IL MISTERO DEL BOSCO (THE WOODS) 2006, USA, Colore, 91 min. Regia: Lucky McKee Soggetto/Sceneggiatura: David Ross Produzione: Furst Films, United Artist
1965. New England. Heather, una ragazza problematica, rea di aver incendiato la casa dei genitori, viene iscritta contro la sua volontà in un collegio femminile isolato in un bosco.
La scuola è dominata da una direttrice e un corpo insegnanti che ha precedentemente studiato lì e tendono a mantenere l’Istituto molto isolato nei confronti della comunità circostante.
Ben presto Heather, fra continui scontri con le alunne più anziane, si accorge che il bosco circostante ospita strane e terrificanti forze. Alcune ragazze spariscono, lasciandosi dietro solo mucchi di foglie e lentamente si svela il passato del collegio in un collage di omicidi e magia nera che sembra disegnare un destino atroce per la giovane ragazza…
Giunto ormai alla quarta prova (dopo All Cheerleaders Must Die, lo splendido May e il convincente Sick Girl) Lucky McKee incappa in un leggero vuoto d’aria, causato principalmente dal suo volersi affidare a uno script altrui, e mette in scena un impeccabile (dal punto di vista grafico) ma in definitiva banale balletto di schoolgirls, streghe, boschi animati, asce insanguinate e piccole/grandi angherie.
Sbarazziamoci subito degli inevitabili rimandi a Suspiria che ci stanno tutti e non solo dal punto di vista di trama/situazione/personaggi quanto proprio per quanto concerne un comune modo di sentire e intendere il cinema. In questo caso McKee come Argento sembra preoccuparsi poco di plausibilità, coerenza logica e costruzione psicologica dei personaggi, preferendo dare spazio alla costruzione dell’inquadratura, alla cura della fotografia e all’attenzione maniacale per alcune scene.
Ne esce quindi un lungometraggio sontuoso in alcuni punti (le scene del canto, certi primi piani…) ma che si dilunga in dialoghi e intermezzi farraginosi e annaspa in cerca di un crescendo che non arriva mai. Privo del malsano sadismo di Argento e non interessato (o incapace) a lynchiare fino in fondo, McKee sceglie di rifugiarsi in un suo punto di forza, che è l’abilità e l’insistenza nel cercare e costruire scene di un soffuso lesbismo all’acqua di rose che, complici forse costumi e (ottime) scenografie risulta comunque interessante.
Ha però dalla sua, rispetto ad Argento, una maggiore accortezza e capacità di scelta/direzione degli attori: Agnes Bruckner è una delizia per gli occhi e come tale viene filmata, in modo rispettoso della sua figura e ruolo. In più (elemento non scontato) la ragazza sa recitare meglio della media e ha una ammirabile tenuta lungo l'intera pellicola. Per contro però il filmaker spreca letteralmente il fattore Bruce Campbell, relegando Ash a poche battute iniziali e un finale inane.
Chiuso dallo script monolitico di David Ross, il filmaker californiano non riesce a dar corpo e vita alle stranezze e morbosità esibite nei precedenti lavori e si limita a sfruttare al meglio le scenografie di un Dan Leigh in buona forma e i toni saturi e pastosi di John Leonetti, facendo scivolare via come meglio può certi imbarazzi di trama (il padre vendicatore interpretato da un Campbell che passa dal farfallino alla motosega con piglio schizofrenico, gli alberi malvagi che strisciano nelle stanze e ribaltano le automobili…), senza riuscire a scuotere o ammaliare da par suo.
David Ross è sceneggiatore fra i meno adatti allo stile di McKee e sembra scrivere dominato dalla convinzione monolitica del repetita juvant: ecco quindi il ripetersi seriale di situazioni e allusioni spinte a forza negli occhi e orecchie dello spettatore, come se si temesse che qualsiasi tipo di messaggio o indizio non possa davvero raggiungere nessuno la prima volta che viene proposta. Ne consegue un meccanismo ciclico al quale McKee reagisce come può, operando più che altro sulla cornice estetica e sui dettagli tanto che dopo essere passato alcune volte attraverso questi loop lo spettatore mette la trama in secondo piano e passa a godersi stile, costumi, corpi, scenografie, effetti e quant'altro.
Cast e altri dati tecnici nella norma con un necessario pro al lavoro in fase di montaggio e un dovuto con a una colonna sonora priva di interesse. Probabilmente mi spingo troppo in là con le ipotesi, ma Lucky McKee mi pare più a suo agio a operare in ambito semi-indipendente che all’interno di una major.
Un passo indietro per uno dei nomi più promettenti della new wave of horror, ma, se confrontato con la maggior parte del pattume di genere, un piccolo cult che a tratti brilla di certe venature d’oro genuino che vanno scovate, setacciate, separate dal resto del minerale meno prezioso e conservate a parte, in attesa che McKee torni anche a scrivere quel che intende girare.
DEAD AIR 2009, USA, colore, minuti Regia: Corbin Bersen Soggetto/Sceneggiatura: Kenny Yakkel Produzione: Team Cherokee Production, Antibody Films
Logan conduce uno dei radio show più irriverenti di tutti gli USA: ogni notte entra nelle case degli statunitensi, solleva questioni e problematiche importanti e lascia quindi parlare gli ascoltatori attraverso le telefonate, rispondendo spesso con toni ironici, sarcastici e strafottenti.
Proprio durante la sera nella quale Logan e il suo staff di collaboratori propongono come tema principale la paranoia, in molte città degli Stati Uniti gruppi di terroristi islamici diffondono nell'aria un letale ceppo di virus che trasforma i contagiati in belve rabbiose, in grado di contagiare altre vittime con un solo morso o graffio.
Logan e i suoi si trovano intrappolati nello studio radiofonico mentre la città cade progressivamente in mano alle orde di infetti e quando due terroristi penetrano nell'edificio per cercare di diffondere messaggi via radio al popolo statunitense, Logan e il suo staff dovranno prendere alcune decisioni drastiche e agire tempestivamente...
Compito proibitivo quello di uscire, a poca distanza da Pontypool, con un altro film che vede la figura del dee jay radiofonico già in là con gli anni, cinico e disilluso, alle prese con una pandemia. Premesse e intenti dei due film saranno anche diversi, ma il paragone è difficile da evitare.
Compito che da proibitivo diventa disastroso se si oppone all'ottimo materiale di partenza di Pontypool la sceneggiatura cialtrona di Kenny Yakkel che, a leggerne curriculum su imdb, dovrebbe pensare seriamente a limitarsi alla sua specialità, ovvero il dolly grip e lasciare la scrittura a professionisti o gente comunque portata.
Yakkel inanella una serie di scene sconclusionate che alternano senza senso dell'equilibrio momenti di azione a passaggi statici e rimane per tutta la durata del film in dubbio fra l'adottare un tono serio o virare verso la commedia, finendo con il realizzare un maldestro tentativo di miscela fra acqua e olio.
Vi sono i mezzi, nella narrativa, per permettere a un autore di distinguere in modo netto il razzismo (o qualsiasi altro -ismo) di un suo personaggio da quello dello scrittore e dell'opera e Yakkel pare evidentemente privo di questi mezzi: finisce quindi con lo scrivere un filmetto pregno di un razzismo e di una visione così stereotipata del mondo da lasciare basiti. I suoi "terroristi islamici" sono quelli delle vignette e delle barzellette, quelli concepiti dai vecchi texani repubblicani mai usciti dal loro ranch e a ben poco vale l'iniziale tentativo di dipingere in modo liberal il personaggio di Logan quando bastano due scossoni a farne cascare facciata e impalcatura. Quando arriverete ai due discorsoni finali, quello dell'arabo "cattivo" e quello dell'americano "che potrà anche talvolta sbagliare ma è troppo mejo", beh, se sentirete cadere qualcosa a terra sarà meglio dare una controllatina nelle mutande, non si sa mai...
Maldestro nelle scene d'azione e scarsamente riflessivo nei confronti delle opportunità fornite dai vari media, Corbin Bersen (anche lui dovrebbe limitarsi a fare l'attore-dentista, piuttosto che avventurarsi incautamente in territori che non gli appartengono) si limita a riprendere rigidamente i sonnacchiosi scambi fra gli attori senza tentare né un minimo ragionamento sullo stile né qualche tipo di riflessione sulla parola e sulla visione, opzioni che a mio modo di vedere dovrebbero esser di primaria importanza in un film che tenta di ragionare sulla radio.
In alternativa, a un livello più basso e scontato, ci si poteva comunque agganciare all'alba romeriana e tentare di ragionare sul possibile ruolo dei media durante un'invasione o una epidemia, ma il tema viene affrontato solo di striscio e senza alcuna intuizione, lasciando la materia morta e inesplorata.
Privi di regia e copione gli attori vengono lasciati a se stessi e, pur tutti al di sopra della media del genere, finiscono con l'accentuare il registro ironico e comico perdendo per strada la tensione e finendo col non sembrare mai spaventati, stressati, preoccupati, in preda al panico. Difetto non da poco visto che si parla di intere città in mano a pazzi furiosi, amici che muoiono ovunque e assalti che mettono a repentaglio la loro stessa vita.
Gran parte del lavoro ricade sull'horror-vet Bill Moseley che ci ha ormai abituato a vederlo alternare prove decenti a incarichi alimentari portati a termine senza nessun tipo di voglia o coinvolgimento. Questa volta ci va bene e Moseley fornisce una prova discreta, ma rimaniamo anni luce distanti dal timbro vocale di uno Stephen McHattie. Buoni i vari comprimari, con una menzione d'onore per David Moscow nella sua funzione di spalla ironica e comica.
Male, anche a causa del basso budget, tutti i reparti tecnici, da una fotografia piatta e scipita a un montaggio castrante nei confronti del lavoro degli attori passando per degli effetti speciali e trucco davvero miseri. Si tocca il fondo nella messa in scena dei vari gruppi di infetti, che paiono presi dalle scene di scarto di qualche cortometraggio indipendente italiano.
Dead Air vive il suo momento migliore durante la prima mezz'ora, quando ci si limita a spargere indizi e sollevare problemi e interrogativi, mettendo in questione sicurezze e affermazioni del pubblico, ma scivola ben presto in una bieca e strumentale propaganda che un po' stupisce, viste le premesse iniziali. Troppo poco per risultare di reale interesse al pubblico horror medio, comunque sufficiente per attirare i completisti di zombie, apocalissi ed epidemie.
Cinque amici, di ritorno da un concerto, decidono di fare una piccola deviazione in un zona poco sicura della città per procurarsi un po' di marijuana. La spedizione ha scarso successo e quando la loro macchina si blocca per un guasto, i ragazzi si accorgono dell'errore e cominciano a preoccuparsi: un gruppo di loro coetanei di colore si avvicina con fare minaccioso e non rimane altro che fuggire nella notte, nascondendosi dentro una vecchia casa in fondo alla strada, mossa che bloccherà immediatamente i loro inseguitori.
Quel che i ragazzi non sanno è che la casa non è disabitata ed è evitata da decadi dall'interno vicinato: troppa gente sparisce là dentro e nessuno vuole interessarsene. Quando spunteranno i primi membri di una ferocissima razza di mutanti cannibali di ogni foggia e dimensione, per gli amici non ci sarà altro posto dove scappare se non nelle viscere della casa, che diventerà un labirinto mortale.
Nel frattempo, all'esterno, gli inseguitori...
Chi ha già letto qualcosa di questo solidissimo autore statunitense saprà più o meno cosa aspettarsi dalla sua narrativa: nessuna intenzione rivoluzionaria sia per quanto concerne lo stile che per quel che riguarda i sottotesti, ottimo senso del ritmo, profonda conoscenza di archetipi, modi e strutture del genere horror e una certa tendenza a calcare la mano su violenza e splatter, spargendo però le scene "calde" in giro per l'opera, impedendo assuefazione e desensibilizzazione.
