Avvertenza: ho cercato di contenere il livello degli spoiler al minimo e penso di esserci riuscito, tuttavia vengono rivelati dettagli minori di trama che potrebbero rovinare parzialmente il godimento di alcune scene dei due film.

La visione, nel giro di due giorni, dei due film horror usciti nelle sale italiane durante lo scorso fine settimana, rende ancora più drammatica la scarsa qualità di una pellicola come
Halloween II rispetto a un lungometraggio così efficace come
Orphan.
Ovviamente è impossibile un confronto a livello contenutistico, ma alcune scene archetipali presenti in entrambi i film e determinate scelte da parte dei due registi spingono a una riflessione su quanto il problema di
Halloween II non sia esclusivamente a livello della sceneggiatura e della produzione più o meno invasiva (come cercano di spiegare in molti difensori del regista) quanto piuttosto risieda anche in quella che a me sembra, da parte di
Rob Zombie, scarsa comprensione (o, se preferite, scarso rispetto) di alcune regole fondamentali di ingaggio con lo spettatore, sia mainstream che di genere.
Che le regole esistano per essere stravolte, ignorate e superate è un detto che può anche essere valido ma solo a patto che tali regole siano conosciute a menadito e che lo stravolgimento attuato porti comunque a un risultato corrispondente agli scopi, altrimenti a poco vale l'attitudine punk e il disprezzo dei meccanismi narrativi.
Girare film equivale a usare un determinato tipo di linguaggio e quindi, di conseguenza, ad adottare una grammatica consolidata, atta a stipulare patti fra regista e spettatore, patti che portano quindi a determinati risultati/comprensioni.
Vi sono alcuni paralleli che si possono fare fra i due filmaker per quanto riguarda la gestione di questi codici grammaticali e il diverso risultato a cui portano scene o settori analoghi nei due diversi film.
Le scene oniriche
Entrambi i film hanno, nei minuti iniziali, una scena onirica. In
Orphan Collet-Serra, tramite un uso accorto degli elementi che compongono il quadro, avvisa lo spettatore che si tratta di un sogno: luci, sonoro alterato, situazioni paradossali e/o simboliche, grandangolare e visuale distorta, recitazione caricata. Si stabilisce un patto fra narratore e spettatore tramite segni condivisi e accettiamo (e quindi valutiamo) la scena onirica per quello che realmente è e la incameriamo come un pezzo del futuro puzzle. NON temiamo mai per la sorte di Kate in quanto tutti i campanelli stanno avvisandoci che è solo un sogno.
In
Halloween II si innesca (volutamente o meno, importa poco a fronte dei risultati, né vogliamo tirare in ballo la fedeltà rispetto al secondo episodio di molti anni prima) un meccanismo ben diverso.
Rob Zombie si aggancia al finale del suo primo
Halloween e parte a razzo con tutto il suo consueto carrozzone: mentre Laurie giace in ospedale in cattive condizioni due personaggi volgarotti perdono il controllo del mezzo che trasporta Michael che, resuscitato, si libera, li uccide e procede a sterminare mezzo ospedale. Laurie scappa, si rifugia in una guardiola, Michael si sbarazza del guardiano e proprio quando sta per acchiappare la sorellina… BUM! Laurie si sveglia, era solo un sogno.
Il patto fra spettatore e narratore è rotto e vi è dispersione di energia e fiducia.
Ho temuto per la sorte di Laurie, parte della mia mente pensava a come sarebbe scappata dalla guardiola e altro ancora perché si trattava di roba "vera", non avevo visto nessuno dei segni condivisi del "è tutto un sogno" e ho investito parte delle emozioni: un cattivo investimento che viene sbeffeggiato dal "è tutto un sogno".
Cosa farò in seguito?
Firmerò di nuovo qualche patto con il regista?
Mi ha fregato una volta, fool me once, no?
Serviva davvero quel sogno?
E se serviva (poniamo, a definire meglio la non-personalità di Laurie) perché comunque non avvisarmi?
Alla prossima scena penserò ancora che sia tutto un sogno?
Il “è tutto un sogno”, se servito in maniera truccata come ha fatto Zombie, è parente bastardo di colui che narra la storia “da morto” in un libro.
Piaccia o meno esistono alcune regole narrative condivise da tempo e modificarle non è per nulla semplice, di sicuro non è impresa alla portata di registi del livello di Zombie o Collet-Serra.
Solo che il secondo lo sa, che non è roba al suo livello, e sceglie quindi l'altra strada, mentre il primo ci prova e fallisce.
ReiterazioneI flashback, le scene oniriche o anche solo i brevi flash con simboli sono ottimi strumenti per rafforzare il narrato e definire meglio le psicologie.
Sfruttarli ad arte è una cosa, buttarli in scena sempre uguali a se stessi riproponendoceli ogni dieci minuti serve invece solo a infastidirci: siamo intelligenti, le cose le capiamo, non c’è bisogno di ripetere.
