domenica 31 maggio 2009

Il detenuto, al sangue o ben cotto?


Sono occorsi due tentativi e quasi un minuto e mezzo per friggere il primo condannato alla sedia elettrica.
Il 6 agosto del 1890, nella prigione di Auburn, New York, William Kemmler si buscò una dose iniziale di più di 2000 volts per circa diciassette secondi, prima che venisse interrotta la corrente. Nulla da fare: Kemmler era ancora vivo, respirava convulsamente, rosso in viso.
Secondo tentativo, una volta ricaricato il tutto: stessa dose ma per più di un minuto, con il poveraccio che finalmente crollò e i testimoni che poterono chiaramente distinguere del fumo alzarsi dalla sua testa e avvertire un intenso odore di carne bruciata.

Il bis-bis-bisnonno di John Carpenter ha inventato l'ascensore. L'Italia è il Paese con più ascensori nel mondo.

Il budget del primo, indimenticabile Halloween era così basso che gli attori dovettero provvedere al proprio guardaroba. Quello di Jamie Lee Curtis costò all'attrice all'incirca un centinaio di dollari.

Alcune statistiche mostrano che lunedì è il giorno della settimana durante il quale accadono più suicidi e infarti.

Nel tredicesimo secolo Tommaso D'Aquino sosteneva che un incubus poteva mettere incinta una donna dormiente.

Marzo 2009. Truppe governative della Repubblica del Congo, soldati dell'Ottantacinquesima Brigata, hanno stuprato alcuni pigmei di un villaggio per assicurarsi dei superpoteri e protezioni magiche. Il capovillaggio è stato spogliato e stuprato di fronte ai suoi figli, cui poi è toccata la stessa sorte. Non è la prima volta che gli sfortunati Pigmei subiscono un simile fato.

Per girare Blood Feast H.G. Lewis chiese a una società produttrice di sangue finto di render il loro prodotto atossico e bevibile dagli esseri umani, per meglio girare alcune scene. Quel che Lewis non disse al cast? Che l'ingrediente di base di tale liquido era un addensatore delle feci, un antidiarroico insomma, il Kaopectate.
Sempre parlando di sangue finto, durante le riprese di Braindead alcune camicie erano così intrise di sangue che, messe ad asciugare, stavano poi in piedi da sole.

Una donna di più di 90 anni, nell'area di Chicago, ha vissuto per 20 anni con i resti di tre fratelli e sorelle senza che nessuno si accorgesse di nulla. Quando i poliziotti, verso la fine del 2008, sono entrati nel suo appartamento, hanno trovato due scheletri e un corpo in avanzato stato di decomposizione coperto da lenzuola.
La vecchietta è stata molto gentile e ha collaborato con le autorità, per poi essere trasferita in una casa di cura.
Senza i parenti.

Con ogni probabilità, il film horror con il titolo più lungo della storia del genere è "The incredibly strange creatures who stopped living and became mkixed-up zombies"...

Il candirù è un piccolissimo pesce gatto parassita, che si nutre di sangue e che in rari casi è riuscito, penetrando dal pene umano, a risalire fino all'uretra. una volta giunto a destinazione il candirù sis cava una tana e rimane attaccato alle pareti tramite forti uncini, procedendo quindi a cibarsi a sazietà.

Nei primi giorni di maggio 2009 un idraulico trentenne di Witney, nell'Oxfordshire, ha espulso dalla zona intorno all'ombelico il feto morto del suo gemello, che aveva "assorbito" durante le prime settimane di gestazione di sua madre. L'uomo da tempo era un mistero per i medici, che avanzavano le ipotesi più disparate (cisti, peli incarnati) e quando infine ha sentito un forte dolore alla pancia si è fatto ricoverare d'urgenza.
Un medico, vedendo il piccolo feto malformato di 4 centimetri uscirgli dalla pancia ha parlato di scena che ricordava Alien.
Ora l'uomo conserva il cadavere del suo fratellino in una piccola urna a casa.

Nell'antico Egitto uno dei metodi contraccettivi più in voga prevedeva il consumo di sterco di coccodrillo.

Wes Craven ha scelto il nome Freddy Krueger perchè era quello di un ragazzino che lo picchiava abitualmente quando era piccolo.

Ti sono sembrate notizie interessanti? Ne trovi mille altre nella sezione Macabria 101

Fred Einaudi







sabato 30 maggio 2009

Erica Leerhsen





Filmhorrorgrafia

Il libro segreto delle streghe: Blair Witch 2 (2000)
Non aprite quella porta (2003)
Wrong turn 2 - Senza via di uscita (2007)
Living hell - Le radici del terrore (2008)
The Fury (2009)
Slaughter (2009)
The Message (2009)

Ti è piaciuta? Visita il resto dell'harem nella sezione Scream Queens

Seere



Nome: Seere (aka Sear, Seir o Seire)
Zodiaco: Acquario
Tarocchi: 8 di coppe
Giorno: Lunedì
Colore: Verde
Pianta: Salice piangente
Pianeta: Luna, Giove
Metallo: Argento, Stagno
Elemento: Acqua
Grado: Principe

Seere è un Principe infernale di media potenza, in grado di comandare 26 legioni di demoni e ha due forme principali con le quali manifestarsi: o come uomo dai lineamenti molto belli, il corpo muscoloso e possenti ali bianche oppure come un affascinante cavaliere che monta un pegaso.

La voce, in accordo con l'aspetto, ha toni gentili e in generale proprio la gentilezza è uno dei tratti più evidenti di questo demone che risulta essere uno dei pochi dotato di natura estremamente benigna, sebbene non per questo si opponga attivamente al Male.

La sua natura lo rende uno degli spiriti più facili da evocare e controllare e più adatti a svolgere gli incarichi e gli ordini, che difficilmente verranno male interpretati o distorti.
Le sue principali sfere d'azione sono, in qualche modo, simili a quelle del dio Mercurio: viaggi, furto, scoperte e individuazione.

Seere è in grado,volando con velocità incredibile, di raggiungere ogni angolo della Terra in pochi attimi ed è capace sia di scovare tesori nascosti che di rubare ogni tipo di bene.
Per contro, è anche in grado di recuperare qualsiasi possesso personale che sia stato sottratto da un ladro.

In generale viene associato all'abbondanza e al soddisfacimento dei desideri.

Memetica

Questo Principe infernale è listato nell'Ars Goetia ma non nel Pseudomonarchia.

Forse l'apparizione più famosa di Seere fuori dai tomi medievali è nel videogame Final Fantasy XI dove Seere è un White Mage con capacità di Steal molto alta.
la Square deve essere affezionata a questo patronimico in quanto lo ha proposto anche in un altro suo prodotto per Play Station 2, ovvero Drakengard.

Seere, infine, è anche la voce del gruppo dark metal Shivan.

Cerchi altri demoni? Li trovi nell'Archivio Pseudomonarchia 2.0



venerdì 29 maggio 2009

The Girl next door

THE GIRL NEXT DOOR
2007, USA, colore, 91 minuti
Regia: Gregory Wilson
Soggetto/Sceneggiatura: Daniel Farrands e Philip Nutman da un romanzo di Jack Ketchum
Produzione: ModernCiné e Modern Girl Productions

Due ragazzine, sopravvissute a un terribile incidente automobilistico che ha ucciso i genitori, sono costrette ad andare a vivere con la zia, una divorziata che ha già alcuni figli da mantenere.
Ben presto la zia comincia a vessare la più grande delle due, ricattandola con la minaccia di rivalersi sulla sorella più piccola che non è autosufficiente.

Il meccanismo si cronicizza sempre di più: la zia, sfruttando la sua autorità da adulto nei confronti dei ragazzini del vicinato, convince un gruppo di adolescenti a torturare la giovane in una serie di terribili sessioni in cantina che culminano in…

Dopo una lunga serie di pellicole clone dei vari Hostel o Saw, finalmente il tema della tortura, sia essa psicologica che fisica, viene trattato in modo adulto, scevro da ogni intento sensazionalistico, in grado di far riflettere sulla responsabilità della visione e su certa leggerezza che ha ormai permeato molti generi, dal porno all’horror, finendo con l’oggettivare e privandoci quindi di molte opportunità di riflessione sull’atto stesso.

La messa in scena allestita da Gregory Wilson, forte dell’ottimo materiale di partenza fornito dal romanzo di Jack Ketchum, viaggia volontariamente a corrente alternata, sfruttando in modo magistrale l’atmosfera da suburbia kinghiana di decadi passate, per poi virare nell’incubo puro dei vari momenti di tensione e tortura, organizzati secondo un preciso crescendo che, attraverso scene sempre meno sopportabili, culmina in un momento devastante, intollerabile anche per il più incallito guinea-pig lover fra voi.

La violenza è spesso tenuta fuori scena e per questo ancora più potente in quanto, non mostrandoci il tutto, il regista forza la nostra fantasia a lavorare sul materiale suggerito e, si sa, nemmeno il più grande budget spielberghiano potrà mai rivaleggiare con il potere della fantasia.

The girl next door vi costringe a provare emozioni e a riflettere sui tremendi giochi di potere che possono innescarsi all’interno delle relazioni umane. Obbligandovi all’emozione è anche probabile che vi porterà a schieravi. Era invece molto tempo che non mi capitava di star così male di fronte a un film.

Non rimane molto spazio per considerazioni di tipo tecnico quando un’opera agisce a livello così viscerale, ma è obbligatorio sottolineare l’ottima prova da parte di tutto il cast, anche se naturalmente la pellicola diventa un ottimo palcoscenico per ammirare una Blanche Baker qui nella sua migliore interpretazione di sempre, ovviamente rinforzata dall'ottima interpretazione fornita dal polo opposto, ovvero la Auffarth nei malconci panni di Meg.

Fotografia, score musicale e scenografia perfetti nel calare lo spettatore indietro di circa 50 anni. Ci troviamo di fronte a uno dei migliori film del 2007, in attesa di una distribuzione straight to video in Italia (che porrebbe anche non avvenire mai o molto tardi) vi consiglio di cercarlo by any means necessary in versione originale, magari accompagnandolo alla lettura del romanzo.

