venerdì 13 agosto 2010

Red Dragon (2002)

Red_Dragon_Poster_LocandinaRED DRAGON
USA/Germania, 2002, colore, 124 minuti
Regia: Brett Ratner
Soggetto/Sceneggiatura: Sceneggiatura di Ted Tally da un romanzo di Thomas Harris
Produzione: Dino De Laurentiis Productions, Mikona Productions, Scott Free Productions, Universal Pictures, UIP, MGM

Dopo aver arrestato (rischiando la propria vita) Hannibal Lecter, l’agente FBI Will Graham si ritira dal servizio, incapace di reggere lo stress di nuove indagini sui serial killer.

Passano tre anni e Graham si ritrova costretto ad aiutare ancora l’FBI: un maniaco stermina intere famiglie nelle notti di luna piena e rimangono solo tre settimane prima che torni a colpire.

Per riuscire a individuare il killer Graham dovrà immedesimarsi in una psiche malata e chiedere anche l’aiuto del suo nemico giurato, Hannibal Lecter, mettendo a repentaglio la sua vita e quella dei suoi famigliari…

Lontano dal rigore di Manhunter, dall’emozione de Il silenzio degli innocenti e dagli eccessi dello splendido fallimento di Hannibal, il film di Brett Ratner non riesce a staccarsi dalla piatta mediocrità che sembra caratterizzare gran parte dei prodotti di questo genere.
De Laurentiis, nel voler realizzare il suo sogno di ri-narrare gli esordi di Hannibal The Cannibal, non ha badato a spese reclutando la crema del cinema, da un cast di attori a dir poco stellare a un insieme di professionisti incredibili: Elfman alle musiche, Spinotti alla fotografia e Tally alla sceneggiatura.
Manca purtroppo un uomo che sappia dirigere e coordinare questa troupe straordinaria: Brett Ratner non sembra in possesso delle caratteristiche necessarie e il suo curriculum (Rush Hour, The Family Man, Colpo grosso al Drago Rosso) avrebbe dovuto far riflettere più a lungo il produttore.

La rivisitazione dell’originale è un pasticcio lento e confuso, nel quale si alternano momenti slegati fra loro, spesso debitori nei confronti de Il silenzio degli innocenti.
Si insiste molto sul personaggio di Lecter, completando quel processo di sovraccarico già in corso da qualche tempo (grazie ai media e ai film precedenti).
Hopkins, sotto i suoi standard, è sempre più saccente, pingue e odioso nei panni di un professore viziato e annoiato che ama esibire cultura e giocare con il suo prossimo, un personaggio che, ben lungi dall’esser stato esplorato in profondità, è diventato, con il tempo, barocco e ridondante.
Ne consegue che le scene con lui presente sono fra le più statiche e vuote dell’intero lungometraggio, nonostante l’attore recuperi tutti i mezzi espressivi usati nelle precedenti occasioni, dallo sguardo glaciale e penetrante alla parlata controllatissima, insinuando nel pubblico un senso di allarme di fronte a tanta furia omicida gestita e soffocata in modo così encomiabile.

Durante la lavorazione Harvey Keitel ha avuto dissapori e contrasti e la recitazione ne risente, limitandosi a fornire la minima professionalità richiesta in una situazione del genere, stretto fra i desideri di protagonismo dei colleghi.
Edward Norton cerca di rendere credibile il suo personaggio attraverso una delle sue armi principali, lo sguardo, ma anche lui sembra stanco e appannato e rinuncia a esprimersi con le altre parti del corpo, con notevole perdita di efficacia.

Il film decolla nelle scene che vedono protagonisti Ralph Fiennes ed Emily Watson, che portano sullo schermo la parte più interessante del romanzo, il torturato rapporto d’amore del killer con la cieca, un aspetto già esplorato nel precedente Manhunter ma qui realizzato con maggiore maestria.
La Watson appare erotica e conturbante senza cadere nelle possibili trappole nascoste in un ruolo simile e Fiennes domina la scena, imponendo allo spettatore una continua altalena di emozioni, dal disgusto/antipatia all’aperta simpatia.
In pieno controllo dei suoi mezzi, l’attore recita sia con il corpo (aiutato dallo splendido tatuaggio) che con il volto (l’istante nel quale è tentato di morsicare e divorare il viso della Watson entra di diritto nei primi posti di una ideale galleria dei momenti più alti di tensione sessuale al cinema!) e fa vibrare il personaggio di Tooth Fairy di vita propria, sebbene aun livello comunque inferiore rispetto al modello originale.
Spiace costatare come questo attore non abbia saputo gestire, in seguito, una carriera che sembrava al tempo ben più luminosa.

