martedì 11 agosto 2009

Silent Hill

Silent_Hill_Poster_immagine_image_pictureSILENT HILL
2006, Giappone/USA/Canada/Francia, colore, 127 minuti
Regia: Cristophe Gans
Soggetto/Sceneggiatura: Roger Avary
Produzione: Silent Hill DCP Inc., Davis-Films, Konami Corporation Ltd.


Sharon è una bambina adorabile che, purtroppo, sembra destinata a impazzire. Disturbi psichici di origine ignota la sfiniscono, obbligandola al sonnambulismo. Durante questi episodi la ragazzina sogna di camminare per le vie di Silent Hill e, contro ogni possibile logica (e contro il volere del marito) Rose, sua madre, decide di portare la figlia nella città di cui mormora durante il sonno, nella speranza che il viaggio possa in qualche modo farla guarire.

La cittadina in questione è stata abbandonata molti anni prima in seguito a un misterioso fuoco che ancora cova sottoterra, e non è facile arrivarci. In seguito a un inseguimento con una poliziotta in motocicletta (Cybil), madre e figlia hanno un incidente in macchina e quando Rose si sveglia in mezzo alla strana nebbia luminescente della città, scopre che la figlia è scomparsa.

Prigioniere di strani loop temporali e di una città nella quale ogni tanto cala una tenebra mostruosa e mortale, Rose e Cybil dovranno lottare contro gli abitanti di Silent Hill (mostruosi e non) nella disperata ricerca di Sharon, svelando il terribile mistero nascosto dietro gli eventi di 30 anni prima…

Non stento a credere che il duo Gans-Avary abbia speso intere settimane chiuso in albergo a giocare i vari episodi della serie ma ciò ha creato effetti diametralmente opposti sul lavoro dei due artisti.
Mentre Gans è riuscito a catapultarsi in pieno nelle nebbiose location assicurando una fedele/inquietante trasposizione di personaggi, mostri, interni, esterni e avvenimenti chiave, così non è successo ad Avary che ha fornito la prova più opaca della sua carriera.

Ci troviamo di fronte alla classica dicotomia comune a molte pellicole di questo tipo, cui a una cornice spesso mozzafiato ed emozionante non corrispondono contenuti adeguati.
Cristophe Gans
è in possesso di uno stile ricco, eccessivo e visionario che da sempre pone l’accento sull’atmosfera rispetto alla plausibilità.
Il trio regista-direttore della fotografia e scenografa svolge un ottimo lavoro dando vita a una serie di ambienti da incubo ben differenziati fra loro che faranno esultare di gioia i fan della serie videoludica, con ampio uso dell’intera palette cromatica e sfruttando a piene mani alcune risorse del digitale.

Meno bene i mostri di Patrick Tatopoulos che, seppur in netto miglioramento, appare ancora troppo legnoso e artificiale in certe soluzioni. Se l’arrivo di Pyramid Head e di altre note creature della saga verrà salutato con un boato dagli aficionados, è anche vero che l’uso eccessivo di computer graphic lascia comunque dubbiosi, in attesa di reali progressi tecnologici delle macchine e dei software impiegati. Un plauso comunque per il passo in avanti rispetto a certe opacissime prove del passato.

Cosa allora non funziona in una pellicola che è una gioia per gli occhi e che riesce a creare un’ottima atmosfera sospesa fra orrore e tensione?
Gran parte dei difetti sono imputabili allo script, con Gans e Avary che da un lato non si preoccupano di rendere comprensibile la vicenda a chi non abbia mai giocato il tutto e dall’altro canto affollano la sceneggiatura di una serie di infodump veramente eccessivi che servono solo ed esclusivamente ai feticisti della storyline videoludica.

L’abisso più nero si raggiunge con i dialoghi, fra i più brutti, banali e ridicoli nella recente storia dell’horror e chi, come il sottoscritto, fosse andato a vedere Silent Hill più per il nome di Roger Avary che per quello di Gans uscirà dalla sala incapace di credere a una simile caduta di stile.
Esigere dal pubblico più di 120 minuti di completa attenzione fra assenza di motivazioni, informazioni semi-criptate, continue dissolvenze al culmine delle scene più interessanti e frasi da fumetto di serie Z (per non menzionare il numero di volte, penso sia un record, che la madre ripete il nome della figlia) è veramente troppo e ridurre il tutto di almeno 30 minuti avrebbe reso il film più compatto e memorabile.

