mercoledì 1 dicembre 2010

Full Dark, No Stars (1 di 4) - 1922

Intro

Cercare di scrivere qualcosa su Stephen King in Italia è compito sempre più faticoso a causa dei ricorrenti frame che sembrano soffocare, oggi ben più di ieri, ogni tentativo di analisi.
Le discussioni su questo scrittore precipitano spesso e volentieri in risse da stadio connotate da forti posizioni pro e contro che poco hanno a vedere con l'opera e molto con partiti presi e orticelli privati di ogni tipo, da entrambe le parti.

Ho rinunciato da tempo a ogni tentativo di critica nei confronti di King (a memoria credo che l'ultimo suo romanzo di cui abbia parlato sia stato il mediocrissimo Cell) proprio per evitare di entrare in un'arena nella quale sembra impossibile non far parte, volenti o nolenti, di uno dei due cori.

Se torno a farlo solo ora è forse per celebrare e motivare in qualche modo il mio ultimo tentativo di continuare a leggere un professionista che da troppo tempo mi delude e che, come Dario Argento, credo che abbia già detto tutto quel che voleva e doveva dire e, a ogni nuova uscita che cumula con quanto già prodotto, rischia di annacquare e indebolire sempre più una bibliografia che già in partenza non è una delle più forti e importanti del suo campo.

King mi ha regalato molte buone letture e alcuni ottimi istanti, ma sono davvero troppi anni che trovo la sua produzione sotto la media sia sua che dei colleghi della "scena" che non vengono tradotti qui in Italia e credo che i soldi e il tempo che gli ho dato abbiano ormai saldato un mio debito nei suoi confronti: mi sento ora in credito ed è tempo di chiudere prima di perdere qualcosa che non verrà mai restituito. Sarebbe meglio chiudere in bellezza ma tale possibilità sembra preclusa, pazienza.

Parlavo dei frame e delle tifoserie che paiono plagiare le discussioni riguardanti King, frame e tifoserie che vorrei tenere ben alla larga dalla malpercasa.
Da una parte certa accademia che critica senza, spesso, aver nemmeno letto il testo e con lei gruppi di lettori che sembrano non riuscire a perdonare successo, soldi e vendite a un autore così popolare e dall'altra parte certa anti-accademia sempre pronta a usare King (o chi per lui) come miccia per innescare le solite, scontate questioni su genere vs mainstream, popolare vs intellettualoide (ricordate l'ultimo pezzo di Bianciardi?), basso vs alto, best seller vs nicchia e qualsiasi altra semplificazione dicotomica vi possa venire in mente.
Sono schemi mentali che considero tristi, strumentali e nocivi persino alle stesse fazioni in lotta oltre che all'idea di discussione costruttiva su un'opera.

Non essendo io accademico o, meno ancora, anti-accademico e fregandomene tanto dei generi (o del mainstream) quanto degli incassi o della mancanza di incassi mi piacerebbe molto che tali tentativi di deriva rimanessero fuori dai commenti ma, non attuando nessun tipo di censura, non potrò far altro che NON rispondere a chiunque tenterà di provocare, consigliando anche ai vari commentatori abituali di non cadere in tentazione.

Ho deciso per l'occasione di dividere la recensione in quattro parti o puntate, una per racconto: sono a metà del secondo e procedo a fatica, è esperienza di lettura che non mi sta arricchendo in nessun modo né mi riesce a intrattenere, predomina un fortissimo senso di déjà vu e potrei metterci più del previsto a completare il volume, atto che, come detto, mi sembra comunque giusto e dovuto prima di terminare la mia avventura, durata decenni, con questo scrittore.
Un racconto alla volta, quindi, cercando di motivare almeno un po' e spiegare i motivi per cui non riesco a trovare molti elementi positivi nell'ultimo sforzo di King, tenendo bene a mente che la situazione potrebbe cambiare con gli ultimi due racconti.

Nell'illustrare ogni racconto sarò, credo, costretto a spoilerare: avviso quindi il lettore del rischio che in alcune parti delle recensioni si potranno annidare rivelazioni sul finale o su parti comunque importanti dei racconti in questione, cessate ora la lettura per non guastarvi eventuali sorprese.

