lunedì 27 settembre 2010

Burning bright (2010)

BURNING BRIGHT
2010, USA, colore, 86 minuti
Regia: Carlos Brooks
Soggetto/Sceneggiatura: David Higgins, Christine Coyle Johnson, Julie Prendiville Roux
Produzione: Sobini Films, Launchpad Productions, Burning Bright Productions (Distribuzione LG)

Kelly è una ragazza con qualche problema da affrontare: sua madre si è suicidata lasciandola con un fratellino autistico che lei vorrebbe piazzare in un istituto per poter poi frequentare l’università.


Purtroppo la madre non ha lasciato nessun testamento e il patrigno preleva tutti i soldi dal conto per comprare una tigre e trasformare casa in un mini zoo per turisti di passaggio.


Mentre sta arrivando un uragano di proporzioni e intensità epiche, Kelly e il fratellino tornano a casa proprio mentre il patrigno la sta sigillando con assi di legno per evitare troppi danni nelle ore seguenti.


Dopo un aspro confronto l’uomo abbandona la casa per andare a rintanarsi in un bar durante la tempesta. La tigre riesce a liberarsi e penetra in casa. Kelly e il fratellino non possono uscire o comunicare con l’esterno…

Lo so. Lo so.
“Elvezio, ma con una sinossi di questo tipo è chiaro che si tratta di porcheria e non c’è bisogno di vederlo, no?”
Che volete farci, stavo stirando un cumulo di panni (diciamo che durante l’estate mi sono un po’ lasciato andare per quanto riguarda il ferro da stiro) e ho preferito qualcosa di poco impegnativo, no?

Il risultato è un filmetto che stenta molto a carburare, ha qualche scena di tensione prevedibile e poco efficace, due o tre spunti di riflessione e una conclusione telegrafata di quelle che fanno così contenti i quarterback e le cheerleader oltreoceano.

Fra gli spunti di discussione appuntati fra una camicia riottosa e un paio di jeans che non ne volevano sapere, ricordo con chiarezza il fatto che non riuscirò mai a capire perché nelle scuole di sceneggiatura near Hollywood considerino positivo oberare il protagonista di milioni di problemi oltre a quello principale.
Voglio dire, questa povera ragazza si becca:

1) madre suicida;
2) fratellino autistico (che per gli scrittori vuol dire pazzo che urla quando vede il colore rosso e s’imbestialisce a muzzo ogni tre per due);
3) un patrigno schifoso come pochi che le leva tutti i soldi;
4) preside della scuola che le telefona e “Guarda, tu sei brava e bella ma se non ti liberi subito di tuo fratellino e non vieni ai corsi perderai immediatamente la borsa di studio”;
5) uragano al cubo in arrivo;
6) tigre affamata che scorazza per casa.

Voglio dire, noi in Europa con anche solo uno di questi punti ci facciamo una trilogia filmica di gente chiusa in stanze a parlare e parlare e ogni tanto guardare con amarezza dalla finestra l’orizzonte della gioventù perduta borbottando Kant: loro in USA frullano TUTTA questa dinamite e se ne escono con un’oretta e mezza stentata e mediocre?

E poi, ma che diavolo, esistono miliardi di romanzi e milioni di poesie ma gli statunitensi sembrano conoscerne e amarne solo due o tre e non ‘è scampo eh, appena nomini loro un animale eccoli che partono in quarta con una singola associazione obbligatoria per far vedere che e sanno.
Se gli dici “corvo”, scatta subito qualcosina da Poe, se nomini “coniglio”, allora ci s’infila nel tunnel di Alice e belin state tranquilli che se sussurrate “tigre” allora ecco che gli autori pavlovano al lampo con William Blake, è un meccanismo automatico che scatta in particolare quando non serve a nulla, come in questo caso.

Sì perché del “divampante fulgore” cogliamo ben poco lungo tutta la pellicola e quel poco pare più gattoso pucci pucci che altro, cotto nel forno a microonde di casa più che in qualche divina fornace…

Il resto è un banale giochino da slasher (ehi, ci sono persino quei due immortali classici, “mi nascondo sotto il letto” e “mi chiudo nell’armadio quello con le porte a stecche”) che ha anche momenti godibili ma mai memorabili, un discreto uso di ambienti e tensione ma anche un grado di manipolazione altissimo.
La tigre in questione è una bestia a corrente alternata e quando fa comodo a regista e sceneggiatori è una macchina di morte dai sensi raffinatissimi e forza prodigiosa, altrimenti diventa un cucciolo sordo e (come si dice quando uno non ha l’odorato?), incapace di sfondare anche solo del cartongesso.