Collegamenti:

Sito Ufficiale
Jack Ketchum

Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:

giovedì 28 maggio 2009

Jack Ketchum finalmente in Italia


Una recente intervista che mi è stata fatta e che ancora deve apparire in Rete mi ha aiutato (essendo il sottoscritto poco propenso all'introspezione e ai ragionamenti) a capire qualcosa in più riguardo le mie motivazioni, il perché metta parecchia energia in alcuni progetti e ne abbia abbandonati invece altri che sulla carta sembrerebbero ben più appetitosi.

Le risposte che ho dato mi hanno, in qualche modo, sorpreso e aiutato a capire quanto sia importante per me Malpertuis e quel che intendo provare a costruire nel futuro.

Cosa c'entra con Jack Ketchum, direte voi...
C'entra, perché uno dei tanti effetti laterali positivi, vostra attenzione quotidiana a parte, che mi aiuta a creare senso e corroborare la volontà di proseguire, è anche un certo feedback da parte degli addetti ai lavori.

Su Martyrs, per dire, la menzione sul sito ufficiale, l'invito alla proiezione stampa pur non essendo il sottoscritto collegato a nessuna rivista o portale e (facciamo gli scongiuri) la possibilità di intervistare Laugier, sono cose che danno piacere.

Ed essere stato il primo a occuparsi di Jack Ketchum qualche anno fa, quando in Italia di lui si era solo intravisto l'ormai difficilmente recuperabile In viaggio con l'assassino è altro motivo, perdonatemi la caduta nel peccato, di vanto e soddisfazione.

Vanto e soddisfazione che si moltiplicano ora che l'agente per l'Italia di questo scrittore mi contatta per annunciarmi che il 2009 promette di essere, dopo tanti anni di mancata considerazione da parte del mercato italiano, il momento buono per Jack Ketchum anche da noi.

Citando dalla mail:

per fine giugno 2009 è prevista l'uscita del libro Red per le edizioni Mondolibri e nel 2010 uscirà per la Collana Giallo Mondadori, traduzione di T. Mojica e L. De Luca - revisione italiana di Tina Rigione.

Inoltre, a novembre prossimo uscirà The Girl Next Door, La ragazza della porta accanto, con nota di Stephen King, per l'editore Gargoyle di Roma, traduzione di T. Mojica e L. De Luca - revisione italiana di Tina Rigione.


Che dire? Sono molto, molto contento che vengano finalmente tradotti e resi reperibili questi due titoli di un autore che ritengo fondamentale per il genere e doppiamente contento che il migliore due venga pubblicato da una Gargoyle che non riposa mai sugli allori e accumula titoli su titoli di tutto rispetto.

I due romanzi in questione hanno entrambi conosciuto una degna trasposizione cinematografica, quella riguardante Red l'ho già pubblicata in Malpertuis, quella di The Girl Next Door, apparsa in precedenza nella versione 1.0 del sito, la proporrò domani e provvederò quindi a fornire collegamento anche in questa sede.

Si tratta di romanzi che, oltre a essere godibilissimi, a me paiono palestra formativa ben più valida di cinque o sei lezioni di scrittura creativa pagate care e condotte magari da persone che non hanno pubblicato un decimo di quanto pubblicato da questo autore. Cercate di leggere i due volumi, in particolare TGND, ci risentiremo a novembre per discuterne...

Qui le copertine dei volumi:


Collegamenti:

Jack Ketchum
Red
The Girl Next Door
The Lost
Mondolibri
Gargoyle Books

Dean Corll

Nome Completo: Dean Corll (aka Candy Man, Houston Mass Murders)
Status: morto in seguito a sparatoria
Nato il: 24 dicembre 1939
Morto il: 8 agosto 1973
Vittime Accertate: 27
Modus Operandi: Grazie a dei complici attirava giovani omosessuali dentro casa per poi seviziarli, stuprarli e ucciderli
Armi di preferenza: Varie, aveva una stanza delle torture a casa

La storia di Dean Corll è in realtà la storia di tre diverse persone, tutte passate attraverso esperienze similari, tutte finite in uno dei pozzi più neri e atroci dell'intera crime story statunitense, ovvero gli Houston Mass Murders, tre anni di puro terrore nel Texas che stava risvegliandosi dai sogni dei figli dei fiori.

Dean Corll nasce nel 1939 a Fort Wayne, in Indiana, da Arnold e Mary Corll. Papà e mamma mica vanno tanto d'accordo e infatti divorziano nel 1945 e Mary rimane da sola ad allevare Dean e suo fratello minore Stanley. I due ci riprovano nel 1950, spostandosi a Houston, ma nisba, l'unione non funziona e si separano definitivamente.

Mary qualche anno dopo si risposa con un commesso viaggiatore e Dean, che sta crescendo e a cui è stato diagnosticato un soffio al cuore, non riesce a spiccare in alcun modo durante il college e l'unico dato degno di nota è il suo interesse per il trombone, che gli merita un posto nella banda scolastica.

Niente che faccia sospettare alcunché: Dean è un ragazzo taciturno ma sempre disponibile, dove lo metti sta e ogni cosa che gli dici di fare lui esegue, senza mai lamentarsi.
Con la mamma che vaga di relazione in relazione, Dean si tira su le maniche e, abbandonata la scuola, ben presto ha un doppio lavoro: quello ufficiale di elettricista nella Houston Lighting and Power e quello di assistente a sua madre, che nei tardi anni cinquanta avvia un piccolo laboratorio di dolci e caramelle.

L'attività si espande durante tutti gli anni sessanta: la madre arriva ad affittare un garage dove trasferisce il laboratorio e i due hanno addirittura dei dipendenti.
Dean recapita i dolci della madre, lavora un sacco di altre ore come elettricista, vive nell'appartamento sopra al laboratorio, risparmia ogni soldo, intrattiene persino alcune relazioni con delle ragazze ma senza mai giungere a fare sesso.
Prima il matrimonio, questa la versione ufficiale, in realtà Dean è omosessuale e se la vive molto male, condannando gli outing e i posti di ritrovo gay ma non sapendo come fare per gestire le pulsioni.

La vera consapevolezza gli arriva durante il breve servizio militare, nel 1964. un anno dopo è già di ritorno a Houston, l'esercito l'ha lasciato andare per aiutare la madre l lavoro, ma le cose in quegli anni cambiavano di continuo e la madre era una tipa poco incline a trovar pace.
Mary infatti pesca dal mazzo delle nuove relazioni un commerciante, lo molla e poco dopo, intorno al 1968 si trasferisce in Colorado, avviando lì una nuova attività caramellosa.

I tempi sono maturi. Dean ha i soldi (sebbene l'attività dei dolciumi fallisca in breve temo), ha una casa grande dove potersi dedicare in pace alle sue attività e decide, come tutto il resto della sua nazione, di svoltare nei territori oscuri al volgere del decennio.
E lo fa in modo piuttosto anomalo, arruolando per la sua missione due aiutanti, due teen ager che condividono con lui una storia di disgregazione famigliare, di divorzi, traslochi e studi mai completati.
Il Candy Man, come era conosciuto per la sua abitudine di regalare dolcetti ai bambini, trova i due collaboratori ideali in Elmer Wayne Henley e David Brooks.

Il triangolo diventa pienamente operativo dopo l'estate del 1970.
I due ragazzi giovani pescano nel quartiere degradato di Heights le future vittime di Corll: si tratta di giovani bianchi fra i 13 e i 20 anni (sebbene una delle vittime, un caso anomalo, avrà solo 9 anni) che Henley e Brooks reclutano in giro, fra conoscenti e persone incontrate al momento, ma anche fra amici d'infanzia.
La promessa è sempre quella di passare qualche ora a bere, fumare, sniffare colla e vernici a casa di Corll e alle volte questo è quello che realmente succede, mentre in altre occasioni Candy Man ammanetterà, stuprerà e quindi ucciderà gli invitati di turno.

I due giovani, pur sapendo di portare le persone al macello, non si fanno mai alcuno scrupolo e continuano a portare carne fresca al macello, venendo premiati con soldi e regali di ogni tipo.
27 morti in nemmeno 3 anni, questo il body count (che non sarà mai definitivo) imputabile al trio di Houston.
I giovani scompaiono e sebbene le famiglie ne denuncino l'assenza e cerchino di convincere la polizia che non si tratta di "normali" fughe da casa, le autorità non muovono dito, pur essendoci testimonianze e collegamenti con la figura di Dorll, e continuano a sostenere una narrazione fatta di giovani ribelli che scappano da famiglie asfissianti.

L'epilogo, come spesso accade, per un incidente, o meglio, per l'esplosione di una pentola a pressione da troppo tempo lasciata sul fuoco acceso. Sia Henley che Brooks, con il passare degli anni, si preoccupano sempre di più. Corll pare sempre più instabile e incline a accessi d'ira alternati a momenti di depressione cupissima e i due ragazzi temono per le proprie vite e discutono spesso sul da farsi.
L'occasione arriva nell'agosto del 1973 quando Henley, preoccupato per la sorte di una ragazza sua amica (che stava con un padre alcolizzato e violento) decide di farle passare la notte fuori casa e la porta, insieme a un altro amico, da Corll.

Il Candy Man è furioso per la presenza di una donna in casa ma inizialmente agisce come al solito: si beve, si fuma, si festeggia e ci si addormenta. Ma quando i ragazzi si svegliano si trovano tutti ammanettati o legati, compreso Elmer Wayne Henley. Il ragazzo, temendo il peggio (Corll sbraita che li ucciderà tutti) agisce con furbizia e convince il killer a liberarlo e farlo partecipare al massacro.

Henley finge bene il suo coinvolgimento, arriva anche a strappare i jeans di dosso alla sua amica e infine, con la scusa di andare al bagno, riesce a trovare la pistola di Corll. Il Candy Man lo provoca, gli urla in faccia che non ha le palle per sparare. Qualche minuto dopo la polizia, chiamata dal ragazzo, arriverà alla casa di Corll e troverà i tre sull'uscio.

L'uomo delle caramelle giace riverso nella classica pozza di sangue, crivellato da sei colpi di revolver. Alla fine Henley le palle le aveva trovate, da qualche parte, seppellite sotto tre anni di pura follia.

