
Gli ultimi due mesetti circa sono stati piuttosto pesanti, fra stralavoro e momenti molto negativi in Rete, momenti che mi sono serviti a comprendere meglio il modo di rapportarsi con la Rete che hanno alcune figure.
Diversi pesi e misure a seconda se gli interlocutori sono d'accordo o meno con il pensiero espresso dai proprietari del sito o dal gruppo forte dei commentatori, tendenza al'aggro-ganking verso chi esprime un pensiero diverso e una preoccupante predisposizione a predicare bene nel piccolo orticello privato e razzolare molto male quando si agisce in osti più ampi e importanti...
Insomma, ho scoperto che alcuni posti non fanno per me e come sempre in questi casi ho un solo tipo di risposta efficace: tagliare i feed, esiliare e non leggere più.
Facendo così in pratica cancello dall'esistenza (la mia, ovvio) queste figure negative.
L'altra cosa che bisogna fare è cercare figure positive per controbilanciare. Ecco quindi che, dopo aver letto parole e commenti vergognosi, leggere poi certe parole mi apre il cuore e mi fa star bene.
E ricordarmi della persona che le ha pronunciate, della sua vita e della sua fine, beh, mi scuote. Perché mi annoiava spesso lo scrittore, ma m’interessava e appassionava, moltissimo, la persona, la sua umanità sconfinata che, mi pare, aveva in qualche modo a che fare con un suo continuo terrore e odio per certo prossimo, per parte dell'umanità che vedeva in giro.
Cosa che accade persino con alcuni autori italiani, nei quali avverto una possente, problematica differenza fra interessanti idee varie espresse in alcuni loro scritti in Rete e quel che poi, bruttino, diluito e compromesso, esce fuori in stampa cartacea.
Sto divagando.
La persona in questione è David Foster Wallace, che ha tirato il colpo a quarantasei anni qualche tempo fa, ricordate? Tutti hanno pianto e coccodrillato per tre minuti, tutti lo avevano letto e amato e poi avanti che ci sono altre cose e the show e tutto il resto.
A me DFW non piaceva granché come scrittore, piaceva però tantissimo l'uomo che ho sempre scorto dietro lo scrittore.
Non mi piaceva come scrittore perché troppo preoccupato dallo stile, troppo preoccupato dal rumore di fondo del mondo, di ciò che gli era attorno.
Teso a segnalarci la noia e la decomposizione degli USA, l’ha fatto troppo spesso attraverso pagine noiose e decomposte.
Ha permesso al linguaggio di ciò che lo circondava di avvolgerlo e infiltrarlo troppo, troppe volte.
Il linguaggio del mondo ha pressato in maniera esagerata su questo talento incredibile e alla fine l’ha invaso, violentato, conquistato privandolo della cifra soggettiva, usurpandogli ogni voce intima, ogni privato: è diventato un raffinato, stupendo megafono per la merda che stava accadendo e accade.
Mi piacciono molto di più i suoi racconti e, ancora di più, gli articoli, le interviste, i discorsi.
Nessuna sorpresa che si sia impiccato, difficile non farlo (o non trasformarti in un mostro) se ti lasci attraversare da così tante voci, non vedo nulla di male nel suicidio e sono sempre in imbarazzo quando qualche amico (o supposto tale) mi confida pulsioni suicide perché non ho argomenti contro.
Finisco, però, per inventarmeli o rubarli al "senso comune" e cerco di risultare credibile, non so quanto...
Anyway, sto di nuovo divagando, colpa del mio ego grosso come una casa.
Ecco le parole di DFW che mi hanno fatto star bene:
"Dai giorni di gloria del postmoderno abbiamo ereditato sarcasmo, cinismo, una posa annoiata maniaco-depressiva, sospetto nei confronti di ogni autorità, sospetto di ogni limite posto alle nostre azioni [...]
Devi capire che questa roba ha permeato la nostra cultura, è diventata il nostro linguaggio, ci siamo dentro a tal punto da non capire più che è solo una prospettiva, una tra le tante possibili. L’ironia postmoderna è diventata il nostro ambiente."
DFW ha scritto queste parole nel 1993, un anno prima che il mio odio contro l'ironia post moderna prendesse forma precisa, compiuta (una volta tanto ricordo la data con precisione, fatto rarissimo).
Da allora questa insofferenza è cresciuta e non ho mai mancato occasione per cercare di combattere questa terribile, desolante attitudine all'ironia postmoderna.
E, infatti, più o meno da allora ho cominciato a beccarmi le prime bordate e accuse: "Eh ma come sei pesante!" "Ma sei sempre arrabbiato!" "Si vabbè ma mica è una cosa importante, dai, non prendertela!" fino al killer totale "Rilassati!".
Mi rilasserò e dormirò quando morirò, tanto per citare un grande rocker.