I primi due terzi non sono altro che il continuo, classico (e noioso) vagare dell’eroina di turno attraverso alcune situazioni e atmosfere da brivido senza che però accada molto o ci venga spiegato alcunché mentre nell’ultimo terzo della pellicola arriva inarrestabile un pesante overload di dati, fra flashback e climax che rischiano continuamente di cadere nel ridicolo ma che offrono anche una splendida epifania macabra come non se ne vedeva da qualche tempo.

Si ha la netta impressione che lo stile barocco di Cristophe Gans, una volta che riuscirà a essere controllato tramite una sceneggiatura adatta, saprà donarci qualche lavoro di peso all’interno del cinema horror, per ora continuiamo a considerarlo una eterna promessa che con questo Silent Hill ha saputo comunque regalare al pubblico una delle migliori trasposizioni da video game, indicando la via per i prossimi lavori di questo genere.

Collegamenti:

Sito Ufficiale
Intervista a Cristophe Gans
Roger Avary
Recensione Dead Inside

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Filmato:

lunedì 10 agosto 2009

Caramelle radioattive e colluttorio all'urina

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Dopo la decapitazione, la testa di Carlo I venne ricucita al corpo per facilitarne il ritratto da parte di un pittore.

Nel passato le donne usavano spesso estratto di belladonna, una pianta velenosa: versandone alcune gocce negli occhi le pupille si allargavano notevolmente, dettaglio considerato molto sexy al tempo.

Il college usato per molte riprese di Buffy è lo stesso impiegato anni prima per Beverly Hills 90210.

Negli anni Venti veniva venduta una caramella chiamata Rejuvinator che fra gli altri elementi conteneva del Radio in quanto al tempo si pensava che la sostanza donasse forza e vigore.

Nel 1828, dopo l’esecuzione di William Corder, i boia strapparono la pelle al cadavere e la vendettero al pubblico come ricordo dell’evento.

In Germania fino al sedicesimo secolo le donne riconosciute colpevoli di infanticidio venivano condannate a morte per annegamento, che il boia eseguiva tenendole sott’acqua tramite un lungo palo.

La parola "zombie" è apparsa per la prima volta nell'Oxford English Dictionary nel 1819

In Zombi 2, a causa del budget ridotto all’osso, molte comparse zombie furono pescate fra i vagabondi e gli alcolizzati.

Nel 1935 la Romania censurò e proibì la visione di Topolino in quanto si temeva che potesse spaventare i bambini.

Fra i marinai dei tempi passati era considerato un presagio estremamente nefasto il trasportare un cadavere a bordo. Quando proprio non se ne poteva fare a meno il cadavere doveva essere adagiato sempre secondo la larghezza della nave, mai la lunghezza e doveva “scendere” dall’imbarcazione prima di ogni altro membro dell’equipaggio.

Nella Grecia Antica l’urina, oltre che come disinfettante per le ferite, veniva usata anche come dentifricio e colluttorio.

In occasione del primo tour europeo, durante un viaggio aereo diretto in Inghilterra, la nota horrorock star Alice Cooper parlò a lungo con la sua vicina di posto, una amabile vecchietta che purtroppo morì prima che l’aereo atterrasse.

La regia de L’Esorcista, prima di essere assegnata a William Friedkin, venne offerta a John Boorman, Mike Nichols, Peter Bogdanovich e Arthur Penn: rifiutarono tutti.

I genitori di Shinya Tsukamoto erano talmente contrari alla scelta del figlio di diventare un regista che lo hanno buttato fuori casa prima che cominciasse a girare Tetsuo.

Lo squalo meccanico usato ne Lo Squalo veniva chiamato amichevolmente Bruce, che era il nome dell’avvocato di Spielberg.

Fra i pittori del diciannovesimo secolo era pratica comune mischiare polvere di mummie dentro i colori, nella convinzione che ciò potesse meglio preservare i quadri.