E tutto questo accade anche in Urban Gothic, nel quale Brian Keene sfrutta l'abusatissima struttura di un Texas Chainsaw Massacre, The Hill Have Eyes a mille altri titoli similari ma si mette a suonare lo spartito alla perfezione, inserendo poi, lentamente, alcune interessanti variazioni e persino accenni di tematiche sociali.
Si parte con un botto di quelli rari a leggersi in un horror contemporaneo: primo capitolo, pagina ventuno, non abbiamo ancora nemmeno mandato a memoria i nomi dei cinque ragazzi che uno di loro muore con la testa fracassata da un gigantesco mutante cannibale, nudo e (vi assicuro che non vi farà ridere quando leggerete) orrendamente superdotato. Primo capitolo, pagina ventuno.
Da lì Keene opera a ritroso, avendoci ormai agganciato all'amo si tratta solo di saper gestire la lotta, di mollare un po' di lenza ogni tanto e trascinarci infine a riva. E quindi spazio, solo dopo un picco d'azione e un trauma/perdita non indifferente alla agognata e necessaria costruzione dell'atmosfera e dei personaggi.
I quattro sopravvissuti vengono definiti lentamente attraverso l'accumulo di azioni, pensieri e qualche flashback, il tutto mentre si addentrano sempre di più in una casa che è protagonista quanto loro dell'intero romanzo. Stanze e corridoi di un labirinto letale che finisce con lo sprofondare sempre più nelle viscere della terra, dentro un antro che si penserebbe quasi preso in prestito da qualche intermezzo orchesco di Tolkien e compagnia danzante, se non fosse che questi mutanti cuociono e divorano esseri umani, discutono della qualità della carne, aprono buchi nella testa della gente per poi stuprarle in testa, eiaculare sul cervello e divorare il mix.
Vi pare eccessivo? Aspettate di inoltrarvi nella nursery, dove vengono allevati neonati che di umano conserveranno forse un 5% nascosto in qualche remoto segmento di DNA. Oppure attendete di cascare in un putrido laghetto sotterraneo e vivere una delle tante sequenze d'incubo che affollano questo autoarticolato del terrore.
Ma Keene sa giostrarsi bene e a ogni sguardo nell'abisso segue un momento di pausa, di approfondimento psicologico, di maggiore respiro e attenzione verso l'atmosfera, persino di qualche incursione nel sottotesto, spesso esplicitato. Il tutto, lo ricordo, nei limiti della letteratura di consumo che soggiace quindi alle classiche leggi dei manuali che insegnano a come scrivere per essere pubblicati: Keene è pubblicato, e molto, segue queste leggi e le segue imprimendo comunque a ogni suo prodotto una serie di marchi di fabbrica personali e riconoscibili.
Ecco quindi che da un lato tenta di esasperare la classica vicenda dei ragazzini che entrano nella classica casa proibita, superando in gore e splatter larghissima parte degli altri scrittori che hanno percorso questi stessi corridoi e dall'altro lato inserisce alcune schegge impazzite, quali possono essere lo strano personaggio del ladro che penetra (più tardi rispetto al gruppo) nella magione d'incubo e che introduce qualche elemento di riflessione sulla crisi economica, che può parere (perlomeno, al sottoscritto è sembrato così) appiccicaticcio e pretestuoso ma in fondo riverbera e si collega ad altre considerazioni similari sparse nel romanzo. Oppure, altro elemento non-standard, il comportamento degli inseguitori dopo che i ragazzi si sono rifugiati nella casa, sottotrama funzionale nel permettere al narratore occasionali uscite dal setting principale, a riveder le stelle, sia ulteriori momenti di commentario sociale (abbastanza facile, ma dovete di nuovo tenere conto di origine e destinazione del prodotto).
Si finisce per simpatizzare con i ragazzi. Sia con quelli dentro la casa che con quelli fuori. Si finisce con l'odiare i mutanti e con lo sperare che accada loro qualcosa di molto brutto. Si parteggia, si soffre per le perdite e si gioisce per ogni small victory. E questo non è davvero poco, è già più di quanto vi possa offrire la media similare in campo cinematografico, tanto per dire.
Valore aggiunto, Brian Keene affronta il problema horror del decennio, il maledetto telefonino e, non pago di risolvere in modo semi-brillante (ma difficilmente standardizzabile e ripetibile) la questione, insiste ulteriormente sul mezzo e dopo averlo reso inutile lo fa tornare utilissimo per larga parte del romanzo, dimostrando che quando si riflette sui problemi ogni tanto si può giungere a qualche soluzione.
Altro valore aggiunto per un dinosauro come il sottoscritto, ormai lo sapete, in Keene non troverete riflessioni meta- o attitudini post-: solo tanta narrazione spedita, lineare, avvincente, coinvolgente, priva di barocchismi e fronzoli vari, che mira al sodo e centra il tuorlo in 300 pagine e non , grazie a Cthulhu, in venti tomi da 1200 pagine l'uno con tanto di cartine, diagrammi ed elenchi telefonici dei nomi.
Degno erede della tradizione splatterpunk e solidissimo narratore horror, una delle voci più importanti attualmente al lavoro su questo genere, Brian Keene mi pare, a ogni ulteriore lettura, autore imprescindibile per chiunque voglia capire cosa sta accadendo attualmente nell'horror mondiale.
Ovviamente, non è pubblicato nel nostro Paese.
Potete trovare il volume su Amazon.com, nuovo a 2,5 euro (il mio portafoglio eiacula come i mutanti di Keene) e usato a 1,9 euro (ok: salto cappuccino e brioche oggi e mi compro un Keene o salto due pizze e due birre e mi compro (insert random italian book)?).
Considero Giuseppe Pastore un amico. Ci siamo visti, cosa, due volte e in entrambe mi sa che ero abbastanza ubriaco e sono passati troppi, troppi anni. Lui sta dalle parti di Avellino, se non sbaglio, io a Milano.
E dire che tifavo Avellino da piccolo perché mi piaceva il fatto che quando leggevo gli articoli di calcio loro erano i "lupi dell'Irpinia", in più a metà anni settanta avevano la squadra piena zeppa di gente cattivissima, tutti coi baffi, parevano come dei berserk verdi.
Ma, dicevo, considero Giuseppe un amico. E un esempio assoluto di scrittura sul web. Da solo, zitto zitto, a colpi di ottimi articoli e interviste e di un uso correttissimo del SEO, il suo Thriller Café ha polverizzato la concorrenza di siti e portali di genere molto, molto più grossi ed è il punto di riferimento per chi in Italia si ciba di gialli, noir e tutte quelle cose di gente che muore male nei vicoli con il fumo che esce dai tombini.
E ora, oltre a considerarlo amico e ammirarlo, lo invidio. Lo invidio perché il sottoscritto si è fatto il mazzo su Jack Ketchum, voce nel deserto qui in Italia, anni prima che venisse scoperto da Mondadori e Gargoyle e ora che finalmente Jack arriva in Italia dove sbarca? Dove? A Milano?
No, troppo comodo, se la gira fra Roma e Avellino, insomma fra lupi giallorossi (mio cugino romano una volta mi ha sgridato perché in realtà loro sono arancione-amaranto, ci credete?) e verdi... E io che volevo farmi autografare qualcuno dei miei volumi in originale, nisba.
I' ve been workin' so hard, canta esattamente in questo momento Van Morrison dal mio stereo... Sarà per la prossima volta, intanto sono super, super contento per Giuseppe e per Jack.
STAUNTON HILL 2009, USA, colore, 90 minuti Regia: G. Cameron Romero Soggetto/Sceneggiatura: David Roundtree Produzione: Batpack Studios, Psycho Rock Productions, Staunton Films
Virginia, 1969. Cinque amici stano attraversando alcune regioni rurali per raggiungere Washington e aderire alle varie marce di protesta e, dopo un incontro poco piacevole con alcuni campagnoli, ottengono finalmente un passaggio a bordo di un camioncino da un tipo simpatico.
Purtroppo la corsa dura poco perché il veicolo si rompe e gli ora sei ragazzi sono costretti a rifugiarsi in una vicina fattoria per la notte. L'indomani il gruppo farà la conoscenza con gli occupanti del posto, una grassa signora che bada al suo figlio ritardato e alla vecchia mamma.
Ovviamente la famiglia di Staunton Hill rivelerà ben presto la sua vera natura e per i ragazzi saranno grossi, grossi guai...
Non bastavano gli ultimi, disastrosi esperimenti con i non morti di George Romero, ora dobbiamo anche sorbirci suo figlio Cameron che gioca a scimmiottare The Texas Chainsaw Massacre e confeziona un horror noioso, ripetitivo, scontato e banale in ogni sua fase e aspetto.
Partenza diesel con più di mezz'ora nella quale non accade nulla, un nulla fatto di quattro chiacchiere con gli amici, un confronto con i locali e poco altro che non serve né a approfondire la psicologia dei personaggi (che oscillano fra i soliti cliché una generale, leggera schizofrenia, con cambiamenti di comportamento e carattere immotivati) né a costruire la giusta atmosfera, fra paesaggio rurale poco sfruttato e interni messi su alla meno peggio.
La collocazione cronologica della vicenda (1969) è gestita con scarsa cura e serve più che altro a evitare il problema-telefonino e a offrire la sponda per una serie di scenette insultanti nelle quali il personaggio di colore ciancia a vuoto di diritti civili suscitando noia e irritazione sia nella sua ragazza che nello spettatore.
Dopo ulteriori passaggi a vuoto, frasi assurde e stanche iterazioni fra i personaggi-burattini arriviamo finalmente all'incontro con la famiglia cattiva di turno, caratterizzata come troppo spesso accade psicoculturalmente da un generico fanatismo religioso buono per tutte le stagioni e fisicamente da una serie di deformità e difetti stereotipizzati al massimo, in quella che io chiamo Sindrome da Alan Ford e Gruppo TNT (la mamma è una balena, il figlio un ritardato in salopette e labbro pendulo e la nonna siede su una carrozzella con tanto di corna di cervo, per fortuna sono solo in tre).
Ovviamente seguono i soliti comportamenti inani quando non apertamente dementi da parte dei ragazzi, che cadranno come mosche per mano di uno o più membri della famiglia, alle volte in modi che strappano qualche sorriso. Romero aumenta lo splattervolume omaggiando anche il padre, ma a poco servono torture e trippa se non a farci sospirare "finalmente, era ora, te lo sei meritato, almeno stai zitto/a" e quando la pellicola si trascina (mai troppo in fretta) verso la prevedibile conclusione, tempo poche ore verrà perso ogni ricordo e la si confonderà con l'enorme pila di filmacci simili.
Quel che maggiormente lascia perplessi non è certo l'assenza di originalità (mai cercata da queste parti) quanto lo scarsissimo impegno nel suonare uno spartito che, proprio per il fatto di essere molto semplice e conosciuto, dovrebbe ormai essere eseguibile a memoria con un certo grado di professionalità e rispetto verso lo spettatore.
Si salvano, come sempre, alcuni momenti isolati e determinati settori, da una fotografia di livello superiore per questo tipo di budget alla prova recitativa di Mamma Staunton, una Kathy Lamkin che sicuramente ricorderete anche nel Texas Chainsaw Massacre di Nispel e nel prequel di Liebesman. Discreto anche il resto del cast, sempre tenendo conto dei soldi a disposizione e alcuni momenti goresplatter sono a modo loro notevoli (la macelleria sulla prima vittima su tutti) così come possono interessare alcune riprese dall'alto, ma è troppo poco per consigliare la visione di questo filmetto se non ai veri appassionati di famiglie mutanti hillbilly.
