venerdì 29 gennaio 2010

The Road (2009)

The_Road_Hillcoat_Mortensen_movie_poster_locandina_anteprima_immagine_imageTHE ROAD
2009, USA, colore, 111 minuti
Regia: John Hillcoat
Soggetto/Sceneggiatura: Joe Penhall da un romanzo di Cormac McCarthy
Produzione: Dimension Films e varie

Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto in cenere in direzione dell'oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po' di tepore e qualche barlume di vita.

Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po' di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni cannibali che battono le strade, decisi a sopravvivere a ogni costo e a rimanere "buoni" nel processo...

Non sono fra quelli che urlano al capolavoro a ogni nuovo libro di Cormac McCarthy, ma ho amato intensamente il suo La Strada e ho detestato ogni minuto di questa trasposizione cinematografica fatta dai fratelli Weinstein, chiedo scusa, sceneggiata da Joe Penhall e diretta da John Hillcoat.

Ovviamente era compito arduo ridurre su grande schermo quanto McCarthy è riuscito a fare su carta, ma ci si poteva perlomeno provare, magari partendo da scelte estetiche di base che non fossero totalmente in opposizione rispetto a quanto scelto dallo scrittore.
Ci si poteva provare anche perché la scrittura di McCarthy non è certo fra le più difficili da adattare al cinema.

Fra le varie scelte che si potevano operare, tre fra tutte evidenziano una sostanziale incomprensione (o, se vogliamo fare i prog, "diversa comprensione") del testo di partenza. La premiata ditta Joe & John ha deciso, in rapida sequenza, di girare l'intero film a colori, di inserire una colonna sonora e di alternare agli avvenimenti presenti vari inserti in flashback..

Si tratta di tre soluzioni che remano contro la narrazione, il suo tema, l'atmosfera che tenta di creare e il coinvolgimento dello spettatore.
Girare a colori, inserendo spesso elementi molto colorati (le coperte, il fuoco, alcuni interni) guasta alla base uno dei punti di forza del romanzo, ovvero la tremenda monocromia di un mondo-cenere dove predominavano i toni grigiastri con, al massimo, qualche inserto marrone.
Il mondo rappresentato nel film si avvicina quindi di più al post-apocalisse standard, ma non solo: portare spesso sullo schermo vari colori distrugge il senso di una delle scene più importanti del film, ovvero quando il bambino, di fronte a una cascatella, ammira l'arcobaleno e parla dei colori come se fossero un evento rarissimo, stupore tutto suo in quanto lo spettatore di colori ne ha visti prima durante la narrazione e ne vedrà molti altri anche dopo.

Parimenti la colonna sonora (del duo Nick Cave-Warren Ellis in dolce performance "for the pagnotta", ahimè) piuttosto che lavorare pro-atmosfera svolge da un lato un'azione lenitiva e dall'altro distrae lo spettatore da quello che dovrebbe essere un deserto sonoro interrotto solo da rumori naturali diegetici.

Ma i veri interventi a gamba tesa sono ovviamente i flashback, che oscillano fra l'insopportabile spiegone e le scenette alla Mulino Bianco.
In quello che era lo splendido ritratto di un rapporto a due, nel quale la figura della Madre-Moglie (notoriamente la donna è punto debole nella rappresentazione mccarthyana) è menzionata pochissimo, si inseriscono stupidi quadri di vita familiare felice, fra cavalli e fiori, fino al tremendo culmine della notte a teatro, con lui che le palpa le cosce fin quasi al pelo e conseguente post-coitum la mattina dopo, volti stropicciati e lenzuola disfatte.
E, obbligatoriamente, la moglie è la figa bionda hollywoodiana di turno, questa volta tocca a una sprecata Charlize Theron.

Di nuovo gravi momenti di interruzione del ritmo e di travisamento dei contenuti e intenti del materiale di partenza.
Vi è, fra le tante, una potentissima lezione su come si dovrebbe fare un uso parsimonioso del flashback al cinema ed è contenuta in Persona di Ingmar Bergman, quando la ragazza racconta dell'orgia in spiaggia.
Bergman non cede al flashback e lascia raccontare alla ragazza il tutto (e, mi pare, ma vado a memoria, senza stacchi) sortendo un effetto erotico (in quel caso, ovviamente) assai più potente di qualsiasi rappresentazione in flashback.
Hillcoat e Penhall ne sanno più del povero Bergman, evidentemente.

A fronte di tali gravi e molteplici intoppi alla visione, a poco valgono i tentativi di esterni e interni post-catastrofe messi su da Chris Kennedy, Gershon Ginsburg e Robert Greenfield e non emozionano più di tanto le prove di routine di un Viggo Mortensen che farfuglia coperto dal barbone e di Kodi Smit-McPhee che ci pare meno dotato di altri suoi coetanei visti di recente. I due non sembrano mai, nemmeno per un momento padre e figlio, non scatta mai nulla fra loro durante tutta la lavorazione e forse l'unico momento in cui Viggo si scuote dall'abulia è quando compare brevemente un altro adulto con cui rapportarsi (un Robert Duvall over the top come da tempo non vedevo).

Rimangono alcuni momenti efficaci, fra campi insanguinati (e di nuovo, quanto più effetto avrebbe fatto il rosso del sangue se si fosse seguita in maniera assai più rigorosa una scelta monocromatica) e cantine piene di umanità-bestiame folle e smagrita, ma si tratta di poca roba a fronte del disastro.
Scompare il senso di freddo disumanizzante che permeava quasi ogni pagina del libro, è assai attenuato il mostro (come lo chiamava King in Misery?) della Fame e scarsa rilevanza viene data alle malattie e alla prostrazione fisica.
Non voglio dire che siamo dalle parti di un'allegra scampagnata fra padre e figlio, ma non ci aggiriamo certo nemmeno lontanamente intorno ai concetti ed emozioni creati dallo scrittore nel romanzo.
In più si aggrava miserabilmente quel che già era pesante nella narrazione di McCarthy, ovvero queste continue parabole, questi continui momenti biblici, questo scambio di lezioni pratiche e morali fra Papà e Bimbo che qui diventa insopportabilmente scoperto, pedissequo, schematico, infine robotico.

Taccio sul finale, che già mi aveva deluso nel romanzo e che qui diventa un pastone buono solo ai cattoprogressisti di turno: capisco che chi ha figli (e fede) difficilmente potrebbe ideare un ending diverso, così come chi ha figli (con o senza fede) difficilmente potrebbe sopportare la visione di una conclusione diversa, ma ci sono modi e modi di rappresentarla e quello scelto è di nuovo il più pesante, disneyano, barillesco e melenso possibile.

Vi sono poi alcune involontarie cadute nel ridicolo, come la tremenda retorica che annichilisce il momento in cui il padre poggia la sua fede su un parapetto di cemento di un ponte, prima di buttarla, e l'anello è messo proprio sopra una crepa che quindi lo divide in due, o l'assurdo attacco degli Alberi Non Morti, con il valore aggiunto di Coca Cola e Del Monte che offrono da bere e mangiare agli stanchi viandanti e qualche soldino alla stanca produzione.

Non ho idea del destino distributivo di questo film, che già ha subito in patria tantissimi ritardi con pesanti interventi di montaggio post-screening; ho letto che ci potrebbero essere problemi per una sua distribuzione in Italia, con conseguente scia di polemiche che, in un'epoca in cui la Rete ci permette finalmente di bypassare ogni terzomondismo distributivo, mi paiono pretestuose, esagerate e fuori tempo massimo.
Il film, se anche non fosse distribuito, sarà facilmente acquistabile per pochi euro presso i soliti negozi online e, come per i libri, il consiglio è di imparare il benedetto inglese: vi eviterete traduzioni pessime, doppiaggi alla organo riproduttivo di canide e potrete usufruire dell'opera anche se non arriva in Italia.

Nel libro padre e figlio portavano e curavano la fiamma della dignità e dell'umanità, nel film non sono ben sicuro che questo avvenga, ma state tranquilli che, bomba atomica, meteorite o eruzione, riuscirete sempre a gustarvi la vostra Coca Cola ovunque voi siate: Coke is life!

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Filmato:

mercoledì 27 gennaio 2010

La casa del cane e qualche cambiamento di rotta...

Fantasy_Science_Fiction_cover_image_immagineSettimana importante questa perché, dopo aver ragionato (sì, lo so, ok, ridete, ok...) su metodo e approcci per quanto concerne il saggio sul ruolo della donna nei film horror degli ultimi 40 anni, ho cominciato a (ri)vedere i primi film (dei 200 che ho alla fine selezionato, 50 per decade) e quindi ho iniziato a riempire le prime schede (che, ahimè, sono la parte più semplice e facile del task).

Questo tipo di attività, unito al fatto che in questo anno sicuramente leggerò più saggistica che narrativa e che al momento sono incappato in due romanzi da più di 600 pagine l'uno (avvenimento atipico per il sottoscritto), mi costringe ad alcune modifiche in corso, senza per questo alterare l'auspicabile ritmo di (circa) due segnalazioni di film e una di libri alla settimana.

Per forza di cose sarò costretto di quando in quando a trattare di film e romanzi antecedenti al 2000, alle volte veri e propri classici (si comincia prossima settimana con Rosemary's Baby), vuoi perché calerà il numero di film "nuovi" visionati, vuoi per fissare su carta elettronica alcune impressioni prima che scompaiano causa mia pessima memoria.
Malpertuis si è sempre occupato di materiale recente, ora per un anno o poco più sarò costretto a perlustrare ogni tanto anche il passato.
Non amo parlare di opere antecedenti il 2000: a mio modo di vedere si è sviluppato al riguardo un insieme di materiali critici fin troppo abbondante, trovo inutile aggiungere la mia impressione che, spesso, non farà altro che riecheggiare quanto già detto da tanti altri, di solito preferisco muovermi in territori meno esplorati ma per un po' non sarà sempre possibile.

