AMABILI RESTI(THE LOVELY BONES)
USA/UK/Nuova Zelanda, 2009, colore, 135 minuti
Regia: Peter Jackson
Soggetto/Sceneggiatura: Fran Walsh, Philippa Boyens e Peter Jackson da un romanzo di Alice Sebold
Produzione: WingNut Films, DreamWorks SKG, Film4 e Key Creatives
6 dicembre 1973, Norristown, Pennsylvania. Susie una ragazzina piena di vita, con la passione per la fotografia e la promessa del un primo bacio, prende una scorciatoia attraverso i campi e, con leggerezza, segue un uomo dentro una tana scavata sottoterra.
Viene stuprata, uccisa e smembrata. Il suo spirito finirà in una sorta di limbo dal quale osserva la sua famiglia andare a pezzi sotto il peso della perdita.
Mentre la madre infine si rassegna, padre e sorella non sono disposti a mollare e sarà proprio quest'ultima, dopo alcuni mesi, a scoprire la verità su quanto accaduto.
Nel frattempo Susie dovrà imparare a non provare più rabbia e desiderio di vendetta, e dovrà anche smettere di osservare la famiglia permettendo loro di accettare definitivamente quanto successo e continuare a vivere, mentre lei accederà finalmente al Paradiso.
Non ho letto il romanzo dal quale Peter Jackson ha tratto il film, ma oso sperare sia meglio di questo pasticcio al caramello messo in piedi da un regista sempre più smarrito.
O meglio, che dico, in realtà Jackson pare conoscere sempre meglio la via da seguire e The Lovely Bones non è che un altro passo nella direzione intrapresa ai tempi del plasticoso ma ancora efficace Sospesi nel tempo.
Assimilato dal premiato zuccherificio Spielberg-Zemeckis, il filmaker neozelandese è diventato sempre più il campione di certo chewing cinemagum ad alto profilo produttivo, alfiere della banalizzazione spettacolare (o banale spettacolarizzazione) di ogni tipo di testo affrontato.
Rimane da sperare che tale industria dolciaria non riesca a contagiare anche Guillermo Del Toro, ma sono fiducioso: il messicano pare assai più dotato di una cifra estetico-fantastica personale e precisa che dovrebbe permettergli una partigiana resistenza. Già Joe Dante, ai tempi, era riuscito a resistere a una involuzione simile, ci riuscirà anche il papà del Fauno.
Ma passiamo agli Amabili Resti, cui mi ero accostato fiducioso: speravo in una ripresa qualitativa dopo gli ultimi 4-5 film e avevo (scontatamente, lo so) in testa un titolo che riecheggiava di continuo: Creature del cielo, Creature del cielo, Creature del cielo...
Mi ritrovo invece con un prodotto Dark Disney, uno spettacolino consolatorio nel quale quel che alcuni mi hanno raccontato come maggior elemento di pregio del romanzo, ovvero l'elaborazione del lutto da parte di chi sopravvive, viene coperto da una serie di scenette di un new age pastelloso che causerebbero problemi di glicemia anche al mio minipony.
Posso capire che si tratti dell'aldilà sognato da una quattordicenne, ma che una ragazzina abbia a sua disposizione una palette cromatica così "ridotta" e una fantasia così spenta, supina e derivativa crea brividi ben maggiori di quelli indotti dal serial killer presente nel film.
Il continuo gioco di alternanza fra il limbo e il mondo “reale” è gestito con montaggio robotico e sceneggiatura scontatissima, al servizio del testosterone tecnico di Jackson che cerca in ogni momento di impressionare lo spettatore con la sua rappresentazione dell'aldilà laddove sarebbe ampiamente bastato suggerirne l'idea invece che prenderci per i capelli e schiaffarci dentro i suoi dipinti in movimento.
E, dipinto per dipinto, sarebbe allora stata assai più curiosa e stimolante la proposta, a tal riguardo, di un Tarsem Singh, che su tale contrapposizione avrebbe probabilmente saputo mostrarci variazioni ben più ampie.
Le cose non migliorano quando ci si sposta dal limbo a Norristown: la qualità di certe metafore è pesantissima (mi sono sentito considerato come un totale ignorante privo di sensibilità di fronte al giochino di sguardi fra il detective e il killer attraverso la casa di bambola, tanto per dirne una, per tacere del pinguino nella bolla) e i due-tre elementi di sicuro interesse in una vicenda del genere, ovvero l’effetto del lutto su una famiglia (o una comunità) e, più in generale, cosa rende una famiglia (di nuovo, una comunità) tale e le permette di resistere agli eventi, questi elementi non vengono affrontati e sviluppati se non in modo abbozzato o pedissequo.
