mercoledì 28 ottobre 2009

Moon (2009)

Moon_Sam_Rockwell_Duncan_Jones_poster_image_immagine_cover_foto_photoMOON
UK, 2009, colore, 97 minuti
Regia: Ducan Jones
Soggetto/Sceneggiatura: Duncan Jones e Nathan Parker
Produzione: Liberty Films UK, Lunar Industries e Xingu Industries

Nel prossimo futuro la scoperta di ingenti quantità di Helium 3 sulla superficie della Luna assicurerà alla Terra la soluzione definitiva a tutti i problemi energetici. Il prezioso gas viene raccolto dagli harvester, enormi trattori lunari che raccolgono, processano e separano l'Helium 3 dalle rocce.

Le stazioni minerarie lunari sono talmente automatizzate da richiedere manutenzione minima: basta un uomo solo a coordinare e supervisionare l'intera attività degli harvester, ma quello di minatore lunare, nonostante la tecnologia, è un mestiere durissimo.

Sam Bell ha stipulato un contratto di 3 anni. Un periodo lunghissimo passato a raccogliere il materiale e lanciarlo verso la Terra, con la sola compagnia di GERTY, l’intelligenza artificiale che lo assiste a coordinare la base.

Ora, a due settimane dall’agognato ritorno a casa, Sam comincia a sperimentare strane visioni, allucinazioni e incidenti. Fino al momento di una incredibile, sconcertante scoperta...

Quando incappo in una successione di visioni horror particolarmente sconfortanti c'è sempre un pensiero che mi induce a non disperare troppo: potrebbe andarmi peggio, potrei essere un fan che si nutre esclusivamente di fantascienza, allora sì che sarei davvero disperato!

Con un volume di film in uscita ridottissimo e un livello qualitativo ai minimi storici, la fantascienza odierna sembra proporre davvero pochino all’appassionato, ecco perché quando spunta un'ottima pellicola come questo Moon c'è davvero da gridare al miracolo, specie se non è girata con centinaia di milioni di dollari e super effettoni speciali a riempire gli anni sabbatici di sceneggiatura.

Duncan Jones risolve gli inevitabili debiti kubricko-tarkovskijani trasformandoli in cluster genetici e regole grammaticali fondanti e sulla base di questi elementi confeziona un convincente kammerspiele spaziale nel quale ogni settore contribuisce con pari forza all’ottima resa finale.

Ci sono le scenografie, ormai considerabili come retrò e di conseguenza molto più realistiche di quanto visto nella recente fantascienza; i costumi che sono stati disegnati in perfetto accordo con le suddette scenografie; la colonna sonora di un Clint Mansell che ormai è garanzia di sicurezza ovunque metta le mani (la sua musica era una delle poche cose decenti de L'albero della vita o The Wrestler, per dire); titoli di testa tanto sobri quanto azzeccati e, più di ogni altro fattore, vi è la recitazione di un Sam Rockwell in stato di grazia che riesce, non si sa in quale modo, a clonarsi/sdoppiarsi mutando non solo espressioni e toni di voce ma anche postura da fermo, camminata e gestualità in modo ammirevole e offrendo, fino a questo punto, la prova migliore della sua carriera.

L’altro grande attore in scena è GENTRY, il computer di bordo, un blocco di macchinari che riesce a muoversi lungo la base appeso a rotaie e che offre il giusto contraltare al protagonista umano tramite una serie di smiley e la straordinaria voce di Kevin Spacey, sempre venata di sfumature ironiche e sardoniche, salvo poi mutare nel finale.

Ed è proprio, come in buona parte delle più intelligenti opere di fantascienza, nel dialogo/confronto fra l’uomo e l’altro (sia esso l’alieno, il computer, qualche anonima e potente corporazione o un fantasma elettronico) che risiede il nucleo centrale di un'opera sommessamente disperata e deprimente nella quale Sam non riesce più, appunto, a confrontarsi e dialogare con nessuno e la sua solitudine, già pesantissima in sé, diventa intollerabile di fronte agli inganni della multinazionale da cui dipende, alle intrusioni da mamma iperprotettiva di Hal, pardon, di Gentry e a una moglie lasciata sulla Terra che, a ogni nuovo messaggio, appare sempre più fredda.

Solo due settimane dividono Sam dal suo ritorno, ma paiono due settimane vissute come la corsa della lepre nel paradosso zenoniano: non finiscono mai e ogni secondo porta nuove insicurezze che, una volta che si trasformano in terribili certezze, diventano un peso intollerabile a fronte del quale la reazione di Sam è meravigliosa, inaspettata e liberatoria.

Voi firmereste per una ferma di tre anni sulla Luna, a correre sul tapis roulant, mangiare porzioni cotte al microonde, uscire ogni tanto a controllare dei giganteschi trattori, intagliare qualche modellino e vedere vecchi episodi di Vita da Strega?
No?
E quale razza di uomo firmerebbe?
E cosa potrebbe accadere a quell'uomo?
Comincerebbe a vedere fantasmi?
A parlare da solo?
A domandarvi chi siete e cosa sia "esistere" o "essere"?

Fantascienza sartriana, verrebbe da dire, ma spogliata di ogni istinto sinistromasturbatorio in favore di una costruzione d’atmosfera impeccabile, un meccanismo a orologeria che quando suona l’ora del twist ci riserverà una brutale sveglia e ci spingerà a riflettere un momento di più prima di dare per scontate le nostre liberali e progressiste idee sulla bioetica e campi limitrofi.

Ma oltre alla riflessione su temi importanti Moon riserva anche squarci di ottimi effetti speciali (gli harvester e le loro operazioni di raccolta paiono quanto di più plausibile visto in tempi recenti e sembrano usciti da qualche progetto della NASA) e un'ottima, sinistra gestione degli spazi della base, che, per quanto illuminati, ordinati e puliti promettono minacce nascoste in ogni angolo.

Difficile parlare di un film del genere senza spingersi, anche inavvertitamente, in dannosi spoiler, ma ci troviamo di fronte a un’opera che riconcilia con la fantascienza, dopo i chiassosi circhi nevrastenici di Michael Bay e le noiose inutilità degli ultimi Terminator.
Che ad averlo girato sia il figlio 38enne di Ziggy Stardust e dell’Uomo che cadde sulla Terra diventa una gustosissima chiusura del circolo.

Si tratta comunque, sia chiaro, prima di tutto e sopra ogni altra cosa del one man show di Sam Rockwell che gioca a ping pong, balla come un pazzo al ritmo di Walkin’ on sunshine e parla alle piante.
Personale candidato di Malpertuis al prossimo Oscar e talento da tenere sotto stretta osservazione nei prossimi anni.

Film da vedere e rivedere in quanto in grado di riservare, a ogni nuova visione, ulteriori riflessioni e livelli di intrattenimento e divertimento.
Sempre che per intrattenimento e divertimento voi non intendiate il subire supini la visione dell’ultima, spendibile fighetta di plastica di turno in mezzo a qualche robottone, nel qual caso vi converrà dirigervi verso altri lidi.

Consiglio valido anche per quanto concerne le vostre letture in Rete.

Ground control to Major Duncan, you've really made the grade...

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lunedì 26 ottobre 2009

Paranormal Activity (2007)

Paranormal_Activity_Poster_image_immagine_picture_fotoPARANORMAL ACTIVITY
USA, 2007, colore, 86 minuti
Regia: Oren Peli
Soggetto/Sceneggiatura: Oren Peli
Produzione: Blumhouse Productions (distr. Paramount/Dreamworks)

Katie e Micah sono formano una coppia molto felice, se non fosse per gli strani accadimenti che turbano di tanto in tanto la quiete della loro casa. Porte che sbattono, correnti d'aria nonostante le porte chiuse, piccoli fenomeni di autocombustione, voci dal nulla...

Katie è perseguitata da qualche tipo di demone che la segue fin da quando era piccola e ora i due decidono di filmare giorno e notte quel che accade sotto il loro tetto nella speranza di accumulare prove sufficienti a dimostrare che non si tratta di loro immaginazioni.

E il risultato è un montaggio di scene notturne e diurne che convinceranno chiunque che in effetti c’è qualcosa di assai sinistro e soprannaturale all’opera in quella casa…

Non credo sia possibile (né, in fondo, opportuno) parlare di Paranormal Activity bypassando l’hype che ha accompagnato questo prodotto, dalla fantastica favola tutta americana del ragazzo che con solo 17.000 dollari confeziona un film capace di sbancare i botteghini (40 milioni di dollari nel primo week end) fino alle fiabe ancora più incredibili che parlano di uno Steven Spielberg così spaventato dalla prima visione del film che dovette interrompere per poi continuare, più calmo il giorno dopo.
E così via, passando attraverso i luoghi comuni del paragone con The Blair Witch Project (ma da queste parti si rispettano parecchio i luoghi comuni) fino all'insofferenza che invade molti critici quando spuntano le parole "tratto da una storia vera".

Paranormal Activity deve tantissimo a BWP e non solo per quanto concerne la scelta di uno stile documentaristico o la costruzione di una base molto fedele molti mesi prima della distribuzione attraverso il passaparola della Rete: il film segue passo passo la struttura del suo famoso predecessore, dall'inizio rilassato e scherzoso fino al climax finale, passando attraverso il consueto crescendo di atmosfera e tensione fra i protagonisti.