Ho scelto di spoilerare anche perché la natura di queste storie, il dipanarsi delle loro trame, le situazioni e gli eventi presentati sono già stati narrati molteplici volte attraverso svariati media, parecchie volte persino da King stesso e non credo rappresentino più, in nessun punto, possibili fonti di sorpresa per il lettore medio.

Partiamo con 1922...

1922


La storia è la confessione, scritta poco prima della sua morte, di Wilfred James, un agricoltore che nell'anno che intitola il racconto uccide la moglie Arlette, seppellendola quindi, con l'aiuto del figlio adolescente, in un pozzo della fattoria.
La causa è la volontà della moglie di vendere un lotto di terreno per aprire quindi, con i soldi della vendita, un negozio in una città medio grande, volontà che contrasta con quella del marito, legato alla terra e alla sua professione.

Il figlio della coppia, Henry, innamorato di una ragazza del luogo e convinto dal padre, sceglie di opporsi alla decisione della madre e collabora con Wilfred per uccidere e nascondere il cadavere.
L'evento è il catalizzatore della rovina che, come spesso accade in certo genere di narrativa, è anche di ordine economico.
Henry mette incinta la ragazza che poco dopo è spedita dai genitori in un istituto per partorire di nascosto dalla piccola comunità rurale, istituto la cui retta dovrà essere pagata anche da Wilfred che è obbligato a chiedere un prestito in banca.

Il ragazzo scappa per raggiungere la sua bella, comincia a svaligiare banche e i due si ritrovano in fuga per la nazione con la stampa che parla di romantica coppia di criminali.
Moriranno poco dopo in un posto desolato, in mezzo alla neve.

Arlette nel frattempo ha cominciato a perseguitare il marito inviando dei ratti a mordere il bestiame e anche il coniuge che, oppresso dai debiti, dagli incidenti (perde una mano in seguito a una infezione) e dall'alcolismo finisce con il vendere fattoria e terreno per un tozzo di pane, scappando proprio nell'odiata città, con lo spettro della moglie che lo segue ovunque.

Lì, senza una mano e in piena Depressione riesce a trovare prima lavoro in una fabbrica tessile e quindi come bibliotecario, falsificando dei documenti. Ma trovare lavoro non significa rifarsi una vita: l'uomo è perseguitato dai topi, li vede ovunque e finirà con il morire in una stanza d'albergo, assediato dai micidiali ratti e dai fantasmi di tutti quelli cui, in modo diretto o meno, ha causato la morte.

Quel che a detta di molti è uno degli elementi di forza della scrittura di King, ovvero il tratteggio dei personaggi, è qui assente, con il risultato che assistiamo a una parata di figure ridotte a pure funzioni e poco altro.
Fra i tre chi ne esce peggio è il figlio di Wilfred, Henry, privo di qualsiasi elemento in grado di farlo emergere dall'anonimato mentre Wilfred stesso è invece sovrascritto per poter mandare avanti la narrazione.
Vista la natura di confessione scritta del racconto, King mette in piedi la figura di questo agricoltore che lavora duro di giorno ma legge con avidità di notte e, badate bene, non certo, chessò, i romanzi di Stevenson o London, no: Wilfred s'abboffa di classici greci e di Shakespeare così da poter arricchire la sua testimonianza scritta sia per quanto riguarda il linguaggio che per quel che concerne battute, astrazioni e scenette varie, a partire dalle mucche che sono chiamate con i nomi di alcune divinità greche.
Nulla di male, forse, se non si trattasse di un procedimento che rende artificioso e poco credibile l'io narrante e quanto da lui raccontato fino a sfiorare il ridicolo in parecchie occasioni.

Vi è poi una trattazione superficiale di alcune problematiche importanti e centrali, oggi quanto ieri, tematiche sulle quali King non tenta nessun tipo di riflessione e si limita, come spesso fa, a una pura esposizione pornografica, sperando che essa da sola sia sufficiente a innescare considerazioni e speculazioni.
Ciò non accade, come in ogni esposizione pornografica, e le tematiche rimangono abbozzate e morte: l'esempio più eclatante è quello della condizione della donna, con frequenti frecciate, pronunciate da alcuni personaggi di contorno, su come un marito dovrebbe, anche a colpi e mazzate, far star buona sua moglie in cucina.
Sembrano frasi innestate da qualche programma computerizzato che, misurando la lunghezza del racconto, inserisca ogni tot una frase anti-donna.

