lunedì 1 febbraio 2010

Rosemary's Baby (1968)

ROSEMARY'S BABY
1968, USA, colore, 136 minuti
Regia: Roman Polanski
Soggetto/Sceneggiatura: Roman Polanski da un romanzo di Ira Levin
Produzione: William Castle Productions

Guy e Rosemary Woodhouse si trasferiscono in uno splendido palazzo newyorkese, fiduciosi che tale mossa sia di buon auspicio per la carriera di lui, attore che per ora ha trovato lavoro solo in alcune rappresentazioni minori e pubblicità televisive.

Nel palazzo, noto per alcuni tragici avvenimenti del passato, i due sono vicini dei Castevet, una coppia di ricchi anziani, rumorosi, impiccioni e strani, che ben presto stringono amicizia con Guy e ne monopolizzano velocemente l'attenzione.

La carriera dell'attore comincia a decollare seriamente e ottiene una parte importante, complice un tragico incidente occorso all'attore che aveva ottenuto il ruolo. Guy, rassicurato dall'occasione e dalle prospettive economiche cerca quindi di avere un figlio da Rosemary e, in seguito a una cena, la moglie si sente male, ha incubi e allucinazioni che non sembrano però frenare la volontà di suo marito.

Rimasta incinta, Rosemary si ritrova progressivamente sempre più sola: il marito sembra considerarla esclusivamente come una incubatrice del figlio e divide il suo tempo fra la carriera e i Castevet che peraltro, molto invadenti, consigliano la futura mamma su ogni singolo decisione, piccola o grande che sia, affidandola alle cure di un loro amico, uno dei migliori ginecologi della città.

Rosemary vive molto male la gravidanza, sia fisicamente che psicologicamente e quando comincerà a collegare alcuni indizi, anche grazie all'aiuto di un anziano scrittore suo amico, la terribile verità comincerà a farsi strada e Rosemary si convincerà che i Castevet e alcuni loro amici non sono gli innocui vecchietti che sembrano...

L'anno zero dell'horror moderno si apre nel peggiore dei modi per quanto riguarda la donna, che da questo notissimo film di Roman Polanski ne esce fuori con le ossa malconce.
Così come ne escono a pezzi potenti assortiti e satanisti vari, d'accatto o meno, ritratti con grande gusto e sollazzo come quattro vecchi, brutti, repellenti, banalotti e volgari.

Si complotta, si convoca il demonio, si ruba, si usurpa e si uccide, si accumulano ricchezze e si vendono anime per che cosa poi? Per prendere il tè con altri tizi altrettanto modesti, stupidi, flaccidi, vacui e smangiati dal tempo.

Non c'è miglior attacco della sommessa, lucida ironia del Polanski che fu il quale, reduce da incubi ben più terribili, sa bene che sebbene il grottesco, la risata aperta, feroce e dissacratoria sembrino lavorare meglio, alla lunga un ritratto impietoso, leggermente sardonico, pronto alla leggera distorsione ma capace anche di non far dimenticare grettezza, pericolosità e pochezza di questi circoletti di potenti ha maggiore resa finale.

Tantissime le parole già spese, in una marea di recensioni e analisi, sui vari dati tecnici di sceneggiature e riprese, inutile quindi approfondire quel che è a portata di Google, al massimo può servire una rapida carrellata.
E allora via con l'azzeccata scelta del Dakota Building come setting della vicenda, luogo dove sono morti legioni di scarafaggi e anche uno scarafaggio più noto; via con la segnalazione dell'azzeccatissima colonna sonora opera del melancomonger Krzysztof Komeda; via con il segnalare il terno al lotto beccato con quasi tutto il cast (anche se a me Cassavetes pare un filino troppo sbilanciato fin dall’inizio, meglio sarebbe stato un lavoro in crescendo e mutando); via con il sottolineare i gustosi cameo (l’horror agit-prop(per) William Castle, produttore del tutto, attende impaziente, smangiando il sigaro, che Rosemary finisca la sua telefonata in cabina); via infine con il rimarcare la qualità eccelsa delle sequenze oniriche, un Buñuel in lucido acido fra demoniacci e jet set che sorbisce il gin tonic brindando allo stupro dell'avvenire.