Eppure non è di molti anni fa la splendida lezione, giocata proprio su questi meccanismi, di un Mystic River.
Cosa rimane quindi?
Ovvio, il giallo.
I sospetti, l’indagine, gli indizi, le prove, gli inseguimenti, gli scontri e, ci mancherebbe, l’identificazione del colpevole (a noi già noto) e l’amministrazione della pena (in un finale tremendo, terribile).
Davvero in una vicenda del genere sono queste le cose che importano di più?
Davvero ti importa solo di videogiocare e mostrare quanto sei un manico con il joystick degli effetti speciali?
Siamo davvero passati attraverso decenni e decenni di cinema per arrivare all'offensivo (per quanto banale) montaggio alternato fra il padre che, disperato, spacca le sue navi in bottiglia e delle gigantesche navi in bottiglia che si infrangono contro le alte scogliere di una riva del limbo?
Davvero questi elementi vengono salutati da stampa e fan uniti come il “trionfo del fantastico”?
Come abbiamo fatto ad arrivare fino questo p(i)attume e salutarlo come qualche tipo di vittoria contro chissà quale nemico realista?
Jackson ovviamente non si limita a sprecare gli ottimi punti di pressione rintracciabili nel contenuto, ma passa anche a sfruttare maluccio un cast a tratti strepitoso che, annusando il clima da cartone animato della domenica mattina, si adegua e mette in piedi interpretazioni monoespressive, per quanto potenti.
Mark Whalberg è supertriste, superinfuriato, superamareggiato, superossessionato; all'altrove bravissima Saoirse Ronan qui non rimane altro che sgranare in continuazione gli occhioni fino a farli quasi scoppiare (ma rimane l’unico professionista davvero nella parte); Stanley Tucci sussurra (molto bene) "sì, sono io il killer-uomo qualunque, guardate che occhietti cattivi che ho, guardate, costruisco case di bambola ma non ho figli!" e Susan Sarandon si precipita a sollevare le sorti del film per due-minuti-due con una strepitosa, inopportuna e inutile versione di (g)milf dedita a pillole, alcool e scarsa attitudine verso le (certe, perlomeno) attività domestiche.
Un tempo promettente sperimentatore di come la CGI potesse aiutare a narrare meglio, ora Jackson è diventato schiavo del pixel e lo ficca in ogni angolo possibile, anche e soprattutto dove non c'è alcun bisogno di stampelle per la fantasia, conquistando ogni singolo neurone dello spettatore e impedendo il necessario, sano rapporto fra opera e fruitore.
Resto dei reparti tecnici molto buono, con alcuni interni ed esterni particolarmente azzeccati (il buco-discarica, la tana nel campo di granoturco...) che fanno ancora più arrabbiare se si pensa che molti degli aspetti risolti al computer si sarebbero potuti risolvere in modo molto più interessante attraverso questi settori.
Spunta fuori un Brian Eno di maniera nella colonna sonora, ma anche a scartamento ridotto confeziona alcuni momenti brillanti.
L’estetica proposta da Jackson in tutti gli oltre 130 minuti di questo suo ultimo film è piatta, disegnata male e colorata peggio e, lo sapete, estetica ed etica…
Non fate come il sottoscritto, che si è praticamente precluso la futura lettura del romanzo, e cercate, se proprio dovete, di affrontare la Sebold piuttosto che la bitch neozelandese di Topolino Spielberg.
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> Come abbiamo fatto ad arrivare fino a questo p(i)attume e salutarlo come qualche tipo di vittoria contro chissà quale nemico realista?
RispondiEliminaNon so come abbiamo fatto ma so come abbiamo cominciato: Con "Big Fish" di Tim Burton.
Peccato leggere queste tue parole, dopo quella sòla infinita di King Kong speravo che una storia meno fracassona avrebbe riportato Jackson nei binari. Chissà se lo vedrò, questo.
Concordo su Del Toro, la sua estetica è ben oltre. Anche se a livello di sceneggiatura il suo realismo fa ancora molta acqua, ma sai già la mia opinione sul franchismo da operetta del Fauno ^_^;;
[cancella, per cortesia, il messaggio precedente.]
