THE ROAD2009, USA, colore, 111 minuti
Regia: John Hillcoat
Soggetto/Sceneggiatura: Joe Penhall da un romanzo di Cormac McCarthy
Produzione: Dimension Films e varie
Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto in cenere in direzione dell'oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po' di tepore e qualche barlume di vita.
Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po' di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni cannibali che battono le strade, decisi a sopravvivere a ogni costo e a rimanere "buoni" nel processo...
Non sono fra quelli che urlano al capolavoro a ogni nuovo libro di Cormac McCarthy, ma ho amato intensamente il suo La Strada e ho detestato ogni minuto di questa trasposizione cinematografica fatta dai fratelli Weinstein, chiedo scusa, sceneggiata da Joe Penhall e diretta da John Hillcoat.
Ovviamente era compito arduo ridurre su grande schermo quanto McCarthy è riuscito a fare su carta, ma ci si poteva perlomeno provare, magari partendo da scelte estetiche di base che non fossero totalmente in opposizione rispetto a quanto scelto dallo scrittore.
Ci si poteva provare anche perché la scrittura di McCarthy non è certo fra le più difficili da adattare al cinema.
Fra le varie scelte che si potevano operare, tre fra tutte evidenziano una sostanziale incomprensione (o, se vogliamo fare i prog, "diversa comprensione") del testo di partenza. La premiata ditta Joe & John ha deciso, in rapida sequenza, di girare l'intero film a colori, di inserire una colonna sonora e di alternare agli avvenimenti presenti vari inserti in flashback..
Si tratta di tre soluzioni che remano contro la narrazione, il suo tema, l'atmosfera che tenta di creare e il coinvolgimento dello spettatore.
Girare a colori, inserendo spesso elementi molto colorati (le coperte, il fuoco, alcuni interni) guasta alla base uno dei punti di forza del romanzo, ovvero la tremenda monocromia di un mondo-cenere dove predominavano i toni grigiastri con, al massimo, qualche inserto marrone.
Il mondo rappresentato nel film si avvicina quindi di più al post-apocalisse standard, ma non solo: portare spesso sullo schermo vari colori distrugge il senso di una delle scene più importanti del film, ovvero quando il bambino, di fronte a una cascatella, ammira l'arcobaleno e parla dei colori come se fossero un evento rarissimo, stupore tutto suo in quanto lo spettatore di colori ne ha visti prima durante la narrazione e ne vedrà molti altri anche dopo.
Parimenti la colonna sonora (del duo Nick Cave-Warren Ellis in dolce performance "for the pagnotta", ahimè) piuttosto che lavorare pro-atmosfera svolge da un lato un'azione lenitiva e dall'altro distrae lo spettatore da quello che dovrebbe essere un deserto sonoro interrotto solo da rumori naturali diegetici.
Ma i veri interventi a gamba tesa sono ovviamente i flashback, che oscillano fra l'insopportabile spiegone e le scenette alla Mulino Bianco.
In quello che era lo splendido ritratto di un rapporto a due, nel quale la figura della Madre-Moglie (notoriamente la donna è punto debole nella rappresentazione mccarthyana) è menzionata pochissimo, si inseriscono stupidi quadri di vita familiare felice, fra cavalli e fiori, fino al tremendo culmine della notte a teatro, con lui che le palpa le cosce fin quasi al pelo e conseguente post-coitum la mattina dopo, volti stropicciati e lenzuola disfatte.
E, obbligatoriamente, la moglie è la figa bionda hollywoodiana di turno, questa volta tocca a una sprecata Charlize Theron.
Di nuovo gravi momenti di interruzione del ritmo e di travisamento dei contenuti e intenti del materiale di partenza.
Vi è, fra le tante, una potentissima lezione su come si dovrebbe fare un uso parsimonioso del flashback al cinema ed è contenuta in Persona di Ingmar Bergman, quando la ragazza racconta dell'orgia in spiaggia.
