sento o leggo in giro "Indagatore dell'Incubo".
Ho cercato di fare un buon lavoro, spetterà poi a voi dire se ci sia riuscito o meno.
Ho impiegato parecchie ore e parecchia energia per rileggere tutti i volumi, per conteggiare alcuni dati (distribuzione dei dialoghi, numero di vignette e didascalie rispetto a diversi disegnatori) e per cercare e leggere ogni brandello di informazione possibile al riguardo.

Il piacere, ogni volta che collaboro con Edizioni XII, è immenso e sarà ovviamente a loro che penserò in primis dovesse mai capitarmi di concludere qualche raccolta di racconti o romanzo: il livello di editing, correzione bozze e cura editoriale è superiore di gran lunga alla media di case editrici molto più grandi e lo scambio che avviene durante la stesura di qualsiasi tipo di testo arricchisce in modo incredibile.

Oltre a questa grande fortuna, come se non bastasse, ho avuto la ciliegina sulla torta come ho già avuto modo di dire nel corso dell'intervista: Edizioni XII in occasione della pubblicazione cartacea lancerà anche un e-book gratuito contenente un capitolo del volume, e indovinate di chi sarà quel capitolo?

Esatto, il mio.
Chiunque vorrà quindi leggere quanto ho avuto da dire sull'Hellblazer di Garth Ennis potrà farlo in modo assolutamente gratuito, che è poi, lo sapete, la conditio sine qua non di tutto il mio scrivere.

Altrettanto ovviamente, sebbene ne riceverò copia gratuita, comprerò almeno una copia del volume quando uscirà.
Aiutare una piccola casa editrice che mostra coraggio e ricerca di nuove vie mi sembra moralmente doveroso.
Stessa cosa farò con alcuni volumi della ISBN: Omar Di Monopoli mi ha regalato i suoi due splendidi (un livello di scrittura che ha pochi pari nell'Italia thriller/noir/etichettachevipare) romanzi e l'unica risposta valida a questo gesto mi pare sia quella di seguire i suoi consigli e acquistare alcuni suoi colleghi di scuderia.

E dove troverò i soldi per comprare questa roba e aiutare case editrici di questo tipo?

Semplice.

Negli ultimi tempi, giusto per fare un esempio, The Dome di Stephen King è facilmente rintracciabile in biblioteca e si risparmiano quindi 23,90 euro.
Applicate lo stesso metodo a X volumi editi da grandi case editrici (Mondadori e la conquistata Einaudi, tanto per fare un nome, ma il ragionamento è valido per un sacco di autori e case editrici) e vi ritroverete a risparmiare un pacco incredibile (ma davvero tanti, provate a fare una lista dei vostri acquisti major degli ultimi tempi...) di euro dirottabili verso altri lidi, a mio modo di vedere più meritevoli.
In più li risparmierete senza sentirvi dare dei pirati, ladri o altre spiacevoli definizioni di questo tipo, ed è una bella soddisfazione riuscire a non versare un soldo nelle casse Mondadori/Einaudi pur non rinunciando alla lettura, no?

Bastano una decina di volumi come The Dome letti in biblioteca e potrete comprarvi "gratuitamente" un lettore e-book.
O aiutare in modo sensibile il bilancio di piccole case editrici che offrono servizi spesso assenti presso le loro sorelle maggiori.
Fate voi...

Non appena uscirà il mio capitolo in versione gratuita vi segnalerò il tutto, ok?

A domani, per un post di servizio che riassumerà, spero una volta per tutte, i motivi per cui metterò sempre a disposizione in modo gratuito ogni mio scritto, compresi quelli comparsi o che compariranno in forma cartacea a pagamento, e le precise modalità con cui lo farò.
Ormai è un argomento che non vorrei più toccare, ma ho dovuto, in questi giorni, rispondere in maniera più o meno simile e ripetitiva ad alcune mail che mi ponevano domande ben precise al riguardo e trovo più semplice riorganizzare i miei pensieri in un solo post cui poi rinviare, tramite link, i vari tipi che mi contattano.
Per questo parlo di post di servizio e chi legge abitualmente la Malpermagione è meglio che lo salti del tutto, pena il tedio e lo sfinimento di leggere per l'ennesima volta (ma, come per altri argomenti, sono anche sicuro che sarà l'ultima) certi ragionamenti.

Ci si rivede...


lunedì 15 febbraio 2010

Legion (2010)

Legion_poster_locandinaLEGION
2010, USA, colore, 100 minuti
Regia: Scott Stewart
Soggetto/Sceneggiatura: Peter Schink e Scott Stewart
Produzione: Bold Films

Dio è così deluso dall'Umanità da averla abbandonata e le schiere degli angeli stanno per portare l'Apocalisse sulla Terra. L'Arcangelo Michele però, in netto contrasto con il volere del Padre, crede ancora nel potenziale dell'Uomo e perde il suo status semidivino scegliendo di scendere in campo dalla parte degli umani.