Tenterò comunque di scrivere qualcosa di interessante anche su narrazioni che avrete di sicuro già mandato a memoria: magari in molte occasioni mi verrà d'aiuto la particolare attenzione all'elemento "donna" con la quale vedrò nuovamente il film in questione.

Fantasy_Science_Fiction_cover_image_immagineDetto questo, visto che questa settimana rischia di saltare l'appuntamento con la letteratura, rubo ancora cinque minuti del vostro tempo per segnalarvi una pregevole iniziativa da parte di una rivista/editore/autore.
Qualche giorno fa John Langan ha annunciato sul blog che il suo ultimo racconto, pubblicato da The Magazine of Fantasy and Science Fiction (mica pizza e fichi eh) è disponibile gratuitamente in download, in formato pdf.

Il racconto di Langan, City of Dog, è un buon ritratto di personaggio, riecheggia robe weird, ripropone una figura (il Ghûl) meno coperta rispetto ai cugini più noti e spicca ovviamente rispetto alla media di altri Paesi per la cura impiegata nel creare figure e ambientazioni.

F&SF lo distribuisce gratuitamente presso Suduvu che è altro postaccio che pubblica un sacco, un sacco di narrativa gratuita. Badate bene, non racconti di carneadi o wannabe (due famigerate piante velenose del Borneo orientale), no, racconti di gente piuttosto nota all'interno del fantastico.
Non sto parlando di prezzi o percentuali diverse. Sto parlando di materiale gratuito.

Sono segnali importanti e occasioni cui trovo difficile resistere e che mi sembra giusto segnalarvi.
Che autori e riviste di quel livello trovino di fondamentale importanza distribuire parte della loro produzione gratuitamente sperando possa far guadagnare qualche nuovo abbonato è fatto degno della massima considerazione, così come trovo ancora più apprezzabile il fatto che ciò avvenga IN CONTEMPORANEA con la pubblicazione cartacea della rivista, evitando facili meccanismi tipo "prima lo vendo, poi, a portafoglio gonfio, me la prog-tiro facendolo girare gratis e blaterando di diritti e comunità".

Segnatevi Suduvu, è solo uno dei tanti posti (di altri ne ho già parlato) dove si può leggere gratuitamente (e legalmente) buona narrativa.
E ci sarebbe da riflettere anche su come è composta la pagina web di F&SF: niente fronzoli flash che succhiano banda, niente filmati autopromozionali di un membro o due della rivista, niente minchiate da falsa community e... Date un'occhiata ai quattro (4) servizi di download di formato elettronici proposti a fondo pagina.
L'ebook/editoria elettronica è un fantasma (minaccioso o auspicato) solo in Italia: se si legge in inglese è ormai consolidata, piacevole realtà.

Ci risentiamo venerdì per parlare di una Strada che non porta da nessuna parte...

Collegamenti:

JPLangan
Suduvu
F&SF
City of Dog.pdf

lunedì 25 gennaio 2010

[REC] 2 (2009)

REC2_locandina_poster_immagine_foto_trailer[REC] 2
Spagna, 2009, colore, 85 minuti
Regia: Jaume Balagueró e Paco Plaza
Soggetto/Sceneggiatura: Jaume Balagueró , Manu Díez e Paco Plaza
Produzione: Filmax

Appena quindici minuti dopo la fine gli eventi descritti in REC una squadra di reparti d'assalto della polizia spagnola accompagna dentro il condominio un medico ricercatore: dovranno trovare una fiala di sangue infetto che permetterà loro di elaborare qualche tipo di cura per la sconosciuta malattia che ha infettato l’intero condominio.

Uno dei soldati è “armato” anche di videocamera e camere più piccole sono fissate sugli elmi degli altri agenti.

La realtà è però ben diversa: il ricercatore è in realtà un prete e la natura dell’infezione in questione richiede appunto più gli interventi di un uomo di fede che dei fucili di qualche poliziotto.

E mentre i nostri esploreranno stanze, cantine e attici un gruppetto di ragazzi riuscirà a superare le severissime misure di sicurezza e, voglioso di filmare qualcosa che finisca con due milioni di visite su you tube, entrerà nel condominio finendo anche loro nelle fauci del demonio…

Cerchiamo di ripensare a dove eravamo rimasti.
Il finale di [REC] ci aveva fatto capire, a furia di odiosi spiegoni (giornali, diari, registrazioni audio) che ci trovavamo di fronte a una infezione di origine demoniaca.
Elemento che segnò un punto tondo in più sul mio personale rinotommasiano taccuino: mi pareva ci fosse qualche memebreeze all’opera, fra [REC] e Pontypool, che tentasse di agitare le morte acque dei morti viventi mutandoli in “altro” a partire dalla fonte, ovvero la natura del virale in questione.
Ben venga quindi il sequel, mi dissi, perché accettavo (sebbene si potesse veicolare con meno tell e più show) con entusiasmo la teoria posta dal dinamico duo spagnolo e volevo proprio vedere dove sarebbero andati a parare.

Purtroppo, come spesso accade, quando la produzione vuole spremere la gallina dalle uova d’oro capita che alla seconda covata arrivi l’immonda frittata.
Nulla di male, questione di tempi e pressione, anche i Police quando dovettero sfornare il secondo album nel giro di una manciata di settimane sfornarono l’episodio più debole della loro carriera, capita.

E [REC] 2 è così debole e noioso in così tanti settori da far piangere per l'occasione persa.
Si parte ovviamente a razzo: Balagueró e Plaza, mandato a memoria quel che Cameron fece dopo Scott, cercano anche loro di mettere in campo i testosteroni, cadendo obbligatoriamente nel difetto di non riuscire a sviluppare nessun tipo di psicologia dei protagonisti che girano a vuoto su eterne sequenze di fintoribellismo da parte dei soldati e fissità maniacale da parte del prete.

Senza sviluppo psicologico non viene permesso di investire nulla nei protagonisti: i soldati rimangono anonime pedine e quando vengono sacrificate non ci piangiamo certo sopra mentre, per contro, il prete ha zero appeal, intrappolato nelle sue tre frasi ricorrenti e il doppiaggio italiano completa il killeraggio imponendogli un accento che mi ha continuamente fatto tornare in mente Mal quando, a bordo del dirigibile, cantava Furia il cavallo del west.
Tremendo ma, si sa, la lotta contro il doppiaggio in Italia è partita persa in partenza perché abbiamo i migliori doppiatori del mondo e basta, no?

Cosa ancora più grave per un film che decide di spendersi unicamente sull’ascissa della tensione-azione, ogni apparizione e confronto con gli indemoniati è assai meno efficace di quanto accadeva nel primo, ottimo episodio.
Il montaggio entra a gamba tesa a riappropriarsi di un "documentario" che aveva cercato di sfuggire al suo impero nel primo [REC] e adrenalinizza ogni scontro: al posto dei disturbanti e insistiti campi mediolunghi privi di focalizzazione abbiamo irruzioni veloci e violente.
Il bus invece del perturbante.
Ovviamente all’estetica e alle scelte tecniche seguono/precedono/coesistono quelle di contenuto e di dialogo e quindi ci ritroviamo con, al posto del disumano, indeterminato mostro/hag con pannolone del primo finale, il bambino e il prete parlone e, perdonatemi, ma quando ho già capito alla nausea di cosa si tratti negli ultimi minuti della pellicola precedente e in quella seguente vengo trattato come un bambino deficiente che ha bisogno di sussidio e insegnante di sostegno, bé, un filino m’incazzo.

L’orrore si nasconde spesso e volentieri nell’indeterminato, nell’incomprensibile, nello sconosciuto, nel nascosto: in sostanza in quella sezione del vostro cervello che riempirà gli spazi lasciati vuoti dal film con le vostre personali proiezioni.
Riempire tali spazi al posto dello spettatore è remare pericolosamente contro a un lavoro potentissimo e anche per questo (oltre che per i motivi tecnici esposti in precedenza) [REC] 2 non ha speranze di riuscire a operare allo stesso livello del suo predecessore.

Non paghi di aver già rotto alcune delle regole auree, i due spagnoli sorvolano frettolosamente su alcuni buchetti di script (è difficile immaginarsi corpi speciali preparati a ogni emergenza che falliscono ripetute serie di point blank, così come è pesante il momento della fiala distrutta o i continui malfunzionamenti di materiale militare ideato per scenari di guerra), dimenticano i greci e spezzano l'unità di luogo, con grande piacere di David Gallart che almeno ha sicuramente più roba da processare alla plancia Avid rispetto a due anni fa.

Ecco quindi che si esce dal condominio, si incappa nei soliti ragazzi idioti di turno e il motore di azione scelto dai registi crolla miserabilmente con l'introduzione insensata di un secondo gruppo. Siamo alle solite: il sequel moltiplica i punti di vista, agisce per accumulo e pare il fratello bulimico del primo episodio.

A poco possono servire e piacere le solite, ovvie, scontate riflessioni "meta" avviate da degli autori con il fiato corto e alla ricerca di qualsiasi possibile pretesto per arrivare alla fine dell’ora e mezza.
La camera che in modalità visione notturna "vede" quel che l’occhio umano non riesce a vedere è ormai ben poca cosa nel 2010 e l’eccessiva sovrastruttura del tema religioso pare affanno inutile che, nuovamente, nuoce alla gestione della tensioazione.

Una volta che si moltiplica il punto di vista e si inserisce pesantemente l'elemento del montaggio diventa poco utile mantenere l'espediente delle videocamere dei protagonisti, tanto vale fare outing completo, ammettere la propria natura di film tout court e gestire set, riprese e attori in tal senso.
Sarebbe stata svolta e cesura significativa rispetto al precedente e forse avrebbe offerto spunti e modalità più interessanti.
Se scegli di mettere più ingredienti devi poi essere in grado di gestire preparazione e cottura, altrimenti…

Così si gira invece dalle parti di uno sparatutto in prima persona bruttino e traballante, con troppi momenti di spiegazione dello scenario e le scene di battaglia gestite malamente da un operatore parkinsoniano; sparatutto che crolla brutalmente quando il giocatore di turno trova la provvidenziale fiala/tesoro in un frigo opportunamente piazzato in un condotto d'aria (???).