Vi sono tutte le svolte da manuale compreso il momento di sconforto verso il sessantesimo minuto, l’agnizione (tramite terribile deus ex machina) verso il sessantacinquesimo minuto e quindi, due minuti dopo, la trasformazione della timida e studiosa Kelly in una sorta d’incrocio fra Mc Gyver, Kraven e Amazzone, fino alla conclusione con inevitabile confronto finale.

Briana Evigan se la cava molto meglio qui che in Sorority Row e ogni volta che vedo Garret Dillahunt (il patrigno) imprigionato in ruoli come questo penso che alla fine debba essere anche riposante interpretare sempre lo stesso personaggio per vent’anni e poi andare in pensione…

Buono per gli amanti dei film con animali cattivi cui manchi ancora qualche figurina per completare l’album dello zoo malvagio…

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Filmato:

9 commenti:

  1. Sul sovraccarico di problemi, credo che a fregare gli sceneggiatori yankee sia il concetto di "catarsi".

    E poi, dai...
    Trama: "Kelly è una giovane attiva e indipendente, con una vita piena e neanche un grillo per la testa. Un giorno si trova chiusa in casa con una tigre..."
    E il pubblico pensa "Da sola in casa con una tigre? Ma non ce l'ha un padre e una madre?Degli amici? Un cellulare per chiamare la Protezione Animali?"
    E zac!
    Muore la suspension of disbelief.
    Se invece ne fai un caso umano isolato e borderline, puoi buttarle addosso anche tre tigri contro tre tigri, e la porella deve cavarsela da sola.
    E badare al fratello che sbarella (mai che stia zitto al momento giusto, quello!)

    Scherzi a parte - si crede che il personaggio, per essere "significativo" debba avere dei problemi.
    da lì, ci vuol poco a credere che più il personaggio è incasinato, più è "significativo".

    Infine su Blake & Co. - sono le poche poesie che insegnano al corso di sceneggiatura, insieme con "Se vi serve un titolo, aprite Shakespeare o la Bibbia a caso".

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  2. Ehi, ma ne producono ancora di film sulle "bestie assassine"? Questo mi manca.
    Credo che questi prodotti abbiano grandi potenzialità, sminuite però da una realizzazione prevedibile che li rende innocui e puliti.
    Se penso a cosa fece Samuel Fuller in "White dog" con una storia tanto semplice quanto terribile, mi viene da credere che veramente il"genere" (so che non apprezzi il termine) non abbia piu' niente da dire.

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  3. Elvezio, credo che tu non abbia colto l'aspetto maggiormente appagante di questa mediocre produzione: Briana Evigan a piedi nudi per buona parte del tempo!

    Mana, mannaggia a te, sii onesto e non lasciarti andare a questi commenti superflui. Lo sappiamo tutti che questi film con le ragazzette appagano te e federica. Comunque questa volta sei in buona compagnia ;)

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  4. Anosmatico.

    (così almeno mi sento utile :-))

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  5. Lettore di Serie BSep 28, 2010 04:38 AM

    Mi sorprende che nella recensione non ci siano riferimenti al modo in cui la belva tratta la donna. Ne rispetta la dignità o la considera come un qualsiasi pezzo di carne?

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  6. Vero vero, poteva esserci quello stupendo momento, visto miliardi di volte, in cui la fiera donna e la donna fiera incrociano lo sguardo e si riconoscono SIMILI, quel momento mi ha sempre fatto ridere...

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  7. (E grazie al puntualissimo Iguana!)

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  8. Non ci credo sei riuscito a vederlo !!! Ti avevo segnalato il trailer (in mi ricordo in quale commento insieme ad un'altra perla...=ma poi non l'ho mai visto.

    Questi film sono "utili" solamente se si è decisi di passare un pomeriggio a limonare con qualcuna/o, senza timore di perdere qualcosa della "succulenta" trama.

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  9. Era dai tempi delle mele che non sentivo il termine "limonare" e la sua variante aggro "limonare duro", ciao raga, tutto rego?
    :)

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