Irritano in modo particolare i tentativi di sottotesto (problema del razzismo in primis) che sembrano buttati dentro alla rinfusa, tanto per cercare qualche tipo di giustificazione e attenzione da determinati tipi di spettatori e, per altro verso, anche i didascalici flashback nella camera operatoria. Entrambe le scelte sono frutto di una mentalità banale, che da un lato si limita a scalfire la superficie di discorsi e problemi importanti, spesso sottolineando la scalfittura stessa come se fosse chissà quale gesto profondo e dall'altro lato considera il pubblico un branco di pecoroni bisognoso di un costante flusso di informazioni, pena l'incomprensione del film.
Purtroppo in Staunton Hill non c'è molto da comprendere, se non il fatto che nella famiglia Romero sia il padre che il figlio non sanno davvero più che pesci prendere.
Red Jack Ketchum Mondolibri, 2009 copertina rigida, 218 pagine ISBN: 80222647715
Red è tutto quello che è rimasto ad Avery Ludlow, il proprietario di un piccolo ferramenta in un paesino di provincia.Sua moglie è morta, i due figli scomparsi, sua figlia risiede lontano e l'uomo vive da recluso, fra domeniche passate a pescare, pranzi alla taverna locale e serate in casa a leggere.
Red è il suo amato cane che a 14 anni suonati riesce ancora ad accompagnare il padrone in ogni suo spostamento, a seguirlo fedelmente e svegliarlo ogni mattina.Un giorno, mentre i due sono a pesca, arrivano tre ragazzi e Danny, il leader del trio, spara senza nessun motivo a Red, uccidendolo.
Inizia per Avery un lungo percorso alla ricerca della giustizia, della redenzione e, più importante di tutto il resto, della verità.Si scontrerà con genitori peggiori degli stessi figli, con l’ottuso sistema legale e con le manipolazioni della stampa, in una escalation di tensione e violenza che terminerà quando...
Come già vi avevo detto in precedenza, si tratta davvero di un gran bel periodo per Jack Ketchum che, dopo aver visto ben 4 sue opere trasposte sul grande schermo riesce a trovare anche la via della pubblicazione in Italia, in pratica contemporaneamente grazie a Mondolibri e Gargoyle Books. E se de La ragazza della porta accanto ho già avuto modo di parlare qualche giorno fa, è ora un piacere occuparsi di Red, uscito originariamente nel 1995.
Red, come altri lavori di questo scrittore che pare affezionato a questa lunghezza, è più una novella che un vero e proprio romanzo, una forma molto scomoda e invisa a buona parte degli editori nostrani e rimango perplesso della scelta da parte dello staff Mondadori di stampare solo Red quando il volume originale comprendeva anche un racconto, The Passenger, in grado di offrire un Ketchum molto diverso e fornire ai lettori un quadro più completo delle capacità di questo autore. I curatori dell'edizione italiana (come comunque accaduto anche all’estero) se la cavano ingrandendo il carattere di stampa fino a far passare all'opera il fatidico giro di boa delle 200 pagine.
Nulla di male, anche perché la qualità di Red ripaga della sua brevità (che, fra l'altro, da queste parti non è mai vista come dato negativo) e ci consegna un Jack Ketchum al massimo della sua forma, con un controllo totale della materia sia per quanto riguarda personaggi e trama che per quanto concerne lo stile.
Stile che gioca la parte del leone, con un fraseggiare breve e conciso, privo di ridondanze, sovraggettivazioni o inutili barocchismi. Scompaiono anche gli avverbi mentre emerge una serie di personaggi credibilissimi, reali e tridimensionali per i quali si finisce con il provare emozioni di vario tipo e quindi schierarsi, partecipando all'escalation degli scontri che porta in modo fluido fino al climax finale. In Red difficilmente troverete metafore o dei "come", la storia si dipana attraverso gli atti dei personaggi e le loro parole, inframmezzate da qualche occasionale riflessione del protagonista e questo, nel marasma attuale di una letteratura industriale d'intrattenimento che si poggia troppo spesso e assai male su tutto quello che è assente invece in Ketchum, mi pare dettaglio non da poco e da tenere in estrema considerazione quale altra via possibile a una narrativa popolare di alta qualità.
Avery Ludlow dimostra che può e deve ancora essere un paese per vecchi e lo fa con imperturbabilità, cocciutaggine e due coglioni grandi così. Ma lo stesso personaggio per il quale gran parte dei lettori parteggeranno durante la lettura insinua anche un importante dilemma, da sempre tema appassionante e rilevante: dove, quando e come la ricerca di giustizia rischia di tramutarsi in sete di vendetta? Ci sono momenti, durante la lettura del libro, nei quli se vi fermerete un attimo e vi astrarrete dalle emozioni , beh, vi sembrerà davvero di esservi spinti, voi insieme a Ludlow, troppo in là e anche questo è un valore aggiunto.
Ma non pensiate che il tema sia esposto in maniera troppo ingombrante o urlata, Red rimane prima di tutto un ottimo studio di personaggio, il ritratto di un uomo che comincia a sentire il peso degli anni e che, proprio quando ha perso già tanto subisce una nuova, devastante perdita e reagisce a questa perdita, causata in modo gratuito, come può e come sa.
Ben distante dagli estremi di un Off Season e con una temperatura emozionale assai inferiore al calor bianco de La ragazza della porta accanto, Red è il libro di Ketchum adatto a un tipo di pubblico scarsamente incline a eccessi di violenza, per quanto motivati essi possano essere, e che non gradisce scene graficamente troppo forti.
Ancora una volta Jack Ketchum dimostra di avere nella sua estrema umanità il punto più forte del suo narrare, che riesce sempre a coinvolgere e far schierare lo spettatore per via di una serie di personaggi ben costruiti e in questo caso più che in altre sue opere, chi è in cerca di sottotesti e valori aggiunti potrà uscirne fuori ancora più soddisfatto, in virtù dei vari temi sfiorati (Legge e Giustizia, gap generazionale, amore e rispetto per gli animali) che si aggiungono alla già robusta trama, creando un paesaggio crepuscolare non distante dalle migliori pellicole dell'Eastwood più recente.
Non mancano, come è umano che sia, alcuni difetti nel romanzo e ritengo che i due principali vadano ricercati nella forzosa storia d'amore del protagonista e nel modo confuso con il quale viene amministrata l'azione durante il confronto finale, ma un romanzo breve come Red rappresenta comunque manuale obbligatorio per qualsiasi scrittore esordiente nel campo che abbia voglia di imparare due o tre lezioni su come far emergere un personaggio evitando di "raccontarlo" troppo e su come si possa asciugare lo stile fino all'essenziale.
Come faccio di solito consiglio, a chi può, la lettura dell'originale in lingua inglese (che ha, oltretutto, un racconto bonus) ma devo rinnovare il mio plauso a Mondolibri per averci regalato questa edizione italiana e farne uno ancora più grande a Tina Rigione per aver gestito con tale cura, quando ormai non sembrava più possibile, l'agognata pubblicazione di Jack Ketchum presso due editori nostrani. Mi auguro che sia solo l’inizio di una lunga serie di traduzioni e pubblicazioni di questo grande autore nel nostro Paese: we want more Ketchum, please!
Jack Ketchum presenterà Red a Roma nella libreria Mondolibri-Mondadori di viale Marconi 70 (all'interno della Galleria Marconi) lunedì 23 novembre alle ore 18.30.
Chi può non si perda l'occasione di incontrare dal vivo questo grande scrittore, io dovrò ancora una volta rinunciare a farmi fare un autografo, sigh...
Si potrebbe liquidare facilmente questo film, come in molti avevano fatto con Twilight, come un classico prodotto diretto esclusivamente a spettatori con meno di quattordici anni (in quel caso amanti del romantico, in questo delle high school comedy), scrollare le spalle e passare ad altro, ricordandosi prima però di attestare la propria mascolinità facendo qualche generico apprezzamento su una delle due protagoniste.
Ma a mio avviso è invece importante parlare di prodotti di questo genere, perché sono il segno di come il corpo e il ruolo della donna vengano costantemente bombardati da una serie di azioni, pensieri, discorsi, visioni che ci stanno davvero portando indietro a un Medioevo culturale quale non si era mai visto in precedenza.
I segni sono ovunque e pervadono ogni campo, buon ultimo dei quali la terribile, volgare, misogina e becera "satira" che abbiamo potuto vedere nei fumetti di Alessio Spataro nei confronti di Giorgia Meloni e, ancora di più, molto di più, la serie di schieramenti a favore dell'autore da gran parte della blogosfera.
Un altro segno è appunto il continuo gioco a sminuire, il costante muro di "è solo un film d'intrattenimento", "è solo una pubblicità", "è solo un fumetto": è proprio a colpi di "è solo" che ci troviamo ora con un Paese culturalmente in ginocchio, a destra e a manca. Occupandomi quasi esclusivamente di horror nelle sue molteplici forme, vedrò con il passare del tempo di dare sempre maggiori contributi a questo tipo di discorso nell'ambito delle mie competenze, supposte o reali che siano.
E non pensiate che sia un attacco che riguardi solo il corpo delle donne, è questione che riguarda entrambi i sessi (ed è evidente anche in questo film) ed è a mio avviso uno dei problemi culturali più importanti del nostro tempo.
JENNIFER'S BODY 2009, USA, colore, 102 minuti Regia: Karyn Kusama Soggetto/Sceneggiatura: Diablo Cody Produzione: Fox Atomic, Dune Entrtainment, Hard C
Jennifer, la più bella e popolare ragazza dell'high school ha stranamente amica del cuore Anita, una biondina occhialuta, goffa e nerd. Le due sono inseparabili e una sera, mentre stanno assistendo al concerto di una band emergente in un bar, si trovano coinvolte in una terribile tragedia: il locale viene distrutto dal rogo e muoiono parecchie persone.
Le due però si salvano e Jennifer accetta un invito dai ragazzi della band che la portano in un luogo isolato e, credendola vergine, la sacrificano al demonio per ottenere in cambio una carriera ricca di successi. Ma Jennifer non è vergine e torna presto in vita come una sorta di ibrido umano/demone e ha bisogno di cibarsi di carne umana di quando in quando per recuperare una forma splendida.
Anita, unica a conoscere questo terribile segreto, si convincerà ben presto che deve agire per fermare Jennifer, a ogni costo e con ogni mezzo possibile.
Jennifer's Body, con il suo travestimento da innocente, scanzonata horror-teen-comedy che ammicca pesantemente ai blogger ggiovani è in realtà uno dei film più retrivi, offensivi e dannosi che siano stati girati in tempi recenti nei confronti del cinema in generale, del genere horror in particolare e della donna per esteso.
Che un'opera del genere sia stata concepita da una donna e filmata da un'atra donna è l'aspetto peggiore di tutta la vicenda, segno che ancora moltissimo c'è da lavorare sia per arrivare a qualche forma matura di dialogo sul genere e sui ruoli in sia sulle funzioni dell'horror in particolare. Quando delle donne accettano, metabolizzano e rivendicano come propria una concezione così avvilente di se stesse, approfittandone per riderci sopra e innestare giochini linguistico-cinematografici molto cool, bé, ci si trova di fronte a un comma 22 dal quale sarà davvero difficile uscire senza un lavoro di rifondazione profondo ed esaustivo che costerà sangue e sudore a entrambi i sessi.
Diablo Cody aveva già evidenziato tremendi limiti di sceneggiatura e scrittura dei dialoghi nel suo precedente Juno e Karyn Kusama in Aeon Flux aveva messo in mostra uno stile fatuo, inconsistente, plasticoso e pastelloso, incapace di veicolare idee o estetiche degne di considerazione: è quindi pura matematica che l'unione di queste due autrici desse (non) vita a un progettino privo di qualsiasi attrattiva, ma, sebbene con aspettative molto basse, sono uscito comunque terribilmente deluso da questo filmetto di serie Z.
Le scene d'azione (?) vengono gestite con mano grezza e montaggio di piombo (forse l'aspetto tecnico più povero dell'intero film) mentre sovente si indulge in caramellosi flashback che nulla aggiungono alla comprensione della vicenda e sembrano solo egotistiche indulgenze (la scena con l'albero morto è esemplare a tal proposito) in una scrittura/regia già bulimica a tal riguardo. In una ideale galleria di cinegoffaggini le sequenze dell'incendio o dei vari assalti di Jennifer alle sue prede si inseriscono di prepotenza ai primi posti.