Ma proprio in questo tentativo di ricalco si nasconde uno dei più grandi difetti di un film che copia quel che può dal modello di successo senza però comprenderne alcuni dei motivi che lo hanno reso uno dei film più importanti e influenti della recente storia dell’horror.

Quel che manca, pre-visione, a Paranormal Activity è la mitopoiesi che invece ha preceduto e accompagnato BWP: mesi prima di assistere alla terribile escursione nei boschi di quei tre ragazzi si era creato un intenso tam tam elettronico che non si è mai limitato ad avvisare la comunità che il film era tratto da una storia vera, ma ha generato una precisa mitologia e background storico che ci ha preparati a recepire in un determinato modo il prodotto finale.

Molto tempo prima di vedere BWP persino qui in Italia (e figuratevi quindi in USA) conoscevamo molti particolari della storia della contea, avevamo tutti visto le varie foto virate in seppia dei precedenti storici inerenti la strega di Blair e avevamo scorto le fotografie dei ragazzi sugli avvisi di ricerca. Ovviamente consapevoli che si trattasse di semplice pubblicità, eravamo però inclini a sospendere l'incredulità e a immergerci in un universo dettagliato che, scegliendo di non affidarsi esclusivamente al film, aveva saputo generare una discreta mole di materiale extrafilmico.

Questo non è avvenuto nel caso di Paranormal Activity dove invece di una adeguata produzione di storie, racconti, immagini e informazioni sul presunto "fatto realmente accaduto" ci si è limitati a un compitino assai più superficiale e semplice: qualche filmato che riprendeva alcuni ragazzini spaventati dalle prime anteprime del film, la storia di MauSpielberg tutto spaventato durante la visione privata e poco altro.

Chi sono Katie e Micah?
Quale la biografia del demone che perseguita da tempo la sfortunata ragazza?
Quali i precedenti nel corso dei decenni e dei secoli? Niente, si arriva al film caricati esclusivamente da una serie di “ehi, altri si sono letteralmente cagati sotto guardandolo!" che, per un film che intende vivere prima della sua proiezione, è ben poca cosa.

Uno degli altri deficit di PA rispetto a BWP risiede nell'inadeguatezza del cast, centrale quanto mai in progetti di questo tipo. Katie Featherston è sinceramente insopportabile nel suo broncio lobotomizzato mentre Micah Sloath riesce appena meglio a incarnare quel compagno di banco che tutti abbiamo avuto prima o poi, tanto ignorante e lento di comprendonio quanto sicuro di sé. Diventano rapidamente due figure prive di qualsiasi tipo di appeal e la loro imperturbabile cocciutaggine nell’adottare soluzioni disastrose ci porta all’inevitabile conclusione che, nel finale, si siano meritati quel che è loro accaduto.

Il problema non è che in Paranormal Activity non accada "quasi nulla" né che si tratti di un "quasi nulla" già visto molte volte: queste sono cose che chiunque visioni film o legga libri sa mettere in cantiere e non considerare come dati negativi.
Il problema è come questo "quasi nulla" accade.
L’ambientazione urbana e diurna questa volta nuoce gravemente alla vicenda, creando uno spiacevole effetto di continua rottura rispetto alle scene girate con la ripresa notturna e rovinandone ogni tentativo di costruzione di atmosfera.
I due un momento prima sono terrorizzati a morte da qualche porta che sbatte alle tre di notte e poco dopo bevono il loro caffè discutendo se chiamare o meno un demonologo.
Né giova a qualsiasi tentativo di claustrofobia, difficile da generare in una vicenda che si dipana per un mese, in vari ambienti, spesso alla luce del sole e con vie di fuga (fisiche e mentali) continuamente a disposizione dei malcapitati.

Ambientare per 21 notti una vicenda di vicende paranormali in una normale casa da suburbia americana, attorniata da altre case e inserita in un tessuto urbano, pone anche tremendi intoppi nello sviluppo della sceneggiatura, con lo spettatore che andrà inevitabilmente a chiedersi perché nessuno intervenga mai (famigliari, vicini, amici) e perché i due fin dall’inizio si affidino univocamente a una spiegazione/soluzione di tipo soprannaturale quando la catena degli eventi, normalmente (L'Esorcista docet) prevede prima qualsiasi altro tipo di spiegazione.

In più si crea l'impressione di spiare attraverso una videocamera le banali vicende di una coppia qualunque che discute su chi deve portar fuori la spazzatura, cosa preparare per cena e dove andare nel prossimo week end. E, oh, sì, anche di quel cattivo demone che talvolta perseguita lei.

E, all’interno di una causa soprannaturale accettata da entrambi (mi auguro che non si scambino le telecamere e la tecnologia di Micah come qualche tipo di approccio razionale o scientifico al problema) diventa doppiamente inspiegabile l’ostinato rifiuto di una soluzione adatta, con il ragazzo che, irrazionale nell'irrazionale, sbraita verso il demone che “nessuno può venire a far casino nella sua casa, con la sua ragazza!”

Difficile quindi, a fronte di una atmosfera discontinua, di una scarsità di momenti tensiogeni, di una recitazione mediocre e una regia inesistente, riabilitare più di tanto il film sulla base di due o tre momenti efficaci. Una scena in particolare, verso il finale, riesce a scuotere e risvegliare paure e terrori per le cose che fanno bump (e thud e cric e gulp) nella notte ma è davvero troppo poco e troppo tardi.

Chi mi legge da tempo sa quanto a me non importi né il livello di gore/splatter di un film né la ricerca di una spiegazione a tutti i costi, ma pur amando i film che hanno una lenta costruzione di atmosfera devo ammettere che due ombre, una porta che sbatte e una tavoletta ouija che prende fuoco sono davvero pochino, specie a fronte della fastidiosa noia di star a sentire questi due tizi che discutono con argomentazioni stupide per gran parte della durata del film.

Un conto è ritrovarsi perduti in un bosco deserto e sconosciuto, al freddo e senza cibo, con una strega (resa reale da precedenti narrazioni) che interviene in modo molto pesante (fisicamente e psichicamente); altro conto è provare paura lungo una ventina di giorni, liberi di andare e venire dove si vuole, di consultare autorità e specialisti di ogni tipo, attorniati dal comfort di casa e vicinato sebbene perseguitati da un demone (sconosciuto e privo di aspetti e storie interessanti).

Questo sembra sfuggire o non preoccupare Oren Peli che mette in piedi 85 minuti noiosi a base di due bamboccioni ben nutriti, leggermente stupidi e totalmente bovini nei confronti di quanto accade loro. Quando Micah urla al demone che nessuno può entrare e combinare quel che vuole in casa sua e con la sua ragazza si ricava l'impressione di un vecchio texano rincoglionito che spunta fuori col suo fucile a sbraitare che nessun dannato yankee potrà mettere le mani sulla sua mucca e si rimane perplessi di fronte alle sue dichiarazioni d'amore che non trovano mai il minimo riscontro nei fatti.

Entrambi i finali (quello originale e quello previsto per la distribuzione in sala, che si dice voluto/ideato da Spielberg in persona) sono deboli e manipolatori e hanno la stessa meccanica, inevitabile efficacia di un qualsiasi “bus”.
State lontani da questa bufala se non avete quattordici anni, brufoli causati da mcdonaldite acuta e residenza in qualche città statunitense.

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venerdì 23 ottobre 2009

Pig Hunt (2008)

Pig_Hunt_movie_poster_image_immagine_picturePIG HUNT
USA, 2008, colore, 100 minuti
Regia: James Isaac
Soggetto/Sceneggiatura: Robert Mailer Anderson e Zack Anderson
Produzione: Pig Hunt Productions

Quattro amici intorno ai vent'anni si riuniscono per un week end di caccia nel terreno di proprietà di uno di loro, John, ereditato da parenti. A loro si unisce inaspettatamente la ragazza di John, evidentemente contraria a queste prove di machismo ma nello stesso tempo capace di usare fucili e pistole assai meglio di chiunque fra loro.

Giunti nel bosco i cinque incontrano due ragazzi del luogo che sembrano serbare vecchi rancori con John e tutto il gruppo procede alla caccia al cinghiale, scambiandosi racconti sulla mitica presenza, in quei luoghi, di Pigfoot, un bestione pesante più di una tonnellata e con un particolare appetito per la carne umana.

Basta poco per esasperare i classici contrasti fra gente di città e inbred rurali, contrasti che sfociano in un evento drammatico che chiamerà a raccolta parecchia gente del luogo a dar caccia ai cinque amici.

Su questo scenario già drammatico si innesta la presenza di una comunità hippie composta da un leader maschile e un harem di femmine che vedono i cacciatori come una intrusione nei confronti delle loro redditizie piantagioni di marijuana e, ultimo piccolo particolare, il fatto che Pigfoot non è una bestia mitica bensì un mostro in molta carne e ossa...

Ricordavo James Isaac come allievo di Cronenberg che aveva affrettato e fallito il suo passaggio da figura di secondo piano a regista: Jason X e Skinwalkers sono due film incompleti e poco convincenti, che lasciano il tempo horror che trovano e Isaac sembrava destinato a una carriera di yes man buono per tutte le stagioni.

E invece, con azzeccata intuizione, questo filmaker si è slegato dalle major e ha pensato di affidarsi a una sceneggiatura di due newcomer che mettono insieme una storia tanto derivativa quanto interessante. I riferimenti sono quelli tipici di quando la gente di città comincia a mettere il naso negli affari della gente del bosco, ovvero Un tranquillo week end di paura e tutta la sua stirpe. Su questo innestate una robusta dose di natura impazzita (in questo caso è inevitabile menzionare, per affinità animalesche, Razorback) e quindi frullate il tutto.

