Leggete l'introduzione allo Speciale Red Riding prima di decidere se continuare o meno con la lettura, grazie.
RED RIDINGIN THE YEAR OF OUR LORD 1983
2009, UK, colore, 103 minuti
Regia: Anand Tucker
Soggetto/Sceneggiatura: Tony Grisoni da una serie di romanzi di David Peace
Produzione: Channel Four e varie
Siamo nel 1983 e il West Yorkshire è nuovamente angosciato dalla scomparsa di una bambina, Hazel Atkins, che frequentava la stessa scuola di quella precedentemente scomparsa nel 1974.
La sparizione, seguita da media e cittadinanza, provoca ulteriori rimorsi alla coscienza già ampiamente torturata di Maurice Jobson, Il Gufo, un agente importante all'interno della polizia dello Yorkshire, che abbiamo visto comparire in precedenza negli altri due episodi, sebbene sempre in secondo piano.
La scomparsa di Hazel innesta una serie di ricordi in Jobson: era presente nel 1974 e rammenta molto bene come già allora fosse attiva una potente cellula interna alle forze dell'ordine in grado di accumulare soldi attraverso corruzione, scambi di favore con politici e uomini d'affari, gestione della prostituzione e molto altro ancora.
Questi uomini, fra cui lui stesso, Bill Molloy, Harold Angus e alcuni altri avevano potere di vita e di morte e controllavano l'intera zona, stringendo quindi un patto d'acciaio con John Dawson, il potentissimo uomo d'affari che abbiamo visto morire nel primo capitolo per mano di Eddie Dunford.
Questa nuova scomparsa, oltre ad aprire la diga dei ricordi per Jobson, socchiude anche la porta della speranza per la vedova Myshkin, la madre di Michael, il giovane ritardato polacco accusato sbrigativamente, sempre nel primo episodio ovvero nel lontano 1974, di aver rapito e ucciso le bambine scomparse all'epoca e negli anni precedenti.
Mrs Myshkin è ora ancor più convinta che suo figlio sia innocente ma non sa come fare, visto che l'avvocato dell'epoca, in combutta con la polizia, aveva convinto il ragazzo a firmare un'ammissione di colpevolezza.

Entrano nel quadro anche gli altri due personaggi principali di questo finale: da un lato BJ, il giovane prostituto che nel 1974 avevamo visto fare il cameriere al Karachi Club e nel 1980 confidare a Hunter tutta la verità circa la morte della Strachan.
Lo vediamo uscire dal carcere, deciso a ritornare in città per saldare i conti con il passato.
Dall'altro lato entra in scena per la prima volta John Piggot, ripreso mentre torna a casa con le ceneri della madre. Apprendiamo che il padre di John, soprannominato il Maiale, faceva parte del circolo di poliziotti e potenti corrotti: fino a quali sinistri abissi lo capiremo a fine film.
John è diventato un avvocato da piccole cause, si tratta male, casa sua è zozza e in disordine come il suo trascurato corpo, ha una smodata passione per il soul e poco altro.
La vedova Myshkin sceglie proprio Piggot, che conosce fin da bambino, per preparare il ricorso in appello e Piggot entra nella clinica psichiatrica di massima sicurezza che ospita da molti anni il povero ragazzo.
Michael Myshkin, molto agitato, dopo qualche incertezza rivela di aver confessato il tutto spinto dalla polizia che lo aveva impaurito: quando gli viene richiesto chi sia il vero assassino, risponde che si tratta del Lupo.
Intanto Jobson, insieme a uno degli sgherri violenti della cricca dei poliziotti, si reca a parlare con una medium che rivela che ad Hazel è stato riservato lo stesso fato delle altre bambine: si trova sottoterra, sotto "quei magnifici tappeti", potrebbe essere ancora viva.
La donna vede il topo e il lupo, il maiale e il cigno, ma il cigno è morto.
Colpito dalla séance, Jobson se ne torna a casa (è stato lasciato dalla moglie, che si è portata via i figli) e pensa nuovamente al passato.
Nel 1974, insieme a Bill Molloy, avevano raccolto prove schiaccianti che indicavano il Reverendo Martin Laws come il rapitore della bambina ma a difendere Laws era subito intervenuto Dawson e i due erano stati costretti a ripiegare su Myshkin.
In più, già riluttante all'epoca, Jobson aveva dovuto aiutare gli altri poliziotti corrotti a incendiare il campo nomadi che rallentava i lavori di costruzione del centro commerciale di Dawson.