Bergman non cede al flashback e lascia raccontare alla ragazza il tutto (e, mi pare, ma vado a memoria, senza stacchi) sortendo un effetto erotico (in quel caso, ovviamente) assai più potente di qualsiasi rappresentazione in flashback.
Hillcoat e Penhall ne sanno più del povero Bergman, evidentemente.
A fronte di tali gravi e molteplici intoppi alla visione, a poco valgono i tentativi di esterni e interni post-catastrofe messi su da Chris Kennedy, Gershon Ginsburg e Robert Greenfield e non emozionano più di tanto le prove di routine di un Viggo Mortensen che farfuglia coperto dal barbone e di Kodi Smit-McPhee che ci pare meno dotato di altri suoi coetanei visti di recente. I due non sembrano mai, nemmeno per un momento padre e figlio, non scatta mai nulla fra loro durante tutta la lavorazione e forse l'unico momento in cui Viggo si scuote dall'abulia è quando compare brevemente un altro adulto con cui rapportarsi (un Robert Duvall over the top come da tempo non vedevo).
Rimangono alcuni momenti efficaci, fra campi insanguinati (e di nuovo, quanto più effetto avrebbe fatto il rosso del sangue se si fosse seguita in maniera assai più rigorosa una scelta monocromatica) e cantine piene di umanità-bestiame folle e smagrita, ma si tratta di poca roba a fronte del disastro.
Scompare il senso di freddo disumanizzante che permeava quasi ogni pagina del libro, è assai attenuato il mostro (come lo chiamava King in Misery?) della Fame e scarsa rilevanza viene data alle malattie e alla prostrazione fisica.
Non voglio dire che siamo dalle parti di un'allegra scampagnata fra padre e figlio, ma non ci aggiriamo certo nemmeno lontanamente intorno ai concetti ed emozioni creati dallo scrittore nel romanzo.
In più si aggrava miserabilmente quel che già era pesante nella narrazione di McCarthy, ovvero queste continue parabole, questi continui momenti biblici, questo scambio di lezioni pratiche e morali fra Papà e Bimbo che qui diventa insopportabilmente scoperto, pedissequo, schematico, infine robotico.
Taccio sul finale, che già mi aveva deluso nel romanzo e che qui diventa un pastone buono solo ai cattoprogressisti di turno: capisco che chi ha figli (e fede) difficilmente potrebbe ideare un ending diverso, così come chi ha figli (con o senza fede) difficilmente potrebbe sopportare la visione di una conclusione diversa, ma ci sono modi e modi di rappresentarla e quello scelto è di nuovo il più pesante, disneyano, barillesco e melenso possibile.
Vi sono poi alcune involontarie cadute nel ridicolo, come la tremenda retorica che annichilisce il momento in cui il padre poggia la sua fede su un parapetto di cemento di un ponte, prima di buttarla, e l'anello è messo proprio sopra una crepa che quindi lo divide in due, o l'assurdo attacco degli Alberi Non Morti, con il valore aggiunto di Coca Cola e Del Monte che offrono da bere e mangiare agli stanchi viandanti e qualche soldino alla stanca produzione.
Non ho idea del destino distributivo di questo film, che già ha subito in patria tantissimi ritardi con pesanti interventi di montaggio post-screening; ho letto che ci potrebbero essere problemi per una sua distribuzione in Italia, con conseguente scia di polemiche che, in un'epoca in cui la Rete ci permette finalmente di bypassare ogni terzomondismo distributivo, mi paiono pretestuose, esagerate e fuori tempo massimo.
Il film, se anche non fosse distribuito, sarà facilmente acquistabile per pochi euro presso i soliti negozi online e, come per i libri, il consiglio è di imparare il benedetto inglese: vi eviterete traduzioni pessime, doppiaggi alla organo riproduttivo di canide e potrete usufruire dell'opera anche se non arriva in Italia.