Ti sono sembrate notizie interessanti? Ne trovi mille altre nella sezione Macabria 101

domenica 9 agosto 2009

Radha Mitchell

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Filmhorrorgrafia:

Sleeping Beauties (1999)
Pitch Black (2000)
When Strangers Appear (2001)
Visitors (2003)
Silent Hill (2006)
Rogue (2007)
Surrogates (2009)
The Crazies (2010)

Ti è piaciuta? Visita il resto dell'harem nella sezione Scream Queens

sabato 8 agosto 2009

Vampiri: Gaiman-del Toro Face Off

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Quel che penso del recente romanzo di del Toro lo avete già letto tempo fa e quel che penso della continua e furba rincorsa a qualsiasi titolo vampirico da parte delle case editrici statunitensi e inglesi potete tranquillamente immaginarvelo.

Per fortuna non sono il solo a provare una certa nausea da indigestione e il caso ha voluto che nel giro di pochi giorni si sia verificato un avvicendarsi di uscite nella stampa periodica che mi offre la possibilità di alternare due punti di vista riguardo questo archetipo.

Non sono d'accordo con nessuno dei due e mi sembrano entrambe delle visioni tutto sommato molto superficiali, banali, generali della faccenda ma quella di Gaiman coglie comunque molto di più il punto.

Ovviamente nessuno dei due cita la Meyer.

Per quanto io possa odiare i romanzi della serie Twilight, negarne l'esistenza, non menzionarli nemmeno come se fossero dei tabù all'interno della cerchia degli "scrittori seri di vampiri", affermare semplicemente che la Meyer scrive male (come ha fatto, in modo che a me pare molto sospetto, Stephen King) o dire che Edward non è un vampiro è non capire i meccanismi profondi che vanno a comporre e mantenere in vita determinati miti e figure.
A ogni modo, spero che avvenga presto quanto predetto da Gaiman, non fosse altro che per avere maggiore scelta in libreria e non dover più guardare certe orrende copertine (che i contenuti è da tempo che ho smesso di leggerli).

E, perdonatemi, ma menzionare ancora Eros e Thanatos ora, a ben 89 anni di distanza, con tutto quel che c'è stato, mi pare approssimativo e facilone, così come ridursi continuamente a pensare che Danse Macabre sia ancora adesso "il" testo di critica e saggistica horror da citare ogni volta che se ne ha l'occasione...

Guillermo del Toro e Chuck Hogan: Why Vampires Never Dies

In a society that moves as fast as ours, where every week a new “blockbuster” must be enthroned at the box office, or where idols are fabricated by consensus every new television season, the promise of something everlasting, something truly eternal, holds a special allure. As a seductive figure, the vampire is as flexible and polyvalent as ever. Witness its slow mutation from the pansexual, decadent Anne Rice creatures to the current permutations — promising anything from chaste eternal love to wild nocturnal escapades — and there you will find the true essence of immortality: adaptability.

And through awe, we once again regain spiritual humility. The current vampire pandemic serves to remind us that we have no true jurisdiction over our bodies, our climate or our very souls. Monsters will always provide the possibility of mystery in our mundane “reality show” lives, hinting at a larger spiritual world; for if there are demons in our midst, there surely must be angels lurking nearby as well. In the vampire we find Eros and Thanatos fused together in archetypal embrace, spiraling through the ages, undying.

Neil Gaiman: Why vampires should go


But I think then the thing that changed everything and that gave vampire fiction a new lease on life and death was AIDS, because you hit the early ‘80s, and suddenly you have something in the blood that is an exchange of blood that kills and is altogether fundamentally about sex. And vampirism essentially came out of the closet as a metaphor for the act of love that kills. Stephen King once said, using the Erica Jung quote, that vampirism is the ultimate zipless f—. And then a sort of continuous transmutation, you had Lost Boys, which is essentially vampirism as wish fulfillment

I don’t think vampirism, at least from my point of view, is ever about power, because it’s always about people exiled to the fringes. Vampires, I think, should be outsiders. They should probably be sexual outsiders. They need to be charismatic. They need to be elegant. They need to be attractive in some way. But they aren’t buying nice suits and calling the shots. And if they are, the book is about something else.

It definitely sort of feels like classical vampires have been around enough that if they could go back in their coffins 25 years and come out the next time as something really different, that would be cool.

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The Strain

giovedì 6 agosto 2009

The Off Season

Off_Season_Fessenden_Scrimm_locandina_poster_image_immagineTHE OFF SEASON
2004,USA, colore, 90 min
Regia: James Felix McKenney
Soggetto/Sceneggiatura: James Felix McKenney
Produzione: Glass Eye Pix, MonsterPants Movie


Lui, scrittore di alterne fortune e lei, sua compagna disposta a lavorare e abbandonare i suoi sogni pur di facilitare quelli del suo ragazzo, si trasferiscono da New York in una sperduta cittadina di provincia.