Fin qui business as usual, come direbbe una vecchia band australiana, ma gli sceneggiatori hanno ancora qualche freccia al loro arco da caccia e, proprio quando stiamo adagiandoci sul classico scontro di civiltà con brutture redneck, ecco che improvvisamente voliamo verso Mansonlandia con la svolta verso la stramba comune hippie, terzo polo presente in quei boschi. E se con un’ottima amministrazione dell’atmosfera, fatta di un lento diesel che occupa tutta la prima metà del film, Pig Hunt ci aveva fatto dimenticare l’animale protagonista, vedrete che il grosso cinghialone si riprenderà le luci della ribalta poco dopo l’arrivo dei figli dei fiori oppiacei, generando così un vero e proprio overload di situazioni e minacce.

Film pasticciato dunque, ma il pasticcio di carne, se ben fatto, è un ottimo piatto e Pig Hunt rappresenta un giusto cambio di dieta rispetto ai vari remakestaurant presenti sulla piazza, condito com'è dalle giuste interpretazioni (ma non aspettatevi personaggi originali, sapete, nel pasticcio di carne si usano gli avanzi di ieri) e da discreti effettacci (nel mazzo presente anche, con un certo stupore visto che si tratta di pellicola low budget, la Industrial Light and Magic).

Quel che però, sopra ogni cosa, brilla nel film e lo rende ancor più meritorio di visione, è la colonna sonora organizzata da uno degli autori più suonati da sempre nel grammofono di casa Malpertuis: ogni volta che Les "Mud” Claypool innesta la quarta e comincia a suonare le sue sghembe morbosità di palude le scene ne guadagnano ancora di più.

Momento top: l’inbred che ha, sul cofano della macchina, un orsacchiotto con innestato un dildo gigantesco.
The only good hippies…

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mercoledì 21 ottobre 2009

Orfani di Halloween

Avvertenza: ho cercato di contenere il livello degli spoiler al minimo e penso di esserci riuscito, tuttavia vengono rivelati dettagli minori di trama che potrebbero rovinare parzialmente il godimento di alcune scene dei due film.


La visione, nel giro di due giorni, dei due film horror usciti nelle sale italiane durante lo scorso fine settimana, rende ancora più drammatica la scarsa qualità di una pellicola come Halloween II rispetto a un lungometraggio così efficace come Orphan.

Ovviamente è impossibile un confronto a livello contenutistico, ma alcune scene archetipali presenti in entrambi i film e determinate scelte da parte dei due registi spingono a una riflessione su quanto il problema di Halloween II non sia esclusivamente a livello della sceneggiatura e della produzione più o meno invasiva (come cercano di spiegare in molti difensori del regista) quanto piuttosto risieda anche in quella che a me sembra, da parte di Rob Zombie, scarsa comprensione (o, se preferite, scarso rispetto) di alcune regole fondamentali di ingaggio con lo spettatore, sia mainstream che di genere.

Che le regole esistano per essere stravolte, ignorate e superate è un detto che può anche essere valido ma solo a patto che tali regole siano conosciute a menadito e che lo stravolgimento attuato porti comunque a un risultato corrispondente agli scopi, altrimenti a poco vale l'attitudine punk e il disprezzo dei meccanismi narrativi.
Girare film equivale a usare un determinato tipo di linguaggio e quindi, di conseguenza, ad adottare una grammatica consolidata, atta a stipulare patti fra regista e spettatore, patti che portano quindi a determinati risultati/comprensioni.

Vi sono alcuni paralleli che si possono fare fra i due filmaker per quanto riguarda la gestione di questi codici grammaticali e il diverso risultato a cui portano scene o settori analoghi nei due diversi film.

Le scene oniriche

Entrambi i film hanno, nei minuti iniziali, una scena onirica. In Orphan Collet-Serra, tramite un uso accorto degli elementi che compongono il quadro, avvisa lo spettatore che si tratta di un sogno: luci, sonoro alterato, situazioni paradossali e/o simboliche, grandangolare e visuale distorta, recitazione caricata. Si stabilisce un patto fra narratore e spettatore tramite segni condivisi e accettiamo (e quindi valutiamo) la scena onirica per quello che realmente è e la incameriamo come un pezzo del futuro puzzle. NON temiamo mai per la sorte di Kate in quanto tutti i campanelli stanno avvisandoci che è solo un sogno.

In Halloween II si innesca (volutamente o meno, importa poco a fronte dei risultati, né vogliamo tirare in ballo la fedeltà rispetto al secondo episodio di molti anni prima) un meccanismo ben diverso.
Rob Zombie si aggancia al finale del suo primo Halloween e parte a razzo con tutto il suo consueto carrozzone: mentre Laurie giace in ospedale in cattive condizioni due personaggi volgarotti perdono il controllo del mezzo che trasporta Michael che, resuscitato, si libera, li uccide e procede a sterminare mezzo ospedale. Laurie scappa, si rifugia in una guardiola, Michael si sbarazza del guardiano e proprio quando sta per acchiappare la sorellina… BUM! Laurie si sveglia, era solo un sogno.

Il patto fra spettatore e narratore è rotto e vi è dispersione di energia e fiducia.
Ho temuto per la sorte di Laurie, parte della mia mente pensava a come sarebbe scappata dalla guardiola e altro ancora perché si trattava di roba "vera", non avevo visto nessuno dei segni condivisi del "è tutto un sogno" e ho investito parte delle emozioni: un cattivo investimento che viene sbeffeggiato dal "è tutto un sogno".
Cosa farò in seguito?
Firmerò di nuovo qualche patto con il regista?
Mi ha fregato una volta, fool me once, no?
Serviva davvero quel sogno?
E se serviva (poniamo, a definire meglio la non-personalità di Laurie) perché comunque non avvisarmi?
Alla prossima scena penserò ancora che sia tutto un sogno?

Il “è tutto un sogno”, se servito in maniera truccata come ha fatto Zombie, è parente bastardo di colui che narra la storia “da morto” in un libro.
Piaccia o meno esistono alcune regole narrative condivise da tempo e modificarle non è per nulla semplice, di sicuro non è impresa alla portata di registi del livello di Zombie o Collet-Serra.
Solo che il secondo lo sa, che non è roba al suo livello, e sceglie quindi l'altra strada, mentre il primo ci prova e fallisce.

Reiterazione

I flashback, le scene oniriche o anche solo i brevi flash con simboli sono ottimi strumenti per rafforzare il narrato e definire meglio le psicologie.
Sfruttarli ad arte è una cosa, buttarli in scena sempre uguali a se stessi riproponendoceli ogni dieci minuti serve invece solo a infastidirci: siamo intelligenti, le cose le capiamo, non c’è bisogno di ripetere.
Si tratta di altra regola narrativa di base. Ogni ripetizione indebolisce il messaggio iniziale e frustra lo spettatore/lettore con una sorta di cine-diminishing returns.

Di nuovo, Collet-Serra queste cose le sa bene. La scena onirica iniziale, peraltro infinitamente più corta di quella di Halloween II ci fornisce sufficienti informazioni su uno dei due traumi che vanno a formare parte della psicologia di Kate: ha perso un figlio, è stata una esperienza orrenda, ne conserva ancora le cicatrici, mentali e fisiche, e vuole sanarle a tutti i costi.
E per l’altro trauma, ovvero l’incidente al laghetto, il regista non mette nemmeno in piazza un accenno di flashback: bastano due o tre sguardi, alcune inquadrature e brevi frasi per informarci dell’altra orrenda esperienza di Kate e definire il luogo dove tutti i nodi torneranno al pettine.
Girare una scena flashback/onirica di quell’incidente sarebbe stato uno spreco di pellicola, un sovraccarico di informazioni inutili e avrebbe ribadito cose ormai date per scontate.

Rob Zombie invece non si fa mai mancare nulla: la simbologia del cavallo è capita e data per scontata da larga parte del pubblico alla sua prima apparizione ma non solo il buon Rob ci tratta da scemi mettendocela anche per iscritto (come se ci volesse una laurea in psicologia a sapere cosa simboleggia il cavallo secondo parte della teoria) ma ce la ripete a intervalli, tanto per far vedere come è bravo lui a citare e quanto è ossessionato Michael.
Stessa cosa per mamma Sheri Moon.
La ripetizione stufa.
Capire e assimilare un elemento una volta è strumento utile per meglio definire i personaggi, vedersi ripetere la lezione ogni due per tre indebolisce e banalizza il simbolo e crea noia e senso di nausea nello spettatore.

Uso del montaggio

Il montaggio, da sempre, è una delle armi più potenti in mano all’autore e, se usato opportunamente, può segnare la morte o la riuscita completa per una scena o un intero film.
Collet-Serra e i suoi collaboratori questo lo sanno e usano il montaggio non solo e non tanto a cose ormai avvenute (ovvero un cambio di velocità, per dire, durante una scena d’azione) ma sia per suggerire allo spettatore un fatto imminente o per sottolineare, attraverso la contrapposizione, alcuni errori di valutazione.
Un esempio del primo uso, splendido, lo si può trovare nella scena in cui i due coniugi hanno un rapporto sessuale in cucina: che sia scattata la chimica fra i due lo sappiamo ben prima che comincino anche solo a baciarsi, tramite un accorto cambio di montaggio.
La scena del colloquio dei genitori con la psicologa mentre Esther si sfoga in bagno è invece un classico esempio del secondo caso.