L’ottima prova di Fiennes non fa altro che rilevare ancor più un dato che ricorre fin da Il silenzio degli innocenti: il pubblico, ammaliato dalla carismatica figura di Hannibal, trascura lo spessore dei killer proposti nei vari episodi, maniaci che meriterebbero ben altra considerazione e attenzione, più interessanti, vibranti e vivi di quanto potrà mai essere il noioso gourmet in gabbia.
Allo stralunato e transessuale ballo del mostro del film di Demme, al Noonan che si muove al ritmo di In a gadda da vida nel lungometraggio di Mann possiamo ora aggiungere un Fiennes dallo sguardo disperato e dal corpo in metamorfosi, in attesa di diventare il vero drago rosso.
Peccato per i passaggi che lo vedono salire in soffitta e udire le voci di sua nonna, banali e riecheggianti mille altri titoli, non dipendenti dalla volontà dell’attore ma capaci di “macchiare” l’integrità e perfezione del personaggio spruzzando sulla genesi del mostro l’insopportabile cliché degli abusi infantili.

E peccato che quasi tutto il resto non riesca a convincere, incapace di replicare l’analisi che aveva condotto Mann e di esprimerne una propria, teso nel portare avanti la trama fino alla conclusione.
Uno degli elementi che in definitiva funziona meno in tutti questi film è la tendenza a donare ai vari serial killer una maschera cartoonesca decifrabile e inquadrabile con certa facilità, un costume da wrestler premasticato che permetta allo spettatore di “capire tutto” fin dall’inizio e sempre e comunque.
Nulla di nuovo, ed è meccanismo esaminato fin dagli anni Cinquanta, ma ora come ora questa tendenza a razionalizzare tutto il caos spaventa più che mai.
Da segnalare infine che, se la fotografia di Spinotti non tradisce comunque le aspettative, le musiche di Danny Elfman sembrano fuori posto, di maniera, spesso puro mestiere: è un difetto che riscontriamo sempre di più sia nel lavoro di Elfman sia in quello di un altro grande compositore moderno, Howard Shore, e il nostro timore è che questi maestri siano vittime dell’iper-lavoro, troppi incarichi accettati, troppi titoli per i quali non avvertono quel reale interesse senza il quale è impossibile creare una colonna sonora adatta.

La sceneggiatura di Tally, infine, pur conservando un buon grado di professionalità, spesso vuol fare il verso al suo precedente lavoro per Il silenzio degli innocenti, si guardi per esempio alle linee di dialogo fra Graham e Lecter, plagiate dalle varie visite dell’agente Sterling al buon dottore nel film summenzionato. Copiare e citare se stessi può essere un difetto minore, ma genera un forte senso di déjà vu…

Non c’è motivo di esistere per Red Dragon, che soccombe all’originale in quasi ogni singolo confronto.
Brian Cox è un Hannibal Lecter ben più tridimensionale e convincente di Hopkins e Tom Noonan disturba e inquieta molto più di quanto riesca a fare Fiennes, senza contare il tremendo divario di stile ed etica fra Mann e Reitner.
Laddove in Manhunter sono messi in scena la psicosi e suoi devastanti effetti, in Red Dragon si illustrano le versioni in costume super eroistico di questi stessi meccanismi.
Diventa gioco molto facile preferire il primo al secondo.

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3 commenti:

  1. non hai citato hoffmann, nella recensione. deve aver avuto una particina davvero misera.

    comunque, tutto bello, caro Elvozio (ho deciso che è il tuo pseudonimo quando sei in vacanza), ma a quando la prossima scream queen?

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  2. bella davvero la scena sexy tra fiennes e la pupa cieca! inserito nella scatoletta dei movie-rituals!

    :) love, mod

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  3. concordo in pieno. Ho trovato ManHunter di gran lunga superiore a questo Red Dragon. Tempo fa ho fatto una maratona con la saga di Hopkins, e ho notato un graduale calo di capitolo in capitolo. Guardando manhunter poco tempo fa, ho ritrovato le atmosfere che mi avevano attratto nel Silenzio degli Innocenti. Probabilmente ad affascinarmi è l' atmosfera del tempo, o forse è la brama di denaro di questi tempi a farmene odiare i prodotti.

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