Si tratta di altra regola narrativa di base. Ogni ripetizione indebolisce il messaggio iniziale e frustra lo spettatore/lettore con una sorta di cine-diminishing returns.
Di nuovo, Collet-Serra queste cose le sa bene. La scena onirica iniziale, peraltro infinitamente più corta di quella di
Halloween II ci fornisce sufficienti informazioni su uno dei due traumi che vanno a formare parte della psicologia di Kate: ha perso un figlio, è stata una esperienza orrenda, ne conserva ancora le cicatrici, mentali e fisiche, e vuole sanarle a tutti i costi.
E per l’altro trauma, ovvero l’incidente al laghetto, il regista non mette nemmeno in piazza un accenno di flashback: bastano due o tre sguardi, alcune inquadrature e brevi frasi per informarci dell’altra orrenda esperienza di Kate e definire il luogo dove tutti i nodi torneranno al pettine.
Girare una scena flashback/onirica di quell’incidente sarebbe stato uno spreco di pellicola, un sovraccarico di informazioni inutili e avrebbe ribadito cose ormai date per scontate.

Rob Zombie invece non si fa mai mancare nulla: la simbologia del cavallo è capita e data per scontata da larga parte del pubblico alla sua prima apparizione ma non solo il buon Rob ci tratta da scemi mettendocela anche per iscritto (come se ci volesse una laurea in psicologia a sapere cosa simboleggia il cavallo secondo parte della teoria) ma ce la ripete a intervalli, tanto per far vedere come è bravo lui a citare e quanto è ossessionato Michael.
Stessa cosa per mamma
Sheri Moon.
La ripetizione stufa.
Capire e assimilare un elemento una volta è strumento utile per meglio definire i personaggi, vedersi ripetere la lezione ogni due per tre indebolisce e banalizza il simbolo e crea noia e senso di nausea nello spettatore.
Uso del montaggioIl montaggio, da sempre, è una delle armi più potenti in mano all’autore e, se usato opportunamente, può segnare la morte o la riuscita completa per una scena o un intero film.
Collet-Serra e i suoi collaboratori questo lo sanno e usano il montaggio non solo e non tanto a cose ormai avvenute (ovvero un cambio di velocità, per dire, durante una scena d’azione) ma sia per suggerire allo spettatore un fatto imminente o per sottolineare, attraverso la contrapposizione, alcuni errori di valutazione.
Un esempio del primo uso, splendido, lo si può trovare nella scena in cui i due coniugi hanno un rapporto sessuale in cucina: che sia scattata la chimica fra i due lo sappiamo ben prima che comincino anche solo a baciarsi, tramite un accorto cambio di montaggio.
La scena del colloquio dei genitori con la psicologa mentre Esther si sfoga in bagno è invece un classico esempio del secondo caso.
Rob Zombie invece non attua mai i dovuti cambi di marcia.
Questo, insieme a una certa monotonia di ambienti, personaggi e fotografia, genere un senso di monoliticità del filmato che procede lento e inesorabile come Michael: scene di uguale velocità dove personaggi uguali fanno cose uguali illuminati dalle stesse luci.
Diventa difficile, se non si usano tutti i segni di punteggiatura che la grammatica horror ci mette a disposizione, distinguere le fasi e mettere in circolo l'adrenalina.
Provate a leggere a voce alta una qualsiasi pagina di un qualsiasi romanzo con tono piatto e senza rispettare nessun punto o mettendo i punti dopo ogni 5 parole esatte, vedrete che lettura e comprensione non ne guadagneranno.
Uso dell’inquadrature
Anche queste, ovviamente, contribuiscono all’atmosfera, ai cambi di ritmo, all'immedesimazione con un personaggio o con l'altro.
Collet-Serra è in possesso di un vasto assortimento di inquadrature, ci porta di volta in volta a condividere le sorti di quasi tutti i personaggi (“buoni” o “cattivi” che siano, non importa) e ci detta i classici punti di svolta dell’horror.
Un primo piano su una altalena vuota e ecco che ci allarmiamo, pronti al peggio, allarme che viene proseguito con l’immedesimarsi nel punto di vista della bambina che ora gioca molto più preoccupata dopo aver visto che Esther non è più lì.
Oppure la telecamera sale a riprendere la scena dall’alto, con l’occhio di Dio ed ecco che, dal condividere il calore della camera da letto e il segreto fra i due fratellini passiamo al gelo dell’osservatore terzo e onnipotente e impotente che si accorge, maledizione, che i due mentre si confidano il segreto sono spiati da Esther.
Rob Zombie ha un arsenale di inquadrature molto, molto meno vario rispetto a quello di Collet-Serra e, inevitabilmente, quanto ha da narrare con questi mezzi limitati diventa molto meno vario.
Guardare prima
Halloween II e poi
Orphan mi ha fatto tornare all’effetto che ha avuto l’avvento dei primi anime in Rai su noi bambini cresciuti a colpi di Hanna e Barbera.