Si torna al 1983 e mentre Piggot cerca di rifiutare l'incarico dell'appello non sentendosi in grado, la polizia arresta Leonard Cole per la sparizione di Hazel. Non ci sono prove ma qualche seduta nella stanza degli interrogatori potrebbe fare il miracolo. In più Cole era il ragazzo che aveva ritrovato il cadavere della bambina nel 1974, per gli "inquirenti" tanto basta.
La madre di Cole corre da Piggot per chiedergli di difendere anche suo figlio e il riluttante, pacioso avvocato si ritrova con due clienti imprevisti.
Che ben presto tornano a essere solo uno in quanto Leonard si "suicida" in cella prima di parlare anche solo per la prima volta con il suo avvocato.
Jobson ha una incerta storia d'amore con la medium e, sempre più torturato dai sensi di colpa e mosso dall'esigenza di rimettere in pari qualche bilancia, indaga sulla sparizione di Hazel rifiutandosi di credere all'ipotesi Cole, anche perché ha visto in azione i poliziotti mentre torturavano il ragazzo, che pareva non sapere assolutamente nulla.
BJ è ormai arrivato in città, è armato con un fucile e intenzionato a saldare i conti con Martin Laws; Piggot parla ancora una volta con Michael Myshkin che, in seguito a una visita della polizia in manicomio(sempre Jobson e lo sgherro, che lo segue in quanto le alte sfere sono preoccupate di un eventuale crollo del Gufo), è ora talmente terrorizzato da rifiutare il cibo e versare in pessime condizioni psicofisiche, il ragazzo comunque ricorda a Piggot che anche suo padre era uno dei "cattivi" e che il responsabile era un amico del padre; Jobson molla il lavoro dietro pressione di Angus e alla fine si reca anche lui a parlare con Michael, abbracciandolo, confessando le sue colpe e rassicurandolo che andrà tutto bene.

Tre uomini, Jobson, BJ e Piggot, tutti indirizzati verso un unico obbiettivo: Laws il Lupo, che rapiva ragazzini per un circolo di pedofili ricchi e potenti, che organizzavano terribili festini con questi bambini.
BJ è stato il primo in assoluto a incappare nelle attenzioni di queste bestie e pensa ora che uccidendo Laws possa liberarsi di parte del peso, delle ferite, di tutto lo schifo accumulato durante gli anni.
Piggot entra nella piccionaia di Laws ma viene stordito e chiuso dentro una prigione sotterranea.
BJ entra nella casa e tiene Laws sotto tiro, ma il Reverendo sa bene che il ragazzo non è il tipo dell'assassino, si fa consegnare il fucile e sta per uccidere BJ con un trapano, quando entra Jobson e lo uccide con tre colpi.
Piggot emerge dalla botola con Hazel, spaventata e sofferente ma ancora viva.
BJ fugge via per sempre dallo Yorkshire.
Fine.
Fine?
Davvero?
Ne parleremo fra qualche pagina.
Per ora bisogna dire che a chiudere la trilogia arrivano Anand Tucker e il suo sontuosissimo digitale fatto di movimenti lenti, sinuosi, avvolgenti e un gran lavoro generale di raccordo e chiusura con quanto narrato fino a questo punto.
Innumerevoli le immagini e i concetti che tornano in questo terzo episodio, l'unico che permette qualche tipo di speranza nello spettatore più ottimista.
Speranza causata dalla disperata ricerca di redenzione, riscatto e volendo anche vendetta da parte dei tre protagonisti "positivi", anche se il tutto appare al sottoscritto davvero "too little, too late" per aver di che sorridere a fine vicenda.
Parlavamo delle cose che tornano, che sono davvero tante, dalle mani ben distese sul tavolo a un certo furgoncino bianco, dalla moltitudine di animali, ai bellissimi tappeti che nascondo accadimenti atroci.
E su tutto quel terribile brindisi al Nord, a inizio film, in una sala scura, che sancisce una volta per sempre i principali temi della storia.
Storia che nemmeno questa volta ci offre eroi con i quali ci si possa identificare più di tanto.
BJ (forse l'unica incertezza di casting, con un Robert Sheehan che pare più giovane di undici anni prima) è poco più che una macchina (ma nemmeno più desiderante) che pensa che due colpi di fucile possano risarcire, sanificare, livellare una trentina d'anni di sofferenze, traumi, lavori di bocca nei cessi delle stazioni e lettere d'amore marchiate sulla carne.
Monodiretto dalla scena primaria dello stupro collettivo subito dal circolo dei pedofili (magnificamente reso con una prospettiva penautsiana, con gli adulti inquadrati solo parzialmente o fuori campo), personaggio privo di sfaccettature e di scarso interesse, sarà a fine corsa il figlio dello Yokshire who survived to tell the tale, the one who made it, il che è davvero tutto dire.