Vi è infine, ciliegia bacata, il solito, grosso problema di continuità e sospensione dell'incredulità che affligge larghissima parte del fantastico contemporaneo.
Mi presenti, nel primo film, dei mostri che funzionano più o meno così e cosà, con le dovute debolezze, i loro intenti, i punti di forza e tutto il resto e ok, io ci sto, firmo il patto, ti offro la mia fiducia e tu in cambio mi regali novanta minuti validi.
Nel sequel però, siccome quel contratto che mi hai imposto comincia a starti strettino, dopo quindici maledetti minuti mi dici che no, il patto stipulato fra me spettatore/fruitore e te filmaker/narratore è saltato, i mostri ora fanno altre cose quando e come pare loro, fra l’altro cose che se avessero potuto fare nel film precedente (ovvero quindici minuti prima) gli avrebbero permesso di vincere 6-0, 6-0, 6-0 e tutti a casa.

Ecco, io posso credere a qualsiasi cosa, davvero, non ho mai avuto problemi a stipulare il patto con il narratore, anzi, penso di essere fin troppo buono.
Ma quando poi mi cambi le carte in tavola per tue comodità, perché avevi la pistola del produttore alla tempia, perché così puoi evitare di spremerti le meningi e perché infine vuoi arrivare al terzo agognato episodio allora no, mi spiace, non riesco a starci.

Pessimo, pessimo script che dovrebbe rappresentare una lezione nelle cose da evitare per qualsiasi sceneggiatore che voglia narrare horror-pop, prepariamoci al peggio sperando il meglio per l’obbligatorio terzo episodio, magari senza preti rincoglioniti, ragazzi ebeti e soldatini di stagno assortiti...

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Filmato:



Extra: il prete mentre, qualche anno prima, caccia i demoni da un antro del peccato...

venerdì 22 gennaio 2010

Julia di Peter Straub

Julia_Peter_Straub_copertina_anteprima_image_picture_immagineJulia
Peter Straub

Julia è una ragazza americana, ricca ereditiera, che vive in Inghilterra ed è reduce da un matrimonio fallimentare con Magnus, un uomo autoritario e prepotente.
Julia ha trovato la forza di interrompere il legame con il marito solo dopo la morte di sua figlia Kate, avvenuta in seguito a un tragico incidente: la bambina, nove anni, stava soffocando e nel tentativo di praticarle una tracheotomia il padre l'ha uccisa.

Julia ora vive in una casa in un parco che, mentre passano i giorni, pare essere infestata dai fantasmi. Nel parco si aggira una bambina che somiglia molto alla figlia defunta e che si comporta in modo strano, inquietante, uccidendo piccoli animali con modalità che ricordano la disperata tracheotomia fatta su Kate.

Leggendo un libro sulla storia del quartiere scopre strane storie su preceenti occupanti della casa e si convince che il passato stia per tornare con forza irresistibile.
Fra suo marito che, ubriaco, penetra di nascosto in casa, continue apparizioni della bambina/fantasma/doppelgänger di sua figlia, allucinanti sedute parapsicologiche e visite in case di igiene mentale, Julia procede passo dopo passo verso il confronto finale...

Peter Straub è, come e più di James Herbert, una delle principali vittime di quella che io chiamo La Grande Purga Novanta: autore apprezzato, vincitore di parecchi premi mondiali, grandissimo narratore che si occupa delle emozioni che interessano da queste parti, tradotto spesso e volentieri anche qui in Italia (e da nomi di spicco quali Dobner), a un certo punto è scomparso dalle librerie (a inizio Anni Novanta, appunto, fatti salvi racconti, ristampe e la collaborazione con King) per mai più tornare, mentre all’estero continua a fare quel che sa fare così bene da sempre.

Prima di affrontare suoi lavori più recenti e inediti, così come fatto con Herbert, meglio quindi spendere due parole per un titolo che potete trovare anche tradotto, addirittura in più edizioni (ricordo una della Corno e una della Bompiani, ma potrebbero essercene di più).
Parlerò dei prezzi a fine segnalazione.

Ghost Story, sempre di Straub, è uno dei miei romanzi preferiti di sempre e amo più o meno tutto quel che questo autore ha sfornato nel corso della sua pluridecennale carriera.
Quel che mi ha sempre sorpreso è quanto, per stile e contenuti, spesso Straub paia uno scrittore profondamente inglese e non statunitense ed è appunto la presenza di uno stile molto riconoscibile, uniforme, maturo e di contenuti "ritornanti" e una poetica precisa che mi spingono a identificare in Straub un artista/autore prima ancora che un semplice narratore.

E già come narratore questo wisconsiniano sessantaseienne è in possesso della rara capacità di effettuare quel continuo giro di vite, silenzioso, inavvertito, lento che ti porta, senza sbalzi e sussulti, a trovarti sempre più impastoiato in una rete di fissazioni, totem e archetipi dalla quale non riuscirai a sfuggire nemmeno dopo la parola fine.

Straub in Julia non ha bisogno di clamori, ectoplasmi, muri che grondano sangue e bambini spettrali che lanciano palle fantasma nei corridoi.
Gioca con l’ordinario materiale gotico, con gli standard della storia di fantasmi e li rende attuali, moderni, concentrandosi quindi sui dettagli, sui personaggi e sulle sue personali fissazioni, in primis quella del doppelgänger femminile così centrale anche in altri suoi lavori.

Il risultato è un sinistro, snervante e metodico assalto ai sensi: le stanze della casa infestata sono sempre calde, torride e a nulla serve spegnere i termosifoni; l’acqua del rubinetto ha un sapore ferroso; gli specchi rimandano immagini in movimento che si scorgono con la coda dell’occhio; per le scale si sentono echi distanti di voci e risate e altri rumori meno definibili e così via.

In modo similare (sebbene, ovviamente, in tono minore) a quanto era accaduto in Il canto di Kali anche qua sono i sensi a essere colpiti, bombardati dalla pressione di qualche altro tipo di realtà.
E associato a questo tipo di attacco metodico, che mira a un lento coinvolgimento/sfinimento, ci sono gli occasionali uppercut veicolati dai comportamenti di certi personaggi secondari.
Sono brevi flash di linguaggio tanto più efficaci in quanto veicolati dopo decine e decine di pagine nelle quali prevalgono i buoni salotti inglesi, il tè, lo sherry, le formule di cortesia e tutto il resto del pacchetto.
Vi è una bambina, Mona, che ha già parlato in precedenza con Julia (più o meno a inizio vicenda) riguardo la strana ragazzina vista nel parco. Avvicinata una seconda volta, parecchi giri di vite più avanti, ecco quel che accade:

The girl was staring up at her just as she had that day.
“Hello, Mona,” Julia said. “Do you remember me?”
“Poo,” said Mona, smiling open-mouthed at Julia. Her eyes shone.
“That’s not a nice word.”
“Poo. Shit.” Mona giggled and turned away. “Fuck you.”
Julia stared at the tiny girl.
“Fuck you. Shit. Fuck.”


E quando Julia si gira ecco che compare il fantasma/ doppelgänger, tutto sorrisi perfidi e sguardi maligni a testimoniare una corruzione psichica, un imputridimento morale, un inquinamento spirituale che si esplica in mille modi.

Balzo in avanti, Peter Straub ha subito tolto il piede da quel particolare acceleratore e ci ha di nuovo storditi e addormentati a colpi di tè e sherry.
Dopo molte pagine e, nuovamente, parecchi giri di vite, Julia è in visita all’anziana ex occupante della sua casa, richiusa in un manicomio dopo tragici eventi.

“You’re just what I thought,” said Mrs. Rudge. “You belong in here. Stupid cunt. Now get out.”
“You have eight minutes,” said Robert from the corner.
“No, I’d better…” Julia began. She stood up.
“Stupid cunt bitch. Stupid murdering cunt bitch.”


E ovviamente Julia scappa dalla stanza.
Raramente prima di questo romanzo ho avuto occasione di leggere un uso altrettanto efficace di termini volgari e "facili" come quelli appena citati che, inseriti in altri contesti, quasi non noterei o mi darebbero fastidio.

O come non ammirare la gestione dell’erotismo e della sensualità da parte di un autore che è pienamente cosciente di come essi siano uno dei pilastri fondanti del gotico?
In mano a Straub qualsiasi situazione può offrire sviluppi erotici, anche una scena innocente nella quale la sorella di Magnus recide alcuni fiori per regalarli a Julia.

The massed scent of the flowers in her hands made her light-headed. They were overwhelmingly sensual. One of the fleshy tulips bruised her face.


Dove non è tanto da ammirare il facile overwhelmingly sensual quanto il fatto che i tulipani siano fleshy

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Straub è autore tecnicamente più dotato della media dei suoi colleghi e, dato ancora più importante, scrittore completo, privo di punti deboli e a suo agio sia nel tratteggiare i personaggi (il quadrilatero Julia-Magnus-Lily-Mark) che nel calibrare atmosfera o dipingere scenari.
Qui lo vediamo alle prese con un giardino, di notte: il livello della similitudine finale è, parer mio, altissimo.

Julia rounded the corner at the back of the house and found herself in her moonlit back garden.
The grass looked spectral, some color between green and black.
Indeed, the entire garden looked unearthly in the dark light, the flower banks at the far end massive and colorless, like stationary clouds.


Superbo.
A questo bisogna aggiungere un totale controllo della trama e dei suoi giochi di simmetria che porteranno inevitabilmente allo stupendo finale.
Grande studio di personaggio, Julia offre a uno Straub allora giovane una grande occasione per esercitarsi a tratteggiare il primo di una lunga e intensa galleria di personaggi femminili che raggiungerà il suo picco nell'Alma Mobley di Ghost Story ma continuerà a riverberare per sempre, con occasionali altissimi picchi (Nora Chancel di The Hellfire Club su tutti).