Tutte cose vere e condivisibili, così come è vera la straordinaria prova di una splendida Mia Farrow, in grado di passare da un erotismo da urlo (con mezzo flash di gamba si mangia cinquanta Jovovich a colazione) a una condizione di disperato fantasma, che reca in volto (e nel taglio dei capelli, vera e propria cigarette burn diegetica che indica un preciso cambio nella narrazione) tutto il dolore, la confusione, la perita di una già scarsa identità e la paranoia montante.

Paranoia che è il cuore propulsivo della narrazione e che gioca a rimpiattino con quanto Polanski (e Ira Levin, non dimentichiamolo, uno dei più grandi scrittori del secolo scorso) è disposto a mostrare.
Ovvero ben poco, in fondo, perché in nessun angolo della pellicola, per quanto possiate sforzarvi di scavare, troverete qualche elemento soprannaturale.
Al massimo avrete di fronte una serie di coincidenze che, se siete persone dotate di una certa predisposizione, potranno spingervi a credere a una spiegazione soprannaturale, ma nulla di più.

Uno dei grandissimi elementi di forza di questo capolavoro risiede nel lasciare allo spettatore amplissima libertà interpretativa, mostrando un sostanziale disinteresse per la ricerca della causa, del perché e del chi ma un fortissimo coinvolgimento nell'esaminare il come, la costruzione di un senso di paranoia, intrusione e minaccia che sfocia infine in un finale d'antologia.
I puntini da unire sono tantissimi, gli spazi da annerire vastissimi, le possibili visioni e interpretazioni molteplici, il "lavoro" richiesto allo spettatore è, per fortuna, imponente. Siamo di fronte al contrario del film liofilizzato e univoco che (troppo) spesso trova successo e plauso di questi tempi.

Purtroppo, come dicevo a inizio segnalazione, la pellicola non rende certo un gran servizio alla figura della donna.
Non c'è un singolo momento in cui Rosemary riesca a prendere decisioni in modo autonomo: ogni suo movimento, ogni pensiero, ogni gesto e comportamento sono frutto della direzione maschile o comunque soggetti al vaglio e all'approvazione di una autorità del sesso opposto.
Il marito le consiglia chi frequentare, disapprova il taglio dei capelli, suggerisce gli alimenti di cui cibarsi e i libri da evitare e giunge rapidamente a trattarla come un semplice mezzo per raggiungere uno scopo.
Quando Rosemary si "ribella" al piano ordito da Guy (nome omen) e dai Castevet, lo fa rivolgendosi e accettando la direzione e i consigli di un'altra figura maschile, ovvero il suo amico scrittore e quando, in un nuovo impeto di rivolta cerca di evitare i Castevet lo fa di nuovo appellandosi a un uomo, il ginecologo Sapirstein e poco dopo a un altro uomo, il dottor Hill.

E dire che, in modo molto brillante, Polanski mostra allo spettatore, durante la scena della festa, il gruppo di amiche coetanee di Rosemary che si mostrano preoccupate, amorevoli e protettive: avvolgono Rosemary in una momentanea nube di conforto e attenzione, escludendo Guy letteralmente a forza dalla scena.
Purtroppo in nessun momento, se non quando è ormai troppo tardi, la donna si rifugia o si affida a loro.

Fragile, (pre)occupata con/per la casa, l'arredamento e la carriera del marito, succube di qualsiasi potere maschile le si ponga innanzi, Rosemary ricade fatalmente nel modello di moglie borghese d'arredo e di complemento che, a parte qualche soddisfazione frivola, può essere solo una moglie, una casalinga e infine una madre e quindi definita e identificata dal marito, dalla casa e dal figlio ma mai da se stessa.

Il punto più agghiacciante di tale costruzione di personaggio lo si raggiunge proprio nella scena onirica dello stupro.
Pur drogata e in stato di dormiveglia (e quindi, si suppone, meno inibita del solito) Rosemary non vuole disturbare il volere e il piacere degli altri con la sua presenza e giunge a rispondere premurosamente, a una donna che, mentre la lega prima dello stupro, le chiede se la musica le dia fastidio: “Per favore, non cambiate programma per colpa mia”.