A quanto pare l'ultima speranza è riposta in una cameriera di una sperduta tavola calda: incinta e prossima al parto, potrebbe dar vita a un nuovo anelito di speranza per la razza umana. Ma gli angeli non vogliono rischiare e stringono d'assedio il piccolo ristorante, "possedendo" frotte di umani e cercando di strappare il nascituro alla madre.

Solo Michele, insieme a un eterogeneo gruppo di uomini e donne, si frappone fra gli angeli, guidati da Gabriele e la ragazza in dolce attesa.
Riuscirà l'Umanità a provare ancora una volta il suo valore?

Solo Garth Ennis può venirmi a raccontare storie di scontri apocalittici in una piccola tavola calda/stazione di servizio spersa nel deserto, con Dennis Quaid e Paul Bettany come ultimi baluardi del genere umano, e farla franca.
Detto questo, dalle parti di Hollywood devono avere delle sveglie sataniche che ogni tot anni avvisano i produttori sul fatto che è possibile fare il remake/reboot/copia/plagio di qualche idea e questa volta purtroppo è capitato a The Prophecy.

Ovviamente, (ri)partorito nel nuovo millennio, il concept prende ben altre direzioni e protagonisti, senza parlare del feeling generale.
L'Apocalisse ai tempi di Obama, assecondando il clima generale, ha toni da fast food, uno snack pop da masticare svogliati, annichiliti da una delle peggiori estetiche e iconografie mai viste su grande schermo.

Viene messo in piedi in cinque minuti un gruppo di personaggi dalle psicologie raffazzonate e approssimative: all'interno della tavola calda spersa nel deserto troviamo il solito manipolo di burattini definiti dal monotratto.
Ci sono la tipa incinta che sta con il tizio che la ama moltissimo nonostante il figlio sia di un altro; il padre amareggiato e deluso; la coppia in crisi con figlia problematica annessa; il nero delinquente ma buono che tenta di riconciliarsi col padre e così via: a nessuno è concesso essere "normale", bisogna avere almeno un superproblema o un supertrauma nella FantaHollywood dei corsi di sceneggiatura e persino il cuoco, non sapendo bene come tratteggiarlo, si ritrova con un braccio di metallo, tanto per dare personalità almeno fisica anche a lui.

Come non tifare per gli angeli che vogliono la fine di tale branco di scimmie?

Ovviamente le cose cominciano a girare male dentro il Bar alla Fine del Mondo: TV e radio non funzionano, per non parlare dei telefoni e delle nubi di mosche che si avvicinano all'orizzonte; una adorabile vecchietta comincia a vomitare brutte parole, arrampicarsi sul soffitto, mostrare una certa aggressività e così via.

Per fortuna che arriva Michele il Guerriero/Condottiero a mettere a posto le cose: picchia gli angeli minori, istruisce i nostri su come cavarsela e trova il tempo per spargere un po' di fiducia e speranza negli sfiduciati e disperati.
La conclusione, dopo l'ovvio e facile sacrificio delle pedine secondarie e l'inevitabile showdown fra Mick and Gabry, ve la potete facilmente immaginare.

Paragonare questa pellicola con The Prophecy è esercizio utile per cercare di comprendere la terribile degenerazione a livello estetico-morale che ha colpito Horrorwood nel corso degli anni. Laddove, pur all'interno di una ricerca di estrema leggibilità e vendibilità del prodotto, si cercavano situazioni ricche e con un minimo di complicazione sia a livello di schemi che di morale, qui viene preferito il facilissimo assedio dei Cattivi contro i Buoni, senza se e senza ma, tutti di facile identificazione per gesti e connotazione fisica.
Laddove si preferiva una estetica meno immediata e volgare qui ci ritroviamo invece con angeli centurioni che paiono gli scarti di lavorazione di qualche Sword and Sandal di troppo tempo fa e, infine, laddove c'era un minimo lavoro di scavo e informazione qui si preferisce rimanere così sul vago da far sembrare alcuni atteggiamenti più frutto del tiro di un dado che di qualche tipo di ragionamento.

Ecco allora che il film diventa esclusivamente funzionale alla messa in scena di alcuni quadretti e sequenze: la vecchietta zannuta e cattivissima, il RagnoGelataio Urlante (interpretato da un Doug Jones che dovrebbe valutare con maggiore attenzione come proseguire la sua carriera, evitando il cul de sac dei ruoli da mimo), Gabriele armato di mazza rotante supertecnologica e ali-rasoio in puro Marvel Style, e poco altro.
Film come questo, con lo sfondo di qualche tipo di facile canzoncina metal, potrebbero essere rimontati in un videoclip di cinque minuti senza che qualità ed efficacia ne risentano.

Intrappolato fra estrema (e inappropriata) serietà e ipercitazionismo (Brivido, Carpenter e Romero, Dal tramonto all'alba, Feast e tantissimo altro ancora, senza trascurare il fastidioso particolare della cittadina che si chiama, sigh, Paradise Falls), vittima di scelte di cast quantomeno dubbie (Dennis Quaid ha rinunciato a recitare da quando Stone gli ha spaccato la schiena mentre faceva il quaterback, purtroppo) e afflitto da un grave caso di cattiva computergraficosi, Legion arranca verso l'insopportabile finale che vuole forse convincerci di quanto siano davvero misteriose (schizofreniche?) le Sue Vie.

