Sono lieto di presentarvi una lunga intervista con Franco Pezzini, autore dell'ottimo The Dark Screen di cui ho parlato qualche tempo fa. Si dice in giro che internet non ama articoli e interviste di lunghezza superiore a poche righe, vi chiedo per una volta di fare un'eccezione e andare fino in fondo in quanto secondo me quel che Pezzini ha da dire merita tutta la vostra attenzione.
Facciamo così: voi leggete tutto, lentamente e con concentrazione e per i prossimi 4 o 5 giorni potrete saltare i miei post spernacchiandomi anche "a gratis", ok?
Fra l'altro Pezzini, verso la fine, propone una minirecensione di Danza Macabra di Simmons che, ricorderete, a me non era piaciuto per nulla o quasi. Quanto Franco ha da dire non mi convince a rivedere il mio giudizio, ma è occasione irrinunciabile per proporre altre campane (e, ehm, di una certa potenza di decibel) al riguardo.
Elvezio: L'intero tuo curriculum di pubblicazioni traccia un percorso di graduale avvicinamento a The Dark Screen, sia dal punto di vista dei contenuti e dei temi (sei partito dalle ancelle, in sostanza) sia da quello del metodo (non è la prima volta che scrivi un volume a quattro mani). Quanto tempo avete impiegato dall'ideazione alla stesura definitiva di The Dark Screen?Franco: Dal varo alla chiusura più o meno un anno e mezzo, di cui un anno secco di scrittura. Era la Fiera del libro maggio 2007 quando
Paolo De Crescenzo della
Gargoyle ci ha proposto un volume a tutto campo su Dracula in cinema e televisione. L’idea era che a scriverlo fossimo in due per giocare su competenze diverse, e come partner di lavoro mi proponeva
Angelica Tintori.
Non la conoscevo: ci siamo incontrati, trovati benissimo, ed è solo servito qualche mese per individuare il taglio del volume e lo stile da adottare. A settembre siamo partiti con la scrittura, che abbiamo chiuso nel settembre dell’anno dopo. Dodici mesi di fuoco, ma ci siamo divertiti come pazzi.
Va detto però che il graduale avvicinamento di cui parlavi è stato ben poco programmato. Il mio primo testo,
Cercando Carmilla, avrebbe dovuto comprendere un’ampia sezione sul cinema che però, per questioni di peso paginale, è stata stralciata ormai in Zona Cesarini – o meglio liofilizzata in pochi paragrafi.
Per inciso, oggi il volume andrebbe aggiornato: occorrerebbe dar conto delle importanti scoperte di
Rob Brautigam sulla corte di Barbara di Cilli, di
Georg Dehn sul Libro di Abramelin e di
Matthew Gibson sulle fonti di
Le Fanu – più raccontare qualche piccola novità d’interesse che ho recuperato nella Stiria slovena. Vedremo…
Comunque la parte stralciata ha costituito una prima base del lavoro poi completamente riscritto insieme ad
Arianna Conti,
Le vampire.
Mi fa piacere ricordare quella collaborazione perché abbiamo lavorato molto bene in condizioni esterne difficilissime, per le vicende dell’azienda dove all’epoca lavoravamo entrambi.
Poi è passato qualche anno e stavo facendo ricerche su altri temi quando è arrivata l’offerta Gargoyle. In una situazione diversa e con un altro editore non so se avrei osato metter mano a uno studio tanto gigantesco…
Se per i due primi volumi il problema era stato di reperire fonti su una materia relativamente poco studiata, in
The Dark Screen ci trovavamo nella situazione opposta di dover gestire una quantità mostruosa di materiale, e di affrontare film studiatissimi. M
a il lavoro in tandem – quando si tratti di un tandem “riuscito” – ha sempre una marcia in più, e permette risultati che il singolo difficilmente potrebbe raggiungere. E
Paolo De Crescenzo, che della materia è un grande competente, ci ha dato una mano preziosissima.