Con l'avvento della Rete, vi lascio immaginare, il tutto si è centuplicato e, pur ripetendo a me stesso più o meno da una quindicina d'anni che questa attitudine morirà fagocitata da se stessa (come quel gruppo, ricordate, Pop will eat itself...) in realtà la vedo andare sempre più forte e diventare sempre più norma, al punto che serve un controllo continuo per non cedere alle sue facilità e comodità.
Questa ironia gracilina è stata in grado di sdoganare e permettere le più grandi corbellerie e la vedo alla base di troppi, troppi siti che vorrebbero occuparsi di critica, specie in campo cinematografico ma non solo.
L'odioso cinismo si è fagocitato il ben più valido scetticismo e non sembra avere nessuna intenzione di risputarlo e, per quanto mi sforzi, non riesco a intravedere possibili soluzioni.
Io la trovo un’attitudine, pericolosa e sterile, perché spinge le persone a concentrarsi sempre più solo su se stesse e sul loro piccolo orticello, svalutando tutti gli altri al suono di una risata condivisa dal gruppo di "chi ne sa" e permette in più il facile gioco di "criticare" qualsiasi cosa con sempre minore conoscenza, giacché non serve grande conoscenza, cultura e disciplina per berciare ogni tre per due un "why so serious?" a muzzo.
E non sarà facile uscirne, proprio perché ormai è tendenza che tutto permea e via ben più facile da praticare.
L'alternativa la propone sempre DFW, in un pezzo ben tradotto da Roberto Natalini su NI, di cui vi cito solo un passaggio:
...nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana.
Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base.
Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo.
E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti.
Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.
Quanto stupisce che queste parole provengano proprio da una persona che spesso non riusciva a indicare alla sua mente cosa e come pensare, da un uomo costretto da venti e più anni a cure continue (psicofarmaci, terapie di elettrostimolazione e chissà che altro) per tenere a bada l'ansia e una mostruosa depressione.
Come si può non rimanere ammirati, smossi dentro da una persona che stava così male (certe testimonianze sui suoi anni più neri sono terribili) e non ha mai permesso a questo male di saturarlo, di comandare cuore e cervello verso l'odio, il cinismo e il disprezzo?
Lo stesso meccanismo che lo ha portato, sulle pagine di narrativa, a farsi invadere troppo dal mondo lo ha poi portato al gesto finale quando, totalmente invaso, non ha più avuto spazi propri da quali condurre qualche forma di resistenza?
Pensare che siano esistite e che esistano in giro persone come DFW rappresenta per me uno dei vari argini al mio stesso odio per l'umanità, al mio stesso disprezzo per la società, un argine che tiene ancora benissimo e che, credo, terrà sempre finché ci sarà la possibilità di leggere e incontrare persone come lui. Anzi, questo argine diventa più robusto di anno in anno, per fortuna. Sono molto meno cinico e "cattivo" rispetto a dieci anni fa e sempre più incazzato e disponibile verso il prossimo...
Quindi, beh, grazie David Foster Wallace, un momento buono in un periodo così così che, come prevedibile e sperato, sta già passando e svaporerà del tutto fra pochi giorni, quando sarò in viaggio.




















Amen...
RispondiEliminaCI vuole nutrimento buono per l'anima.. e, a mio avviso, le letture, non solo lo sono, ma sono anche amici che rincuorano nei momenti "no".
RispondiEliminaInnanzitutto grazie per questo bellissimo post. Che bel modo di iniziare la giornata.
RispondiEliminaIo non ricordo bene il momento in cui ho deciso di combattere l'ironia postmoderna. A pensarci credo che questa consapevolezza sia maturata nel mondo del fumetto, a seguito dell'ondata degli scrittori britannici. Sulle prime ho provato meraviglia, poi, quando ho capito che il cinismo era l'unica cifra per valutare la bravura di uno scrittore e questo stile è diventato modello per una schiera di patetici imitatori, ho capito che la nostra società c'era dentro con tutte le scarpe.
Adesso, se in qualsiasi prodotto artistico non impera il cinismo, tale prodotto viene considerato un'opera naif, e l'artista non viene preso in seria considerazione.
Perché è molto meglio incensare qualcosa che non si capisce o non si approva - ma che dilaga nel senso comune - che cercare il senso nell'opera di autori che ti aprono il cuore senza paura di ricevere lo schiaffo del soldato dai nonni in caserma.
Ma il tuo post poneva un problema ben più profondo di quello artistico. Mi sembra di aver percepito un problema esistenziale.
Credo che al centro di questo atteggiamento ci sia quello che Ratzinger chiama "Relativismo", nell'accezione negativa del termine.
Il Relativismo è quando tutto ha la medesima importanza. Quando questo accade significa che nella nostra coscienza NIENTE ha più importanza.
(Certo, Ratzinger intendeva dire che le altre cose non dovrebbero avere la stessa importanza del SUO credo, ma questo è un problema tutto suo.)