Nel libro padre e figlio portavano e curavano la fiamma della dignità e dell'umanità, nel film non sono ben sicuro che questo avvenga, ma state tranquilli che, bomba atomica, meteorite o eruzione, riuscirete sempre a gustarvi la vostra Coca Cola ovunque voi siate: Coke is life!
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Parto dal presupposto che per me il romanzo di McCarthy è una sorta di sacra reliquia, senza fanatismo, che mi indigna, ma un romanzo che ho sentito potentemente e fino in fondo, e dalla cui trasposizione cinematografica non mi aspettavo nulla.
RispondiEliminaE difatti nulla o quasi è stato; concordo su diversi punti, primo tra tutti il ritenere il film evitabilissimo, se questo è stato il risultato, e come ho avuto già modo di riflettere nella recensione di Alex McNab sono sempre più convinto anche io che l'inserzione di una quantità eccessiva e fuori posto di colorati flashback sia stata dannosa al cromatismo bidimensionale della storia, che poi è fulcro principale attorno a cui ruotano molte cose. E credo questa sia stata la cantonata maggiore.
Più di ogni altra cosa sono d'accordo quando dici che non ci avviciniamo neppure lontanamente al campo emozionale creato da McCarthy, la cui scrittura però - secondo me - ma mi riferisco solo a questo romanzo in particolare, è molto ardua da trasporre sullo schermo, per tutte le limitazioni insiste nel passaggio e per la particolarità linguistica su cui il romanzo stesso è costruito.
Sul finale vabè, non mi pronuncio, ho proprio evitato di menzionarlo. Anche io l'ho trovato il punto più debole del libro, anche se non è stato abbastanza per farmelo trascinare giù dal piedistallo su cui l'ho eretto.
Secondo me non ci è andata neppure così male, meno male che Spielberg era impegnato in attività paranormali ...
Ho visto il film da poco e la mia impressione è stata quella di non essere riusciti a rendere il rapporto tra i due protagonisti; non ho apprezzato da una parte la scelta del giovane che interpreta il ragazzino mentre mi è piaciuta la paura che accompagna il padre e forse la sua inadeguatezza nel gestire tutta la situazione.
RispondiEliminaDei vari Flash back alcuni potevano sinceramente evitarli mentre la Theron non svolge male il suo compito, specialmente la sua uscita di scena.
Le parole del libro risuonano molto più potenti che in questa trasposizione da vedere magari per un confronto tra l'immaginario dello scrittore e la resa filmica.
Posso tirare un sospiro di sollievo?
RispondiEliminaIn effetti da quando ho saputo che da La strada sarebbe stato tratto un film ho iniziato a temere per il risultato.
Le uniche speranze le riponevo nel buon Viggo, ma oh… un attore per quanto avveduto non è che abbia poi 'sto gran controllo sul prodotto finito.
Ma allora perché sono sollevato a leggere la tua recensione?
Perché credo che un film che rispecchiasse fedelmente lo spirito, se non la lettera, del romanzo di McCarthy sarebbe risultato insostenibile. almeno per il sottoscritto.
Lo sapevo che finiva male. Come l'Iguana, anch'io non mi aspettavo niente di buono.
RispondiEliminaQuando ho saputo che dal romanzo sarebbe stato tratto un film, la prima cosa che mi sono chiedto è stata: "Ah sì? E come?".
Lo guarderò perché, da buon Ratto, sono curioso e voglio sbatterci il muso, ma se già ero iper-scettico prima di leggere la recensione di Elvezio...
Una recensione molto diversa dalla mia, come mi avevi preventivato, anche se alla fine concordiamo su alcuni degli aspetti "delittuosi" del film. In primis i flashback e il finale.
RispondiEliminaPer il resto, ti dirò... non avrei mai tratto un film dal romanzo di McCarthy eppure - dovendo farlo per forza - l'avrei immaginato più o meno così.
