MESSAGES DELETED2009, Canada, colore, 92 minuti
Regia: Rob Cowan
Soggetto/Sceneggiatura: Larry Cohen
Produzione: Waterfront Pictures
Joel Brandt è uno sceneggiatore che attraversa un momento molto difficile della sua vita: relazione traballante, lavoro (insegna tecniche di scrittura) poco amato e blocco di scrittura.
A complicare un quadro già negativo interviene un misterioso killer che, sulla base di un suo vecchio script, comincia ad ammazzare persone a caso, coinvolgendo Joel tramite telefonate e messaggi in segreteria.
Brandt in poco tempo diventa il sospettato numero uno e, pur rivolgendosi per primo alla polizia, ne ricava sospetti e pressione.
Spetterà al povero scrittore, calato a forza nei panni dell'eroe, cercare di dipanare la matassa e identificare il vero colpevole della serie di delitti, proprio mentre intorno a lui cominciano a morire persone care e conosciute.
"Dipanare la matassa" è locuzione abusata e logora che non ho usato a caso in quanto Messages Deleted si propone come classico metafilm, sulla falsariga di uno Scream ma senza nessuno spazio per l'ironia, che cerca di riflettere sui cliché presenti nei thriller.
Joel Brandt illustra alla sua classe i vari stereotipi e cliché presenti nelle sceneggiature dozzinali e passa quindi sistematicamente a vivere e sperimentare sulla propria pelle quelle stesse scene che bollava come implausibili e inefficaci, reagendo di vota in volta con i soliti errori cui ci hanno abituato eoni di pellicole penose.
Giocare con tale materiale è sempre rischiosissimo ma un conto è se lo fai con la leggerezza e l'ironia (che temo però siano state casuali, a vedere le opere posteriori) di un Andrew Kevin Walker e un Wes Craven, ben altro conto se invece ti prendi pesantemente sul serio, acchiappi una stanchissima sceneggiatura dell'ormai vecchio Larry Cohen e la affidi al solito produttore di turno che pensa sia facile mettersi a girare film dopo aver passato parecchio tempo a finanziarli e controllarli.
Ne risulta una pellicola terribile, pasticciata nel concatenarsi degli eventi e prevedibilissima in ogni sua svolta narrativa e personaggio (protagonista o meno): a comporre un film che riflette sugli sbadigli si è alla fine sfornato un gigantesco generatore di sbadigli.
Peccato perché lo spunto iniziale poteva portare a ben altri sviluppi e perché la scelta di un attore come Matthew Lillard è simbolicamente assai significativa, avendo lui già giocato in questo campo (era Stuart Macher in Scream).
Lillard non ha grandissimi mezzi, sceglie saggiamente di nascondersi dietro un paio di occhiali e di darsi contegno da professorino ma crolla miseramente sotto l'incessante gragnola di, appunto, cliché, stereotipi e déjà vu.
C'è spazio per ogni classico del genere in questo bradiposo metacollage dove l'unica cosa che realmente manchi è qualche forma di analisi e pensiero su quel che si ripropone per la milionesima volta allo spettatore.
Lui che impotente osserva l'assassino mentre arriva alle spalle della vittima alla finestra, la polizia che indaga, l'amico che forse è sospettato e forse no, la caduta progressiva del protagonista e la mancanza di fiducia della sua ragazza, la polizia che indaga, il personaggio che arriva provvidenzialmente a ospitare/nascondere/aiutare, il climax finale con il twist più telefonato della storia del cinema...
Che questa fiera del già visto sia proposta volontariamente o meno poco importa quando il risultato finale è un encefalogramma più piatto della pianura padana, anche perché l'unico messaggio che si riesce a evincere a tratti lungo la noiosa concatenazione è che, ehi, anche la vita reale è stereotipata e piena di cliché.
E se intendi asfissiarmi per un'ora e mezza a colpi di boiate e alla fine l'unica lezioncina che riesci a darmi è che talvolta le boiate accadono sul serio, beh, la delusione a fronte dei minuti persi è davvero cocente.
Pare incredibile che Larry Cohen, con un curriculum pluridecennale (è in giro dagli anni Cinquanta) e ricco di sceneggiature interessanti, arrivi a fine carriera a comporre la sua tanto agognata Trilogia del Telefono (In linea con l'assassino, Cellular e ora Messages Deleted) in modo così sciatto, illogico e privo di mordente quando proprio per merito della sua enorme esperienza poteva tentare di chiudere con una proposta più intelligente.
Sparge e spreca indizi e dettagli lungo tutto il film senza che questi possano servire a qualche tipo di costruzione dei personaggi (l'unico abbozzo tentato, male, è quello sul detective) o della storia (il rapporto fra Brandt e il suo amico), quando non cade apertamente in errori e illogicità (il killer onnipresente e onnipotente, l'intera scena con la vittima sulla sedia a rotelle).
Sprecata la splendida Deborah Kara Unger, letteralmente adorata qui a Malpertuis e che avrebbe bisogno di ben altri registi e film. I vari reparti tecnici galleggiano in un anonimo standard che nulla apporta e nulla toglie: invece di cancellare i messaggi è meglio se cancellate questo filmaccio...
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Quello dello scrittore in blocco che insegna scrittura è uno dei grandi cliché del thriller.
RispondiEliminaChissà, forse è per questo che tutte le volte che ho proposto di mettere in piedi un corso di scrittura mi hanno dato picche - perché io il blocco non l'ho mai avuto.
E meglio così - odierei l'idea di finire braccato da un omicida ed al contempo accusato ingiustamente dei crimini...
No, troppo stressante.
Ma tu recensisci anche i film senza i mostri? Gli dèi non ti puniscono?
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