Secondo me l'atteggiamento diffidente di DFW verso le autorità costituite l'ha portato diritto al nichilismo, e quindi all'inevitabile depressione.
(L'ho so perché l'ho provata, in due momenti della mia vita, che io ricordi.)
Da quell'esperienza ne sono uscito. Come? Non sfuggendo al potere costituito, perché è impossibile.
Viviamo sottoposti ad ogni genere di influenza, e credersi liberi è una forma di follia (o conduce alla follia).
Noi non siamo liberi, siamo dei pianeti che orbitano attorno a delle stelle. Dobbiamo solo cercare la nostra orbita.
POssiamo solo sfuggire alle orbite che ci stanno strette e cercarne di nuove. Affidarci a nuovi maestri, perché quelli vecchi ormai li conosciamo. E nonostante la loro sapienza non ci hanno fatto sentire meglio.
L'alternativa è continuare ad essere dei romantici asteroidi che aspettano da un momento all'altro lo schianto contro un altro corpo celeste.[continua]
A mio parere non c'è niente di grandioso o romantico in questo, credo sia frutto di una drammatica miopia. Non provo dell'ammirazione, provo della compassione.
RispondiEliminaE se lo schianto avviene per lasciare ai posteri un ricordo mitico trovo ci sia dentro anche un pizzio di stupido narcisismo postumo, con rispetto parlando.
La soluzione non è negare le stelle: è quella di cercare la stella che ci possa accogliere alla nostra velocità, farci orbitare per un periodo di tempo o per sempre, e - in qualche caso - diventare noi stessi una stella, ma sempre inseriti in qualche piano di rotazione celeste.
Perché ogni stella - anche quelle che adesso ci sembrano enormi, ruotano attorno a qualcosa. Non esiste eccezione.
Nell'universo la libertà assoluta non esiste. Esiste invece una serie di libertà relative, e la nostra tensione per affrancarci da ciò che ci sta stretto.
Come hai fatto tu abbandonando la frequentazione di siti che iniziavano a darti la nausea.
DFW avrebbe potuto diventare una stella, ma ha preferito rimanere un asteroide pur di non ruotare a suo tempo attorno a un'altra stella.
Perché? Perché aveva un ego smisurato? Forse.
Io sono propenso a credere che la causa risieda nella sua stessa paura. La paura di sottomettersi a qualcosa di cui non era certo.
Il fatto è che se affidiamo la nostra vita alla nostra mente NIENTE è certo. NIENTE può essere degno di fiducia. Tutto dev'essere temuto ed evitato, perché la mente è nata con quella funzione: difenderci dai pericoli.
Il problema grosso nasce quando la nostra stessa mente ci sovrasta e iniziamo a vedere pericoli ovunque. Allora siamo diventati Intellettuali, e continueremo a fare la guerra agli altri, indefinitamente, scrivendo cattiverie con una raffinatissima prosa (condita da tanto cinismo) per guadagnare reputazione su qualche sitarello con altrettante aspirazioni intellettuali. Ma è una guerra che non ha vincitori.
Finché continueremo ad affidarci a quest'organo utile ma sopravvalutato continueremo a girare a vuoto.
Dobbiamo spegnere la mente e farci guidare dal nostro intuito, a rischio di essere presi per il culo dagli intellettuali.
A quale parte di noi stessi dovremmo affidarci?
A quella parte di noi che la mente afferma - con prove scientifiche alla mano - non esistere affatto.
Scusa per questo sproloquio Elv. Grazie per aver aperto questo blog, non scomparire mai dalla rete. :)
E se modificassimo il "range" di interazione?
RispondiEliminaSi parla sempre o di "piccoli regni personali" o di "umanità". Ci sono infinite vie di mezzo.
A me l'umanità non interessa, mi interessano quelle 300 persone al massimo con cui mi capita di interagire/emozionarmi/relazionarmi/vivere. In fondo sono loro gli estremi del mio mondo.
E trovare un equilibrio, anche solo con 300 persone, è veramente difficile.
Maledetta piramide di Maslow...
d'accordo l'ateismo ma alla religione cristiana vanno conferiti i giusti meriti, per esempio quello di averci donato un contenitore molto spazioso per racchiudere i fenomeni sopra citati di "ironia postmoderna", "concentrazione su se stessi", "adorazione del proprio intelletto"
RispondiEliminadicesi SUPERBIA.
così è molto più semplice.
puttanate a parte, condivido appieno l'onda di pensieri del post, per quanto lo sforzo sia pari al condividere un sistema aristotelico tanti sono i punti verso cui si dipana il messaggio/evento iniziale.
per il resto, il problema di questa sorta di "autismo critico" è che il praticante medio si sente sempre più figo e intelligente via via che prende la mano sul meccanismo; in realtà non si rende conto che diventa soltanto più stronzo e superfluo (non superficiale, superfluo, nel senso che averne 1-10-1000 in meno di questi celenterati non cambierebbe proprio nulla...).