Paul Bettany cerca di salvarsi dal disastro, sceglie la via del tipo duro, rude e sparatutto: minimizza comunque i danni ma è poca cosa a fronte di un film che proprio nei momenti in cui si dovrebbe schiacciare sull'acceleratore sceglie di parcheggiare l'azione e inebetirci con qualche filippica random che pare estratta di peso dalle pagine della posta di Gente, Chi o fogliacci simili.

Dati tecnici sotto la media tenuto conto dei 26 milioni di dollari buttati dentro questo pozzo, con la fotografia talpoide di John Lindley (che così bene aveva fatto in Mr Brooks e Reservation Road) che tutto ottunde e occulta.
Quando le sue scarse luci avranno finito con il rendervi ciechi ecco che ci penserà John Frizzell a farvi diventare sordi con i suoi scontati cori dell'Apocalisse.
Lento (e confuso quando sceglie di muoversi), verbosissimo e privo di atmosfera religiosa, senso d'assedio o atmosfera da fine del mondo, Legion è prodotto spiegabile solo con la fregola, da parte di ogni casa di produzione, di avere almeno un titolo da fine del mondo in catalogo entro il 2012.

Da evitare a ogni costo a meno che non vogliate farvi una scorpacciata dei tatuaggi e bicipiti del Bel Bettany ...

Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema
Anche gli angeli amano le risse
(dossier)

Filmato:

sabato 13 febbraio 2010

Blood Creek (2009)

BLOOD CREEK
(TOWN CREEK)

2009, USA, colore, 90 minuti

Regia: Joel Schumacher

Soggetto/Sceneggiatura: David Kajganich

Produzione: Gold Circle Films, Lions Gate Films

Victor ed Evan Marshall sono due fratelli, ma mentre il primo combatte in Iraq e torna in patria da eroe, il secondo si barcamena a fare l'infermiere sulle ambulanze.
Un giorno, da poco tornato a casa, Victor va a pescare insieme a suo fratello, accade qualcosa e lui non tornerà mai più a casa, rapito o ucciso da qualcuno.


Evan non riesce a darsi pace e passa i due anni seguenti a punirsi: accudisce il padre anziano e malato che, rabbioso, non manca mai di ricordargli quanto sia inferiore al fratello; si esaurisce in lunghissimi turni di lavoro e cerca anche occuparsi di nipoti e cognata.


E un giorno, all'improvviso, Victor torna. Capelli e barba lunghi, provatissimo, segni di tortura sul corpo: senza spiegare nulla chiede al fratello di prendere due fucili e seguirlo alla volta di una fattoria nella quale asserisce di essere rimasto prigioniero durante tutto il tempo della sua scomparsa.


La fattoria in questione è edificata sopra una pietra di potere dei vichinghi, era stata studiata da agenti nazisti negli anni trenta e ora è contornata da uno steccato recante strani simboli, simili a quelli presenti su porta e finestre.
I suoi occupanti sembrano non essere invecchiati di un giorno dagli anni Trenta e nascondono un terribile segreto...


Blood Creek è macchina molto, molto particolare e affascinante.
Parte dai box come raffinato (ed espressionista?!) bolide di Formula Uno ma già alla prima curva il telaio della logica comincia a mostrare pericolosissimi cedimenti e a perdere pezzi a ogni accelerata.
Brutta cosa questa, che di solito nel circuito Malpertuis significa esclusione dalla gara o pesante penalizzazione.
Ma non per il razzo Blood Creek che, facendo tesoro degli incidenti di percorso, si libera man mano del peso di parte del suddetto telaio e carrozzeria e si trasforma di giro in giro in un dragster fra i più scheletrici mai visti e aumenta ancora di più in potenza e velocità.
Se manca la telaiologica, tengono però perfettamente il motore nazihorror, la benzina ad alti ottani d'azione, le gomme di una storia più originale e intrigante della media e il pilota di una regia di spessore ed esperienza rispetto agli altri concorrenti.

Fuor di metafora (corto)circuitante, ci troviamo di fronte a un gran titolo con cui (ri)iniziare il nuovo anno horror, dopo alcune cocenti delusioni: salutiamo il ritorno di uno dei registi in assoluto più altalenanti del circo hollywoodiano, quel Joel Schumacher che ci ha regalato in ordine sparso Ragazzi perduti o Linea mortale ma anche Batman e Robin o Number 23.

Questa volta, per nostra fortuna, Mr Schumacher è in gran forma, corre a filmare in Romania con lo scadente copione firmato da David Kajganich (o meglio, con il rimaneggiamento di una storia che nelle intenzioni dello sceneggiatore doveva essere totalmente ambientata fra Anni Trenta e Quaranta), non si cura delle crivellature logiche che bombardano ogni pagina dello script e si getta a capofitto nell'organizzare da un lato un'azione montante, senza respiro e dall'altro un adeguato frame estetico nel quale inquadrare detta azione.