Ovviamente il finale sancisce questa sottomissione totale: drogata, stuprata, usata in ogni modo, sottomessa e ridotta a oggetto-incubatrice, privata di tutto, persino del latte che le viene asetticamente aspirato dal seno, Rosemary sceglie come unica reazione possibile l'accettazione del ruolo di madre, anche se di un bambino-mostro che sarà "suo figlio" solo finché piacerà a una volontà esterna.

Difficile, anche a distanza di quarant'anni, trovare molti titoli che nullifichino la donna più di questo esordio statunitense di Roman Polanski: un conto è trafiggere e torturare fisicamente la donna-vittima con tutto l'armamentario dello psicopatico di turno, ben altro conto è riservarle il trattamento che Polanski ha somministrato a Mia Farrow.

Altissimo capolavoro che regge innumerevoli visioni e il trascorrere dei decenni, Rosemary's Baby è titolo obbligatorio per tutti i cultori del cinema.

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Filmato:

21 commenti:

  1. Sono d'accordissimo su tutto, tranne su Mia Farrow che ha il sex appeal di un ramarro.

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  2. Belin ma viste le astromucche che posti sul tuo covo lo credo bene, dio bo'...
    :)

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  3. Tutto verissimo.
    Le figure dei vecchi demoniaci e inquietanti sono apparse anche in altre pellicole di Polanski come "L'inquilino del Terzo Piano" e lì, addirittura il regista si prende gioco di se stesso. E' lui, infatti, ad occupare il posto di Mia Farrow, nel ruolo della vittima "femminile" incapace di prendere decisioni e vittima delle circostanze. Strano contrappasso...

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  4. Quoto elgraeco, stavo per osservare la stessa cosa: non so se in Rosemary's Polanski voglia nullificare proprio la donna. A me sembra piuttosto che ci sia un filo rosso che unisce questo capolavoro con il capolavoro gemello (l' "inquilino", appunto). In entrambi, senza troppi mezzi termini, l'Inferno sono gli altri. Entrambi i film si basano sull'invadenza di chi ti sta accanto - sempre i vicini, in effetti - e sulla trasformazione fisica e psicologica che effettuano su persone di partenza fragili e senza troppe sicurezze. Il significato occulto che mi viene da attribuire a tutto questo è molto sociale: il male, il diavolo che dir si voglia, non ha bisogno di apparire in modo manifesto. La sua faccia, come facevi osservare tu, è essenzialmente squallida. No, invece della puzza di zolfo e degli effetti speciali, al Male basta dettare delle leggi sociali, con un'autorità che schiaccia inevitabilmente piccole persone che fanno il colossale errore di dire "sì" all'inizio, tarpandosi qualunque altra possibilità per un "no" tardivo.
    Non so se Polanski abbia avuto questa vena politica, ma a me quei suoi due film hanno davvero sempre fatto venire in mente la nascita di una qualsiasi dittatura.

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  5. Difficile non essere d'accordo.

    Volevo solo puntualizzare, però, che non è che io dica che Polanski l'ha fatto apposta a dipingere la donna in quel modo eh, ai fini del mio saggio servirebbe a poco e non importerebbe, il tutto può anche avvenire in maniera totalmente inconscia o anche traendo pesantemente dal romanzo, non interessa in questa sede.

    Né (ma non c'è bisogno di sottolinearlo)il fatto che qualcuno dipinga una donna in questo modo significa che lui pensi determinate cose, beninteso o, perlomeno, di nuovo non mi interessa...

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  6. Figurati, questo era chiaro!

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  7. Capolavoro assoluto, anch'io su Mya Farrow ho qualche dubbio, ma vabbeh... de gustibus. A mio avviso, comunque, Polanski ha cercato di produrre l'angoscia del romanzo (anche lì la figura della donna ne usciva infelicemente).

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  8. Bè sì, "Rosemary's Baby" è un'opera imprescindibile, e Mia Farrow qui è piuttosto giovane, quindi non vedo come non gli si possa attribuire un certo sex appeal. Ma questo non è certo il cuore del film, in ogni caso.