credo inoltre che questo problema esista ben prima dell'entrata in scena della fighetteria postmoderna, mi pare infatti che già Cicerone, Catone, Seneca ed altri ne accennassero con dolore nelle varie opere sui costumi dell'epoca. guarda caso, proprio Seneca, come altri del suo calibro, se ne uscì di scena "in extrema ratio".
forse il modo per uscire da questo tunnel uno per uno è l'ironia, la leggerezza nei confronti dei pensieri propri e altrui; che insomma è proprio come il classico "Rilassati!", solo che devi continuare ad usare il cervello. ecco, forse il problema è proprio usare il cervello senza seguire "scorciatoie" dettate da atteggiamenti comodi, preconfezionati e di tendenza.
o forse anch'io devo smetterla di scrivere cazzate nucleari altrimenti mi prende male e rischierò di trovarmi senza argomenti di fronte al prossimo amico che voglia contemplare l'extrema ratio...
Anni addietro, sul muro davanti all'ingresso del dipartimento di Geologia di Torino (dove oggi c'è la fermata del 16), qualcuno scrisse "Il miglior suicidio è vivere".
RispondiEliminaLa morte è la fine di ogni possibilità.
Questo da solo per me è argomento sufficiente ad escludere l'ipotesi di porre fine alla propria esistenza.
Noi siamo macchine per moltiplicare le possibilità, non per ridurle (anche se i nostri politici... ma lasciamo perdere).
Sul relativismo - mi sono spesso domandato perché dare pari dignità a tutte le opzioni significhi che nulla ha più valore, e non piuttosto che tutto acquisisce lo stesso valore.
Forse dipende dalla nostra strana convinzione che il valore sia legato alla rarità o all'unicità.
Ma io sono strano, lo sapete - parto dal presupposto che non ci sia nulla di più meraviglioso di ciò che è.
Sull'ateismo non mi pronuncio - avendo già chiarito altrove la mia posizione.
Anzi, beccatevi 'sta botta di relativismo - qualsiasi cosa a voi vada bene, finché non tentate di impormela, per me è ok, parliamone.
Riguardo a Wallace - non l'ho mai letto con attenzione.
Qualche articolo, un paio di storie brevi, non ricordo altro.
Appartiene a quela strana generazione di autori che hanno improvvisamente scoperto che "genere" non è una brutta parola, basta che non la pronunci - Chabon, Mitchell, Eggers...
Mitchell mi piace molto.
Gli altri dopo un po' mi irritano.
Ma concordo - ci sono momenti in cui un libro ti salva la vita.
O per lo meno ti riconcilia con ciò che è buono là fuori.
Non conosco Wallace,e qui mi faccio rabbia da solo per tutte le cose che mi perdo,certe volte penso che non basterebbe una vita per leggere o vedere quanto d'interessante si trova in giro ma sto divagando.
RispondiEliminaVorrei dire tante cose ma vista la profondità e la bellezza dei commenti di chi mi ha preceduto mi sentirei stupido qualsiasi cosa aggiungerei,o.k.più stupido del solito...ehmm...
Dico soloche sono abbastanza d'accordo con Davide Mana e Jophiel,di mio aggiungo quello che diceva sempre mia madre "Nella vita prenditi il bello quando arriva che tanto il cattivo non manca mai".
Ciao.
Bellissimo post, grazie Elv
RispondiEliminaCrescizz
Ma grazie a te per il profondo, sintetico incisivo riflessivo. Il discorso di Wallace sulla "fede" mi ha fatto venire in mente un concetto di Wilfred Bion che mi permetto di suggerirti di andare a reperire nei suoi scritti (non mi ricordo dove ne ha parlato, ma al ritorno dalle ferie, se vuoi ti s apro dare indicazioni più precise). Il concetto e' quello di "Oggetto superiore", un oggetto idealizzato da una soggettività che aliena completamente se stessa ad esso, fino all'autodistruzione. Un esempio di "Oggetto superiore" e' il corpo estetizzante per l'anoressica, che in nome del corpo come "Oggetto superiore" arriva ad ucciderai non mangiando (Paola Camassa ha letto una sua bellissima relazione circa questo uso dell'oggetto idealizzato in certe forme di anoressia grave, all'ultimo congresso della SPI a Taormina). Il postmoderno si pone come Oggetto superiore culturale, e questo spiega anche il suo uso aristocratico del'"ironia". Poi volevo aggiungere che quando dici che ti stupisci della profondità di Wallace nonostante il suo quadro depressivo, mi fai venire in mente anche Freud, quando dice che i poeti, gli artisti, pescando nella vena malinconica che li attraversa, sanno molto più di altri vedere molto profondamente come si muove lo Spirito del Tempo. A presto. Angelo Moroni.
RispondiElimina"Inciso riflessivo"' volevo scrivere nel commento precedente...
