domenica 25 aprile 2010

House of Leaves di Mark Z. Danielewski

House_Leaves_CoverHouse of Leaves
Mark Z. Danielewski
Pantheon, 2000
Brossura
709 pag. - 13,57 $
ISBN: 978-0375703768

House of Leaves si apre con la narrazione in prima persona di Johnny Truant, ragazzo dal passato avventuroso e problematico, ora impegnato a barcamenarsi in quel di Los Angeles in qualità di tuttofare in un laboratorio di tatuaggi, fra alcoliche e tossiche nottate al pub con il fido amico Lude e spettacolari exploit sessuali con molte pulzelle, anche se il suo cuore sembra battere solo per una spogliarellista.

In cerca di un nuovo appartamento, Johnny si reca a controllarne uno recentemente liberatosi a causa del decesso del precedente inquilino, un vecchio cieco e molto eccentrico di nome Zampanò. Nel controllare l’appartamento Truant scopre la multiforme massa di note scritte da Zampanò, una sorta di lunga dissertazione accademica su un film/documentario, The Navidson Record.

Da qui le narrazioni si moltiplicano e abbiamo il corpo principale dello studio fatto da Zampanò, le note, spesso autobiografiche, di Johnny Truant, alcune interviste a personaggi celebri (King, Bloom, Thompson) fatte dalla moglie di Navidson, le lettere che la madre di Truant, chiusa in manicomio, spedisce al figlio e alcuni brani redatti dal fratello di Navidson.

La linea narrativa che possiamo definire come il cuore propulsore di questo corpo postmoderno è ovviamente The Navidson Record, un film che narra quel che accade nella casa in cui si è recentemente trasferita la famiglia Navidson.
Will, il capofamiglia, reporter di chiara fama, sente il bisogno di isolarsi in una casa tranquilla per mettere in salvo il matrimonio, che da tempo è in fase di rottura, vuoi per le sue continue assenze, vuoi per una certa propensione al tradimento da parte della moglie.
Accade però che Will, insieme a moglie e due figli, scopra che nella casa appare uno sgabuzzino precedentemente inesistente, che collega la camera dei figli con quella matrimoniale; che la casa (misurata accuratamente) è più grande dentro che fuori (e tale disavanzo cresce con il passare del tempo) e che al piano terra è sorto un passaggio che porta a un vastissimo sistema di sale o caverne, molto buio, enorme, un vero e proprio labirinto extradimensionale.

Will chiama il fratello Tom, che non sentiva da anni e i due poco dopo si appoggiano sia a un ingegnere che a un team di esploratori professionisti, capeggiati da Holloway, un tizio tanto esperto quanto egotistico.
Will, inoltre, dispone varie telecamere e apparecchi di registrazione nella casa, sia per documentare le esplorazioni sia per testimoniare l’impatto che questo avvenimento ha sulla sua famiglia.
Seguiranno varie esplorazioni dell’ambiente misterioso e, inutile dirlo, qualche persona sparirà per sempre e altri si comporteranno molto male…

Johnny Truant, sempre più impegnato nella revisione e sistemazione con corredo di note di questi scritti d Zampanò, perde sempre più il contatto con la realtà, con il lavoro e la vita precedente, fino al punto che…

Perdonate il lungo tentativo di sinossi ma mi sembrava atto dovuto nei confronti dell’enorme lavoro svolto dall’autore.
Lavoro che ha portato infine alla creazione di un’opera che a me personalmente pare tanto importante nei confronti dell’horror (del fantastico?) contemporaneo quanto fallimentare sotto molti, troppi punti di vista.
Pertanto non posso far altro che raccomandarvene comunque la lettura, pur ritenendola in definitiva tempo sprecato.

Cerchiamo quindi di iniziare spazzando via alcuni pregiudizi che sembrano circondare questa opera (pubblicata anche in Italia, su Mondadori Strade Blu) che da quando è apparsa ha provocato (inopportuni) paragoni con Pynchon, Nabokov e, ovviamente, Wallace, autori con i quali spartisce alcuni lati negativi senza però averne stile, intuizioni e potenza.
Prima di tutto la presunta difficoltà di lettura.
Non vi è nulla di difficile o complesso nella narrazione di Mark Z. Danielewski.
Il linguaggio usato è spesso semplice e le lunghissime digressioni e note (mi sembra di ricordare qualcosa come cinque o sei pagine per spiegare l’origine della parola “eco”, per esempio) sono perfettamente comprensibili a una persona di cultura media.
E, cosa ben più importante, non vi è nulla di “cinematografico” nella narrativa di questo autore, anzi, semmai ci troviamo di fronte a un classico lavoro di segno opposto a un ipotetico taglio cinematografico.
Leggere, nella quasi totalità dei commenti, il continuo riferimento a un supposto stile cinematografico lascia piuttosto perplessi e inclini a pensare ai rischi del cut'n'paste internettiano quando ci si trova a scrivere recensioni in Rete.