Tutto nella sceneggiatura e nei dialoghi di Cody urla di un compiaciuto giochino di riferimenti web 2.0 e i dialoghi sono costellati da una serie di frasi e termini in slang che, lungi dal caratterizzare alcunché, lasceranno freddo e leggermente irritato chi è in cerca di qualche sostanza, di frasi e caratteri credibili e tridimensionali. Ovviamente certo popolo della Rete, con i piedi ben piantati fra fiction, hipsterismo e tumblerate varie andrà in solluchero per alcune linee di dialogo, pronti a re-bloggarle all'infinito, con tanto di like it accanto.
Se sceneggiatura e regia sono da high school comedy televisiva di serie C, la recitazione dei vari attori si appiattisce istantaneamente sui modelli di riferimento e diventa impossibile scorgere qualche nome che emerga anche solo a tratti da un insulso mare di goffaggini e scarsa professionalità, Amanda Seyfried in primis, intrappolata in una monoespressione lungo tutta la vicenda. Affogati nel consueto brodo Peanuts che ormai caratterizza gran parte dell'horror made in USA, anche i pochi attori adulti si adeguano al trend e cercano di trascinarsi alla meno peggio fino al finale, incassare l'assegno e scappare verso qualche altro incarico.
Fotografia piatta con una palette di colori a tratti urlata, effetti speciali tirati via da una KNB EFX mai così sottotono e colonna sonora emo d'accatto completano il quadro tecnico di uno dei peggiori horror della stagione.
Il passaggio da web a cinema di Diablo Cody ricorda quello da web a carta di parecchie altre blogstar, anche nostrane: zero riguardo per la costruzione di atmosfera e personaggi, assurdo compiacimento verso battute stereotipate, falsociniche e very trendy che possono forse funzionare all'interno dei commenti di qualche post ma falliscono rovinosamente al di fuori del contesto originario, e generale incapacità a raccontare alcun tipo di storia, risolvendo la propria narrazione in una serie di vignette cool (?) totalmente slegate fra loro.
I rapporti fra le persone, le continue battute argutoslang e gli stereotipi caratteriali messi in piazza nel film fanno pensare più a una pellicola che ambisca a essere continuamente citata nei vari blog ggiovani di cinema e nelle firme dei forumisti che a qualche tipo di opera che pretenda di avere un suo percorso nelle sale cinematografiche. Si innesta peraltro, anche grazie alla suddetta povertà di sviluppo dei personaggi e delle relazioni fra loro, una serie di gravi cortocircuiti di senso nel supposto "femminismo" del film, tanto propagandato dalla stessa autrice. Diventa davvero difficile scorgere qualche forma di pensiero femminista nella vicenda di una stronzetta che ha un orrendo rapporto di amicizia (?) con un'altra ragazza e che, in seguito allo stupro (qui ovviamente rappresentato come sacrificio) diventa ancora più stronza, solo con superpoteri, continua ad aver bisogno di maschi, solo in altra maniera, viene ancora valutata esclusivamente in base all'aspetto fisico (anzi, esso diventa ancora più importante e pregnante) e finisce con il rovinare totalmente il rapporto con Anita sulla base nientemeno che della contesa per un maschietto. Difficile intravedere qualche tipo di pensiero e riflessione in tutto ciò, ma sarò rimasto terribilmente indietro io.
Nato per piacere ai suoi personaggi e ai suoi creatori, Jennifer's Body è opera così autoreferenziale che da un lato ci si sente spesso esclusi dai vari giochi e schemi e dall'altro canto si rimane leggermente perplessi da cosa le stesse autrici pensano di sé e del loro eventuale pubblico di riferimento. Nella continua pretesa di essere così trasgressivi, cinici e consapevoli si finisce per ricadere nella restaurazione più bieca. E non importa quanto possano sembrare divertenti sullo schermo del computer: gran parte delle battute quando vengono pronunciate sembrano uscire da un Alvaro Vitali hipster 2.0.
Stendiamo un velo sul momento più basso di un film che giace perennemente sotto l'asse delle ascisse, ovvero la scena lesbo, completamente gratuita e così legnosa che diventa davvero ingiusto paragonarla a momenti similari del cinema passato, basterebbe anche solo Sex Crimes per liquidare il caso, senza bisogno di scomodare qualche scena lesbica di altissimo livello. Di nuovo, che due donne sceneggino e girino una scena così priva di qualsiasi elemento erotico e così densa del peggiore sguardo maschile-porno lascia profondamente perplessi. E, più che perplessi, lascia allarmati che un qualunque soggetto, maschile o femminile, con più di 14-15 anni e un minimo di letture e visioni possa trovare erotizzante anche solo una singola scena di questo film.
Jennifer's Body pare la recita scolastica di fine anno di un liceo di piccola città. Anzi, pare i commenti su facebook a proposito della recita scolastica di fine anno. Peggio, le tweeterate scritte dal telefonino mentre si assiste alla suddetta recita. State lontani da questo ammasso di immondizia.
ADDENDA:
Alcuni esempi del Diablogibberish (tanti auguri ai traduttori dell'edizione italiana):
I need you hopeless.
I can take care of myself. I've been using the Bowflex.
You need a mani bad. You should find a Chinese chick to buff your situation.
Hell is a teenaged girl.
I am scrumptious!
Yeah, right. I'm not even a backdoor-virgin anymore, thanks to Roman. By the way, that *hurts*. I couldn't even go to flags the next day. I had to stay home and sit on a bag of frozen peas.
I just got Aquamarine on DVD. It's about a girl who's, like, half sushi. She must've had sex with a blowhole or something.
You're lime green jello and you can't even admit it to yourself
PMS isn't real Needy, it was invented by the boy-run media to make us seem like we're crazy.
BABYSITTER WANTED 2008, USA, colore, 83 minuti Regia: Jonas Barnes, Michael Manasseri Soggetto/Sceneggiatura: Jonas Barnes Produzione: Big Screen Entertainment Group
Angie è una ragazza appena arrivata in città per studiare al college e il distacco dalla famiglia (una madre fortemente religiosa) unito alla convivenza obbligata con una ragazza molto più disinibita, dedita ad alcool , droghe e sesso la mette alquanto a disagio.
Come se non bastasse, le sembra di essere seguita in giro per il campus e i vari avvisi di ragazze scomparse non la rassicurano minimamente. La ragazza, per tirar su qualche soldo e alleggerire il bilancio economico di sua madre, risponde a un annuncio di ricerca baby sitter.
Ecco quindi che Angie incontra i simpatici coniugi Stanton e il loro timidissimo figlio, Sam. Si tratta di accudire Sam mentre padre e madre escono fuori per una serata in città e tutto sembra andare a meraviglia, persino la rottura della sua automobile è risolta da un passaggio in macchina di un ragazzo del campus che sta corteggiandola e alla fine Angie è pronta a passare la serata nell'isolata fattoria degli Stanton,
Purtroppo per la ragazza cominceranno subito i problemi: strane telefonate, scoperte di dettagli alquanto morbosi all'interno della casa e un uomo misterioso e minaccioso che incombe fuori dalla porta. Quando arriverà il momento del confronto la ragazza andrà incontro alla più terribile delle scoperte...
Vedere a pochi giorni di distanza due film intimamente collegati fra di loro come The House of the Devil e Babysitter Wanted non aiuta certo il secondo a guadagnare qualche punto di valutazione finale in quanto vengono facilmente sottolineate tutte le debolezze dell'esordio registico del duo Barnes/Manasseri.
Che non sono tanto debolezze dal punto di vista della regia, assolutamente nella media del genere e anzi ben oltre il livello per degli esordienti, quanto nella concezione stessa di cinema, nella stesura di uno script che presenta qualche falla di troppo, nella scarsa attenzione ai dettagli e nell'enorme cambiamento/caduta di tono della parte finale.
Ma c'è molto di buono nella prima parte del film, con la lenta costruzione di atmosfera fra location azzeccate e interni ben costruiti, con la descrizione di una ragazza devotamente religiosa che non per questo ricade in stereotipi di bigotteria o Carrie-tudine di qualche sorta e anzi, riesce simpatica, bilanciata e intelligente. Il piccolo miracolo avviene vuoi grazie ad alcune linee di dialogo ponderate vuoi per l'ottima prova fornita da Sarah Thompson (è davvero un grande anno per le attrici nell'horror) che riesce a rendere credibile un personaggio pericolosamente in odore di stereotipo.
Grande atmosfera e ritmo quindi, finché ci aggiriamo per il campus e anche nell'azzeccatissima fattoria degli Stanton per la quale Russel M. Jaeger (nome che spunta in alcune produzioni recenti, da The Crow: Wicked Prayer a The Burrowers passando per Dark Ride) ha una ispirazione geniale che da un lato suppongo gli abbia risolto alcuni problemi di costruzione del set e dall'altra destabilizza lo spettatore e aggiunge a tutte le scene girate lì dentro un forte senso di instabilità, insicurezza e pericolo. Gli Stanton stanno ristrutturando la casa. Ci sono teli, strumenti, scale, intere stanze ancora da sistemare e l'idea è di quelle vincenti, ennesimo segno di quanto contino i singoli reparti nella resa finale del film.
In mezzo a questa casa instabile, inospitale, poco illuminata e piena di scricchiolii e strane sorpresine dentro il frigo o nei mobili, Angie soccombe all'assedio esterno della misteriosa figura e a quello interno della sua sicurezza/fede minata dal recente trasloco nel campus e conseguente impatto con nuove persone e stili di vita. Ed è un buon assedio, con i giusti inseguimenti e imprigionamenti, nulla da dire fino, purtroppo, a un certo punto della seconda parte del film durante il quale avviene un twist impossibile da riportarvi in questa sede pena lo spoiler totale.
Il twist in questione, lungi da spaventare o sbalordire, suscita una reazione comica che uccide il film all'istante, come se si passasse da Omen a Creepshow in meno di un secondo, senza cinture e con una avventatezza che non possiamo scambiare per coraggio. E i registi, non paghi di questo cambio di marcia, pestano a fondo sul pedale, tolgono a Sarah Thompson riflettore e microfono e concedono tutto il palcoscenico a un Bruce Thomas over the top, innaturalmente somigliante a Bruce Campbell (e leggo infatti che ha interpretato uno dei mini-Ash ne L'armata delle tenebre) sia nel volto che nella recitazione, che comincia a gigioneggiare in lungo e largo senza nessun senso della misura e completa il processo di distruzione di un film che fino a quel punto aveva rappresentato una boccata d'aria nell'asfittico panorama statunitense. Il tutto fino all'ovvia conclusione aperta in vista di qualche evitabile sequel.
Completano il quadro una comparsata di Nana Visitor (alla quale evidentemente piace molto interpretare la mamma non molto equilibrata nei film horror) e un Bill Moseley ormai da tempo sottotono, che accetta troppi film e non si impegna in nessuno, offrendo da un due anni a questa parte una serie di prove incolore.
Altri elementi nel film peccano di ridondanza, dalla colonna sonora onnipresente, sempliciotta e manipolatoria fino a certe scelte (la lezione d'arte, il ragazzo di Angie, la chiesa) che sottolineano didascalicamente un sottotono religioso che avrebbe funzionato meglio se tenuto in sottofondo.
Il cumulo di elementi negativi non deve però far pensare a una pellicola da evitare, anzi, Babysitter Wanted è novità da accogliere a braccia aperte grazie al suo ritmo sonnolento ma in realtà privo di momenti a vuoto, al suo evitare la facile splattericerca (sebbene le poche trippe che si vedono siano di prima qualità) e al mettere in primo piano una figura femminile lontana anni luce dalle meganfoxcafonate varie. Must see.
