VERTIGE(HIGH LANE)
Francia, 2009, colore, 90 minuti
Regia: Abel Ferry
Soggetto/Sceneggiatura: Johanne Bernard e Louis Paul Desanges
Produzione: Sombrero Productions, Canal +, Gaumont e varie
Cinque amici vogliono a tutti i costi scalare un passo particolare che, al momento, è chiuso per manutenzione di alcuni tratti del percorso.
Ovviamente, nonostante l’iniziale ritrosia di almeno uno di loro, il gruppo si avventura lo stesso e ben presto cominceranno i primi problemi legati alla cattiva condizione di un ponte e agli attacchi di vertigine del membro più debole della compagnia.
Su questo quadro già preoccupante si innesta la presenza di un misterioso cannibale che comincia a dare la caccia ai ragazzi, ormai isolati dal resto del mondo e impotenti di fronte alle trappole e alle armi del cacciatore.
Da qualche tempo a questa parte gli Appalachi hanno deciso di levare le tende e trasferirsi in Francia e così i nostri cugini hanno scoperto di avere anche loro una bella massa di inbred e cannibali di ogni tipo, pronti a pasteggiare e infierire sui ragazzotti locali.
Ne avevamo già avuto sentore in alcune pellicole precedenti (fra le altre Humains, di cui cercherò di parlare quanto prima) e il tutto viene confermato in questa prima bomba tensiogena del 2010, un film diviso sostanzialmente in due parti.
A un primo tempo di grande efficacia, tutto concentrato sullo sviluppo di alcune dinamiche del gruppo e su una manciata di spettacolari scene di arrampicata segue un secondo tempo più canonico ma non per questo meno adrenalinico, con il giochino ai dieci piccoli indiani del mostro di turno e confronto finale.
Personaggi e dinamiche fra gli stessi sono quanto potete aspettarvi da prodotti del genere, e si rimane più o meno a girare intorno ai soliti, prevedibili sviluppi, dal più debole del gruppo che trova infine la forza di reagire e confrontarsi con paura, terrore e morte fino alla donna calma e riflessiva che si trasforma in guerriera indomita.
Senza nemmeno contare l’idiozia di alcune premesse (soffri di attacchi di panico e vertigine e decidi di unirti a una spedizione di questo tipo?) che bisogna, purtroppo, ignorare a tutti i costi per godersi in piena libertà sia le trappole che madre natura riserva agli sfortunati ragazzotti sia quelle messe in atto dal solitario cannibale che li aspetta una volte oltrepassato il ponte.
C’è comunque da sottolineare quanto, a fronte di una inevitabile banalità di fondo, ogni linea di dialogo, ogni shift psicologico, ogni rapporto sia gestito con mano sostanzialmente più abile della media statunitense di questo campo.
Cogliamo gli amici in questione, una doppia coppia, in un classico momento di transizione, forse è la loro ultima vacanza insieme prima che si spostino verso altri lavori e scuole in diverse città e proprio all’ultimo si aggiunge al quartetto l’ex di una delle due ragazze, che, più forte del suo attuale compagno, comincia a destabilizzare l’equilibrio di coppia e, nel prosieguo, giungerà a combinare ben di peggio.
Inserite in questo contesto, sia le scene di altissima tensione durante le arrampicate che i momenti più gore (e in alcuni istanti non si lesina sulle ossa rotte, arti amputati e altre brutture dell'allegra vita in montagna) funzionano scontatamente meglio in quanto applicati su personaggi tridimensionali sui quali (repetita) abbiamo avuto modo di investire curiosità, interesse e attenzione.
Quando infine arriva il cattivo cannibale di turno (magnificamente interpretato da un primordiale Raphaël Lenglet) una volta tanto abbiamo la fortuna di incappare nella saggia scelta, da parte degli autori, di non farci mai simpatizzare con il mostro né di spiegarci la rava e la fava della sua origine, dei suoi complessi, della sua brutta infanzia con traumi e via dicendo.
E tempo di arrivare al finale ci sarà occasione per ancora una o due sorprese prima di riveder le stelle…
Momento fortunato per uno dei due sceneggiatori, Louis-Paul Desanges, che ha le mani in pasta dietro un altro horror transalpino che dovremmo riuscire a vedere nell'immediato futuro, ovvero Mutants, anche se buona parte della (parziale) riuscita di Vertige è sicuramente da riconoscere alla regia di Abel Ferry.
Il giovane filmaker ha fra l’altro diretto, nel 2004, The Good, the Bad and the Zombies e mostra in questa occasione buone capacità sia per quanto pertiene al gestione degli attori sia per quanto riguarda le sequenze d'azione e a completare un quadro già positivo si aggiunge la fotografia di Nicolas Massart (anche lui lo rivedremo all'opera in Mutants) che ha gioco facile a contrapporre altezze luminose e buie spelonche.