C’è però da dire che la scelta di citare Nabokov sulla quarta del volume è azzeccata, almeno da un punto di vista: non era infatti il grande autore russo/statunitense a dire, in Fuoco Pallido, “voglio note copiose che si accumulano come grattacieli”?
Nel romanzo di Danielewski i grattacieli superano di gran lunga il massiccio dell’Himalaya in altezza, potete star tranquilli.
E accanto a un insieme di note che supera in lunghezza il corpo del romanzo vero e proprio (ma dette note fanno ovviamente parte del “romanzo”) troverete anche tutto un insieme di espedienti metanarrativi e tipografici quali quattro font diversi a seconda di quali sono le voci narranti, usi del colore per evidenziare la parola house, ricorso a impaginazioni anomale, disposizione del testo sui margini e tantissimi altri trucchi di vario tipo.

Non è però con dei trucchi, per quanto stilisticamente raffinati e culturalmente densi, che una storia incapace di stare in piedi da sola riuscirà a camminare sulle proprie gambe, ma Danielewski tenta di fare proprio questo ed è azione che, insieme al taglio postmoderno dello scritto, è in grado di attirare e convincere facilmente un certo tipo di lettore.

Tutto in House of Leaves sbraita “ehi, guardatemi, sono un personaggio, non una persona!” o “sono un documento inventato, non esisto nella realtà” o ancora “madonna quanto sono postmoderno e di gran cultura” oppure “mi ha scritto l’autore, non lo vedete!” in un continuo, devastante coito interrotto nei confronti di tensione, trama e atmosfera: sappiamo bene a quali disastri porti questa pratica.
Che Danielewski, pur avendo speso dieci anni (così si narra) nella stesura di questo romanzo, sia esordiente alle prime armi lo si nota da tantissimi fattori, in primis dalla tremenda incapacità nel porre la giusta distanza fra autore e personaggio, fra narratore e scrittore, finendo spesso con l’immedesimarsi e perdendo il controllo della voce, dello stile, che cala di lucidità e, complice anche l’eccessiva lunghezza dell’opera, finisce con l’annoiare terribilmente: guasto mortale in ogni narrativa ma ancora più tremendo all’interno del genere horror.

Per cercar di dar vita a Zampanò e attuare quindi la sua parodia dell‘accademia e dello stile accademico, Danielewski finisce con il diventare "troppo" il personaggio e assumere esageratamente proprio il tono che vuole sbeffeggiare, tormentandoci con pagine e pagine di note pressoché inutili e noiosissime.

Stesso tipo di meccanica accade con Johnny Truant e la sua insipida e sconclusionata vita fatta di lavoretti da poco, droga, alcool e presunte scopate con un sacco di belle ragazze.
Invece di renderci vivi e vividi alcuni particolari di questo tipo di vita, lasciandoci trarre le nostre debite conclusioni da dettagli sparsi ad arte, l’autore casca di forza dentro il personaggio e ci inonda con insopportabili lungaggini e coazioni a ripetere che stancano dopo ben poco. Per scimmiottare ed evidenziare l’esistenza insignificante e superflua di Truant, è diventato egli stesso insignificante e superfluo.

Mark_Z_Danielewski
Sono errori comprensibili appunto in un principiante che, totalmente coinvolto e rapito dal suo supposto genio, diventa straripante e non riesce a controllare né il materiale né gli stili. Spetterebbe a un serio editor avviare un lungo processo di confronto con tale impeto, rafforzandone le debolezze, tagliando via implacabilmente le intromissioni e le ripetizioni, moderando e migliorando il controllo dell’autore.