E: Come si è svolta questa tua collaborazione con Angelica Tintori dal punto di vista pratico? Vi siete divisi la materia in alcune aree che avete seguito autonomamente o avete scritto ogni singolo capitolo insieme? Avete una formazione culturale diversa, questo ha comportato frizioni e sostanziali differenze dei punti di vista e conclusioni sulla materia?F: Il primo problema è stato che abitiamo in città diverse (a Milano Angelica, a Torino io): dunque si è deciso che ciascuno scrivesse qualcosa e poi incrociassimo il materiale. Come punto di partenza abbiamo privilegiato passioni e competenze personali – per esempio l’espressionismo tedesco o le opere televisive per Angelica, la Hammer o l’exploitation per me; ma poi, sulla base composta da ciascuno, l’altro è intervenuto senza pietà.
In sostanza, entrambi abbiamo lavorato su tutto. Qualcuno ha osservato, con grande gentilezza, che sembra esserci una voce unica: ma se ciò è vero, si tratta della sintesi di due diversi modi di scrivere attraverso un onesto lavoro di lima.
Certo, c’è stato un confronto, e non solo sulla forma: come dicevi, abbiamo avuto esperienze e formazione differenti, e competenze diverse. Angelica ha al suo attivo ricerche di storia e critica cinematografica e televisiva, io mi occupo soprattutto di mitologia e critica letteraria; lei conosce molto bene il mondo della fantascienza, io sono un cultore di horror. E quanto a dinamiche giocavamo un po’ a fare – l’espressione è sua – il poliziotto buono e quello cattivo. Il buono (si fa per dire) ero io, che impazzisco per gli horror popolari…
Ma il risultato finale appartiene davvero a entrambi, con la conciliazione di due punti di vista non sostanzialmente diversi ma in dialogo.
E: Vi sono, e probabilmente vi saranno sempre, enormi diversità fra internet e la carta stampata. La profondità di analisi e il tipo di approccio da voi proposto sono impensabili in rete dove purtroppo abbondano e prosperano migliaia di siti-clone costruiti a colpi di schede e news. Ma quando si esce in cartaceo bisogna purtroppo fare i conti con le vendite. Io sono stato entusiasta del volume e ho cercato di trasmettere questo entusiasmo ai lettori, mi piacerebbe sapere se siete già in possesso di dati di vendita confortanti o se è ancora troppo presto per trarre qualche conclusione. Avrete tastato il polso di critica e pubblico in questi mesi, che bilancio ne avete ricavato?F: Anzitutto ti ringrazio del giudizio lusinghiero. È effettivamente un po’ presto per arrivare a un bilancio, ma dai contatti avuti, dalle recensioni e dai primi riscontri di vendite sembra che il nostro lavoro sia stato valutato positivamente. Il che, puoi immaginare, è per noi di grossa soddisfazione.
Comunque sì, c’è un’inevitabile differenza tra la possibilità di affrontare un certo argomento su carta, con tutta la calma necessaria anche in termini di spazio, e l’urgenza di sintesi in un sistema di videate. In linea di massima non sono d’accordo con chi teorizza che il lettore web non ami leggere testi lunghi, ma è legittimo porsi la domanda.
Quello del tipo di contenuto è però un altro discorso, su cui pare interessante soffermarsi. Fatti salvi i siti di approfondimento, è vero che su internet prosperano commenti-spot, e in particolare quelli che hai chiamato siti-clone.
Da noi non è ancora così forte un fenomeno diffuso nei siti commerciali USA, per cui gli utenti compilano veri e propri saggi brevi in calce alla pagina pubblicitaria di questo film o quel libro: i tentativi italici restano in genere piuttosto timidi, ed è difficile che si vada oltre il singolo paragrafo di apprezzamento o di biasimo.
Le stesse schede delle webzine sono spesso magroline. Del resto in tutti questi casi la funzione dichiarata è di informazione rapida del lettore.
Eppure c’è dell’altro.
Si può forse evocare la cifra del collezionismo per spiegare la passione con cui sono costruiti certi siti-wunderkammer fitti di titoli già indefinitamente recensiti altrove. Ma in riferimento alla galassia gotica si può riconoscere – in termini forse un po’ provocatori, ma basta capirsi – un ulteriore livello di significato per simili operazioni: quello cioè simbolico-culturale.
Condividendo le informazioni si partecipa alla vita di una comunità ideale con propri eroi fondatori, miti e riti. In termini analoghi, in fondo, al continuo ritorno nelle pagine web degli stessi testi “sacri”: pensiamo alle infinite copie di
Carmilla circolanti su internet senza differenze apprezzabili, che so?, in note o grafica.