Peccato che sia Arlette che la ragazza che scappa con Henry siano personaggi sgradevoli e privi di qualità degne di nota: la prima avida, superficiale, definita dal suo consumismo, volgare e ignorante e la seconda che, dipinta come brillante negli studi e possibile pioniera di chissà quale emancipazione futura, finisce con il farsi ingravidare dal primo contadinello incontrato per poi, succube e soggiogata, scegliere di scappare con lui e dedicarsi insieme a lui, in modo bovino e volgendo lo sguardo, a furti e violenze.
Non si tratta certo di personaggi femminili in grado di aiutare alcuna causa, anzi.
Posso capire che lo si sia fatto tentando di non esagerare con la rappresentazione delle donne come vittime, ma è materia e tentativo per grandi penne, altrimenti si casca nell'effetto opposto...

Ma, peggio ancora, si tratta di personaggi con i quali è impossibile empatizzare e immedesimarsi in alcuna maniera e ci ritroviamo spersi, impossibilitati a spendere in alcun modo un possibile carico emotivo, con il meccanico e scontato dipanarsi della trama come unico scopo e fine della lettura.
Misoginia e maschilismo sono temi che King ha affrontato in maniera ben più efficace in altre opere, mentre qui non riesce nel suo intento, forse proprio a causa di queste continue ripetizioni che, di anno in anno, provocano un inevitabile indebolimento sotto il segno del diminishing returns.
Ripetizioni che purtroppo contaminano anche, vista l'enorme mole di materiale pubblicato, situazioni particolari all'interno del racconto stesso, visto che in King sono sicuro di aver già incontrato almeno una volta un coniuge spedito in fondo a un pozzo, no?...

Echi e influenze si sprecano, dagli inevitabili Flannery O'Connor e William Faulkner alle Badlands di malickiana (springsteeniana?) memoria, il tutto senza mai uscire dalla lunghissima ombra de Il cuore rivelatore di Edgar Allan Poe, e ogni singolo autore citato è lettura o visione (e ri-lettura e ri-visione) assai più interessante del prodotto derivato qui presente.

Il linguaggio usato è da un lato fin troppo forbito e ricercato visto che stiamo leggendo la confessione di un contadino del 1922 e d'altro canto appesantito da un uso ricorrente di, fra gli altri, alcuni avverbi terminanti in -ly che lo stesso King ci aveva sconsigliato di usare in un suo manuale di scrittura... Do as i say, not as i do...

Il periodare è appesantito da lunghe e frequenti digressioni che nulla apportano all'economia della storia e che paiono pure concessioni dell'autore a se stesso, concessioni che in altri casi verrebbero falciate in fase di editing ma che, trattandosi di King, vengono lasciate al loro post.
Ma King non è un Woodhouse e le sue deviazioni hanno spesso il peso (e il sapore) del granito...

Vi è però stato, sopra ogni altro fattore, un momento che mi ha quasi spinto a spegnere il reader e terminare la lettura anzitempo ed è una scena che testimonia, più di tantissime altre, la mediocrità nella quale è precipitato questo scrittore.
Wilfred, dopo aver trovato dei dollari che la moglie aveva nascosto e in seguito all'aver ottenuto un prestito, torna al nascondiglio per riporre la somma, viene morso da un topo e le banconote si sporcano di sangue.
Usare in maniera così diretta, ovvia, grezza e urlata (fra l'altro lo stesso King si premura di ripetere il simbolo, nel caso non l'avessimo percepito) un simbolo già vieto come "i soldi sporchi di sangue" è cosa che trovo difficile da sopportare, specie in un autore navigato come questo.