Siamo passati da una narrazione bidimensionale e a scorrimento orizzontale a un cartone animato fatto di primissimi piani di occhi seguiti da campi lunghi di mostri, dettagli di astronavi alternati a zoomate di missili in arrivo.
Differenziazione delle psicologie e dei tipiIl pubblico horror è, mi auguro, composto da persone diverse fra loro, con varie caratteristiche, gusti, emotività a sensibilità. Un film che offra un insieme eterogeneo di personaggi può garantire, allo spettatore, più appigli di quanti ne possa offrire un'opera con personaggi tutti uguali.
C’è chi ama identificarsi con il ragazzo timido e incompreso, chi tifa follemente per il killer, altri che si scoprono commossi da quanto accade a una madre o a un figlio, altri che amano in particolare l’outsider brillante e via dicendo.
Orphan brilla sotto questo punto di vista, mettendo in scena un insieme di personaggi archetipali assai differenti l’uno dall’altro che offrono diversi punti di vista.
Viviamo l’intera vicenda passando attraverso le esperienze di tutti i protagonisti e questa moltiplicazione diventa sinonimo di ricchezza e profondità.
Al contrario in
Halloween II non ci è permesso molto movimento da questo punto di vista: il duopolio Michael-Laurie, scarsamente caratterizzato, non è adeguatamente supportato dal resto delle figure presenti, che paiono tutte simili fra loro, inclini a momenti di volgarità, rabbia e turpiloquio che esercitati su un solo personaggio lo farebbero brillare per caratterizzazione, distribuiti su più figure contribuiscono al generale clima di piattezza della narrazione.
Diventa molto più difficile identificare i vari ruoli e schierarsi o preferire l’uno all’altro.
Se in
Orphan i vari atti di violenza hanno impatto emotivo ben differenziato, in
Halloween II ci si riduce a uno shoot’em up di bassa qualità: Michael stermina personaggi sgradevoli uno via l’altro, ottiene occasionali power up e teleport di location dalla madre e arriva al livello finale con il confronto decisivo contro il Boss-Laurie.
Mentre c’è una totale, importante differenza e diversità in ogni atto di violenza di Esther, tutti condotti con uno scopo preciso in mente, la violenza di Michael è sempre uguale e ripetitiva, fine a se stessa: lo spettatore, impossibilitato a contribuire, soffre della monotonia (anche estetica) di questo massacro da catena di montaggio.
Casting
Altro elemento importantissimo riguardo al quale Rob Zombie è da sempre debole: sceglie di solito (meno in questo caso) gli attori fra un gruppo di amici e li lascia allo stato brado sul set.
Gli attori scelti per i vari ruoli in
Orphan incarnano già fisicamente, ancora prima della recitazione, i personaggi che impersonano mentre in
Halloween II essi contribuiscono alla piatta confusione generale.
Quale differenza significativa esiste fra
Brad Dourif e il suo sceriffo sbracato, volgarotto, incapace, sbraitante e con gli occhi dilatati dalla rabbia e
Malcom McDowell con il suo Dr Loomis sbracato, volgarotto, incapace, sbraitante e con gli occhi dilatati dalla rabbia?
Forse che l’uno tiene comunque alla famiglia e l’altro invece tiene solo al denaro? Troppo poco, direi.
Quale la grossa differenza fra Laurie e le sue amiche? Qualche sogno e qualche bicchiere in più o in meno?
Inutile poi parlare dei vari John Doe, tutti livellati in una generica nuvola di redneckismo for dummies atta unicamente a ostacolare il percorso di Michael.
E si potrebbe andare avanti così in molti altri settori, dall’uso del sonoro (ricco e diversificato in
Orphan, anche grazie al personaggio della sorellina minore, frastornante e ripetitivo oltre ogni bisogno in
Halloween II, fatto che contribuisce nuovamente a confusione e piattezza) fino a settori come i costumi e le scenografie che, nuovamente, brillano nell'opera di Collet-Serra e diventano grigi e anonimi in quella di Rob Zombie.
Si tratta di scelte di stile, mi si dirà, ma qualsiasi scelta dovrebbe essere fatta con ben in mente uno scopo finale.
Se tale scelta non porta al risultato finale allora essa è probabilmente una scelta fallimentare, frutto o di scarso studio o di scarsa comprensione o, ancora, di deliberato menefreghismo. E lo stile non è evidentemente adatto agli scopi prefissati.
Se Rob Zombie voleva girare un documentario white trash su "quanto è brutta la vita dei poveracci bianchi ignoranti di periferia" allora si potrebbe eventualmente aprire qualche tipo di discussione sulla sua eventuale riuscita, ma se l’intento del regista era quello di confezionare un film horror ricco di atmosfera, ritmo, emozione, coinvolgimento, violenza e tanti altri dettagli che rendono un film horror “efficace” allora ci troviamo di fronte a un grande fallimento, dovuto in parte ai motivi esposti nelle pagine precedenti.
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