Gli attori coinvolti offrono tutti buone prove e contribuiscono anche loro alla riuscita finale che ci regala un nuovo regista da tenere d'occhio in futuro, in grado di confezionare prodotti privi di fronzoli e che se anche mancano di ambizioni e mire alte riescono però a mantenersi onesti e regalano allo spettatore esattamente quanto promesso.
Piccolo omaggio iniziale a The Descent e, poco dopo, ottimo uso della nota hit dei Supergrass, Alright, in seguito ripresa in un momento molto meno spensierato…
Raccomandato.
Se, come me, soffrite di vertigini già al secondo piano, doppiamente raccomandato.
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Filmato




















Non ho visto il film, quindi prendete la mia come una riflessione che nasce dalla sinossi pura e semplice, non dal film per com'è realizzato.
RispondiElimina"Cinque amici vogliono a tutti i costi scalare un passo particolare che, al momento, è chiuso per manutenzione di alcuni tratti del percorso.
Ovviamente, nonostante l’iniziale ritrosia di almeno uno di loro, il gruppo si avventura lo stesso".
Non so voi, ma per me l'horror guadagnerebbe un mucchio se si uscisse da questo pallosissimo meccanismo di azione-punizione. Tizio fa qualcosa che non dovrebbe fare, Caio lo sventra. E' il meccanismo della "legge del tre" wicca, che non è mai riuscita a non apparirmi almeno un po' bacchettona. Se metti le dita nella presa, resti fulminato. Questo però non potrà mai farmi paura, perché io non metto le dita nella presa. Mentre invece sarò spaventato dal fatto che a me, persona qualunque, possa piombarmi un orrore di ogni genere tra capo e collo, che siano gli spostati di Funny Games o una morte orrenda in Blair Witch Project. Perfino il mio horror preferito, l'Esorcista, sbatte sul muso un perché molto circostanziato sulla possessione della bambina ('ste cazzo di tavolette Ouija). E mi stupisco che, ancora, non si capisca che fa paura un "Picnic a Hanging Rock", che prende un pugno di studentesse quasi qualunque, le fa sparire e accenna a cose che non andrebbero raccontate. Bah... e se ci fosse un bisogno intrinseco di essere rassicuranti?
Bravo Hanuman, hai citato uno dei titoli che amo di più e ha sottolineato la tendenza che trovo ovviamente detestabile.
RispondiEliminaPer quanto riguarda L'Esorcista io non ho mai sentito la possessione come legata alla tavoletta, più che altro mi è sempre parso un inciampo, un condimento o addirittura una conseguenza...
In più, ou, per quanto stupido possa sembrare, la gente è sempre lì a pasticciare con le cose vietate e proibite "nella realtà", i giovani per primi e infatti spesso come conseguenza ci schiattano...
Sull'effetto, sai, a me viene paura lo stesso, anche se il tizio in questione combina una cosa che io non farei mai.
Uhm, bello. L'avevo visto il mese scorso, ripromettendomi di scrivere qualcosa, poi come sempre non se n'è fatto nulla (lunghe storie).
RispondiEliminaIn sintesi temo che occorrerà tenere d'occhio Abel Ferry e la sua evoluzione stilistica nel proseguimento della carriera. Vertige, nel avvalersi di schematismi già solcati, tocca picchi di tensione alimentati dalla sospensione del cammino dei protagonisti che - proprio nell'incertezza delle loro sorti - determina la riuscita del film. Bloccati, in altezza, senza via di scampo. Le evoluzioni e le dinamiche del gruppo una volta tanto si alimentano dello spettro riflesso dall'odierna società. La seconda parte spezza nettamente il cordone ombelicale con la prima e riprende un certo horror di cui ne abbiamo le tasche piene, ma se fatto con questa grazia qui, ben venga ad nauseam. Non aggiunge nulla di nuovo al genere (ma è necessario partire sempre da presupposti simili?) però secondo me è esperienza davvero emozionante.
Ma infatti io lo vado dicendo da sempre: raccontatemi pure la stessa storia quante volte volete, l'importante è che me la raccontiate bene.
RispondiEliminaNon disprezzo l'originalità, ovvio, ma è valore secondario.