Ne
Le vampire individuavamo nell’epoca attuale e a partire dagli anni Novanta un’età “gothica” – o neogotica – come fase ben identificabile nella produzione vampiresca su grande schermo, ma in riferimento a un quadro più ampio: la diffusione di internet, lo strutturarsi di una cultura giovanile che recupera miti e forme del gotico come chiavi importanti per comunicare… e avvicina l’horror su schermo con modalità un po’ diverse dal passato.
Era stata l’epopea Hammer a definire nei termini più sofisticati e compiuti ciò che il precedente cinema dell’orrore già suggeriva, cioè la dimensione liturgica, la celebrazione del film gotico come mistero profano – e il pubblico partecipava delle azioni di Van Helsing e delle soddisfazioni di Dracula attraverso un complesso gioco di proiezioni ed esorcismi. Ma lo spettatore restava al di qua dello specchio oscuro: l’esperienza non alterava cioè la percezione tradizionale di “buoni” e “cattivi”, e si consumava in una partecipazione indiretta.
Con l’età neogotica, invece, il pubblico – almeno un certo pubblico – ha preso a varcare lo spazio simbolico: Dracula e Carmilla appaiono figure positive, appartengono all’orizzonte morale dello spettatore che può identificarvisi, rifrangere in loro le proprie perplessità ed emozioni, stare dalla loro parte e magari vestire come loro. E internet permette di accedere anche materialmente a una vita oltre lo schermo, accessibile a indefinite platee di spettatori.
Del resto le schede web hanno permesso la conoscenza di film non ancora rintracciabili nella videoteca sotto casa: li hanno insomma aggregati in un tessuto culturale specchio di inquietudini, ribellioni e nervi scoperti, soprattutto in riferimento alle generazioni più giovani.
Specchio dello specchio d’argento, internet accelera la mitopoiesi.
A me comunque interessa la ricerca, e sul fantastico, anche quello considerato “classico”, moltissimo resta da scavare. Ogni generazione legge con occhi un po’ diversi: e un elemento importante dei miti – anche quelli horror – sta nella loro dimensione di macchine per pensare, di chiavi di approccio alla realtà.
E: Ci sono in giro altri testi di saggistica horror relativamente recenti che ti senti di consigliare a occhi chiusi?F: Farei un discorso sugli autori: e fermo restando che l’horror può essere analizzato attraverso prospettive diverse abbiamo in Italia una serie di saggisti eccellenti. Per i capisaldi penso a
Danilo Arona, Fabio Giovannini, Massimo Introvigne, Teo Mora… ma anche a
Giorgio Cremonini, Renato Giovannoli col suo recentissimo
Vampiro innominato,
Vito Teti, o la squadra di
Nocturno che ogni mese sforna monografie da urlo.
Per il panorama straniero, in particolare anglosassone, menzionerei almeno
J. Gordon Melton e
David J. Skal. E ho citato solo qualche esempio, senza voler dimenticare nessuno e senza riportare quelli più noti come romanzieri.
Il che non impedisce, ovviamente, che su singoli punti si possano avere idee un po’ diverse. Per quanto riguarda per esempio Il vampiro innominato non concordo sulla teoria che il calendario antiliturgico del Dracula conduca a ravvisare simpatie di Stoker verso il Lato Oscuro. Ma ciò non toglie nulla al fascino del testo di Giovannoli.
E: Tornando a Dracula e, obbligatoriamente, ai vampiri, ritengo che si tratti di un Archetipo, a differenza di altri, sostanzialmente fluido, liquido, per abusare di un termine sociologico molto di moda. Mentre figure come lo zombie o il fantasma hanno, nel corso degli ultimi decenni, attraversato al massimo un restyling esclusivamente estetico, il vampiro continua a mutare e adattarsi.
Ciò avviene sia esteriormente (basti pensare alle recenti vampire in latex) sia a livello di specchio sociale, di metafora, di simbolo.
I vampiri ora stanno organizzandosi sempre più in moderne S.p.A., in Camarille dal know how in continuo aggiornamento, capaci di affiancare al potere personale (che, come ha dimostrato Dracula, spesso può non bastare) un senso di cameratismo e corporativismo molto forte.
