Prima parte di un minispecialino dedicato a questa pellicola tedesca e alla sua recente copiatura statunitense. Ne scrissi nel 2001 per non so più chi e ho fatto il lifting allo scritto di allora, cogliendo anche occasione per rivedere la pellicola in questione.
Domani ospiterò un pezzo riguardante l'esperimento "reale" che, sempre al tempo, un mio caro amico che non vedo da troppi anni, psicoterapeuta e psicologo, scrisse per l'occasione.
Giovedì sarà invece il turno del brutto rifacimento girato nel 2010, have fun...
DAS EXPERIMENT
2001, Germania, colore, 120 minuti
Regia: Oliver Hirschbiegel
Soggetto/Sceneggiatura: Christoph Darnstädt, Don Bohlinger e Mario Giordano (da un suo romanzo)
Produzione: Fanes Film, Senaktor Film Produktion, Typhoon e Seven Pictures
Il film è ispirato ad un esperimento realmente condotto nel 1971, il famigerato "Stanford Prison Experiment". Venti volontari vengono rinchiusi per due settimane in un ambiente che replica le condizioni di un carcere. Costantemente monitorati da telecamere e psicologi, i soggetti vengono divisi fra guardie e detenuti e dovranno impersonarne i ruoli.
Chiunque può uscire dall’esperimento quando vuole, rinunciando però al compenso. Le guardie devono far rispettare determinate regole senza ricorrere alla violenza. Ad un primo periodo scherzoso, con il passare del tempo i ruoli si esasperano e l’aggressività prende la mano a molti dei partecipanti in un susseguirsi di esplosioni d’ira sempre più dispotiche e sadiche, fino al parossistico finale.
L'esordio cinematografico di questo regista televisivo casca in quella zona della narrativa dello spazio interno volta a concentrare l’attenzione su quello che accade all’uomo, alla sua mente e alle sue relazioni: non ci sono dubbi che un film del genere sarebbe piaciuto molto all'ultimo Ballard, così affascinato dagli esperimenti sociali.
Avendo avuto al tempo la fortuna di godermi questo film in sala ho potuto in sostanza assistere a un piccolo esperimento nell'esperimento: osservavo la gente in sala passare da un iniziale divertito distacco nei confronti della vicenda (ridacchiare sommesso ai primi screzi fra guardie e carcerati) a un silenzio assorto durante la fase centrale per poi restare inchiodati alla poltrona (e alcuni hanno distolto lo sguardo) durante l'escalation finale.
Film, situazioni e personaggi di questo tipo hanno spesso il difetto di sembrare programmati, diretti a dimostrare una tesi ma, come ha appunto dimostrato anche l'esperimento reale cui la pellicola si riferisce, questo esito a me pare l’unico tipo di dinamica possibile e le varie morali che se ne possono trarre (il mister Hyde che si nasconde in ognuno di noi, il potere che droga e trasforma, l'uomo lupo all'uomo, la banalità del male e così via) non sono tanto “risapute” (come qualche critico saggio e annoiato ha scritto) quanto vere, reali, constatabili.
Siamo quindi di fronte a una scelta obbligata per regista e sceneggiatori, che non potevano inventare di sana pianta qualche altro vaneggiamento filosofico solo per far piacere a chi ha già visto lungometraggi e situazioni di questo tipo e vorrebbe qualcosa di alternativo.
Si respira, è ovvio, aria diversa rispetto a quella di Hollywoood. La sceneggiatura è priva di fronzoli o cascami inutili, i personaggi non hanno facili costumini identificativi, la trama e azione è secca e diretta a raccontare ciò che avviene, con poche concessioni o divagazioni di sorta. Oliver Hirschbiegel, quando il livello di tensione si accumula troppo, evade dalle sbarre grazie alla storia d’amore di uno dei protagonisti, espediente che permette viaggi con la telecamera lontano dalla prigione, momenti durante i quali la fotografia cambia, passando da uno stile documentaristico a colori e luci più “artistici”, con filtri azzurri, panoramiche di spiagge, mare e cielo, per alleggerire i toni.
Gli attori non sono tutti caproni palestrati o bambolone saratogate bensì persone comuni, come possiamo incontrarne a migliaia nella vita di tutti i giorni e questo, da solo, è un elemento che aiuta molto a calarci nella vicenda ed empatizzare.
Alcune sequenze sono decisamente crude, senza mai eccedere nel cattivo gusto o indulgere in una visione snuff e raggiungono spesso l’obiettivo preposto (si pensi al gruppo di guardie che urina sul carcerato, alla scena della pulizia del bagno con le unghie, ecc ecc).