Come al solito in Italia siamo, purtroppo, pieni di furbetti e ho visto copie del volume usato in vendita, in vari negozi virtuali, a 13 euro e più.
Non posso certo obbligarvi a nessuna scelta, posso però ricordarvi che Julia lo trovate in diversi formati elettronici su emule oppure, se volete levarvi la soddisfazione di possederne copia cartacea come il sottoscritto, troverete paperback usati di questo romanzo su Amazon a partire, ehm, da 0,01 centesimi.
1 centesimo di dollaro contro 13 euro.
Non saprei come altro scriverlo.
Ah, sì: 0,01 vs 13,00.
Fate voi.

Peter Straub tornerà ospite del Malpertugio più in là nel 2010, è una promessa, nel frattempo cacciate fuori un centesimo (di dollaro, non so a quanto equivalga in euro) e immergetevi in questo romanzo…

Julia
Peter Straub
Ballantine, 1995
paperback, 304 pagine, $ 3,95
ISBN 978-0345483225

giovedì 21 gennaio 2010

Allora ci si vede sabato 30 a Torino...

Piccola comunicazione per ricordarvi che alcuni dei frequentatori abituali di Malpertuis si incontreranno il prossimo 30 gennaio a Torino per la mostra (come indicato in precedenza QUI) e per un proseguimento fra pub e/o pizzerie e/o ancora pub.

Dovrebbero esserci: il sottoscritto, Davide Mana, Massimo Soumaré, Orlando, Iguana Jo e altri due o tre di sicuro, se volete aggiungervi siete i benvenuti.

A questo punto direi che possiamo tranquillamente fissare anche ora e luogo.

Che ne dite di ore 15.00 di fronte all'Accademia?
Non conoscendo benissimo Torino, se i residenti hanno in mente un posto migliore per ritrovarsi parlino!
A fra pochi giorni...

mercoledì 20 gennaio 2010

Vertige (2009)

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(HIGH LANE)
Francia, 2009, colore, 90 minuti
Regia: Abel Ferry
Soggetto/Sceneggiatura: Johanne Bernard e Louis Paul Desanges
Produzione: Sombrero Productions, Canal +, Gaumont e varie

Cinque amici vogliono a tutti i costi scalare un passo particolare che, al momento, è chiuso per manutenzione di alcuni tratti del percorso.
Ovviamente, nonostante l’iniziale ritrosia di almeno uno di loro, il gruppo si avventura lo stesso e ben presto cominceranno i primi problemi legati alla cattiva condizione di un ponte e agli attacchi di vertigine del membro più debole della compagnia.

Su questo quadro già preoccupante si innesta la presenza di un misterioso cannibale che comincia a dare la caccia ai ragazzi, ormai isolati dal resto del mondo e impotenti di fronte alle trappole e alle armi del cacciatore.

Da qualche tempo a questa parte gli Appalachi hanno deciso di levare le tende e trasferirsi in Francia e così i nostri cugini hanno scoperto di avere anche loro una bella massa di inbred e cannibali di ogni tipo, pronti a pasteggiare e infierire sui ragazzotti locali.

Ne avevamo già avuto sentore in alcune pellicole precedenti (fra le altre Humains, di cui cercherò di parlare quanto prima) e il tutto viene confermato in questa prima bomba tensiogena del 2010, un film diviso sostanzialmente in due parti.
A un primo tempo di grande efficacia, tutto concentrato sullo sviluppo di alcune dinamiche del gruppo e su una manciata di spettacolari scene di arrampicata segue un secondo tempo più canonico ma non per questo meno adrenalinico, con il giochino ai dieci piccoli indiani del mostro di turno e confronto finale.

Personaggi e dinamiche fra gli stessi sono quanto potete aspettarvi da prodotti del genere, e si rimane più o meno a girare intorno ai soliti, prevedibili sviluppi, dal più debole del gruppo che trova infine la forza di reagire e confrontarsi con paura, terrore e morte fino alla donna calma e riflessiva che si trasforma in guerriera indomita.
Senza nemmeno contare l’idiozia di alcune premesse (soffri di attacchi di panico e vertigine e decidi di unirti a una spedizione di questo tipo?) che bisogna, purtroppo, ignorare a tutti i costi per godersi in piena libertà sia le trappole che madre natura riserva agli sfortunati ragazzotti sia quelle messe in atto dal solitario cannibale che li aspetta una volte oltrepassato il ponte.

C’è comunque da sottolineare quanto, a fronte di una inevitabile banalità di fondo, ogni linea di dialogo, ogni shift psicologico, ogni rapporto sia gestito con mano sostanzialmente più abile della media statunitense di questo campo.
Cogliamo gli amici in questione, una doppia coppia, in un classico momento di transizione, forse è la loro ultima vacanza insieme prima che si spostino verso altri lavori e scuole in diverse città e proprio all’ultimo si aggiunge al quartetto l’ex di una delle due ragazze, che, più forte del suo attuale compagno, comincia a destabilizzare l’equilibrio di coppia e, nel prosieguo, giungerà a combinare ben di peggio.

Inserite in questo contesto, sia le scene di altissima tensione durante le arrampicate che i momenti più gore (e in alcuni istanti non si lesina sulle ossa rotte, arti amputati e altre brutture dell'allegra vita in montagna) funzionano scontatamente meglio in quanto applicati su personaggi tridimensionali sui quali (repetita) abbiamo avuto modo di investire curiosità, interesse e attenzione.
Quando infine arriva il cattivo cannibale di turno (magnificamente interpretato da un primordiale Raphaël Lenglet) una volta tanto abbiamo la fortuna di incappare nella saggia scelta, da parte degli autori, di non farci mai simpatizzare con il mostro né di spiegarci la rava e la fava della sua origine, dei suoi complessi, della sua brutta infanzia con traumi e via dicendo.
E tempo di arrivare al finale ci sarà occasione per ancora una o due sorprese prima di riveder le stelle…

Momento fortunato per uno dei due sceneggiatori, Louis-Paul Desanges, che ha le mani in pasta dietro un altro horror transalpino che dovremmo riuscire a vedere nell'immediato futuro, ovvero Mutants, anche se buona parte della (parziale) riuscita di Vertige è sicuramente da riconoscere alla regia di Abel Ferry.
Il giovane filmaker ha fra l’altro diretto, nel 2004, The Good, the Bad and the Zombies e mostra in questa occasione buone capacità sia per quanto pertiene al gestione degli attori sia per quanto riguarda le sequenze d'azione e a completare un quadro già positivo si aggiunge la fotografia di Nicolas Massart (anche lui lo rivedremo all'opera in Mutants) che ha gioco facile a contrapporre altezze luminose e buie spelonche.

Gli attori coinvolti offrono tutti buone prove e contribuiscono anche loro alla riuscita finale che ci regala un nuovo regista da tenere d'occhio in futuro, in grado di confezionare prodotti privi di fronzoli e che se anche mancano di ambizioni e mire alte riescono però a mantenersi onesti e regalano allo spettatore esattamente quanto promesso.

Piccolo omaggio iniziale a The Descent e, poco dopo, ottimo uso della nota hit dei Supergrass, Alright, in seguito ripresa in un momento molto meno spensierato…

Raccomandato.
Se, come me, soffrite di vertigini già al secondo piano, doppiamente raccomandato.

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Filmato

lunedì 18 gennaio 2010

Amabili resti (2009)

Lovely_Bones_Amabili_Resti_Peter_Jackson_Immagine_poster_locandina_previewAMABILI RESTI
(THE LOVELY BONES
)
USA/UK/Nuova Zelanda, 2009, colore, 135 minuti
Regia: Peter Jackson
Soggetto/Sceneggiatura: Fran Walsh, Philippa Boyens e Peter Jackson da un romanzo di Alice Sebold
Produzione: WingNut Films, DreamWorks SKG, Film4 e Key Creatives

6 dicembre 1973, Norristown, Pennsylvania. Susie una ragazzina piena di vita, con la passione per la fotografia e la promessa del un primo bacio, prende una scorciatoia attraverso i campi e, con leggerezza, segue un uomo dentro una tana scavata sottoterra.

Viene stuprata, uccisa e smembrata. Il suo spirito finirà in una sorta di limbo dal quale osserva la sua famiglia andare a pezzi sotto il peso della perdita.
Mentre la madre infine si rassegna, padre e sorella non sono disposti a mollare e sarà proprio quest'ultima, dopo alcuni mesi, a scoprire la verità su quanto accaduto.

Nel frattempo Susie dovrà imparare a non provare più rabbia e desiderio di vendetta, e dovrà anche smettere di osservare la famiglia permettendo loro di accettare definitivamente quanto successo e continuare a vivere, mentre lei accederà finalmente al Paradiso.

Non ho letto il romanzo dal quale Peter Jackson ha tratto il film, ma oso sperare sia meglio di questo pasticcio al caramello messo in piedi da un regista sempre più smarrito.
O meglio, che dico, in realtà Jackson pare conoscere sempre meglio la via da seguire e The Lovely Bones non è che un altro passo nella direzione intrapresa ai tempi del plasticoso ma ancora efficace Sospesi nel tempo.
Assimilato dal premiato zuccherificio Spielberg-Zemeckis, il filmaker neozelandese è diventato sempre più il campione di certo chewing cinemagum ad alto profilo produttivo, alfiere della banalizzazione spettacolare (o banale spettacolarizzazione) di ogni tipo di testo affrontato.

Rimane da sperare che tale industria dolciaria non riesca a contagiare anche Guillermo Del Toro, ma sono fiducioso: il messicano pare assai più dotato di una cifra estetico-fantastica personale e precisa che dovrebbe permettergli una partigiana resistenza. Già Joe Dante, ai tempi, era riuscito a resistere a una involuzione simile, ci riuscirà anche il papà del Fauno.