RispondiEliminanon sono colto come i tuoi commentatori e francamente non capisco cosa sia l'ironia postmoderna (il postmoderno è un concetto che ho sempre trovato difficile da maneggiare), non conosco wallace (cercherò di redimermi) e dei suoi epigoni ho soltanto letto il dimenticabile eggers, "l'autocelebrazione inconcludente di un insopportabile idiota". quindi potrei stare zitto e continuare a lurkare come mi vien bene fare in questo periodo.
RispondiEliminaepperò mi hai fatto venire in mente due cose, che butto lì, in attesa di essere illuminato:
1) parli, giustamente, di ironia. ma esiste un confine sottile tra l'ironia (come atteggiamento maieutico di chi si finge ignorante per costringere l'altro a giustificare ogni dettaglio del suo ragionamento e, alla fine, lo deride) e il sarcasmo (che è un'aggressione, come dimostra la bella etimologia di questa parola). l'ironia postmoderna di cui parli -- parla wallace -- mi pare più sarcasmo. ma non ne sono sicuro.
2) condivido l'importanza di trovare delle parole in grado di illuminare il loro lettore (mi è capitato proprio ieri in un romanzo per ragazzi, affascinanti queste sincronie) e credo che in effetti dipendano dal vero incontro tra lettore e scrittore, non più mediato dalla storia. intendiamoci, come lettore rozzo la storia è essenziale per me, ma in alcuni momenti ti pare proprio di essere nello stesso posto con l'autore, faccia a faccia, e che lui ti stia dicendo qualcosa che pensa veramente. e non in maniera esplicita, non è infrazione del contratto sulla sospensione di giudizio né infodump... sei in un punto ben illuminato e finalmente vedi la lampadina, anzi, scopri l'autore con la lampada in mano non perché non sia stato bravo a nascondersi ma perché la sua presenza lì non era eliminabile. non ho una metafora migliore, mi dispiace.
a presto
uh, aggiungo solo che anche secondo me l'equazione tutti X = nessuno X è una stronzata. o perlomeno possiamo discuterne: se tutti avessimo un gatto sarebbe come se nessuno avesse un gatto?
RispondiEliminaMamma mia...
RispondiEliminaHa proprio ragione quel commentatore, mi pare Martin, che ha detto che in Malpertuis i commenti sono più interessanti dei post!
Ma, come gli avevo risposto, credo di aver lavorato duro per raccogliere un gruppo di commentatori del genere...
Purtroppo vado di corsa (odio i giorni pre-partenza), posso solo ringraziarvi per quello che scrivete in queste pagine e no, Jophiel, non sparisco certo dalla Rete finché ottengo feedback di questo tipo!
@ Davide: sì sì, più o meno è quello che rispondo anche io a chi mi confessa i suoi deathwish.
@ ldr: vero, difficile distinguere in maniera netta fra ironia e sarcasmo e, mamma mia, verissimo, Eggers l'ho trovato anche io alquanto dimenticabile.
E hai usato una buona metafora.
Sparisco, altre 10 dannate ore in negozio, meno due giorni all'alba!
Grazie ancora a tutti per i commenti.
Se ai miei post seguisse un flow di "quoto!" "grande!" "che cazzata!" "Cool!" e cose così, temo che chiuderei in poco tempo anche se avessi cinque volte gli ingressi che ho.
Take care.
Ah, no. OT.
Ho ripescato un volume di racconti di cui avevo già parlato tantissimo tempo fa.
Trovo che sia uno dei libri più importanti della mia vita, anche se inizia con racconti minori per poi prendere il volo.
Sam Shepard
Il Grande Sogno
Feltrinelli
Se potete, recuperate, poi magari ne parliamo...
Una piccola nota esplicativa per ldr:
RispondiEliminaParlando di Relativismo (se ti riferivi a quello con l'esempio del gatto) parlavo di "importanza" di una cosa.
"Importante" è una cosa che nella nostra coscienza si "eleva" da uno sfondo piatto, in cui tutti gli altri elementi hanno pari dignità.
A quel punto, se tutto ha importanza, ossia tutto ha pari dignità, niente si "eleva" sopra le altre cose.
Da qui si possono avere due posizioni: una è il Nichilismo, in cui il soggetto è indifferente a tutto. L'altra è il Pan***ismo, dove, come accennava Davide, per il soggetto tutto ha importanza.
Quest'ultima posizione in alcuni casi sfocia nel Misticismo, mentre la prima (se non è sorretta da una base filosofica, come accade in alcune scuole di pensiero orientale) conduce all'apatia, alla depressione, e in casi gravi alla follia.
(Grazie per il consiglio, Elv)
caro Elv, quaggiù il commentaium è sempre più stimolante. Sono contento che Il Grande Sogno ti sia piaciuto, è anche uno dei miei libri cardine (Sam Shepard secondo me è pure figo come attore, hai presente I giorni del cielo di Mallick?)... ti auguro buone vacanze, uagliò!