Vivono in una stanza di un motel che durante la bassa stagione è praticamente disabitato fatta eccezione per qualche strano vecchietto: lei comincia subito a lavorare nella biblioteca locale mentre lui si incaglia in una serie di giornate vuote, comincia a bere e non produce.

Entrambi hanno strane visioni e la stanza sembra perseguitata dai fantasmi dei precedenti occupanti: macchie a forma d’uomo sul materasso, licheni che crescono sulle pareti, escrementi spruzzati sulle piastrelle del bagno.

Le cose precipitano giorno dopo giorno…

A leggere la sinossi si sarebbe tentati di saltare a piè pari quel che sembra essere l’ennesimo clone delle situazioni alla Shining ma si perderebbe un’ottima occasione per avere una lezione di scrittura come raramente capita nel cinema indipendente.

Larry Fessenden (esatto, quel Larry Fessenden) è insieme executive e anche attore, in ruolo secondario, di un film che gioca di continuo la carta di un sottile e sobrio senso dell’ironia e del grottesco, alternando momenti di raro impatto disturbante a lunghe pause adatte a creare un crescendo di tensione.

James Felix McKenney ha buona mano e stile ma, più che nella regia, brilla nella costruzione dei personaggi e nella scrittura dei dialoghi: capita di rado di assistere a un horror nel quale i protagonisti emergano come figure quotidiane, tridimensionali, vere come in questo gioiellino underground.

Alle obbligatorie scene creepy (ma gli amanti del gore, dello splatter e degli sfx rimarranno ampiamente delusi) fanno da ottimo contraltare alcuni scambi fra i personaggi che qualunque scrittore alle prime armi dovrebbe ripassare a memoria.
Menzione particolare per i pochi minuti nei quali uno dei due protagonisti viene abbandonato dall’altro, ogni battuta è essenziale e perfetta e il clima psicologico assai realistico.

Horror carveriano e non certo adatto a tutti i palati, ma chi ama le pellicole che prediligono inquietudine e angoscia troverà pane per i suoi denti.
Location insieme irrilevante (è più o meno un kammerspiel) ma anche azzeccata nei pochi esterni che riprendono un microverso alienato e da periferia dell’impero.
L’orrore viene gestito attraverso pochi, misurati giri di vite ma ogni torsione è di quelle che lasciano il segno, a partire dall’umiliazione (e dal senso di invasione della sfera privata) che i due hanno non appena entrano nella loro camera.

Ottima parte ritagliata sul Tall Man Angus Scrimm che dimostra di possedere espressioni e repertorio eterogenei in grado, ce lo auspichiamo, di creargli ulteriori occasioni di evasione dal ruolo di villain cui sembra ormai condannato.

Collegamenti:

Glass Eye Pix
Intervista al Tall Man

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Filmato:

mercoledì 5 agosto 2009

Pathfinder

Pathfinder_locandina_poster_nispel_movie_film_immagine_imagePATHFINDER
2007, USA/Canada, colore, 99 minuti
Regia: Marcus Nispel
Soggetto/Sceneggiatura: Laeta Kalogridis da una sceneggiatura di Nils Gaup
Produzione: Vinland Productions Canada Inc.


Un ragazzino vichingo viene trovato da una donna di un clan di indiani del Canada e allevato secondo i valori e gli ideali di quella tribù.

Quindici anni dopo, ancora torturato da ricordi e non avendo ancora trovato il suo vero ruolo all’interno del clan, Ghost, questo il nome del giovane, proverà tutto il suo valore combattendo praticamente da solo una nuova invasione di spietati e ferocissimi vichinghi, intenzionati a mettere a ferro e fuoco l’intera regione.

Qualcuno per favore fermi Marcus Nispel.
Non soddisfatto dall’aver dato vita (?) a uno dei peggiori remake horror degli ultimi anni, questo anfetaminico videoclipparo procede con l’allietare le platee mondiali a colpi di umorismo involontario, questa volta con un deforme ibrido fra Conan, L’ultimo dei Mohicani, Il signore degli anelli, Tarzan, Il tredicesimo guerriero e chi più ne ha più ne metta fino a tutta la recente massa di film epici.