Ciò non accade e svanisce quindi, ancora prima di nascere, uno dei grandi miracoli della narrativa, ovvero il dialogo e il rapporto fra l’autore e i suoi personaggi.
Personaggi che già di per sé soffrono di due grandissimi e disastrosi difetti. Da un lato, dovendo veicolare critiche e parodie di un certo tipo di situazione, ambienti e persone, nascono già parodici ed eccessivamente “scritti”, fra l’altro con abbondanza di stereotipi.
D’altro canto tali personaggi, non paghi di essere scritti, vanno urlando in giro la loro non-esistenza, ed è altro grave scoglio e sbarramento nei confronti della partecipazione del lettore, che finisce con il pescare e maneggiare un pesce inspiegabilmente morto, anzi, un cartello con su scritto “sono un pesce inspiegabilmente morto”.

La riflessione su cosa è reale e cosa non è reale, se esiste davvero il personaggio, se esistiamo noi, se non esiste poi niente, attuata con tutte le implicazioni e variazioni di questi giochi metanarrativi è ormai da tempo riflessione elementare, banale e ben poco interessante già quando è veicolata in modo ben più alto, figuriamoci quando passa attraverso l’inesperienza d Danielewski.
Vi sono ben pochi agganci alla verità lungo tutto l’opera, ben pochi spunti narrativi di fantasia che possano indurci a pensare alla realtà e riflettere su di essa, che è poi quel meccanismo potentissimo cui dovrebbe ambire la narrativa, pena far scadere velocemente il nostro interesse verso burattini e fondali che già vengono avvertiti come tali da noi e, nel caso fossimo poco attenti, si premurano ogni tanto di ricordarci la loro natura di burattini e fondali.
Michael Douglas, in The Game, aveva perlomeno dovuto esercitare un certo tipo di curiosità, sospetto e indagine prima di scoprire la natura posticcia della casa in cui “abitava” Deborah Kara Unger, in House of Leaves purtroppo non ci si premura nemmeno di nascondere le targhette con il prezzo, anzi, si puntano contro di esse potenti riflettori.

Tanto è vero che l’unico momento durante il quale l’interesse del lettore diventa più vivo è durante i primi capitoli di quel che accade in casa dei Navidson, con l’idea per nulla originale ma potentissima di uno spazio interno alla casa composto di saloni immensi, labirinti intricati, scale titaniche, strani rumori che fanno sospettare di presenze mostruose all’interno di quell’ambiente ctonio o che, addirittura, l’ambiente stesso sia un’unica mostruosa, cangiante creatura.
In quelle pagine Danielewski si scopre narratore di discreto livello, dimentica l’artificio e lavora molto bene nel dipingere un ambiente terrorizzante e misterioso.

Ma ben presto, entro e comunque non oltre le prime duecento pagine, la meta-narrativa ha provveduto a meta-stasizzare anche l’ultimo angolo non ancora pienamente conquistato e verrete letteralmente seppelliti da un’orda di espedienti stilistici che finiranno con lo spegnere definitivamente ogni interesse per le sorti della famiglia Davidson, di Zampanò o di Truant.

Ed è davvero un peccato perché isolando quel pezzo di narrativa e curandolo in modo diverso ne sarebbe scaturita un’opera di buon impatto con un grande lavoro sull’atmosfera a una serie di personaggi che, per quanto opachi e caratterizzati in modo banale avrebbero svolto il loro compito.

Così non accade e il tutto, come se già non bastassero questi notevoli intoppi alla sospensione dell’incredulità e all’immedesimazione, è funestato dall’enorme corpo tumorale delle note (di Zampanò e di Truant, principalmente) che talvolta occupano molte pagine e obbligano a continui salti di lettura, spesso con il solo scopo di attuare sterili digressioni wikipediche o insulse annotazioni sulla sgargiante vita sessuale di Johnny.
Qui non si parla di difficoltà di comprensione del testo, come vorrebbero alcuni soloni pronti a rinfacciarvi il più classico “siete voi che non l’avete capito, che non siete stati in grado di sbattervi a sufficienza”, si tratta più che altro di mero impedimento “fisico”: costretti a sfogliare e sorbirvi pagine e pagine di note, si tornerà alla già poco significante narrazione principale con un ulteriore calo di tensione.