Usano armi moderne accanto a zanne antiche, investono in Borsa e alcuni sono estremamente a loro agio con il computer. Questo è un cambiamento trasversale che interessa tutti i media. Da dove nasce questa capacità di reggere al cambiamento e di adattarsi, quando quasi tutti gli altri Totem stanno lì a prendere polvere o rimangono, come gli zombie, intrappolati nel vecchio teorema romero-proletario?F: Il fatto è che il vampiro ha una lunga storia di trasformismi. Già si parte da una problematica qualifica di specie: certo, nell’accezione tecnica il vampiro è una creatura del folklore esteuropeo, un morto che torna col corpo, assetato di vitalità e soggetto a un canone di regole metafisiche – ma personaggi abbastanza simili emergono qui e là nel folklore di ogni luogo e tempo, creando imbarazzo nell’uso dell’etichetta.
Nel passare poi alla letteratura (in particolare alla prosa, con Polidori) il vampiro si trasforma, e l’impresentabile orco delle gazzette settecentesche lascia il posto a un attraente gentiluomo; quindi il cinema prosegue la mutazione, attribuendogli per esempio con Murnau una fatale fotofobia che entrerà nella vulgata.
D’altra parte il fatto di essere creatura intermedia tra la vita e la morte – ma anche tra umano e ferino, concreto e spettrale, seduttivo e ripugnante – rende il vampiro indefinitamente adattabile. Seguendo con pazienza la lunga storia delle sue apparizioni, ci rendiamo conto che diventa sempre più carino, sempre più avvicinabile: Twilight non è insomma che la tappa ultima (per ora) di un’evoluzione vorticosa, da consumato fantasista.
Ma se non vediamo il vampiro nello specchio è anzitutto perché non lo riconosciamo nel riflesso della nostra immagine individuale e sociale: la questione centrale, insomma, non riguarda tanto i nuovi connotati del personaggio – bello, buono e politicamente corretto, visto che appartiene pure a una minoranza – quanto l’ambigua dinamica di rifrazione tra lui e noi.
Il sogno o la pretesa di sfuggire alle coordinate della realtà, di restare al crocevia delle possibilità senza la costrizione a determinarci; il riconoscimento dei nostri vampirismi personali e comunitari, delle necrosi inconfessate che ci portiamo addosso; il rapporto con il tempo; il rapporto con l’Altro…
Sul piano narrativo, in letteratura come al cinema, quest’adattabilità del personaggio finisce oggi col promuoverlo a supermetafora del fantastico. Nel senso che il vampiro, come il trasformista Dracula, può assumere qualunque forma e frequentare qualunque sfondo narrativo. Ma ciò rappresenta parecchio di più che un comodo espediente per semplificare la vita ai narratori: in scena è l’icona eminente di un’ambiguità legata a stretto filo alla nostra condizione (post)moderna. Nessun altro mostro o personaggio fantastico può vantare un simile ruolo.
E: Parlando di Archetipi, ti sembra che negli ultimi anni sia sorta qualche nuova figura nell'immaginario horror? Qualche nuovo monstrum che non passi come meteora ma riesca a mettere radici nel nostro inconscio?F: Sulla novità dobbiamo intenderci. In occidente c’erano non-morti succhiasangue ben prima che i vampiri esteuropei conquistassero il palcoscenico; e si sollevavano cadaveri ben prima degli zombie o del geniale mix assemblato dallo studente Frankenstein – che usa la scienza, d’accordo, ma sogna sui testi degli occultisti. Eppure indiscutibilmente personaggi come i parenti di Dracula, gli zombie o la creatura di Mary Shelley hanno fatto irruzione nell’immaginario moderno con una perturbante carica di novità.
Così sembra probabile che i mostri di domani sorgeranno da strutture o figure che già conosciamo, sviluppandone innovativamente singole caratteristiche, personali o ambientali. E potranno flirtare con l’inorganico, coi virus informatici o con una cifra Legione su cui fin da ora si interrogano gli studiosi dell’immaginario.
Penso per esempio a Danilo Arona: già nell’oggi certe entità dei suoi romanzi-saggi, per esempio lo spettro Melissa sorto da una risacca di grumi psichici, sogni web e leggende metropolitane, innova profondamente il modello ghost story. Si tratta già di un nuovo monstrum? Dipende da come lo consideriamo: ma sembra probabile che un filone di novità muoverà proprio da tale galassia di suggestioni.