Caveat emptor: saranno molte le volte che vi capiterà di chiedervi, durante la visione, "ma perché hanno fatto...", "ma come mai allora", "ok ma quindi ora loro di sicuro" o "si vabbè ma allora vaffanculo eh".
Non date retta, per questa volta non date retta.

Non date retta perché per fortuna a fronte di tali difetti abbiamo comunque un insieme di meriti che a mio avviso vale comunque, di gran lunga, la visione.
Di quando in quando romanzi e film tentano di affrontare il tema del nazismo magico e una parte dei tentativi di narrazione al riguardo si risolve con uno scontato quanto insipido sguardo ironico, comico o derisorio, grottesco quando proprio ci è andata bene.
Schumacher e Kajganich affrontano invece il soggetto con estrema serietà, riservandogli la stessa dignità che si sono meritate tantissime altre tematiche.
E la scelta ripaga, perché estromessa dalla pellicola la risata che cerca di seppellire il Mostro Nazista senza mai riuscirci, non rimane che il confronto, la lotta violenta e senza esclusione di colpi.

E questo filmaker è estremamente a suo agio quando si parla di lotta, confronto, violenza, azione: porta sbrigativamente i due fratelli dentro la fattoria (dopo averci fatto capire che bravo ragazzo sia Evan), si tiene molti segreti per la seconda parte, ci regala ottime scelte registiche (il primo colpo di fucile di un reticente Evan) che sono solo un appetizer per altri grandi momenti quando dall’intrusione si passa all’incredibile assedio del secondo tempo, introdotto da un cavallo zombie che irrompe dentro la cucina della fattoria, un momento di perturbante che riconcilia con l’horror.

Una fattoria isolata, un assurdo nazinecromante in cerca del potere dei vichinghi, pugnali e armature d’osso, bionde e splendide ragazze più vecchie di vostra nonna, rune protettive, eclissi di luna, apertura del terzo occhio, animali zombie al servizio del loro resuscitatore e due fratelli rabbiosissimi in cerca di vendetta.

Frenare la tentazione di gettarla in caciara istrionica e risaputella, ridendo di quei falliti dei nazisti che cercano Graal ed Excalibur è davvero difficile, ma Schumacher ci riesce e, nonostante tutti i paletti e sgambetti tentati dalla sempre più cieca Lionsgate, alla fine, dopo un sacco di tempo, Blood Creek ha raggiunto la giusta visibilità.

La pellicola è graziata da un cast funzionalissimo, dallo studioso nazista Michael Fassbender a un ottimo Henry Cavill nella parte del più calmo, razionale e metodico Evan, ma è Dominic Purcell che ruba la scena a tutti quanti irrompendo e immettendo quintali di adrenalina e rabbia come nemmeno Vin Diesel nel suo giorno più storto e sotto cocaina di quella da marcia boliviana.
Mai visto in una forma simile, Purcell gioca con corpo e volto tenendoli costantemente sotto stress ed esplodendo praticamente in ogni scena nella quale viene inquadrato.

Osteggiato in qualche modo dalla fotografia troppo melmosa e nerofumosa di Darko Suvak, Blood Creek rifulge comunque in troppi campi per lasciarselo sfuggire: quando avete una fattoria isolata attorno alla quale corre una mandria di cavalli zombie agli ordini di un Michael Fassbender graziato da un ottimo makeup è lecito soprassedere su certi buchi logici, e quando venite presi alla gola dalla valangante azione che non lascia quasi tempo di riflettere sui suddetti buchi allora ci siamo: sono (siamo) dentro con gli assediati, odio una volta tanto il Mostro che ho di fronte e spero che Purcell in armatura d’osso gli faccia un culo come un paiolo.

E poi c’è, ovviamente, e vale la pena di ripeterlo, la scena del cavallo non-morto in fiamme nella cucina della fattoria. Non se ne esce: è il perno del film e rimarrà impressa in retina per molto, molto tempo.
Ripetiamolo: un cavallo non-morto in fiamme dentro una piccola cucina di una nazifattoria .
Fa bene all'horror ripetere cose come queste.

Sceneggiatura rimaneggiata, intralci di produzione, tagli e rimaneggiamenti, soggetto potenzialmente comico, cattivone di turno assai pacchiano: raramente ho incontrato in vita mia un film che, partendo da così tanti handicap, sia riuscito a convincermi e appassionarmi così tanto, al punto che a fine visione, quando viene prospettato un eventuale (ma, visti gli esiti al botteghino, quantomeno improbabile) sequel, mi sono trovato a tifare per una o due ulteriori dosi di nazioccultismo.
E io ho un odio pre-emptive nei confronti dei sequel.

Da vedere.

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Filmato:

giovedì 11 febbraio 2010

Hide and Seek di Jack Ketchum

Hide_Seek_Ketchum_CoverHide and Seek
Jack Ketchum
Ballantine Books, 1984
Copertina rigida, 208 pag.
ISBN: 9780345312372

Estate a Dead River, una piccola città costiera del Maine. Clan, un ragazzo locale che lavora in una falegnameria/segheria diventa amico di tre giovani in vacanza con le famiglie. Molto più ricchi e più giovani di lui di qualche anno, Casey, Kim e Steven sembrano i classici studentelli annoiati in cerca di brividi.
Con il passare delle settimane si forma un legame molto intenso fra i quattro e nasce un amore fra Clan e Casey, sebbene la ragazza, di una bellezza rara, sia a tratti fredda e dominante e nasconda parecchie zone oscure nel suo passato.