Il finale, pur maggiormente romanzato ed enfatico rispetto al resto della vicenda, non è certo conciliatorio o liberatorio, assomiglia piuttosto ad un’implosione, un collasso, con i sopravvissuti che vagano senza meta in un ambiente freddo e anonimo, ognuno lasciato solo a riflettere su quanto accaduto e vi è la sensazione che la lezione ricevuta non servirà ad altro che far crescere zanne e artigli più acuminati.
Non so quanto il film sia rimasto fedele all’esperimento che lo ha ispirato: è chiaro che alcuni eccessi o elementi estranei sono stati introdotti per esigenze di script ma non stonano con il resto della vicenda. Vi sono, purtroppo, alcune falle logiche importanti che possono minare l’attenzione dello spettatore (la gestione della black box; l’assenza di una concreta sorveglianza, limitata a tre persone che si danno il cambio di fronte ai monitor; l’intera storia del volontario-giornalista e dei suoi occhiali fantascientifici che registrano tutti gli accadimenti come videocamere...) e che è giusto segnalare, ma tutto sommato sono particolari trascurabili di fronte alla tensione provocata da certe scene.
In definitiva un esordio niente male per un regista che in precedenza aveva girato alcuni episodi televisivi de Il Commissario Rex e poco più: avercene.
Collegamenti:
L'esperimento 1 di 3
L'esperimento 2 di 3
L'esperimento 3 di 3
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Filmato:
martedì 14 dicembre 2010
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Giusto oggi ho letto tutto il resoconto dell'esperimento originale nel sito ufficiale del progetto. E io che mi credevo fosse esagerato il film, dove l'escalation avviene in 5-6 giorni soltanto...
RispondiEliminaho trovato questo film molto convincente, e (cosa che accade di raod) è riuscito a "disturbarmi". confermo la reazione che hai visto al cinema, da un iniziale ghigno a una crescente inquietudine. in questo senso credo che sia quindi un prodotto ben riuscito.
RispondiEliminacredo che la parte della ragazza avrebbe potuto essere eliminata, visto che il suo ruolo finale poteva benissimo ricoprirlo l'altro poliziotto, il capo del protagonista. ma forse c'era bisogno di un po' di sentimento per stemperare il resto.
non sapevo che fosse stato fatto un esperimento del genere. mi documento.
Subito all'inizio: 'epr' rivedere ;-)
RispondiEliminaIan
L'ideatore dell'esperimento, il professor Phil Zimbardo (che rimane un mio idolo minore), è un personaggio notevolissimo, e con una forte presenza on-line.
RispondiEliminaUna rapida ricerca su YouTube porterà alla luce parecchi suoi interventi davvero notevoli.
Anch'io avevo giudicato poco realistico il finale di "Das Experiment". Tuttavia dopo aver letto il libro di Zimbardo, "The Lucifer effect", rimasi stupito proprio dalla velocità con cui degenerò l'esperimento reale.
RispondiEliminaOltretutto, l'autore parla di umiliazioni subite dai "detenuti" ben peggiori di quelle mostrate nel film.
Non condivido la tendenza un po' manichea di Zimbardo a semplificare complesse dinamiche sociali in concetti di "bene" e "male". Tuttavia il suo libro è una lettura interessante con l'ambizione di tracciare un fil rouge che va da Auschwitz a Guantanamo. Consigliato.
Enea
Bello, un film che non scade nella banalità e che mi è rimasto in testa (ottimo segno: le cose banali tendo a cancellarle in pochi mesi).
RispondiEliminaDovrei rivederlo.
Gran film. Peccato che avendo letto "Tratto da un romanzo di Mario Giordano" e ignorandone l'omonimia, ora avrò sempre la faccia dell'eunuco di studio aperto stampata in mente ogni volta che ripenserò al film...
RispondiEliminaQuesto commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiElimina"Sono riuscito a condizionare quello scienziato.
RispondiEliminaOgni volta che schiaccio la leva mi porta il cibo."
Buon film,con il difetto evidente del linguaggio troppo televisivo.
Sugli esperimenti di psicologia sociale ci si perderebbe nella notte dei tempi.
In questo caso sottolineo il Milgram Experiment,testimoniato anche da un libro tradotto in italiano e dal documentario disponibile pure sul TuTubo.
Risale al 1961,in quel di Yale,ed è una testimonianza raggelante sui meccanismi di obbedienza alle autorità.
In seguito,il buon Stanley tentò anche con la teoria dei sei gradi di separazione.
Idea nata dal genio del magiaro Frigyes Karinthy,uno dei più grandi scrittori del Novecento...
Ossequi,
Simone
OTTIMO FILM!
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