Grazie per uno dei migliori concerti della mia vita. Sono la The Band di questi anni e rimango stupito da quanto riescano a sperimentare e innovare all'interno di un genere così consolidato. Ci sarebbe molto da raccontare, ma chi già li conosce sa e chi non li conosce farebbe fatica a capire. Quindi grazie Wilco e basta. Ero proprio dietro al mixer quindi ascolto ottimale e ho pure acchiappato la playlist, da bravo super-fan...
Ora tocca a:
il 23 al Musicdrome (peccato per l'acustica di pupù di quel posto, ma potevano finire a suonare al Magnolia di merda quindi sono solo che contento...)
Stavo pensando (infatti nevica)... L'anno sta per finire. Cadono le foglie e in negozio sono già seppellito da candele natalizie e altri gadget, a fine giornata lavorativa sono ormai coperto da una spiacevole polvere dorata che porta, fuori dal negozio, ad alcuni fraintendimenti dragqueeneschi. Le varie premiazioni che ho visto in giro (Sitges in primis) mi hanno parzialmente deluso...
Ecco, stavo pensando per fine anno di farci da noi le premiazioni, qui a Malpertuis, modello Oscar solo meglio e volevo, prima di iniziare il solito lavoraccio di recupero titoli e nomi del 2009, sapere se siete interessati o meno, altrimenti si passa ad altro senza frignare. Malpertugini d'oro, no? Pare nome da cioccolatino Lidl imitazione marca alta... In più fa molto Milano quindi ok.
Inizialmente pensavo di far tutto da solo ma credo possa piacervi di più qualcosa di partecipativo, tipo che seleziono per ogni categoria (film, regia, miglior attore, sceneggiatura, costumi e bla bla bla) una rosa di nomi fra i quali votare di volta in volta. Purtroppo il sondaggio potrebbe offrire l'occasione a eventuali guastatori di stravolgere qualche votazione, ma io voglio pensare di non avere molte teste di pene fra i miei lettori, quindi speriamo non accada.
Mi limiterò al cinema: dei romanzi, saggi e fumetti horror davvero validi qui in Italia arriva una frazione troppo, troppo ridotta e sapete che non si parla più di produzioni italiane qui dentro, ma ritengo che anche solo con il cinema ci si possa divertire abbastanza.
Quindi prima di fare i sondaggi faccio un sondaggio, ok? Non avendone fatti molti da queste parti, spero la cosa non vi rompa troppo... Cliccate, rispondete, insultate, toglietemi questa fastidiosa polvere d'oro con la lingua se siete femmine di età compresa fra i 18 e i 55 anni. O i 65 se ricche e frequentanti saloni di chirurgia estetica. Va bene, ok, estendo fino ai 90 ma solo se davvero ricche sfondate e su un letto d'ospedale e con testamento ancora suscettibile di modifiche sostanziali.
Per quanto possa sembrare impossibile ora, c'è stato un periodo, che possiamo più o meno far partire dal 1980 e concludere intorno agli inizi degli anni Novanta, durante il quale gli USA sono stati attraversati da un'ondata di "panico morale", comunemente denominata come Satanic Panic, che ha condizionato in modo piuttosto significativo importanti aspetti della vita sociale del Paese e ha riverberato in tutto il mondo.
Tale periodo ha ispirato una lunga serie di film, ottimo ultimo The House of the Devil e ritengo sia interessante qualche parola in più per inquadrare il fenomeno e meglio comprendere alcune delle influenze alla base dell'opera di Ti West.
Durante quel periodo grosse fette della popolazione, influenzate da media, processi e comportamenti aberranti da parte di psicologi e assistenti sociali, erano fermamente convinte che esistesse una rete di culti e sette sataniche dedite a ogni genere di atto criminale: stupri, sacrifici rituali, cannibalismo, sequestri di bambini in seguito ridotti a schiavi sessuali e altro ancora, chi beveva alla fonte del Satanic Panic non si faceva mancare davvero nulla. Peggio ancora, qualunque voce si levasse, armata di dati, fatti e cifre, a tentare di contrastare tali credenze, veniva automaticamente identificata come facente parte di una cospirazione paragovernativa volta a coprire le mosse di queste sette.
Se si volesse a tutti i costi identificare una precisa data d’inizio del fenomeno bisognerebbe risalire al 1980 e alla pubblicazione di Michelle Remembers, notissima biografia scritta da Michelle Smith insieme al suo marito/psichiatra nel quale la donna parlava di passate esperienze, da bambina, con rituali satanici e vari abusi a essi collegati.
Il libro agisce da catalizzatore a una miscela instabilissima che vede mischiarsi in una provetta parecchi elementi molto reattivi, dall’avvento del fondamentalismo cristiano con conseguente affermazione e strapotere della Moral Majority al crearsi di un innumerevoli figure professionali legate alla crescente attenzione verso gli abusi nei confronti dei minorenni spaziando per l'importanza crescente che ottengono gli studi sulle memorie represse/ stress post traumatici su fino al consolidarsi di alcune sette sataniche (in particolare in California) fra le quali ricordiamo ovviamente la Church of Satan di Anton LaVey e compagnia varia.
Ecco quindi che prima Michelle Remembers e in seguito il processo McMartin innescano il fuoco in un cumulo di paglia secca già pronto all'autocombustione. Nel processo McMartin alcuni membri di un asilo prescolare vennero accusati di abusi sessuali e rituali satanici nei confronti dei bambini (inizialmente si parla di più di 300 vittime!), nel corso di uno dei processi più costosi, lungi ed esposti ai media di quegli anni.
La situazione diventa ben presto fuori controllo e l'americano medio pare ossessionato dall'esistenza di una filiale di setta satanica in ogni città. I media completano il processo e spettacolarizzano gli eventi con una serie di programmi dedicati all’argomento, il più noto dei quali è sicuramente il famigerato Geraldo Rivera che nel 1987 se ne esce fuori con una serie di speciali nei quali parla dell’esistenza di più di un milione di satanisti negli USA, estremamente organizzati e dediti a pornografia infantile, riti esoterici e ogni tipo di nefandezza.
Potete quindi immaginare cosa accadde, l’esempio ce lo abbiamo sotto gli occhi anche adesso con il global warming: chiunque tenta di saltare sul carrozzone e strappare qualche tipo di finanziamento, pubblico o privato. I fondi federali per le ricerche sugli abusi ai minorenni vengono incrementati esponenzialmente e psicologi, assistenti sociali, avvocati, poliziotti e investigatori privati si fanno sempre meno problemi deontologici nella ricerca della confessione spettacolari. In aggiunta i futuri TeoCon non esitano a saltare sul carrozzone, crescono i processi intentati esclusivamente sulla base di confessioni di bambini o donne che, a distanza di decenni, ricordavano casi di abusi infantili.
La metodologia alla base delle indagini psicologiche e interrogatori nei confronti di questi testimoni/vittime diventa sempre più vaga e vengono spesso usate domande che sottendono già un certo tipo di risposta, oltre a una confidenza sempre maggiore nell’ipnotismo. In generale ricordi e testimonianze della vittima vengono ritenuti automaticamente veri e probanti e spesso si ottengono ammissioni di colpevolezza dai supposti carnefici tramite l'uso delle buone (pene lievi) o cattive (metodi coercitivi in fase d'interrogatorio e detenzione).
Il Satanic Panic, con il passare del tempo e una serie impressionate di esiti negativi nei processi, che di solito si concludevano con la completa assoluzione dei presunti colpevoli, comincia a perdere vapore intorno al 1987, proprio quando Rivera (già allora spesso accusato di sensazionalismo e di giornalismo trash) manda in onda la sua serie di speciali, pian piano l'ondata perde il suo vestito esoterico e si secolarizza, passando quasi totalmente nel campo degli abusi e della psicologia, fino a scomparire quasi totalmente intorno al 1995.
Ma in quell’arco di tempo i riflettori vennero puntati praticamente ovunque e il normale poliziotto, per tacere del cittadino qualunque, vide l'ombra di Satana persino dietro i pentagrammi fatti a muzzo dal graffitaro di turno in cerca di un brivido eversivo fra uno skate e una canna.
Serve a questo punto qualche dato per cercare di dare la misura del fenomeno e dei suoi effetti a medio e lungo termine. Su una ricerca condotta su più di 12.000 casi sospetti di satanismo associato ad abusi nessuna accusa venne provata come reale e fondata (Bottoms, B.L.; Shaver, P.R.; Goodman, G.S. An analysis of ritualistic and religion-related child abuse allegations, 1996).
Di nuovo, in una inchiesta condotta nel 1994 (D. Goleman, Proof Lacking for Ritual Abuse by Satanists) su ben 11.000 accuse non si riuscì a provare in nessun caso l'esistenza di sette o gruppi organizzati di persone dedite a riti satanici di alcun tipo.
Sempre nella sopracitata ricerca del 1996 venne dimostrato che larghissima parte delle testimonianze ottenute da persone adulte provenivano da pazienti affetti da importanti casi di stress post traumatico e/o disordini dissociativi, spesso ospitati in strutture che riunivano, sotto la cura dello stesso medico, molti malati che potevano liberamente scambiarsi false memorie e suggestioni originatesi nel corso delle sedute, in un processo volto a rinforzare le singole testimonianze.
In più molte indagini hanno notato un aumento fortissimo di testimonianze di questo tipo in seguito a programmi televisivi a grande diffusione come quello di Geraldo Rivera. Questo incredibile calderone portò comunque, in seguito, anche effetti positivi, come una maggiore attenzione deontologica nei confronti di determinati processi di indagine psicologica e la definitiva consolidazione del concetto di falsa memoria.
Molto probabilmente il miglior libro prodotto sull'argomento è quello di Jeffrey Victor (Satanic Panic: The creation of a contemporary legend, 1993) ma altre letture valide, per chiunque intenda approfondire l'argomento, possono essere J.S. La Fontaine (Speak of the Devil: allegations of satanic abuse in Britain, 1998) e F.W. Putnam (The Satanic Ritual Abuse Controversy, 1991)
Geraldo Rivera con Ozzy OSbourne (imperdibile la lista di segni utili a riconoscere se vostro figlio è un satanista, verso l'inizio del secondo minuto)
Fantastico specialone, sempre di Geraldo, che mischia Manson, ragazzate, serial killer, metal, il pagliaccio La Vey e tanto altro. Persino i Megadeth si beccano l'accusa di satanismo. Da antologia la voce del commentatore...
Breve intermezzo prima di parlarvi del periodo Satanic Panic in USA e nel mondo, intermezzo nel quale sarà più interessante e importante che mai un vostro eventuale contributo in fase di commento. La possibilità di un superamento di un certo tipo di attitudine all’horror movie passa ovviamente attraverso tutta una serie di fattori molto diversi fra loro e uno dei fattori più importanti è fuor di dubbio la presenza (e l'aumento di potere) di alcuni registi giovani, capaci di proporre una poetica/estetica personale, in grado di resistere alle varie sirene major o, all’interno di un progetto con budget e pressioni rilevanti, capaci di inserire comunque alcune tracce della loro visione.
Lontani quindi dai soliti yes-man e da chi ha fatto del remake/sequel/prequel una professione ad alto reddito, ecco che mi sono sforzato di scovare una decina di nomi che, a mio giudizio, potrebbero nel futuro rappresentare una buona resistenza a quel che Hollywood vorrebbe fare con il nostro genere preferito.
Non si tratta, nonostante il titolo del post, né di un gruppo riconosciuto, dallo stile omogeneo e dai frequenti scambi di idee e personale tecnico né, d’altro canto, di un insieme ideologicamente/esteticamente/metodologicamente in opposizione al famigerato splat pack, la scelta di un nome è puramente occasionale e funzionale ma non deve essere intesa in alcun modo determinate, abbiamo nel gruppo alcuni autori che non lesinano di sicuro su tette e trippa, tanto per dirla in soldoni. Al massimo l’uso del No iniziale mi è stato dettato dall’amore per la No Wave statunitense in campo musicale, non c'è ricerca di una opposizione a tutti i costi.