RispondiElimina:) in valigia il tuo libro, respirerà Berlino o il Gran Paradiso, vedremo!
RispondiEliminaSam Shepard è un figo (peccato per i denti), anche nel film di Wenders è grandioso!
Colla scusa dello "sto divagando" ne metti parecchia di carne al fuoco, furbacchione
RispondiEliminanon vedo nulla di male nel suicidio e sono sempre in imbarazzo quando qualche amico (o supposto tale) mi confida pulsioni suicide perché non ho argomenti contro.
Più che argomenti contro il suicidio in astratto bisogna capire perché quella particolare persona non vuole più vivere.
E magari intervenire lì.
Poi certo molti potenziali suicidi, soprattutto i ragazzi, anche senza rendersene pienamente conto hanno un immagine consolatoria consolatoria della morte: "starò in pace, non soffrirò".
Magari se riflettessero seriamente sul fatto che prima o dopo un eternità di non-esistenza non gliela leva nessuno penserebbero meno.
... ma davvero delle persone vengono a confidare a TE i loro pensieri suicidi?
Nel caso di DFW, comunque, la sua depressione aveva evidentemente una componente biologica, che trascende l'aspetto psicologico/personale/familiare/esistenziale.
Non mi sembra corretto né parlarne come di un eroe romantico trafitto dal dolore del mondo né come un superbo egocentrico che non ha saputo uscire da sè stesso.
un anno prima che il mio odio contro l'ironia post moderna prendesse forma precisa, compiuta (una volta tanto ricordo la data con precisione, fatto rarissimo).
Ma sono il solo curioso di sapere qual'è sto motivo scatenante?
- Sul postmoderno ritengo ancor' oggi FONDAMENTALE il saggio di Fredric Jameson "Il Post-moderno o la logica culturale del tardo capitalismo" del 1984. Inquadra molti degli aspetti del postmodernismo che sono fra i tuoi pet peeves: populismo estetico, frammentazione delle catene di significanti e conseguente compresenza orizzontale a patchwork di elementi disparati, mancanza di profondità e perdita dell' "affect", simulacri al posto di rappresentazioni, pastiche ironico che sostituisce il rovesciamento parodico polemico, cultura del remake e della reinvenzione del passato, riassorbimento neutralizzazione e mercificazione delle istanze che nascono come radicali.
Ovviamente - come dice il titolo - dal punto di vista di Jameson il postmoderno è una dominante culturale che emerge da questa fase del capitalismo, per cui opporsi ad esso in termini banalmente morali è un pò come lamentarsi del fatto che le squadre di calcio spendono milioni per i calciatori.
...anche a me piace molto David Mitchell.
E - adesso il killer totale - almeno in vacanza rilassati!
Faust'O - Suicidio
Mancava marco per toppare (grazie, bell'intervento davvero, sai che hai il dono della sintesi, sì?).
RispondiEliminaCerco di recuperare il saggio di Jameson che non conoscevo (kill me).
Il motivo scatenante (ma non è colpa sua, porello) è ovviamente il mai troppo detestato Pulp Fiction di quell'anno.
Cominciai a vederlo felicissimo, verso la mezz'ora non ne potevo più e le due volte che l'ho rivisto è stato ancora peggio...
Ma, ripeto, non è colpa sua eh.
In vacanza mi rilasserò, prometto!
RispondiElimina:)
E tanta birra.
Prometto.
La seconda la prometto serio, senza dita incrociate...
Oddio io mi deprimo tutte le volte che in tv ridanno le repliche della SIGNORA IN GIALLO(murder she wrote) e della SIGNORA DEL WEST(medicine woman),risultato:mi deprimo molto spesso!
RispondiEliminaE lo ripeto è proprio colpa loro.
Buone vacanze, Elvezio.
RispondiEliminaQuando torni mandami un segnale, che si organizza la Notte dell'Iguana Vivente...
Ah, e Sam Shepard è un figo in assoluto anche in The Right Stuff.
Meglio di lui c'è solo Barbara Hershey - che non per nulla fa sua moglie.
Ehi, Wallace in quella foto pare Laurent Fignon.
RispondiEliminaConsiglio di approcciarlo nei suoi scritti più atipici, che brillano di un calore rassicurante: per esempio quelli che descrivono l'arte tennistica di Roger Federer.
Del resto il buon David Foster trattava, nei suoi romanzi, della decomposizione del linguaggio americano che quindi diventava il vero mantra di alcuni passi.
Sulla dipartita forzata dal Pianeta Terra uno sguardo a "Suicidio" di Levè potrebbe spiegare la parte meno oscena di quel gesto...
Che è talvolta anche un ottimo investimento economico: basti pensare a quanti musicisti rock mediocri siano nel valhalla dell'immaginario popolare.
Ossequi,
Simone
(kill me)
RispondiEliminaChe dovrei dire io che ho scoperto or ora che lo scrittore di drammi, l'attore e l'ex boyfriend di Patti Smith sono lo stesso Sam Shepard?
