giovedì 30 luglio 2009

Deadgirl

Deadgirl_torture_porn_locandina_poster_immagine_pictureDEADGIRL
2008, USA, colore, 101 minuti
Regia: Marcel Sarmiento e Gadi Harel
Soggetto/Sceneggiatura: Trent Haaga
Produzione: Hollywoodmade

Due ragazzi, autentici loser nel loro college, un giorno, mentre sono in giro dopo aver saltato le lezioni, entrano in una vecchia clinica ormai abbandonata e in rovina.
Nei sotterranei trovano, chiusa in una stanza e legata a un letto, una ragazza.

Dopo alcuni incidenti e in seguito a un esame più approfondito, i due scoprono che la ragazza è una creatura molto particolare: non muore nemmeno se le si spara con una pistola e, se liberata, è molto, molto aggressiva.

Di fronte a queste evidenze sorgono i primi contrasti fra i due amici: uno, più "pragmatico", intende abusare della ragazza come perfetta schiava sessuale e l'altro, più romantico, intende opporsi a questa decisione.

Altri ragazzi si aggiungeranno a complicare la vicenda fino a quando...

Deadgirl è un classico esempio di un ottimo soggetto rovinato da una sceneggiatura malscritta e da una regia amatoriale.
Abbiamo una situazione insolita che, seppur in evidente debito nei confronti dell'intera scena torture-porn odierna, riesce a svoltare ben presto in territori più anomali e si rimane intrigati da alcune delle scelte e delle situazioni presentate.

Purtroppo, non spendendo nessuna energia a costruire qualche personaggio adeguatamente sfaccettato, diventa, man mano che ci inoltriamo nella visione, molto difficile provare simpatia per le parti in gioco: i due ragazzi sono troppo stupidi e perdenti per esercitare il fascino del torturatore senza scrupoli o del romantico debole ma in grado di reagire al momento giusto, gli altri studenti sono poco più che macchiette e la ragazzamorta, beh, la ragazzamorta è un semplice oggetto, che diventa progressivamente sempre più sporco, lacero, bisunto e vagamente antipatico.

Di conseguenza, essendo impossibile una identificazione di qualsiasi segno, sopravviene spesso la sensazione di un voyeurismo della più bassa specie, disinteressato e vagamente annoiato da alcune scelte di regia e, in particolare, di fotografia, con un Harris Charalambous che abusa costantemente dell'oscurità, rendendo in pratica il quadro indecifrabile ogni volta che ci si avventura nella tenebrosa stanza delle torture.

Gli attori coinvolti, in particolare i due protagonisti, sfornano delle buone prove che vanno a controbilanciare i difetti suddetti e c'è anche da sottolineare che la trama, fino al finale di marca reazionaria, evita quasi tutte le svolte più prevedibili, lasciandoci con la sensazione che una maggiore attenzione nei confronti dei dialoghi e della logica interna, associata a qualche soldino in più nel budget, avrebbe potuto garantire ben altra riuscita.

Vi sono purtroppo dei guasti psico-logici così profondi che potrebbero disgustare a fondo chiunque creda in "la sceneggiatura prima di tutto e sopra ogni altra cosa" e non posso dilungarmi oltre in quanto entrerei in profonda zona spoiler.
Mi pare davvero un peccato che si commetta la leggerezza, di fronte a una situazione come questa, di dipingere i teen ager americano come delle macchine settate al sesso a ogni costo, che non riescono nemmeno a porsi eventuali dilemmi morali di fronte a stupro e violenza, perché con altri tipi di psicologie a disposizione l'intera vicenda ne avrebbe guadagnato.
Così invece ci ritroviamo a spiare dal buco della serratura e un minuto proviamo un minimo di colpa e l'altro minuto invece siamo ammirati di fronte a qualche scena particolarmente dura o riuscita, ma troppe volte c'è la convinzione che il regista abbia cercato lo scandalo per lo scandalo, lo shock per lo shock senza altri tipo di pensiero in testa.

La descrizione, la messa in scena della violenza, dello stupro, del ridurre il prossimo a oggetto, l'ho già ribadito alcune volte, funziona molto, molto di più quando vi è un punto di vista, una morale, una scelta etica qualsiasi da parte del regista. Scelta etica che poi, inevitabilmente, condiziona l'estetica, i tempi e i modi della rappresentazione di detta violenza.
Anche quando non comprendiamo tale etica, in quanto distante da noi per cultura, religione, razza, sesso o che altro, essa trapela e permea tutto il quadro.

Se invece viene a mancare un pensiero, una serie di intenti e di schieramenti morali, il massimo che possiamo raggiungere qualche bel quadretto pre-raffaelita, qualche facciata liberty ben realizzata ma priva di anima.
Questo, ovviamente, non è il caso di Deadgirl, i cui realizzatori non hanno sufficiente perizia tecnica per arrivare anche solo a questo livello.

Restano quindi alcuni buoni momenti di recitazione, la strana vicenda di partenza, un vago senso d'insoluto e la coraggiosa prova di Jenny Spain che riesce a prestare il suo corpo a ogni tipo di abuso dando la sensazione di non essere mai "presente" dentro di esso. probabilmente troppo poco per la maggioranza degli appassionati, abbastanza per il sottoscritto per non premere il tasto di fast forward o troncare la visione dopo i primi, canonici 30 minuti.

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mercoledì 29 luglio 2009

Segnali dal futuro

Segnali_dal_futuro_knowing_Proyas_cage_poster_immagineSEGNALI DAL FUTURO
(KNOWING)
2009, USA/UK, colore, 121 minuti
Regia: Alex Proyas
Soggetto/Sceneggiatura: Ryne Douglas Pearson, Juliet Snowden e Stiles White
Produzione: Summit Entertainment

John Koestler è un astronomo che non riesce a uscire dal feroce tunnel depressivo nel quale è entrato dopo la morte della moglie in uno spaventoso disastro. Cerca di badare al figlio ma alcool e tristezza sembrano avere la meglio.

Un giorno nella scuola del figlio riaprono una capsula temporale nella quale gli alunni dello stesso istituto, 50 anni prima, avevano rinchiuso disegni e testimonianze. A suo figlio capita uno strano foglio scritto da una bambina, pieno di anomali insiemi di numeri.

John scoprirà che i numeri non sono altro che le date e le cifre riguardanti tutti i maggiori disastri accaduti negli ultimi decenni. E nella lista sono presenti le date di alcuni incidenti futuri, compreso l'ipotetico Armageddon...

Ci sono i film di fantascienza. Poi ci sono gli horror, i western, i fantasy e i vari ibridi di ogni tipo e grado.
Infine ci sono i film con Nicolas Cage, che fanno genere a parte.
In questo tipo ben preciso di film il nostro attore preferito di tutti i tempi di solito si aggira, novello Diogene in versione supereroistica, con una torcia elettrica e lo sguardo vitreo, a indagare misteri e miserie combattendo contro tutto e contro tutti ma principalmente contro se stesso.

Scegliere Cage per fargli fare la parte di UN ASTRONOMO DEL MIT equivale a scegliere me per farmi fare il primo ballerino all'apertura della stagione della Scala: tutti rideranno e non crederanno mai e poi mai che siamo quel che pretendiamo di essere, ma ci si divertirà ugualmente un sacco.

Alex Proyas comincia a entrare in quella fase di carriera nella quale si smette di collegare al tuo nome l'etichetta "grande promessa del cinema fantastico, in possesso di un'estetica molto personale e ben definita" e si comincia a bollarti come "promessa mai mantenuta che continua a scegliere ottimi soggetti, veicolandoli con stile convincente e poco più e crollando come al solito nel finale".
Eccolo quindi partire tutto sommato molto bene: tiene bene in gabbia Cage, gioca a nascondino fra profezie religiose e momenti horror, mette in scena un ottimo, ottimo incidente aereo (il motivo per cui andrò a rivedere il tutto su grande schermo), sbanda un po' durante la noiosa indagine numerologica ma tutto sommato si tiene dalle parti di un episodio di X-Files girato bene.

Si continua con strani emissari, profezie, incidenti, case abbandonate con i loro misteri sepolti, ulteriore incidente (in metropolitana, anche questo degno di interesse anche se minore rispetto al primo) e poi perde sempre di più il controllo su tutta la carne messa al fuoco, finendo con il bruciare la costata e servire la salsiccia al sangue quando avrebbe dovuto al massimo fare il contrario.

Partire dai toni horror-apocalittici per finire poi nel new age da incontri del terzo tipo è un let down clamoroso che condiziona tutti i reparti e a cui naturalmente corrisponde un eguale crollo estetico: si passa dalle persone in fiamme agli angeli extraterrestri con le ali di luce, si passa dagli aerei che crollano al suolo e le metropolitane che sbandano in stazione a una generica ondata di fuoco in cgi, per tacere dei conigli bianchi e dei mari d'erba promessa...

Ognuno contribuisce a modo suo alla caduta del secondo tempo, con il solo Cage che rimane sempre e comunque uguale e fedele a se stesso (il che, ovviamente, non è detto che sia cosa positiva) e Marco Beltrami attacca con una serie di musiche enfatiche che paiono barocche, pacchiane e artificiose perlomeno quanto gli effetti speciali e le scenografie. Numerologia/cabala e cinema vanno raramente d'accordo (il confusissimo Number 23, il noioso e sofisticato Pi - Il teorema del delirio) ma in questo caso rimane la sensazione di aver avuto per le mani materiale sufficiente per tre film interessanti e aver buttato tutto alle ortiche quando si trattava di arrivare alle conclusioni.

Cage sembra quasi avere un sesto senso al contrario che gli permette di evitare senza esitazione ogni pellicola decente, privilegiando copioni destinati a rimanere negli annali del cinema brutto-brutto, quel tipo di cinema che non ti permette di trovare ideali leve o punti di fuga attraverso i quali magnificarne qualche aspetto e trarne un bilancio medio.