Rob Zombie invece non attua mai i dovuti cambi di marcia.
Questo, insieme a una certa monotonia di ambienti, personaggi e fotografia, genere un senso di monoliticità del filmato che procede lento e inesorabile come Michael: scene di uguale velocità dove personaggi uguali fanno cose uguali illuminati dalle stesse luci.
Diventa difficile, se non si usano tutti i segni di punteggiatura che la grammatica horror ci mette a disposizione, distinguere le fasi e mettere in circolo l'adrenalina.
Provate a leggere a voce alta una qualsiasi pagina di un qualsiasi romanzo con tono piatto e senza rispettare nessun punto o mettendo i punti dopo ogni 5 parole esatte, vedrete che lettura e comprensione non ne guadagneranno.

Uso dell’inquadrature

Anche queste, ovviamente, contribuiscono all’atmosfera, ai cambi di ritmo, all'immedesimazione con un personaggio o con l'altro.
Collet-Serra è in possesso di un vasto assortimento di inquadrature, ci porta di volta in volta a condividere le sorti di quasi tutti i personaggi (“buoni” o “cattivi” che siano, non importa) e ci detta i classici punti di svolta dell’horror.
Un primo piano su una altalena vuota e ecco che ci allarmiamo, pronti al peggio, allarme che viene proseguito con l’immedesimarsi nel punto di vista della bambina che ora gioca molto più preoccupata dopo aver visto che Esther non è più lì.
Oppure la telecamera sale a riprendere la scena dall’alto, con l’occhio di Dio ed ecco che, dal condividere il calore della camera da letto e il segreto fra i due fratellini passiamo al gelo dell’osservatore terzo e onnipotente e impotente che si accorge, maledizione, che i due mentre si confidano il segreto sono spiati da Esther.

Rob Zombie ha un arsenale di inquadrature molto, molto meno vario rispetto a quello di Collet-Serra e, inevitabilmente, quanto ha da narrare con questi mezzi limitati diventa molto meno vario.
Guardare prima Halloween II e poi Orphan mi ha fatto tornare all’effetto che ha avuto l’avvento dei primi anime in Rai su noi bambini cresciuti a colpi di Hanna e Barbera.
Siamo passati da una narrazione bidimensionale e a scorrimento orizzontale a un cartone animato fatto di primissimi piani di occhi seguiti da campi lunghi di mostri, dettagli di astronavi alternati a zoomate di missili in arrivo.

Differenziazione delle psicologie e dei tipi

Il pubblico horror è, mi auguro, composto da persone diverse fra loro, con varie caratteristiche, gusti, emotività a sensibilità. Un film che offra un insieme eterogeneo di personaggi può garantire, allo spettatore, più appigli di quanti ne possa offrire un'opera con personaggi tutti uguali.
C’è chi ama identificarsi con il ragazzo timido e incompreso, chi tifa follemente per il killer, altri che si scoprono commossi da quanto accade a una madre o a un figlio, altri che amano in particolare l’outsider brillante e via dicendo.
Orphan brilla sotto questo punto di vista, mettendo in scena un insieme di personaggi archetipali assai differenti l’uno dall’altro che offrono diversi punti di vista.
Viviamo l’intera vicenda passando attraverso le esperienze di tutti i protagonisti e questa moltiplicazione diventa sinonimo di ricchezza e profondità.

Al contrario in Halloween II non ci è permesso molto movimento da questo punto di vista: il duopolio Michael-Laurie, scarsamente caratterizzato, non è adeguatamente supportato dal resto delle figure presenti, che paiono tutte simili fra loro, inclini a momenti di volgarità, rabbia e turpiloquio che esercitati su un solo personaggio lo farebbero brillare per caratterizzazione, distribuiti su più figure contribuiscono al generale clima di piattezza della narrazione.
Diventa molto più difficile identificare i vari ruoli e schierarsi o preferire l’uno all’altro.

Se in Orphan i vari atti di violenza hanno impatto emotivo ben differenziato, in Halloween II ci si riduce a uno shoot’em up di bassa qualità: Michael stermina personaggi sgradevoli uno via l’altro, ottiene occasionali power up e teleport di location dalla madre e arriva al livello finale con il confronto decisivo contro il Boss-Laurie.
Mentre c’è una totale, importante differenza e diversità in ogni atto di violenza di Esther, tutti condotti con uno scopo preciso in mente, la violenza di Michael è sempre uguale e ripetitiva, fine a se stessa: lo spettatore, impossibilitato a contribuire, soffre della monotonia (anche estetica) di questo massacro da catena di montaggio.

Casting

Altro elemento importantissimo riguardo al quale Rob Zombie è da sempre debole: sceglie di solito (meno in questo caso) gli attori fra un gruppo di amici e li lascia allo stato brado sul set.
Gli attori scelti per i vari ruoli in Orphan incarnano già fisicamente, ancora prima della recitazione, i personaggi che impersonano mentre in Halloween II essi contribuiscono alla piatta confusione generale.
Quale differenza significativa esiste fra Brad Dourif e il suo sceriffo sbracato, volgarotto, incapace, sbraitante e con gli occhi dilatati dalla rabbia e Malcom McDowell con il suo Dr Loomis sbracato, volgarotto, incapace, sbraitante e con gli occhi dilatati dalla rabbia?
Forse che l’uno tiene comunque alla famiglia e l’altro invece tiene solo al denaro? Troppo poco, direi.
Quale la grossa differenza fra Laurie e le sue amiche? Qualche sogno e qualche bicchiere in più o in meno?
Inutile poi parlare dei vari John Doe, tutti livellati in una generica nuvola di redneckismo for dummies atta unicamente a ostacolare il percorso di Michael.

E si potrebbe andare avanti così in molti altri settori, dall’uso del sonoro (ricco e diversificato in Orphan, anche grazie al personaggio della sorellina minore, frastornante e ripetitivo oltre ogni bisogno in Halloween II, fatto che contribuisce nuovamente a confusione e piattezza) fino a settori come i costumi e le scenografie che, nuovamente, brillano nell'opera di Collet-Serra e diventano grigi e anonimi in quella di Rob Zombie.

Si tratta di scelte di stile, mi si dirà, ma qualsiasi scelta dovrebbe essere fatta con ben in mente uno scopo finale.
Se tale scelta non porta al risultato finale allora essa è probabilmente una scelta fallimentare, frutto o di scarso studio o di scarsa comprensione o, ancora, di deliberato menefreghismo. E lo stile non è evidentemente adatto agli scopi prefissati.

Se Rob Zombie voleva girare un documentario white trash su "quanto è brutta la vita dei poveracci bianchi ignoranti di periferia" allora si potrebbe eventualmente aprire qualche tipo di discussione sulla sua eventuale riuscita, ma se l’intento del regista era quello di confezionare un film horror ricco di atmosfera, ritmo, emozione, coinvolgimento, violenza e tanti altri dettagli che rendono un film horror “efficace” allora ci troviamo di fronte a un grande fallimento, dovuto in parte ai motivi esposti nelle pagine precedenti.

Collegamenti:

Recensione Orphan
Recensione Halloween II
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lunedì 19 ottobre 2009

Orphan (2009)

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USA/Canada/Germania/Francia, 2009, colore, 123 minuti
Regia: Jaume Collet-Serra
Soggetto/Sceneggiatura: Alex Mace e David Johnson
Produzione: Appian Way, Dark Castle Pictures e varie

Kate e John sono una coppia che ne ha passate già tante. Lui professionista di successo, lei insegnante a Yale, ottima cultura, una casa da sogno, sicurezza economica e due bambini splendidi. Purtroppo una terza gravidanza conclusa in un terribile aborto incrina la loro felicità: Kate comincia a bere e una sua negligenza causa un grave incidente con alcuni strascichi in famiglia.

Ma Kate ne esce con ottima forza di volontà, frequenta una psicoanalista e alla fine i due sentono che è arrivato il momento di adottare un terzo bambino, per superare definitivamente la crisi.

La scelta cade su Esther, un’orfana dal tragico passato e splendida bambina di nove anni, sensibile e intelligente. Esther entra così in famiglia e impara a conoscere il fratellino e la sorellina.

E tutto sembra filare liscio: Esther ha qualche stranezza ma apprende anche a una velocità incredibile e diventa molto amica della sorellina. Lentamente, però, le stranezze diventano troppe e troppo gravi per essere ignorate da Kate, che comincia a domandarsi se abbia fatto bene ad accogliere la bambina in casa…

Nulla faceva supporre in Jaume Collet-Serra una conoscenza così perfetta e approfondita delle regole dell’horror e del thriller. La maschera di cera era un film tanto interessante quanto ciclotimico e incompleto, che con le suddette regole sembrava più bisticciare e pasticciare piuttosto che adeguarsi e sfruttarle al massimo dell’effetto. E ora, dopo l’intervallo “calcistico” di Vivere un sogno eccolo sfornare un assoluto must see con questo Orphan che entra di corsa nel ristretto novero delle migliori pellicole di genere del 2009.