Ma passiamo agli Amabili Resti, cui mi ero accostato fiducioso: speravo in una ripresa qualitativa dopo gli ultimi 4-5 film e avevo (scontatamente, lo so) in testa un titolo che riecheggiava di continuo: Creature del cielo, Creature del cielo, Creature del cielo...
Mi ritrovo invece con un prodotto Dark Disney, uno spettacolino consolatorio nel quale quel che alcuni mi hanno raccontato come maggior elemento di pregio del romanzo, ovvero l'elaborazione del lutto da parte di chi sopravvive, viene coperto da una serie di scenette di un new age pastelloso che causerebbero problemi di glicemia anche al mio minipony.
Posso capire che si tratti dell'aldilà sognato da una quattordicenne, ma che una ragazzina abbia a sua disposizione una palette cromatica così "ridotta" e una fantasia così spenta, supina e derivativa crea brividi ben maggiori di quelli indotti dal serial killer presente nel film.

Il continuo gioco di alternanza fra il limbo e il mondo “reale” è gestito con montaggio robotico e sceneggiatura scontatissima, al servizio del testosterone tecnico di Jackson che cerca in ogni momento di impressionare lo spettatore con la sua rappresentazione dell'aldilà laddove sarebbe ampiamente bastato suggerirne l'idea invece che prenderci per i capelli e schiaffarci dentro i suoi dipinti in movimento.

E, dipinto per dipinto, sarebbe allora stata assai più curiosa e stimolante la proposta, a tal riguardo, di un Tarsem Singh, che su tale contrapposizione avrebbe probabilmente saputo mostrarci variazioni ben più ampie.

Le cose non migliorano quando ci si sposta dal limbo a Norristown: la qualità di certe metafore è pesantissima (mi sono sentito considerato come un totale ignorante privo di sensibilità di fronte al giochino di sguardi fra il detective e il killer attraverso la casa di bambola, tanto per dirne una, per tacere del pinguino nella bolla) e i due-tre elementi di sicuro interesse in una vicenda del genere, ovvero l’effetto del lutto su una famiglia (o una comunità) e, più in generale, cosa rende una famiglia (di nuovo, una comunità) tale e le permette di resistere agli eventi, questi elementi non vengono affrontati e sviluppati se non in modo abbozzato o pedissequo.
Eppure non è di molti anni fa la splendida lezione, giocata proprio su questi meccanismi, di un Mystic River.

Cosa rimane quindi?
Ovvio, il giallo.
I sospetti, l’indagine, gli indizi, le prove, gli inseguimenti, gli scontri e, ci mancherebbe, l’identificazione del colpevole (a noi già noto) e l’amministrazione della pena (in un finale tremendo, terribile).
Davvero in una vicenda del genere sono queste le cose che importano di più?
Davvero ti importa solo di videogiocare e mostrare quanto sei un manico con il joystick degli effetti speciali?
Siamo davvero passati attraverso decenni e decenni di cinema per arrivare all'offensivo (per quanto banale) montaggio alternato fra il padre che, disperato, spacca le sue navi in bottiglia e delle gigantesche navi in bottiglia che si infrangono contro le alte scogliere di una riva del limbo?
Davvero questi elementi vengono salutati da stampa e fan uniti come il “trionfo del fantastico”?
Come abbiamo fatto ad arrivare fino questo p(i)attume e salutarlo come qualche tipo di vittoria contro chissà quale nemico realista?

Jackson ovviamente non si limita a sprecare gli ottimi punti di pressione rintracciabili nel contenuto, ma passa anche a sfruttare maluccio un cast a tratti strepitoso che, annusando il clima da cartone animato della domenica mattina, si adegua e mette in piedi interpretazioni monoespressive, per quanto potenti.
Mark Whalberg è supertriste, superinfuriato, superamareggiato, superossessionato; all'altrove bravissima Saoirse Ronan qui non rimane altro che sgranare in continuazione gli occhioni fino a farli quasi scoppiare (ma rimane l’unico professionista davvero nella parte); Stanley Tucci sussurra (molto bene) "sì, sono io il killer-uomo qualunque, guardate che occhietti cattivi che ho, guardate, costruisco case di bambola ma non ho figli!" e Susan Sarandon si precipita a sollevare le sorti del film per due-minuti-due con una strepitosa, inopportuna e inutile versione di (g)milf dedita a pillole, alcool e scarsa attitudine verso le (certe, perlomeno) attività domestiche.

Un tempo promettente sperimentatore di come la CGI potesse aiutare a narrare meglio, ora Jackson è diventato schiavo del pixel e lo ficca in ogni angolo possibile, anche e soprattutto dove non c'è alcun bisogno di stampelle per la fantasia, conquistando ogni singolo neurone dello spettatore e impedendo il necessario, sano rapporto fra opera e fruitore.

Resto dei reparti tecnici molto buono, con alcuni interni ed esterni particolarmente azzeccati (il buco-discarica, la tana nel campo di granoturco...) che fanno ancora più arrabbiare se si pensa che molti degli aspetti risolti al computer si sarebbero potuti risolvere in modo molto più interessante attraverso questi settori.
Spunta fuori un Brian Eno di maniera nella colonna sonora, ma anche a scartamento ridotto confeziona alcuni momenti brillanti.

L’estetica proposta da Jackson in tutti gli oltre 130 minuti di questo suo ultimo film è piatta, disegnata male e colorata peggio e, lo sapete, estetica ed etica…
Non fate come il sottoscritto, che si è praticamente precluso la futura lettura del romanzo, e cercate, se proprio dovete, di affrontare la Sebold piuttosto che la bitch neozelandese di Topolino Spielberg.

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Filmato:

sabato 16 gennaio 2010

Martyrs horror del decennio secondo i lettori di Malpertuis

Martyrs_Best_horror_Movie_Decade

Come promesso, ecco che posto la classifica risultante dai voti presenti nei commenti a Quella sporca dozzina horror.
Mi sono limitato a prendere tutte le classifiche proposte (eliminando prodotti televisivi o antecedenti il 2000) assegnando un punto al dodicesimo, due all'undicesimo e così via, fino al primo che però ha sempre ricevuto 15 punti invece di 12, mi pareva giusto differenziare e premiare un minimo la prima posizione.

Ci sono anche stati alcuni commentatori che non hanno indicato ordini preferenziali o hanno nominato solo uno o pochi fil, in quel caso ho assegnato un generico 4 a ogni titolo nominato. Ho aggiunto al tutto alcuni voti pervenuti via mail, fatto le somme, escluso quelli sotto i 20 punti e... Il risultato lo vedete qui sotto.

Qualche breve considerazione: andiamo sostanzialmente d'accordo.
Non amo discutere con persone dalla visione/gusti/tendenze TOTALMENTE opposti ai miei, diventa davvero faticoso e, lo penso in base all'esperienza, scarsamente utile o piacevole. Limite mio.
Adoro invece discutere (cosa che avviene qui) con chi ha visioni/gusti/preferenze diverse dalle mie ma che giocano comunque in un campo più o meno simile.
In questi casi imparo molto e traggo molto piacere.

E si gioca tutti, qui, nello stesso campo.
Senza clamore ed enfasi avete sostanzialmente buttato nel cesso remake e sequel, postmodernismi e americanate varie.
Siete tutti diversi l'uno dall'altro, motivo per cui questo tipo di classifica ha ancora maggiore valore: i primi posti sono tutti europei con titoli di grandissima qualità e valore, vi ringrazio.

Leggere questa classifica aumenta ancora di più la mia già grande fiducia verso questo non-genere e verso molti degli appassionati.

Ultima cosa.
Proprio il post segnalato sopra, come avevo avuto già modo di dire in fase di commento, ha sortito ottimi effetti: molti miei lettori che o non hanno un blog o non sono specializzati in horror hanno voluto dire la loro, spesso per la prima volta, proponendo in pubblico gusti di tutto rispetto.

Vi è la tendenza (naturale, ovvio) nei siti a vedere commentatori che di solito sono anche loro scrittori/critici/blogger et similia, mentre il "semplice" lettore o spettatore spesso rimane in ombra.
Come se avesse meno da dire o comunque opinioni meno interessanti solo perché non scrive abitualmente.
Falso.
Ci sono fior di lettori che leggono molto di più e molto meglio del sottoscritto e non hanno dei blog, lo stesso dicasi per segue il cinema.
Vincete la ritrosia, armatevi di un nick fisso e tornate/continuate a commentare, c'è bisogno delle vostre parole.

Lo so, lo so, siete curiosi e non ve ne frega nulla del mio sproloquio. Ok, eccovi la classifica:

MIGLIOR HORROR 2000-2010

1 - Martyrs = 178
2 - Lasciami entrare = 136
3 - The Descent = 131
4 - REC = 116
5 - 28 giorni dopo = 92
6 - The Mist = 56
7 - Labirinto del fauno = 53
8 - The House of 1000 Corpses = 50
9 - Calvaire = 47
10 - Frontiers = 37
11 - Session 9 = 36
12 - Shaun of the dead = 34
13 - Silent Hill = 34
14 - House of the devil = 31
15 - A L'interieur = 30
16 - Alta tensione = 28
17 - Bug = 28
18 - Dark Water = 28
19 - The Dark = 26
20 - The Ring = 25
21 - Them = 24
22 - Wolf Creek = 24
23 - Blade II = 23
24 - Funny Games = 23
25 - The Strangers = 20

Hanno partecipato anche: Jeepers Creepers 2, Trick 'r Treat, The Others, Ghost from Mars, La Spina del Diavolo, Resident Evil Extinction, Creep, Marebito, Three Extremes, A Tale of two Sisters, Bubba Ho-Tep, Eden Lake, Battle Royale, The Orphanage, Dawn of the dead, Jesus Christ Vampire Hunter, 28 settimane dopo, May, Hard Candy, Planet Terror, Audition, Il patto dei lupi, Frailty, The Abandoned, Mum & Dad, Cloverfield, 30 giorni di buio, Fido, Feast, Outpost, Dog Soldiers, American Psycho, Le Colline hanno gli occhi, The Devil's Reject, The Hamiltons, The Tripper, Zombie Strippers, Saw, Suicide Circle, Custodes Bestiae, Kairo, Ju On, The Host, Uzumaki, The call, Thirst, The Children, The Grudge, Pontypool, The Signal, Coming Soon, End of the line, Severance, Linkeroever, Malefique,Suicide Club, Behind the Mask, All the Boys love Mandy Lane, Isolation, Joshua, Ichi, Gozu, From Hell, Colin, Diary of the dead, The Others, Nameless, Darkness, Pitch Black, Slither, 1408, Hatchet, Girl Next Door, Sauna, District 9, Vacancy.

giovedì 14 gennaio 2010

Haunted di James Herbert

Haunted
James Herbert

David Ash, pur possedendo doti medianiche, ha dedicato buona parte della sua vita adulta a sbugiardare vari praticanti dell'occulto, rivelando i vari trucchi che si nascondono dietro sedute spiritiche, letture dei tarocchi e via dicendo.