Ci sono alcune scene, in questo lungo (oltre due ore) Segnali dal futuro durante le quali non riesci nemmeno a trovare lo spunto per la comicità involontaria, dall'incredibile orda di animaletti del bosco infuocati e in fuga (Disney-on-acid) all'insostenibile, pesantissima noia del momento in cui Cage svela l'arcano delle sequenze numeriche fino all'intera, greve, illogica, implausibile mezz'ora finale.

Rido per non piangere, perché c'erano premesse stratosferiche in un progetto del genere e anche perché, sì, a dispetto di tutto andrò a rivederlo al cinema, vuoi per le due sequenze degli incidenti vuoi per vedermi di nuovo Cage strafatto di alcool che butta un occhio al foglio, controlla due risultati in prima pagina Google e se ne esce, occhioni a palla e naso cocainico, con la chiave di volta dell'intero Universo!

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Alex Proyas
Nicola Gabbia
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lunedì 27 luglio 2009

End of the Line

End_of_the_Line_terror_underground_Devereaux_movie_film_immagine_image_posterEND OF THE LINE
2007, Canada, colore, 95 minuti

Regia: Maurice Devereaux
Soggetto/Sceneggiatura: Maurice Devereaux

Produzione: Maurice Devereaux Productions


Un gruppo di persone si trova in viaggio, nottetempo, in metropolitana, quando il treno si ferma all'improvviso. Quando tornano energia e comunicazioni, mentre il treno si prepara a riprendere la corsa, alcuni passeggeri ricevono all'unisono una chiamata sui cellulari e, estratti dei pugnali sacrificali, cominciano a sterminare gli altri compagni di viaggio.

I superstiti, scappando a piedi per il dedalo di gallerie, scopriranno che in superficie avviene da qualche ora la stessa tragedia, ingigantita mille volte, e che sulla regione sembra essersi scatenato un Armageddon, provocato dai membri di una particolare setta.

Ogni resistenza pare futile ed è solo questione di tempo prima di rendere l'anima al Signore ed essere purificati dai pugnali sacrificali dei cultisti...


Se vi è un film che più di ogni altro implora per diventare oggetto di remake è questo End of the Line, una pellicola che mischia ottime intuizioni a tragicomiche inadeguatezze, buonissimi spunti a modalità di realizzazione ed esiti disastrosi.

L'idea di metterci a confronto con i pericoli di certa deriva religiosa, visti i tempi, è senza dubbio encomiabile e anche la scelta di un certo tono sempre in bilico fra terrore e ironia, specie quando si ritrae le gesta dei membri della setta, è comprensibile e doverosa: io per primo non riesco a trovare altro modulo di rapporto che la risata verso Scientology e accozzaglie riunite.

Si crea quindi, da subito, una ben precisa e scandita bipolarità: le scene prive di cultisti, che si focalizzano solo sui superstiti e sui loro vari tentativi di continuare a restare tali sono ben realizzate, con dialoghi accettabili e dinamiche comprensibili, alle volte persino brillanti, mentre ogni volta che compare qualche seguace voglioso di sterminare infedeli si cade in quell'imbarazzante campo dell'umorismo involontario che crea più disagi allo spettatore che al regista.

Quando questi cattivi boy scout mal cresciuti estraggono dalle loro borse e borselli la più assurda, anacronistica, cartoonesca arma sacrificale mai concepita dai tempi di Paperino contro i Raeliani dei Sette Giorni è tempo di risate a denti (e posteriori) stretti.

I malcapitati cultisti, per sterminare i maledetti infedeli (che li outnumberano minimo 10 a 1 e nei cui ranghi abbiamo anche polizia ed esercito) hanno a disposizione solo e unicamente delle enormi, enormi croci, non si capisce se fatte di polistirolo o plastica, sapete, di quelle che si possono trovare in quei negozi e bancarelle che vi vendono le fate, i troll e i draghi di cartongesso che fanno quel fumo/vapore.

Ecco, queste croci dell'apocalisse terminano in una sorta di temperino con il quale i cattivissimi adepti vi sgozzeranno, probabilmente offesi dal fatto che state ridendo della loro fallica arma definitiva. I loro capi invece, fortunelli, hanno anche alcune spade, attenzione!
Di fronte a scene del genere e di fronte alla goffaggine dei vari attori scelti per interpretare i fedeli, in contrapposizione alle prove più che discrete elargite da alcune delle vittime, ci riesce davvero difficile seguire con la stessa attenzione l'alternarsi dei due rami narrativi.

Questa continua indecisione su cosa realizzare e come realizzarlo porta lo spettatore a un continuo e frustrante sforzo di adattamento (è satira? Ah no è mortalmente serio! Ah, no, aspetta un attimo, sta di nuovo pigliando per il culo) che sarebbe stato evitabile mischiando con maggiore attenzione i vari elementi e toni.

A tutto ciò bisogna aggiungere l'ovvia considerazione sul budget a disposizione.
Le fonti ufficiali parlano di appena duecentomila dollari canadesi e, alla luce di questo dato cresce a dismisura l'ammirazione per quanto è riuscita a fare la produzione con quella che è la somma necessaria al cestino della merenda di Tom Cruise, ma è comunque impossibile evitare di rimarcare che inevitabilmente costumi, effetti speciali, fotografia e scenografia soffrono di una tale ristrettezza di generi.

End of the line rimane nella memoria, se non altro, come durissima lezione per tutti i nostri aspiranti registi (e anche per molti dei presunti maestri) su come sfruttare fino all'osso una somma che si può mettere insieme con sforzo limitato fra parenti, conoscenti, amici e sponsor vari.

Ammirevoli anche alcuni spunti a livello di script, specie nel gestire le incertezze nel gruppo dei fanatici religiosi, alcuni dei quali si rifiutano apertamente di eseguire quanto pianificato e altri ancora che continuano ad avere dubbi lungo l'intero corso del film, ma è ancora davvero troppo poco per consigliarne una visione a tutti i costi, se non ai completisti, a chi si trova a corto di titoli forti e a chi privilegia in particolare questo tipo di tematica apocalittico-religiosa.

Dispiace davvero, perché l'idea di partenza meritava ben altro sviluppo e perché alcune singole scene (quella riguardante la fine riservata a mamma incinta e marito su tutte) strappano più di un brivido.
Ma subito dopo tornano spadoni di gomma e pugnali di cartapesta a ricordarci che la fine del mondo non può essere così vicina, dopotutto.

Già la bigotteria fa ridere, quando poi si trasforma in bigiotteria apriti Cielo...

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Intervista a Maurice Devereaux
Recensione Anna Maria Pelella

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Filmato:

domenica 26 luglio 2009

Richard Moore

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Melissa George



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Filmhorrorgrafia:

Dark City (1998)
Mulholland Drive (2001)
The Amityville Horror (2005)
Turistas (2006)
Waz (The Killing Gene) (2007)
30 giorni di buio (2007)
The Betrayed (2008)
Triangle (2009)
Untitled 30 Days of Night Sequel (2010?)

Ti è piaciuta? Visita il resto dell'harem nella sezione Scream Queens


sabato 25 luglio 2009

Come si dice "Sì, fammi godere! Ricalcami tutta!" in giapponese?

In questi giorni anche a chi, come il sottoscritto, è piuttosto a digiuno di un certo tipo di fumetti per ragazzi, sarà sicuramente incappato, vuoi attraverso i vari feed, vuoi perché la faccenda ha raggiunto persino le pagine di Repubblica, nel caso delle tavole del fumetto de Le cronache del mondo emerso di Giuseppe Ferrario.

Riassumendo la faccenda in pochissime parole: una ragazza appassionata di manga ha notato alcuni interessanti rapporti fra i disegni di Ferrario e quelli, precedenti, di alcuni importanti autori giapponesi.
Dopo alcune settimane di intenso dibattito in Rete la Panini ha deciso di sospendere la pubblicazione. il disegnatore non ha ancora ammesso di aver ricalcato.
Vi propongo, a seguire, alcuni esempi dei suddetti rapporti e una manciata di link (contrariamente alla mia abitudine, all'interno del testo e non in appendice) per poter meglio comprendere.

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Gli errori/copiature del mondo emerso
Il punto di vista dello sceneggiatore (suggerirei di concentrarvi in particolar modo sui commenti in calce al post)
Post di Giuseppe Ferrario riguardante i fatti
L'articolo di Repubblica
Licia Troisi sulla questione
House of Mistery
Post riassuntivo di Baionette Librarie
McNab sulla faccenda
Ciccarelli bannato da Comicus per aver rivolto domande alla Panini (da seguire anche e soprattutto il link interno, che propone le dieci domande)

Essendo ben al di fuori del target d'età di questo prodotto commerciale (libro e fumetto) mi ero limitato a sfogliare distrattamente le pagine in edicola e sono dovuto andare in fumetteria, una volta scoperto il tutto, per rivedere l'albo in questione.

Non penso sia interessante o rilevante, in questa sede, una ricerca della Verità né la mia opinione su quanto accaduto e sui suoi principali attori.

L'una preferisco lasciarla a studiosi meglio attrezzati di me, e, comunque, avete occhi e cervello vostri, l'altra lascerebbe il tempo che trova: dati tempo e voglia potrei assumere, risultando convincente, tutte le posizioni incontrate fino a questo punto, tutte (giustamente, sia chiaro, come potrebbe essere altrimenti?) ben stereotipate e caratterizzate, tutte con le loro motivazioni, preoccupazioni, accuse e difese.
Ed è appunto questo che mi intriga, pur essendo cosa ovvia: la riproducibilità e la codificazione di certi meccanismi.