Proprio la continua sete di nuove sfide, di testare i propri limiti e di piegare la volontà altrui spingono Casey a organizzare, una sera, uno strano gioco a nascondino in una casa abbandonata da anni., un gioco che potrebbe trasformarsi in qualcosa di più grave...

Si torna a Ketchum, e ci tornerò altre volte in futuro, perché ogni nuova lettura della sua produzione consolida la già radicata convinzione di trovarsi di fronte a un autore importantissimo nel panorama dell'horror contemporaneo. Avevo chiuso la precedente segnalazione di una sua pubblicazione con un "More Ketchum!" e rispondo da solo alla mia richiesta.

Ed è, per caso e per fortuna, ottima cosa che abbia in precedenza, sempre da queste malperparti, parlato di Urban Gothic di Brian Keene, perché ci troviamo di fronte a un tipo di situazione similare (alcuni adolescenti alle prese con una casa infestata da qualche tipo di presenza) affrontata con metodi molto, molto diversi.

Keene parte come un razzo e si riserva di costruire le psicologie dei personaggi, setting e un minimo background storico in seguito, ad azione ampiamente innescata mentre Ketchum utilizza, prima di far accadere qualcosa, metà (avete letto bene) del romanzo per farci conoscere i quattro personaggi, delinearne carattere e storia, spargere indizi sulla casa e su quello che è accaduto dentro di essa.
Keene eccelle nelle descrizioni fisiche, nel momento splatter, nella descrizione della violenza e della disperazione; Ketchum è maestro nel creare e illustrare personaggi, pensieri ed emozioni.
Keene provoca e fa accadere mille cose, in una pesca a strascico indiscriminata, Ketchum si porta dietro una singola lenza e due o tre esche al massimo.
Entrambi i metodi portano del pesce a casa, ogni singola volta.

Trovo che Ketchum unisca al suo indubbio punto di forza ovvero la creazione dei personaggi, la descrizione dei loro pensieri e azioni, un elemento molto più raro che lo eleva rispetto al gruppo di autori horror che, come lui, se la sanno cavare in questo frangente.
Ketchum è sempre, sempre vicino ai suoi personaggi.
Mi verrebbe da dire che li ama tutti o perlomeno che ci è molto affezionato.
Trattasi di una sensazione che difficilmente riuscirei a motivare con esempi particolari e dettagliati, ma leggere Ketchum è esperienza unica anche per questo.
Mentre ci addentriamo fra le pagine di Hide and Seek noi lettori, perlomeno è capitato a me, possiamo anche giungere a disprezzare il comportamento di alcuni dei ragazzi, arriviamo a disapprovare e chiedere qualche tipo di intervento nei confronti dei gesti e decisioni di altri, ma rimane sempre chiara la sensazione che Ketchum è accanto a ognuno di loro, capisce, comprende e non giudica, ed è una sensazione incredibile e stupenda, che trovo difficile descrivere.

Difficoltà, quella di descrivere, che Ketchum non ha mai.
Leggete questo passaggio nel quale viene descritta la vita spenta, la lunga e lenta sconfitta che ottunde queste piccole città della costa del Maine:

It was rules that got you where you were and more rules that kept you there, kids turning into premature adults, adults putting in the hard day's work for wife and more kids and mortgaged house and car, and nobody ever got out from under. That was rule number one. You didn't get out.
I'd seen it happen to my parents.
The rule said, see, your foot is in the bear trap now and you're the one that put it there, so don't expect to come away alive; we didn't set it up for that.
The problem was always money. The slightest twitch in the economy would sluice tidal waves through the whole community.
We were always close to oblivion. The price of fish would change in Boston and half the town would be lined up at the bank, begging for money.

It might have made us tougher, but it didn't. All you saw were the stooped shoulders and the slow crawl toward bitterness and old age.
I'd moved out on my parents three years ago, when it became too hard to watch my father come up broke and empty after another season hauling in sardines in Passamaquoddy Bay and to watch my mother's house go slowly down around her. They were good people, and they were fools, and after a while all I could bring to them was anger.
At the time I didn't even know what I was mad about, but I knew it wasn't working. So I found myself the job at the yard and then a little two-room apartment over Brody's Hardware on Main Street, and I'd stop by the house whenever I could stand it, which wasn't often.
Every now and then I'd wonder why I didn't get out entirely. The answer was the one I gave Casey.
Inertia.
A tired life breeds tired decisions, sometimes none at all. I was lazy. Demoralized. Always had been.