Proprio questa mancanza di abilità metaforica, credo, è uno degli elementi che impedisce più di tanti altri a King di essere efficace, risultando pesante e superficiale laddove sarebbe richiesta leggerezza e profondità.
L'altro grande intoppo di lettura che trovo sempre più spesso in questo scrittore è la natura confortante e consolatoria della sua narrativa, i toni paternalistici, il o tempora o mores che permea tutto il narrato.
Questa storia non ha un singolo guizzo, una singola svolta, un singolo avvenimento imprevisto: gioca tutta a rinsaldare le convinzioni del lettore e a cullarlo, rassicurandolo su quanto siano giuste e accurate le sue intuizioni.
Tutto è prevedibile dall'inizio alla fine e tutti i personaggi si comportano come ci aspettiamo (seppur in modo caricaturale e grottesco rispetto a quel che sarebbe normale) senza mai quindi vivere di vita propria, dato che a mio modo di vedere è sempre segno negativo nella carriera di uno scrittore ed è sempre spia di un invecchiamento e distacco dalla realtà, dalle cose che si conoscono.

Vi sarebbero poi alcune falle logiche che di solito, quando tutto il resto dell'opera regge ed è interessante, evito di segnalare ma che in un autore come questo non riesco a tralasciare o spiegarmi con facilità: è meglio lasciar perdere, che stiamo già girando sulle sette cartelle per un singolo racconto, basterà forse citare il finale, nel quale Wilfred finisce di scrivere tutto il suo racconto prima di essere divorato dai topi, il racconto lasciato da lui in forma scritta e che noi poi abbiamo in seguito potuto leggere, ok?
Segue, a chiudere, un estratto da un quotidiano, nella più classica tradizione di certo tipo di narrativa: l'Omaha World Herald del 14 Aprile del 1930, contenente anche deposizione di chi è entrato nella stanza e ha trovato il cadavere di Wilfred:

“By then, of course, I had seen the blood. I have never seen anything like that before, and never want to again. He had bitten himself all over—arms, legs, ankles, even his toes. Nor was that all. It was clear he had been busy with some sort of writing project, but he had chewed up the paper, as well. It was all over the floor. It looked like paper does when rats chew it up to make their nests. In the end, he chewed his own wrists open. I believe that’s what killed him. He certainly must have been deranged.”

Ma se il suo scritto è ridotto in quel modo, masticato e tritato a pezzettini, come abbiamo fatto noi a leggerlo?

Full Dark, No Stars
Stephen King
Scribner, 2010
pag. 384 pagine - $ 14,50
ISBN: 978-1439192566

13 commenti:

  1. Maledetto, non avevo intenzione di spendere soldi e tempo con l'ultimo King, ma adesso che hai tirato fuori Faulkner e Flannery O'Connor - pur certo che mi deluderà, e la tua recensione sembra presagirlo - ora sono costretto a papparmelo!!!!

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  2. Ogni storia è già stata scritta. E quindi spesso è già stata letta. Ciò nonostante a me piace scoprire a quale storia già scritta corrisponde la filigrana di quella che sto leggendo. Quindi ho preferito saltare. ;-)

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  3. Be', quello del manoscritto masticato è errore da scrittore principiante (e da editor latitante).
    Il Re è nudo. O quantomeno stanco (cosa che dopo decine e decine di libri è forse anche fisiologica).

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  4. Il Re è morto da molto tempo, ma nessuno se n'è accorto, neanche lui.
    Onore al Re.


    Lìberi_tutti

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  5. @Sartoris (OT)
    - l'altro giorno volevo commentare sul tuo blog (non che avessi nulla di particolarmente interessante da dire, eh) ma mi costringe a rendermi account-abile. Non è che potresti abilitare un opzione anonimo o nome/url come qui?

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  6. Faulkner, O'Connor... tiriamoci in ballo pure Steinbeck, o lo Sturgeon di "Per qualche goccia del tuo sangue", se vogliamo picchiare duro su King. Elvezio, visto che continui con lui, ti chiedo: ammirevole costanza o demenziale autolesionismo? :)

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  7. Quasi quasi mi verrebbe voglia di proporre sulla Tana un "Cosa ne pensate di" riguardo alla saga della Torre Nera: sarei davvero curioso di vedere cosa ne viene fuori, dato che è una di quelle cose che hanno accompagnato (e segnato) la mia "carriera" di lettore per anni.
    Oppure potresti farlo direttamente tu Elv, visto che hai un bacino d'utenza tipo 100 volte il mio, che dici?
    Però se poi me la stronchi non sei più mio amico, gnè gnè gnè!

