IL SEGRETO DI DAVID (THE STEPFATHER)
2009, USA, colore, 101 minuti
Regia: Nelson McCormick
Soggetto/Sceneggiatura: J.S. Cardone su precedente sceneggiatura di Donald Westlake
Produzione: Screen Gems e varie
Michael torna a casa da un collegio militare e scopre che sua madre, divorziata da qualche tempo, si è innamorata di David, un uomo all'apparenza splendido, che cerca di farsi voler bene da tutti e che mette la famiglia sopra ogni altra cosa. Al punto di uccidere chi tenti di minare l'integrità della sua visione.
A Michael David non piace per nulla, e con il tempo quella che sembra una normale gelosia di un figlio nei confronti della madre che vuole rifarsi una vita diventa qualcosa che si aggrava man mano che spuntano sinistri particolari sul passato di David e accadono piccoli, minacciosi incidenti quotidiani.
Michael, con l'aiuto della sua ragazza e del suo "vero" padre dovrà riuscire a far luce su chi veramente sia David prima che sia troppo tardi per l'intera famiglia...
Ci sono momenti in cui sarei davvero tentato di non recensire più i remake.
So benissimo che ci sono un sacco di rifacimenti di buon livello, qualcuno persino superiore all'originale e alcuni veri e propri capolavori, ma trovo la pratica in sé così imbecille e avvilente sia per gli autori che per il pubblico da provare sconforto ogni volta che leggo la temuta definizione "a remake of...".
Poi resisto e vado avanti, perché se si cerca di dare un quadro di quello che accade nel non genere horror sul fronte occidentale e bisogna quindi masticare di tutto.
Ma quando capitano orrendi rifacimenti come questo diventa sempre più difficile e bisogna cercare scopi e modi per arrivare almeno alla fine della terza cartella 30 x 60, limite minimo comandato dal padrone del malpertugio...
The Stepfather, che da noi arriverà con il titolo, ehm, Il segreto di David, fallisce in così tanti modi che diventa persin noioso elencarli tutti.
Il principale fallimento è ovviamente quello concettuale, una mancata analisi dei punti di forza dell'originale (che aveva, pur in un suo modo incerto, qualcosa da dire sui famosi valori della famiglia sbandierati dai vari conservatori di turno negli USA ed era stato scritto dal grande Donald Westlake in pieno edonismo reaganiano) che porta a pensare che l'ammodernamento possa avvenire non tanto attraverso una analisi delle mutazioni di tali valori vent'anni dopo il primo film, bensì tramutando il tutto in un teen thriller (di nuovo, lo young adult ormai metastasizza ogni subgenere) nel quale la storia d'amore di Michael (e i suoi problemi e struggimenti in genere) ruba spazio a quelli che dovrebbero essere i protagonisti della faccenda, ovvero il patrigno e il suo ideale di famiglia.
Peggio ancora, nell'originale il ruolo di Michael, vittima e involontario eroe, era affidato a una ragazza, con tutto quello che può comportare il binomio patrigno-figliastra adolescente a livello di immaginario e meccanica dei ruoli e degli scontri.
La scelta invece di piantare in mezzo alla scena un Penn Badgley qualunque potrà forse far vincere al film maggiore affluenza di giovani (tele)spettatrici in ormotempesta ma abbassa drasticamente il livello della tensione, della preoccupazione, del coinvolgimento e dei vari possibili innuendo.
I teenager maschi non dovranno temere: la produzione ha debitamente inserito Amber Heard nel cast e fatto sì che comparisse parecchie volte in bikini, i vostri testosteroni saranno al sicuro e al calduccio.
Né aiuta il fatto che a vestire i panni del patrigno sia stato chiamato il niptuckiano Dylan Walsh, meno inquietante ed efficace del lostiano Terry O'Quinn che tali abiti aveva indossato nel 1987. Mentre O'Quinn aveva saputo operare una trasformazione da uomo medio e rassicurante a pazzo scatenato, Walsh opta invece per partire (e rimanere) già stralunato, con una espressione fra il senile e il pedofilo.