Ma Ketchum, nemmeno a dirlo, è estremamente a suo agio anche (soprattutto) quando si tratta di concentrarsi su un singolo personaggio, fosse anche per qualche breve quadretto.
Non è concepibile, per questo autore, che qualcuno venga dipinto male e affrettatamente solo perché occuperà lo spazio di due pagine e non tornerà mai più nel corso della narrazione.
Qui un estratto di quando Clan incontra per la prima volta il padre di Casey, mentre aspetta che lei scenda dal piano di sopra. il ragazzo è colpito da quest'uomo di apparente successo (vicedirettore di banca, un sacco di soldi e proprietà) che sembra stanco, spento, privo di vita:

She swung down the stairs and the T-shirt looked painted on.
By a very steady hand. She stood there slightly out of breath, smiling, smelling very clean and freshly showered. She moved to her father and pecked him on the cheek. "Bye, Daddy."
He managed to raise a weak smile. I could not see much in the way of affection between them.
"You'll be late?"
"Don't know. Maybe. Say goodnight to mother for me."
"Yes."
He stood up absentmindedly but with some effort. It was learned behavior but its hold on him was stronger than the discomfort it caused him. Or that's how it looked to me. When a lady leaves the room, you stand. Even if it's your daughter. It was years of habit talking.
But it wasn't making life any easier for him. Like everything else I'd seen him do, its net effect was zero. Except to make you wonder where all that lethargy came from.
Here was a man, I thought, inhabiting a great big void.


Intendiamoci, l'attitudine da slow-burner di questo scrittore ripaga moltissimo quando, giunti all'azione e alla situazione di pericolo, temiamo per tutti i personaggi come se fossero nostri amici e ogni perdita è sofferta, ogni eventuale lutto ben più doloroso, trattasi quindi, oltre che di naturale inclinazione a un modulo piuttosto che un altro, di ottima conoscenza delle leggi psico-economiche della narrazione.
E quando si tratta comunque di giungere all'azione Ketchum non si tira certo indietro ed appare capace di mettere in scena ottimi scontri e conflitti.

Ma è nei passaggi microsociali che questo romanzo brilla di luce pura, anche attraverso paragrafi brevissimi in grado di fotografare verità che una volta esposte paiono facili e banali, ma che non dovrebbero essere date per scontate solo per la semplicità dell'esposizione. Ecco uno dei pochi bar della cittadina:

We drank our beers and watched the Caribou fill up steadily with the after-work crowd.
I was always interested to see the mix. Jeans, dirty Tshirts, overalls, business suits from Sears.
We got salesmen, fishermen, laborers. A smattering of women. All kinds of people. Bars up here don't cater to a single type of crowd the way they do in the cities. There's not enough clientele for that.
Bar life is about as democratic as we get.


Non mancano, particolare che farà contenti tutti quelli che pensano che il Fantastico sia la migliore chiave interpretativa del Reale, i momenti in cui emergono pensieri e considerazioni di un certo spessore. Si tratta di passaggi che a me paiono recare qualche tipo di intrusione, ma è intrusione comunque piacevole, breve e non riesce a interrompere la sospensione dell'incredulità. Qui un esempio, siamo reduci da un momento piuttosto intenso per Casey, che si rifugia in macchina da Clan e gli chiede di guidare:

"Let's drive," she said.
I started the car. Since we'd met, how many times had she said that now? Let's drive. Let's just drive. It never mattered where. Slice a fissure of black macadam through time.
Drive me.
Orders from the lost to the superfluous.
And I think I saw, glimpsed where I fit in then. Where Kim and Steve fit in too.
We were just diversions, really. Bodies of water suitable for a brief immersion.
I diverted her into passion. If we were lucky, orgasm.
Steve and Kim into something that looked like friendship but was probably more like continuity, habit. Company.
There was nothing--not even herfatherorthe memory of her brother--between Casey and Casey. Not anymore. She'd expelled everybody else. Maybe it's like that for all of us. I don't know.

I know we all are lonely.
Locked off from one another in some fundamental secrecy.
But some of us declare war and some of us don't.
This isn't a value judgment upon Casey. I'm sure she had her reasons,that for her it was the only strategy. I don't think she came to it out of any elemental cruelty.
But war is still death.
Death made unselective and infectious. Tonight she'd repelled a minor invasion. But it had cost her. A piece of her father, a piece of me. And something of herself too.
She was dying.
She would always be. Casey could survive, but not intact. There were some rules she couldn't break.
And the best of her was as vulnerable as the worst.


La vite gira e scende, lo scrittore sa che bisogna comunque entrare nella casa e serve quindi un progressivo attacco su vari punti di pressione fobica, attacco che deve avvenire anche tramite l'ambiente e l'atmosfera. I nostri scendono in cantina, ogni particolare diventa minaccioso:

It had been a kind of workshop once; you could see that much.
Beyond the boiler, against the wall to the far left, was a long, broad wooden table covered with dust and grime, warped and rotting away in places, cluttered with debris from the broken shelves above it.
Spilled boxes of nails, broken mason jars that had probably held screws and fittings. A rusted wood plane and a broken rusted hacksaw.
The spiderwebs were thick here. There was a strange thick smell in the air. I guessed it was mold and mildew, some of it wafting up from a greasy, almost liquid-looking pile of rags off to the far right corner, and some of it from the piles of wood shavings that surrounded the table like gray-yellow anthills.
Some of them were near three feet high.
I could also smell paint or varnish, but I couldn't find its source at first. Then Kim brought her flashlight around beneath the table and I could see cans and cans of them, tumbled and spilling all over, their contents freezing them together like some crazy sculpture.