Segue il consueto iter burocratico. Henley e quindi Brooks vengono interrogati e la polizia non vuole credere che un cittadino così rispettato e amato possa essere il responsabile di un massacro del genere, ma i due ragazzi hanno le prove e conducono le autorità a un capanno in riva al mare, dentro al quale sono seppelliti parecchi corpi.
Altri verranno rinvenuti in altre location.
A ciò bisogna aggiungere la camera delle torture in casa di Corll, con tanto di teli di plastica a coprire tappeti e mobilio per non sporcare e casse di contenimento dei prigionieri, con tanto di buchi per l'aria.

Le vittime venivano torturate a lungo prima della morte che poteva sopravvenire o per strangolamento/soffocamento o per colpo di pistola: oggetti inseriti nell'ano e nell'uretere, percosse e in alcuni casi il Candy Man si improvvisò anche cannibale masticando qualche pene.

Henley e Brooks non brillano certo per intelligenza e capacità di progettazione e nel giro di poco tempo capitolano uno dietro l'altro, ammettendo inizialmente solo il ruolo di "fattorini". ma alla polizia basta una minima insistenza in sede di interrogatorio per far crollare i due, che finiscono con l'ammettere un pieno coinvolgimento anche nelle torture e nelle uccisioni.
Il risultato è piuttosto scontato e dopo due processi, nel 1974 e 1975, Henley e Brooks finiscono in carcere con ergastoli o ripetute pene a 99 anni.
Naturalmente Elmer Henley si è pentito e ora è in pace con se stesso e dipinge (e vende su ebay) quadri molto bucolici e pacifici.

Altre schede di serial killer su Serial Killer Cyclopedia

mercoledì 27 maggio 2009

Intervista a Franco Pezzini


Sono lieto di presentarvi una lunga intervista con Franco Pezzini, autore dell'ottimo The Dark Screen di cui ho parlato qualche tempo fa. Si dice in giro che internet non ama articoli e interviste di lunghezza superiore a poche righe, vi chiedo per una volta di fare un'eccezione e andare fino in fondo in quanto secondo me quel che Pezzini ha da dire merita tutta la vostra attenzione.

Facciamo così: voi leggete tutto, lentamente e con concentrazione e per i prossimi 4 o 5 giorni potrete saltare i miei post spernacchiandomi anche "a gratis", ok?

Fra l'altro Pezzini, verso la fine, propone una minirecensione di Danza Macabra di Simmons che, ricorderete, a me non era piaciuto per nulla o quasi. Quanto Franco ha da dire non mi convince a rivedere il mio giudizio, ma è occasione irrinunciabile per proporre altre campane (e, ehm, di una certa potenza di decibel) al riguardo.


Elvezio: L'intero tuo curriculum di pubblicazioni traccia un percorso di graduale avvicinamento a The Dark Screen, sia dal punto di vista dei contenuti e dei temi (sei partito dalle ancelle, in sostanza) sia da quello del metodo (non è la prima volta che scrivi un volume a quattro mani). Quanto tempo avete impiegato dall'ideazione alla stesura definitiva di The Dark Screen?


Franco: Dal varo alla chiusura più o meno un anno e mezzo, di cui un anno secco di scrittura. Era la Fiera del libro maggio 2007 quando Paolo De Crescenzo della Gargoyle ci ha proposto un volume a tutto campo su Dracula in cinema e televisione. L’idea era che a scriverlo fossimo in due per giocare su competenze diverse, e come partner di lavoro mi proponeva Angelica Tintori.
Non la conoscevo: ci siamo incontrati, trovati benissimo, ed è solo servito qualche mese per individuare il taglio del volume e lo stile da adottare. A settembre siamo partiti con la scrittura, che abbiamo chiuso nel settembre dell’anno dopo. Dodici mesi di fuoco, ma ci siamo divertiti come pazzi.

Va detto però che il graduale avvicinamento di cui parlavi è stato ben poco programmato. Il mio primo testo, Cercando Carmilla, avrebbe dovuto comprendere un’ampia sezione sul cinema che però, per questioni di peso paginale, è stata stralciata ormai in Zona Cesarini – o meglio liofilizzata in pochi paragrafi.
Per inciso, oggi il volume andrebbe aggiornato: occorrerebbe dar conto delle importanti scoperte di Rob Brautigam sulla corte di Barbara di Cilli, di Georg Dehn sul Libro di Abramelin e di Matthew Gibson sulle fonti di Le Fanu – più raccontare qualche piccola novità d’interesse che ho recuperato nella Stiria slovena. Vedremo…
Comunque la parte stralciata ha costituito una prima base del lavoro poi completamente riscritto insieme ad Arianna Conti, Le vampire.
Mi fa piacere ricordare quella collaborazione perché abbiamo lavorato molto bene in condizioni esterne difficilissime, per le vicende dell’azienda dove all’epoca lavoravamo entrambi.

Poi è passato qualche anno e stavo facendo ricerche su altri temi quando è arrivata l’offerta Gargoyle. In una situazione diversa e con un altro editore non so se avrei osato metter mano a uno studio tanto gigantesco…
Se per i due primi volumi il problema era stato di reperire fonti su una materia relativamente poco studiata, in The Dark Screen ci trovavamo nella situazione opposta di dover gestire una quantità mostruosa di materiale, e di affrontare film studiatissimi. M
a il lavoro in tandem – quando si tratti di un tandem “riuscito” – ha sempre una marcia in più, e permette risultati che il singolo difficilmente potrebbe raggiungere. E Paolo De Crescenzo, che della materia è un grande competente, ci ha dato una mano preziosissima.

E: Come si è svolta questa tua collaborazione con Angelica Tintori dal punto di vista pratico? Vi siete divisi la materia in alcune aree che avete seguito autonomamente o avete scritto ogni singolo capitolo insieme? Avete una formazione culturale diversa, questo ha comportato frizioni e sostanziali differenze dei punti di vista e conclusioni sulla materia?

F: Il primo problema è stato che abitiamo in città diverse (a Milano Angelica, a Torino io): dunque si è deciso che ciascuno scrivesse qualcosa e poi incrociassimo il materiale. Come punto di partenza abbiamo privilegiato passioni e competenze personali – per esempio l’espressionismo tedesco o le opere televisive per Angelica, la Hammer o l’exploitation per me; ma poi, sulla base composta da ciascuno, l’altro è intervenuto senza pietà.
In sostanza, entrambi abbiamo lavorato su tutto. Qualcuno ha osservato, con grande gentilezza, che sembra esserci una voce unica: ma se ciò è vero, si tratta della sintesi di due diversi modi di scrivere attraverso un onesto lavoro di lima.

Certo, c’è stato un confronto, e non solo sulla forma: come dicevi, abbiamo avuto esperienze e formazione differenti, e competenze diverse. Angelica ha al suo attivo ricerche di storia e critica cinematografica e televisiva, io mi occupo soprattutto di mitologia e critica letteraria; lei conosce molto bene il mondo della fantascienza, io sono un cultore di horror. E quanto a dinamiche giocavamo un po’ a fare – l’espressione è sua – il poliziotto buono e quello cattivo. Il buono (si fa per dire) ero io, che impazzisco per gli horror popolari…
Ma il risultato finale appartiene davvero a entrambi, con la conciliazione di due punti di vista non sostanzialmente diversi ma in dialogo.

E: Vi sono, e probabilmente vi saranno sempre, enormi diversità fra internet e la carta stampata. La profondità di analisi e il tipo di approccio da voi proposto sono impensabili in rete dove purtroppo abbondano e prosperano migliaia di siti-clone costruiti a colpi di schede e news. Ma quando si esce in cartaceo bisogna purtroppo fare i conti con le vendite. Io sono stato entusiasta del volume e ho cercato di trasmettere questo entusiasmo ai lettori, mi piacerebbe sapere se siete già in possesso di dati di vendita confortanti o se è ancora troppo presto per trarre qualche conclusione. Avrete tastato il polso di critica e pubblico in questi mesi, che bilancio ne avete ricavato?

F: Anzitutto ti ringrazio del giudizio lusinghiero. È effettivamente un po’ presto per arrivare a un bilancio, ma dai contatti avuti, dalle recensioni e dai primi riscontri di vendite sembra che il nostro lavoro sia stato valutato positivamente. Il che, puoi immaginare, è per noi di grossa soddisfazione.
Comunque sì, c’è un’inevitabile differenza tra la possibilità di affrontare un certo argomento su carta, con tutta la calma necessaria anche in termini di spazio, e l’urgenza di sintesi in un sistema di videate. In linea di massima non sono d’accordo con chi teorizza che il lettore web non ami leggere testi lunghi, ma è legittimo porsi la domanda.
Quello del tipo di contenuto è però un altro discorso, su cui pare interessante soffermarsi. Fatti salvi i siti di approfondimento, è vero che su internet prosperano commenti-spot, e in particolare quelli che hai chiamato siti-clone.
Da noi non è ancora così forte un fenomeno diffuso nei siti commerciali USA, per cui gli utenti compilano veri e propri saggi brevi in calce alla pagina pubblicitaria di questo film o quel libro: i tentativi italici restano in genere piuttosto timidi, ed è difficile che si vada oltre il singolo paragrafo di apprezzamento o di biasimo.
Le stesse schede delle webzine sono spesso magroline. Del resto in tutti questi casi la funzione dichiarata è di informazione rapida del lettore.

Eppure c’è dell’altro.
Si può forse evocare la cifra del collezionismo per spiegare la passione con cui sono costruiti certi siti-wunderkammer fitti di titoli già indefinitamente recensiti altrove. Ma in riferimento alla galassia gotica si può riconoscere – in termini forse un po’ provocatori, ma basta capirsi – un ulteriore livello di significato per simili operazioni: quello cioè simbolico-culturale.
Condividendo le informazioni si partecipa alla vita di una comunità ideale con propri eroi fondatori, miti e riti. In termini analoghi, in fondo, al continuo ritorno nelle pagine web degli stessi testi “sacri”: pensiamo alle infinite copie di Carmilla circolanti su internet senza differenze apprezzabili, che so?, in note o grafica.