Le regole o le segui o le stravolgi, ma per stravolgerle bisogna comunque prima conoscerle a fondo. Se le stravolgi senza conoscerle finisci solo con il confezionare un pessimo film di serie Z.
Collet-Serra assorbe alla perfezione ogni svolta, ogni giochino di ruolo, ogni stereotipo e ogni inquadratura del particolare filone “bimbi cattivi” e frulla miliardi di cose già viste, senza mai accennare a innovare alcunché, ma finendo con il confezionare un prodotto classico, fuori dal tempo e contemporaneamente capace di giocare in modo sottile con registri, toni e variazioni e servirci occasionali sorprese, fra le quali una devastante bomba che, perlomeno per il sottoscritto, è giunta con timing perfetto e totalmente imprevista.

C’è maestria e rispetto in ogni (indispensabile) minuto di questo Orphan, perfino nelle inevitabili imperfezioni di sceneggiatura che alla fine assumono il valore di canone del sottogenere e ne diventano parte costituente. Perfino gli ultimi due o tre minuti, inutili e poco credibili, diventano comprensibili a fronte del doppio fascino (circolare e catartico) che il setting esercita sia sui creatori della storia che sui fruitori della stessa.

Con una costruzione d’atmosfera ammirevole sceneggiatore e regista impugnano il cacciavite e cominciano a far girare la vite lentamente, aggravando tensione e paranoia a ogni giro e mettendo in atto alcune situazioni classiche e nozioni tipiche del thriller hitchcockiano.

Inizialmente gli allarmi possono essere considerati falsi sia dallo spettatore che da Kate, la protagonista. Corpi estranei entrano improvvisamente nell’inquadratura ma si tratta solo di innocenti bambini che corrono e giocano o, ancora più rassicurante, del marito premuroso. Ma lentamente gli indizi, gli allarmi, gli atti, i sospetti si accumulano e diventano troppi per essere sopportati: noi sappiamo, Kate sa, ma le persone che detengono il potere (il marito, la psicologa) pensano si tratti semplicemente di suggestioni, anzi, chi ha bisogno di cura non è Esther bensì proprio Kate.

Per quanto sia un meccanismo classico e già sfruttato miliardi di volte, se condotto con maestria comporta inevitabile coinvolgimento da parte dello spettatore, anche quello più smaliziato, che comincerà a schierarsi, a tifare, a temere per la sorte di Tizio e auspicare a Caio il peggio del peggio. E Orphan si tuffa in questo meccanismo costringendoci a spendere emozioni.

Non si tratta, ovviamente, solo di Esther. L’intero universo può diventare estremamente minaccioso, come impara in fretta la bambina che ha canzonato quel demonio della sua compagna di classe e poi si ritrova, più in là, in un campo giochi dove, grazie all'abilità (di nuovo, hitchcockiana) di Jaume Collet-Serra oggetto ed evento può diventare minaccioso e terrorizzante. Un'altalena vuota, uno scivolo, un bambino che corre...

Guardare Orphan è come tornare a scuola di cinema horror inteso come prodotto completo, di filiera, nel quale l’inquadratura si incastra con il sonoro e collima con le scelte di cast e le frasi di dialogo fino a formare quel miracolo della somma maggiore delle parti.
Un lungometraggio di questo tipo avrebbe potuto soffrire mortalmente da scelte di cast sbagliate, che non corrispondessero agli stereotipi messi in piazza.

Non puoi dare il ruolo di madre/moglie traumatizzata, forte e non creduta da nessuno a una attrice troppo dura o troppo fragile: la prima (chessò, una Sigourney Weaver) non sarebbe credibile, la seconda (Mia Farrow) non riuscirebbe a lottare fisicamente quando le toccherà, ma Vera Farmiga ha quel giusto mix di dolcezza, sensualità e fragilità interiore da garantire la tenuta attraverso le varie fasi del film.
E così via con ogni altra azzeccatissima scelta di cast: Peter Sarsgaard, con quel suo aspetto da Kiefer Shuterland più addormentato e meno cattivo è l’attore ideale per vestire i panni del marito che crede di essere sensibile quando è invece una semplice macchina per far soldi e figli e poco altro.
E ovviamente i tre bambini sono perfetti: Isabelle Fuhrman mette i brividi e entra direttamente nella Top Ten Bambini Malvagi e Aryana Engineer (nella parte della sorellina) le tiene testa in bravura senza nemmeno far ricorso alla parola e pare destinata, se saprà gestirsi, a una carriera luminosa.

Dati tecnici ben sopra alla media, con interni splendidi ed esterni assai funzionali alla vicenda, il tutto illuminato con perizia da un direttore della fotografia relativamente inesperto come Jeff Cutter e montato senza sbavature da Timothy Alverston.
La sorpresa (per me assolutamente imprevista) prima dello showdown finale aggiunge a una torta già perfetta il giusto tocco personale e soddisfa anche quella fetta del pubblico che, giustamente o meno non importa, potrebbe aver passato, come il sottoscritto, parte del secondo tempo a chiedersi “ma perché?”.

Il film horror da vedere fra quelli usciti recentemente al cinema.

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sabato 17 ottobre 2009

The Thaw (2009)


THE THAW
USA/Canada, 2009, colore, 90 minuti

Regia: Mark A. Lewis
Soggetto/Sceneggiatura: Mark A. Lewis e Michael Lewis
Produzione: Anagram Pictures Inc. e Brightlight Pictures


In una base artica canadese un noto scienziato ambientalista studia gli effetti del riscaldamento globale sugli orsi bianchi e un giorno lui e i suoi collaboratori riescono a narcotizzarne uno per studiarne la provenienza, l'età e altre caratteristiche.

La cattura dell’orso viene ben presto dimenticata quando si accorgono che l’animale stava nutrendosi della carcassa d un mammut, miracolosamente conservato nel ghiaccio e restituito dal disgelo al mondo.

Il mammut era però infestato da una terribile razza di insetti parassiti, in grado di invadere velocemente qualsiasi tipo di mammifero e moltiplicarsi al suo interno con estrema facilità e mortalità prossima al 100%.

Si tratta di un pericolo gravissimo per l’umanità e le cose si aggravano quando lo scienziato è sul punto di mettere in quarantena la base ma sul posto giungono tre studenti e sua figlia, totalmente ignari del rischio…


Dunque…
Lo scienziato ambientalista è interpretato da Val Kilmer.
Ad alcuni potrebbe bastare come motivo per interrompere la lettura della recensione.
Sì, quel Val Kilmer che un tempo ha lavorato per Oliver Stone e Michael Mann e che ora presta la voce a KITT la macchina intelligente nel remake della serie televisiva Knight Rider, ed è tutto grasso che cola.

Qualche tipo di global warming deve essere esploso nelle sua guance e averlo trasformato da leader dei Doors a un criceto mannaro colto mentre raccoglie semi per l’inverno.
Semi disgustosi, a giudicare dalle sue espressioni.

Comunque, dai, superando il Kilmerscoglio possiamo anche apprezzare alcuni elementi di questo film girato direttamente per il mercato DVD.
I vari personaggi sono meno stereotipati del solito (non vuol dire molto, sappiatelo) e i dialoghi meno deficienti della media (vale quanto scritto nella parentesi precedenti).
Aggiungeteci l’assenza di ironia e momenti comici e una certa dose di ribrezzo e fastidio presente nelle varie scene che ospitano gli insetti in questione, sorta di zecche/vermi che hanno la preoccupante capacità di infilarsi in ogni vostra ferita o pertugio (e a un maschietto capita che mirino a un pertugio assai fastidioso) e ne ricaverete il classico film da noleggio disimpegnato, di quelli tipici da “questa settimana non è uscito altro di decente in questo campo”.

Ci sarebbe da aspettarsi un comportamento un filino più intelligente da parte di studenti universitari di scienze naturali et similia, ma pensando a certi studenti il film assume un fortissimo realismo.
Ci sorbiamo quindi con inaspettato piacere un film barcollante in troppe parti che però brilla ogni volta che appaiono sullo schermo le piccole e tremende bestioline.

E… La scena nella quale (microspoiler) viene mozzato il braccio a uno dei protagonisti si svolge proprio nel modo in cui ho sempre temuto potesse accadere nella realtà, al di fuori di una stanza di ospedale, con metodi approssimativi e senza medici o taglialegna a disposizione.

Il riscaldamento globale è solo un pretesto generale per vendere un film di assedio/epidemia, ma la conclusione cui arriva il personaggio di Val Kilmer nel prefinale, e le decisioni che da essa conseguono, vale da sola tutto The Thaw.

Prodotto di ordinaria amministrazione per il nuovo progetto Ghost House Underground di mamma Lionsgate, che fino a questo punto ha realizzato una serie di pellicole di scarsa rilevanza.
Fotografia, effetti speciali, cast e dati tecnici in generale appena sopra la soglia della decenza, paesaggi canadesi sfruttati maluccio e alcune lungaggini completano il quadro di una visione che personalmente mi sono goduto ma che in definitiva non saprei davvero se raccomandare o sconsigliare.

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venerdì 16 ottobre 2009

Pandorum (2009)

Pandorum_scifi_horror_poster_image_immagine_picturePandorum
USA/Germania, 2009, colore, 108 minuti

Regia: Christian Alvart

Soggetto/Sceneggiatura: Travis Milloy e Christian Alvart

Produzione: Constantin Film Produktion e Impact Pictures


Due membri dell’equipaggio di un’astronave si svegliano dal sonno criogenico senza aver idea di chi siano e di quale sia lo scopo della spedizione.
La nave sembra deserta e sono pochi i terminali e servizi funzionanti: un guasto al reattore minaccia l’intero vascello spaziale e se non riparato potrebbe portare alla morte dell’astronave.