Stesso intoppo, ma ancora più fisico, è dato dalle stramberie tipografiche presenti nel volume, da testi che vanno letti allo specchio a pagine contenenti una sola parola, da inserti dentro il corpo principale a capitoli sui margini e scritte che richiedono un continuo capovolgimento di pagina fino a giochini più ovvi con i font, le dimensioni e i colori delle varie parole.
Qualche esempio pratico per farvi meglio capire quel di cui sto parlando:




Questi espedienti (fra l'altro vecchi e già visti) sono la classica trovata che funziona più sulla carta (pun intended) che in realtà: alla terza volta che dovrete girare pagina, andare di fronte a uno specchio o torcervi il collo a leggere in quanto la disposizione del testo deve “suggerirvi” fisicamente la struttura labirintica vi sentirete presi in giro.
Così come vi sentirete presi in giro di fronte a pagine bianche con pochissime parole (che, di nuovo, dovrebbero suggerire uno stato d'animo e un ritmo, ovviamente, visto che l'autore non ci riesce) che vi faranno pensare più che altro alle ingiuste morti di tanti alberi, immolati all'ego di certi autori.
Fatte le debite proporzioni, è come se al cinema una voce narrante, mentre vedete un centurione trafitto da una freccia vi ripetesse che il centurione è trafitto da una freccia e una maschera del cinema arrivasse a pungervi con una forchetta per farvi sentire la trafittura.
Peccato che ci si volta e si guarda facilmente negli occhi la maschera con la forchetta, ben lungi dall’essere un arciere di qualche terra esotica.

Ho il netto sospetto di trovarmi di fronte a un progetto che piacerebbe tantissimo, per farvi capire in che territorio narrativo stiamo muovendoci, all’Henry Jenkins di Cultura convergente.
Un romanzo che non finisce con l’ultima pagina ma propone rebus e codici che il lettore deve risolvere, poi qualche sito e comunità di lettori che ci danno dentro con spiegazioni e teorie, quindi magari un videogame e, toh, una miniserie televisiva, per naturalmente non tralasciare mai il sacro corpo delle fan fiction ispirate a tutto questo, e così via, tanto è vero che Danielewski ha introdotto nella sua opera delle frasi inviategli dai fan stessi via Rete.
Peccato che nessuno osi mai affermare che il livello qualitativo di questi progetti derivati è quasi sempre di una mediocrità così desolante da far rimpiangere con forza la pur modesta opera iniziale: uno degli esempi classici può essere, non so, Matrix.

Siamo, inoltre, di fronte alla classica opera che può far comodo a quegli scrittori e lettori sempre in cerca di qualche appiglio in quel tipo di discussione che vede il fantastico come materiale di serie B rispetto al mainstream.
Invece di ignorare una questione che a me pare da un lato superata e dall’altro lato offensiva per l’intelligenza di chi ci si avventura ancora, in molti potrebbero sbandierare un Danielewski a stregua di, chessò, moderno Borges, Calvino o X autore “alto” che ha prodotto anche narrativa fantastica.
Si tratta di un atteggiamento mentale per me debolissimo e offensivo nei confronti dello stesso genere (accettando per amor di discorso una divisione che è puramente questione merceologica) che si pensa di difendere e lo trovo meccanismo detestabile come pochi altri.

Certo che è paradossale che un romanzo che parla di una casa ben più grande all’interno di quanto lo sia all’esterno si riveli poi, al contrario, enorme all’esterno e piccino picciò una volta che si voltano le pagine…

Detto questo, e ribadita la natura totalmente derivativa e convenzionale dell’operazione in questione e avvisandovi ancora una volta dell’alto rischio di provare noia e insofferenza leggendo questo libro, non posso far altro che ribadirne comunque la sua importanza e raccomandarne la lettura, anche per discuterne su queste pagine, come al solito.
L’horror, a ogni modo, aveva bisogno del suo manifesto postmoderno (fuori tempo massimo) e sbrigata la questione (essendo il libro apparso nel 2000, mi pare ormai lecito affermare che il romanzo ha avuto ben poco effetto sulla scena e sulla produzione degli autori contemporanei, nonostante un buon riscontro di pubblico e critica) possiamo tornare ad affari più seri.

La versione italiana è da tempo introvabile ma ci sono almeno tre modi per consultare l'opera senza danneggiare troppo le vostre tasche.
Il metodo privilegiato, lo sapete, è quello di correre in biblioteca.
Molte biblioteche hanno disponibile questo testo, qui per esempio una ricerca sul sistema bibliotecario di Milano Est.
Il libro è rintracciabile su Amazon, 13 dollari nuovo, 6 dollari usato.
Infine, se volete consultare l'opera prima di comprala, il testo dovrebbe essere facilmente rintracciabile in versione elettronica presso servizi quali Gigapedia.