Mi fermo qui.
Vi lascio nella casa con i quattro ragazzi che devono ancora iniziare il loro tragico gioco, con l'orrore che deve ancora arrivare.
Quel che accadrà è l'ulteriore (se ce ne fosse ancora bisogno) dimostrazione di che narratore di razza sia Ketchum.
Ma non saprete nulla se non leggerete il romanzo e non deciderete di giocare Hide and Seek insieme a Clan, Casey, Steven e Kim.
Io l'ho fatto e posso assicurarvi che ne vale la pena. Fino all'ultima pagina.
Uno dei più grandi autori del non-genere horror e ospite fisso nella stanza degli ospiti di Malpertuis.

Purtroppo, per quanto riguarda i costi di questo volume, una volta tanto sono costretto a parlarvi di prezzi che superano la media cui vi ho abituato.
Questa volta non lo si trova a pochi centesimi di dollari e dobbiamo accontentarci di comprarlo nuovo a 8,40 euro o usato a 7,10 euro, mi spiace ma amazon non offre migliori occasioni. Potrebbe andare meglio su e-bay dove ne ho intravisto copia a 4,80 euro, vedete voi.

Dossier Jack Ketchum
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martedì 9 febbraio 2010

Intervista a Elvezio Sciallis



Alex McNab, commentatore assiduo di queste pagine e gestore del Blog sull'orlo del mondo, ha avuto il coraggio di intervistarmi.

Ho quindi avuto modo di parlare di amatriciana, rinoceronti, figa, calcio e ovviamente abberlusconituttacolpasua.
Anche di horror, ma poco.

Potete leggere il tutto e commentare o da quelle parti o da queste, cercherò di rispondere ovunque essendo uno e trinariciuto.

In questa sede mi preme solo approfondire un piccolo punto.
Nell'intervista parlo del fatto che qualsiasi cosa che scriverò sarà sempre disponibile gratuitamente in formato elettronico accanto a eventuali edizioni cartacee a pagamento.

Ecco, questo mettere a disposizione il tutto gratuitamente NON ha nulla a che fare con i vari Doctorow o Nine Inch Nails che regalano nella speranza/convinzione che questo gesto porti a eventuali aumenti del venduto cartaceo/discografico a pagamento.

NO.

Io regalo e basta.

Non voglio guadagnare con quel che scrivo, non mi interessa perpetuare in alcun modo questo modello di industria e me ne chiamo fuori.
Se avete già una versione elettronica delle mie cose, NON comprate quella cartacea a meno che non siate feticisti, non vogliate dimostrarmi qualche forma di strano apprezzamento che potreste tranquillamente mostrare a parole, siate insofferenti verso il mezzo elettronico o chissà che altro. I soldi non mi fanno schifo ma nemmeno ci sbavo sopra e ho un lavoro, bene o male.

Sono già ampiamente ripagato dal piacere di scrivere, dal numero di accessi del sito, (drasticamente superiore alle vendite medie dei romanzi di genere in Italia) e dalla possibilità di confronto quotidiano con i lettori; basta e avanza, quattro soldi in più non mi cambierebbero la vita ma potrebbero modificare pericolosamente il mio approccio alla materia e alla scrittura.
Se avrò bisogno di soldi per la pappa metterò un tasto per le donazioni pay pal, ve lo prometto.

Detto questo, vi lascio a rinoceronti e amatriciana...
Enjoy!

Intervista a Elvezio Sciallis

lunedì 8 febbraio 2010

Codice: Genesi (2010)

Codice_Genesi_Locandina_Poster_AnteprimaCODICE: GENESI
(THE BOOK OF ELI)
2010, USA, colore, 118 minuti
Regia: Albert e Allen Hughes
Soggetto/Sceneggiatura: Gary Whitta
Produzione: Alcon Entertainment e Silver Pictures

In un futuro post apocalittico la Terra è ridotta a un deserto, l'acqua è un bene assai prezioso e tutto è barattabile, da un paio di vecchie scarpe alla carne umana.
In mezzo a queste terre desolate popolate da gente pericolosa e disposta a tutto, viaggia Eli, un uomo che da ben 30 anni porta con sé quella che è con ogni probabilità l'ultima copia esistente della Bibbia.

Eli viaggia verso Ovest, recita continuamente citazioni dal suo libro preferito e cerca a ogni costo di evitare la violenza, ma diventa un temibile guerriero se provocato. Sulla sua strada si pone però Carnegie, il signorotto di una piccola città, che vuol mettere le mani sul libro in quanto ritiene che esso potrebbe garantirgli il potere di conquistare fette di territorio ben più vaste...