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  9. Ciao Elv, lo aspettavo il post (ovviamente sono tra quelli che compreranno il libro) Sicuramente è un film molto sadico. si ha l'impressione che Polansky detesti Rosemary, la sua irresolutezza e la sua passività. La questione dei capelli, che giustamente hai citato come momento chiave, è trattata in modo molto sarcastico: Rosmary cerca di dichiarare la sua insofferenza per uno spiacevole destino di subordinazione e lo fa assumendo un aspetto più androgino. Segno che ha capito, sotto sotto, dove sia il problema. Il tentativo c'è, ma comunque alla fine è stato pur sempre fatto "cambiando pettinatura" da un parrucchiere di grido.
    Trovo molto convincente il tuo commento. Forse hai lasciato un po' inesplorata la questione generazionale, o meglio, il ruolo delle donne di un'altra generazione, che sono streghe e nemiche. Un po' cattive madri: tramandano tradizioni aberranti e sono le prime a individuare nella fertilità di Rosemary il suo unico patrimonio, a isolarla dal marito in un gineceo chiassoso (forse è tipo un perverso contrario della scena delle amiche che isolano anche loro, ma per proteggere, a cui fai riferimento e che io però non ricordo benissimo?), nonché a stregarla con feticci collegati all'immagine borghese del femminile (i dolcetti, le bibite, le cose da mangiare in generale, e il gioiello-amuleto puzzolente). Intendo dire: Rosemary è una vittima - e Polansky la odia perché lo è - ma quelle vecchie no, sono complici, e tutto questo è molto 68. Adesso è anche tanto che non rivedo il film, quindi magari la questione delle sataniste è meno importante di come me la ricordo. Un saluto!

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  10. Ho trovato molto interessante il commento di AgonyAunt sulla questione generazionale, che forse, a mio avviso, sarebbe meglio definire trans-generazionale. Nel senso che, se è vero che Polanski "punisce" la vittima-Farrow iniettandole all'interno della più intima femminilità nientemeno che il Demonio, cioè il rappresentante Paterno-Maschile più "maschilista" e anti-femminista che ci sia; ma è anche vero che il conflitto è anche ,generazionalmente, tra donne. La signora Castevet innanzitutto, madre fallica da cui dis-identificarsi, e che cerca a tutti i costi di sedurre il giovane marito della Farrow, riuscendoci. Alcune cose importanti su questi temi le ha descritte molto bene Freud, sul versante del maschile-Paterno, nella sua opera "Una nevrosi demoniaca del secolo Decimosettimo" (1922). Qui Freud analizza tematica e figura del Demonio collegandola a un "paterno" in quanto maschile (e non solo omosessuale). Nel film di Polanski il "maschile" ritorna come sadismo, ma non solo. E' anche sadismo della Farrow che declina il suo conflitto trans-generazionale nel figlio che ha in grembo: fa passare a lui, quasi pedofilicamente, tutto il peso del conflitto con la madre-Castevet, da cui vuole liberarsi (inconsciamente). L'immagine della carrozzina sul dirupo credo sia un segnale di questo versante sadico e anti-infantile. Un sadismo tutto femminile, cioè, e comunque non solo "maschile".

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  11. Ottimo ZiAgonia, madò, ottimo, finirò con il dovere ringraziare (per quel che vi ruberò) tutti voi a fine stesura.

    Diciamo che la questione delle sataniste, come dici tu, è importante ma occorre sottolineare che tutte loro sono comunque sempre subordinate al maschio, come (di più?) di Rosemary; al capo maschio che le guata dal ritratto e il cui figlio organizza e architetta il tutto e con un semplice ordine può mandarle in un angolo.

    Il che, in uno dei pochi campi (le varie congreghe, richiamate fra l'altro esplicitamente nel film come termine) che è sempre stato fortemente connotato al femminile, non è poco...

    A margine, amo il modo in cui ripetutamente (La Nona Porta a me piace, kill me) Polanski piglia per i fondelli occultisti e -isti vari.

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  12. Il precedente commento lo avevo scritto prima di quello di Angelo, che è altro intervento apprezzato.

    Penso che l'essere "costretto", per forza di cose, a commentare una cinquantina di film del passato porterà a gran belle cose in sede di commenti durante l'anno...

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  13. Sì, Elvezio, a parte il fatto che il mio commento è mal scritto. Ne approfitto qui per corrigere errata: " Nel senso che, se è vero che Polanski 'punisce' la vittima-Farrow iniettandole all'interno nientemeno che il Demonio, cioè il rappresentante Paterno-Maschile più 'maschilista' e anti-femminista che ci sia, è vero anche che il conflitto è pure generazionale e tra donne": adesso va meglio :)

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  14. Concordo pienamente.