Opera per conto di una società di studio del paranormale anche se gli esiti delle sue indagini spesso rivelano realtà ben meno para e fin troppo normali.
Ha un debole per l'alcool e qualche trauma nel passato.

Questa volta però dovrà faticare assai più del normale: è stato chiamato dagli abitanti di Edbrook, una maestosa e decrepita magione nascosta nella campagna, poco fuori da un villaggio, per cercare di spiegare delle misteriose apparizioni. Il fantasma di una ragazza sconvolge la vita di due fratelli, la loro sorella e la zia che governa la casa al punto che si sono decisi a far intervenire degli estranei per mettere fine al fenomeno.

Ash si troverà di fronte a ben più che del fumo e qualche gioco di luce e prima della terza notte passata nella casa dovrà ricredersi su alcune sue convinzioni e fare i conti con un passato che torna nel modo più imprevedibile...


James Herbert è uno che ha sempre preferito il bulldozer al fioretto, vuoi perché consapevole che le sue manone il fioretto non lo sanno gestire granché bene, vuoi perché conscio che il bulldozer può risultare sì sgraziato ma spesso molto più efficace del fioretto.

Ecco quindi che dal suo covo inglese si è spesso messo alla guida del suo bulldozer horror con sommo gusto di tutti noi che, dalle pagine di un'Urania ancora decente (e alle volte eccellente) ci immergevamo in nebbie assassine e covi di topi mutanti.
Poi, negli Ottanta, ci hanno pensato Sperling & Kupfer e Armenia a continuare a traghettare il bulldozer dalle nostre parti fino a quando, verso l'inizio dei maledetti Novanta, il povero James Herbert si è dovuto accontentare di Inghilterra, USA e tanti altri Paesi civilizzati ma non è stato più tradotto nella terra dei cachi.

Ed è un peccato perché tanto si potrebbe ancora imparare da questo artigiano che non ha mai mire alte ma non rischia nemmeno mai cadute tremende, che ha saputo tenere alta la Union Jack anche in momenti non proprio eccelsi e che in ogni suo romanzo non ha mai fatto mancare alcune scene interessanti e memorabili.

Questo Haunted è stato appunto uno degli ultimi suoi lavori tradotti in Italia (Stregata, S & K, 1988) prima di un silenzio che dura ormai vent'anni e, occorre dirlo, non è certo uno dei suoi lavori migliori (tanto che l'autore interruppe la serie di David Ash con il secondo volume, se non erro) ma, rispetto alle diete mediterranee che ci vengono imposte potrebbe comunque valere la pena recuperarlo sulle bancarelle o ordinarlo (ehm, al costo di un solo centesimo, state leggendo bene) in Rete.

Tornando al bulldozer, me lo immagino proprio James Herbert ala guida della ruspa, bello contento e fracassone, che decide di affrontare il terreno della Casa Stregata.
Mette benzina, fischietta allegro, lascia la città, i topi e le armi chimiche, arriva davanti a Edbrook e... E non se la sente di livellare al suolo la casa stregata.
Edbrook è una magione troppo bella, troppo carica di ricordi e significati per distruggerla con le armi del pulp, da qui l'esitazione, il motore della ruspa che sputacchia e si ingolfa, il pilota che spegne tutto e decide di entrar nella casa senza danneggiare i muri, vedendo cosa si può fare senza l'aiuto della ruspa.

Errore?
Sarà, di sicuro l'esito non è ai livelli di un The Fog ma a fronte di tante incertezze rimangono comunque preziosi sia certo giocare con gli stereotipi del genere (dalla vite che gira alla ruspa che demolisce, è sempre stato difficile capire chi sia reale e chi fantasma quando ci si avvicina alle Case Stregate) sia alcuni affondi (di clava eh, non certo di fioretto) durante la seconda metà del romanzo.

Il personaggio di Ash, scettico, pessimista, alcoolista, ossessionato e cinico potrebbe fare la fortuna di un fumetto o serial dedito alle indagini sul soprannaturale, pur essendo qui (destino condiviso da tutti gli altri personaggi) appena abbozzato e sgrezzato e alcuni squarci d'incubo (l'incontro in macchina, la cantina, le ultime 30 pagine circa) mostrano la familiarità dell'autore con la terribile materia.

Dove tutto crolla è purtroppo nella prevedibilità dei twist e delle rivelazioni, nella piattezza di tante, troppe pagine e, ancor di più, nella qualità meccanica, svogliata del trauma che motiva le gesta di Ash nonché nel tremendo doppio stop alla lettura rappresentato dai due flashback di precedenti indagini.
Posso capire, nell'ottica di una serie poi abortita, la necessità del background, dei personaggi ricorrenti e di tutto il resto che piace ai patiti del seriale, ma all'interno dell'economia del romanzo il lettore si trova troppe volte alle prese con dei seri intoppi alla costruzione dell'atmosfera Edbrookiana.

Vi sono anche, sparse per il romanzo, quelle indeterminazioni che odio a vista e che mi sembrano sempre frutto si scarsa voglia di lavorare più a fondo. Vi riporto un solo esempio, non avendo la versione elettronica del libro e dovendo quindi copiare dal cartaceo.
Ash sta interrogando Simon, uno dei fratelli che vivono a Edbrook insieme alla zia e Simon, comincia a parlare del fantasma e delle sue sembianze.

"There was something wrong with her face, her figure... something awful. She appeared... I don't know - malformed... in some way."

Ecco, ogni volta che inciampo in passaggi come questi storco il naso peggio di Vita da strega.
Non sa, non ricorda, non capisce, ma è comunque sicuro che ci fosse qualcosa di wrong e awful ma non riesce a definirlo in nessun modo.
Magari sbaglio, ma per me questa è cattiva scrittura.

Nulla di male, ripeto, rispetto alla qualità di tanta carta stampata che si trova in libreria oggigiorno, ma abbastanza (fin troppo) per disseminare una manciata di cartelli caveat emptor (e viste le vicende rappresentate, anche qualche cave canem) prima che diate retta al vostro agente immobiliare preferito e vi decidiate a comprare o affittare questa casa costruita da Herbert.

Che forse non è e non sarà mai un geniale architetto, ma è e sarà sempre solidissimo geometra dell'horror, e per i miei gusti da borghese in cerca di modesta villetta a un piano è più che sufficiente.

Se non avete mai letto niente di James Herbert potete, dovete iniziare altrove, se non avete mai letto romanzi sulle case stregate, potete e dovete iniziare altrove, in caso contrario queste 240 pagine a un centesimo diventano comunque buon intrattenimento per due-tre ore e altro tassello aggiunto sia alla comprensione dell'autore che del tema.

Haunted
James Herbert

New English Library (Paperback), 1989

Brossura
pag. 224, 3,50 £
ISBN: 04500493555


Lo trovate nuovo a 7,73 $ o usato a 0,01 $

martedì 12 gennaio 2010

Nasce HorrorNews24





Finalmente ci siamo.
E dovrete aiutarmi tutti quanti, meglio chiarire fin dall’inizio.

Oggi parte HorrorNews24, quello che, per quanto ne so, è il primo aggregatore italiano di siti horror.
L’idea mi girava in testa da qualche tempo ma ha trovato forma e sfogo solo nell’ultimo mese, dopo la definiva dose di hate mail che mi ha spinto definitivamente via da determinati lidi.

Ho sempre pensato che alle parole debbano seguire i fatti e sono contento quando, guardando a quel che ho tentato di realizzare in Rete, ciò è sempre accaduto.
Sentivo il bisogno di un luogo unico che potesse garantire piena visibilità a tutti i blog, piccole realtà, siti multiautore che offrono quotidianamente moltissimo alla scena horror senza magari, alle volte, riceverne in cambio l'attenzione dovuta.
Il compito era ed è tuttora difficile.
Prima di tutto mi preoccupava il livello di impegno.
Non ho più un secondo libero, già seguo Splattergramma come posso e sarebbe morto senza prima l’apporto fondamentale di Andrea Bonazzi e ora l'inesplicabile voglia di andare avanti di Valentino e Lorenzo (e ok, persino di Simone, mirabile dictu!), figurarsi occuparsi di un altro sito ancora.
La prima condizione era quindi di allestire qualcosa che richiedesse una dose davvero minima di manutenzione.

Sono seguiti alcuni problemi tecnici che, non voglio tediarvi, sarebbero stati insormontabili senza l'apporto della persona a cui ho chiesto aiuto in questa occasione, che ha risolto il tutto in modo più che brillante.
Sì perché se il prime mover sono io tutto poi ricade sulle cibernetiche spalle di Andrea Bonazzi che ha pasticciato con html, widget e altri snack assortiti finendo con il compiere il miracolo tecnologico e grafico.
Avere per primo l’idea conta ben poco, il merito è quasi tutto dell’artigiano che poi realizza questa idea.
E non è modestia, cerco di evitarla insieme alla superbia, è semplice riconoscimento dei giusti meriti alle giuste persone, cosa che forse dovrebbe accadere più spesso in Italia.

Quindi, se avete qualche problemino tecnico con la vostra piattaforma blog, se la grafica del vostro sito non vi piace più di tanto o se non riuscite a far funzionare alla perfezione quel maledetto widget, bé perché non provate a rivolgervi a Bonazzi?