Ne Le vampire individuavamo nell’epoca attuale e a partire dagli anni Novanta un’età “gothica” – o neogotica – come fase ben identificabile nella produzione vampiresca su grande schermo, ma in riferimento a un quadro più ampio: la diffusione di internet, lo strutturarsi di una cultura giovanile che recupera miti e forme del gotico come chiavi importanti per comunicare… e avvicina l’horror su schermo con modalità un po’ diverse dal passato.
Era stata l’epopea Hammer a definire nei termini più sofisticati e compiuti ciò che il precedente cinema dell’orrore già suggeriva, cioè la dimensione liturgica, la celebrazione del film gotico come mistero profano – e il pubblico partecipava delle azioni di Van Helsing e delle soddisfazioni di Dracula attraverso un complesso gioco di proiezioni ed esorcismi. Ma lo spettatore restava al di qua dello specchio oscuro: l’esperienza non alterava cioè la percezione tradizionale di “buoni” e “cattivi”, e si consumava in una partecipazione indiretta.

Con l’età neogotica, invece, il pubblico – almeno un certo pubblico – ha preso a varcare lo spazio simbolico: Dracula e Carmilla appaiono figure positive, appartengono all’orizzonte morale dello spettatore che può identificarvisi, rifrangere in loro le proprie perplessità ed emozioni, stare dalla loro parte e magari vestire come loro. E internet permette di accedere anche materialmente a una vita oltre lo schermo, accessibile a indefinite platee di spettatori.
Del resto le schede web hanno permesso la conoscenza di film non ancora rintracciabili nella videoteca sotto casa: li hanno insomma aggregati in un tessuto culturale specchio di inquietudini, ribellioni e nervi scoperti, soprattutto in riferimento alle generazioni più giovani.
Specchio dello specchio d’argento, internet accelera la mitopoiesi.
A me comunque interessa la ricerca, e sul fantastico, anche quello considerato “classico”, moltissimo resta da scavare. Ogni generazione legge con occhi un po’ diversi: e un elemento importante dei miti – anche quelli horror – sta nella loro dimensione di macchine per pensare, di chiavi di approccio alla realtà.

E: Ci sono in giro altri testi di saggistica horror relativamente recenti che ti senti di consigliare a occhi chiusi?

F: Farei un discorso sugli autori: e fermo restando che l’horror può essere analizzato attraverso prospettive diverse abbiamo in Italia una serie di saggisti eccellenti. Per i capisaldi penso a Danilo Arona, Fabio Giovannini, Massimo Introvigne, Teo Mora… ma anche a Giorgio Cremonini, Renato Giovannoli col suo recentissimo Vampiro innominato, Vito Teti, o la squadra di Nocturno che ogni mese sforna monografie da urlo.
Per il panorama straniero, in particolare anglosassone, menzionerei almeno J. Gordon Melton e David J. Skal. E ho citato solo qualche esempio, senza voler dimenticare nessuno e senza riportare quelli più noti come romanzieri.
Il che non impedisce, ovviamente, che su singoli punti si possano avere idee un po’ diverse. Per quanto riguarda per esempio Il vampiro innominato non concordo sulla teoria che il calendario antiliturgico del Dracula conduca a ravvisare simpatie di Stoker verso il Lato Oscuro. Ma ciò non toglie nulla al fascino del testo di Giovannoli.

E: Tornando a Dracula e, obbligatoriamente, ai vampiri, ritengo che si tratti di un Archetipo, a differenza di altri, sostanzialmente fluido, liquido, per abusare di un termine sociologico molto di moda. Mentre figure come lo zombie o il fantasma hanno, nel corso degli ultimi decenni, attraversato al massimo un restyling esclusivamente estetico, il vampiro continua a mutare e adattarsi.
Ciò avviene sia esteriormente (basti pensare alle recenti vampire in latex) sia a livello di specchio sociale, di metafora, di simbolo.
I vampiri ora stanno organizzandosi sempre più in moderne S.p.A., in Camarille dal know how in continuo aggiornamento, capaci di affiancare al potere personale (che, come ha dimostrato Dracula, spesso può non bastare) un senso di cameratismo e corporativismo molto forte.
Usano armi moderne accanto a zanne antiche, investono in Borsa e alcuni sono estremamente a loro agio con il computer.
Questo è un cambiamento trasversale che interessa tutti i media. Da dove nasce questa capacità di reggere al cambiamento e di adattarsi, quando quasi tutti gli altri Totem stanno lì a prendere polvere o rimangono, come gli zombie, intrappolati nel vecchio teorema romero-proletario?

F: Il fatto è che il vampiro ha una lunga storia di trasformismi. Già si parte da una problematica qualifica di specie: certo, nell’accezione tecnica il vampiro è una creatura del folklore esteuropeo, un morto che torna col corpo, assetato di vitalità e soggetto a un canone di regole metafisiche – ma personaggi abbastanza simili emergono qui e là nel folklore di ogni luogo e tempo, creando imbarazzo nell’uso dell’etichetta.
Nel passare poi alla letteratura (in particolare alla prosa, con Polidori) il vampiro si trasforma, e l’impresentabile orco delle gazzette settecentesche lascia il posto a un attraente gentiluomo; quindi il cinema prosegue la mutazione, attribuendogli per esempio con Murnau una fatale fotofobia che entrerà nella vulgata.

D’altra parte il fatto di essere creatura intermedia tra la vita e la morte – ma anche tra umano e ferino, concreto e spettrale, seduttivo e ripugnante – rende il vampiro indefinitamente adattabile. Seguendo con pazienza la lunga storia delle sue apparizioni, ci rendiamo conto che diventa sempre più carino, sempre più avvicinabile: Twilight non è insomma che la tappa ultima (per ora) di un’evoluzione vorticosa, da consumato fantasista.
Ma se non vediamo il vampiro nello specchio è anzitutto perché non lo riconosciamo nel riflesso della nostra immagine individuale e sociale: la questione centrale, insomma, non riguarda tanto i nuovi connotati del personaggio – bello, buono e politicamente corretto, visto che appartiene pure a una minoranza – quanto l’ambigua dinamica di rifrazione tra lui e noi.

Il sogno o la pretesa di sfuggire alle coordinate della realtà, di restare al crocevia delle possibilità senza la costrizione a determinarci; il riconoscimento dei nostri vampirismi personali e comunitari, delle necrosi inconfessate che ci portiamo addosso; il rapporto con il tempo; il rapporto con l’Altro…
Sul piano narrativo, in letteratura come al cinema, quest’adattabilità del personaggio finisce oggi col promuoverlo a supermetafora del fantastico. Nel senso che il vampiro, come il trasformista Dracula, può assumere qualunque forma e frequentare qualunque sfondo narrativo. Ma ciò rappresenta parecchio di più che un comodo espediente per semplificare la vita ai narratori: in scena è l’icona eminente di un’ambiguità legata a stretto filo alla nostra condizione (post)moderna. Nessun altro mostro o personaggio fantastico può vantare un simile ruolo.

E: Parlando di Archetipi, ti sembra che negli ultimi anni sia sorta qualche nuova figura nell'immaginario horror? Qualche nuovo monstrum che non passi come meteora ma riesca a mettere radici nel nostro inconscio?

F: Sulla novità dobbiamo intenderci. In occidente c’erano non-morti succhiasangue ben prima che i vampiri esteuropei conquistassero il palcoscenico; e si sollevavano cadaveri ben prima degli zombie o del geniale mix assemblato dallo studente Frankenstein – che usa la scienza, d’accordo, ma sogna sui testi degli occultisti. Eppure indiscutibilmente personaggi come i parenti di Dracula, gli zombie o la creatura di Mary Shelley hanno fatto irruzione nell’immaginario moderno con una perturbante carica di novità.
Così sembra probabile che i mostri di domani sorgeranno da strutture o figure che già conosciamo, sviluppandone innovativamente singole caratteristiche, personali o ambientali. E potranno flirtare con l’inorganico, coi virus informatici o con una cifra Legione su cui fin da ora si interrogano gli studiosi dell’immaginario.

Penso per esempio a Danilo Arona: già nell’oggi certe entità dei suoi romanzi-saggi, per esempio lo spettro Melissa sorto da una risacca di grumi psichici, sogni web e leggende metropolitane, innova profondamente il modello ghost story. Si tratta già di un nuovo monstrum? Dipende da come lo consideriamo: ma sembra probabile che un filone di novità muoverà proprio da tale galassia di suggestioni.
C’è poi tutto un ambito, fortemente rinnovato negli ultimi anni, che gioca con le pulsioni più estreme degli spettatori, dalle perversioni alle torture. Saw, Hostel…

Certo, i villain protagonisti entrano di diritto nella galleria teratologica, ma in genere come variazioni di modelli già noti. Nel caso di mostri plurali, pensiamo a precedenti come i cannibali alla Deodato, o tutti i clan da mattatoio insediati in fattorie isolate e dietro porte-da-non-aprire lungo vari decenni di cinema.
È l’idea di una comunità-mostro, votata a straziare viaggiatori imprudenti con lubrica voracità nell’ambito di un rapporto fortemente voyeuristico con gli spettatori. Del resto il padre ideale di queste messe in scena, il marchese de Sade, ha conseguito già da parecchio tempo la promozione a mostro in ambito di fiction.
In versione, ovviamente, riveduta e corretta rispetto al profilo storico: pensiamo solo al delizioso Il teschio maledetto di Freddie Francis, tratto da un testo di Robert Bloch.

Qualche considerazione autonoma si può fare per un’altra figura estrema sorta dalla cronaca. Acquisiti all’immaginario i mostri dello slasher – Freddy, Jason e compagnia – dobbiamo a maggior ragione considerare nell’elenco il loro capofamiglia, Jack the Ripper. In questo caso il personaggio è già stato mitizzato fin dai giorni di sangue del 1888: ma l’impatto dei crimini seriali nell’immaginario degli ultimi anni attribuisce a Gianni col coltello in mano un’aura simbolica, totemica, ancora più potente.
Del resto, come scriveva Seneca in una tragedia, “Perché arrestare la generazione dei mostri?”: la produzione non è mai cessata dall’alba dell’umanità.
Con alcuni picchi di fascinazione collettiva: per il Novecento gli anni Trenta/Quaranta, e l’arco tra la fine dei Cinquanta e i primi Settanta. Le teratologie Universal e Hammer, il serraglio di Jess Franco…

Ma se i mostri del Novecento hanno conosciuto le loro età d’oro nell’ambito del cinema, quelli dell’Ottocento erano stati canonizzati dalla letteratura; tra il Cinque e il Settecento, invece, se ne occupavano medici, cronisti e scrittori di fiabe. Nulla insomma ci garantisce che il nuovo catalogo teratologico sorgerà nello stesso modo e con le stesse dinamiche dei precedenti. Possiamo immaginare che nel prossimo futuro il cinema giocherà ancora una parte importante. Ma nello sviluppo potrà entrare anche internet, veicolo di nuovi vampirismi e possessioni.