RispondiEliminaleggendoti mi sono tornate in mente due letture:
1) ne gli strumenti del comunicare mcluhan scrive di media caldi (che, se non ricordo male, sono quelli più carichi di informazione, come, nel 1964, la radio o il cinema) e freddi (come la tv, allora sgranata e in b/n),
2) dev'essere il manuale di armonia di schoenberg, in cui all'inizio lui definisce la sua (anni trenta, credo) "l'età (della ricerca) del comfort".
mi è venuto da pensare al comfort dell'immaginazione, a bart simpson che si lamenta perché non riesce più a stare da solo da quando "la televisione ha distrutto la mia immaginazione"; alla comodità di guardare un porno senza fare la fatica di immaginare nulla; al relax, dopo una giornata di sbattimenti, che provi nell'immergerti nel caldo tepore della luce catodica (mavà, è un lcd, oramai) e a quel fenomenale processo in cui si perde pian piano il possesso delle proprie facoltà mitopoietiche.
vabbé, stasera cercherò di raccontare una storia ai bambini. giusto per tenermi in allenamento.
[quote]
RispondiEliminaPosso capire che si tratti dell'aldilà sognato da una quattordicenne, ma che una ragazzina abbia a sua disposizione una palette cromatica così "ridotta" e una fantasia così spenta, supina e derivativa crea brividi ben maggiori di quelli indotti dal serial killer presente nel film.[/quote]
Uhm. Eppure dai, purtroppo verrebbe da dire che non è nemmeno così sbalorditivo, no?
Chiedo scusa..
RispondiEliminaLo zio Tim col tempo avrà anche iniziato a perder qualche colpo -ok, ok.. magari pure più di qualcuno- ma suvvia, non bestemmiamo.
Che ciufolo c'entra adesso Big fish con questa minchiata?
Mr Nimo Ano
Mi spiego.
RispondiEliminaBig Fish, oltre a essere una storia che mi ha "preso" molto poco, mi è parso una gran furbata. Coi critici a dirne grandi cose perché finalmente Tim Burton "ammette" che il Fantastico sono tutte balle. Io che sono un nazista del Fantastico :-) non posso sopportare una cosa del genere, una tale leccata di piedi al Santo Realismo - che poi non è realismo, è "realisticismo" (ovvero vale solo quello che posso accettare come non violante la mia ristretta visione del "vero").
Secondo me (polemico e acido) Big Fish è stato un bel mattoncino nell'abbassamento delle aspettative fantastiche dello spettatore, tanto pesante quanto viene da un presunto Autore a mio modesto avviso spento da mo'.
E io amo e ho amato diversi film di Burton, giuro.
Mah...
RispondiEliminaNon è che metta in discussione i tuoi giudizi di valore su chicchessia. Del resto, se Big fish ti ha "preso molto poco" -tanto poco da metterne in dubbio l'autorialità- saranno problemi tuoi. Il mondo è bello perchè è vario, insomma. Io il romanzo di Wallace non lo conosco; tu però pensa che disastro, se il progetto fosse rimasto in affidamento a Spielberg. ;)
Più che altro, mi trovi per nulla d'accordo con te per i seguenti motivi:
1) Burton non mi pare proprio che abbia smesso di raccontar "balle" dopo il film in questione (per fortuna, sarei tentato di aggiungere). Che poi le "balle" di adesso abbiano innegabilmente uno charme minore, è discorso che esula dal contesto.
2) Il fatto che tu abbia interpretato a quel modo ("realisticismo"???) la -fantastica, in tutti i sensi- storia in questione, pone, a mio modestissimo avviso, una seria ipoteca sulla tua corretta comprensione della stessa.
3)Se le aspettative fantastiche di uno spettatore dipendessero da quanto in là riesce a spingersi un autore (non in generale ma UNO, UNO SOLO!) staremmo messi davvero maluccio.
Il discorso che fai per Big fish mi sembra calzi molto molto meglio a Gilliam e al suo Parnassus.
Ossequi,
Mr Nimo Ano
Non vedendo film di Burton da parecchi anni (e apprezzando Wallace ancor meno) non saprei dire nulla al riguardo e avendo abbandonato Gilliam qualche film fa mi perdo anche l'altro riferimento.
RispondiEliminaIo però farei risalire il guasto su cui riflettevo ben prima, più o meno intorno a ET e compagnia (a)varia(ta)...