Riguardo alla polemica sulla distribuzione invece dissento. Non è un problema da poco, né si può fare spallucce e tirare dritti. E' vero: noi lo scarichiamo in streaming, altri lo compreranno online...
Ma chi non è un esperto internauta che farà? Non si dovrebbe dare a tutti il diritto di vedere un film (o leggere un romanzo?).
In base a cosa altri iniziano a decidere per noi cos'è opportuno vedere?
Il 1984 non è mai così lontano come sembra.
Alex, se per questo la maggior parte dei film che ho recensito non sono mai arrivati nelle sale italiane.
RispondiEliminaPenso che siamo ancora molto fortunati rispetto a tantissimi Paesi, pensa agli USA che, boh, avranno la possibilità di vedere in sala ben pochi film italiani o francesi all'anno, da loro è molto più difficile che da noi. Addirittura molti film statunitensi sono usciti prima da noi che da loro...
In base a cosa si decide? Beh, se un distributore (non ho idea se sia il caso di questo film) pensa che non ci sia margine di guadagno a importare un titolo, perché mai dovrebbe rimetterci, mica è un ente culturale governativo a fondo perso...
Non voglio sembrarti cinico, anzi, io sono tutto il contrario, è che ci hanno sbattuto continuamente in faccia la lectio che libri e film sono uguali a banane, pomodori, jeans e altre merci, l'unico modo per me possibile di reagire a questa lezione è acquisire i mezzi tecnici e di sapere e danneggiarli sul loro stesso assioma, ovvero non comprando i loro libri-banana e film-jeans...
Due argomenti interessanti - The Road e la distribuzione come censura o manipolazione...
RispondiEliminaMi butto sulla strada, per cominciare.
Evito di esprimere un giudizio di merito sul romanzo - mi è piaciuto, non mi è piaciuto.
Diciamo semplicemente che detesto le storie senza speranza, anche se sono scritte benissimo.
Ciò che mi incuriosisce di questa operazione (libro e film) è che si tratta di uno di quei casi in cui un pubblico sostanzialmente mainstream viene esposto ad un soggetto sostanzialmente fantascientifico.
Ed unsottogenere con grossi titoli e una forma perfettamente codificata.
Primo risultato divertente: gente che non si farebbe beccare morta con un DVD di Mad Max si sbrodola a dissezionare una storia che - raccontata benissimo da uno scrittore con una mano eccellente - è comunque qualcosa di già visto, già fatto, ho anche la maglietta...
McCarthy non inventa assolutamente nulla - si limita a presentarlo in un packaging (la solita questione forma/contenuto) che piace anche a chi non ha letto Dr Bloodmoney di Dick o A Boy and His Dog di Harlan Ellison.
Chi è meglio?
Chi lava più bianco?
Non ci interessa...
Trasporre il romanzo in film ha richiesto agli sceneggiatori di compiere la stessa operazione compiuta dallo scrittore, ma con un medium e soprattutto una cinematografia che non permettono le sottigliezze formali di Mccarthy.
Ma, zac!, la forma era essenziale.
Tolta quella, i nostri poveri cineasti si sono perciò limitati a prendere un tema che ha un suo codice, delle regole precise, ed adattarvi quello che è il grande cappello del cinema catastrofico americano da vent'anni a questa parte: la civiltà ha un posto di secondo piano rispetto alla famiglia.
La necessità di metterci la famiglia affloscia qualsiasi cosa.
Quanto più potente sarebbe la storia di un individuo solitario e misantropo, che in faccia alla catastrofe comincia a darsi da fare per salvare quanta più gente gli è possibile...
Ma tant'è...
Io, dal canto mio, torno a guardarmi Gregory Peck in On the Beach.
Se la civiltà deve finire, che finisca con Ava Gardner.
@ Davide: Riguardo al romanzo faccio veramente fatica a essere obiettivo, quindi evito anch'io di entrare nel merito del "mi piace" "non mi piace".