Né va meglio con Piggot, che offre in due o tre occasioni alleggerimenti semicomici ma in sostanza rimane intrappolato nella suina ombra del padre, ha scosse d'orgoglio e di ricerca di giustizia, ma non sarà certo l'uscir fuori dalla tana del lupo con una pecorella ancora scossa ma sana e salva che rimetterà in pari una vita che pare deficitaria in troppi, troppi campi.
Né, infine, è facile simpatizzare con Jobson, che incarna un tipo di ruolo che ho sempre compreso pochissimo e al quale preferisco comunque il criminale tout court.
Dopo una carriera all'insegna della corruzione, dell'imprigionamento, tortura e uccisione di innocenti, di incapacità di ribellarsi e comodità nell'incamerare le occasionali mazzette, Jobson dice basta come dicono basta tutti i personaggi di questo tipo, a random, perché "la misura è colma", perché "ne hanno fatte troppe e non sopportano più di andare avanti così", perché sì, insomma.
Come se ci fosse un misurino con le tacche e la, boh, quarantesima volta che acconsenti a torturare e imprigionare un innocente scatti un allarme che ti dica che è ora di redimerti e che questa redenzione si risolva nello sparare a un pedofilo e poco più.
Con "eroi" di siffatta statura diventa più che comprensibile che l'occhio vaghi e cerchi altre valvole di sfogo e letture e grazie al lavoro combinato di tutti i professionisti il film abbonda di tali piani e livelli.
E allora mettete tutti le vostre mani sul tavolo, per subire la combo devastante che la polizia del West Yorkshire riserva a buoni e cattivi, indifferentemente: prima ve le romperanno con pugni di ferro e dopo le useranno per spegnerci le sigarette.
Ma la prima delle quattro volte che, nel corso di questi cento minuti, sentiremo la richiesta di mettere le mani ben distese sul tavolo non saremo in qualche scantinato o nella sala interrogatori, bensì nella casa di una medium, che da questo circolo di mani riceve parecchie visioni disturbanti e indecifrabili: bambine nascoste sotto bellissimi tappeti, il topo e il lupo, il maiale e il cigno.
Ma il cigno è morto.
E sono parecchie, di rimando in rimando, di corrispondenza in corrispondenza, le cose sepolte sottoterra, dalla bambina prigioniera nei cunicoli della piccionaia fino al fucile tenuto nella botola, fucile che BJ vorrà ma non potrà usare nel momento decisivo, a rammentare che prima dovrebbe arrivare il potere e quindi il volere.
Mani appoggiate sul tavolo, per la seconda volta. E il tavolo è quello della clinica psichiatrica, con il riflesso pavloviano (e anche a ben guardare, un filino irridente) del povero Michael, che non appena rivede lo sgherro di Jobson scatta a eseguire l'ordine ricevuto tanti, tanti anni prima.
Se la felicità è una pistola calda, il terrore può essere anche solo il gesto di accendersi una sigaretta.
Non ne abbiamo ancora visto l'uso, lo vedremo solo al terzo "mani sulla tavola", ma già i piani e i movimenti della Red One di Tucker suggeriscono le terribili, pinochetiane implicazioni di quella sigaretta.

Sigaretta accesa dallo stesso sgherro e spenta su una mano già massacrata due volte al terzo "mani ben distese sul tavolo", comandato a uno spaventatissimo Leonard Cole, che non può far altro che piangere e non capire.
Capisce invece tutto benissimo il Reverendo Martin Laws nel flashback quando, indagato per la sparizione dl 1974, viene portato anche lui nello scantinato.
Ma Laws (un Peter Mullan a livelli stratosferici, che recita con gli occhi e alcuni muscoli della mascella, già visto, se ben ricordate, in Session 9) è fatto di ben altra pasta: non grida quando la mano gli viene rotta, non urla quando i testicoli gli vengono calciati, sembra cedere di fronte al topo che dovrebbe divorargli la faccia, ma è solo per ricordare agli inquirenti il nome del potente e intoccabile Dawson.
Ed ecco svelato comunque il "no love lost" di Laws nei confronti della polizia.
Siamo all'inferno.
Questo posto è quanto di peggio ci sia.
Non smette mai, non qui.
Non sono considerazioni mie, sono frasi dette dai personaggi nei confronti del posto dove abitano, lo Yorkshire.
E in effetti paesaggi e colori manipolati sono proprio da inferno, come da inferno sono le figure bestiali del circolo dei pedofili, demoni minori intenti a sacrificare giovani vite: all good children go to heaven, no?