@ alladr: ottima sintonia, come al solito. Hanno colonizzato, occupato la fantasia in un modo così becero, con colori e forme così volgari, luccicosi e faciloni (ma potenti) che diventa davvero difficile sottrarsi ai conquistadores di turno.
In realtà non metto in dubbio l'autorialità di BF, che anzi ricordo piuttosto marcata. Era il messaggio "politico" (di politica del Fanstastico) a non piacermi, il che dimostra che sono tutte mie personali acidità.
RispondiEliminaLo sottolineo perché non l'ho mai rivisto. E un ricordo sbiadito vale solo fino a un certo punto.
1) Mai detto che Burton abbia smesso con le "balle". Solo che appunto, i fasti sono lontani; ma BF non c'entra in questo. Ai miei occhi può essere un prodromo ma non la causa.
2) Mi sono spiegato male. Non mi riferivo al "realisticismo" dell'opera, ma al pensiero di certi critici che si sono accorti di Burton quando ha firmato un'opera che apparentemente non violava le regole del "real(istic)ismo" a loro tanto caro. Ché se ci sono i mostri un film è brutto, pare.
3) Anche qui mi sono spiegato male (e ho anche fatto l'acido): intendevo dire che se una voce autorevole del cinefantastico *inizia* a perdere colpi e lo fa con un'opera a mio avviso sopravvalutata, la frittata certo non è fatta ma uno o due ovetti son stati tirati fuori dal frigo.
Ancora non ho visto Parnassus. Ho da temere? Già Tideland mi fece cercare un cappio nelle vicinanze del divano :-)
"Heavenly Creatures" (1994) mi aveva fatto molto ben sperare in Jackson, con quelle tragiche e tragicamente "vere" sequenze finali, contrappuntate dal "coro a bocca chiusa" della Madama Butterfly di Puccini. Poi è come scivolato nella rincorsa del "vero" immaginario, quasi schiavo lui stesso di un'illusione intrapsichica che sembrava desideroso di voler studiare più seriamente. Mah.
RispondiEliminaSe Big Fish non vi ha commosso siete peggio di Cuordipietra Famedoro, echeccacchio! Personalmente me ne frego di gran furbate & affini, Big Fish è un film meraviglioso e tanto mi basta, occhio che a riguardo son nazista davvero e non tollero critiche! :-)
RispondiEliminaRiguardo a Lovely Bones, prima o poi lo guarderò, non ora, ho altre priorità. Quasi quasi mi riguardo Big Fish.
I miei ossequi a tutti.
@ Zio Gil
RispondiEliminaSarò franco..
E' che il concetto di "Politica del fantastico" che tiri in ballo io proprio non l'afferro (deficit mio, magari). Finchè però si darà per buona la politica come arte del possibile, la tua espressione mi suonerà sempre come un'insanabile contraddizione in termini. Insomma, quand'anche fosse come dici, non sarebbe certo giusto ergere un episodio a legge incontrovertibile, proprio in virtù del fatto che ci si muove in un territorio che è "altro" dal possibile.
I critichini che ti fanno venire l'orticaria credo siano più o meno gli stessi che hanno "scoperto" King solo da qualche anno. Il che è tutto dire.
Mi trovo più in sintonia con Elvezio, che giustamente retrodata il problema ai primi anni '80. Ma la constatazione che anche dopo "E.T." gli esseri umani (autori o meno) abbiano continuato a fantasticare alla grande, mi rende ottimista per il futuro. Finchè ci saranno galline, le uova non mancheranno. ;)
Per Parnassus; ti consiglio di insaponare bene la corda. più che un film sembra uin videogame.
Ma di quelli stupidi.
Il vecchio Terry, a mio avviso, stavolta ha davvero toppato.
Grazie comunque per l'interessante scambio.
Mr Nimo Ano
Ottimista non saprei però sì, le sacche di resistenza continuano a esistere, in taluni casi a proliferare, anche se temo che gli spazi a loro disposizione (parlando di film, ovviamente, non di romanzi) si stiano riducendo rispetto a un tempo.
RispondiEliminaMa è, appunto, impressione cui non posso più di tanto offrire stampelle di dati, quindi da sola cammina male e poco...
Ottimi interventi, se continuerai a frequentare questi posti sarò, saremo tutti contenti (mantieni nome e, sigh, cognome...)
Vorrei sottolineare il pensiero che sta davanti alle parole di Alladr.
RispondiEliminaNe condivido anche i refoli più impercettibili.