Scarsissima metodologia alla base della mia scelta, mi sono più che altro basato su precedenti visioni e memorie e ho quindi ristretto il campo imponendo alcuni vincoli: i registi in questione devono essere statunitensi (quindi niente Inghilterra, Canada o Australia, e ho perso molti nomi così facendo), devono avere meno di 40 anni (in due casi ho sforato di qualche mese) e devono aver girato almeno due lungometraggi più o meno rientranti nel genere o averne girato uno e averne un altro in fase di preparazione avanzata, senza contare remake e sequel nè eventuali prodotti realizzati per media diversi come televisione o fumetti. Come vedete, metodologia nulla e più che altro un po' di curiosità nel cercare qualche nome alternativo ai soliti che girano sulla bocca di tutti.
Quel che vi chiedo, dopo aver presentato la lista, è sapere, per ognuno di voi, chi fra questi vi sembra degno di maggiore fiducia e capace di far bene in futuro e chi invece non vi convince per nulla, sia per quanto riguarda la sua filmografia horror che per quella di altro tipo se esistente. Non mi spingo al punto di mettere un sondaggio con dieci voci, penso che sarà sufficiente la lettura dei commenti, in questo caso più che mai facenti effettiva parte dell'articolo. Prima di indicare nuovi nomi vi prego di controllare che soddisfino i requisiti che ho elencato.
Non mi sono nemmeno dilungato in qualche tipo di biografia o cenni di stile, riservandomi l'opportunità di farlo più avanti, in eventuali post singoli.
E ora la sporca decina del No-Splat Pack, in ordine alfabetico e senza contare ovviamente Ti West, cui per età e capacità spetta uno spot a parte…
Nimród Antal (Kontroll, Vacancy e Predators nel 2010)
Bryan Bertino (The Strangers e Alone nel 2011)
Michael Dougherty (Trick'r Treat e I, Lucifer nel 2010)
Chris Gorak (Right at your Door e Dead Loss nel 2010)
Adam Green (Hatchet, Spiral, Frozen nel 2010 e God Only Knows in sviluppo)
Lucky McKee (May, The Woods e Red)
Jim Mickle (Mulberry Street e Stake Land nel 2010)
Dave Parker (The Dead Hate the Living e The Hills Run Red)
George Ratliff (Joshua e Salvation Boulevard in sviluppo)
Eduardo Sánchez (The Blair Witch Project, Altered, Seventh Moon e The Blair Witch Project 3 in sviluppo)
THE HOUSE OF THE DEVIL USA, 2009, colore, 95 minuti Regia: Ti West Soggetto/Sceneggiatura: Ti West Produzione: Glass Eye Pix e varie
Samantha è stanca di condividere la stanza del college con una compagna disordinata, casinista, sessualmente promiscua e incline a droghe e alcool: una convivenza che le impedisce di studiare e concentrarsi e le provoca forte disagio. Per sua fortuna trova una splendida casa indipendente, pulita e ordinata a un affitto ragionevole: l’unico problema è quello di mettere insieme in tempo i soldi del primo mese.
Per puro caso la ragazza scorge un volantino di ricerca di babysitter e ben presto, con la collaborazione non richiesta della sua migliore amica, Megan, riuscirà a ottenere il posto. Si tratta di passare quattro o cinque ore, quella sera stessa, in una casa isolata, fuori città, prossima al cimitero, a sorvegliare la vecchia madre della Signora Ulman mentre la coppia di residenti si recherà ad ammirare l'eclissi di luna prevista per mezzanotte.
I coniugi in questione sono una strana coppia e il signor Ulman, pur di convincere Samantha ad accettare il posto e consapevole di aver parzialmente ingannato la ragazza facendole credere che si trattasse di occuparsi di un bambino, le offre una somma molto alta: 300 dollari per poche ore, che vengono alzati a 400 dietro richiesta di Sam.
Contro il parere di Megan la studentessa accetta il lavoro. Samantha ora è sola e isolata, dentro la casa del diavolo. Mezzanotte si avvicina…
The devil you know and the one Ti knows
Trovo sbagliato, analizzando The House of the Devil, occuparsi più di tanto dell’incredibile lavoro svolto da Ti West nel far somigliare questa pellicola a un film prodotto e girato nei primi anni Ottanta. Tornerò più avanti sulla faccenda, ma si tratta solo di uno dei tantissimi elementi di stile che contribuiscono in maniera determinante a trasporre su grande schermo in maniera potente ed efficace un’idea di cinema horror quale non se ne vedeva da tempo.
Lascerei quindi questo argomento (l’omaggio agli anni Ottanta) ai critici (per ora solo di lingua inglese) detrattori del film che ne hanno fatto, insieme a considerazioni del tipo "non succede niente", "è un film lento e noioso" e “il finale è debole”, l'argomento principe dei loro scritti, arrivando spesso a sostenere che si tratti di lungometraggio vuoto, di omaggio privo di contenuto, di stile sopra sostanza. Altri argomenti a mio modo di vedere risibili sui quali ci sarà modo di tornare.
Ti West e il suo film propongono, attraverso un passo indietro negli anni Ottanta, anche un passo indietro necessario a riflettere su quel che è accaduto al nostro genere preferito nel corso degli ultimi anni e a come muoversi per evitare ulteriori degenerazioni e derive. Se alcuni dei temi e modi sollevati e usati da questo filmaker troveranno eco e riusciranno a influenzare altri cineasti si potrebbe ottenere un effetto benefico sulla produzione horror statunitense tale da permetterle di cominciare nuovamente a confrontarsi con l'attuale strapotere europeo.
Vi sono due elementi pivotali che secondo me vanno presi in considerazione per ragionare sulla scadente qualità di buona parte delle pellicole realizzate ultimamente sull'altra sponda dell'Atlantico e sono il trattamento riservato alla donna, al suo ruolo e al suo corpo e, dall'altro lato, il trattamento riservato all'ignoto e al soprannaturale.
Let’s scare Samantha to death
L’horror è con ogni probabilità il genere più vicino al porno: creato, scritto e girato da maschi per un’utenza maschile, nel corso degli ultimi anni ha subito una progressiva e grave decadenza del rispetto nei confronti del corpo/ruolo femminile rinsaldando, fino al limite della confusione, detta contiguità con l'hardcore. Una delle funzioni cardine dell’horror cinematografico, piaccia o meno, è prendere la donna che, fra il gruppo delle sue simili, consideriamo più bella e inarrivabile, piazzarla su un piedistallo, sotto la luce del riflettore e procedere quindi a violentarla, degradarla e infine dannarla in ogni modo possibile. Non possiamo averla noi, non la avranno gli altri e alla fine nessuno la desidererà più.
Le attrici scelte come prede, vittime o eroine negli ultimi anni, a prescindere da poche, meritevoli eccezioni, hanno il corpo e l’espressione delle stanche pornostar di cui abusano gli odierni gonzo movie. Facce e corpi di plastica sui quali, sorge il sospetto, durante le torture venga versato finto sangue di scena in quanto altrimenti ne scaturirebbe silicon od olio di macchina. Distanti anni luce dalle donne che abitano le nostre vi(t)e, questi fantocci e simulacri, alle volte avvolti in cuoio e pelle, altre volte inguainati in jeans a vita bassissima (pun intended), volteggiano combattendo il mostro di turno o finiscono appese nell’antro della tortura ma, che vincano o perdano, che picchino il mostro o vengano stuprate analmente, che muoiano o siano invece pronte al sequel d'obbligo, ben poco ci importa.
Duodimensionali come i paginoni centrali da cui derivano, sono solo belle figurine con zinne e culi al posto giusto, una vale l’altra, sono sempre disponibili e sono sempre morte e sempre vive (quindi non riescono a vivere, né è loro permesso morire sul serio), scegliete voi, la plastica è built to last. Ti West non è interessato a questo tipo di banale e facile oggettivazione e mette in campo l’opposto delle varie Jovovich, Beckinsale e miliardi di cloni e variazioni possibili.
Pesca nel mazzo dei provini una straordinaria semi-esordiente, quella Jocelin Donahue già vista in precedenza in The Burrowers e il cui primo film in curriculum, apprendo con gusto da Imdb, si intitola Heartbraker. Nulla di più adatto, perché questa ragazza ha già spezzato molti cuori horror, il mio di sicuro ma, a leggere alcuni commenti apparsi in un precedente post di Malpertuis, anche quello di altri, compresi alcuni che dovrebbero essere impermeabili a tali "insidie".
La Samantha della Donahue è un personaggio che entra dritto nella galleria delle ragazze memorabili del genere e propone un corpo, un volto e un ruolo ben diversi dai normali standard, una ventata di aria fresca e alternativa che Ti West filma con lo stesso amore e attenzione che poteva avere un John Carpenter nei confronti di una Jamie Lee Curtis. Strattonata fra la droga e il sesso promiscuo della sua compagna di stanza ( i Settanta) e lo stralunato, individualista protoedonismo della sua allegra e goffa amica Megan (gli Ottanta), Sam non appartiene a nessuna delle due epoche e, immediata conseguenza, è sola in mezzo alla gente. Sola e oltretutto angosciata da un problema che, inizialmente, è di natura puramente economica ma che è l’iceberg di una sua certa tendenza allo sconforto e all’incapacità di un reale controllo della situazione e della sua vita.
Get a grip, si ripete Samantha più volte, ma il grip le sfuggirà di continuo.
Il walkman della ragazza, così funzionale all'innesco della scena cardine del film è anche il definitivo rifugio di Sam in molti momenti, ulteriore occasione di separazione dal mondo. Sia lungo gli splendidi titoli di testa che in parecchie altre occasioni Samantha si isola nella musica per evitare un confronto fra due epoche e due modi di sentire e vivere che la vedono comunque sconfitta. Perdita e predestinazione sono i pianeti che dominano il suo particolare, specialissimo segno astrologico e la loro influenza si sente dall’inizio alla fine attraverso l’impiego di mille minuzie da parte di un Ti West in totale controllo. Dall’occhio di carta che la spia, appiccicato al telefono pubblico, alle campane che suonano tristemente a una sua camminata a inizio film; dal signor Ulman che per telefono, entusiasta del fatto che ha accettato il lavoro, le promette che i'll make this as painless for you as possible fino all'ombra che la bagna anche quando gli edifici circostanti sono al sole: tutto urla di un destino che non può essere evitato, in nessuna maniera.
E se Samantha è la vittima sacrificale, pare quantomeno appropriato impiegare una importante parte del film a costruire la ragazza, a determinarla, ad aggiungere particolare su particolare alla sua figura per cercare coinvolgimento nel pubblico. Ecco quindi che, di nuovo, quando si pensa che non succeda molto in realtà succede di tutto. Ti West ci sta raccontando alcune storie intrecciate, una delle quali, la più importante, è quella di una ragazza sfortunata e solitaria, seria, intelligente e un poco goffa e timida, destinata a incontrare l’orrore definitivo alla fine di una giornata già stressante e impegnativa di per sé, caratterizzata da profonda insicurezza economica, cambiamenti emozionanti e senso di inadeguatezza. Come potrebbe, un autore che voglia narrare questa cosa, affrettare scontri e climax e arrivare all'atto finale senza spendere molto tempo a costruire quanto detto prima? Le scene che a un esame frettoloso e trascurato possono apparire inutili e vuote sono in realtà confezionate per completare la descrizione di questo personaggio, così diverso dalla massa delle sue colleghe di questi ultimi anni.
There are no girls like those anymore
E se la Donahue spezza i cuori, Greta Gerwig si preoccuperà di fracassarne i rimasugli con un sorriso spensierato. La Megan interpretata dalla Gerwig è una bomba sexy fatta di capelli biondi, goffaggine leggermente rozza/volgarotta e spensieratezza che in nessun modo significa disaffezione verso la sua migliore amica. Osserviamo le due in alcune delle scene più importanti del film e non possiamo evitare di sentirci invidiosi voyeur beccati a spiare l’esclusiva amicizia di queste due splendide ragazze, vive e indipendenti da qualsiasi maschietto, sia esso capobranco o semplice contorno sacrificale.