Lo vedrò senz'altro, visto che dall' "alto" dei miei 180 cm quando guardo a terra già barcollo! :-)
RispondiEliminaL'Esorcista è anche il mio horror preferito (ma direi uno dei miei film preferiti, tout-court) e ho sempre visto il pasticciare con la tavola ouija come un elemento perturbante in più, un anticipo sulla paura che sarebbe arrivata di lì a poco, quindi non come elemento di punizione. In realtà non ho mai riflettuto su queste cose, scrivo un po' a caldo, ma a pensarci così sul momento mi viene da dire che trovo gustoso il giochetto del "proibizione/punizione", solletica e diverte il mio (innocuissimo e non agito, s'intende) "sadismo". Essendo poi culturalmente immersi in questo "giochetto", mi sa che riesce facile l'identificazione :)
Concordo inoltre pienamente con la massima: "Raccontatemi pure la stessa storia quante volte volete, l'importante è che me la raccontiate bene."
saluti
Orlando
Promette bene, anche se non sono un patito del gore e quindi io alla vista delle fratture esposte non è che proprio mi ecciti.
RispondiEliminaSul dominio del principio infrazione/punizione come innesco di tanta cinematografia orrifica, sarebbe facile e sbrigativo cercare la causa nel perbenismo un po' (parecchio) bacchettone della cinematografia americana.
In realtà si tratta di una faccenda che viene da lontano.
"Ah, Viktor Frankenstein, hai osato sfidare le leggi di Dio animando la materia morta, ed ora beccati il mostro che si spupazza la tua fidanzata e poi finite tutti brasati!"
Il problema è che - se è vero come nota Elvezio che il mondo è pieno di gente che contravviene alle regole - è anche vero che ci sono un sacco di horror che scatenano le legioni infernali per una sciocchezza.
"Ah, Viktor Frankenstein, hai osato ordinare un rosé con la zuppa di pesce, ed ora beccati la furia del Kraken ...!"
"Ma siamo in Svizzera!"
L'irruzione dell'orrore nella quotidianità dovrebbe trovare un extra nel sovvertire la normalità, non nel punire la devianza.
Ma naturalmente, ormai Lovecraft non se lo fila più nessuno...
Il fatto è che il cliché da "è l'ora della punizione!" in stile Yattaman è razionalizzabile e crea un meccanismo causa-effetto. Succede quella cosa perché ne è stata fatta un'altra. Al che, uno dei più affascinanti meccanismi della paura, il non capire nulla di quanto sta succedendo, viene meno. Non solo: io (un "io" che credo si applichi al 90% di voi che scrivete o leggete qui), che ho una certa esperienza di horror da anni, se vedo due che trombano in un bosco cosa posso pensare. "E' l'ora dello squartamento... NIUBBI". Perché così li vedo, dei niubbi che hanno fatto una sciocchezza che pagheranno caro. E salta un'altra grande garanzia di orrore: il coinvolgimento. L'idea che può capitare a me. Perché il sistema di infranzioni è ormai così palese e scontato che davvero, si parla di infilare le dita nella presa. Al limite, sarebbe molto più bello rispolverare il meccanismo della tragedia greca (ditemi quello che volete, i primi horror di cui si ha documentazione): se io compio un'infrazione, lo faccio perché le circostanze mi hanno obbligato.
RispondiEliminaPiccola nota sull'Esorcista: io non sono così convinto che la Ouija non c'entri... alla fine, Linda comincia ad avere contatti con Pazuzu aka Capitan Howdy proprio per quella. Prima, se non mi ricordo male, l'unica nota diabolica è la sconsacrazione della chiesa nel quartiere in cui vive la sua famiglia. Ma quello non vuol dire nulla, può essere solo un modo in cui il regista ci sottolinea che "il male è ovunque". Ovvio, non abbiamo prove che la possessione non sarebbe avvenuta lo stesso, ma nemmeno abbiamo prove del contrario...
@Hanuman
RispondiEliminaSiamo sulla stessa linea - la vecchia storia che la paura è l'emozione più forte e l'emozione più forte è quela dell'ignoto ha un suo valore.
L'uomo in balia di un universo arbitrario è fonte di terrore.
L'impressione - ma forse sono io che ci vedo troppo - è che quelle che una volta erano le regole da seguire per creare una storia orrifica (come tutti i generi, esistono regole base, che poi al limite quelli in gamba sovvertonoo trascendono)... le regole per l'autore, dicevo, sono state spostate sulla scena, diventando regole per il personaggio.
Ed esattamente come quegli orologi nei quali si vede il meccanismo, i primi erano proprio cool, ma poi alla lunga si è arrivati al ridicolo.
Tutta colpa di quei postmodernisti del piffero!