Lentamente tornano i ricordi mentre uno viene guidato via radio dall'altro nell'esplorazione dell'enorme scafo: l'Elysia è stata inviata a colonizzare l’unico pianeta simile alla Terra, proprio quando il pianeta natale soffre una grandissima crisi dovuta alla sovrappopolazione.

Ma strani esseri, mutanti micidiali, estremamente forti e rapidi si sono impossessati della nave e danno la caccia ai pochi astronauti svegliatisi prima dei due.
E sulla vicenda già tragica aleggia il pericolo del Pandorum, una tremenda sindrome spaziale che può velocemente portare alla follia allucinatoria chiunque la contragga…

Se siete fra coloro che misurano pellicole e libri in base all’originalità dei contenuti, della struttura e dell’estetica allora potete evitarvi di leggere il resto della recensione e vi basterà sapere che Christian Alvart saccheggia senza nessuna vergogna Punto di non ritorno, Alien, The Descent senza molto aggiungere di suo e confeziona un ibrido horror/sci-fi che non potrà in nessun modo solleticare più di tanto i vostri esigenti appetiti.

Se invece, come me, siete fra quelli che oltre alla partitura ammirano anche il lavoro del direttore d'orchestra e dei singoli musicisti e conservano gelosamente venti cover diverse della stessa canzone, purché ben eseguite, allora possiamo cominciare con il dire che, nell’asfittico panorama fantascientifico attuale, caratterizzato da un numero esiguo di uscite rispetto a cugini come horror e fantasy, ecco che anche una rimasticatura di elementi già conosciuti, cotta con qualche spezia poco comune a questo brodo risulta comunque assai intrigante e gustosa.

Vale la pena sopportare certe lungaggini (Philipp Stahl e Yvonne Valdez, pur montando in modo esemplare, non riescono a scendere sotto 108 faticosi minuti) e alcune ovvietà (i personaggi, ritagliati da qualche generica sessione gdr, la “sorpresa” del pre-finale, urlata anni prima) in cambio di un incubo claustrofobico nel quale la tecnologia viene messa da parte in favore di un ritorno al primordiale e al misticismo e che bagna dio paranoia e sospetto ogni angolo di una astronave-spelonca, carica di anime e di diavoli.

C’è la mano degli Stan Winston Studio dietro il make-up dei feroci mutanti che danno la caccia ai nostri antieroi e la si avverte, pur se coperta dai rozzi pasticci di luce di Wedigo von Schultzendorff che esagera con il nero al punto da impedire la comprensione di alcune scene. L’ovvia missione dell’eroe, vero e proprio viaggio iniziatico di acquisizione di conoscenza, è scandita attraverso gli obbligatori snodi della narrativa di genere e quindi la serie di personaggi che man mano incontra (dall'aiutante disposto al sacrificio allo sciamano custode di chiavi fino alla principessa travestita) risulta godibile ma troppo meccanica, telecomandata in automatico da un copione che si autoscrive per assorbimento dalle opere di riferimento.

Ottimo il cast: Dennis Quaid è una sicurezza sempre e qui recita (molto bene) quasi sempre da seduto, con il solo volto; Cam Gigandet è avviato a grandi e belle cose in prosieguo di carriera e Ben Foster è l'outsider sul quale mi sentirei di scommettere sempre, in grado di passare con indifferenza da ruoli di cattivone ai panni del cavaliere senza macchia ma con qualche paura, superiore alla media il resto degli attori.

Ben spesi i circa 40 milioni di dollari del budget, con interni curati dove si alternano stanze sci-fi oriented e antri pieni di muschio, rottami e ragni, mentre le rare scenografie da esterno sono gestite alla perfezione e aprono e chiudono il film in una ideale cornice estetica che parte da Douglas Trumbull per tramutarsi quindi in Jack Martin Smith.

Peccato per gli ultimi due minuti che potevano, qui sì, essere conclusi in modo molto meno banale, specie tenendo conto dell'humus morale e filosofico rimestato da Quaid nell'ultima parte del film ma è comunque comprensibile la pressione orientativa dal punto di vista produttivo, specie considerando i fondi di parte statunitense.

Ansiogena e assai cinica, claustrofobica e adrenalinica: è la fantascienza preferita in casa Malpertuis.

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giovedì 15 ottobre 2009

Halloween II (2009)

HALLOWEEN II
USA, 2009, colore, 105 minuti
Regia: Rob Zombie
Soggetto/Sceneggiatura: Rob Zombie
Produzione: Dimension Films

Come ogni fine ottobre, puntuale come le tasse, le foglie morte e il ribollir de' tini, Michelino Myers, turbato da visioni di bianchi cavalli, torna in quel di Haddonfield per macellare un po' di gente a casaccio e cercare di parlare con la sorella, a colpi di coltello, mannaia e machete, di alcuni irrisolti problemucci famigliari.

Purtroppo l’incomunicabilità fra i due, complicata dalle interferenze di un Dr Loomis che cerca di massimizzare come può sulla vicenda scrivendo libracci a tutto spiano, provoca un mezzo disastro e Michael finisce con l’ammazzare una decina di miserabili prima di trovare la strada di casa e confrontarsi finalmente con Laurie…

Riusciranno le forze dell’Ordine a confrontarsi con tutto questo Caos?

Non so in USA, ma qui in Italia da un lato non abbiamo bisogno di uno spiegone iniziale (scritto, per giunta) che ci illustri la valenza simbolico-onirica del cavallo e dall’altro, spiegoni o meno, il cavallo bianco per noi saprà sempre di shampoo Vidal al pino, nonostante tutti gli sforzi di un Rob Zombie che con Halloween II tocca il punto più basso della sua già fossamariannica carriera e gira uno dei più brutti horror che io abbia mai visto in vita mia.

Basterebbe la sequenza iniziale, lunga parecchi minuti, per convincerci a non prestare mai più credito a questo wannabe che purtroppo ha da tempo dimostrato di non possedere grammatica, gusto, senso del tempo e tanti altri attrezzi che sono purtroppo indispensabili per filmare qualcosa di decente.

Laurie si risveglia in ospedale, a pezzi dopo i vari interventi seguiti alla tragica notte e girovaga nei corridoi deserti. Arriva Michael che comincia ad ammazzare a destra e manca, lei si rifugia dopo parecchio correre in una casupola di un custode, Michael la raggiunge, termina il brav’uomo e punta finalmente il suo coltellaccio contro la sorella BANG!... Laurie si risveglia a casa, era tutto un sogno!

Era tutto un sogno.

Prendete QUALSIASI manuale di narrativa e vi spiegheranno alla terza pagina, poco dopo l’introduzione e i ringraziamenti, che ERA TUTTO UN SOGNO è operazione vietata dal 1200 o giù di lì, ma il buon Rob Zombie, che gira come se stesse preparando l'ennesimo brutto video della sua band (intervallato da spot Badedas) si crede genio e salvatore del genere e ritiene che certe regole siano fatte solo per essere travolte.

Si procede con il film e ci si trova di fronte al solito, maledetto meccanismo che la bastarda Controrivoluzione Horror Normalizzatrice mette in atto da qualche anno a questa parte, una immane manovra a tenaglia che stritola ogni tensione, coinvolgimento, paura e orrore.

Da un lato ci si affanna, novelli SplatterDiderot, a iniettare Ragione lì dove sarebbe meglio se non ce ne fosse. E giù di traumi infantili, di sedute psicologiche del “buon” Michelino che poveretto è turbato perché insomma, sognate voi ogni giorno uno stallone bianco che vi perseguita e vorrei vedere se non mi crescete anche voi come dei mostri.
E al trauma e alle motivazioni, alla normalizzazione del Male in ordinario male si stratifica l’allestimento di tutto il resto dei personaggi: se Michael è più comprensibile e fa già quindi di per sé meno paura, ecco che tutte le vittime e anche i semplici passanti dei film di Rob Zombi sembrano essere usciti da qualche orrenda roulotte posteggiata in uno di quei lotti di periferia, la classica immondizia bianca che Zombie ha elevato a unica classe, razza, sesso, regno presente sulla Terra.

Tutto è così volgare, urlato, mediocre, banale, sporco e rozzo nell’universo zombesco che non riusciamo letteralmente a distinguere una ragazza dall’altra, tutte malpettinate e vocianti, con i loro fuckfuckfuck, né possiamo far distinzione fra il camionista redneck e lo psichiatra che viaggia in limousine: paiono tutti usciti dalla stessa infima bettola e partoriti, ognuno di loro, da una Sheri Moon che porta gli evidenti segni di queste abominevoli gravidanze.

E se l’assassino non mi interessa più, perso fra cattive cure socioassistenziali e traumi profumati al pino, né mi posso rifugiare in nessuna delle vittime, alle quali si augura morte feroce a ogni loro apparizione, cosa mi rimane da fare?
Guardare il panorama? No grazie, fa schifo: due alberi rinsecchiti e quattro case malconce.
Ammirare le ballerine? Per favore, nell’universo zombesco “bello” equivale a spiattellare del silicone ammuffito in fronte alla camera.
Ascoltare i dialoghi? Lo farei anche, se non ci fosse una assordante cortina di “modafuckinfuckbitchfuckfuckfuuuuck!” a coprire tutto il resto.
Farmi travolgere dalla tensione? E quale, quando Zombie non ha ancora imparato nulla da Carpenter e amministra i campi lunghi come una talpa e quei cinomorfi di Joel T Pashby e Glenn Garland (leggetevi il loro curriculum, vi prego) montano come se non fossero mai stati a un maneggio e lasciano nel film una trentina di minuti totalmente inutili e slogamascella?