C’è poi tutto un ambito, fortemente rinnovato negli ultimi anni, che gioca con le pulsioni più estreme degli spettatori, dalle perversioni alle torture. Saw, Hostel…
Certo, i villain protagonisti entrano di diritto nella galleria teratologica, ma in genere come variazioni di modelli già noti. Nel caso di mostri plurali, pensiamo a precedenti come i cannibali alla Deodato, o tutti i clan da mattatoio insediati in fattorie isolate e dietro porte-da-non-aprire lungo vari decenni di cinema.
È l’idea di una comunità-mostro, votata a straziare viaggiatori imprudenti con lubrica voracità nell’ambito di un rapporto fortemente voyeuristico con gli spettatori. Del resto il padre ideale di queste messe in scena, il marchese de Sade, ha conseguito già da parecchio tempo la promozione a mostro in ambito di fiction.
In versione, ovviamente, riveduta e corretta rispetto al profilo storico: pensiamo solo al delizioso
Il teschio maledetto di
Freddie Francis, tratto da un testo di
Robert Bloch.
Qualche considerazione autonoma si può fare per un’altra figura estrema sorta dalla cronaca. Acquisiti all’immaginario i mostri dello slasher – Freddy, Jason e compagnia – dobbiamo a maggior ragione considerare nell’elenco il loro capofamiglia, Jack the Ripper. In questo caso il personaggio è già stato mitizzato fin dai giorni di sangue del 1888: ma l’impatto dei crimini seriali nell’immaginario degli ultimi anni attribuisce a Gianni col coltello in mano un’aura simbolica, totemica, ancora più potente.
Del resto, come scriveva Seneca in una tragedia, “Perché arrestare la generazione dei mostri?”: la produzione non è mai cessata dall’alba dell’umanità.
Con alcuni picchi di fascinazione collettiva: per il Novecento gli anni Trenta/Quaranta, e l’arco tra la fine dei Cinquanta e i primi Settanta. Le teratologie Universal e Hammer, il serraglio di Jess Franco…
Ma se i mostri del Novecento hanno conosciuto le loro età d’oro nell’ambito del cinema, quelli dell’Ottocento erano stati canonizzati dalla letteratura; tra il Cinque e il Settecento, invece, se ne occupavano medici, cronisti e scrittori di fiabe. Nulla insomma ci garantisce che il nuovo catalogo teratologico sorgerà nello stesso modo e con le stesse dinamiche dei precedenti. Possiamo immaginare che nel prossimo futuro il cinema giocherà ancora una parte importante. Ma nello sviluppo potrà entrare anche internet, veicolo di nuovi vampirismi e possessioni.
E: Rispetto a qualche tempo fa, trovo che ci sia un grosso imbarazzo, da parte di una grande fetta della critica, anche quella specializzata, a inquadrare autori, temi, correnti dell'horror. Anni fa si faceva minore fatica a individuare, chessò, la Nuova Carne di Cronenberg o le inquietudini sociale innervate da certi lavori di Romero o Hooper. Ora sembra, leggendo in giro, di trovarci di fronte a una produzione filmica scollegata, parcellizzata e poco comunicante. Ritieni che questa frammentazione sia "colpa" di un ricambio generazionale nella critica, che propone ora figure più vicine al fan che allo studioso o pensi che sia effettivamente frutto di una produzione cinematografica sempre più usa e getta e sempre meno in grado di generare correnti e movimenti?F: Non so se si tratti di imbarazzo: forse è il quadro generale che è cambiato. La produzione che oggi uno studioso dell’horror – in particolare quello cinematografico – ha sott’occhio è infinitamente più vasta di quella di dieci anni fa.
Un numero enormemente maggiore di opere nuove, e su un panorama geografico molto più vasto: si pensi ai rapporti con l’Estremo Oriente. Consideriamo poi l’apertura delle cateratte sul passato, tramite l’emersione in dvd di film considerati introvabili, e il frenetico recupero postmoderno di tali echi nelle opere fresche di pellicola… In sé le costellazioni di temi e filoni risultano piuttosto identificabili: ma su un campo così vasto è più difficile richiuderle in etichette unitarie convincenti, in formule forti.