Ma vi ricordate quanto era divertente,amorale e iconoclasta "Braindead"?
Litri e litri di sangue finto,corpi in putrefazione e nessuna pretesa di raccontare qualcosa.
Il bene contro il male?
Il paradiso?
Le scimmie depilate in testa hanno concetti più brillanti...
Ossequi.
Mmm, io sinceramente ho visto proprio tutt'altro discorso che "sono tutte balle", in Big Fish. Mi è sembrato più un "che siano balle o no, chissenefrega: questo è il racconto della mia vita. Potrebbe essere vero, falso... lo decidi tu". Io non credo che il fantastico alzi bandiera bianca solo perché nel funerale del protagonista si vedono i personaggi raccontati in ottica più realista. Sinceramente, la vedo più come una scelta individuale posta allo spettatore. Per te che hai sentito il racconto di Edward Bloom, in quelle due ore di film, era tutto vero. Incontrovertibilmente vero. Però al funerale vedi tutti i personaggi della sua storia in una chiave più "reale".
RispondiEliminaA chi credere allora? A come li vedi per cinque minuti lì? A come li hai visti per due ore e fischia? La scelta è lasciata a noi spettatori e, per me, è più corretto un approccio simile che una netta presa di posizione... perché la fede (intesa come fiducia) nell'irreale rimane una questione solo mia, come deve essere.
In mia humile opinione, eh :)
Elvezio, perché ET?
Gli spazi, appunto.
RispondiEliminaAnzi, più che di spazi parlerei proprio di fruibilità. La differenza è sottile, ma non così irrilevante.
Volendo poi essere -come giustamente suggerisci- un pelino meno ottimisti, per esperienza personale (peraltro infinitesima e tutta itaGLIana) non credo di poter escludere dal "guasto" l'editoria.
Ipressione pienamente condivisa, quindi.
Chissà quante altre stampellate ci vorranno, affinchè qualcosa cambi! ;)
Grazie infinite dell'invito, Elvis.
La Malpercasa, ad ogni modo, la infesto già da un pò.
Pardon, la infestiamo (io e le vocine che vivono nel mio cervello).
D'altra parte, più siamo e meglio è.
Ok, la smetto.
Mr Nimo Ano
Sottoscrivo in pieno le osservazioni di Hanuman: ho visto Big Fish più di una volta, in momenti molto distanti tra loro, ma il messaggio che mi ha comunicato è sempre stato lo stesso: "Ecco com'è andata. A te la scelta."
RispondiEliminaInteressante comunque il punto di vista di zio Gil, che ovviamente non posso sottoscrivere: ciononostante non avevo mai considerato il film in quei termini, vorrà dire che mi toccherà guardarlo per l'ennesima volta.
Tolto il paradiso che effettivamente presta il fianco a numerose critiche, a parere mio siamo di fronte ad un film riuscito. La parte "terrena" è ben strutturata e i personaggi sono credibili, la prova degli attori è sopra la media. Ma il problema è che la morte e l'aldilà dovevano rappresentare nelle intenzioni proprio il cardine del film, sul quale ruota tutta la vicenda. Anche il montaggio tra le due realtà effettivamente è abbastanza scontato. Facendo la somma quindi si sfiora la sufficienza. Peccato. GK
RispondiEliminaDa quando in qua ad un film, per essere "riuscito", basta sfiorare la sufficienza???
RispondiEliminaChissà come l'avresti montato tu...
Argomenta, please. Almeno un minimo.
Non puoi pretendere che ti si prenda sul serio sulla base di un giudizio di valore tout court (palesemente incoerente, per giunta).
...O quella "K" nella firma sta per Kubrick?
Nimo Ano
Ahi ahi ahi! Meno male che mi son comprato il libro giusto ieri (guarda un pò il caso!) in preparazione all'uscita del film, ma speravo che la lettura del libro fosse propedeutica alla visione. Invece pare proprio che dovrò fare i conti con un'altra trasposizione deludente... peccato perchè dal punto di vista visivo sembrava molto raffinato e ispirato...
RispondiEliminaNo forse mi sono spiegato male: la parte dello svolgimento del film riguardante la famiglia e ciò che rimane dopo la morte della ragazza (compreso il lato giallo della vicenda) a mio avviso è riuscita per le motivazioni che ho citato. Ma nel complesso quindi, visto che la parte paranormale non mi ha soddisfatto (concordo con il giudizio di Elvezio), il film non va oltre la sufficienza. GK
RispondiEliminaIl precedente commento da parte dell'utente Vision è stato cancellato in quanto spam.