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  8. OK, la trama delineata è la saga del cliché - dalla coppia di giovani in fuga che si danno al crimine allo scrittore perseguitato dai suoi spettri, ai topi (Willard! Arrrridatece Willard!)

    Una cosa mipiacerebbe sapere - dove è uscito originariamente questo racconto.
    Perché magari - dico magari - è uscito sull'antologia "Cliché-Ridden Trite Splatterfest, vol. 12", e quindi ci si aspettava che fosse mediocre.
    O magari lo ha scritto per scommessa.
    Oppure no, è proprio solo mediocre e basta.
    Una di quelle cose scritte senza leggerle, per pagare la bolletta della luce.
    Ma King, la luce, non dovrebbe avere problemi a pagarla...

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  9. Concordo con te Elvezio, racconto mediocre.
    Io il libro l'ho finito e non credo che il resto ti piacerà se non hai gradito la prima storia. Nemmeno l'ultimo racconto, quello che dovrebbe essere "King a livelli altissimi"(cit. Wu Ming) mi ha colpito particolarmente. Salvo parzialmente il secondo, l'unico con elementi soprannaturali, ma è sempre poca cosa rispetto al passato...

    Nomak

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  10. @Marco, ti ringrazio per il pensiero e t'invito ovviamente a riprovare a commentare dalle mie parti, ho settato per il riconoscimento perché ero stufo di ricevere insulti anonimi e immotivati (vabe', immotivati dal mio punto di vista, chiaro!) però forse è giunto il momento di provare a riaprirmi all'ignoto :-)

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  11. Purtroppo devo ammettere che l'ultimo testo di King che ho letto è stato LA BAMBINA CHE AMAVA TOM GORDON,credo che l'ex maestro di Bangor abbia sparato le sue ultime cartucce molti eoni fa.
    Oggi come oggi molti che si avvicinano al genere(scusa Elvezio,ma io a differenza tua,ritengo ancora che una certa distinzione in generi,perquanto non strangolante, sia utile) lo fanno perche per meriti passati.Alla fine apprezzo sempre di più gente come Clark Ashton Smith,che smise di scrivere quando ritenne di non aver più niente da dire.
    Altri anni però,non esisteva la mentalità dello spremere gli autori fino all'ultima goccia e non esistevano neanche i best sellers come concezione.

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  12. @ Idiota Ignorante: direi la prima che rischi di trasformarsi nel secondo, proprio per bloccare questo processo questa è l'ultima volta che leggo King, anche per conservarne un certo ricordo,cosa che per esempio non riesco più quasi a fare con Argento.

    @ sartoris: guarda che quando parlo di influenze e richiami non vuol dire che sia cosa positiva, meglio rileggersi Faulkner o la O'Connor che sprecare del tempo a individuarne qualche riflesso in King...

    @ Re Ratto: chissà, magari più avanti, per ora è meglio raffreddare...

    @ Mana: in effetti la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un racconto giovanile appena appena rivisto e corretto...

    @ Nick: ma ci mancherebbe altro che ti scusi con me per usare distinzione fra generi, non penso certo di "avere ragione" a non distinguere fra generi e manistream e fra narrativa e saggistica, ci mancherebbe, non posso farne a meno ed è cosa che trovo naturale ma non significa che debba essere giusta o universale o raccomandabile eh :)!
    Sì, bisognerebbe smettere di scrivere quando non si ha nulla da dire, molti altri autori per fortuna sono molto meno prolifici e, di conseguenza, molto meno ripetitivi...

    @ sartoris 2: pensa solo che mentre loro sprecano un sacco di tempo a scriverti insulti a te basta una pressione del tasto del mouse per cancellarli e via, fregatene! Falli sgobbare come pazzi e poi cancella tutto il loro lavoro con un singolo gesto, uberMarx!

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  13. Credo che l'ultimo romanzo degno di King sia La sfera del buio, quarto capitolo della Torre Nera. Si parla del lontano 1997.
    Ma in tempi recenti ho apprezzato anche La storia di Lisey.
    Riguardo a Full Dark, No Stars, sarei curioso di leggere l'edizione nostrana per vedere come suona la traduzione di Wu Ming 1. Ma credo che alla fine passerò.

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