RispondiEliminaIl tuo discorso è interessante, ma il finale, che immagino si riferisca tanto al film (che non ho ancora visto) quanto al libro, mi lascia piuttosto perplesso.
"Quanto più potente sarebbe la storia di un individuo solitario e misantropo, che in faccia alla catastrofe comincia a darsi da fare per salvare quanta più gente gli è possibile..." Ok, ma non sarebbe stato The Road, non sarebbe stato quello che McCarthy voleva raccontarci. In The Road la famiglia non è il grande cappello del cinema catastrofico: il rapporto padre-figlio è il senso stesso del viaggio, del procedere come sopravvivenza condivisa. O almeno questo è quello che, tra le tante cose, il libro mi ha comunicato e lasciato.
C'è da dire che Ava Gardner è pur sempre un bel vedere...
No, ReRatto, non mi sono spiegato.
RispondiEliminaIo commento una tendenza generale del cinema catastrofico americano degli ultimi anni.
The Road è quel che è - ma il film, coi suoi flashback, la scopata canonica (anche se suggerita e non mostrata) e così via, finisce per incunearsi su quello stesso binario.
Di fatto, una storia catastrofica ha due grandi meccanismi dei quali occuparsi.
Da una parte, il collasso del sistema naturale - la catastrofe, come elemento spettacolare e motore dell'azione.
Dall'altra i rapporti tra persone, a grande scala (la società) ed a piccola scala (la famiglia, la comunità locale, la banda di eroi).
Poiché a nessuno interessa vedere un mondo devastato e spopolato (George Miller disse che se avesse voluto fare un film realistico sul dopo-bomba, avrebbe proiettato due ore di schermo nero), le dinamiche fra i protagonisti devono acchiappare il pubblico.
Da qui in poi, dipende dal messaggio che vuoi mandare, o dalla filosofia che anima l'autore.
Un ottimista un po' cinico come David Brin, in The Postman (scordiamoci il film, grazie) in fondo ti dice che l'umanità ha talmente bisogno di struttura che è disposta a credere alle balle più improbabili pur di avere uno stimolo esterno contro la disperazione.
Un individualista vagamente romantico come Miller ti dice che si salvano solo i lupi solitari, e comunque è un mondo di merda, e gira Mad Max.
Un ambientalista militante come Kim Stanley Robinson in Science in the Capital ti dice che i politici sono marci, e la salvezza è in una collaborazione guidata dalla ragione, ma moderata dalla compassione.
Harlan Ellison (che fa filosofia a se) in A Boy and His Dog ti dice che sopravvivere è tutto, e davanti all'annientamento l'utilità ha la precedenza sui sentimenti - e ti lascia di sale, perché pareva un racconto quasi umoristico...
Persino una stupida pellicola derelitta come Radioactive Dreams, con quel suo finale assolutamente surreale, ti dice che i sogni possono sopravvivere alla catastrofe ed all'imbarbarimento, e gli ideali contano. E riesce, proprio perché è unapellicola derelitta, a non farlo diventare zuccherino e fasullo.
E poi c'è Taylor, inginocchiato sulla spiaggia davanti ai resti della Statua della Libertà, che maledice noi, e ti resta impresso in eterno...
Perciò...
Giocando sulla varietà delle relazioni umane, la storia catastrofica ha a disposizione una paletta cromatica incredibile.
Puoi farci tutto.
Ma a Hollywood pare se ne siano scordati.
E quindi anche con un testo eccellente (poi, si sarà capito dai miei esempi, io vengo da un'altra scuola), gli sceneggiatori non ce la fanno.
In McCarthy la forma è essenziale e siccome è un manico di forma ne ha un sacco (yo! geddaun!), i già meno dotati Hillcoat e Pennhall hanno dovuto lavorare non solo entro canoni e registri hollywoodiani, badate bene, ma sotto i Weinstein e quindi giù con proiezioni, test, rimaneggiamenti, "limature" ecc ecc che hanno completato il danno.