Collegamenti:

Pagina wikipedia sul romanzo
Altri libri nell'Elenco Recensioni Letteratura

Angolo Relax dopo troppe parole:

Il grandissimo Stan dice la sua sull'avventura Wall of Voodoo, metedrina e manager ladri compresi:

10 commenti:

  1. Non ho idea di che fine abbia fatto la mia copia di House of Leaves, originale trade paperback.
    Forse l'ho venduta.
    O forse no - nel qual caso sono disposto (ammesso che io la trovi) a venderla o ancora meglio a scambiarla con un titolo usato che desti maggiormente il mio interesse.
    Sono pochi i libri che mi hanno deluso di più di quest'affare, e condivido ogni osservazione del padrone di casa.
    La forma domina sul contenuto - e molte delle "trovate" tipografiche di Danielewski si erano già viste nell'infinitamente superiore Dhalgren, di Samuel Delany, venticinque anni prima.

    Pessima esecuzione di un'ottima idea.
    Ma ha i suoi fan, quindi qualcuno presto ci insulterà...

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  2. Ma ha i suoi fan, quindi qualcuno presto ci insulterà...

    No, è che voi non capite ;)

    Hai letto il racconto "Each Thing I Show You Is A Piece Of My Death" finalista allo Shirley Jackson Award?
    Sarei curioso di leggere la tua opinione. Ha un ambizione e una struttura abbastanza simile, ma mi sembra molto più efficace.
    Si può scaricare in pdf da www.clockworkphoenix.com

    E c'è quella frase "Canadian as a beaver made out of maple syrup" che si è inserita nella mia top three di frasi sui canadesi, assieme a

    "The zombies were like Canadians, in that they looked enough like real people at first, to fool you. "

    e "A deputy checked and found the people were not suspicious, but merely Canadian."

    Marco

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  3. Grazie per il link!
    Metto in coda di lettura (maledettamente lunga, ma essendo un racconto potrebbe guadagnare posizioni con facilità)...

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  4. Dhalgren è lì che mi guarda minaccioso da uno scaffale. Un giorno o l'altro lo affronterò...

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  5. Cavoli. Dispiace perché lo spunto era davvero interessante. Sembra quasi ne sia venuto fuori un "librogame" fatto coi piedi.
    Jakken

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  6. @niccolò
    Una di queste notti, Dhalgren striscerà verso il tuo letto e tenterà di farti cose innominabili.
    Con me ci ha provato - ma era un paerback e l'ho respinto usando un attizzatoio...

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  7. A me, però, nonostante tutto lo spunto iniziale intriga parecchio. Penso proprio che prima o poi troverò il coraggio e tenterò la lettura.

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  8. Non conoscevo questo libro, ma credo che esperimenti del genere siano stati fatti ancor prima dei futuristi.

    Per inciso, quelle pagine scansionate sembrano orribili soprattutto dal punto di vista tipografico.
    Sarà perché in questo periodo sto facendo indigestione di grafica svizzera, (http://www.aisleone.net/categories/international-typographic-style/) ma vedere una simile violenza alle gabbie di impaginazione mi fa venir voglia di stringere il cilicio di un paio di buchi.
    Enea

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  9. Con 'sta recensione m'hai tolto un peso.

    Parecchi anni fa un caro amico aveva accennato a House of Leaves con toni parecchio entusiasti tanto alte erano le sue aspettative dopo averne sentito parlare in rete.
    Non so se poi lui l'ha letto, che nel frattempo è partito per il sud-est asiatico, però nel frattempo il tarlo non mi ha abbandonato.
    Quando poi ho scoperto che era uscito in italiano son stato lì lì per prenderlo, ma un po' le dimensioni, un po' il costo, ho lasciato perdere. Anche perché il dubbio di trovarsi di fronte a un prodotto simil-Pynchonesco-Wallaciano, ma senza lo stesso talento, m'era venuto.

    (Io ho venduto la mia copia di Dhalgren qualche anno fa: dato che non si decideva a chiamarmi ho preferito cederla a chi ne aveva stringente necessità. Oltretutto. appostata lì sullo scaffale dei libri in attesa di lettura, mi incuteva un certo timore.)

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  10. Confermo la presenza sul mio scaffale di una copia indesiderata di "House of Leaves", prima edizione paperback della Doubleday, 2001.
    La cedo volentieri - chi fosse interessato mi contatti (sapete dove, sapete come) e ci accordiamo.
    Sarebbe divertente scambiarla con qualcosa di più vicino ai miei gusti.
    Tutto qui.
    Fine pausa pubblicitaria.

    Aspetterò 10 giorni, poi la butterò su eBay...

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