E infine (ma non alla fine) non può certo contribuire alla riuscita generale dell'intervento di lifting il fatto che la sceneggiatura sia stata affidata a J.S. Cardone e la regia a Nelson McCormick.
Il primo si aggira da una trentina d'anni nella palude degli horror e thriller di serie B finendo spesso impantanato nelle sabbie mobili e senza mai trovare una decente via d'uscita, il secondo ha praticamente diretto episodi di tutte le serie televisive che contano degli ultimi venti anni (non ricordo un curriculum più completo del suo, gli mancano davvero pochi titoli) ma proprio per questo dovrebbe rimanere con i piedi ben piantati nel bosco televisivo che conosce a menadito invece di avventurarsi anche lui, al richiamo dell'amico, in paludi cinematografiche poco ospitali nelle quali segni e metodi non corrispondono a quelli cui lui è abituato.
I due, insieme, avevano già ucciso Prom Night e, vedendo quanto erano portati, sono quindi passati a incaprettare anche The Stepfather.
La brillante monomaniacalità dell'originale patrigno diventa in questo rifacimento sciatto, noncurante e tiepido interesse, quasi l'hobby svogliato di un uomo di media intelligenza, trascuratezza che porta a errori così assurdi che uno si domanda come abbia fatto questo pazzo assassino a farla franca fino a quel momento.
Non aiuta nemmeno l'esigenza del PG 13 (per ottimizzare l'incasso sui teen ager maschi e femmine di cui sopra) che ostacola ogni possibile esplosione di sangue e violenza: il massimo che otterrete sarà un Dylan Walsh che quando è frustrato e incazzato si mette a... Temperare matite. Sì, non è un refuso, tempera matite come un dannato, il poveretto.
Tedioso oltre ogni dire, afflitto da clichèttudine cronica, perseguitato da cellulari con batterie scadenti (ma questa volta c'è campo, per fortuna) e privo di direzione e scopo, Il segreto di David sembra essere tale solo per la terribile famiglia di ritardati che ha scelto come suo obbiettivo, perché anche un sordomuto temporaneamente cieco si sarebbe accorto per tempo che qualcosa non quadrava in David.
Dati tecnic... Ehi! nell'angolino in basso a sinistra di Word c'è scritto "Pagina 4 di 4"!
Anche questa volta è andata!
Lasciate perdere questo remake idiota (in arrivo nelle nostre sale ad aprile, non ci facciamo mancare nulla!) e provate a rivedere il ben più interessante originale del 1987.
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Filmato:




















Bene, grazie della recensione: starò dunque lontano mille miglia da quest'orrido remake.
RispondiElimina>ma trovo la pratica in sé così imbecille e avvilente sia per gli autori che per il pubblico da provare sconforto ogni volta che leggo la temuta definizione "a remake of..."
RispondiEliminaNo,sei tu in malafede perchè ormai non si chiamano più remake, ma reboot, restart, reimagining, rethinking, redevotrovareunmodopernondefinirloremakesennòmisputtano :-)
Comunque questo non sapevo l'avessero fatto. Eviterò. Come tutti gli altri (Nightmare soprattutto).
L'unico rischio è che ci si perda qualche eventuale La Mosca o La Cosa, però stanno davvero esagerando, c'è un post di qualche giorno fa (Book and Negative, mi pare)che elenca tutte le future copia carbone e cavoli...
RispondiEliminaNota a lato, ho trovato grandioso l'attore del nuovo Nightmare in molte sue prove precedenti, peccato venga sprecato così...