E: Rispetto a qualche tempo fa, trovo che ci sia un grosso imbarazzo, da parte di una grande fetta della critica, anche quella specializzata, a inquadrare autori, temi, correnti dell'horror. Anni fa si faceva minore fatica a individuare, chessò, la Nuova Carne di Cronenberg o le inquietudini sociale innervate da certi lavori di Romero o Hooper. Ora sembra, leggendo in giro, di trovarci di fronte a una produzione filmica scollegata, parcellizzata e poco comunicante. Ritieni che questa frammentazione sia "colpa" di un ricambio generazionale nella critica, che propone ora figure più vicine al fan che allo studioso o pensi che sia effettivamente frutto di una produzione cinematografica sempre più usa e getta e sempre meno in grado di generare correnti e movimenti?

F: Non so se si tratti di imbarazzo: forse è il quadro generale che è cambiato. La produzione che oggi uno studioso dell’horror – in particolare quello cinematografico – ha sott’occhio è infinitamente più vasta di quella di dieci anni fa.
Un numero enormemente maggiore di opere nuove, e su un panorama geografico molto più vasto: si pensi ai rapporti con l’Estremo Oriente. Consideriamo poi l’apertura delle cateratte sul passato, tramite l’emersione in dvd di film considerati introvabili, e il frenetico recupero postmoderno di tali echi nelle opere fresche di pellicola… In sé le costellazioni di temi e filoni risultano piuttosto identificabili: ma su un campo così vasto è più difficile richiuderle in etichette unitarie convincenti, in formule forti.

D’altra parte la storia dell’horror è un mosaico di approcci diversi, stagioni con variabili proprie, esperienze fortemente legate a certi gruppi di autori o certe case di produzione – o anche a particolari voci critiche. Anche perché, a differenza che per altri settori culturali, è meno evidente una continuità istituzionale: la critica è spesso composta da brillanti battitori liberi, senza vere scuole come invece accade per filoni meglio rappresentati nell’accademia. Appunto tramite internet si sono moltiplicate le voci, ma torniamo al discorso precedente sul tipo di lettura offerta.

A dedicarsi a un certo tipo di studi non si è in molti: basta che una singola voce taccia, per i motivi più vari, e si sente l’impatto di questo silenzio.
Ci sono, evidentemente, alcuni importanti gruppi di riferimento – per esempio il sito Carmillaonline o la citata rivista Nocturno – e non mancano risonanze importanti anche nel mondo degli studi universitari.
Ma è vero che l’horror, a dispetto delle positive ricadute in termini di pubblico, è ancora giudicato impresentabile da molti sulla base di grossolani pregiudizi o equivoci. Con tutto questo, il fatto che oggi in libreria si possano trovare con facilità buoni saggi di critica horror mi sembra un netto passo avanti rispetto al passato.

E: Collegandosi alla domanda precedente, trovi che il cinema horror contemporaneo riesca ancora a funzionare a livello di lettura e critica della società? Pensi che ci sia ancora spazio per un horror "politico" o comunque in grado di proporre qualcosa di più dell'intrattenimento e dello spavento, senza per questo rinunciare a essi? Mi spiego meglio con un esempio fra i tanti che si possono fare. In concomitanza con la crisi sub-prime (e ritengo di non essere il solo ad averlo notato, anche se ancora non ho letto testi a tal proposito) c'è stato un evidente, immediato boom di film horror/thriller che proponevano come tema centrale l'home invasion, la perdita di sicurezza all'interno dell'ultimo baluardo possibile, la casa. Trovi che sia solo un caso o che comunque, più o meno consciamente, l'horror riesca ancora a operare a tale livello?

F: Credo ci siano due livelli. In un certo senso un po’ tutto l’horror è passibile – senza forzature, intendo – di lettura in termini sociali. Non che l’analisi si esaurisca su tale piano: diffido delle chiavi uniche, significherebbe impoverire un genere che ha implicazioni molto più variegate.
E del resto, a un secondo livello, è vero che esiste un horror più fortemente legato al piano sociale, prepolitico o politico, e un altro più introspettivo, psicologico, metafisico.

Ma un aspetto non esclude l’altro; e del resto già i capisaldi ottocenteschi presentano un’estrema ricchezza di contenuti, anche in senso sociale. Come la paura dell’Altro, lo straniero che penetra nel nostro spazio vitale, minaccia l’ordine noto e magari rapisce le nostre donne: emblematico è il tiranno orientale Dracula che per prima cosa, arrivando in Inghilterra, dissangua Lucy Westenra, la luce dell’Occidente. Timori, è ovvio, tornati oggi di fortissimo impatto.

Certo, l’horror parla in termini mitici e per simboli, dunque il gioco può risultare equivoco: come in certo cinema (scusami la definizione, ma penso sia calzante) di zinne e zanne, dove il limite tra provocazione militante e voyeurismo sessista è spesso difficilmente identificabile. E a maggior ragione è importante un approccio alle opere horror come macchine per pensare: qualcosa che dovrebbe partire fin dai banchi di scuola, senza ostilità bacchettone.

Bella, dunque, la suggestione cui accennavi: ma pensa anche al tema del lavoro, sia nel senso dell’occupazione (e della perdita della medesima) che in quello della sicurezza… argomenti caldissimi, su cui l’horror parla da sempre. Ricordiamo l’atroce racconto The Monkey’s Paw di William Wymark Jacobs, 1902, dove il morto sul lavoro torna a battere alla porta, e l’ultimo desiderio richiesto al talismano è di farlo tacere – una tentazione forte, in tempi come i nostri.
O il film Headhunter di Paul Tarantino, 2005, che nella sua ruspante improbabilità può leggersi come crudele metafora di tutto un orizzonte di orrori del lavoro.

L’horror resta insomma un linguaggio fondamentale per esprimere il disagio, individuale come collettivo: e proprio grazie alla paradossalità delle situazioni offerte, alla potenza mitico-simbolica di immagini che interpellano a più livelli e suggeriscono costellazioni di significati. Restituendo nella loro problematicità fatiche e contraddizioni, indignazioni e perplessità di noi uomini della strada. Dunque un linguaggio delle domande, più che delle risposte.

E: Che ruolo ha giocato e gioca la tua laurea e quindi gli studi fatti all'interno del tuo approccio a tematiche come quelle affrontate in The Dark Screen?

F: C’è chi, in ambito critico, analizzando la formazione di un’ampia percentuale di scrittori di horror, ha individuato un filo nero di raccordo tra questi interessi e gli studi giuridici… Ma in realtà la mia tesi, sull’esorcismo nel Diritto canonico, ha costituito un effetto – cioè la risposta a passioni coltivate per anni – più che una causa.
Certo, all’epoca mi ha permesso approfondimenti utilissimi. Al Festival di folklore e cultura horror Autunnonero, un paio di anni fa, ho appunto presentato una relazione sulle ricadute letterarie e cinematografiche del tema esorcismo & possessione, viste però con l’occhio di chi ha seguito gli sviluppi anche teologici e canonistici: e mi sembra una dimensione di estremo interesse, spesso trascurata dalla critica di genere. [N.B. Il testo è stato poi pubblicato in due parti su LN LibriNuovi, nn. 44 (2007) e 45 (2008).]

D’altra parte non siamo certo Angelica e io ad avere individuato per primi le forti componenti anticristiche e demoniache del Dracula. Ma la conoscenza di testi biblici e liturgici permette di avvicinarsi all’ottica di Stoker (anglicano ma irlandese, e affascinato dalla simbologia cattolica) e del lettore medio dell’epoca – molto più devoto e dunque avvezzo a un certo linguaggio e ai suoi echi e sottocodici di quanto si sia in genere oggi. Tra l’altro io sono cattolico, dunque questa esperienza non mi è estranea.
Certo, da un punto di vista tipologico il discorso sul vampirismo e quello sulla possessione vedono sviluppi diversi, autonomi: ma connessioni e zone grigie non mancano.

E: Domanda d'obbligo. Avete scritto quello che, con ogni probabilità, verrà considerato per molto tempo il testo definitivo su Dracula, perlomeno in Italia ma non solo. Ora ti starai riposando, ma hai già qualche progetto, qualche futuro saggio riguardante l'horror?

F (ride): Il riposo è relativo. A parte l’attività di recensore cui tengo molto, ci sono già in pista vari saggi, un paio dei quali con Angelica – ma è ancora un po’ presto per parlarne.
Con Massimo Scorsone continueremo la proposta di poeti del fantastico: sull’ultimo Poesia (maggio 2009) ci siamo occupati di George Sterling, allievo di Bierce e maestro di Clark Ashton Smith.
Ora abbiamo in mente qualcosa sulla poesia di Lovecraft, di cui avevamo presentato una panoramica al Circolo dei lettori a Torino (http://www.kore.it/caffe/poesia/H_P_Lovecraft.pdf). Nei cassetti, in fasi più o meno avanzate, ci sono poi un paio di romanzi, una versione illustrata del Vathek di Beckford, la sceneggiatura per un film apocrifo degli anni Settanta… Ma visto che posso dedicarmici solo la sera o nei weekend – di giorno lavoro in casa editrice – tutto procede con ovvia lentezza.

E: Di solito chiudo le interviste con una domanda d'alleggerimento. Un film, un disco e un libro, non necessariamente legati all'horror, nei quali sei incappato di recente e che ti hanno colpito.