Situazioni fra il banalissimo (il cavallo bianco da pubblicità di shampoo o aftershave) e l’apertamente offensivo per l’intelligenza (in pratica tutti i dialoghi) vengono filmate con una desaturazione dei colori e un uso della chimica post-shooting così pesante che, se aggiungete la massiccia presenza di nebbia, alla fine diventa difficile distinguere i personaggi dal paesaggio.

Come ogni pubblicitario che si rispetti Nispel affolla ogni singola inquadratura di così tante componenti in movimento o meno che si crea un continuo sovraccarico sensoriale deleterio per quello che potrebbe essere l’unico aspetto positivo di questo film.
Sì perché se la recitazione è inetta (Karl Urban ci prova ma alle volte si intrappola in ruoli non suoi), se il montaggio pare eseguito per impedire i raccordi fra le singole scene piuttosto che facilitarli e se di contenuti non c’è nemmeno l’ombra, è pur vero che il giovane regista tedesco, nel recuperare questo classico norvegese, cerca e trova alcune splendide location (e ne ricrea altre in studio) che da sole possono, nonostante tutto, valere il prezzo del biglietto.

Mettendo in piedi personaggi della consistenza di un brodino ospedaliero e fornendoli di frasi disarmanti, il regista permette allo spettatore di fregarsene assolutamente del loro destino, lasciando l’occhio libero di indugiare sui magnifici boschi, su pianure pietrose di grande fascino, su grotte, montagne innevate, combattimenti e costumi.

Fra vecchi saggi indiani che parlano come cerebrolesi, giovani squaw che incarnano l’obbligatorio elemento romantico e giganteschi vichinghi che sanno solo predare e distruggere, assai simili agli orchi della trilogia tolkeniana, il film avanza a rotta di collo verso l’inevitabile finale seguendo tutte le svolte canoniche e mantenendo, c’è da ammetterlo, un invidiabile ritmo, praticamente privo di una singola scena statica.

Peccato che la fotografia fortemente manipolatrice del fedele Daniel Pearl e il montaggio fra l’ipercinetico e l’ipointelligente rendano difficile godersi persino l’azione pura e si arrivi alla fine quasi stremati da un tour de force visuale che impiega tantissimi elementi per non dirci praticamente nulla.

Nispel non dimentica le motoseghe precedenti e affolla la pellicola di simboli mortiferi inizialmente interessanti poi, causa ripetizione eccessiva, decisamente noiosi.
Meglio combattimenti e costumi, allora, con i primi che si scostano dall’eccessiva coreografia di voga a Hollywood da qualche anno a questa parte e i secondi capaci di accentuare ancora di più la già forte connotazione “mostruosa” dei vichinghi.

Le spade spillano finalmente sangue e si esce dalla visione con la sensazione di un enorme spreco di potenziale: con una sceneggiatura più sobria e alcune scelte diverse (per esempio, perché far parlare solo i Vichinghi nel loro linguaggio d’origine? Sarebbe stata una gran bella sfida filmare il tutto in lingua non inglese senza sottotitoli e, vista la natura fortemente cinetica della vicenda, il film non ne avrebbe sofferto più di tanto) i fan di McTiernan e Milius avrebbero finalmente avuto un po’ di pane per i loro denti, che da tropo tempo rimasticano le stesse cose.

Così invece l’epos non riesce nemmeno a fare capolino e ci si ritrova con la sete dopo aver sguazzato per cento minuti in un mare ricco di ogni bevanda possibile.

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Marcus Nispel

Recensione del buonista Sciamano
Recensione Nouvelle Vague
Karl Urban

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Filmato:

martedì 4 agosto 2009

Trespassers

Trespassers_movie_poster_locandina_chacales_immagine_imageTRESPASSERS
2006, USA/Messico, Colore, 83 min.
Regia: Ian McCrudden
Soggetto/Sceneggiatura: Ian McCrudden e Tim Tori
Produzione: Mariposa Entertainment

Un gruppo assortito di giovani statunitensi decide di partire verso una zona poco frequentata del Messico che offre spiagge stupende e onde gigantesche.