Ma prima di mandare mail di richiesta di aiuto, sia chiaro: io ho pagato.
Poco ma ho pagato.
Come in precedenza ho pagato Angelo per la grafica di altri due siti e come spero di pagare chi mi ha aiutato su Splattergramma.
Il lavoro si paga, quel che si può ma si paga.
Vorrei poter fare di più, per ora non è possibile.
E sulla questione soldi tornerò a fine post.


Ora back a HorrorNews24.
Il sito funziona in automatico: legge i vostri feed e ne replica titolo più due righe di testo. Chi passa legge il tutto e se è interessato clicca e viene portato al vostro sito.
Per farlo funzionare al meglio dovreste ovviamente permettere al feed del vostro sito di far leggere il post intero o almeno una anteprima.
Non ringrazierò mai abbastanza chi mi ha convinto a permettere una lettura completa del sito via feed.
Come nel caso degli e-book gratuiti che aumentano la circolazione e la vendita del libro, permettere una lettura completa via feed aumenta la diffusione del vostro blog, è semplice.
Posso capire le resistenze, a tutti noi piacerebbe che ci venisse tributato il giusto riconoscimento tramite visita diretta al nostro blog, ma molte persone, in particolare quelle più attente al web 2.0, preferiscono leggere tramite qualche lettore di feed e in definitiva è più importante la diffusione del nostro pensiero che un click in più, no?



Dicevamo. L’aggregatore funziona in automatico e distribuisce pari spazio a tutti i blog aggregati, chi passa ed è interessato a un particolare titolo finirà poi dalle vostre parti e avrà comunque a disposizione una sola pagina che raduna molte realtà di Rete.

E… No, ovviamente non ci si può abbonare al feed di HorrorNews24 (d’ora in poi HN24) o meglio, è inutile, in quanto non vengono pubblicati post, tutto è frutto di un widget.
In basso a destra nel sito troverete il bannerino da usare sul vostro sito (unito a link) nel caso vogliate diffondere il verbo. Tale bannerino dovrebbe, ehm, essere "obbligatorio” per i siti iscritti ma ognuno è libero di fare come gli pare e non verrà certo escluso.
Tenete conto che più diffondete il tutto più lettori ricaverete anche voi per il vostro singolo blog.

C’è la strana tendenza (derivata forse da tv e stampa) a considerare gli altri blog come concorrenti. Falso: tolto il tempo di lettura, non essendoci costi, molti lettori seguono molti siti senza problema alcuno.

Quindi più siti horror mi segnalate più io ne immetto nell’aggregatore più gente circola in tutto. Poi ognuno farà chiaramente le sue scelte e va bene così.

Non riesco certo a pattugliare la Rete italiana come vorrei e quindi mancheranno all’appello parecchi blog. Spetta a voi tutti aiutarmi a rendere il sito completo segnalandomi varie realtà, possibilmente attraverso la mail di HN24.


Cosa cerco?
Semplice, siti che parlano principalmente di questo non genere, ovvero dei sentimenti di orrore, paura, terrore, ansia, disgusto, repulsione, perturbamento e dintorni. Sentimenti ed emozioni che possono essere veicolati in qualsiasi forma, attraverso l’uso del soprannaturale o via le più terribili notizie di nera ecc. ecc.

Servirebbero, per bilanciare certa tendenza (anche mia) più siti che si occupino di letteratura e di arti diverse rispetto al cinema.

Cosa non comparirà mai su HN24?
I portali e le E-Zine, belli o brutti che siano.
I siti personali dove l’artista di turno parla principalmente della sua arte di turno sparando occasionali opinioni sull’ultimo film visto o ultimo libro letto.
I blog che recensiscono sì materiale cinematografico/librario ma mi paiono, come dire, troppo servili verso determinate realtà editoriali, in maniera a me sospetta.
I siti che si occupano sì di orrore ma non in modo preponderante.
I siti politicizzati (nel senso italiano della parola) di qualsiasi colore e credo.

Sì, sarò io a decidere chi entra e chi no, ma mi pare che già adesso la lista dei siti presenti dovrebbe farvi capire come non abbia esitazioni ad ammettere anche persone che la pensano in modo molto diverso dal sottoscritto.


Ovvio, la domanda che ricorre sempre è la solita: cosa ci guadagni?
Suppongo sia domanda lecita.
A livello personale nulla.
Il mio nome non è visibile in nessun modo su HN24 e il feed di Malpertuis è ben mischiato in mezzo agli altri.
Anzi, volendo mettere i puntini sulle i Splattergramma, per esempio, ci perde rispetto agli altri siti presenti in quanto a fronte di una produzione quotidiana di post assai maggiore rispetto alla media non guadagna certo spazio percentuale in più.
A livello di condivisione delle conoscenze molto.
Ho uno spazio in più che mi permette di tenere d’occhio buona parte dei siti che mi interessano di più in Italia (fatta eccezione per uno o due portali che seguo) e i lettori di Tizio potranno risalire in qualche modo a Caio e così via.
Si tratta del mio tentativo di dare un contributo alla comunità horror, anche se immagino che i soliti Grima saranno pronti a vederci qualcosa di sospetto. Pazienza, sono qui disposto a chiarire ogni punto in pubblica piazza, più di così non so che fare e non posso certo entrare nei fallocrani di alcuni per modificare certo modo di proiettare sulla realtà...

Ritenevo mancasse in Italia un sito che proponesse notizie scevre da ogni calcolo di interesse e ho lanciato Splattergramma, ritenevo che in Italia mancasse un aggregatore di siti horror e ho lanciato HN24. Semplice. Non c’è altro dietro.

E ora, sul finale, torniamo ai soldi.
Come detto, mi piacerebbe riservare qualcosa di più della semplice gloria a chi mi ha aiutato in molti frangenti.
Lo staff di Splettergramma continua a ripetermi che è ok così, che a loro va bene lo stesso, ma a me piacerebbe offrire un riconoscimento tangibile.
Io posso ritenere giusto non cercare un guadagno economico quando scrivo, ma non posso certo pretendere lo stesso atteggiamento da altri.
Ho pagato di tasca mia quando potevo ma facendo il commesso non è che possa attingere a chissà quali risorse.
Google ads, quando potevo impiegarlo, non offriva comunque guadagni degni di rilievo.
Le offerte e le donazioni via pay pal sarebbero poco praticate e risibili.
Sponsor?
E a chi vado a chiedere?
Alle case editrici?
Dopo che ho recensito negativamente alcuni loro libri? Risibile.
Ai negozi specializzati (fumetterie, merchandise, librerie, videoteche…)?
Perché dovrebbero voler pagare un servizio che ricevono già gratuito?


Non saprei proprio, è un lato (quello economico) che non mi ha mai interessato in vita e mi mancano i mezzi cognitivi e organizzativi al riguardo, sono sprovveduto.
Se qualcuno ha idee e pensa di potersi occupare della cosa, creando del guadagno economico su Splattergramma e HN24 è il benvenuto, mi contatti in privato e vedremo che fare.
Ovviamente poi i conti verranno fatti in pubblico e tutto verrà diviso equamente.

Ora però sta a voi: pensate ai blog che mancano, segnalate, fatemi presenti eventuali difetti o migliorie da apportare, diffondete banner e link, iscrivetevi come lettori!

HorrorNews24 lo potete trovare, oltre che sul principale dominio .it, anche presso:




.elv non era disponibile come dominio, pazienza...

lunedì 11 gennaio 2010

Messages Deleted (2009)

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2009, Canada, colore, 92 minuti
Regia: Rob Cowan
Soggetto/Sceneggiatura: Larry Cohen
Produzione: Waterfront Pictures

Joel Brandt è uno sceneggiatore che attraversa un momento molto difficile della sua vita: relazione traballante, lavoro (insegna tecniche di scrittura) poco amato e blocco di scrittura.

A complicare un quadro già negativo interviene un misterioso killer che, sulla base di un suo vecchio script, comincia ad ammazzare persone a caso, coinvolgendo Joel tramite telefonate e messaggi in segreteria.
Brandt in poco tempo diventa il sospettato numero uno e, pur rivolgendosi per primo alla polizia, ne ricava sospetti e pressione.

Spetterà al povero scrittore, calato a forza nei panni dell'eroe, cercare di dipanare la matassa e identificare il vero colpevole della serie di delitti, proprio mentre intorno a lui cominciano a morire persone care e conosciute.

"Dipanare la matassa" è locuzione abusata e logora che non ho usato a caso in quanto Messages Deleted si propone come classico metafilm, sulla falsariga di uno Scream ma senza nessuno spazio per l'ironia, che cerca di riflettere sui cliché presenti nei thriller.

Joel Brandt illustra alla sua classe i vari stereotipi e cliché presenti nelle sceneggiature dozzinali e passa quindi sistematicamente a vivere e sperimentare sulla propria pelle quelle stesse scene che bollava come implausibili e inefficaci, reagendo di vota in volta con i soliti errori cui ci hanno abituato eoni di pellicole penose.

Giocare con tale materiale è sempre rischiosissimo ma un conto è se lo fai con la leggerezza e l'ironia (che temo però siano state casuali, a vedere le opere posteriori) di un Andrew Kevin Walker e un Wes Craven, ben altro conto se invece ti prendi pesantemente sul serio, acchiappi una stanchissima sceneggiatura dell'ormai vecchio Larry Cohen e la affidi al solito produttore di turno che pensa sia facile mettersi a girare film dopo aver passato parecchio tempo a finanziarli e controllarli.

Ne risulta una pellicola terribile, pasticciata nel concatenarsi degli eventi e prevedibilissima in ogni sua svolta narrativa e personaggio (protagonista o meno): a comporre un film che riflette sugli sbadigli si è alla fine sfornato un gigantesco generatore di sbadigli.