D’altra parte la storia dell’horror è un mosaico di approcci diversi, stagioni con variabili proprie, esperienze fortemente legate a certi gruppi di autori o certe case di produzione – o anche a particolari voci critiche. Anche perché, a differenza che per altri settori culturali, è meno evidente una continuità istituzionale: la critica è spesso composta da brillanti battitori liberi, senza vere scuole come invece accade per filoni meglio rappresentati nell’accademia. Appunto tramite internet si sono moltiplicate le voci, ma torniamo al discorso precedente sul tipo di lettura offerta.
A dedicarsi a un certo tipo di studi non si è in molti: basta che una singola voce taccia, per i motivi più vari, e si sente l’impatto di questo silenzio.
Ci sono, evidentemente, alcuni importanti gruppi di riferimento – per esempio il sito Carmillaonline o la citata rivista Nocturno – e non mancano risonanze importanti anche nel mondo degli studi universitari.
Ma è vero che l’horror, a dispetto delle positive ricadute in termini di pubblico, è ancora giudicato impresentabile da molti sulla base di grossolani pregiudizi o equivoci. Con tutto questo, il fatto che oggi in libreria si possano trovare con facilità buoni saggi di critica horror mi sembra un netto passo avanti rispetto al passato.
E: Collegandosi alla domanda precedente, trovi che il cinema horror contemporaneo riesca ancora a funzionare a livello di lettura e critica della società? Pensi che ci sia ancora spazio per un horror "politico" o comunque in grado di proporre qualcosa di più dell'intrattenimento e dello spavento, senza per questo rinunciare a essi? Mi spiego meglio con un esempio fra i tanti che si possono fare. In concomitanza con la crisi sub-prime (e ritengo di non essere il solo ad averlo notato, anche se ancora non ho letto testi a tal proposito) c'è stato un evidente, immediato boom di film horror/thriller che proponevano come tema centrale l'home invasion, la perdita di sicurezza all'interno dell'ultimo baluardo possibile, la casa. Trovi che sia solo un caso o che comunque, più o meno consciamente, l'horror riesca ancora a operare a tale livello?F: Credo ci siano due livelli. In un certo senso un po’ tutto l’horror è passibile – senza forzature, intendo – di lettura in termini sociali. Non che l’analisi si esaurisca su tale piano: diffido delle chiavi uniche, significherebbe impoverire un genere che ha implicazioni molto più variegate.
E del resto, a un secondo livello, è vero che esiste un horror più fortemente legato al piano sociale, prepolitico o politico, e un altro più introspettivo, psicologico, metafisico.
Ma un aspetto non esclude l’altro; e del resto già i capisaldi ottocenteschi presentano un’estrema ricchezza di contenuti, anche in senso sociale. Come la paura dell’Altro, lo straniero che penetra nel nostro spazio vitale, minaccia l’ordine noto e magari rapisce le nostre donne: emblematico è il tiranno orientale Dracula che per prima cosa, arrivando in Inghilterra, dissangua Lucy Westenra, la luce dell’Occidente. Timori, è ovvio, tornati oggi di fortissimo impatto.
Certo, l’horror parla in termini mitici e per simboli, dunque il gioco può risultare equivoco: come in certo cinema (scusami la definizione, ma penso sia calzante) di zinne e zanne, dove il limite tra provocazione militante e voyeurismo sessista è spesso difficilmente identificabile. E a maggior ragione è importante un approccio alle opere horror come macchine per pensare: qualcosa che dovrebbe partire fin dai banchi di scuola, senza ostilità bacchettone.
Bella, dunque, la suggestione cui accennavi: ma pensa anche al tema del lavoro, sia nel senso dell’occupazione (e della perdita della medesima) che in quello della sicurezza… argomenti caldissimi, su cui l’horror parla da sempre. Ricordiamo l’atroce racconto
The Monkey’s Paw di
William Wymark Jacobs, 1902, dove il morto sul lavoro torna a battere alla porta, e l’ultimo desiderio richiesto al talismano è di farlo tacere – una tentazione forte, in tempi come i nostri.
O il film
Headhunter di
Paul Tarantino, 2005, che nella sua ruspante improbabilità può leggersi come crudele metafora di tutto un orizzonte di orrori del lavoro.
L’horror resta insomma un linguaggio fondamentale per esprimere il disagio, individuale come collettivo: e proprio grazie alla paradossalità delle situazioni offerte, alla potenza mitico-simbolica di immagini che interpellano a più livelli e suggeriscono costellazioni di significati. Restituendo nella loro problematicità fatiche e contraddizioni, indignazioni e perplessità di noi uomini della strada. Dunque un linguaggio delle domande, più che delle risposte.