Colla birra non esagerare, che poi finisce ti svegli a letto con un uomo come nel fumetto di König e peggiori la crisi esistenziale.
buone vacanze elvozio! (e grazie per il link a shepard).
RispondiElimina@jophiel: hmm, ok. quel che scrivi è interessante. ci penserò su. quanto alla forma in cui mi sono espresso: non volevo essere aggressivo, nel caso.
@marco. oooh. grazie. pare interessante.
Lo sapevo che sarebbe finita così, anche stavolta arrivo a fine lettura di post e commenti pieno di curiosità da soddisfare (ci mancavano solo saggi sul postmodernismo)
RispondiEliminacomunque bellissimo post, specie la seconda lunga citazione di wallace
vi amo e vi odio
@ Marco. Ciò che mi ha colpito del tuo commento e' la sintetica e insieme profonda sinossi del saggio di Jameson sul postmoderno. trovo che ancor più sintetica e chiarificatrice sia la definizione " simulacri al posto di rappresentazioni". Aggiungerei "simulacri che tendono a proporsi come Oggetti superiori idealizzati". L'idealizzazione e' infatti una delle caratteristiche del pensiero psicotico, il cui obiettivo principale e' lo smantellamento del pensiero, in quanto, appunto, catena di rappresentazioni significanti. Credo che l'ironia, meccanismo adattivo dell'Io, possa essere utilizzato (come tutti i meccanismi di difesa) in un senso patologico-distruttivo da una logica culturale postmoderna, per tentare di radere al suolo il pensiero. E' in effetti quello che sta succedendo. Pensiamo solo alla televisione, dove l'ironia-sarcasmo abitano il vuoto di senso costruito ad hoc per mandare in pappa il cervello degli astanti, nonché per scioglierlo nel mare mucillaginoso dell'Es. Angelo Moroni.
RispondiEliminaP.S. Buone vacanze, Elvezio.
@ldr: no problem :)
RispondiEliminaTrovo che abbia ragione Psichetechne quando parla del tentativo del postmodernismo di radere al suolo il pensiero.
L'ironia postmoderna è contro il senso, lo annienta.
E trova il plauso generale perché dentro ognuno di noi si cela un bambino diffidente nei confronti di qualsiasi autorità.
E' come quando il più spavaldo della classe scimmiottava l'insegnante, e noi tutti giù a ridere.
Poi, crescendo, il più spavaldo ha iniziato a non farci più ridere, ma nessuno di noi ha avuto il coraggio di affrontarlo e dirgli che ci stava annoiando, perché saremmo stati anche noi oggetto di derisione.
Crescendo abbiamo capito che l'ironia postmoderna è un atteggiamento infantile, ma siamo rimasti prigionieri di questo dannatissimo nonnismo culturale.
Il più cinico non è il più intelligente, punta solo il dito sui difetti, ma non s'azzarda a proporre soluzioni, perché ogni soluzione non è esente da difetti e ha paura che qualcun altro lo scimmiotti a sua volta. Il più cinico è il più spaventato di tutti.
Il postmoderno non è la fine totale della cultura, è la fine della vecchia cultura, una fase che dobbiamo attraversare e superare.
E' stata la fase dei figli di papà, quelli che non hanno dovuto lottare per la sopravvivenza di base, ma per un posto al sole nel mondo intellettuale.
Ma quando si diventa adulti bisogna smettere i panni dei bambini sarcastici e iniziare a costruire un senso da affidare ai nostri figli.
Occorre prendersi la responsabilità di costruire valori per il futuro, diversi da quelli del passato e più aderenti al presente, correndo il rischio di essere scimmiottati in classe.
Altrimenti lasceremo alla nuove generazioni un mondo peggiore di quello che abbiamo trovato.
Buone vacanze, Elv!
Il commento di Jophiel e' molto profondo e lo sottoscrivo in pieno, soprattutto perché orienta la nostra attenzione sul vertice generazionale di una discussione sul cosiddetto "postmoderno", concetto peraltro a sua volta invecchiato: Z. Bauman parla di "cultura liquida", oppure Recalcati, in Italia preferisce il termine di "ipermodernita'". Questo invecchiamento del concetto di postmoderno, e' molto interessante, secondo me, poiché ne relativizza la potenza anti-pensiero che lo ha finora caratterizzato. Con questo voglio dire che per "smettere i panni dei bambini sarcastici", come scrive giustamente Jophiel, occorre lasciare che il tempo decanti, lungo il percorso delle generazioni, facendo si che il bambino cresca. E questo e' un lungo lavoro, individuale e insieme culturale. Un lavoro psichico, innanzitutto, che e' poi l'essenza del pensiero. Il Pensiero e' Lavoro. Ciao.
RispondiEliminaInteressante - e vicino a certe mie fissazioni - il discorso del maturare per non lasciare ai nostri discendenti unmondo peggiore di quello che abbiamo trovato.
