LINKEROEVER(LEFT BANK)
2008, Belgio, colore, 102 minuti
Regia: Pieter Van Hees
Soggetto/Sceneggiatura: Christophe Dirickx, Dimitri Karakatsanis e Pieter Van Hees
Produzione: Caviar Films, Vlaams Audioviseel Funds
Marie è una atleta di alto livello, che potrebbe rappresentare il Belgio in ogni tipo di gara internazionale ma appare costantemente insoddisfatta dei suoi risultati, sebbene a soli 22 anni abbia già accumulato una serie di trofei mondiali.
Pretende sempre di più da se stessa e si isola sempre di più sulla pista e fuori. Quando, in seguito a dei controlli medici, scoprirà di non poter gareggiare per un po', lo stop giungerà come utile occasione per riflettere sulla sua condizione e tentare di uscire dall'isolamento.
L'occasione giusta si presenta con Bob, un ragazzo sicuro di sé, venditore d'auto e arciere di buon livello. Marie accetta di uscire con lui e poco dopo, anche grazie al periodo di inattività, si trasferisce nel suo appartamento al Linkeroever, un quartiere di Anversa sulla sponda sinistra del fiume della città, in un palazzo prestigioso in mezzo al verde.
Purtroppo il periodo fatato dura poco: Marie scopre che la precedente inquilina dell'appartamento è scomparsa misteriosamente proprio mentre stava studiando antichi documenti che paiono comprovare come il palazzo sia stato costruito sopra un antico luogo di potere, il Cunnus Diaboli.
Marie scopre, con l'aiuto del fidanzato della ragazza scomparsa, l'esistenza di una antica gilda che ogni sette anni era solita sacrificare una giovane donna a questo pozzo di tenebra e, quando amici e parenti cominceranno a morire attorno a lei, scoprirà forse troppo tardi che la gilda potrebbe essere ancora attiva e molto potente.
Non serviva certo questo Linkeroever ad aggiungere il Belgio alla Fortezza Horror Europa, ci avevano già pensato a suo tempo opere importantissime come Il cameraman e l'assassino o Calvaire, ma il ruolo dell'ultimo film di Pieter Van Hees è in un certo senso ancora più importante dei titoli citati, in quanto conferma che no, non si è trattato di casi sporadici e anche in questo piccolo Paese è presente una continua, validissima riflessione sul non genere preferito nel Malperquartiere.
Riflessione che produce inevitabilmente una serie di pellicole le quali paiono giocare di sponda più con certo versante nordico che con la Francia, sia per quanto riguarda le atmosfere che per quel che concerne temi e contenuti.
E infatti pare di stare in un indifferenziato Grande Nord a guardare questo Left Bank che riesce a metter mano a temi pericolosamente borderline con il pacchiano (antichi riti pagani di misteriose Gilde, draghi nascosti sottoterra che pretendono sacrifici di donne, le Ley Lines...) senza mai vacillare e anzi attualizzando il tutto in modo esemplare e riuscendo, durante il processo, a infilarci anche qualche gradito sottotesto.
Gli ovvi punti di riferimento cinematografici per un film di questo tipo sono, scontatamente, da un lato Rosemary’s Baby e dall’altro The Wicker Man e se gli edifici modernamente brutti di Linkeroever non possono certo rivaleggiare con il Dakota Building è pur vero che il pozzo di catrame del Cunnus Diaboli esercita un fascino morboso, pari alla progressiva, inquietante metamorfosi del ginocchio di Marie, ferito in occasione di una caduta, o alle stranissime secrezioni vaginali di cui soffre la ragazza per buona parte del film.
Ed è su questi sottili, laconici e infrequenti sguardi nell’abisso, su queste sbiadite e imprecise ombre agli estremi del campo visivo che si gioca parte della riuscita di un film che il fan abituato alle sceneggiature hollywoodiane da laboratorio di scrittura farà presto a liquidare con un “non succede mai nulla”.
Sappiate che questo nulla è fatto di elementi importantissimi per la riuscita di un qualsiasi tipo di storia.