E: Che ruolo ha giocato e gioca la tua laurea e quindi gli studi fatti all'interno del tuo approccio a tematiche come quelle affrontate in The Dark Screen?F: C’è chi, in ambito critico, analizzando la formazione di un’ampia percentuale di scrittori di horror, ha individuato un filo nero di raccordo tra questi interessi e gli studi giuridici… Ma in realtà la mia tesi, sull’esorcismo nel Diritto canonico, ha costituito un effetto – cioè la risposta a passioni coltivate per anni – più che una causa.
Certo, all’epoca mi ha permesso approfondimenti utilissimi. Al Festival di folklore e cultura horror Autunnonero, un paio di anni fa, ho appunto presentato una relazione sulle ricadute letterarie e cinematografiche del tema esorcismo & possessione, viste però con l’occhio di chi ha seguito gli sviluppi anche teologici e canonistici: e mi sembra una dimensione di estremo interesse, spesso trascurata dalla critica di genere. [N.B. Il testo è stato poi pubblicato in due parti su LN LibriNuovi, nn. 44 (2007) e 45 (2008).]
D’altra parte non siamo certo Angelica e io ad avere individuato per primi le forti componenti anticristiche e demoniache del Dracula. Ma la conoscenza di testi biblici e liturgici permette di avvicinarsi all’ottica di Stoker (anglicano ma irlandese, e affascinato dalla simbologia cattolica) e del lettore medio dell’epoca – molto più devoto e dunque avvezzo a un certo linguaggio e ai suoi echi e sottocodici di quanto si sia in genere oggi. Tra l’altro io sono cattolico, dunque questa esperienza non mi è estranea.
Certo, da un punto di vista tipologico il discorso sul vampirismo e quello sulla possessione vedono sviluppi diversi, autonomi: ma connessioni e zone grigie non mancano.
E: Domanda d'obbligo. Avete scritto quello che, con ogni probabilità, verrà considerato per molto tempo il testo definitivo su Dracula, perlomeno in Italia ma non solo. Ora ti starai riposando, ma hai già qualche progetto, qualche futuro saggio riguardante l'horror?F (ride): Il riposo è relativo. A parte l’attività di recensore cui tengo molto, ci sono già in pista vari saggi, un paio dei quali con Angelica – ma è ancora un po’ presto per parlarne.
Con
Massimo Scorsone continueremo la proposta di poeti del fantastico: sull’ultimo Poesia (maggio 2009) ci siamo occupati di
George Sterling, allievo di Bierce e maestro di Clark Ashton Smith.
Ora abbiamo in mente qualcosa sulla poesia di Lovecraft, di cui avevamo presentato una panoramica al Circolo dei lettori a Torino (http://www.kore.it/caffe/poesia/H_P_Lovecraft.pdf). Nei cassetti, in fasi più o meno avanzate, ci sono poi un paio di romanzi, una versione illustrata del Vathek di Beckford, la sceneggiatura per un film apocrifo degli anni Settanta… Ma visto che posso dedicarmici solo la sera o nei weekend – di giorno lavoro in casa editrice – tutto procede con ovvia lentezza.
E: Di solito chiudo le interviste con una domanda d'alleggerimento. Un film, un disco e un libro, non necessariamente legati all'horror, nei quali sei incappato di recente e che ti hanno colpito.F: Per il film,
Gli strangolatori di Bombay di
Terence Fisher, proposto ora in Italia dalla Jubal: avventure esotiche marca Hammer, una delizia.
Per la musica – non è una novità ma lo sento spesso –
Sexus et politica, con le canzoni di
Virgilio Savona tratte da classici latini e cantate da Gaber: uno straordinario omaggio ad autori che amo, tra Corinne desnude, frecciate di costume e meditazioni sul tempo che passa.
Per il libro, invece, strafaccio e te ne indico due. Anzitutto un saggio che però, per come è narrato, sembra un romanzo:
Io sono il mercato di
Luca Rastello, edito da
Chiarelettere.