Chi mi segue sa che quel che mi interessa maggiormente è il Discorso, la Narrazione e i Nomi.
E di fronte a un fatto unico, ovvero la manciata di tavole che compongono l'albo sceneggiato da Recchioni e disegnato da Ferrario, affascina e molto la selva di Nomi e Memi, la Tag-Cloud sorta a definirlo e definire alcune impressioni sul lavoro e sui comportamenti dei coinvolti.

Foresta che cerco di proporvi qui di seguito, in un esercizio che, a chi cerca flame o, per contro, ponderate riflessioni, sembrerà sicuramente sterile e che invece a me pare interessante, infatti vi ho dedicato più di un'ora.
Si potrebbe quasi tentare il simpatico e noto giochino del montaggio e leggere un Nome e poi guardare le tavole, per vedere se cambia la nostra percezione.
Esploriamo la selva e cercate di ritrovare la diritta via:

Un attimo simili - averla già vista sta scena - simiglianze - copiare - plagiare - ricalcare - processo di apprendimento - buona fede - responsabilità - lavoro di ricalco - copia/incolla - frode - colpevole - modelli di riferimento - tempistiche produttive - polemiche - quelli pescati con le mani nel barattolo della marmellata -sterile polemica -sputtanamento così plateale - banale scusa - farsi gli affari altrui - deontologia professionale - coinvolti - eccessiva leggerezza - perplessità - copia carbone - nascondersi dietro un dito - clone - cover - processo - distribuire le - responsabilità - diritto d' autore - proprietà intellettuale - collages - errore - pressioni - scadenze - copiare sistematicamente - scandalo - ispirazioni - fonti - doppioni - fotocopie - trasferirlo pari pari - eticamente scorretto - riferimento e omaggio - rielaborare uno stile - spioni - replicare pose, espressioni, inquadrature pari pari- mezzuccio - ricalchi da Ultimates di Mark Millar e Bryan Hitch - comportamento superficiale - leggerezza - ipocrisia - cialtroneria - parassitismo - storia così brutta - ragioni oggettive -ingenuità e ignoranza imperanti - caso sporadico - facile accusare qualcuno - teoremi complottistici - cose di questo genere possono semplicemente succedere - incompetenza - situazione imbarazzante - figura peggiore del solito - somiglianza sospetta - perfetta sovrapposizione - stimato professionista - Un pubblico così serio, capace e consapevole è una bella cosa - giocare sporco - copiato un po’ troppo - Io davvero non capisco cosa ci sia di male - - omaggio al maestro - citazione - postmoderno - condotta indifendibile - copiare involontariamente - plagiare - etica - fedele all'originale - luce propria e non riflessa - citato in giudizio - piratesco - riprendere pari pari delle vignette - professionista - scopiazzature - legalità e diritto d'autore - adattarsi - sfogo di emergenti che non riescono a pubblicare - razziato opere altrui - chi è senza peccato scagli la prima pietra - troppo livore - lavoro - copycat - ctrl + c ctrl + v - bravissima persona - peccato di ingenuità - tutti abbiamo copiato - screditare i lavori altrui - minimizzare - rimette la faccia e il lavoro - mettere alla gogna - rubare - scelta dettata dalla necessità - ricalcato - Ha fatto una cazzata - sputtanare - linciaggio - scorciatoia - decalco - riconoscibilità - gogna - chi in vita sua non ha mai ricalcato? - espressione facciali rubate - ha plagiato - un pubblico attento e critico - ricorrere a simili espedienti - politiche del mercato - motivazioni - case editrici scorrette - arrivismo - protagonismo - atteggiamenti al limite del mafioso - porcata - malefatte - furbata - lavoro senza faticare - 20 pagine di fumetto troviamo oltre 19 disegni ricalcati - pirateria - ricalcato alla lavagna luminosa - fanno tutti così - riproducono le pose originali - riprodurre un modello - corto respiro creativo - rispetto - baruffe da bar sport - forcaioli - corporativisti - rifacendomi ai grandi Maestri orientali - questo è un bellissimo fumetto - ricordano molto da vicino - pressocchè identico - intere vignette e sfondi fossero letteralmente copiati da opere di altri - copiato di brutto - dolo - pesante ispirazione - diritti di immagine - ingenuità di proporzioni enormi catena di pubblicazione - delusione - impegno - lavoro pazzesco di ricerca - idolo - proprio copiati - palese - tributare colui che stimo - copia e incolla giustificato - incazzare - indignare - riprodurre lo stile manga - ispirazione - copiatura.

venerdì 24 luglio 2009

Chiamata da uno sconosciuto

chiamata_da_uno_sconosciuto_poster_immagine_locandina_remake_Slasher_ThrillerCHIAMATA DA UNO SCONOSCIUTO
(WHEN A STRANGER CALLS
)
2006, USA, Colore, 87 min.
Regia: Simon West
Soggetto/Sceneggiatura: Jake Wade Wall dallo script del 1979
Produzione: Screen Gems, Davis Entertainment

Jill Johnson è una normale studentessa di college, e fra i suoi problemi ci sono il fatto che si è lasciata un po’ andare nell’uso del cellulare (800 minuti di conversazione oltre il consentito, con conseguente bolletta salata) e che il suo ragazzo ha baciato la migliore amica. Messa in castigo dal padre, Jill deve passare la sera della festa del college nella villa di un ricco medico (e signora), per fare da baby sitter ai loro due figli.

La serata passa tra la visita dell’amica fedifraga in cerca di perdono, il rimpianti per la festa perduta e… anomali scherzi telefonici.
Un maniaco perseguita Jill con telefonate sempre più minacciose, al punto da indurre la ragazza a telefonare alla polizia in cerca di protezione.
Quando la polizia rintraccerà le chiamate, l’incubo potrà finalmente considerarsi iniziato!

Non paghi di riproporre vecchie pellicole girate molto peggio degli originali, gli onnipotenti e ipointelligenti produttori hollywoodiani hanno trovato il modo di sfruttare ancora meglio l’archivio delle decadi precedenti: si prende un film, se ne isolano dieci minuti e si espande quel breve segmento a lungometraggio.

Questa volta è toccata a una discreta pellicola del 1979 (Quando chiama uno sconosciuto), diretta al tempo da Fred Walton: i più attenti ricorderanno l’inquietante gioco gatto-topo fra il killer e la baby sitter, la svolta dettata dalla scoperta dell’ubicazione del maniaco e, dopo l’intervento della polizia, il cambiamento di marcia e tono della pellicola, che si concentrava sull’evasione dell’assassino qualche anno dopo e della sua caccia da parte di un investigatore privato.

Il gimmick iniziale, derivato da quel gioiello tutto da riscoprire e rivalutare che è Black Christmas, funzionava in maniera egregia proprio perché limitato all’incipit; al contrario Jake Wade Wall (attore di scarso successo riciclatosi in sceneggiatore di ancor minori mezzi e possibilità) pensa bene di farne il perno unico di tutta la vicenda sfilacciando tensione e interesse per 87 interminabili minuti.

Ecco quindi improbabili quadretti psicosociali (la costruzione del personaggio di Jill, totalmente strumentale per quel che sarà poi il finale, le insipide figurine di amici, parenti e fidanzatini, tutti figli bastardi di un malcostume imperante da Scream in avanti) e lungaggini varie che servono solo a ritardare l’inevitabile confronto ragazza-maniaco che, irrimediabilmente, sarà una copia carbone di un qualsiasi finale del genere abbiate già visto negli ultimi 20 anni.

Simon West, già colpevole padre dell’orrendo Tomb Raider, torna ad angosciarci accumulando una svogliata compilation di cliché tipici di queste situazioni: il vento fuori dalla casa, le armi risolutive fatte già intravedere nel primo tempo, l’automobile che non parte, l’eroina che sta per soccombere e invece no, il gatto che spunta nei giusti momenti per farci paura…

Non riusciamo a preoccuparci un singolo istante per Jill: vuoi perché è difficile affezionarsi a personaggi dallo spessore misurabile in micron, vuoi perché West sembra totalmente incapace di costruire tensione lungo la vicenda; né, d’altro canto, riusciamo a fare il tifo per un killer tanto cattivo e temibile quando è dietro la cornetta quanto imbecille e goffo quando si tratta di scendere nell’arena e sporcarsi le mani sul serio.

Annoiati dalla piattezza bituminosa della vicenda, insoddisfatti dall’assenza di sesso e violenza (la protagonista, Camilla Belle, sembra una bambola asessuata persino quando finisce con i vestiti tutti zuppi!), ci rimane solo l’ammirazione di fronte al lavoro svolto da arredatore e scenografo, che mettono insieme una villa stupenda, tanto implausibile quanto capace di diventare in breve tempo la sola protagonista del film.

Ecosfera interna con tanto di canarini e pesci, caminetti azionati tramite telecomando, luce che si accende quando si entra negli ambienti, spazi larghi e bassi, pannelli e tendaggi…
L’intera magione diventa unico rifugio per occhio e mente di fronte alla desolante bruttezza di questo remake inutile come pochi altri.

La prossima volta che vi chiama uno sconosciuto portatelo al parco, a fare shopping, al mare, dove volete voi, ma fateci il piacere di non invitarlo al cinema!

Collegamenti:

Sito ufficiale
Intervista a Simon West
Adoring Camilla
Recensione Thriller Magazine

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giovedì 23 luglio 2009

The House Next Door

House_Next_Door_Anne_Rivers_Siddons_Cover_front_ImageThe House Next Door
Anne Rivers Siddons
HarperTorch, 1985 (paperback dall'edizione del 1978)

brossura, 352 pagine, da 2 dollari a 1 centesimo di dollaro

ISBN 978-0061008733


Walter e Colquitt Kennedy sono una coppia trentenne che si gode gli agi della vita borghese in un piacevole sobborgo di Atlanta. Niente figli, buona cultura, alto reddito, un giro di amicizie altolocate e, particolare assai gradito, il fatto che il lotto di terreno adiacente alla loro casa non è occupato, considerato non edificabile dalla maggior parte degli architetti che lo ha visionato.