    Rosemary non ha scampo. E' accerchiata all'esterno e all'interno. Fuori è in balia di vecchi satanisti e di un marito totalmente inconsistente e malevolo e non ha neanche il suo corpo su cui contare ( le sue viscere,il suo interno) esso si trasforma di giorno in giorno ed alimenta un diavolo parassita (e da donna ti assicuro che sentirsi impotenti e senza il controllo del proprio corpo è molto destabilizzante).

    Come può avere un ruolo assertivo una donna che,come scrivi giustamente tu, può "essere solo una moglie, una casalinga e quindi una madre che viene definita dal marito dalla casa e dal figlio ma mai da se stessa"?

    Molte donne consciamente o inconsciamente condividono questa (non) visione di se stesse.

    E' frutto di un lavaggio del cervello ben riuscito.

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  15. ...ho guardato rosmary's baby la prima volta da adolescente e lo ho trovato pallosissimo. mi stavano sui coglioni tutti i protagonisti, ma specie la mammina biondina e indifesa. le bamboline cosi mi facevano venire il sangue agli occhi, perché allora (come oggi, ma in maniera più rilassata) vorrei tutte le donne padrone del loro destino. poi lo ho rivisto (resultato di una scommessa persa) incinta di 5 mesi. bè, non ho dormito per giorni e mia farrow era riuscita a conquistarsi tutta la mia solidarietà.

    ecco come gli ormoni possono cambiare la visione di un film.

    love, mod

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  16. La connessione Rosemary-gravidanza è molteplice.
    Di fatto la gravidanza può essere considerata una forma estrema di invasione della privacy - specie se indesiderata.

    Ma se eliminiamo l'elemento "satanico", in fondo Rosemary vive semplicemente il tipo di assalto che una donna subiva (subisce?) da parte della famiglia del marito in una società mediterranea.
    I vicini invasivi di Rosemary sono molto prossimi alle madri yiddish di Woody Allen.
    Ecco - pensate a quella scena di Io & Annie in cui il protagonista immagina la propria famiglia e la famiglia WASP di Annia a tavola insieme...
    Polansky opera lo stesso genere di giustapposizione - e Rosemary's baby, se si intitolasse "Rosaria sarà mamma" e fosse interpretato da Monica Vitti, sarebe una commedia di costume degna di Monicelli.
    La vicina dominante e seduttrice diventa la suocera possessiva, il marito forte con la moglie e debole con la famiglia resta uguale, la "family" satanica diventa semplicemente la famiglia tradizionale...

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  17. Ok, commento stupido pop...

    ... ma la locandina di Rosemary è uguale a quella di "The end of Evangelion"!

    http://images30.fotosik.pl/245/3187810b272ea3e5.jpg

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  18. O meglio, il contrario, :)
    Grande Evangelion...

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  19. Davide Mana ti straquoto

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  20. Immagino che in effetti anche le anziane congregate siano vittime, non so se di più o di meno, sicuramente in modo diverso perché non si percepescono come tali. Rappresentano un po' quello a cui si riferiva Eloisa ("donne [che] consciamente o inconsciamente condividono questa (non) visione di se stesse"). Persone che, accettato un ruolo subalterno ma preciso all'interno del sistema, contribuiscono alla sua coservazione, magari cercando, nel frattempo, una forma indiretta e obliqua di potere personale, anche nei termini suggeriti dal commento di Angelo.

    @Elvezio: comunque ti volevo dire che Carol Clover ha dedicato un lungo e interessante capitolo di "Man, Women and Chainsaws" alla questione donne, crisi del maschile e possessioni varie nell'"horror occulto". Secondo me alcuni dei discorsi che fa lì sono interessanti almeno quanto le più famose riflessioni sullo slasher. Naturalmente si menziona anche Rosemary's Baby.

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  21. @Agony: purtroppo io della Clover ho il suo saggio dell'87, "Her body, Himself" e altri saggi sparsi in raccolte (Misogyny e roba varia), ma non ho "Man, Women and Chainsaws", dovrò rimediare in qualche modo...

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