CASE 39USA/CANADA, 2009, colore, 109 minuti
Regia: Christian Alvart
Soggetto/Sceneggiatura: Ray Wright
Produzione: Misher Films, Anonymous Content, Case 39 Productions, Paramount Pictures
Emily Jenkins è una assistente sociale che, già sommersa di lavoro, si imbatte in un caso tanto drammatico quanto interessante: una ragazzina con gravi problemi in famiglia, voti colati a picco, mutismo e un probabile padre autoritario e violento.
A nulla servono gli iniziali tentativi di indagine e colloquio, ma quando la bambina, Lilith, la chiama nel cuore della notte per chiedere aiuto, Emily e un suo amico poliziotto irrompono nell’abitazione appena in tempo per interrompere una scena atroce: i genitori stavano per bruciare la bambina dentro il forno.
Nei giorni seguenti Emily si affeziona sempre di più a Lilith e alla fine decide, per la prima volta nella sua carriera, di andare contro la deontologia e tenersi la bambina in attesa dell'affidamento definitivo a qualche famiglia.
Ben presto però cominceranno ad affiorare alcuni problemi, le persone amate da Emily moriranno una a una e i sospetti finiranno per appuntarsi sulla sempre meno angelica Lilith…
Immagino che Ray Wright (Pulse e l'imminente remake di The Crazies) abbia pensato fosse particolarmente cool e ammiccante chiamare Lilith la demoniaca bambina protagonista di questo patinato derivato Paramount che va a ingrossare quantitativamente il già recentemente grassoccio filone dei bambini malvagi.
Io invece la trovo scelta debole, come molte altre della sua sceneggiatura, e come ritengo in definitiva debole un filmaker come Christian Alvart (autore dei ben più interessanti Antikörper e Pandorum) che va anche lui a ingrossare un altro filone, quello dei registi assimilati e neutralizzati da Hollywood.
Detta neutralizzazione avviene come al solito tramite l’adozione obbligata di metodi e segni banali, rimasticati, provvisti di grandi ed evidenti tag che permettono allo spettatore svogliato di entrare in una modalità di visione-autopilot: si identificano all’istante ruoli e destini di ogni personaggio, ogni scena è rigidamente codificata e qualsiasi tipo di paura, twist, perturbante, partecipazione viene rimosso in favore di una scrittura, regia e fruizione passive che possono trovare qualche minima redenzione esclusivamente nei valori di produzione.
Che, mettendoci il becco chioccia Paramount, sono alti e a tratti pregevoli: Mark Goldblatt non è stato certo nominato all’Oscar a caso e monta divinamente un prodotto professionale in ogni suo campo, dalla fotografia ricca di soluzioni originali (guardate le panoramiche sulla città, per esempio) di Hagen Bogdanski fino ai set ottimamente curati da un John Willett che qui mi pare al top della sua poco prolifica carriera.
Ma potete mettere insieme tutti i grandi professionisti che volete: il materiale di partenza è morto su carta, Alvart non ci prova nemmeno un secondo a tentare qualche tipo di rianimazione e si limita a far traballare un cadavere squisitamente vestito fino al giro di bara dei cento e passa minuti, un occhio all’orologio, uno al portafoglio e un terzo alla possibilità di girare il futuro, inutile remake dei suoi anticorpi tedeschi del 2005 che gli statunitensi, come sempre, hanno bisogno di veder tradotti invece di sprecare preziose energie a cercare di comprendere un prodotto estero.
Naso turato e motore al minimo, quindi, con un cast azzeccato che toglie al regista le castagne dal fuoco in parecchie occasioni ma non riesce comunque a far brillare più di tanto l'ennesimo zircone delle colline losangelene.
Zircone che è stato tenuto in magazzino per ben qualche anno prima di tentare di proporlo al pubblico e non riesce difficile capire come mai.
Renée Zellweger mostra più di un limite nel sovraccaricare quasi ogni stato d’animo della sua Emily ma pare comunque scelta adeguata a vestire i panni di una assistente sociale sufficientemente stupida da portarsi a casa un demone e la costumista (e il reparto trucco) l'aiuta a meraviglia a sottolineare tutti i cambi e risoluzioni: stupenda la giacchetta di pelle indossata quando finalmente si decide a combattere il mostro.
Gli altri attori svolgono il loro compito in maniera egregia, da un Callum Keith Rennie (Californication, Battlestar Galactica, Harper’s Island) da tenere d’occhio in futuro a un Ian McShane che veste alla perfezione (rughe e tutto) un ruolo che in altre occasioni avrebbe potuto essere anche di Gabriel Byrne.
Inevitabile il paragone fra Jodelle Ferland (Lilith) e Isabelle Fuhrman (Orphan), con la prima che non ne esce nemmeno con le ossa troppo rotte, anche se si limita a incarnare passo passo quel che lo spettatore supino si aspetta da una bambina demoniaca, senza guizzo alcuno, divertendosi fin troppo lungo l'intera vicenda.
Tutto nella scrittura di Wright puzza di manualistica della sceneggiatura di piccolo cabotaggio, dal passato di Emily che riverbera nell'attuale situazione di Lilith alla pupazzeria assortita dei vari personaggi secondari, mossi come robot lungo le traiettorie prevedibili e (per alcuni) altamente funzionali fino al meccanismo da foborobotico contrappasso della morte di un co-protagonista per “mano” di insetti, in una scena che rimarrà a lungo negli annali della bad CGI e che farà rimpiangere a più di uno spettatore smaliziato gli scarafoni creepshowiani.
109 minuti sprecati e privi di brividi, tensione, paura, disgusto od orrore, ovvero gran parte degli elementi sui quali poggia la qui presente dimora Malpertuis.
Aggiungete la rimozione di due morti importanti (di una vediamo solo due cuscini zeppi di sangue, l'altra, quella di un personaggio in un parcheggio, vince il premio come morte peggio gestita degli ultimi anni) in un film già anemico oltre il dovuto e otterrete il quadro di uno spreco di pellicola che nulla aggiunge al filone e rischia di far valiumcrollare i vostri progetti di serata con visione disimpegnata.
State lontani da questo file, passiamo al prossimo caso, grazie!
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Caro Elvezio, inviata mail sul "femminile". A presto :)
RispondiEliminaTi dirò, a me Case 39 è piaciuto.
RispondiEliminaMi è entrato sottopelle, di soppiatto, ho provato molta inquietudine e a tratti paura.
L'inizio del film è molto intenso, e - anche se ho intuito quasi subito il twist - la cosa non ha pregiudicato il seguito, anzi: ha moltiplicato l'ansia.
Ho trovato la sceneggiatura efficace nella sua semplicità, con qualche calo di inventiva nella seconda parte (come hai detto tu, la scena nel parcheggio è tirata via).
Mi dispiace però constatare che i limiti del mostro sono sempre un po' ondivaghi... Ossia, riesce a materializzarsi fuori dalla casa durante l'incendio e non riesce a uscire da un auto che affonda nell'acqua.
Al posto del finale consolatorio avrei visto bene la scelta dell'ineluttabilità del Male, come nei film anni '70, dove l'oscurità trova sempre il modo di reincarnarsi in un nuovo essere umano.
Però, siccome tu ne hai parlato piuttosto male, per confermare il mio giudizio positivo dovrei vederlo una seconda volta, magari in condizioni emotive diverse.