Tanto quanto non ho mai avvertito il minimo interessamento alla stanca sequela dei denudati corpi-oggetto di larga parte delle attrici horror contemporanee quanto mi è impossibile reprimere una confessione di innamoramento e desiderio sessuale (ovviamente entro i termini e confini della cinefilia) per queste due splendide e tridimensionali ragazze, che ottengono il risultato completamente vestite, spesso sepolte in giubbotti e jeans rigorosamente sopra la linea della vita. Detto risultato lo ottengono in quanto vere e vive e, diretta conseguenza, otterranno anche il risultato di coinvolgermi nei confronti di ogni cosa possa loro accadere nel prosieguo del lungometraggio.
Si tratta di una lezione indispensabile per tutti i registi e attrici che pensano che il sex appeal si possa misurare in termine di centimetri di pelle esposta, di canottaggio delle labbra o della migliore moglie-pole dancer di turno della quale si espone il culo a pubblico ludibrio e libido.
L’infatuazione celluloidale è meccanismo che non dipende dai chili di tette e culi spalmati sullo schermo ma che si compone di mille minuzie e nuance, di carattere, dialogo, personalità, sorrisi, risate e miliardi di altri dettagli. Come nella vita.
Paint the horror by numbers
Molti dei film horror dell’ultimo decennio travisano una delle lezioni fondamentali della narrativa, ovvero quella di suggerire al lettore temi e visioni e lasciare che sia la sua fantasia a svolgere una fetta del lavoro. Larga parte dei cineasti contemporanei sceglie invece di inseguirsi in una micidiale corsa al rialzo grafico, occupando un ammontare significativo del minutaggio con una serie di quadri di tortura che da un lato assuefanno velocemente lo spettatore e dall’altro canto condannano il prossimo regista ad alzare di un'ulteriore tacca il volume, fino all'impossibile up to eleven, come ridicolizzato in This is Spinal Tap. Per ogni Miike in vena di cattiverie ci sarà sempre uno Human Centipede disposto a spingersi un poco più in là e quel che talvolta sfugge a pubblico e critica è il fatto che per ogni Miike ci saranno centomila imitazioni d'accatto, per ogni Human Centipede realizzato con cura verranno in seguito diffusi mille cloni-Asylum, una inondazione di insensato torture porn ed exploitation che avrà sempre meno barriere e confini con il porno e, in definitiva, con lo snuff.
Poco importa se, in questa marea di imitatori scatologici, a nessuna attrice (o attore) verrà realmente torto un capello: lo sguardo del pubblico sarà moralmente partecipe in egual misura. Questi cinecarnefici hanno anche un'altra grave colpa/ignoranza (la seconda non excusat, giusto?), ovvero quella di ritenere il pubblico una massa di pecoroni incapace di unire i punti e fornire il proprio, indispensabile apporto a un'opera. Per loro la realtà è sempre superiore alla fantasia, il “visto” sempre necessario e preferibile all’immaginato, due delle peggiori bestemmie possibili a casa Malpertuis. Ecco quindi i quarti di bue (e più che altro di vacca), l’occhio costretto a restare aperto e soffocare in mezzo a sbadigli provocati dalla bonazza di turno che capita nella complicata trappola, che si imbatte nel Michael/Jason di puntuale ronda, nei cattivi cecoslovacchi/altri del caso.
Ti West knows better, per nostra fortuna. Sa che se sussurri al pubblico, a inizio film, con uno splendido freeze frame, che ci sarà una “casa del diavolo” il pubblico poi, in ogni ombra, in ogni scricchiolio, in ogni goccia che cade dal rubinetto vedrà l’opera della Satanic Majesty e ti aiuterà a girare il film.
Il non visto, il terrore/fascino dell’ignoto (e quindi, parlando di pubblico maschile, anche di quel grande ignoto che è l’altro sesso quando non viene oggettivizzato), il fascino del soprannaturale non tassonomizzabile è così potente rispetto alla scopofilica ripresa della siliconata di turno appesa a un gancio da non esserci nemmeno partita. La mente lavora, proietta fantasmi e paure negli angoli della vecchia casa vittoriana, si carica di tutto il doppio patrimonio (quello cine-genetico e quello archetipale) acquisito in vita (e prima di essa) e, di conseguenza, quando il fan o il critico pigro e satollo da troppe atrocity exhibition mi dice che "non accade nulla" io invece ripeto che sta accadendo di tutto e sta accadendo un qualcosa di diverso in ogni spettatore che abbia voglia di coinvolgimento e rischio.
One sound leads to another
La colonna e gli effetti sonori giocano un ruolo fondamentale in un film di questo tipo e segnano ulteriori punti di merito per Ti West, specie se paragonati a certe goffaggini dei suoi colleghi. Jeff Grace è un membro fisso del clan West e, più in generale, del team Glass Eye Pix: ha lavorato su The Roost, Trigger Man, The Last Winter e I Sell the Dead, tutte pellicole indipendenti ma, badate, ha collaborato anche a blockbuster come Il signore degli anelli o Gangs of New York e a esperimenti notevoli e importanti come Spider. Per l'occasione confeziona una colonna sonora perfetta, capace di sottolineare in maniera affatto didascalica alcuni momenti del film e di rimanere, con alcune note di piano, a lungo nella memoria dello spettatore, ben dopo la fine della pellicola. Suo complemento sono Graham Reznick e il resto degli addetti agli effetti sonori, necessari quanto le riprese a far vivere la casa e i suoi oggetti. Ogni passo, ogni fruscio di foglio di carta. ogni goccia del lavandino riverberano dentro la casa, fornendo importante contributo all'atmosfera.
Ma è nell’uso delle tre canzoni principali e della musica dei titoli di testa che Ti West esplode davvero e ribadisce anche in questo settore una consapevolezza, una comprensione e una abilità spesso assenti nei suoi colleghi. West evita le secche tipiche della ricerca del figo a tutti i costi, rifiuta l’impiego di brani che avrebbero caratterizzato in maniera più banale e stereotipata la pellicola e sceglie tre canzoni che svolgono nello stesso tempo parecchie funzioni, dalla costruzione di una atmosfera d'epoca all'aggiungere senso e rimarcare (attraverso titolo e testi) i momenti in cui vengono impiegati, fino al fornire sponda motivazionale alle gesta di Samantha nel cuore centrale dell’opera.
The Breakup Song, una delle migliori hit della Greg Kihn Band, passata ingiustamente alla storia più che altro per Jeopardy ma che bisognerebbe esplorare anche in altri brani, è uno dei pochi momenti di meta-riflessione che si concede un regista classico come Ti West e serve principalmente a ribadire un concetto essenziale contenuto nel sottotiolo della canzone: They don’t write ‘em anymore, non scrivono più storie simili, non filmano più cose del genere. Atto di amore definitivo verso un modo di concepire l’horror che si pensa morto e passato ma che in realtà è pronto a tornare e “funzionare” in ogni momento. Serve anche a ribadire che c’è un breakup in atto in quel momento: quelle due ragazze stanno per separarsi nel peggiore dei modi.
One of our submarines (is missing) di quel geniaccio di Thomas Dolby entra durante il viaggio in macchina delle due verso la casa del titolo e sottolinea sia la natura di quella macchina nella notte, piccolo sottomarino in un mare di tenebra, sia il fatto che presto qualcuno sarà "missing" e svanirà, oltre, ovviamente, a caratterizzare cronologicamente la narrazione. Accade raramente che un cineasta horror sia così cosciente e sensibile nei confronti delle canzoni impiegate, in particolare a livello di testo e francamente al momento non riesco a ricordare qualche nome che sia riuscito, negli ultimi anni, a operare ben tre scelte di questa qualità e senso. In un genere come l'horror nel quale la norma è Marcus Nispel che gira un Non aprite quella porta ambientato nel 1973 usando Sweet Home Alabama (Lynyrd Skynyrd, Second Helping, 1974) e compiendo quindi sbaglio (di data) e crimine (di scelta banale) lascio a voi trarre le debite conclusioni.
Ma, ovviamente, lo spot principale spetta a quando Samantha, preoccupata e inquieta nella casa, cerca di esorcizzare le sue paure ascoltando musica dal suo fido, gigantesco walkman. Parte One Thing Leads to Another dei The Fixx e comincia una delle scene più importanti del film, con una Samantha leggermente goffa e ballerina non certo eccelsa (ma, di nuovo, estremamente sexy) che si aggira per la casa a far danni. La canzone ha un testo che sottolinea puntualmente alcuni passaggi del film, ribadisce la collocazione cronologica del lungometraggio, permette alla protagonista di sfogare la pressione accumulata fino a quel punto e regala a Ti West l'opportunità per mostrare un'ottima abilità tecnica nel giocare fra diegesi ed extradiegesi all'interno della stessa fonte sonora (nel momento dell’apertura della porta della cantina). Difficile trovare di meglio nell’ultimo decennio.
The house that Ti built
Molti film horror a basso budget sono così preoccupati dallo sforzo di svolgere le pure azioni meccaniche contenute nella trama che, vuoi per costrizioni di budget, vuoi per scarsa abilità da parte del filmaker, non riescono a connettere le scene fra loro né riescono a dare allo spettatore la visione d’insieme, per tacere della scarsa attenzione nei confronti dei dettagli.
Ti West, nel realizzare un film che si intitola La casa del diavolo, ha ben presente che detta casa dovrà essere una dei protagonisti assoluti del film. Ecco sconfitto, nuovamente, l'affrettato "non succede niente" sollevato da molti al momento dell'uscita del film. Succede molto: il regista sa bene che una volta avviato l'atto finale, il climax del film, non ci sarebbe tempo e modo per far risaltare la casa e se ne occupa quindi nelle fasi precedenti. Scricchiolii, strani rumori dagli scarichi dei lavandini, dettagli e primi piani di oggetti inanimati, camere esplorate e scale salite e scese sono necessarie a creare, esporre, evidenziare uno dei protagonisti assoluti del film.
Maggiore “azione” (qualsiasi cosa essa significhi, probabilmente una torma di satanisti armati di coltellacci e pentacoli che insegue per un’ora una ragazza nuda che tira doppi calci volanti in giro per qualche fetish dungeon) avrebbe fatto morire la casa e tolto al film gran parte del suo fascino. Stanze, scale, persino i gabinetti fasciati da una assurda tappezzeria sono vivi quanto Samantha o gli altri attori e connotare come “noiose” o “vuote” scene nelle quali viene ritratto tutto ciò a me pare sintomo di sguardo distratto e scarsamente consapevole, al quale si potrà eventualmente rimediare con successive visioni. Mi pare, questo tipo di visione e di conseguenza di critica, degna compare postmoderna, distaccata e anaffettiva della stessa tendenza che segna buona parte del cinema horror contemporaneo.
E molto spesso, quando nel cinema horror compare una casa stregata, o, per altro verso, l’invasione in una casa altrui, risuona immediatamente il tema della crisi economica, personale o globale che sia. Era successo ovviamente in Shining o in Amityville House, succede anche in questo caso dove, per fortuita combinazione, la vicenda (scritta qualche anno fa) di una studentessa alle prese con gravi problemi finanziari e una costante penuria (e quindi fame) di dollari si aggancia potentemente alla attuale depressione e riverbera la crisi globale, fornendo da un lato ulteriore sponda per immedesimarsi ancora più facilmente nelle traversie della protagonista e d’altro canto un accenno di sottotesto in grado di irrobustire la già solida struttura del film.
All the not so young dudes
Detto della Donahue e della Gerwig, rimangono altri tre straordinari attori e totem horror da nominare fra quelli presenti nel ristretto cast, tutti frutto di azzeccate scelte da parte di un regista che mostra in ogni singolo settore totale amore per la materia e profondo rispetto per lo spettatore.