Le cose cambiano e un giorno un architetto giovane e di belle speranze, patrocinato da una ricca coppietta, avvia i lavori di una casa modernissima, che vince la ritrosia del vicinato e in breve diventa uno dei principali argomenti di discussione del ricco sobborgo.


Ma nella casa avvengono fatti che inizialmente Colquitt, con la sua razionalità, etichetta come orribili coincidenze ma che, con il tempo, comincia a sospettare siano qualcosa che sfugge all'ordinato reame delle leggi fisiche. La casa sembra riuscire a capire cosa renda buona una persona e procede quindi a distruggere quel lato, lentamente, con calcolata e fredda volontà.

I Kennedy, dalla loro abitazione, assistono alla progressiva rovina di ben tre famiglie che si avvicendano nella casa, distrutte da scandali, follia e infine morte...


Con The House Next Door ci troviamo di fronte a uno dei massimi capolavori di genere non ancora, scandalosamente e prevedibilmente, tradotti nel nostro Paese.
E dire che sono ormai passati trent'anni da quando questo romanzo irruppe sulla scena, collezionando plausi ovunque e persino una lunga menzione su Danse Macabre di Stephen King, che volle intervistare anche l'autrice.

Alla miopia nostrana si può facilmente rimediare ordinando il libro online, se avrete fortuna potrete trovarlo usato a un centesimo (avete letto bene), se sarete estremamente sfortunati potrete portarvi a casa questo capolavoro per due dollari e mezzo.

The House Next Door è raro esempio di romanzo che riesce a funzionare benissimo sia a livello di contenuti e trama, sia per quanto riguarda la (superlativa) tecnica dell'autrice sia per quel che concerne l'insieme di sottotesti presentati.

Quel che permette all'autrice di riuscire a colpire con forza e credibilità i lettori è, in buona parte, da collegarsi alle sue stesse radici.
Anne Rivers Siddons appartiene alla buona borghesia del Sud degli Stati Uniti, ha una grande cultura e, cosa ancora più importante, invece di ricascare nello stereotipo conservatore appartiene alla fascia liberal.
Questa condizione le permette di creare un ambiente estremamente credibile, simile a quello in cui vive, popolato di personaggi dalla psicologia perfetta, di nuovo frutto di osservazione approfondito della realtà circostante.

La sua duplice condizione di donna e di borghese di fascia medio-alta le permette di concentrare ancora di più il fuoco sul nocciolo duro, su quel che scatena l'orrore e il terrore quando si parla di una casa maledetta o posseduta.
Un evento di questo tipo è uno dei più puri sovvertimenti dell'ordine prestabilito: viene dissacrata la casa (vero e proprio cardine dello status borghese ed elemento ancora più centrale nella vita di una donna); vengono sovvertite tutte le regole del buon vivere quotidiano (una terribile, terribile scena durante un ricevimento rimarrà a lungo impressa nelle vostre menti, pur non venendo versata una singola goccia di sangue) e tutti, tutti i valori fondanti della borghesia (apparenza, denaro, rispettabilità, status, famiglia, ordine, legge, società); viene infine perturbato, minacciato, distrutto il principio fondante, costituente di tutta la borghesia dalla Rivoluzione Francese a oggi, ovvero la Ragione.

Di fronte a un attacco del genere ogni tipo di resistenza, pur messa ovviamente in atto dai Kennedy (che cognome...) finisce con il fallire e la resa di fronte all'irruzione del paranormale, del Male che finalmente non è un Male tolkeniano, facilmente definibile come assenza o caduta dal Bene, bensì un Male che sfugge a qualsiasi tipo di definizione proprio in quanto non-umano, non frutto di scelta o debolezza, dicevo, la resa è totale, fino ad accettare terreno e armi di confronto decisi dall'Altro.

Vi è una lunga tradizione horror di attacco alla casa come metafora della crisi economica e di valori, attacco che può risolversi, come sempre in questo non-genere, o in un ripristino dello status quo (che alberga i semi di futuri sovvertimenti) o in più raro crollo totale e definitivo, ma quando si vuole colpire il maschio di solito questo attacco casalingo è accompagnato da una destabilizzazione del posto di lavoro, della posizione sociale, del reddito, mente in questo caso la Siddons si concentra quasi esclusivamente in tre ondate di assalti ripetuti a ricche famiglie che guardano alla casa come punto di partenza per la costruzione di una futura vita felice e prospera.

Già contenuti e sottotesti sarebbero sufficienti a segnalarvi il romanzo, ma quel che porta il romanzo ben sopra la media dei normali scribacchini di genere, ben oltre il normale e lecitissimo intrattenimento da dimenticare due secondi dopo è l'incredibile tecnica dell'autrice, che brilla sia nelle psicologie che nelle descrizioni, riuscendo a pescare in un immaginario prettamente statunitense (per molti versi new southern gothic) per generare scene e immagini che rimangono in testa a lungo.

Impossibile non portarvi qualche esempio, pur, per evitare lo spoiler, limitandomi alla prima parte del romanzo.

Siamo verso l'inizio, la prima coppia (lei una ex cheerleader figlia di papà, lui un mammone adorante, succube della mogliettina e avvocato in carriera) si è fermata a bere dai Kennedy e la mogliettina sta facendo vedere ai vicini di casa il progetto del futuro edificio che, ricordate, è molto, molto moderno, siamo ben oltre Aalto tanto per capirci.
Colquitt guarda i fogli e pensa:

"This house was different. It commanded you, somehow, yet soothed you. It grew out of the penciled earth like an elemental spirit that had lain, locked and yearning for the light, through endless deeps of time, waiting to be released. It soared into the trees and along the deep-breasted slope of the ridge as though it had uncoiled, not as though it would be built, layer by layer and stone by stone. I could hardly imagine the hands and machinery that would form it. I thought of something that had started with a seed, put down deep roots, grown into the sun and rain of many years into the upper air. In the sketches, at least, the woods pressed untouched around it like companions. The creek enfolded its mass and seemed to nourish its roots. It looked - inevitable."

C'è tutto.
Ritmo, scelta delle parole e delle immagini, l'evitare le facili trappole dell'antropomorfizzazione (le finestre come occhi, sigh), la descrizione della natura elementale e sinistra e quella splendida, splendida chiusura.
Non è letteralmente possibile un confronto con la scena nostrana, sarebbe ingiusto.

Poco più avanti i Kennedy fanno sesso.

"We made the sort of slow, sweet, deep love that seems to belong to summer nights, different from the muscular, blanketed love of winter."

Che contrapposizione azzeccatissima, e quel blanketed, perfetto.

Più avanti ancora.
La coppietta che andrà a vivere nella casa è composta da due rampolli di famiglie ricche, lui (Buddy) cocco di mamma, come ho detto, lei (Pie) cocca di papà. Vengono descritti dall'architetto, prima c'è una frase di Walter Kennedy, che commenta una sua visita e l'aver visto la mogliettina all'opera col paparino:

"When we were over there, she was out-and-out flirting with him. It was damned creepy."

"If you think daughter and Daddy are creepy, you ought to catch the sonny-and-Mama show, " Kim said. "The mother of the groom was there when I went to see Pie, and she couldn't keep her hands off poor old Buddy. Smoothing his hair, and straightening his tie, and saying what a soldier he'd been about the whole thing, and not once even looking at the bereft little mama, who was glaring daggers at her. She's the soldier in the family; looks exactly like Douglas MacArthur. And he was practically peeing on the rug with gratitude. If you ask me, there's something Tennessee Williams about the whole tribe of 'em."

Solo attraverso processi come questi possiamo poi far irrompere con efficacia caos e distruzione. Se prendo personaggi inconsistenti, non-veri, standard, al lettore poi non fotterà nulla se vengono uccisi, torturati, mandati in qualche malebolgia o altro ancora.
Peeing on the rug, mamma mia, la scena è così vivida, così realistica...

Il prossimo pezzo è invece un tipico esempio, standard per la Siddons, di inizio capitolo con descrizione locotemporale. C'è stato un febbraio insolitamente mite, arriva marzo, i lavori della casa sono quasi ultimati:

"The next weekend March came in like the lion February had delude us into thinking was sleeping. A black, killling frost stole in from some Canadian peak and blasted my camelias. The ground froze hard, turning the rutted driveway at the Harralsons' into corrugated iron, and a high banshee wind sang in the treetops."

Di fronte a esempi così, molti dovrebbero tornare a scuola e lavare i panni, piuttosto che nell'Arno, nel Mississippi.

E vi ho evitato ovviamente esempi di tensione o esplicitamente horror, per non spoilerare troppo.

Vi è una cura maniacale nel descrivere un senso profondo, rispettabile, di appartenenza a un mondo e a delle regole che verranno poi spazzate via: se ci fosse stata una cura minore non avremmo avvertito in maniera così potente il terribile cambiamento.

Non ci sono vampiri, mostri, serial killer mascherati o altri effetti speciali: c'è solo (?) un qualcosa, di indefinito e indefinibile, capace di tirar fuori il peggio da tutti noi, un catalizzatore capace di far precipitare il Male.

E questo provoca in me molti più brividi che zanne luccicanti al chiar di luna e artigli insanguinati.

Non aspettate una versione italiana che mai verrà quando con un centesimo potete portarvi a casa l’originale!

The House Next Door
Anne Rivers Siddons
HarperTorch, 1985 (paperback dall'edizione del 1978)
brossura, 352 pagine, da 2 dollari a 1 centesimo di dollaro
ISBN 978-0061008733

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mercoledì 22 luglio 2009

Libromarcatevi questo!