Quando un regista e degli sceneggiatori si prendono tutto il tempo necessario per farci interessare a un protagonista e ai vari personaggi di contorno invece di uccidere qualcuno ogni dieci minuti e far comparire un mostro in cgi ogni quarto d’ora, potete poi scommettere sul fatto che vi preoccuperete molto di più per le sorti di qualsiasi elemento disposto sulla scacchiera.
Elementi che non sono mai semplici pedoni di cartone: Marie è uno dei personaggi femminili migliori visti negli ultimi mesi e riesce a lavorare su una iniziale freddezza/introversione che genera un certo distacco nello spettatore fino ad attraversare ogni spettro espressivo e finendo con il convogliare attenzione e partecipazione totali, che porteranno inevitabilmente a temere per la sua sorte e a schierarsi, meccanismo preziosissimo nell’economia di molte narrazioni.
Questo grazie a uno script molto attento ai dialoghi e alle situazioni e a una attrice che offre con coraggio raro volto e corpo, entrambi anni luce distanti dagli standard silicon-losangeleni che abbiamo ormai scambiato per ideale di bellezza.
La Marie di Eline Kuppens (segniamoci questo nome, la ragazza ha stoffa da vendere) è una ragazza normalissima, dal viso che si può incontrare mille volte per strada e da un corpo che non pare, finalmente, disegnato da qualche emulo di Adam Hughes.
Corpo messo in gioco mille volte, centralissimo al discorso sulla sessualità che affiora nel film, corpo che quando ci viene mostrato nudo sotto la doccia non appare in posa da coniglietta di Playboy, corpo che dopo essersi mostrato in amplessi trascinanti non trova poi, la mattina dopo o in altre occasioni, l’obbligo di coprirsi sotto coperte e vestiti, corpo che proprio a causa delle sue supposte imperfezioni appare mille volte più desiderabile delle sue controparti d’Oltreoceano.
Corpo che, infine, cosparso di qualche unguento, non riuscirete a dimenticare facilmente durante i minuti finali.
E così come Marie è una ragazza “normale”, sono felicemente normali le molte scene di vita quotidiana, scene impensabili nell’Italia made in Moccia o negli USA dove qualsiasi spinello o scopata devono essere urlati e/o drammatizzati.
Le bevute e la droga vengono vissute in maniera ordinaria, verrebbe da dire “sana”, sia da chi le pratica che dai personaggi di contorno mentre gli atti sessuali, perso lo sguardo pornografico (quindi esclusivamente consumistico) di tanto teen slasher, diventano insieme scene erotiche e quotidiane di grande interesse.
Non che Left Bank sia privo di difetti, beninteso.
Lo sviluppo dell’indagine di Marie è molto deus ex machina, così come macchinoso e sovrascritto pare l’inserimento del fidanzato della ragazza scomparsa, sebbene in seguito il tutto si incastri e diventi funzionale alla storia.
E quando si piazzano arcieri e gente in tunica che pratica riti demoniaci nel nuovo millennio il rischio dello scivolone comico, per fortuna molto contenuto vista la scarsità di queste scene.
Gran gestione dell’accumulo di tensione e indizi, con i particolari morbosi e i piccoli fatti inquietanti che si addensano man mano che aumenta il minutaggio, dai filmati d’epoca ai medaglioni Ouroboros, dai ritagli di giornale alle inquadrature di buchi e tane fino all’inevitabile climax al cospetto del Cunnus Diaboli e dei suoi adepti passando per alcuni momenti onirici che inquietano il giusto.
Sottotesti, simboli e metafore sono tenuti sotto il livello di guardia e mai urlati, a partire dall’apprezzabile dualismo atletico fra Marie che corre, run rabbit run, preda che tenta di sfuggire e Bob cacciatore armato di arco.
Il finale, coerente a certi segni e simboli sparsi lungo la pellicola, lascerà l’amaro in bocca a tutti gli amanti dei rendiconti bancari con tanto di giustificazione per ogni nota spese, mentre piacerà molto a chi, come me, è sempre alla ricerca di quell’attimo sospeso, di quella interzona vuota e terrificante dove ogni elemento è ricco di potenzialità e dove queste potenzialità sono, ahimè, spesso negative.