RispondiEliminaPerò, Mana, dai, diamo un nome alla Chiesa Unica di Ellison...
Ho visto il film è mi ha deluso e annoiato, come dopotutto mi aveva deluso profondamente il libro. Io sono un malato di McCarthy; malato nel vero senso delle parola: i suoi tre romanzi di frontiera continuano a essere, di volta in volta, presenti sul mio comodino e ci sono ormai pagine che conosco a memoria.
RispondiEliminaMi ero arrabbiato leggendo il libro quando era uscito e mi sono arrabbiato ancora di più vedendo questo film inutile.
Non l'ho ancora visto (invece ho visto "Legion", purtroppo...), ma la locandina è orribile: sembra quella di "The Day After Tomorrow".
RispondiEliminaGrazie Davide, avevo interpretato male io il tuo discorso, che invece appoggio al 100%. Oltretutto io il film non l'ho ancora visto, quindi le mie considerazioni poggiavano su basi esclusivamente libresche.
RispondiEliminaAi titoli che citi ne aggiungerei un altro, forse il miglior film "catastrofista" (anche se su scala decisamente ridotta) degli ultimi tempi: Cloverfield. Non c'è morale, non c'è spiegazione, non c'è perché. E' successo, e JJ Abrams te lo sbatte in faccia così. Prendere o lasciare.
e a questo punto, con totale trasporto OT, attendo ansiosamente una recensione de "Il quarto tipo", uno dei film più brutti che abbia mai potuto vedere nella mia vita di spettatore horror/fantascientifico...
RispondiEliminaPietà, Hanuman...
RispondiEliminaElvezio, guarda che la recensione di "Il quarto tipo" la aspetto anch'io eh, non vorrai certo deludere i tuoi fedelissimi lettori!
RispondiEliminaGrande Re Ratto! Facciamo risuonare potente la nostra voce! :)))
RispondiEliminaSi potrebbe fin lanciare una petizione online!
RispondiEliminaVi prego, voi volete il sangue. Raramente ho sofferto come durante la visione de Il Quarto Tipo...
RispondiEliminaVediamo, forse per venerdì prossimo, non prometto nulla eh...
@ Davide che dice: "E quindi anche con un testo eccellente (poi, si sarà capito dai miei esempi, io vengo da un'altra scuola), gli sceneggiatori non ce la fanno."
RispondiEliminaConcordo su tutta la linea. Però.
Però secondo me McCarthy la scuola da cui provieni anche tu la conosce molto molto bene e nel romanzo mi pare non faccia nulla per nasconderlo.
Semplicemente adatta il contenitore alle sue esigenze.
Il che è molto di più (e molto meglio) di quanto facciano molti di coloro che la stessa benedetta scuola non l'hanno mai lasciata.
Non so, Iguana.
RispondiEliminaIl fatto è che io il post-apocalittico, senza bikini di pelle di lucertola, capigliature punk e motociclette...
Ecco, non lo sento mio.
E non ho visto molte motociclette in The Road ;-)
Scherzi a parte - probabilmente ho letto troppo Kim Stanley Robinson e troppo Dave Brin, ma io preferisco storie incui ci si rimbocca le maniche e ci si dà da fare.
Storie in cui ormai tutto è perduto... no, non mi acchiappano.
Non è una questione razionale - è una questione emotiva.
Arrivo in fondo alla strada e mi dico ok, grande ma... e allora, cosa vuoi che faccia?
No, ok, ho interpretato male il tuo commento.
RispondiEliminaPensavo che con quell'"altra scuola", ti riferissi in modo generico alla letteratura di genere, non tanto al contenuto più o meno costruttivo del racconto.
io l'ho apprezzato molto come film,certo,si poteva evitare di fare pubblicità(per me comunque involontaria)alla delmonte e alla cocacola(essendo come molti sapranno multinazionali boicottate perchè criminali)ma la cocacola e quelle scatolette danno un senso di realtà,di quotidianeità.