Malpertuis_Elvezio_Sciallis_Home_Blog_Site_Immagine
Da oggi, con il giusto ritardo che noi splendidi dinocriptolicantrovampirla della Rete possiamo permetterci (come quelli che arrivano tardissimo alle feste e infatti poi trovano solo gli avanzi delle tartine di solito quelle con i sottaceti rancidi), dicevo, da oggi la MalperMagione diventa


e ci liberiamo di tutte le robe blogspot.

Oddio, in realtà non mi libero di nulla, visto che continuo a usarlo come sistema e i singoli post sono ancora con il vecchio indirizzo, ma avere il dominio è un primo piccolo passo che poi mi porterà a fare, ehm, boh, un altro piccolo passo immagino, tipo gli gnomi, chennesò...

Lo so, lo so, wordpress e la rava e la fava, ma ho solo due mani e mezza teste, se volte far tutto voi fatevi avanti con piacere, altrimenti, dai, è ok così per ora.

Insomma se avete il vecchio bookmark e volete cambiarlo, potete usare questo nuovo.
Il vecchio funziona egualmente, ma questo è più figo, no?

Ah, ovviamente stessa cosa succede alla mia ex moglie che con gli assegni che le verso si è comprata una nuova casa anche lei:



Spread the disease!

martedì 21 luglio 2009

Ultraviolet

Ultraviolet_Jovovich_poster_image_Vampiri_horrorULTRAVIOLET
2006, USA, colore, 88 minuti
Regia: Kurt Wimmer
Soggetto/Sceneggiatura: Kurt Wimmer
Produzione: Ultravi Productions, Screen Gems

Nella Shangai del tardo ventunesimo secolo due fazioni opposte combattono una aspra guerra. Gli umani intendono sterminare gli emofagi, portatori di un terribile e contagioso virus che li rende più forti, agili e in grado di rigenerare le ferite ma anche bisognosi di continue trasfusioni e dalla durata media vitale assai breve.

Un bambino, Six, il cui sangue contiene un antigene in grado di risolvere questa situazione di stasi, è braccato da entrambe le parti e spetterà a Ultraviolet, una emofaga il cui passato nasconde dolori e traumi, fare luce sull’intera vicenda cercando di proteggere il bambino da entrambe le fazioni.

Avevo lasciato Kurt Wimmer alle prese con il sottovalutato Equilibrium (ma nel frattempo ha anche collaborato a La regola del sospetto), film che vi invito a ripescare; ritrovo ora questo giovane regista nel momento più nero della sua carriera.
Ispirandosi a una pellicola di John Cassavetes (Gloria, 1980) il filmaker imbastisce un’astrusa vicenda sospesa fra film di fantascienza, horror a base di vampiri e action movie ricco di combattimenti.

Girato con un budget di circa 30 milioni di dollari ma con un look finale da videogioco di serie B, Ultraviolet si inserisce alla perfezione nel trend di pellicole quali Resident Evil o Aeon Flux, prodotti destinati a un pubblico quattordicenne che trova riuniti in un solo oggetto i suoi generi di consumo preferiti (videogames, donnine seminude finto-fetish e musicaccia).
Il film in questione rappresenta però una ulteriore (de)evoluzione in questo campo, grazie alla politica aggressiva da parte della Sony che, insoddisfatta dal lavoro di Wimmer, lo ha esautorato impedendogli qualsiasi tipo di controllo in fase di montaggio e, in occasione del lancio, ha impedito ai critici l’accesso alle visioni in anteprima, di fatto vietando loro la possibilità di dissuadere il pubblico dalla visione.
Siamo ormai arrivati a una netta escalation nell’aggressività di queste multinazionali, che vedono sempre più il pubblico come un nemico, o una preda da conquistare con ogni mezzo possibile: è virtualmente chiuso ogni canale di dialogo critico e costruttivo.

Ultraviolet è un tunnel temporale che riporta indietro alla peggio fantascienza eighties: fondali realizzati con una computer graphic nata vecchia, attori legnosi e inespressivi che sembrano anch’essi generati dallo stesso programma, trama che si riduce a una serie di livelli di gioco (con rare pause per ricaricare le armi), scene d’azione che vorrebbero ispirarsi a Matrix o in generale ai più recenti anime ma finiscono col sembrare gli scarti di lavorazione di qualche spot televisivo.

Chi vi scrive non ha mai trovato nulla di male nel realizzare un’opera che prediliga la confezione rispetto al contenuto, e la storia del cinema è del resto affollata di titoli del genere: ma si tratta di un'operazione che richiede un talento visionario fuori del normale, e che non è assolutamente facile da condurre in porto.

Armi implausibili, buchi logici grandi come astronavi, immaginario sostanzialmente banale e ripetitivo o, nei casi in cui appare brillante (come, è giusto ammetterlo, in certe scenografie e architetture), realizzato in modo approssimativo e privo di ogni cura.
Scene di azione coreografate in maniera goffa o risolte esclusivamente attraverso il montaggio, assenza della pur minima goccia di sangue, stanca ripetitività del narrato (durante il film cambiano in pratica solo il colore dei capelli della protagonista e i centimetri di esposizione del suo culetto e pancetta), pretenziosità assortite, rendono Ultraviolet un prodotto la cui ideale destinazione (la più vicina discarica comunale) è posticipata soltanto di alcuni mesi durante i quali il dvd pieno di contenuti per nulla speciali verrà affittato da ragazzini in fregola che puntualmente ne sospenderanno la visione dopo una trentina di minuti per attaccarsi alla Playstation (che assicura una computer graphic di maggior livello), a Playboy.com (che assicura un eros di maggior livello, ed è tutto dire) o alla visione della finestra della loro stanza (che assicura trama e azione di maggior livello, anche dovesse affacciarsi su una palude morta).

Punti di maggior interesse: gli ottimi titoli iniziali (rubati però da Hulk) e le scene di apertura.
Punti di maggior fastidio: tutto il resto del film, ma la colonna sonora (di un Klaus Badelt che in altre occasioni aveva mostrato talento) si distingue come particolarmente atroce, inascoltabile nemmeno alla quinta pasticca di ecstasy buttata giù con un litro di vodka.

Non sono stati impiegati attori umani durante le riprese, pare.

Collegamenti:

Sito ufficiale
MillaJ
Le dieci domande

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Filmato:

lunedì 20 luglio 2009

Underworld: Evolution

Underworld_Evolution_Vampire_Movie_horror_poster_imageUNDERWORLD EVOLUTION
2006, USA, colore, 106 minuti
Regia: Len Wiseman
Soggetto/Sceneggiatura: Len Wiseman, Danny McBride
Produzione: Screen Gems, Lakeshore Entertainment

Gli scontri tra Vampiri e Licantropi non si placano.
Intanto Selene e Michael cercano di scoprire i motivi che stanno all'origine dell'odio tra le due razze.
Ma il risveglio di un signore dei Death Dealers scombina i loro piani...

Diventa sempre più difficile accostarsi a pellicole quali Underworld: Evolution armati degli abituali e ormai spuntati bisturi critici.

La proliferazione di questo tipo di film impone al critico (ma anche al semplice cinefilo) una seria riconsiderazione dei propri mezzi e metodi. Parlando a titolo personale, la visione nel breve giro di quattro giorni di titoli quali UE, Aeon Flux e Doom mi ha sprofondato in una crisi di sfiducia verso le mie capacità interpretative.

Se valutate con vecchi metri di giudizio quasi tutte queste pellicole mostrano una serie impressionante di limiti, dalla trama ripetitiva, illogica e piena di implausibilità, alla piatta banalità delle psicologie dei personaggi passando per lo stile rozzo e superficiale dei registi coinvolti fino alla drammatica assenza di un qualsiasi tipo di speculazione o contenuto, tutto sacrificato a una azione spesso confusa e farraginosa.

La sensazione è che ci si trovi di fronte a una evoluzione, una ramificazione nel grande albero genealogico del cinema.
Questi action movie (di volta in volta ibridati con altri generi quali l’horror, il fantasy, la sci-fi…) sono diventati, di anno in anno, tanto figli della celluloide quanto strettamente imparentati con altri mezzi espressivi (videogames, innanzitutto, poi cartoni animati, fumetti, animazioni flash sulla rete, giochi di carte e di ruolo, videoclip musicali…) generando un nuovo prodotto che necessita di un bagaglio di conoscenze diverso per essere opportunamente valutato e criticato.

Ecco allora che diventa importante aver giocato a un buon numero di videogames, masticare qualcosa di arti marziali e combattimenti corpo a corpo, sapersi districare fra i vari anime e cartoons che hanno affollato il grande e piccolo schermo negli ultimi anni, avere una infarinatura di fetish e bondage e ascoltare una buona dose di metal e musiche limitrofe.

Il nuovo orizzonte critico risiede nel poter/saper valutare se un combattimento è bene coreografato o meno, se un determinato mostro può essere ucciso o meno da determinate armi, le citazioni che dobbiamo riuscire a cogliere non sono più cinematografiche bensì videoludiche e i nomi che dobbiamo mandar a mente non sono più quelli dei registi bensì quelli dei vari effettisti speciali. O si riesce ad assorbire e fare propri questi strumenti o, nel “criticare” questi titoli, rischiamo di fare figura pessima persino nei confronti del dodicenne playstationdipendente.

Cosa dire quindi di questo Underworld: Evolution?
Che è apprezzabile lo sforzo fatto dal fotografo nel conferirgli una patina fra il blu e il metallico, che i continui flashback non riescono in nessun modo a influire sulla trama o sulla nostra comprensione, che Scott Speedman non riesce mai ad essere all’altezza della Beckinsale e che in generale i combattimenti sono organizzati e filmati in maniera mediocre.