RispondiEliminaIn Rete vigono alcune regole o, perlomeno, vigono in questo pezzo della Rete e tanto penso di adoperarmi per la diffusione di vari siti e realtà quanto poco sopporto lo spam.
Che sia di monito a chiunque: impiegate molto più tempo ed energia voi a cercare di pubblicare spam dalle mie parti che il sottoscritto a cancellarlo con un singolo click.
Grazie.
Quello che scrivi mi dispiace. Nemmeno io ho letto il libro, ma conosco il plot e mi sembrava potesse rientrare nelle corde di P. Jackson (forse pensavo anche io a "Creature del cielo").
RispondiElimina"Rimane da sperare che tale industria dolciaria non riesca a contagiare anche Guillermo Del Toro, ma sono fiducioso: il messicano pare assai più dotato di una cifra estetico-fantastica personale e precisa che dovrebbe permettergli una partigiana resistenza."
Del Toro secondo me ha buone probabilità di cavarsela anche perchè dispone di una sua sdolcinatezza, personale e congenita, di un suo sentimentalismo di fondo che soddisfa il bisogno di zuccheri del pubblico senza contraddire la poetica del regista. A me, onestamente, questo lato del suo cinema non piace, però visto che è connaturato all'identità di autore di Del Toro, invece che indotto dall'addomesticamento cui "chi vuole fare i filmoni" deve piegarsi per contratto, risulta sicuramente meno fasullo e meno stucchevole. E comunque, visto che c'è, lo lasceranno in pace.
A mio avviso questo è un film molto importante. Rappresenta un altro tassello verso la demolizione dell'Horror inteso come "paura della Morte".
RispondiEliminaJackson - attraverso il romanzo - mira a trasmettere un significato preciso e occulto: ovvero, la Morte non esiste che per il corpo fisico, mentre la coscienza è immortale.
Questo fatto, rifiutato con irritazione dai pensatori materialisti, è invece un preciso fondamento della scienza spirituale: alla morte fisica l'anima si trasferisce su un altro piano di realtà. In questo viaggio non si dissolve nel nulla, ma attraversa vari piani di coscienza a diversa densità, dapprima simili a quelli terrestri, poi sempre più astratti. Se il trapassato è legato ancora a forti desideri terreni (e l'odio verso il suo carnefice è uno di questi desideri), la sua anima farà fatica ad allontanarsi, e rimarrà a lungo magneticamente legata ai luoghi che ha conosciuto e alle persone che ha amato, alimentando in loro - con la sua vicinanza - il proprio ricordo, che a volte può diventare un'ossessione, come nel caso del padre di Susy.
L'aspetto mirabile di questo film è la naturalezza con cui i due piani vengono intrecciati, come fosse un fatto palesemente scontato, anche se nelle menti dei più scettici questa non sembrerà altro che l'intrusione di una nota fantasy nell'ambito di un thriller, giusto per il divertimento di contaminare i due generi.
La morte di Susy è drammatica, ma solo perché lei (e lo spettatore) non ha ancora ben compreso il significato della morte.
Tramite il meccanismo narrativo il vero dramma si trasferisce allora dall'evento tragico di Susy alla vita del serial killer, tormentata, ossessiva, priva di amore e di pace. La scena in cui lui deve disfarsi della cassaforte è emblematica del peso che deve trascinare nella sua esistenza, tanto che - alla fine - la sua caduta si rivela come una liberazione. Prima che per gli altri, una liberazione per se stesso.
L'horror, destinato a sparire, si sta concentrando sempre più sulla sofferenza della vita (vedi l'esplosione del fenomeno del Torture Porn), abbandonando la paura della Morte. Questo è un fatto dinamico, in evoluzione. Da questo punto di vista Jackson si sta impegnando a trasmettere un messaggio positivo, com'è nel solco della filosofia della Dreamworks, per impiantare nella mente del grande pubblico nuovi semi che daranno preziosi sviluppi futuri.
Quella che appare come banale melassa a mio parere è una scelta etica determinata, non è frutto di un'ingenuità o di un'incapacità narrativa o stilistica. E' un gesto "politico", un intento educativo mirato a evitare che questo mondo diventi un gigantesco Hostel privo di senso. Nell'epoca del trionfo del più oscuro materialismo, è un gesto rivoluzionario.