Dee Wallace è l’agente immobiliare che affitta la casa a Sam a inizio film, nella scena di apertura che è anche una delle migliori "false partenze" in una pellicola horror, visto che la casa nella quale una Samantha presa di spalle si gira ed evita di guardare in camera e regala un sorriso incerto NON è quella del titolo. Serve ricordare qualche pellicola nella carriera di questa attrice? La fabbrica delle mogli, Le colline hanno gli occhi, E.T., L’ululato, Cujo: bastano? Dee Wallace viene sì scelta per via del suo curriculum horror ma anche e soprattutto in quanto professionista in grado di fornire una prova solida nei suoi tre minuti di impiego, compito che puntualmente esegue svolgendo un ruolo vicario della madre di Samantha, esplicitato nel you remind me of my daughter, ruolo che d'altro canto rafforza il tremendo senso di isolamento e non appartenenza di una ragazza della quale non sapremo quasi nulla né conosceremo mai eventuali parentele o affetti. Quale migliore anfitrione e Zio Tibia di questa attrice?
Diverso il caso per Tom Noonan e Mary Woronov, che regalano alla storia del cinema horror una delle coppie più perturbanti e memorabili di sempre. Molti di noi, io di sicuro, ricorderanno per sempre Tom Noonan come il Dollarhyde di Manhunter, ma questo attore spunta più volte in giro per le stanze di Malpertuis, da Scuola di mostri a Heat, da La moglie dell’astronauta a La promessa fino a, ovviamente, The Roost. Per l’occasione Tom indossa il miglior vestito da funerale, si trasforma in novello Tall Man (con poco sforzo, direte voi) e crea un mister Ulman da antologia, che compare inizialmente “decapitato” di fronte a due ragazze che non possono fare a meno di guardarlo dal basso verso l’alto e passa quindi a mischiare titubanze, gentilezze, tic e sfuriate fino a saturare lo schermo con la sua presenza. Impersona, per quanto possibile, il lato razionale e disposto al dialogo (fino alla fine, no?) di una coppia il cui elemento femminile è nientemeno che Mary Woronov, ex B-girl della Factory che ne ha fatte di cotte e di crude nella sua metanfetaminica carriera, da Silent Night, Bloody Night a Death Race 2000, da Night of the Comet (!) su su fino a The Devil’s Rejects. La Woronov gioca di contrapposizione rispetto alla Wallace: dove la seconda è materna e vede in Samantha una figlia la prima è sessualmente aggressiva e scorge nella ragazza il ricordo di un sé più giovane, il tutto in una scena mesmerica che ne segna l'entrata e l'uscita di scena, fino al climax finale. Insieme Crudelia De Mon e Morticia, entrambe frullate attraverso gli anni passati alla strana corte del Re Cremisi Warhol, la Woronov ci regala in pochi minuti una horrormaîtresse indimenticabile.
AJ Bowen, infine, lo avevamo già notato in The Signal e qui cerca di aggiustarsi come può, compresso fra attori-cannibali di questa portata e, tutto sommato, riesce a cavarsela sanza 'nfamia e sanza lodo, risultato per nulla disprezzabile tenuto conto del volume di fuoco del resto del cast.
Vuoi urlare, per favore?
Come con il sonoro, Ti West è maniacale anche nei confronti di scenografie e costumi. Non contento di scrivere, dirigere, imbracciare la mdp e infine montare il tutto, West si “intromette" nel lavoro di Robin Fitzgerald e sceglie, discute, prova e riprova i costumi, operando scelte determinanti che contribuiscono ancora una volta a remare contro l'opzione retro/coolness e in favore di una veridicità assoluta. Perlustra negozi e magazzini, si porta dietro le attrici, prova e riprova riuscendo a evitare di esporre centimetri di pelle filologicamente fuori posto e non c'è mai li feeling di trovarsi di fronte a due attrici del nuovo millennio in fregola da outfitting neohippie.
Stessa cosa avviene nella costruzione dell’interno della casa, scelta durante uno scouting in Connecticut. Insieme a Jade Healy rimonta e ridefinisce tutti gli interni della casa, sfoglia decine di cataloghi d’epoca per trovare la giusta combinazione di piastrelle, tappezzeria, mobili e quant'altro. Kubrick aveva fatto la stessa cosa nei confronti dell'Overlook Hotel e no, non sto paragonando i due registi, sto solo stressandone la simile attitudine maniacale nei confronti dei particolari e la loro natura di autori control freak. Sceneggiatura, regia, controllo della macchia da presa, montaggio, scelte di sonoro, scenografia e costumi: il cinedemiurgo non vuole farsi mancare nulla.
E con questo immane sforzo volto a costruire la sua personale casa del diavolo come possiamo poi pensare, di nuovo, per l’ennesima volta, che "non accada nulla" per buona parte del film? Accade la casa. Porte vengono aperte, gridiamo a Samantha Don't Look into the Basement !, vediamo oscurità in cima alle scale e tenebra in fondo alle stesse, sentiamo brutti odori e cattivi gusti e temiamo per ogni singola cosa che fa (o anche solo potrebbe fare) bump nella notte. La casa è, fin dal titolo, protagonista del titolo e deve ricevere giusta attenzione e screen time. Dire che “non accade nulla” significa che non ci si è presi la briga di unire i puntini numerati e scurire i campi fino a ottenere la figura del diavolo. Se aspettate che qualcuno al posto vostro vi risolva la Settimana Esonigmistica, forse vi troverete a maggior agio con altri registi, con Ti West bisogna sbattersi e non ci sono parole crociate facilitate.
Quando Samantha (che pure viene dipinta lungo tutto il primo atto come una “brava ragazza”) comincia a ficcare il naso in cassetti e sgabuzzini di una casa non sua come non pensare a quello straordinario racconto di Raymond Carver che è Vicini, contenuto nella raccolta Vuoi star zitta, per favore? Il sottoscritto, fra i tanti lavori che ha svolto, ha fatto anche il custode in una villa, eoni fa, e… E si è comportato proprio come Samantha, walkman compreso, frigo compreso, scale comprese. Impossibile, nuovamente, non provare simpatia ed empatia nei confronti della protagonista.
Mystic Pizza
In due distinte scene del film assistiamo all'entrata in scena di una pizza disgustosa che, si direbbe, insieme alla rotonda luna sono segni e alfieri dell'avvento del demonio.
Nella prima occasione Sam e Megan stanno mangiando in una pizzeria e il cibo è "gross": può essere facile non dare molto peso a una scena del genere (peraltro splendida anche dal punto di vista della fotografia, così ricca e calda rispetto alle scene precedenti) ma già quell’inquadratura sospesa della statua del cuoco prima di uscire da locale dovrebbe far sorgere qualche sospetto.
Quando, in seguito, Sam ordina una pizza dalla casa degli Ulman e l’arrivo del fattorino rompe un momento di tensione intollerabile, la nostra apre e chiude velocemente la porta ricevendo il cibo dalle mani di uno sconosciuto inquadrato solo parzialmente (scena che gioca di rimando con la prima apparizione di Tom Noonan). Poco dopo prova a mangiare la pizza ma, nuovamente, il cibo è disgustoso e non serve sciacquarsi la bocca, il saporaccio non passa. Coincidenze? Forse. Ma qualunque altro autore sarebbe caduto nel ridicolo cercando di veicolare corruzione, senso di minaccia, pericolo e infine il Male attraverso una pizza, Ti West invece compie anche questo piccolo miracolo con una naturalezza ammirevole.
The devil'$ in the detail$
Sarebbe grave errore pensare a The House the Devil come a un omaggio agli anni Ottanta. Vorrebbe dire collocarlo in qualche campo di postmodernismo che non può, per fortuna, appartenere a un autore così coinvolto ed emotivamente partecipe come Ti West. Mancano lo sguardo ironico, la prospettiva sul genere, la carica pop, il distacco e la contaminazione. Sono presenti emozione, linea narrativa chiara e lineare, affettività nei confronti dei personaggi e adozione di modelli, schemi e tecniche ben precisi e identificabili (il tutto, ovviamente, tenuto conto del budget e del progresso della tecnologia). The House of the Devil è un film concepito e girato nei primi anni Ottanta e quindi totalmente impossibilitato a qualche tipo di sguardo retrospettivo verso se stesso. In sostanza un vero e proprio manifesto di alternativa al postmoderno.
Postmoderno che, in gran parte delle sue manifestazioni e operazioni per quanto riguarda l'horror, ha sempre nascosto (vuoi dietro la lente della nostalgia, vuoi dietro quella dell'ammiccare esasperato) un tranciante, insopportabile giudizio di superiorità nei confronti dell'epoca passata e un distacco emotivo per il quale non posso che compatire creatori e fruitori. The House of the Devil non “sembra” un film di fine Settanta/inizio Ottanta: è un film degli anni Ottanta finalmente ritrovato, restaurato e proposto al pubblico. Alla faccia di tutti i Grindhouse passati e futuri.
Ed è cosparso di premonizioni e simboli per nulla scontati e banali, a partire dal volantino della ricerca di babysitter che usa il simbolo del dollaro al posto della lettera s, quella dello $terco del demonio, per intenderci.
Vi sono altri piccoli giochi di rimando, contrasto e dualismo sparsi lungo tutto il lungometraggio, dal paragone fra le due segreterie telefoniche (quella di Megan, epocale, e quella del signor Ulman, gelida e incapace di relazionarsi con il mezzo) alle varie ragazze mai viste che vengono in un modo o nell’altro paragonate alla protagonista (la figlia dell’agente immobiliare, la ragazza che precedentemente abitava la casa ora presa in affitto da Sam e infine la ragazza che aveva accettato l'incarico di babysitter prima di Sam e aveva in seguito rifiutato), tutti segni precisi di una rara attenzione nei confronti della scrittura e della pianificazione del film.
Scrittura e pianificazione veicolate quindi da una accurata sintassi cinematografica, ricca di dolly, zoom e inquadrature dal basso fotografati con il giusto impasto granuloso per rinforzare ulteriormente il feeling anni Ottanta e magnificate da un montaggio lento e calcolato, anni luce distante dalla schizofrenia regnante nel nuovo millennio.
E che dire del font usato per i titoli e di come essi si inseriscano dentro la pellicola con timing eccezionale, ben sottolineati dalle mitragliate di freeze frame?
Si arriva quindi al famigerato finale, da molti considerato insoddisfacente e che, manco a dirlo, a me è parso la ciliegina sulla torta. Spunta la stessa luna usata in The Roost, vi è un deciso cambio di marcia nello stile, che abusa di flash e immagini semisubliminali e si ricollega da un lato a L’esorcista e, dall’altro (è quasi superfluo farlo notare) a Rosemary’s Baby, vuoi per esito della vicenda vuoi per carattere e attitudine della protagonista e degli antagonisti. Quel che abbiamo a lungo temuto e paventato in mezzo a piccoli rumori e lunghe ombre alla fine è fin troppo vero e fin troppo aderente a certe stereotipizzazioni in voga durante quegli anni. Ti West ignora per la primissima volta la legge suprema del less is more, offrendoci qualche inquadratura dell'osceno (il fuori-scena, il non-inquadrabile che, infatti, una volta ingabbiato nello schermo provoca ben pochi brividi. Ma è inciampo di poco conto e soprattutto molto breve nonché indispensabile (ecco quindi che si capisce la scelta di West, a prima vista criticabile) per portare le varie pedine verso prefinale e finale di partita.
Finale che, amici e lettori, coincide con la fine di questo mio scritto. La speranza è che sia riuscito a stimolarvi alla visione. Che il film possa piacervi o meno sarà comunque considerazione di secondo piano per il sottoscritto, rispetto al piacere di essere riuscito a farvi interessare e portarvi alla visione di quello che considero il migliore film horror del 2009.