In un cinema che ha alle spalle l’esperienza di Matrix e che vive in contemporanea con le gesta di un Jet Li o di un Tony Jaa non è più ammissibile tentare di risolvere gli scontri con una serie confusa di spari per poi passare a una lotta fisica totalmente risolta in sede di montaggio e piani ravvicinati.
Si crea un giocattolo frenetico e disorganico che lascia l’amaro in bocca a chi era venuto ad ammirare botte da orbi fra vampiri e lupi mannari.

Stesso discorso da coitus interruptus per molti altri aspetti di questo film, dalla mancanza di informazioni organiche sulle capacità dei vari “giocatori” fino allo scarso metraggio di carne esposta nelle scene di sesso (impacciata e freddina quella fra Selene e Michael, fugaci e deja-vu le altre apparizioni di starlettes e vampirelle).

Si gioca a rimpiattino con lo spettatore anche in occasione delle morti dei mostri: non è mai chiaro cosa riesca a ferire chi e spesso la stessa dose di proiettili o lame o pugni è in grado di massacrare un malcapitato vampiro mentre può solo fare il solletico a qualche altro zannuto compare.

Di contro, sul piano positivo, c’è da segnalare un interessante prologo ambientato nel passato (e il filone che mischia horror e fantasy verrà esplorato a fondo in un prossimo futuro…) e un netto miglioramento degli effetti speciali sia meccanici che computerizzati, con un Patrick Tatopoulos finalmente padrone della scena e all’altezza della propria fama.
Algida e frigida la seppur stupenda Kate Beckinsale che, in un ideale scontro fra guerriere dei nostri sogni, le busca di brutto sia dalla Charlize Theron di Aeon Flux che dalla Milla Jovovich di Resident Evil, sia sul piano della sensualità che per quanto concerne le capacità di combattimento (armato o marziale che sia).

Sequel tiepidino di un discreto esordio, bisognerà attendere il terzo capitolo per riuscire a formarsi un parere definitivo sulla trilogia.

Collegamenti:

Sito ufficiale
Intervista a Kate Beckinsale
Intervista a Len Wiseman
Recensione Creepy Visions
Recensione Il Catafalco

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Filmato:

domenica 19 luglio 2009

Shinji Asano

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Tiffany Shepis

Questa volta tocca a una delle mie preferite in assoluto.
Badass scream queen blood princess Tiffany Shepis ha girato più di settanta film di genere.
Tiffany vive e combatte con noi, per noi!

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Filmhorrografia di rilievo:

Red Door (2008)
Thirsty (2008)
Live Evil (2008)
Zombies! Zombies! Zombies! (2008)
Dead on Site (2008)
Dark Reel (2008)
Rule of Three (2008)
Shudder (2007)
Nightmare Man (2006)
Abominable (2006)
They Know (2006)
The Hazing (2004)
Devils Moon (2004)
Detour (2003)
The Ghouls (2003)
Bloody Murder 2: Closing Camp (2003)
Scarecrow (2002)
Ted Bundy (2002)
Death Factory (2002)
Citizen Toxie: The Toxic Avenger IV (2000)
Tromeo and Juliet (1996)

sabato 18 luglio 2009

The Strain

Strain_Del_Toro_VAmpire_Novel_Front_Image_foto_immagineThe Strain
di Guillermo del Toro e Chuck Hogan

Aereoporto JFK, New York.
Un Boeing proveniente da Berlino atterra perfettamente sulla pista ma immediatamente si ferma, tutte le luci spente, nessuna comunicazione con l'esterno.
Dalla normalità a questo impossibile black out sono passati appena sette minuti.

Quando un team di swat penetrerà all’interno troverà tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio morti, rilassati in posizioni normali, espressioni rilassate, addirittura pacifiche o sorridenti. Quattro, si scoprirà, i superstiti.

Toccherà a un ristretto team di epidemiologi cercare di far luce sull’accaduto, ma è molto difficile determinare le cause di morti specie quando i morti spariscono in massa dagli obitori e l'unico sopravvissuto rimasto in osservazione mostra alterazioni impossibili del metabolismo e degli organi interni.

Toccherà a un vecchio sopravvissuto a Treblinka e all’orrore nazista cercare di mettere sula giusta pista Eph e Nora, i due medici: New York è stato scelto come terreno di battaglia e invasione da parte di un antico vampiro che ha deciso di ribellarsi ai patti stabiliti da tempo con gli altri suoi simili.

Aiutato da qualche umano, Sardu, questo il nome del gigantesco strigoi, è approdato in USA e appare intenzionato a diffondere il vampirisimo secondo i moderni dettami della guerra biologica.

Si forma un gruppo eterogeneo, con i due medici, il vecchio ebreo e uno sterminatore di ratti russo. Riusciranno i nostri a rintracciare ed eliminare Sardu prima che sia tutto perduto?

Cosa cercate in un romanzo dell'orrore, o meglio, cosa cercate in un romanzo in generale?

Se siete in cerca di un elevato grado di professionalità, di un misto di tecnica da studente di fascia alta dei corsi di scrittura creativa abbinato a un buon regime da serial televisivo moderno, con le giuste svolte, i giusti nemici, i corretti tradimenti e face off, i ganci e page turner, i diagrammi a onde crescenti per mantenere alto l’interesse del lettore, i sacrifici secondari sparsi ad arte, beh, allora The Strain è il prodotto giusto per voi, un prodotto di alta ingegneria narrativa che sa come far girare la pagina al lettore e mettere in campo le giuste pedine.

Se volete pubblicare, imparare a “scrivere”, sfornare trilogie e fare del word processor il mezzo con cui cercare di mantenervi, The Strain è un ottimo manuale pratico.
Se amate i telefilm moderni, che sono nati con, attached, la definizione di “migliori di gran parte del cinema che gira oggigiorno", ne adorate la serialità e il senso da pantofola calda e conosciuta, in grado di soddisfarvi senza mai tradirvi, allora prenotate l’intera trilogia di Guillermo del Toro e Chuck Hogan, non resterete delusi. Non si rimane mai delusi da progetti del genere, è, appunto, PNLmente impossibile.

Ma se, come me, pensate che l’essere umano ha un tempo di vita finito, limitato, e che c’è un numero finito, limitato di romanzi da leggere è che forse è meglio partire dall’altissimo e far fuori prima tutti i capolavori della narrativa per poi, se rimane del tempo, scendere verso il basso, allora potreste rimanere un pochino delusi da The Strain.

La stessa delusione che si prova quando entrate in un pub che non conoscete ancora, ordinate un vodkatini e scoprite che ve lo servono stirred invece di shaken. O, per chi non ha capito, quando d'estate chiamate per un daiquiri al melone e scoprite che invece del melone hanno usato lo “sciroppo di”.

Siamo, ovviamente, a un livello di factory da noi qualitativamente impensabile, con uno scrittore come Hogan che dove lo metti sta, consulta due o tre libri di testo e si mette a macinare pagine su pagine tessendo la giusta tela.
La tela disegnata esattamente come quella tela di ragno che vi sta venendo in mente adesso mentre mi leggete.
Quella, sì.
Questo per alcuni lettori è un gran bene e per molti critici pure, ogni cosa fila al posto giusto e al ritmo giusto e voi che tornate a casa stanchi dal lavoro, coi cazzi della vita cui non volete pensare, andate a combattere vampiri, a sperare che lui ce la faccia, a odiare quel maledetto bastardo e sgranocchiare un altro capitolo per vedere se alla fine quel simpatico comprimario…

Per me invece un libro così è un capolavoro in meno letto e qualche ora di più di età sul groppone, ore che non tornano indietro, ahimè.
Non saprei come altro avvertirvi, perché non posso in nessun modo parlare “male” di un romanzo come questo, ad avercene comunque in Italia, magari… The Strain è una lettura godibile, anche se a voler essere pignoli un venti, trenta pagine in meno non avrebbero fatto male a nessuno e qualche attenzione maggiore a certi dettagli ci avrebbe evitati un superstite ebreo ultraottuagenario malato di cuore che insegue per una stanza, con spadone in mano, un antico e potente vampiro.

Del Toro recupera i pezzi della miniserie televisiva che non è poi andata in porto (e il montaggio è tutto televisivo), miniserie che a sua volta deve tantissimo a Blade 2, e si mette all'opera per trasformare questi brani di sceneggiatura, insieme a Chuck Hogan, in qualcosa di decente dal punto di vista letterario.
Operazione riuscita e grande traino di vendite in quanto si può scrivere in copertina “dall’autore de Il labirinto del fauno”.
Personaggi ben giostrati e stereotipati, con un goccio di razzismo di ritorno da parte del messicano del Toro (la domestica immigrata sempre religiosacristiana ma anche un po' pagana, l'ebreo che mormora cose tradizionali, l'immigrato russo, il delinquentello del Bronx...) e progressione del contagio condita da un minino di background folkloristico, con i conflitti in crescendo fino al climax finale che, trattandosi di una trilogia programmata a tavolino, non è certo finale.

Scrivere una trilogia significa tirarlo fuori mentre stai venendo, metterci del ghiaccio, pensare a tuo nonno e ai campi in fiore e poi riprendere a sellare come se nulla fosse. Per due volte di seguito. Freud dice che fa male.

Ma tutto ok, narrativa 101, la Harper Collins ringrazia, i conti in banca pure e via verso il nuovo capitolo.

Cosa funziona da dio in The Strain?
L’immaginario del messicano che, insieme a Mignola e pochi altri, ha rivoltato il nostro fantastico come un calzino e ha rivoluzionato, da solo, alcuni archetipi, pasticciando a destra e manca.
L’origine del vampirisimo, le mutazioni, lo stinger boccale, le feci spruzzate sui muri mentre i bastardi si cibano, i vari ritorni a casa nelle suburbie di ogni tipo a uccidere il sogno americano: è tutto molto bello, funzionale, colorato, efficace, azzeccato.