E se non altro in questa Giudecca migliorano sensibilmente le architetture proposte al viandante, dalla clinica che ospita Michael al penitenziario dal quale esce BJ, passando per la casa della medium che pare davvero l'unico, isolatissimo angolo di relativa pace in tutto l'ideale nono cerchio grisoniano.
Migliora anche (gusti personali, ovviamente) la colonna sonora rispetto al precedente episodio, con Barrington Phelong che sostanzialmente si ritira per far posto alle varie canzoni soul e fornisce un tappeto sonoro classico e anonimo nel quale, appunto, brillano gli inserti di altri autori.
E che autori: Just because your love is gone di Darryl Banks, Help me make it through the night di Gladys Knight e You're gonna miss me di Reuben Bell sono alcuni esempi, ritengo che già i titoli possano farvi comprendere il mood e le occasioni nelle quali i pezzi vengono inseriti.

Siamo all'inferno.
Questo posto è quanto di peggio ci sia.
Non smette mai, non qui.
Ve le ripeto perché di fronte a tutto ciò l'unico modo per uscirne vittoriosi, pardon, non totalmente sconfitti, è la fuga.
Gli atti di Piggot o Jobson, per quanto comprensibili e condivisibili, non risolvono nulla.
La fuga è quella finale di BJ che, con mille cicatrici mentali e fisiche, prende l'autobus e lascia per sempre lo Yorkshire nel quale è lecito supporre che i potenti continueranno a fare what they bloody want.
La fuga è quella proposta anche in altre inquadrature di questo ultimo episodio, nel quale per almeno due volte vediamo una automobile in allontanamento dai temuti coni della centrale energetica.
La fuga è quella che compiremo domani, quando risaliremo tutti quanti sul Malperautobus e vi offrirò un ritorno a casa, dove altre persone fanno, a quanto sembra, quel che vogliono...
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Elvezio, ti segnalo che i video dei tre articoli sono stati rimossi da youtube.
RispondiEliminaPer il resto, non ho letto attentamente le tue recensioni per evitare gli spoiler, ma in ogni caso questa trilogia mi intriga, così come l'autore David Peace. Come ti ho detto sia lo scrittore che i film mi erano sconosciuti.
A questo punto DEVO procurarmeli.
Ciao! ;)
Visto ora, non so nemmeno se avrò voglia di rimediare.
RispondiEliminaNon che sia colpa di qualcuno, ma youtube crea sempre problemi di questo tipo e sto seriamente riflettendo se non sia meglio, d'ora in poi, proporre le recensioni senza filmati.
di solito mi limito a leggere, ma in questo caso mi sento in dovere di ringraziarti: in primis per avermi fatto scoprire questa trilogia e poi per questa guida davvero ispirata che ha notevolmente impreziosito la visione di queste tre perle..kudos to you Elvetio!
RispondiEliminaSono io a dover ringraziare chi "spende" del suo tempo a leggere mie cose (e in questo caso, vista la lunghezza dello speciale, non è nemmeno stata una spesa piccola eh)...
RispondiEliminaLa prossima volta inventati un nome qualsiasi, almeno posso riconoscerti dagli altri anonimi di commento in commento!
Esimio Elvezio, solo una parola, grazie!
RispondiEliminagrazie per l'analisi attenta, appassionata e piena di acume. grazie per aver 'considerato' questo capolavoro della cattiveria, della forza bruta.
Ho amato alla follia ogni scelta fatta, dai colori alla fotografia, dalla colonna sonora meravigliosa (sia benedetto Darrel Banks!) a quelle facce così perfette.
Ed è oggi un piacere leggere per la prima volta le impressioni di chi ha apprezzato questa fetta di profondo Yorkshire..ancora grazie!
Ossequi.
Bì
Ecco, "esimio" mi mancava... :)
RispondiEliminaA me basta e avanza un ringraziamento così per spingermi a scrivere altri articoli simili, è una bella sensazione.
Sto facendo passare apposta ancora qualche tempo prima di rivedermi tutto Red Riding, secondo me è una trilogia che si gusta meglio durante brutte giornate di fine autunno...
Assolutamente concorde con il suo pensiero. Quell'aria pesante che si respira dentro e fuori i locali ingialliti richiede un certo panorama, magari secco, freddino e colmo d'umidità. è ancora presto per una nuova visione, ci aggiorneremo a tempo debito 'esimio'!
RispondiEliminaBuon lavoro, :)
Bì
Sono un po' stupida, ma non ho capito una cosa... alla fine di 1983 Jobson interroga Dawson sul reverendo. A me non è sembrato un flash back, ma evidentemente lo era visto che dawson è stato ucciso da Eddie in 1974... o no?
RispondiElimina