Tutti gridano, tutti hanno problemi di anger management, tutti sono persone indesiderabili e insignificanti nel tristo universo di Zombie che non ha ancora capito che se mi servi, chessò, tartufo condito di tartufo su un piatto fatto di tartufo in una casa tartufina alla fine anche se sono un amante del prelibato fungo potrei cominciare a stufarmi…

Donald Pleasance era già stato violentato nel primo capitolo ma qui avrà frullato così vorticosamente nella tomba da sollevare una tromba d’aria tanto il Dr Loomis subisce un trattamento podistico dallo sventurato Malcom McDowell. E tacciamo del paragone Scout Taylor-Compton vs Jamie Lee Curtis perché non ci interessa overkillerare un film nato morto e sepolto.

A cosa serve un horror dove tutta la vicenda è un orizzonte piatto nel quale non si riesce a distinguere fra una scena di accoltellamento e una di discussione in famiglia?
A che serve un film deprivato ad arte di ogni elemento pivotale, dalla carica iconica di un Michael Myers alla valenza morale e la carica di energia di una Laurie Strode passando per la gestione di atmosfera e tensione così pervasivi e caratterizzanti i primi episodi della serie?
A che serve, infine, un film su Michael Myers senza Michael Myers?

Serve forse per ridere delle solite quattro comparsate della Manson/Zombie Family, dalla spenta moglie giù giù nello scarico fino a Weird Al Yankovic? O per ammirare uno spaccato della società statunitense quale esiste solo nella mente di un autore probabilmente troppo distaccato dalla realtà?

Zombie ha avuto, completato il suo primo film, la possibilità di scegliere il sentiero difficile, in salita e tortuoso o quello lastricato.
Poteva continuare a stare al fianco del Dr Satana e perlustrare ancora quei corridoi morbosi, soprannaturali, oscuri e paurosi, oppure cercare di spiegarci ogni due secondi la rava e la fava della sfortunata classe del sottoproletariato bianco.
Ha scelto la via di un Loach sudista senza averne cultura e capacità e nel frattempo ha perso ovviamente di vista ogni regola principale e secondaria dell'orrore e ora i nodi vengono al pettine anche per i suoi fan più sfegatati, che non riescono a difenderlo e hanno punito il filmetto weinsteniano con incassi e critiche non certo eccezionali.

Se Zombie voleva girare un generico slasher fra sfigati della suburbia, perché dargli per forza il nome di Halloween quando della franchise non è rimasto assolutamente nulla se non, appunto, qualche nome?
Rimane solo da sperare che si tratti della sua ultima incursione (ho detto “sperare”, non costa nulla, so già che ci assillerà ancora parecchio) nel genere e che torni a far casino con la musica, almeno lì è totalmente innocuo e non può danneggiare il lavoro di altre persone.

Venerdì esce in Italia, nello stesso week end di Orphan. Fatevi due conti in tasca.

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mercoledì 14 ottobre 2009

The Hills Run Red (2009)

Hills_Run_red_Slasher_image_immagine_poster_coverTHE HILLS RUN RED
2009, USA, colore, 81 minuti
Regia: Dave Parker
Soggetto/Sceneggiatura: John Carchietta, John Dombrow e David J. Schow
Produzione: Dark Castle e varie

Tyler è un giovane fan del cinema horror che è letteralmente ossessionato da un vecchio film del 1983, The Hills Run Red, ultima opera di Wilson Wyler Concannon, regista di culto che poco tempo dopo si ritirò a vita privata, facendo sparire ogni traccia di sé.

Il film venne tolto dal mercato, ogni sua copia distrutta e ora, più di venti anni dopo la sua uscita, ne rimane solo un breve trailer nel quale fanno orrenda mostra di sé le gesta del brutale protagonista della pellicola, Babyface, un serial killer mascherato.

Tyler vuole a tutti i costi girare un documentario sul film e si mette sulle tracce del regista, mettendo a rischio la già traballante relazione con la sua ragazza pur di seguire il suo sogno. Quando, scoperto il domicilio della figlia di Concannon, si dirigerà insieme a lei, al suo migliore amico e alla suddetta fidanzata in cerca del regista, scoprirà ben presto a sue spese che Babyface non era solo un personaggio di finzione…

Prendete un regista che non vede il genere horror come mezzo bensì come fine e che dedica a esso buona parte della sua carriera: Dave Parker bazzica le stanze malpertugiane fin da quando è nato e al grido di horror for horror’s sake ha fatto di tutto: montatore, documentarista, addetto alla pubblicità, designer dei titoli e probabilmente, da piccolo, ha portato anche tanto caffè a un sacco di registi.

Non è la prima volta che si avventura nel complicato territorio del mockumentary (Masters of Horror, tanto per dirne una) e se prima d’ora il suo nome era probabilmente associato a The Dead Hate the Living! d’ora in poi verrà ricordato per l’imperfetto quanto riuscitissimo The Hills Run Red, piccolo-grande cult che col tempo saprà guadagnarsi un posto importante nel cuore di ogni true believer.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo al primo capoverso. Aggiungete appunto a quel regista uno sceneggiatore/scrittore che mastica orrore a 360 gradi da troppi anni per stare ancora a contarli: David J. Schow ha scritto di tutto sia per il cinema che per la televisione, senza ovviamente dimenticare romanzi e racconti. Il Corvo, Non aprite quella porta, Critters, alcuni episodi dei Masters of Horror e conosce la materia come pochi altri.

Mettete quindi questo regista e questo sceneggiatore alle prese con un tema classico: la ricerca del Graal, una delle quest più oliate e di successo fin dai suoi esordi qualche secolo fa. In questo caso ovviamente il Graal in questione è la fonte della conoscenza e dell’epifania horror e per filmare tale ricerca vengono frullate le obbligatorie opere di riferimento ovvero quelle del massimo conoscitore di questo particolare sottogenere (ovvero Carpenter e i suoi Il seme della follia insieme a Cigarette Burns), filtrate attraverso quello che è ormai riconosciuto come lo staple del mockumentary (The Blair Witch Project), il tutto spruzzato di amenità inbred alla Non aprite quella porta e figliastri mutanti vari.

Il risultato è un’opera discontinua e difettosa ma affascinante in molte delle sue singole parti, da ammirare sia per la cura della confezione (certi interni, poster in italiano compresi) che per la scelta di alcune delle icone (Babyface, genesi inclusa, entra di diritto in una ideale galleria dei mostri mascherati e Concannon ha poco da invidiare a Sutter Cane) e l’attenzione alla risoluzione di alcuni ovvi ostacoli di sceneggiatura (penso in particolare, finalmente, al modo con il quale è stato felicemente risolto il problema-telefonino).

L’attitudine meta- e post- di Parker è sostanzialmente più seria, contenuta ed apprezzabile di quella di un Rodriguez o Tarantino e agisce di sottofondo senza mai strafare o sbrodolarsi addosso: gli inner joke e obbligatori riferimenti (Scream su tutti) sono tenuti sotto il giusto livello di guardia, senza creare eccessive interferenze con la suspension of disbelief.

Purtroppo a tutta l’accurata costruzione iniziale, più convincete dal punto di vista estetico che psicologico, non corrisponde una adeguata tenuta della sezione centrale, che cede a ogni generico dettame slasher, con le prede standard in fuga da un mostro altrettanto standard e i puntuali, telefonati, scontati momenti di tensione e omicidio che lasciano sostanzialmente indifferenti e sfiduciati nei confronti di una pellicola che prometteva ben di più.

A salvare capra e cavoli interviene, con un certo ritardo, un finale confuso e insostenibile dal punto di vista logico ma che soddisfa l’horror fan dentro di noi e sancisce ancora una volta il concetto di quanto sia pericolosa la bevuta dal Graal, specie se si beve con gli occhi.

Cast che rimane sempre ben sopra la decenza (ma William Sandler è 666 spanne sopra a tutti), tette e trippe riversate in abbondanza lungo il film e un certo misticismo for dummies di fondo completano il quadro di una pellicola che giunge con ottima tempistica in un campo invaso da ciarpame tridimensionale e monodimensionale.

Ottima alternativa alle dittature weinsteniane/michaelbayane, sempre che vi avviciniate al lungometraggio in questione stando ben attenti a non dar retta a tutti quelli che hanno urlato al capolavoro, parola che bisognerebbe mettere sotto attenta osservazione e restrizione in Rete e fuori.

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martedì 13 ottobre 2009

Wikipedia: only tricks, no treats

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Post di intermezzo prima della prossima recensione, nell’augurio che la ripresa sia stabile e che Cronos mi conceda il tempo quotidiano per postare. Spero anche di non aver pasticciato troppo con le impostazioni e di aver riaperto correttamente ai commenti, cui purtroppo non potrò sempre rispondere tempestivamente, scusatemi fin d'ora.