Cosa non funziona?
Lo stesso metabolismo, lo stesso tentativo di ridurre o elevare il tutto a scienza, a biologia.
Mi spieghi la rava e la fava di questi vermi parassiti che ti rendono vampiro, mi illumini tutto con l’Encyclopédie e poi però pasticci a lato, nei dettagli: le croci ovviamente non combinano più nulla ma i vampiri non riescono comunque a superare i corsi d’acqua (perché? Visto che di perché infodumpici mi hai sommerso fino alla pagina prima, dammi anche questo, no?), l’acqua santa e il frassino fanno zero ma alle volte i vampiri possono entrare non invitati e altre volte no.
E così via.

Cosa non funziona davvero tanto?
Due cose che affliggono il romanzo come una piaga virulentah-ah-ah.
Un infodump assurdo,elefantiaco, veicolato dalla solita onniscienza superiore e non dai personaggi, che spezza il ritmo e ti tende tranelli nei posti più impensati.
Un esempio fra i tantissimi?

I nostri (pagina 320-321) cercano di rintracciare il cattivone e vanno nelle case dei primi infetti. In una trovano che la moglie di un neovampiro non è riuscita a sopportare il tutto e si è tagliata i polsi lasciando una tragica nota ai figli.

Io sono lì che piango e mi dispero, capite, penso ai bambini senza madre e al marito vampiro bestia bastardo che forse si nasconde lì pronto a mangiarsi i miei eroi e i due autori che fanno? Entrano a gamba tesa in area e mi smalleolano il malleolo della suspension of disbelief con questa robaccia che trascrivo:

“ Wrist cutting is one of the least effective methods of suicide, with a success rate of less than 5 percent. It is a slow death, due to the narrowness of the lower arm, and the fact that only one wrist cut is possible: a deep slice severs nerves, rendering that hand useless. it is also extremely painful, and as such, generally successful only among the profoundly depressed or the insane.”


Grazie, ma ho letto Suicidio modo d'uso quando avevo l'angst, 20 anni fa, e andavo ai concerti dei Negazione: magari mentre sono immerso in un romanzo no, grazie.

L’arbitro non fischia rigore, io mi rotolo in area incredulo, con un dolore che altroché il wrist cutting e annaspo per cercare di rientrare nella narrazione.
E, ahimè, di esempi così ne è pieno il romanzo.

l’altro grandissimo problema sono tutti i confronti che tirano fuori i due autori.
Tutto è “as” o “like”, non avrete mai, chessò, un tizio che si incammina solitario lungo una strada di notte e basta, bensì sarà sempre accompagnato da un "come un viandante grigio con la gobba rosa che ha appena assistito al tramonto e ora volge il suo sguardo inquieto verso l'oscurità imminente” e questo quando va bene, perché in altri casi saranno giganteschi topi ubriachi per tutti.
Un esempio anche in questo caso:

“... the odor of his sickness, which to his nose resembled the smell of congealed cooking grease stored too long in a tin can rusting beneath the sink.”


Ora vi è più chiaro che odore ha la sua malattia?
Eh?
Eh????

Un singolo racconto di Brabdury o Matheson, senza scomodare i grandi mostri sacri del mainstream, valgono per me più di un volume come questo.
Non sono granché a prevedere svolte e sviluppi, pensate che fino a quasi alla fine non avevo pensato al fatto che Bruce Willis potesse essere un fantasma, ma in questo caso tutto è avvenuto come ho previsto, sono morti i personaggi che mi aspettavo morissero e sono stati raggruppati e schierati quelli che mi aspettavo, con l’intervento ovvio del third party più o meno quando era necessario.

Questi scrittori sono gente che lavora e che guadagna con la scrittura, a pacchi, come ce ne sono alcuni da noi, nulla di male, e vi assicuro che offrono comunque uno spettacolo decente, leggibile, godibile, massimo rispetto per la gente che lavora, subentra la retorica del "chi sei tu per parlarne male e comunque chissenefrega c'è la vita da vivere". Amen, i dati e risultati sono dalla loro.
Ma leggerò i prossimi due episodi?
No, grazie, posso immaginare più o meno il climax del secondo e gli sviluppi del terzo, ci sono un sacco di altri libri in attesa, passo.

The Strain
Guillermo del Toro e Chuck Hogan
HarperCollins, 2009
rilegato, 416 pagine, $ 17,81
ISBN 978-0061558238

giovedì 16 luglio 2009

Halloween

Nell'impossibile corsa a recuperare tutte mie recensioni apparse nella prima versione del blog, ormai estinta, e in giro per altri siti, prima del 2010, ripropongo ora, senza cambiare quasi nulla, quanto avevo scritto su Halloween di Rob Zombie, visto che il 28 agosto esce l'attesissimo (da chi?) sequel.
Lascio il tutto su per due giorni in quanto è lungo il triplo rispetto alla media.

Halloween_RobZombie_Slasher_Movie_Poster_ImageHALLOWEEN
2007, USA, colore, 109 minuti
Regia: Rob Zombie
Soggetto/Sceneggiatura: Romb Zombie sulla base dello script originale di John Carpenter e Debra Hill
Produzione: Dimension Films e vari

Michael Myers è il giovane figlio di una famiglia disfunzionale che vive in una casa nella periferia di Haddonfield, Illinois.
La madre lavora come spogliarellista, il padre è un alcolizzato buono a nulla e la sorella maggiore preferisce scoparsi qualsiasi essere vivente le capiti a tiro invece di accompagnare il fratello a fare “dolcetto o scherzetto” la sera di Halloween.

La tragedia esplode in tutta la sua drammaticità proprio in quel momento e Michael, colto da raptus, compie un massacro. Quando sua madre torna a casa lo trova seduto sui gradini con la sorellina piccola, unico essere vivente risparmiato.

Chiuso in una clinica psichiatrica, Michael cova risentimento e follia per molti lunghi anni e quando riesce a fuggire è pronto a tornare ad Haddonfield per completare quanto iniziato, ancora legatissimo alla sorella minore, Laurie Strode.


È la sera di Halloween. Michael arriva in città, una maschera a coprirgli il volto e un coltellaccio in mano.
Solo il Dr Loomis, che lo aveva studiato e seguito per anni in clinica, è a conoscenza dei segreti della sua psiche e può tentare di fermarlo prima che si ripeta il massacro di tanti anni prima.

L’horror, come genere cinematografico, ha dovuto fare i conti, fra le altre cose, con un crescente problema di fanatismo che, a partire dai tardi settanta, ha colpito sempre più critica specializzata e pubblico, sclerotizzando la scena in una serie di gruppi di tifosi che non riescono a trovare il distacco e l’obiettività necessari a godere e giudicare serenamente le opere che vengono loro proposte.

Troppo spesso vengono perdonati ai film di questo genere delle mancanze e dei difetti che in ogni altro settore farebbero storcere il naso anche a spettatori di bocca buona e troppo spesso i “critici specializzati” perdonano esiti men che mediocri con la scusante del “genere”. In fondo è solo un film horror, sembra essere la bottom line, cosa potete aspettarvi?

Ho sempre cercato di combattere contro questa attitudine mentale, contro questa visione dell’orrore come divertimento cheap per teen ager brufolosi e semi nerd, ed è molto interessante notare come esista in definitiva una coperta troppo corta con la quale critica e pubblico in malafede non riescono a coprire contemporaneamente spalle e piedi: da un lato si cerca il pieno riconoscimento dello status adulto dell’horror, si vuole che il genere sia riconosciuto per la sua dignità e maturità e dall’altra parte, appena si tenta di lavorare seriamente in tal senso e quindi si comincia a stroncare una buona percentuale delle pellicole coinvolte, ecco che la coperta viene stiracchiata dall’altro lato e si proclama indignati che non bisognerebbe criticare così il filone perché in fondo è solo horror…

In rete, a due giorni dall’uscita del remake di Rob Zombie, sono naturalmente già partite aspre battaglie su vari forum e siti, con da un lato un gruppo di critici e spettatori che puntano il dito su tutta una serie di difetti e dall’altro lato la massa (non grande quanto ci si aspettava ma comunque nutrita) degli Zombie-fans pronti a difendere il loro idolo del momento quale nuovo alfiere dell’horror caciarone e debordante.

Cercando di riassumere la natura delle due posizioni, a prescindere dal mio giudizio personale, appare chiaro che mentre il primo gruppo porta avanti una serie di motivazioni dettagliate (opinabili o meno, poco conta) il secondo invece riduce la questione a poco più che uno scontro fra tifosi, reclamando il torto degli altri “che non capiscono nulla di horror”.
Fatto salvo il fatto che ognuno è libero di gradire e di dire più o meno quel che gli pare, sarebbe di grande utilità per la formazione di un fandom maturo che anche i tifosi di Zombie portassero avanti una serie di ragionamenti su quel che funziona nell’ultimo suo film, di modo da generare un dibattito su basi serie e non sull’appartenenza o meno a una data tribù. Altrimenti, a colpi di “perché Zombie è fico”, “viva Michael”, “perché è così” possiamo tornarcene tutti al kindergarten di appartenenza e giocare a guardie e ladri.

Ci sono ancora due o tre sassolini nella scarpa che è bene togliersi prima di iniziare a parlare del film in questione.
Da parte mia sono davvero stanco di una certa tendenza che avverto sempre più in una fascia di pubblico e critica.
Quando esce un remake ti dicono che NON devi confrontarlo con l’originale.
Quando esce una trasposizione da un fumetto ti dicono che NON devi rapportare le due opere, non hanno nulla a che spartire.
Quando attendi con curiosità l’opera chessò, di un Cronenberg, ti dicono che sei andato al cinema con troppa aspettativa.