RispondiEliminaMa d'altraparte, non sosteneva Donald Fagen nel 2001 che l'ironia è ormai a tal punto istituzionalizzata, che solo un sano atteggiamento post-ironico può salvarci?
Ma io naturalmente, oltre ad idolatrare Fagen, il postmodernismo non l'ho mai capito - e resto convinto che sia stata tutta una truffa :-P
oh, cazzo. stai a vedere che inizio a capire qualcosa del postmodernismo. la metafora del bambino spavaldo potrebbe essere epifanica. cioè, non da sola. ma insieme agli altri indizi che avete disseminato tra i post (e a qualcosa che mi era rimasto attaccato alla suola della scarpa destra, seguendo passi che non posso più ripercorrere a memoria), mi sa che mi avvicino piano piano.
RispondiEliminaincredibile.
Non so... senza pensare comunque a DFW (ho due libri in casa, per metà stupendi e per metà illegibili) anch'io mi sono chiesto perché tu sei così arrabbiato:-)
RispondiEliminase non vi piace DFW , leggetelo e rileggetelo fino a che non potrete farne a meno! :-) a parte gli scherzi, consiglio a chiunque voglia provare di cominciare da "la ragazza dai capelli strani" e/o "questa è l'acqua". Una volta entrati, tutto sembrerà + facile e riuscirete ad amare l'incredibile Infinite Jest. Provate e provate, non ve ne pentirete! Se non vi è piaciuto un assaggio, non eravate pronti...riprovate!
RispondiEliminaBel post, farcito con un bel pezzo di DFW di cui ho letto/ascoltato qualche intervista, oltre ad aver iniziato recentemente il suo mega-tomo.
RispondiEliminaLa mia posizione riguardo il suicidio si avvicina molto a quella di Elvezio. Almeno nella maggior parte dei casi. È così difficile capire cosa porti a questo gesto "finale". Certo è, che se si scava nelle storie di persone che lo hanno affrontato non si può fare a meno d'imbattersi in anni e anni di sofferenze, ma anche di battaglie vinte che non hanno mai portano alla risoluzione positiva della guerra. Cosa che aggiunge frustrazione al fardello. Non mi meraviglio, quindi, della decisione di tirarsi fuori, di lasciare in trincea armi e intenzioni e di mandare tutto a quel paese in favore di una personale pace dei sensi (infinita?).
Anche la parola "depressione", in molti di queste situtazioni, non definisce bene lo stato dello sfortunato soggetto. Mi è sempre parsa troppo generica e sorvola la lotta quotidiana necessaria anche solo per qualche ora di normalità, nemmeno di gioia, soltanto di quiete nell'animo e nella testa.
Ricordo di aver letto sul sito del buon Idrascanian - weirdiana - un storia tragica che forse rende meglio quello che voglio dire: gli anni della poetessa/scrittrice Enea Pajano che mi ha ricordato la grande Virginia Wolf.
Due parole su DFW scrittore: sono a pagina 303 di IJ. Non mi sta prendendo affatto, anche se ci sono delle parti interessanti. Con tutte quelle divagazioni e precisazioni mi ha ricordato Bret Easton Ellis (tanto per prenderne uno noto, americano, contemporaneo), che adoro. Anche quest'ultimo parte da lontano, sembra parlare di cose che non c'entrano una mazza con lo spunto principale della storia, puntualizza in modo maniacale... ma, cavoli, lo fa moooolto meglio. Sa come dosare, come ritmare, quando non esasperare il lettore che, per quanto ti possa star dietro, non può arrivare a interessarsi anche del colore delle mutande di uno che magari con la storia c'entra solo perché è passato di lì!
Insomma, 300 pagine confuse che diventano brillanti - guarda un po' - proprio quando si parla del suicidio, (vedi ragazza in ospedale, sul lettino, che parla con il medico e spiega per bene perché desidera stroncarsi.)
La sensazione è che DFW avesse moltissimo da dire. Ma che ciò andasse a cozzare, soprattutto in alcuni momenti della sua scrittura, con la paura di non essere capito, o meglio, di non riuscire a far giungere tutte le sensazioni e i punti di vista affrontati nelle fasi di concepimento e stesura della trama.
In qualche modo lo si nota anche quando parla, tipo in questa intervista: http://www.youtube.com/watch?v=mVzhhvCRTCo
Forse è stato proprio l'essere ai ferri corti con se stesso per così tanti anni che gli ha donato la capacità di navigare in uno spettro emozionale talmente amplio e complesso da non riuscire mai a renderlo - almeno secondo lui, secondo la percezione che aveva di sé. Io me lo spiego così. Ma magari sbaglio su tutta la linea.
Per quello che posso capire, mi par sia stato un uomo curioso, aperto, coraggioso e tenace. Forse troppo intenso per questo tempo...
Saluti a tutti.
Jakken ;)