Durante la ricerca di dati in Rete riguardanti il film Trick’r Treat mi sono imbattuto nella pagina wiki riguardante il film in questione.
Chi mi segue sa ormai bene cosa pensi di quel terribile sito: al meglio non compie altro che il lavoro che hanno sempre svolto, meglio, Google e altri motori di ricerca e al peggio è una discarica affollata di incompetenti o, peggio, terreno di battaglia fra gruppi di potere (anche italiani, anche noti nel campo del fantastico, i nomi delle cricche li conoscete, no?) che si bisticciano per arrogarsi l’ultima parola su pagine delle quali importa qualcosa solo a zie e paggi. Ho cercato da sempre di limitarne l'uso e ritengo di esserci riuscito.

Conosco alla nausea le scuse dei wikipartigiani e le ritengo inconsistenti e comunque sfruttate da troppi anni per valere ancora qualcosa, evitate quindi di ripetermele ancora una volta.

La voce riguardante Trick’r Treat è una vera perla, vi incollo la sezione più spassosa, quella riguardante la trama:



Per praticità di lettura ve la incollo anche sotto forma di testo:

Il film presenta quattro storie parallele tra loro, le quali si intrecciano la notte di Halloween.
Si racconta che nella notte di Halloween i non-morti e altre creature della notte vaghino per chilometri senza meta.

Laurie (Anna Paquin) è una giovane donna vestita da Jack-o'-lantern che la vigilia di Halloween partecipa ad una festa in maschera assieme agli amici.
Steven (Dylan Baker) è un adolescente che nasconde un'identità da serial killer e la notte di Halloween cercherà vittime.
Mr. Kreeg (Brian Cox) è un eremita che viene visitato da uno strano personaggio truccato da scheletro.
Un gruppo di vandali la notte di Halloween va in cerca di risse e di guai, alla fine si ritrova vagando, in un luogo in cui accadde una tragedia, ora sede di numerose leggende di fantasmi.
Durante la notte la piccola cittadina diventerà luogo di "ristoro" per le creature della notte.


Ora...
Laura in realtà nel film è vestita da Cappuccetto Rosso, che, ammetterete, è roba ben diversa da una zucca e ha delle amiche e non degli amici.
Dylan Baker è nato nel 1959 e trovo difficile che riesca ancora a interpretare la figura di un adolescente: nel film in realtà veste i panni del padre di un bambino che pretende a tutti i costi una zucca da intagliare.
Mr Kreeg viene visitato da Sam, uno strano gnomo dalla testa a zucca, spirito di Halloween, che è impossibile scambiare per uno scheletro.
Il gruppo di vandali in realtà è un gruppo di bambini che, in quella delicata fase che porta all’adolescenza, si reca con alcune zucche sul luogo in cui un autobus era precipitato molti anni prima e non cerca nessun tipo di rissa, al massimo tenta di attuare uno scherzo un po' crudele.
Mancano inoltre alcuni altri importanti elementi di trama in quanto le storie sono cinque e non quattro, ma non andiamo a cercare il pelo nell’uovo marcio.

Io vorrei chiedervi cosa pensate, in tutta onestà, di una pagina del genere.
Perché e come accadono eventi del genere?
Non sono errori, sviste o sbagli.
Non è possibile confondere una zucca intagliata con Cappuccetto Rosso o un tizio sulla cinquantina con la faccia da bassotto con un adolescente.

Sciatterie come queste, moltiplicate migliaia di volte, sono il pane quotidiano di wikipedia, sancta sanctorum della democrazia dove qualsiasi cane dotato di pollici opponibili e linea flat può sparare cazzate a nastro che al massimo, forse e in un secondo tempo, verranno corrette senza nemmeno porgere qualche tipo di scusa all'utente.

E il collegamento obbligatorio, OBBLIGATORIO è questo: questa volta mi è andata bene perché conoscevo la materia e ho potuto individuare gli errori in questione.
Ma cosa potrebbe accadere se andassi a cercare, chessò, qualche informazione sui buchi neri o sulle regole del NeoRollerball PostRococò o su un qualsiasi topic del quale sappia poco o nulla?

Ho davvero voglia di correre il rischio di inghiottire qualche pila di immani cavolate a random?
E se per evitare questo rischio devo mettermi a incrociare i dati con quelli di innumerevoli altre pagine googlate, non mi conviene saltare a piè pari il rischio e incrociare direttamente i dati delle altre pagine senza tenere in conto quelli fuorvianti di wikipedia?

Mentre ci pensate vi lascio con la coppia Cappuccetto Rosso e Jack-o’-lantern, indubbiamente separati alla nascita.

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lunedì 12 ottobre 2009

Trick'r Treat (2008)

TRICK'R TREAT
2008, Canada/USA, colore, 82 minuti
Regia: Michael Dougherty
Soggetto/Sceneggiatura: Michael Dougherty
Produzione: Warner Bros e varie

Durante la notte di Halloween, in una tranquilla cittadina statunitense, alcune storie si intrecciano mentre i loro protagonisti vanno incontro chi a un fato terribile chi a una spaventosa epifania. Dalla ragazza che non ha nessun rispetto per le tradizioni a una modernissima, casta e sexy Cappuccetto Rosso, da alcuni bambini che scoprono nel modo peggiore il potere delle leggende urbane a un vecchio misantropo che dovrà fare i conti con i fantasmi di ieri e di oggi...

Cinque diverse narrazioni che vanno a formare l'arazzo della notte di Halloween, durante la quale scoprirete che certe tradizioni hanno potere ancora oggi e che è sempre meglio non scoprire quale Maschera si annidi dietro la maschera.

Paragonare, come i critici più pigri e approssimativi hanno subito fatto, l'ottimo e già classico Trick'r Treat con film quali Creepshow significa non possedere la normale conoscenza del genere che viene data per scontata in chiunque si avventuri a scrivere recensioni di cinema horror.
Attuare un paragone del genere, ahimè, è sintomo di scompensi e carenze ben più gravi ed espone una generica incapacità di ragionare sull'intero medium, sulle strutture narrative e sugli schemi di sceneggiatura.

Gli scopi di Trick'r Treat, fortemente voluto da un Michael Dougherty che si è preparato a lungo nel riformulare e definire nuovi e vecchi miti (Urban Legend 3, Superman Returns, X2...) son ben altri dal comunque nobile intento di un qualsiasi Creepshow.
Trick'r Treat, oltre a essere uno dei migliori horror di questa stagione di per sé, ambisce a diventare insieme un classico di Halloween (anzi, IL classico, e John Carpenter non ce ne vorrà) e ridefinire, creare ex novo leggende e miti della stessa notte che si appresta a narrare.

E la struttura della sceneggiatura, lungi dall'essere una scontata decameronata ziotibiesca, mira e coglie più in alto, intrecciando intimamente storie e protagonisti, sincronizzando le apparizioni e usando determinati personaggi come totem morali che non si limitano ad agire nella loro singola cornice bensì sfondano e permeano della loro essenza anche le altre narrazioni all'interno del film.

Questa intensa e attesa opera di rifondazione di una festa che stava sempre più diventando insieme pop e secondaria, mero sfondo e pretesto, viene attuata attraverso una serie di lucide azioni a ogni livello, a partire dai riferimenti fumetteschi dei titoli di testa che agganciano il passato Warren al presente Wildstorm fino alla concezione di maschere e costumi, passando ovviamente per una colonna sonora azzeccata e un uso pressoché perfetto di scenografia e fotografia.

Estetica collegata in modo indispensabile al narrato, quindi, e se è vero che l'intero film recupera in massima parte atmosfere Anni Ottanta non bisogna mai dimenticare che tale recupero viene attuato mantenendo al minimo dei giri il motore dell'umorismo e giocando a rimpiattino con il gore, volutamente tenuto a freno.
Se ne ricava un'atmosfera leggera ma costantemente sinistra, dove a ogni svolta si può impattare in qualche fantasma, vampiro o altra creatura della notte, e di solito tale impatto avrà effetti mortali.

Trick'r Treat attua in definitiva il "consueto ma rarissimo" miracolo dell'ottima narrativa: ripescare temi, colori e figurine già viste mille volte in passato, colorarle in modo diverso e disporle ad arte scegliendo con cura sentieri e tempistica, fino a generare un risultato superiore agli stessi miti di riferimento.

In splendida forma l'intero cast nel quale brillano sia un Brian Cox a livelli stellari, del tutto a suo agio nel vestire la sua personale interpretazione di uno Scrooge che viene visitato da qualcosa di diverso e ben più temibile dei tre spiriti dickensiani, sia Dylan Baker nei panni di un vedovo che deve provvedere all'educazione e divertimento del figlio sia, infine, la sempre più bella e brava Anna Paquin che da sola risulta più sexy di tutte le altre sgallettate presenti nella pellicola messe insieme.

Non mancano, come in ogni prodotto che osi così tanto, inevitabili pecche e difetti, da una certa prevedibilità di fondo ad alcune lungaggini che avrebbero necessitato di qualche ulteriore sforbiciatina (ma Robert Ivison è montatore assai bravo) e in generale tutto l'episodio avente come protagonista la Paquin è debole, banale e inconsistente: sono pecche che ben poco riescono a togliere alla resa finale di Trick 'r Treat.

Tragicamente sottovalutato dal canile Warner Bros e distribuito malissimo, Trick'r Treat avrebbe potuto ottenere un incredibile riscontro ai botteghini se programmato nella settimana di Halloween e invece si trova costretto a vivere una DVDesistenza che avrebbe meritato ben altra sorte.

Culto e classico istantaneo, IL film horror da vedere quest'autunno. Halloween è a partire da ora Trick'r Treat, alla faccia di Rob Zombie e delle sue porcherie sempre più inconsistenti.

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