Ma l’insenatura è evitata dagli autoctoni in quanto considerata maledetta: i nostri poveri surfisti vedranno ben presto assottigliarsi le loro fila a opera dei tremendi e misteriosi “chacales”…

Che Trespassers appartenga alla categoria “clone di clone destinato alla polvere del retro dei videonoleggi” è chiaro a partire dalla caratterizzazione dei cinque ragazzi, tanto stereotipati quanto antipatici: abbiamo il biondo atletico magari poco interessato alla letteratura ma di solidi principi morali (e fisici), la puttanella tutta tette che sa di esserlo e quindi la butta sul cinico, il punk scemo e segaiolo, il ragazzo bello ma introverso che strimpella la chitarra e la tipa del biondo, intelligente, carina e dolce.

Fra battute, scherzi, frizzi e lazzi i nostri si preparano a partire per questa fantastica insenatura messicana che, visto il budget ridotto a zero, risulta poi essere una scogliera simile a una discarica in disuso, con onde uguali a quelle di qualsiasi altra spiaggia, cielo plumbeo e villici locali che staccano a morsi il collo alle galline.

Ian McCrudden cerca di giocare la carta dell’underground blairwitcheriano ma non gli riesce una mossa che una: scarsa sinergia fra gli attori, crescita zero dal punto di vista della pressione psicologica o dell’angoscia, delirio totale al momento della rivelazione che sprofonda il film nel comico involontario.

Da anni non si vedeva una fotografia così brutta, smorta e grigiastra (nessun turista andrebbe nei posti filmati da Dan Coplan…) e un montaggio che fa di tutto per privarvi anche delle brevi, rarissime apparizioni dei terribili chacales.
I quali, sventurati, altro non sono che una sorta di zombie veloci e aggressivi, guidati da un leader zombie-hippy (e non dico altro sulle loro origini per non rovinarvi le risate a una eventuale visione del film)…

Gore e splatter ridotti praticamente a zero, scarsissime le scene di nudo (una trentina di senosecondi…) e naturalmente di cinque moderni ragazzi statunitensi solo uno possiede un cellulare che, maledizione, non ha campo!

La copertina del dvd osa blaterare di “28 giorni dopo che incontra The Blair witch project” ma manca di sicuro l’adrenalina del primo, l’atmosfera del secondo e l’intelligenza di entrambi.
Nel mare immondum di 83 minuti agonici e noiosi si salvano unicamente le interpretazioni di alcuni attori (sopra la media per questo tipo di produzione e genere) e una colonna sonora notevole, fra rock statunitense e canzoni messicane.

Se siete in cerca di inquietudini da spiaggia meglio puntare sul comunque più decente Lost things, recente produzione australiana.

Collegamenti:

Ian McCrudden
I terribili chacales

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lunedì 3 agosto 2009

Half Light

Half_Light_Demi_Moore_Film_locandina_posterHALF LIGHT
2006, Germania/UK, colore, 110 minuti
Regia: Craig Rosenberg
Soggetto/Sceneggiatura: Craig Rosenberg
Produzione: Lakeshore Entertainment e vari

Rachel Carlson è una scrittrice di successo di romanzi gialli, piagata da un enorme dramma: la morte del figlio Thomas, scomparso per annegamento a soli sette anni.
La donna, a un anno di distanza, è ancora distrutta dall’evento: i sensi di colpa per non aver saputo proteggere il bimbo e la sua mancanza sono tali che il cuore le si è inaridito e l’ispirazione per lo scrivere è scomparsa.

Il rapporto con il marito Brian, un editor e romanziere anch’egli in crisi creativa, non le è di alcun conforto: ormai sull'orlo del divorzio, altro non è che fonte di ulteriori problemi e disagi.
Sharon, la sua amica del cuore, la spinge così a lasciarsi “il passato alle spalle” e a trovare rifugio in un cottage in affitto a Ingonish Cove, uno sperduto villaggio di pescatori delle Scottish Highlands.

Rachel si trasferisce in quei luoghi da sola, ritrovando nella selvaggia tranquillità locale la pace interiore, l’ispirazione per tornare a dedicarsi al suo lavoro, e l’amore: a beneficiarne è Angus McCulloch, il giovane e bel guardiano del faro posto sull’isola deserta di fronte alla costa dove la donna vive.