Peccato perché lo spunto iniziale poteva portare a ben altri sviluppi e perché la scelta di un attore come Matthew Lillard è simbolicamente assai significativa, avendo lui già giocato in questo campo (era Stuart Macher in Scream).
Lillard non ha grandissimi mezzi, sceglie saggiamente di nascondersi dietro un paio di occhiali e di darsi contegno da professorino ma crolla miseramente sotto l'incessante gragnola di, appunto, cliché, stereotipi e déjà vu.

C'è spazio per ogni classico del genere in questo bradiposo metacollage dove l'unica cosa che realmente manchi è qualche forma di analisi e pensiero su quel che si ripropone per la milionesima volta allo spettatore.
Lui che impotente osserva l'assassino mentre arriva alle spalle della vittima alla finestra, la polizia che indaga, l'amico che forse è sospettato e forse no, la caduta progressiva del protagonista e la mancanza di fiducia della sua ragazza, la polizia che indaga, il personaggio che arriva provvidenzialmente a ospitare/nascondere/aiutare, il climax finale con il twist più telefonato della storia del cinema...

Che questa fiera del già visto sia proposta volontariamente o meno poco importa quando il risultato finale è un encefalogramma più piatto della pianura padana, anche perché l'unico messaggio che si riesce a evincere a tratti lungo la noiosa concatenazione è che, ehi, anche la vita reale è stereotipata e piena di cliché.
E se intendi asfissiarmi per un'ora e mezza a colpi di boiate e alla fine l'unica lezioncina che riesci a darmi è che talvolta le boiate accadono sul serio, beh, la delusione a fronte dei minuti persi è davvero cocente.

Pare incredibile che Larry Cohen, con un curriculum pluridecennale (è in giro dagli anni Cinquanta) e ricco di sceneggiature interessanti, arrivi a fine carriera a comporre la sua tanto agognata Trilogia del Telefono (In linea con l'assassino, Cellular e ora Messages Deleted) in modo così sciatto, illogico e privo di mordente quando proprio per merito della sua enorme esperienza poteva tentare di chiudere con una proposta più intelligente.
Sparge e spreca indizi e dettagli lungo tutto il film senza che questi possano servire a qualche tipo di costruzione dei personaggi (l'unico abbozzo tentato, male, è quello sul detective) o della storia (il rapporto fra Brandt e il suo amico), quando non cade apertamente in errori e illogicità (il killer onnipresente e onnipotente, l'intera scena con la vittima sulla sedia a rotelle).

Sprecata la splendida Deborah Kara Unger, letteralmente adorata qui a Malpertuis e che avrebbe bisogno di ben altri registi e film. I vari reparti tecnici galleggiano in un anonimo standard che nulla apporta e nulla toglie: invece di cancellare i messaggi è meglio se cancellate questo filmaccio...

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sabato 9 gennaio 2010

Orrore in sala parto...

Qualche giorno fa, fra i buoni propositi per il 2010, avevo elencato anche la volontà di far nascere un aggregatore che raccogliesse e proponesse in modo automatico tutti i post dei vari siti piccoli e blog personali.
Una piccola vetrina in più per cercare di contrastare certe tendenze della Rete italiana.
Siccome credo sia importante far seguire alle parole anche dei gesti, ecco che ho messo subito al lavoro (pagando quel che potevo, che purtroppo non è molto) persone di fiducia per sfornare il nuovo baby killer.

Siamo in sala parto, ci sono contrazioni telluriche, il bimbo scalpita come un nightmare, le luci cominciano ad affievolirsi.

Eccovi un banner tanto per stuzzicare l'appetito, spero di dare l'annuncio della nascita già nel corso della prossima settimana, per ora coltiviamo un po' di hype...


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venerdì 8 gennaio 2010

Dolan's Cadillac (2009)

Dolan+s_Cadillac_movie_poster_locandina_image_oicture_immagineDOLAN'S CADILLAC
2009, UK/USA, colore, 89 minuti
Regia: Jeff Beesley
Soggetto/Sceneggiatura: Richard Dooling da una storia di Stephen King
Produzione: Cadillac Prairie Productions, 101122273 Saskatchewan, Minds Eye Entertainment

Elizabeth, la moglie di Robinson, mentre è a spasso con il cavallo appena fuori Las Vegas, città dove lei e il marito vivono e insegnano, assiste a una brutale esecuzione da parte del temibile Dolan e dei suoi sgherri nei confronti di alcuni messicani che avevano sgarrato malamente durante una consegna immigranti clandestine.

Elizabeth è l'unica testimone attendibile e sceglie di andare in tribunale ma prima di arrivarci viene uccisa da Dolan, nonostante il programma di protezione FBI.

Robinson, distrutto dal dolore, si imbarca in una missione di vendetta destinata al fallimento quando, in occasione del primo confronto con Dolan, scoprirà nel peggiore dei modi di non essere capace a usare una pistola contro un altro essere umano.
Proprio quel confronto offre a Robinson lo stimolo giusto per pensare a un altro metodo per saldare definitivamente i conti con il criminale...


Ricordo Incubi e Deliri, la raccolta dei primi anni Novanta nella quale è contenuto il brutto racconto La Cadillac di Dolan dal quale il carneade Richard Dooling ha cercato, allungando il brodino, di trarre una sceneggiatura per questo film.

Rammento l'attesa per l'uscita, l'acquisto a prezzo pieno senza aspettare sconti, edizioni tascabili o bancarelle dell'usato (quasi venti anni fa, ero decisamente più ingenuo e sprovveduto) e... La delusione.
Stephen King aveva (ovviamente per me) mostrato già qualche cedimento anche in precedenza (ricordo la terribile edizione integrale de L'ombra dello scorpione, tanto per dirne una, o il superfluo Unico indizio la luna piena) ma Incubi e Deliri fu la prima volta che ebbi la percezione netta di un possibile calo qualitativo nella produzione del Re.

L'anno dopo arrivò la mazzata incredibile di Insomnia e da allora King, fra alti e bassi, mi pare intrappolato in una affannosa, debilitante co(l)azione a ripetere che ricade logicamente sotto la legge del diminishing return, fino ai polpettoni degli ultimi anni che, altrettanto logicamente, trovano il plauso della critica mainstream che si interessa di fantastico e horror solo per quanto riguarda pochi casi e autori.
Quando lessi La cadillac di Dolan mi sembrò di assistere a un brutto episodio di Willy il Coyote, con il simpatico, sfigato, maldestro canide della Warner Bros che riesce finalmente ad architettare il piano giusto per intrappolare il cattivo, perfido e perfettino Roadrunner Dolan.
Personaggi e situazioni sopra le righe, totale sprezzo della sospensione d'incredulità, assenza di tensione e ritmo, trasformazioni psicologiche raffazzonate: non sembrava di leggere Stephen King.

Difficile quindi che da tale materiale di partenza anche un buon sceneggiatore riesca a ricavare uno script valido, ma se mettete il tutto in mano a uno scrittore inesperto (anche se sulla piazza dal 1997) e affidate quindi la regia al televisivo Jeff Beesley ecco che il disastro diventa inevitabile.

Christian Slater, nei panni di Dolan, cerca di mettercela tutta per salvare il salvabile: si impomata i capelli all'indietro e gigioneggia a fare il cattivone in lungo e in largo ma quando si ritrova con un personaggio che da criminale fra lo yuppie e il volgare si trasforma nel secondo tempo in una sorta di filosofo che disserta sull'uomo e sui mali della società, beh, non può fare più di tanto.
Rimane comunque l'unico motivo per dare un'occhiata al film, se possibile in versione originale per non perdersi la sua particolare parlata e i suoi divertiti eccessi, mentre le sortite su capitalismo e schiavi e sui potenti che sfruttano i deboli sono facilmente evitabili da qualunque europeo con più di cinque anni di età.

Ben poco può apportare al risultato finale anche quella sorta di incrocio fra Ewan McGregor e Toby McGuire che è Wes Bentley, occhi a palla e pochissime espressioni a disposizione lungo l'intero arco dei canonici novanta minuti.
Viene quindi a cadere ogni tentativo di studio sul personaggio e il suo mutamento da maestrino ad angelo vendicatore, vuoi a causa di una sceneggiatura svogliata vuoi per colpa di un attore che ha la stessa espressione sia che stia bevendo un caffè sia che stia cercando di uccidere qualcuno.
Bentley, sempre un pochino dopato, viaggia sul set con una espressione assente/assorta e lo script non accumula la dovuta partecipazione alla sua storia d'amore con Elizabeth, ai tentativi di avere un bambino, alla passione mostrata nell'insegnamento.

Quando quindi si tratta di passare a riscuotere sull'investimento iniziale, i profitti sono a zero e non ci importa più di tanto della morte di Elizabeth (anzi, per come avviene devo ammettere uno scoppio di "e te la sei cercata, brutta cretina!") né di quel che poi accadrà al vuoto involucro, allo stanco e mal programmato drone del marito.

Il resto del cast è praticamente invisibile vuoi perché deve interpretare figure stereotipate (la scena nella quale Elizabeth denuncia allo sceriffo quanto visto è atroce ma esemplare al riguardo) vuoi per una certa tendenza a sovraccaricare e sovrascrivere i personaggi (Elizabeth al bagno coi test di gravidanza, lo sgherro, anche lui filosofo, di Dolan...).

Tacciamo anche delle varie comparsate della moglie fantasma o dei continui inserti sul mondo criminale di Dolan che appesantiscono e distraggono lo spettatore nel tentativo di infarcire la vicenda e arrivare alla stiracchiata durata da lungometraggio .
Quando infine si giunge al famigerato piano di vendetta (non intendo spoilerare nel caso non abbiate letto il racconto) quel che già su carta pareva incredibile e fonte di risate su schermo diventa quasi montypythoniano e cartoonesco, sfondo davvero improbabile e inadatto al problema morale proposto nella coda del film.

Reparti tecnici nella media per una produzione di questo tipo anche se lo score musicale è indegno e la canzone sui titoli di coda impone la fine anticipata della visione.
Solo per i completisti kinghiani, razza che mi auguro sia ormai in via di estinzione...

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