Non vedo perché NON dovrei.
Questi signori fanno remake contando anche sul traino e sul richiamo pubblicitario dell’originale.
Girano le trasposizioni richiamando molti lettori del fumetto, curiosi dell’esito.
Andiamo al cinema anche per via del nome del regista, che ci ha convinto con opere precedenti.
Le opere non sorgono asetticamente per qualche tipo di miracolo, prendono forma da migliaia di spunti e influenze e se un regista preferisce spendersi sulla rielaborazione di un film già girato piuttosto che creare una sua visione, dovrà mettere in conto (così come mette in conto di attirare una parte di pubblico che ha gradito l’originale) che si operi un confronto.
Il modo per evitare tutto ciò è di sedersi a una scrivania e scrivere la propria opera originale.

Smettetela di frignare e accettate il confronto, se avete le palle per richiamare la base di pubblico carpenteriana dovete poi avere anche le palle per accettarne il parere e il confronto.
Invece, se appena si nota che il film non funziona come dovrebbe, scatta subito la pretesa di aver girato “la propria versione, con una visione personalissima”.
No. Hai solo suonato una cover di un pezzo che appartiene a un altro gruppo musicale. Alcune volte ti può andare bene e te ne esci come Hendrix se ne è uscito nei confronti di Dylan con All Along the Watchtower, molto più spesso dovrai mettere in cantiere la probabilità che il classico ti spezzi le reni.

Proprio John Carpenter è l’esempio migliore: il suo remake di The Thing è uno dei film più importanti dell’horror moderno, la sua versione de Il Villaggio dei dannati è uno dei remake più banali e noiosi che abbiano raggiunto le sale cinematografiche negli ultimi lustri.

Detto questo, per evidenziare ancora di più la povertà e la stupidità dell’ultimo film di Rob Zombie (regista a me caro e su cui mi sento di scommettere ancora, dopo due delusioni cocenti), cercherò di NON confrontarlo con il film del 1978 perché sarebbe davvero un massacro totale per il povero Rob che tutti quanti immaginavamo più scaltro e più autore e il cui intento di rifare un classico è perlomeno in netto contrasto con alcune sue dichiarazioni di pochi anni fa nelle quali sparava a zero sul trend di remake e sequel…

Halloween 2007 è uno dei più brutti film horror dell’anno.
Un pasticcio formato in egual misura da totale incapacità a livello di sceneggiatura e profonda incomprensione dei meccanismi puramente tecnici alla base di emozioni quali il terrore, la paura, l’ansia, la suspense, l’orrore, la tensione.
La cifra stilistica di Zombie può andare benissimo se vorrà girare altri mille road movie over the top, di grana progressivamente più grossa, continuando a fare i casting come se fosse un bambino in un negozio di caramelle.
Ma, detta cifra, è totalmente incapace di veicolare quanto richiesto da uno slasher movie sia a livello di sintassi che per quanto concerne i contenuti.

Se, come sembra a giudicare dalla prima parte, l’intento è quello di centrare il film sulla figura di Michael Myers diventa ancora più inspiegabile come nella seconda parte si abbandoni questo focus in cambio di un punto di vista molto più dispersivo.
Inutile poi spendere più di 30 minuti di approfondimento della genesi e presunto (accento su presunto) scavo psicologico di Michael quando poi l’esito è assolutamente pari a quello carpenteriano, ovvero un killer che vaga silenzioso di omicidio in omicidio: tutto il lavoro accumulato sulle spalle di Daeg Faerch si perde poi nella schiena ben più grande di Tyler Mane.

È poi tragica la gestione stessa della genesi.
La famiglia disfunzionale dipinta da Zombie con i suoi ormai stravisti stereotipi da lumpenproletariat (alcoolismo, prostituzione, violenza, bassissima cultura, indigenza ecc ecc), con Michael bambino tacciato di omosessualità, perseguitato dai bulletti a scuola, amante delle torture sugli animali, sempre pronto a nascondersi dietro le maschere (il simbolismo che era sussurrato in Carpenter viene qui urlato così tanto da perdere ogni tipo di efficacia) è tanto banale quanto sterile.

Michael era il Male immotivato, soprannaturale e fine a se stesso, capace di nascere e nascondersi proprio nel cuore dell’America perbenista (si veda la famiglia di origine nel film del 1978, middle class, felice, coesa, con i classici valori e ideali) e PROPRIO per questo più terrorizzante e funzionale quale atto d’accusa e gesto politico. Il Male si può nascondere in qualsiasi casa, in qualsiasi situazione. In every dream home, a nightmare, cantava troppo tempo fa Joe Jackson.

In Zombie non accade nulla di tutto ciò e non si può rimanere più di tanto sorpresi dai gesti del piccolo Michael, pura reazione di difesa e sopravvivenza all’interno di un universo caotico e aggressivo, il tutto condito dal trattatello di psicologia criminale for dummies, scritto da un rocker che si pensa anarchico e invece conferma a ogni pagina di sceneggiatura una visione sgradevolmente, inconsapevolmente reazionaria.

A queste concezioni non possono che seguire adeguati personaggi e un casting conforme, con la bella (ma il tempo comincia a reclamare pegno, ahimè, e il culetto cascherà sempre più) ma totalmente incapace Sheri Moon che sembra naturale solo attorno a un pole da stripper bar e William Forsythe sepolto da una serie di dialoghi che nemmeno Bombolo.

Disastro segue disastro e quando entra in scena un legnosissimo (non che Donald Pleasance fosse molto meglio, ma riusciva perlomeno a veicolare carisma) Malcom McDowell nella parte del Dr Loomis si tocca il fondo con una gestione imbarazzante del personaggio, del suo rapporto con il Mostro e con i dialoghi peggiori dell’intero film.

Segue un lungo intermezzo manicomiale durante il quale, vedendo quali attori sono stati usati per impersonare medici, direttori e guardiani, viene lecito chiedersi chi siano gli assistiti e chi gli assistenti in una casa di cura assai più disfunzionale della famiglia di origine di Michael.
“Acuta” critica al sistema manicomiale o di nuovo, sceneggiatura portata avanti fra birra, cocaina e canne?
Il nostro mostro cresce fra una forchettata alle preparatissime infermiere che vengono lasciate sole con lui e gli danno tranquille la schiena e si tramuta nell’imponente, slipknotiano Tyler Mane che piglia e fugge lasciando una scia di cadaveri.

La figura del wrestler non viene adeguatamente sfruttata da Zombie che non recepisce NULLA di quanto trasmesso da Carpenter e fallisce miseramente nella seconda parte del film, quella che cerca di compendiare l’originale in una quarantina di minuti.
Nessun gioco di profondità di campo, pochissimi tentativi di POV del killer, intrusioni sonore in grado di rovinare praticamente ogni scena, impossibilità da parte dell’audience di identificarsi sia con Michael (che viene lasciato a se stesso) che con Laurie (che per esigenze di tempo, orrida caratterizzazione psicologica e scarsi mezzi recitativi non riesce a emergere dal trio di ragazze che Zombie mette su con la solita cura e delicatezza)…

Comincia così una lunga sequenza di inseguimenti, omicidi, stalking, rivelazioni e confronti girata con confusione e un montaggio ignobile da parte di un Glenn Garland che è facile immaginare preso in mezzo fra Zombie, i fratelli Weinstein e i vari screening fino a perdere completamente la bussola.

Si assiste ai vari omicidi con un senso di progressivo fastidio per la mancanza assoluta di brividi e tensione a si arriva stanchi e provati al confronto finale fra il trio (Michael, Laurie e Loomis) la cui risoluzione lascerà parecchio amaro in bocca sia ai cultori della franchise che al semplice appassionato di logica…

Ci si perde facilmente nel circo di apparizioni di volti noti ai cultori dell’horror e Zombi inanella una serie di stereotipizzazioni che variano dal cartoonesco all’insipido e il make up di alcuni attori (Foree, Dourif e McDowell in primis) distrugge ogni ultima possibilità di credibilità.

Credibilità che evidentemente non è fra gli interessi del regista, nulla di male se buona parte del film non fosse giocata cercando invece una credibilità nella genesi di un killer che funziona come definitiva pietra tombale per l’intero film.
"La maschera serve a nascondere la mia bruttezza", dice Michael, e le risate coprono quello che l’autore pensava potesse essere un momento di seria riflessione, uno squarcio sull’umanità del mostro…

Scegliendo di spiegare la rava e la fava e piazzando Michael praticamente nel 90% delle inquadrature del film si trasforma “Il Male” nel molto meno interessante “male” (e quindi togliere l’elemento soprannaturale introduce una serie di buchi logici grandi come una casa) e si finisce con il girare uno slasherino sopra le righe e fracassone, memorabile più per la sequela di parolacce (Bitch I will crawl over there and skullfuck the shit out of you! -
Bitch! If you don't think I aint makin' a mental list of all your fuckin' bullshit! - I'm gonna rip off your ears and feed them to your ass!... Sono solo alcune delle perle che troverete sparse in giro per il film, provenienti da OGNI personaggio…) che per qualche altro fattore.

Ancora più colpevole, da parte di un artista che ha un passato e un presente di musicista, è un uso del sonoro privo di senso e sovrabbondante e una scelta di canzoni che, con qualche eccezione, spazia fra lo stra-abusato e banale (Mary don’t fear the reaper avrebbe bisogno di stare assente dagli schermi horror per almeno 20 anni prima di essere usata nuovamente) e il fuori luogo (Peter Frampton? Capisco il tentativo di dipingere i tempi, ma andiamo, non più…).

E, fra poco, Roberto NonMorto tornerà sul luogo del delitto, pronto a spremere tutto quel che è possibile spremere dal povero Michael...

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