F: Per il film, Gli strangolatori di Bombay di Terence Fisher, proposto ora in Italia dalla Jubal: avventure esotiche marca Hammer, una delizia.
Per la musica – non è una novità ma lo sento spesso – Sexus et politica, con le canzoni di Virgilio Savona tratte da classici latini e cantate da Gaber: uno straordinario omaggio ad autori che amo, tra Corinne desnude, frecciate di costume e meditazioni sul tempo che passa.

Per il libro, invece, strafaccio e te ne indico due. Anzitutto un saggio che però, per come è narrato, sembra un romanzo: Io sono il mercato di Luca Rastello, edito da Chiarelettere.
Con Luca siamo amici da una vita, so bene quanto è bravo, ha diretto Narcomafie… eppure questo affresco spiazzante sul traffico di stupefacenti è riuscito davvero a colpirmi. Le avventure bizzarre, quasi picaresche dei suoi vettori; i retroscena di una lotta alla droga strombazzata da paesi che dalla polvere bianca sono in realtà sostenuti economicamente; tutto un panorama di emozioni, carognate & malinconie a cavallo tra i sudori dell’America latina e i grandi porti europei – un quadro insomma che strappa un po’ di verginità malriposta e insieme permette, il che non è poco, di godere una narrazione coi baffi.

Ma almeno un titolo horror te lo infliggo, cioè il romanzo che ho finito ora di leggere – e su cui, devo confessarti, il mio giudizio diverge dal tuo.
Sto parlando di Danza macabra di Dan Simmons, edito da Gargoyle: un romanzo-fiume complesso quanto ambiguo, estremamente intrigante. La scena-chiave mi pare quella in cui è descritto un quadretto idilliaco: una vecchietta fragile attorniata dalla famiglia che l’ha presa in carico, nel caldo abbraccio della casa in cui si sono appena trasferiti.
“Piangemmo tutti per la commozione”, dice la vecchietta, cui appartiene la voce narrante – che però (facciamo attenzione) interviene solo a tratti. Si chiama Melanie come l’eroina buona di Via col vento, e conclude quel capitolo con le parole: “Domani sarebbe stato un altro giorno”.
Peccato che, come sappiamo dalla stessa Melanie, lei sia un’orrida vampira della mente; e i parenti apparenti sono in realtà sue vittime, gente dalla psiche sfondata che le obbedisce come zombie e le fornisce la possibilità di vedere e sentire a distanza.

Un caso emblematico, insomma, dei raccordi cui accennavo tra vampirismo e possessione, con scene da cardiopalma; e insieme un Via col vento virato in nero, con tanto di guerre, schiavi e comunità di colore.
È vero, le quasi mille pagine – che possono preoccupare un lettore – sono nutrite da un’analiticità descrittiva molto marcata. Eppure questo soffermarsi quasi parossistico sui particolari non è senza ragione: lo scrittore vede attraverso la narrazione come Melanie attraverso i suoi schiavi, con una nettezza fotografica (o cinematografica, se si preferisce) mai tanto enfatizzata nell’opera di Simmons.
Attenzione, lo scrittore vede anche quando non è Melanie a parlare: non si tratta soltanto di riprodurre vividamente lo sguardo di lei, ma c’è un vampirismo dello scrittore che usa personaggi, trama, e persino il lettore. Attraverso i dettagli, noi vediamo cioè quel che lo scrittore-vampiro permette: siamo suoi occhi e sue orecchie.

Qui però c’è un ulteriore aspetto di interesse. Nel romanzo di Stoker il conte usa l’infettata Mina; ma proprio per questo, in direzione contraria, Van Helsing riesce a carpirle informazioni su di lui. E anche in Danza macabra, forse, il lettore intravede qualcosa dello scrittore-vampiro al di là di quanto egli desideri. La capacità di Simmons è fuori discussione: uno dei più grandi autori di horror del panorama internazionale contemporaneo. Un autore, d’altro canto, sorto nell’ambito di una certa cultura americana e radicato in essa: e, indipendentemente da polemiche recenti, qualcosa delle sue posizioni ideologiche filtra anche qui.

Qualche critico ha commentato che nel dibattito sulla violenza contenuto in Danza macabra Simmons, paradossalmente, riesce a sostenere meglio le ragioni del villain nazista compagno di merende di Melanie che dello psicologo ebreo Saul, uno dei protagonisti buoni. Eppure qualcosa sembra restare tra le righe: e il lettore può sobbalzare quando sente Saul confessare di essersi “chiesto se figure come Hitler, Rasputin e Gandhi” (corsivo mio) avessero il potere “di influenzare le azioni e le reazioni delle altre persone”.
Dove l’accostamento un po’ spiacevole e reazionario del maestro della non-violenza a due mostri storici sembra quasi sfuggito per lapsus freudiano all’Autore, che cerca di mantenere un assetto politicamente corretto a suon di membri di minoranze. Ciò non per inquisire le intenzioni di Simmons (non ci interessa), ma per rimarcare la fascinazione di un testo dove la cifra-vampiro – ancora una volta – induce a domande imbarazzanti sul rapporto tra Autore e società.

Ma a questo punto, come spesso nelle storie di vampiri, è avvenuto il contagio. Se cioè la parossistica scrittura della visione restituisce l’esperienza dello scrittore-vampiro, ciò vale in ultima istanza per il lettore-vampiro. Ed è lui il vampiro che sopravvive, l’ultimo vampiro della catena. “Domani sarebbe stato un altro giorno”...
Piaccia o meno come qualunque altro libro, Danza macabra è insomma un grande affresco sul vampirismo della scrittura e della lettura. E sui suoi meccanismi insieme ingannatori e rivelativi di culture, simpatie e nervi scoperti.

E: Ti ringrazio per la disponibilità e la pazienza. C'è qualcosa che non ti ho chiesto e che vorresti dire ai lettori?

F: Sono io a ringraziarti per la pazienza, dopo tutto il mio sproloquio. Aggiungerei solo un auspicio: che all’horror, nella percezione collettiva, sia dedicata maggiore attenzione.

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martedì 26 maggio 2009

Darkness

DARKNESS
2002, USA/Spagna, colore, 102 minuti
Regia: Jaume Balagueró
Soggetto/Sceneggiatura: Jaume Balagueró e Fernando de Felipe
Produzione: Castelao Producciones, Dimension Films, Filmax International e varie

Padre, madre, figlia adolescente e fratellino più piccolo si trasferiscono dagli USA in Spagna per vivere in una tranquilla casa di campagna. Il padre è perseguitato da ricordi di fanciullezza, quando venne rapito insieme ad altri bambini e fu l'unico sopravvissuto e forse proprio per questo e per lo stress della nuova vita gli tornano vecchi nervosismi e strane crisi epilettiche.

Per fortuna ad aiutarlo c'è suo padre, un medico, ma le pillole sembrano non bastare. A ciò si aggiunge il rapporto conflittuale fra Regina, insoddisfatta del trasloco, e la madre, che vorrebbe una famiglia più coesa. Su tutto gravano fantasmi e tenebre che, nella vecchia casa, sembrano minacciare la vita di tutti, sempre pronti a premere sui confini fra mondo reale e soprannaturale.

Con una eclissi di sole a distanza di una sola settimana, riusciranno Regina e il suo amico a scoprire tutti i misteri nascosti nella casa e nel passato o soccomberanno all'oscurità?

Premessa: non so voi, ma io ho sempre avuto qualche problema con quasi tutti i cultisti.
Cioè, questa è gente che vuole aprire portali dimensionali al Caos totale, al Male e alla disperazione. Cosa hanno nel cervello, segatura?
Pensano forse che se riusciranno a svegliare Cthulhu Lui poi li promuoverà a luogotenenti e li farà regnare? Nel Caos assoluto?
Cioè non ci saranno più le donne, spariranno i concerti rock e secondo me anche il vino andrà a male!
Insomma, i cultisti per me sono fichi, ma li guardo anche un po' stranito, io al posto loro evocherei robe magari anche cattive, non so, ma in grado di garantirmi qualcosa nello scenario post-apocalisse. Parliamone eh...

A qualche anno di distanza e con una seconda visione sulle spalle, la seconda pellicola di genere horror da parte di Jaume Balagueró pare, scusatemi il gioco di parole, brillare più intensamente rispetto al ricordo che ne avevo e i pregi superano i pur evidenti difetti di un autore spesso poco attento allo script e ben disposto nello sfruttare coincidenze e implausibilità pur di raggiungere il risultato.

Quel che da sempre davvero splende e risalta nel giovane catalano è un misto di ottima tecnica cinematografica e grande comprensione della sintassi dell'horror, abilità che lo portano sempre e comunque a una messa in scena straordinaria, molto pulita ed efficace.
Balagueró gioca da autore navigato con stilemi e topoi dell'horror contemporaneo e i suoi culti apocalittici, gli specchi, l'oscurità, le bambole, i fantasmi che si muovono a scatti, le cose che fanno bump! nella notte, persino lo spiegone del cattivo di turno, pur non rappresentando MAI nulla di innovativo vengono somministrati con un gusto estetico che raramente trova eguali fra i moderni filmaker di genere.

Ciò permette da un lato la piena, profonda fruizione dell'opera da parte del novizio, mentre lo spettatore più esperto e smaliziato potrà (dovrà?) mettere da parte ogni interesse e critica verso i meri twist di trama e le costruzioni delle psicologie per perdersi completamente nei suggestivi quadri che ci propone il regista, in combutta con il compagno di merende Xavi Giménez, che non permette mai alle patronimiche tenebre di tiranneggiare la pellicola, pur sprofondando ogni ambiente sotto pioggia ed entropica desaturazione.

Al resto ci pensa un Llorenç Miquel in forma stratosferica, che mette su degli interni che diventano i protagonisti principali del film. Difficilmente potremo scordare la casa di Albert Rua o alcuni dettagli della villa in campagna dove avviene il patatrac.
Ciliegina su una torta, che poggia su una sceneggiatura traballantissima, è un cast dove brillano tutti i singoli attori, anche se lo sguardo si perde sulle forme acerbe e sul volto stupendo di Anna Paquin e per noi italiani fa strano vedere Giancarlo Giannini alle prese con l'horror.