Gli ottimi movimenti di camera, alle volte così lenti da far sembrare fisse inquadrature che non lo sono; la colonna sonora ricca di momenti di diverso spessore e tipologia, con una certa preponderante techno e un ormai classico processo di manipolazione dei colori da parte di Nicolas Karakatsanis, forse fin troppo manipolatore e aggressivo in certi momenti, completano il quadro di una delle più interessanti pellicole visionate in questi primi mesi del 2010.
Consigliato.
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Filmato:




















già dal trailer sembra decisamente inquietante
RispondiEliminacercherò di procurarmelo!
Interessante,molto interessante un film horror che sembra finalmente un vero horror!
RispondiEliminaIl film è reperibile solo in streaming?
Il vampirologo che ride
sì, sembra proprio un bel film. ma... cunnus diaboli? la figa del diavolo? hmmm...
RispondiEliminaBenissimo, il genere di film che vado cercando in questo periodo! Grazie come sempre per la segnalazione...
RispondiEliminaPS: ma che tag è "La vagina del diavolo"???
Bella recesione.
RispondiEliminaTrovo però inutili, e alla lunga stucchevoli, i soliti ovvi riferimenti alle ipocrisie italiche e nordamericane.
In fondo dovresti conoscere abbastanza i tuoi lettori da non dovere ogni volta mettere in chiaro certi concetti.
E che la nuova frontiera dell'horror cinematografico sia indubbiamente europea penso sia cosa nota a tutti.
Secondo me son cose non solo da ribadire, ma anche da incidere sulla pietra.
RispondiEliminaComplimenti ottima segnalazione.Sai per caso se è prevista un'edizione Italiana in Dvd?A proposito complimenti anche per la faccenda di Orvieto.Non solo a te ma anche a tutti i siti che se ne sono occupati.
RispondiEliminaNick
Grazie a tutti!
RispondiElimina@ Alex, il tag deriva dal cunnus diaboli eh...
@ Martin: (grazie, i tuoi commenti sono fra quelli che leggo con maggiore attenzione) eh, magari fosse come dici te, sarei molto contento e sì, probabilmente certe cose comincerei a darle per scontate.
Purtroppo i dati dei programmi di analisi mi parlano di uno zoccolo duro e molti lettori fluttuanti, chi va e chi viene, quindi considero (spesso, non sempre) le recensioni come a se stanti e inserisco idee e sensazioni già trattate che però potrebbero non essere tali per i nuovi arrivati.
Confido che appunto i lettori fedeli sappiano far filtro.
Immagino però che non tutti ci riescano e che quindi per alcuni la lettura possa risultare viziata da tali ripetizioni, me ne dispiace, per ora non ho soluzioni ma fai bene a sottolineare...
ottimo film, no doubt, soprattutto se si tiene in considerazione che difficilmente si riesce ad uscire dalle coordinate classiche del "setta movie"..Linkeroever non esce troppo dal perimetro, ma la rilettura è notevole perché, proprio come sostiene Elvezio, al centro del robusto costrutto narrativo (ad avercene..) c'è proprio il personaggio di Marie, che col suo corpo e tutta una simbolica del vulnus, attrae la diegesi (e - dunque - l'attenzione) come una forza centripeta. Poi questo mood nordico, questo algore nel condurre le dinamiche, gli intrecci, l'interazione tra personaggi, questa inesplicitezza disegnata sopra uno sfondo urbano che già architettonicamente inscrive una drammaticità estetica all'interno di un mistero tragico (un po' come lo squallore dei quartieri periferici di "Il cameraman e l'assassino" anticipava il miasma mortifero dell'omicida seriale, una morte estetica prima di tutto), fanno il resto.
RispondiElimina!