Ma proprio quando la sua vita sembra essersi incamminata sulla strada della normalità, Rachel comincia a ricevere degli inquietanti messaggi da parte di suo figlio morto: Thomas le appare per metterla in guardia da un grande pericolo che incombe su di lei.
Le sue apparizioni sono reali o Rachel sta vaneggiando? Nel cercare di scoprirlo la scrittrice si avventura sempre di più in un mondo di pazzia, morte e soprannaturale…

L’attuale proliferazione di remakes e sequel, di film ricchi di scene di violenza e tortura sembrava poter svolgere almeno un ruolo benefico, ovvero impedire la diffusione d’altri due o tre sottogeneri che ci avevano ammorbato le pupille negli ultimi anni.
Parevano finalmente scomparse le deliranti pellicole “poliziotta contro serial killer” e sensibilmente diminuiti anche i teen slashers cloni di Scream ma, meglio ancora, totalmente svanito un genere di pellicola nefando che non saprei come chiamare se non con “sola contro tutti”.

In questo tipo di pellicola abbiamo una giovane donna che ha tutto: casa stupenda, famiglia felice, lavoro soddisfacente, soldini a palate, marito bello e merendine del Mulino Bianco in tavola mattina e sera. Dopo dieci minuti di melassa presentativa entra in scena il TRAUMA che porta scempio e rovina in questo quadro sereno.

Lei, a partire da questo evento, non riesce più a recuperare e perde progressivamente contatto con la realtà, alle volte vede anche dei fantasmi, nessuno le crede, amici e famiglia progressivamente l’abbandonano, incapaci di confrontarsi con la sua apparente follia. Si tratterà davvero di pazzia? Esistono davvero quei fantasmi? Qualcuno congiura contro la donna?

Pensavamo, dicevo, di esserci liberati di sonniferi del genere, che seguivano un andamento prevedibile in ogni minima svolta fino al momento del riscatto finale da parte di una donna che trovava ancora energie e motivazioni per riprendersi la vita che forze maligne intendevano rubarle.
Invece, quando meno te lo aspetti, ecco che la Lakeshore in combutta con il carneade australiano Craig Rosenberg decide di girare in Inghilterra, Galles e Irlanda con attori statunitensi l’ennesimo clone di questo tipo di vicenda.

La ricetta è quella consueta: splendide location fotografate con luci da pubblicità alpitour (un Ashley Rowe di routine), interni curatissimi, una star femminile bisognosa di rilancio pronta a giurare che la vita comincia a quarant’anni, un totem angosciante che incomba sulla scena (questa volta tocca al faro della morte maledetta) e l’eterogenea ma altrettanto banale folla di personaggi di contorno.
Mischiate il tutto, aggiungete qualche scena vagamente inquietante (andiamo, i messaggi dall’oltretomba arrivano tramite giocattolini a pile e quelle lavagnette da bimbo con la sabbia grigia!), un concitato finale e avrete la vostra pellicola media pronta a fare incassi medi per poi vivacchiare su dvd per una stagione o due di svogliati e indecisi noleggi.

Half Light è un film che sembra uscito direttamente dai corsi di sceneggiatura con le sue puntualissime svolte di trama e i momenti di tensione drammatica distribuiti con precisa e robotica precisione lungo tutta la durata abusando di luoghi comuni (fino ad apici come: “Ho appena parlato con Tizio” e tutta la folla ammutolisce: “Non puoi averlo fatto! Tizio… È morto tot anni fa!!!”) o scopiazzature da altri film (le lettere magnetiche sul frigo sono prese di peso dal recentissimo Amityville Horror…) senza mai accennare a un guizzo originale o a una sterzata imprevista.
Co-protagonisti insopportabili (il vecchio marinaio, la strega/bambolaia del villaggio pazza ma saggia, il giovane solitario e romantico…) e una colonna sonora invadente e pronta a sottolineare a sproposito vari momenti del film piantano ulteriori chiodi nella bara che non ospiterà mai troppo presto questa pellicola inutile, nata con almeno dieci anni di ritardo.

Brutto ritorno a un ruolo di protagonista per Demi Moore, dopo sei anni di pausa passati probabilmente a conoscere meglio il suo giovane marito (potete ammirarne le “brillanti” capacità nel programma Punk’d di MTV, di cui Ashton Kutcher è conduttore). L’attrice dimostra che palestra e silicone possono davvero fare miracoli e regala una prova tutto sommato adeguata sebbene basata su una sola corda espressiva.
Il tempo, benigno con il resto del suo corpo, ha ulteriormente indurito la sua già proverbiale mascella, ora legnosa al limite del sopportabile.