Siamo di fronte a un film che indignerà le persone che frequentano o, peggio ancora, tengono corsi di scrittura creativa per casalinghe e/o sceneggiatura per gli outcast di Cinecittà: chi, per contro, ama anche altri aspetti del cinema rimarrà affascinato sia dall'atmosfera (un misto di millennarismo e rassegnazione che tocca alcune corde potenti) che dalla composizione di alcuni singoli fotogrammi, ma mi rendo conto che in tempi proni al razionale/logico a tutti i costi i primi saranno legione mentre i secondi poche centinaia al massimo.

Jaume Balagueró, passo falso di Fragile a parte e anzi, includiamo anche quello, si conferma a ogni visione e re-visione autore importante per l'horror contemporaneo.

Collegamenti:

Anna Paquin
Jaume Balagueró
Fragile

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Filmato:

lunedì 25 maggio 2009

Ciguapa



Nome: Ciguapa

Apparenza fisica: La Ciguapa viene di solito descritta come una creatura di forma umana, che ricorda una donna nuda dalla pelle molto scura, di solito marrone, blu o persino nera.
L'unico "vestito" sono i suoi lunghissimi e folti capelli, che scendendo le coprono il viso e buona parte del corpo.
L'aspetto più particolare di questo mostro è quello di avere i piedi all'incontrario. Il loro solo modo di comunicare è attraverso versi simili a guaiti e cinguettii.

Una versione più rara descrive questi mostri come piccole donne in miniatura, dalla pelle dorata, coperte di pelliccia, che saltano ululando di albero in albero.

Zona d’origine e habitat: La Ciguapa, o meglio, "le" Ciguapa, perché accade che se ne avvistino alcune in gruppo, sono creature tipiche del folklore dominicano e abitano tutte le zone montuose del territorio, quindi in prevalenza le si può incontrare in una delle quattro cordigliere e in alcune sierre che costituiscono buona parte della Repubblica Dominicana.

Caratteristiche particolari: Le Ciguapa, assimilabili per alcuni versi alle sirene, sono elusive, vuoi per loro natura vuoi per il fatto che agiscono principalmente di notte e che se si prova a seguire le loro orme si finirà inevitabilmente sviati dal fatto che i loro piedi lasciano le tracce contrarie alla loro reale direzione.
Reputate in possesso di poteri magici, sono in molti a sostenere che è un bene che le Ciguapa abbiano il volto coperto dai capelli, in quanto anche un singolo sguardo agli occhi può stregare un uomo per sempre.

Selvagge e incontrollabili, le Ciguapa percorrono nottetempo i sentieri montani in cerca di qualche viandante poco accorto che schiavizzeranno con i loro poteri magici, attirandolo in qualche grotta ben nascosta.
Lì le Ciguapa faranno sesso con il malcapitato per poi ucciderlo poco dopo

Storia e avvistamenti: Il mito della Ciguapa è da molti considerato come facente parte del folklore degli indigeni dell'isola, i Taino, ma a una verifica del fatto non si riescono a trovare né artefatti né fiabe e nessun'altra prova di questo collegamento.
Per altri studiosi, quindi, questo mito può essere collegato all'Africa e all'enorme numero di schiavi che giunse nell'isola durante i periodo coloniale, portando con sé miti e credenze successivamente distorti.

La prima apparizione "forte" e databile di questo mito può essere ricondotta a Francisco Javier Angulo Guridi che ne scrisse nel 1866.

Le Ciguapa altro non sarebbero che gli spiriti di donne Taino morte dopo essersi rifugiate sui monti per sfuggire agli Spagnoli. Da allora perseguitano giovani uomini, facendoli poi morire per annegamento.

Curiosità: C'è un solo metodo sicuro per riuscire a catturare una Ciguapa: bisogna andare a caccia di questi esseri durante una notte di luna piena con un cane polidattile dal manto bianco e nero: l'animale riuscirà a distinguere le tracce e a portarvi alla loro tana.

Ci sono straordinarie somiglianze fra la Ciguapa e la figura del Churel, sorta di ibrido fra fantasma femminile e vampiro che deriva dalla tradizione Hindu ed è stato immortalato da Rudyard Kipling.

Una compagnia di produzioni cinematografiche dominicana, la Xenda Films, ha girato un lungometraggio (più o meno nello stile mockumentary tipico di The Blair Witch Project) riguardante questa figura mitica, El Mito Ciguapa.

Altre figure simili sono le biembienes (spiriti di persone fuggite in montagna e quindi morte) o le Ciguanaba di El Salvador.

Altre schede di mostri come questa su il Teratonomicon






domenica 24 maggio 2009

Maléfique

MALÉFIQUE
2002, Francia, colore, 90 minuti
Regia: Eric Valette
Soggetto/Sceneggiatura: Alexandre Charlot e Franck Magnier da un soggetto di François Cognard
Produzione: Bee Movies e vari

Quattro detenuti di diversa estrazione sociale, età, vissuto e cultura condividono la stessa cella in un susseguirsi di giorni sempre uguali, le sbarre alla finestra sempre pronte a ricordar loro l’impossibilità del ritorno al mondo esterno.

Le cose potranno però cambiare con il rinvenimento fortuito di un tomo arcano, un libro di formule magiche nascosto molte decadi prima da un serial killer versato nelle pratiche esoteriche.

Può il libro essere la chiave per l’agognata libertà o rappresenta invece una ulteriore, terribile prigionia? I quattro scopriranno questo e altro sperimentando sulla propria pelle gli incantesimi in esso contenuti.

L’horror, in particolare quello proveniente da alcuni bastioni indipendenti degli USA o da determinate nazioni europee, ha ancora il potere di affascinare e incuriosire senza cadere nel più trito déjà vu.
È questo il caso di Eric Valette, un quarantenne francese che ha esordito sul grande schermo dopo una serie di lavori televisivi e di cortometraggi ottimamente recepiti sulla scena internazionale.

Valette esaspera i toni del grottesco creando un originale kammerspiel carcerario-lovecraftiano e vince la non facile sfida di girare 90 minuti in una sola stanza usando personaggi inconsueti se confrontati alla piattezza da coma profondo che sta attraversando il genere in questi anni.

Un imprenditore poco rispettoso delle regole, un bibliomane uxoricida, un trans-palestrato (che ricorda inevitabilmente il Meat Loaf di Fight Club) e un cannibale giocondo e frenetico: questi i personaggi proposti dalla sceneggiatura e validamente interpretati da attori che giocano continuamente ad accentuare stereotipi e monodimensionalità, riuscendo nel miracolo di rendere credibile il tutto.

Valette frulla dentro la cella una quantità di gore sufficiente ad attirare i fan dell’effettaccio, veste il tutto con la giusta dose di surreale e autoriale in grado di soddisfare i più esigenti e condisce con i giusti riferimenti e innuendo (Lovecraft in primis, ovviamente, con tanto di frasi e nomi ripresi dai suoi racconti ) per accontentare anche il fan attento ai dettagli.

Ecco i segreti di questa piccola gemma che ricava il massimo dal set teatrale senza mai risultare statica o noiosa e che sorprende di volta in volta passando dal deviante (l’occhio nella vagina, la scena di sodomia, la natura stessa di alcuni personaggi) allo splatter (due o tre momenti di buona efficacia) finendo per schiacciare sempre di più l’acceleratore del soprannaturale per sfociare infine nel campo delle morality tales, strizzando l’occhio a La zampa di scimmia e altri racconti di questo tipo.

Ottimi i dati tecnici, dal set ben illuminato da Jean-Marc Bouzou all’efficace score musicale fino agli effetti speciali che non invadono mai la pellicola ma regalano alcune sequenze da brivido (il destino riservato al serial killer esoterista, per esempio).
Inevitabile a questo punto che Hollywood si accorgesse del talento di Valette e provvedesse a smontarne e attutirne il potenziale sviluppo nel solo modo che conoscono da quelle parti: tirando fuori un succoso assegno per affidare al francese l’ennesimo, inutile-anzi-dannoso remake.
In questo caso Takashi Miike, che il regista francese ha copiato nell'orrendo Chiamata senza risposta del 2008.
Vedremo se Valette ha ancora delle frecce nel suo arco nell'imminente, appena completato Hybrid.

La mossa a tenaglia è resa perfetta con il fatto che mentre il regista è impegnato nei consueti passi falsi yankee, qualche altro yes man girerà il rifacimento del suo stesso film, è infatti in cantiere anche un Maléfique americano...

Collegamenti:

Intervista al regista
Recensione Cangaceiro


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Filmato:

Shaun O'Boyle





Oboylephoto (concentratevi sulla sezione Modern Ruins)

Scopri altri artisti come questo...

sabato 23 maggio 2009

Robin Sydney





Filmhorrorgrafia:

The Gingerdead Man (2005)
The Lost (2006)
Big Bad Wolf (2006)
Evil Bong (2006)
Right to Die (Masters of Horror, 2007)
Dead Man's Hand (2007)
Wicked Lake (2008)
Evil Bong II: King Bong (2009)

Ti è piaciuta? Visita il resto dell'harem nella sezione Scream Queens

venerdì 22 maggio 2009

Gli artigiani dell'orrore

Gli artigiani dell'orrore
(Mezzo secolo di brivido dagli anni '50 a oggi)
Paolo Fazzini
Ed. Un mondo a parte, 2004
Brossura
264 pag. - 18,00 €

Il recupero di certo cinema italiano di genere è diventato, nel corso degli ultimi anni, una moda che corre costantemente il rischio di scadere nella celebrazione sterile, priva di qualsiasi istanza critica.
Dalla (ri)scoperta di alcune gemme nascoste all'interno della filmografia di autori quali Lucio Fulci o Mario Bava si è così passati al delirio "recuperante" di parte dei critici, ora strenui difensori di pierini e ubaldone varie, pronti a reclamare a gran voce sezioni del festival di Venezia dedicate a Bombolo o Jimmy il Fenomeno.

La ripercussione nel settore cartaceo non si è fatta certo attendere e qualunque imbrattacarte ha trovato campo facile nel mettere insieme qualche dato raccolto su imdb, una decina di foto sgranate e alcune interviste rimasticate pensando di poter dire facilmente la sua su Bava, Aldo Lado o Fulci.