E'interessante il discorso di Hanuman. Mi fa pensare a molte cose. Soprattutto quando dice che l'Io stenta a identificarsi in ricorsività viete e trite della narrazione. Stenta, è vero, tuttavia L'Io è spesso (sempre, a mio avviso) vittima della coazione a ripetere, e forse bisognerebbe dire che "meno male che c'è la coazione a ripetere", sennò, forse, non ci sarebbe neanche l'Io, ma il Caos Assoluto e ondivago, il Totale Dileguamento senza niente di fisso. Forse è anche per questi motivi che alcuni film come "Vertige", ma anche come "The Descent", o anche la serie dei "Wrong Turn", catturano comunque l'Io sebbene questo Io stenti a identificarsi con chi mette il dito nella presa della corrente, perchè tanto "sa quello che succede dopo". Abbiamo bisogno di metterlo lo stesso, il dito nella corrente, anche se lo sappiamo cosa succede, per Essere.
RispondiElimina@Davide: verissimo! anche perché un mucchio di film horror relativamente recenti prendono i meccanismi narrativi e li rendono il tema dell'opera (che è la stessa di quando dici che sono regole per il personaggio). E allora, come direbbe l'immortale René Ferretti, "dai dai dai!" di storie che devono andare così e gente che deve morire cosà. Tipo Hostel o la Casa dei Mille Corpi (che comunque mi è piaciuto abbastanza).
RispondiElimina@Angelo. Discorso molto interessante.Ovviamente non so se trovarmi molto d'accordo. Tu, della "coazione a ripetere", ne fai un discorso profondo e onesto: del resto le favole funzionano allo stesso modo. Il bambino scappa nel bosco... tu, piccolo cinquenne sotto le coperte, pensi: "E mo' so' cazzi sua", ma questo non ti impedisce di immedesimarti almeno un po', vero. Però, il meccanismo in alcuni recenti horror è profondamente diverso: la coazione a ripetere è un modo per "andare sul sicuro". Con registi che mostrano gente che mette il dito nella corrente per strizzarti l'occhio e dirti: "Eddai, hai sempre riso con questa barzelletta, non puoi non ridere stavolta".
E' questo che divide un "Descent" (che per quanto mi abbia annoiato mortalmente è un film sopra la media) da un remake di "Non aprite quella porta".
Allo stesso tempo, però, mi rimarrà sempre impresso un passaggio di "Hellstorm", un fumetto di Warren Ellis. Nel corso della storia, il protagonista va all'inferno. Vede degli animali torturati e si stupisce: accidenti, gli animali non dovrebbero avere coscienza del bene e del male, che ci fanno lì? La risposta della guida è tremenda: "Non sono lì per un motivo. Sono lì perché l'inferno è per sua natura ingiusto. E quindi infligge pene ingiuste". Per me, questa concezione dell'orrore è da epic win :)
Visto ieri sera; The Descent meets Wrong Turn.
RispondiEliminaFilm "usa" fatto un pochino meglio nei balcani dai francesi.
Mi ha fatto scoprire che un attore francese con un coltello a serramanico può tranciare un cavo di acciaio (in un colpo solo, eh), e mi ha fatto innamorare definitivamente di Fanny Valette, ragazza acqua e sapone che mi ha donato, con varie inquadrature di alcune sue espressioni, le uniche emozioni del film.
...è ufficiale: dhs ha lo spleen e bisogna trovare un modo per fargli recuperare entusiasmo.
RispondiEliminaHuman Centipede?
Van Diemen's Land?
Suggerite le prossime mosse!
Heartless di Philip Ridley potrebbe essere un buon suggerimento?
RispondiEliminaP.S. Ma allora non sono l'unico essere umano sulla faccia della terra ad aver letto Hellstorm! Ricordo che Ellis cerco di dargli un seguito intitolato Satan,ma la Marvel lo bocciò perchè troppo disturbante.(L'episodio della discesa agli inferi era di Len Kaminsky,non di Ellis,lui venne dopo.)
Il vampirologo che ride
qualcuno conosce registi italiani che avrebbero il fegato di cimentarsi in mauntain-action-movie? mi risulta ci siano in giro valide sceneggiature e validissime montagne, senza andare tanto lontano
RispondiEliminail punto è che non esistono registi italiani horror attivi.
RispondiEliminaQuelli vecchi - giustamente- pensano alla carriera e al poter guadangare i soldi.
Dario Argento... non mi esprimo perchè ho letto che se dici che uno non è buono ti sbranano su i blog.
I giovani non trovano spazio e giustamente puntano a qualcosa di più abbordabile - se vogliono entrare nel mainstream- o particolare, ma sempre a basso prezzo, se vogliono farsi un nome nei festival.
Peccato che i tre quarti dei ragazzi bravi che lavorano sugli horror indie finiscono nel nulla.
Nulla cosmico.
Perciò per rispondere a Mattia... secondo me non ci sono registi in Italia in grado di farlo.