RispondiEliminaPrimi mesi dell'anno ottimi per Malpertuis, ho acquistato una serie di commentatori molto in gamba, da Hanuman ad Agony Aunt fino al qui presente Mauro (non si sentano da meno quelli non citati): sono molto contento. Grazie per il commento.
innanzitutto grazie per la stima, Elvezio. Passo qui nel malpertugio con immenso piacere, ora che l'ho scoperto..e ritrovare amici lettori come Zia Agonia e tanti altri eleva a potenza la mia felicità.
RispondiElimina"Linkeroever" è davvero un'ottima segnalazione, proprio perché è una di quelle pellicole che non esaurisce il suo senso nel tempo della visione ma presenta delle stratificazioni che si concedono a riflessioni ulteriori. Questo imprecisato nord ad esempio a me ha fatto pensare molto a quei Paesi dei quali non si sa mai granché, e in questo senso il Belgio mi appare un po' come l'Austria infelix della Jelinek o del primo Haneke, quelle geografie in cui l'orrore è tutto inscritto nella quotidianità, nella indefinita e indefinibile "normalità".
Inoltre sto ripensando a tutto un tracciato di rapporti tra ruralità pagana e paganesimo urbanistico di ritorno, nelle civiltà industriali con sempre più aggregazioni urbane che sorgono ai nuovi grandi templi del postmoderno, ovvero i grandi centri commerciali con gli outlet, i multiplex, i megastore etc., luoghi di culto in cui celebrare liturgicamente e orgiasticamente (il senso è quello di un atto collettivo in sostanza) il proprio credo consumistico al di fuori delle mura domestiche ma pur sempre internati dentro altre architetture. In questi termini parlo di nuovo paganesimo, tornando alle riflessioni su "Linkeroever" impreziosite dal tuo intervento critico.
Grazie per l'attenzione.
Ottima recenzione. Visto l'anno scorso me lo sono procurato in dvd (lingua originale sottotitolato).
RispondiEliminaE come dici giustamente tu, una piccola perla nelle sabbie mobili hollywoodiane.
Elvo, sono un pò sul disperato ultimamente: non trovo piu' nulla che mi piaccia, che mi dica qualcosa, nel mio genere prediletto.
RispondiEliminaCurioso come sempre, ho visto Left Bank.
Per carità, anni luce avanti a qualsiasi boiata transoceanica degli ultimi anni, ma.... boh?
L'unica cosa che trovo inquietante di questo film è la dabbenaggine e l'intrinseca stupidità di Marie.
Il suo ignorare (come un personaggio scriptato di un videogame, o come il personaggio di un filmino di genere made in USA) i mille segni su ciò che sta accadendo (caspita: si mette a indagare sul tutto, gilda inclusa, e poi manda affanculo la madre) per poi ignorarli bellamente, catalogandoli come folklore. Funzionale allo script ma non al personaggio cinematografico che agisce in maniera 'sensata' che vorrei vedere in un film de paura.
Però magari sono io: non mi sono piaciuti ne Martyrs ne Devil's House, quindi, magari, non colgo appieno. Boh.
Figurati, dhs, capisco benissimo.
RispondiEliminaA me una cosa del genere era capitata lungo buona parte degli anni Novanta...
Come fare?
Mah, prova a elencare qualche titolo più o meno recente che ti è piaciuto molto e, a prescindere dai gusti personali, magari riusciamo tutti insieme a identificare titoli simili che possono interessarti sulla base appunto della somiglianza.
Forzoso, lo so, ma potrebbe valerne la pena...
E' una cosa un pò complicata e ultimamente la memoria non mi aiuta molto; quel che è 'peggio' è che ultimamente gli unici film che mi siano piaciuti con l'horror centrano nulla e zero.
RispondiEliminaAlla fin fine tutti i terror mi lasciano con un senso di incompiuto, di 'mbeh?'.
Martyrs, si, ok, bella partenza, poi tutto il panegirico del supplizio, della setta. L'orrore derivante dall'umana follia, specie se organizzata. mbeh?
Devil's House, the very same.