RispondiEliminaAldilà di questo,concordo che il rapporto tra padre e figlio alle volte è troppo distaccato e che il ragazzino non è tra gli attori coetanei più bravi e forse fisicamente non è molto adatto(il viso a momenti nonostante le situazioni è troppo immacolato,troppo perfetto)...i flashback sono i punti deboli,hai ragione,però ho apprezzato il film. Scenografia,musiche/non musiche adatte,ambientazioni che rispecchiano appieno lo stato d'animo dei protagonisti,e la disperazione vivida,palpabile,che lo spettatore stesso può percepie mentre il film senza noia e con sincerità(flashback a parte appunto)procede "on the road"..
il finale è troppo veloce,ma riporta all'importanza della famiglia e della speranza che può fare miracoli. Speranza che il bambino,personaggio ben costruito(come quello del padre,personaggio ricco di sfumatura rispecchianti l'ambigua differenza tra bene e male)per sua natura conosce.
non mi trovo assolutamente d'accordo con la recensione. proprio per nulla. il bambino è bravissimo, viggo è eccezionale. loro due sono padre e figlio, loro due sono in simbiosi, viggo lo protegge, e il bimbo è ancor pieno di umanità, quell'unmanità ormai persa. il film è angosciante, realistico e terrificante.
RispondiEliminae la domanda che mi sono posta durante tutto il film è stata: vivere ad ogni costo?
Ciao Rita,dispiace che tu non abbia gradito la recensione ma mi fa molto piacere che tu sia intervenuta.
RispondiEliminaLa domanda che ti sei posta è giustissima e la risposta è chiara.
No, non si può vivere a ogni costo.
Vivere a ogni costo è slogan da, boh, chiunque faccia dell'allarme di Hobbes un punto di partenza per diventare un lupo cattivissimo, mentre il padre di The Road ha ben chiari dei paletti che non si possono mai scavalcare.
Vivere mangiando la carne di un mio simile non è più vivere, ergo preferisco morire.
E così, mutando termini e situazioni, dovrebbe essere per miliardi di micro e macro decisioni nella nostra vita.
Grazie per il tuo spunto.
Devo dire che mi trovo in sintonia con il giudizio di Rita. Qui sei stato troppo cattivo, Elv, ma capisco che hai fatto il confronto con un libro che ti è piaciuto molto e la delusione ci sta tutta.
RispondiEliminaIo il libro non l'ho letto, ma The Road (il film)... non so come dire... Anch'io non voglio utilizzare i termini "mi piace", "non mi piace" perché forse sarebbero riduttivi... però mi è rimasto dentro. Ci ho ripensato per giorni, e non tutti i film mi fanno questo effetto. Angoscia potente, profonda, tanto che il finale mi è sembrato ancora troppo cinico. Certo, il bambino ha trovato qualche persona ancora viva, ma per quanto?
La metafora del fuoco mi ha commosso, e quell'insetto che svolazza prima del ferimento del padre è stato come un raggio di sole.
Credo che la pellicola abbia una sua dignità, e l'interpretazione di Viggo Mortensen mi ha convinto, per non parlare dell'apparizione indimenticabile di Robert Duvall.
Non consiglierò nessuno di andare a vederlo. Non perché sia brutto, ma perché trovo che per molti tutta l'angoscia che comunica sia insostenibile.
(riguarda anche gli altri tuoi commenti)
RispondiEliminaBell'intervento. Questa serie di tuoi commenti mi spinge a cercare un posto migliore per il widget "Ultimi Commenti", per dare ancora maggiore visibilità agli interventi della comunità.
Entro domani vedrò se sia o meno il caso di spostarlo più in alto nella colonna, che sia identificabile da tutti appena si entra nel sito.
Cerca però di recuperare il romanzo perché ne vale la pena...