Fare il critico, oggigiorno, è cosa facile: basta andare al cinema (anzi, meglio ancora, si noleggia il dvd che almeno ci sono i contenuti speciali, perché l'Italia è piena di critici e allenatori in pantofole che odiano togliersi il pigiama) e sparare quattro giudizi sul film, magari stroncando o esaltando a caso, senza seguire particolari criteri.

Paolo Fazzini non appartiene, per nostra enorme fortuna, alla banda dei critici pantofolai. L'amore per il cinema lo fa uscire di casa, lo spinge a intervistare di persona alcuni dei protagonisti di quella fortunata stagione nella quale il cinema di genere italiano dettava le leggi invece di subirle.

Gli artigiani dell'orrore, a partire dal titolo fin troppo programmatico, si muove intorno a una questione che alla fine della lettura parrà forse irrisolta ma che è comunque il cuore centrale di quest'opera.
Questi registi sono artisti, autori tout court oppure rimangono bravi tecnici, appunto onesti artigiani di certo cinema di genere? Parlavo di questione irrisolta perché la domanda, più volte ricorrente nelle interviste che Fazzini conduce, ottiene spesso risposte contrastanti da parte dei vari protagonisti: da chi non ha dubbi riguardo alla dimensione autoriale di Fulci, Bava e compagnia (e io mi aggiungo a quest'elenco) a chi rivendica fieramente una dimensione artigianale a chi infine non riesce (o non vuole) rispondere a questo dilemma.

Fazzini evita quella che io considero la più grande e noiosa trappola nascosta in operazioni di questo tipo: non ci ammorba con una lunga sfilza di schede e recensioni dei "film che furono" e, vi assicuro, è cosa rara.
I dizionari e vocabolarietti di vario tipo sono la manna di certi scrittori e di certo pubblico che preferisce le stelline o il pollice verso al discorso articolato, all'analisi storica, alle considerazioni anche personali in merito alle pellicole. Spesso il fan o l'appassionato pensano che il metodo migliore per "appropriarsi" di un genere sia avere un dizionario con "tutti" i film, mentre è proprio attraverso operazioni come quella di Fazzini che si riesce a capire meglio il perché di un dato avvenimento e i motivi che hanno portato alla sua morte.

Fazzini non casca mai nel giudizio sterile e lapidario, sia in positivo che in negativo e preferisce invece fornire un ampio discorso di cornice storica quale preambolo alle tante interviste, alcune memorabili e indispensabili, altre un po' meno.
Le persone intervistate sono molte ma peferisco elencarvele egualmente per farvi rendere conto del lavoro presente alla base di questo libro: Lamberto Bava, Gabriele Barrera, Antonio Margheriti, Renato Polselli, Vittorio Giacci, Daria Nicolodi, Claudio Simonetti, Antonella Fulci, Giannetto De Rossi, Dardano Sacchetti, Sergio Martino, Pupi Avati, Antonio Bido, Armando Crispino, Aldo Lado, Dario Argento, Michele Soavi, Luigi Cozzi, Sergio Stivaletti, Antonio Tentori, Ruggero Deodato.
Ci sono interi decenni di storia del cinema italiano in quell'elenco e se alcuni di voi potranno storcere il naso di fronte a certi nomi non posso far altro che sottolineare l'importanza di un percorso completo che analizzi tutti gli aspetti del periodo trattato.

Difficile quindi trovare dei difetti in un volume del genere, che si pone fin da subito come imprescindibile riferimento per future riflessioni sul fenomeno del cinema di genere italiano. Volendo essere pignoli possiamo indicare due stonature, una di scarsa importanza l'altra invece più rilevante.
Il discorso di Fazzini ricalca a volte fin troppo da vicino quanto già scritto da Maurizio Colombo e Antonio Tentori nel loro Lo schermo insanguinato (Solfanelli, 1990) ma questo è più che altro dovuto all'inevitabilità di certe cronache, mentre decisamente esagerato è il prezzo (diciotto euro) per un volume brossurato di piccole dimensioni, con scarso materiale iconografico e di "sole" 264 pagine.
Ma sono annotazioni che non scalfiscono la qualità del lavoro di Fazzini che contiamo di rivedere presto all'opera con altri testi di questo tipo.

Collegamenti:

My Space Paolo Fazzini

Un mondo a parte

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giovedì 21 maggio 2009

From Within

FROM WITHIN
2008, USA, colore, 95 minuti
Regia: Phedon Papamichael
Soggetto/Sceneggiatura: Brad Keene
Produzione: Burgundy Films, After Dark, Lions Gate

In una piccola cittadina degli USA gli abitanti cominciano a morire uno a uno come se ci fosse una anomala ondata di suicidi. Quasi tutti i cittadini formano una coesissima comunità religiosa e ovviamene appena le cose vanno storte cominciano a incolpare un ragazzo estraneo alla loro chiesa, la cui unica colpa è essere il fratello del primo suicida.

Man mano che il bodycount aumenta cresce anche la furia del paese e le teste calde, guidate dal figlio del pastore locale, decidono di porre fine a quella che sembra una vera e propria maledizione, usando le maniere forti.

Il ragazzo è davvero colpevole? Ucciderlo porrebbe fine al ciclo di morte? O darebbe il via a qualcosa di ancora più atroce?

Classico caso di film di cui avrei potuto benissimo evitare la visione e scriverne recensione basandomi esclusivamente sui dati di produzione.
Primo dato, il più importante di tutti: si tratta di un film After Dark e questo festival, al pari con altri prodotti più televisivi come Fear Itself, è caratterizzato da un livello compreso fra il mediocre e il pessimo.
Cercare l'eccezione all'interno del mazzo equivale a sorbirsi ore e ore di filmacci senza nessuna sicurezza che tale eccezione possa esistere, e con From Within è andata male, anche se per fortuna non raggiunge la qualità atroce di certi alti suoi compagni di branco.
State lontani da qualsiasi cosa rechi il marchio After Dark a meno che non siate dei giocatori cui piace puntare forte con probabilità di successo minime. Per ogni Mulberry Street decente dovrete sorbirvi 3 o 4 baggianate senza arte né parte.

Quindi regista e sceneggiatore.
Allo script c'è Brad Keene, un tipo che viene chiamato quando c'è bisogno di scrivere il nulla ma in un modo già visto e che non rechi fastidio o piacere. Ci ha già regalato il narcolettico Gravedancers e lo sbadiglioso The Grudge 3, questi due titoli dovrebbero farvi risuonare qualche campanello d'allarme.
Alla cabina di guida troviamo invece Phedon Papamichael al quale evidentemente non basta essere uno dei migliori direttori di fotografia in giro a Hollywood e vuole dimostrare di tanto in tanto di saper anche dirigere.
Una strana sindrome questa, se ben ci pensate, come se essere un mediocre filmaker conti comunque di più che essere al top nella propria professione, specie in un campo come il cinema dove ci sono decine di nicchie e ruoli importanti quanto quelli che paiono principali al pubblico, ovvero sceneggiatura, regia e ruolo da protagonista.

Papamichael ha illuminato benissimo decine di pellicole molto importanti e se tutto andrà bene conoscerà la sua definitiva consacrazione nel 2010, quando uscirà Bioshock, ma sceglie di appesantire il curriculum dirigendo facezie come questa, affidando le luci in sostanza al suo secondo, il gaffer Rafael E. Sànchez.
A questo punto ormai tutti i danni sono stati compiuti, ogni parte ha fatto il suo dannato clic e resta solo da trovare qualche ragazzotto e ragazzina dal volto carino a interpretare le varie baggianate che ci riserva questo From Within.

Ed è un peccato, perché l'argomento poteva anche essere seria occasione di riflessione sul medioevo teocon che ottenebra il cuore degli Stati Uniti e su quanto ancora di terribile ci riserverà (in particolare a noi italiani) il cattolicesimo prima di scomparire definitivamente nell'oblio della Storia, ma tutto ciò viene annegato in un mare di ragazzini che litigano, muoiono male, si accusano, si baciano, si sacrificano e si picchiano a scuola.

Il peccato diventa anche doppio se si pensa a come il film parte bello tosto e forte: primi dieci minuti e BAM! un suicidio, una fuga e un secondo suicidio con tanto di fantasma che scorrazza bello tristanzuolo e incattivito. Siamo anni luce avanti al solito teen slasher che ci mette mezz'ora a presentarci personaggi del tutto uguali a quelli visti nel teen slasher precedenti, metterli in macchina e farli arrivare al mattatoio di turno.
Insomma, From Within parte in quinta e sgomma come un demonio appena c'è luce verde, per poi afflosciarsi e rimanere al palo.

Vendetta, angst e fondamentalismo religioso vengono frullati male, senza mai riuscire a ottenere una sostanza unica e nuova e i minuti vengono lentamente scanditi dall'apparizione del fantasma (che assume le fattezze del malcapitato di turno, giocando spesso con gli specchi) ma mancano sia la costruzione dell'atmosfera sia la corretta sintassi omicida necessarie a generare interesse e coinvolgimento.
Low budget non dovrebbe mai essere un sinonimo o una scusante di low IQ.

Una colonna sonora pasticciata che mischia con crassa ignoranza e profonda superficialità Chopin ai Flamethrowers e Puccini ai The Hoosiers è il colpo definitivo che serve per farci voltare inesorabilmente il pollice vero il basso e sperare che i leoni della memoria facciano un pasto veloce di questa non memorabile accozzaglia di pressapochismi.
Ma non temete, Keene è lanciatissimo ed è già al lavoro sul sequel, che fortuna!

Ah, se dopotutto ancora non vi fidate di me (peste vi colga ma fate bene) e avete scelto lo stesso di guardarvi questi 93 minuti di rural curse, allora assicuratevi perlomeno di restare fino alla fine e guardare le scene che scorrono coi titoli finali, che sono l'aspetto più decente di tutta la faccenda.
Immagino che la presenza di Thomas Dekker valga da sola l'interessamento di branchi di teen ager assatanate...

Collegamenti:

Sito ufficiale
After Dark Horror Fest
Papamichael su ShowreelsOnline
Fear Itself
Quel figone di Thomas Dekker

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