Ci sono molti elementi dentro questo film che mi hanno fatto partire favorevolmente prevenuto, convinto di potermi gustare l'ennesimo apocafilm (gli statunitensi sentono il fiato del 2012 sul collo e ci vanno pesanti con disastri e post-disastri) di media qualità arricchito però da elementi di pregio.
Datemi un qualunque lungometraggio con Denzel Washington, Gary Oldman e Jennifer Beals e, ecco, mi avete già convinto.
Ficcateci dentro Tom Waits libero di gigioneggiare nel suo negozio di carabattole e divento fan numero uno.
Inseriteci dentro una spassosissima coppia di American Gothic invecchiati, pazzerelli e con il divano pieno di armi e allora basta, il mio portafoglio è vostro.

Purtroppo non avevo tenuto conto di (anzi, proprio non avevo proprio notato) un "particolare" in grado di rovinare al momento della cottura tutti questi ingredienti, ovvero il fatto di avere i fratelli Hughes in cabina di regia.
Il duo ci aveva regalato nel 2001 quel terribile, inguardabile pasticcio di From Hell e da allora avevano avuto il buon senso di non avventurarsi più sul grande schermo, dedicandosi per un breve periodo di tempo alla produzione televisiva, ambiente più adatto alle loro capacità.

Ma a distanza di ben nove anni eccoli tornare a regalarci quello che sembra la classica lezione da corso di scrittura (classe post-apocalisse, terzo piano, in fondo a destra. No, ho detto destra, quello è il bagno!), per giunta seguita in maniera distratta e svogliata.

C'è il protagonista di turno, l'eroe solitario, taciturno ma ricco di perle di saggezza; c'è la dirty old town; ci sono gli sgherri e c'è il villain preso a uno stock discount, nello scaffale Malvagi Parloni e Isterici; ci sono le scene di violenza (sottosezioni Duelli e Assedio); c'è la bella Damsel in Distress che però (sottosezione “Siamo emancipate e non abbiamo perso le zinne durante il processo“) rivelerà al momento opportuno di essere coraggiosa e intraprendete; ci sono i soliti toni fra il grigio e il marrone.
Insomma, c'è davvero tutto quel che, se non si è in grado di gestirlo, può far annoiare a morte qualsiasi spettatore che non sia alla sua prima esperienza di westernapocalisse.

L'insopportabile tema che monta man mano fino a esplodere nel finale (la Fede ci salverà) è per fortuna mitigato dalla figura di Carnegie/Oldman, che proprio tale (bisogno di) Fede vuole utilizzare per dominare il mondo, ma rimane comunque una sensazione di stanchezza ogni volta che Eli/Washington parte con qualche citazione biblica.

Alla sensazione di stanchezza si aggiunge poi la solita questione dell'essere trattati come "consumatori imbecilli" da parte dei produttori che, evidentemente convinti che il pubblico non riesca a recepire i continui richiami al western che costellano buona parte del film, ci infilano anche citazioni sonore così esplicite e didascaliche da far venir voglia di interrompere la visione.

Denzel Washington regala l'ormai consueta, strepitosa prova nei panni di Eli, rintuzzando con la recitazione parecchi difetti di caratterizzazione psicologica (il codice morale di Eli, infatti, pare essere piuttosto casuale nella scelta di chi proteggere e chi invece condannare per inazione) ma mostra, come già si sapeva, clamorosi limiti nella gestione delle scene d'azione.

Gary Oldman dal canto suo viene lasciato libero di esagerare come e quanto vuole con il suo Carnegie e ci regala un cattivone tanto urlato quanto stereotipato, un Malvagio che sarebbe molto più a suo agio in qualche grotta o base segreta, intento a spiegare i suoi folli piani di conquista all'eroe di turno.

Peccato, peccato perché alcuni momenti sparsi (seppur illogici e inseriti giusto per il gusto di) strappano più di un sorriso, a partire appunto dalla comparsata di Tom Waits per finire con la strana coppia di vecchietti cannibali che ricevono gente per il tè delle quattro al suono di Ring my Bell.

Ma è troppo il peso messianico che cade sulle pur capaci spalle di Washington, che cede comprensibilmente alla vanità e, essendo lui stesso produttore della corbelleria, non riceve correzione di rotta alcuna.
Così come non ne riceve Mila Kunis, troppo MTV-glamour per il ruolo assegnatole e incapace di assomigliare anche solo lontanamente a una sopravvissuta post apocalittica.

Meglio non andare nemmeno a indagare la qualità di certi elementi di computer graphic rozzamente inseriti in post-produzione, così come è meglio tacere della goffaggine di alcune scene di combattimento.
Di scena noiosa in scena inutile e malgirata si arriva al forzoso twist finale (appare anche un Malcom McDowell sempre più alimentare e stanco) che lascia il tempo che trova e non mi invoglia di sicuro a premere il tasto rewind per andare a verificare se erano stati sparsi i giusti segnali e indizi.

Peccato, perché più di tanti altri suoi colleghi post(icci)-apocalittici questo Book of Eli aveva il potenziale per lasciare un ricordo ben migliore. Così invece rimangono in testa scene sparse, una colonna sonora decente, qualche lampo di recitazione. Decisamente troppo poco.

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