Problemi durante la lavorazione del film con i soliti yankee che hanno invaso un’isola sacra per la popolazione locale (l’isola di Llanddwyn) per girare il loro film lasciandosi dietro una scia di lattine di birra vuote e altra spazzatura: le divinità si sono vendicate evocando tempeste e venti fortissimi che hanno ripetutamente causato problemi sul set giungendo anche a distruggerlo in un’occasione e bloccando l’arrogante produzione.

Collegamenti:

Imdb su Half Light
Demimoorefan
Llanddwyn Island Walk

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Filmato:

sabato 1 agosto 2009

Ils

ils_them_image_poster_immagine_locandinaILS (THEM)
2006, Francia, colore, 77 minuti
Regia: David Moreau, Xavier Palud
Soggetto/Sceneggiatura: David Moreau, Xavier Palud
Produzione: Eskwad, Studio Canal, Castel Film Romania e varie

Romania. Dopo un breve antefatto che illustra la sorte di madre e figlia in viaggio in macchina nella campagna intorno a Bucarest, facciamo la conoscenza di Clementine e Lucas.

La prima è insegnante di francese in una scuola cittadina mentre il secondo, suo compagno, l’attende nell’antica villa fuori città, occupato a tentare di scrivere un romanzo.

I due cenano, guardano la televisione ma quando finalmente si decidono ad andare a dormire vengono disturbati da strani rumori.
La televisione è stata spenta da qualcuno penetrato nella casa, qualcuno che passa ben resto a maniere più forti, assediando la coppia in un tremendo gioco di gatto e topo.

Riusciranno i due francesi a trovare una via di fuga o verranno catturati da LORO?

Film dopo film l’Europa o perlomeno alcune nazioni europee rosicchiano sempre più spazio e attenzione alle ipertrofiche produzioni statunitensi ribadendo, se ce ne fosse ancora bisogno, che horror e thriller possono essere girati con molti meno soldi e molta più intelligenza.

La tensione è questione di gestione degli spazi, del ritmo, del sonoro e, talvolta, del riuscire a mantenere la minaccia indeterminata e misteriosa fino a pochi passi dalla fine.

Il duo Moreau-Palud sembra voler realizzare un manifesto cinematografico di quanto asserito prima e mette in scena, dopo una introduzione semisuperflua, una lenta carburazione della suspense attraverso qualche quadretto di vita famigliare che raggiunge obbiettivi molteplici.
Da un lato ci vengono fornite informazioni importanti sulle psicologie dei due personaggi principali (anzi, unici), quindi conosciamo meglio l’ambiente principale nel quale si svolgerà buona parte dell’azione e si crea attesa per l’irruzione del Male senza volto, del caos gratuito e immotivato in grado di sconvolgere qualsiasi vita.

Da quel momento, sfruttati gli ingredienti iniziali (luci che si accendono e spengono, fugaci passaggi di ombre, telefonate e rumori molesti), la coppia di filmaker alza il tasso di adrenalina con invidiabile senso del ritmo, sfruttando la bassa definizione digitale per incupire e rendere più claustrofobica la labirintica magione.

La sceneggiatura, denudata di ingombranti sottotesti e priva di alternanza fra momenti di quiete/spiegazione e istanti di orrore/azione diventa così un’unica e concitata sequenza di inseguimento a basso tasso emoglobinico ma dotata di altissima tensione che non mostra segni di cedimento fino alla conclusione.
Il sonoro (in particolare l’anomalo gracidio emesso da uno dei “cacciatori”) contribuisce in maniera fondamentale all’atmosfera e non viene mai usato nel solito modo terroristico-didascalico; altrettanto importante è l’intuizione da parte dei cineasti di cambiare ambiente (la casa, quindi i boschi, infine tunnel e fogne) al momento giusto evitando un possibile logorio o assuefazione alla scenografia.

Soundtrack a base di pianoforte minimalista e poco altro, buone interpretazioni da parte degli attori, basso minutaggio e un ending fra i più inquietanti e meglio gestiti degli ultimi anni sono tutti valori aggiunti a una pellicola fondamentale per meglio comprendere direzioni e valori dell’attuale scena horror/thriller europea.

Collegamenti:

Sito ufficiale
Recensione Alex Visani
Recensione Alberto Di Felice

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