Left Bank, grosso modo, stessa storia, con un pizzico di soprannaturale. mbeh?
alla fin fine, in quest'ultimo, oltre a ciò che ho già scritto, l'unica inquietudine che, secondo me sortisce, è la strana mutazione al ginocchio. Ma, anche qui, nessuna novità, semplice rimando alla mutazione della carne, già esaminata, vista e stravista da Cronenberg in tanti film.
Insomma, senso di insoddisfazione latente e permanente.
Come se, in ogni pellicola, mancasse quel qualcosa in più, quel guizzo che rende una pellicola qualcosa di così speciale, che ti segna o che, per lo meno, ti fà riflettere.
Dovresti provare con The Horror of Lake Mbeh-Mbeh, mi pare del 2008 o 2009, roba di creature in un lago africano, un mockumentary, ben girato, vedrai...
RispondiEliminami attrezzo :)
RispondiEliminaSembra che la casa di produzione lo abbia ritirato dal mercato a causa delle proteste nelle sale (sembra fosse troppo crudo).
RispondiEliminaLa buona notizia è ne ha fatto un remake, più blando, ambientato questa volta in australia, e l'ha intitolato Creeping Thing of the Mah-Mah. Ti saprò dire... :)
Nel 2009, dal Belgio, ho potuto godere di Calvaire, Ex Drummer e questo Linkeroever.
RispondiEliminaFilm distanti tra loro ma potenzialmente capaci di farci stare lontani da quelle terre come si rappresentasse un luogo dei più inospitali, aridi e a volte, brutalmente ignoranti.
Continuamente bagnati e circondati dalle più lugubri e umide atmosfere...
Linkeroever sembra veramente la linea di confine fra il terreno, il mortale ed un mondo fatto di magia nera e riti esoterici, dai quali nella realtà, nella normalità, le persone si guardano bene dall'avvicinarsi.
E così alcune scene rimarcano come il mondo moderno, uniformato e urbano abbia cercato di sotterrare la superstizione; costruendo orrende palazzine in mezzo alla campagna... Con una prepotente paura di vedere o ricordare.
E così vengono mostrati stupendi inserti di repertorio, che spezzano creativamente l'atmosfera ma tengono benissimo il ritmo, anzi, rendono ancora più misterioso e inquietante l'idea di ciò che sta per succedere.
E qui, come spesso NON accade, il film gioca con il tempo, con l'attesa, con la fantasia dello spettatore, finalmente; questa è la vera sorpresa di questa pellicola.
Nel finale non si è più sicuri che tutta questa inquietudine che porta all'inevitabile finale, abbia portato "al male", anzi.
Consiglio di guardarlo subito prima, o subito dopo
"The House of the Devil" di Ti West. Un altro lentissimo giro di compasso con al centro la stregoneria, ma fatto altrettanto bene.
Michele - tarta11@yahoo.it
Ecco, ci siamo. Direi che ne sono uscito male ma poi dopo qualche "revisione" mi sono accorto della speciale sensazione di nulla che si respira fin dall'inizio.
RispondiEliminaLento, lento. Paura, paura.
Il senso di sporcizia che esprime Marie con le continue docce e il nero che le esce dalla vagina come se qualcuno stesse cercando di imputridire il più possibile la sua vita, mi fa veramente rabbrividire.
Lei che cerca il senso di qualcosa ma senza nessun orgoglio o "americanismo" e finisce per sprofondare nel nulla... senza senso, mi da angoscia.
E' davvero molto Rosemary's baby ma più lercio.
Unico difettino: l'insensata presenza della vicina... poco congeniale e l'attrice l'avrei buttata nel pozzo. Di mia nonna però... ;-)
Eddy
Grazie Eddy... In effetti la tipa non ha convinto molto nemmeno me...
RispondiEliminaBella recensione, la condivido.
RispondiEliminaMarie mi è sembrata una ragazza vera, normale, ben tratteggiata, come la protagonista di House of the Devil. Grandissima atmosfera, pochissima azione. Lo rivedrò per capire se c'è qualche significato che mi è sfuggito.