In effetti oggi mi veniva in mente una cosa, che ovviamente non è intesa a sminuire il lavoro che fai recensendo questa robaccia (anzi, meriteresti un encomio per la perseveranza), ma che penso potrebbe essere più interessante: perchè, invece di recensire tutti questi remake insulsi non apri un percorso incentrato esclusivamemnte sui remake degni di essere visti? Ovviamente non andando sul sicuro con "La mosca" o "La cosa", ma sempre tenendo fermo il criterio del post-2000: sarebbe interessante capire se in mezzo a tutto questo copia e incolla c'è qualcosa di meritevole, o anche soltanto riflettere e "mappare" le strategie che muovono i remake contemporanei (una specie di "guida di sopravvivenza ai remake" o "come dovrebbe essere un buon remake").
RispondiEliminaTe la butto lì così, proposta delle 23.20 :-)
ps: l'attore del nuovo "Nightmare" E' grandioso, certamente, ma il progetto nasce morto in partenza e il trailer fa temere il peggio...
Mah, per come la vedo io, i remake hanno senso solo se aggiungono qualcosa di nuovo e personale (e sensato, ovviamente: se aggiungi cacca, se ne può fare a meno con mille ringraziamenti). Un po' come il discorso delle cover... "The Man Who Sold The World" dei Nirvana ha senso di esistere quanto l'originale di David Bowie, perché sono alla fine due espressioni di "poetiche" differenti.
RispondiEliminaPerò, cavolo, è verissimo che adesso l'onda dei re:qualcosa sta venendo cavalcata alla nausea, con uno scarto di tempo con gli originali che ha spesso del ridicolo. E il tempo è importante, in queste operazioni: un remake ha senso se è frutto di una riflessione profonda su quell'opera, quasi un suo studio e critica, prima che qualcosa di attivamente artistico. Mentre il senso di questi ultimi remake, sparati a nastro di fabbrica, è applicare una visione più modaiola (spacciandola per moderna) a storie che non ha ancora senso stare a disturbare. E allora ritorniamo all'esempio della mucca che Elvezio aveva fatto a proposito di Quarantine/Rec e che mi sembrava azzeccatissimo.
(Hanuman, che memoria, grazie)
RispondiEliminaDavide...
Sarebbe molto interessante ma ti odio per aver aggiunto una roba da fare alla pila già immane, :)
Ci sono solo due problemi: energia e tempo.
Tutto sarebbe interessante da studiare, analizzare e poi scriverci sopra qualcosa.
Da quanti mesi vorrei scrivere una ventina di cartelle sull'ondata degli home invasion movie di qualche tempo fa collegata alla crisi economica statunitense (e mondiale)? E ancora nulla, eppure ho già tutto scritto in testa...
Il saggio sul corpo della donna, riaggiustare un mio vecchio studio antropologico su una festività che si tiene ogni anno in un piccolo paesino della Liguria, cercare di buttar giù qualche altro racconto per formare una nuova antologia, quante altre cose...
Ma è questione di energia e tempo. E umore.
Ho un affitto da pagare, rate e minchiate varie e semplicemente non ho tempo a sufficienza, devo continuamente fare scelte, altrimenti, potessi, sfornerei venti post al giorno, maledizione.
In più sono uno di quelli che si mettono a ridere quando leggono quelle interviste agli scrittori che "oh, per me vivere è scrivere e scrivere è vivere", madò, cioè, dai, relax, contate fino a dieci e ridete un po' di voi stessi.
Quindi rubo parte di quella energia e di quel tempo, oltre che per lavorare ecc ecc, anche per cazzeggiare, giocare, leggere, ecc ecc e il tutto si riduce drasticamente.
E se sono di umore nero purtroppo non riesco a fare come Guccini.
Di solito mi sbronzo e mando a cagare tutto, perdendo ulteriore tempo prezioso.
Ma, lato positivo, le cose da fare sono tutte annotate, impilate e man mano le affronterò, finché non crepo, letteralmente.
E, altro lato positivo, dormo poco.
Ora sotto con Red Riding, gentiluomini..