Con Luca siamo amici da una vita, so bene quanto è bravo, ha diretto
Narcomafie… eppure questo affresco spiazzante sul traffico di stupefacenti è riuscito davvero a colpirmi. Le avventure bizzarre, quasi picaresche dei suoi vettori; i retroscena di una lotta alla droga strombazzata da paesi che dalla polvere bianca sono in realtà sostenuti economicamente; tutto un panorama di emozioni, carognate & malinconie a cavallo tra i sudori dell’America latina e i grandi porti europei – un quadro insomma che strappa un po’ di verginità malriposta e insieme permette, il che non è poco, di godere una narrazione coi baffi.
Ma almeno un titolo horror te lo infliggo, cioè il romanzo che ho finito ora di leggere – e su cui, devo confessarti, il mio giudizio diverge dal tuo.
Sto parlando di
Danza macabra di
Dan Simmons, edito da Gargoyle: un romanzo-fiume complesso quanto ambiguo, estremamente intrigante. La scena-chiave mi pare quella in cui è descritto un quadretto idilliaco: una vecchietta fragile attorniata dalla famiglia che l’ha presa in carico, nel caldo abbraccio della casa in cui si sono appena trasferiti.
“Piangemmo tutti per la commozione”, dice la vecchietta, cui appartiene la voce narrante – che però (facciamo attenzione) interviene solo a tratti. Si chiama Melanie come l’eroina buona di Via col vento, e conclude quel capitolo con le parole: “Domani sarebbe stato un altro giorno”.
Peccato che, come sappiamo dalla stessa Melanie, lei sia un’orrida vampira della mente; e i parenti apparenti sono in realtà sue vittime, gente dalla psiche sfondata che le obbedisce come zombie e le fornisce la possibilità di vedere e sentire a distanza.
Un caso emblematico, insomma, dei raccordi cui accennavo tra vampirismo e possessione, con scene da cardiopalma; e insieme un Via col vento virato in nero, con tanto di guerre, schiavi e comunità di colore.
È vero, le quasi mille pagine – che possono preoccupare un lettore – sono nutrite da un’analiticità descrittiva molto marcata. Eppure questo soffermarsi quasi parossistico sui particolari non è senza ragione: lo scrittore vede attraverso la narrazione come Melanie attraverso i suoi schiavi, con una nettezza fotografica (o cinematografica, se si preferisce) mai tanto enfatizzata nell’opera di Simmons.
Attenzione, lo scrittore vede anche quando non è Melanie a parlare: non si tratta soltanto di riprodurre vividamente lo sguardo di lei, ma c’è un vampirismo dello scrittore che usa personaggi, trama, e persino il lettore. Attraverso i dettagli, noi vediamo cioè quel che lo scrittore-vampiro permette: siamo suoi occhi e sue orecchie.
Qui però c’è un ulteriore aspetto di interesse. Nel romanzo di Stoker il conte usa l’infettata Mina; ma proprio per questo, in direzione contraria, Van Helsing riesce a carpirle informazioni su di lui. E anche in Danza macabra, forse, il lettore intravede qualcosa dello scrittore-vampiro al di là di quanto egli desideri. La capacità di Simmons è fuori discussione: uno dei più grandi autori di horror del panorama internazionale contemporaneo. Un autore, d’altro canto, sorto nell’ambito di una certa cultura americana e radicato in essa: e, indipendentemente da polemiche recenti, qualcosa delle sue posizioni ideologiche filtra anche qui.
Qualche critico ha commentato che nel dibattito sulla violenza contenuto in Danza macabra Simmons, paradossalmente, riesce a sostenere meglio le ragioni del villain nazista compagno di merende di Melanie che dello psicologo ebreo Saul, uno dei protagonisti buoni. Eppure qualcosa sembra restare tra le righe: e il lettore può sobbalzare quando sente Saul confessare di essersi “chiesto se figure come Hitler, Rasputin e Gandhi” (corsivo mio) avessero il potere “di influenzare le azioni e le reazioni delle altre persone”.
Dove l’accostamento un po’ spiacevole e reazionario del maestro della non-violenza a due mostri storici sembra quasi sfuggito per lapsus freudiano all’Autore, che cerca di mantenere un assetto politicamente corretto a suon di membri di minoranze. Ciò non per inquisire le intenzioni di Simmons (non ci interessa), ma per rimarcare la fascinazione di un testo dove la cifra-vampiro – ancora una volta – induce a domande imbarazzanti sul rapporto tra Autore e società.
Ma a questo punto, come spesso nelle storie di vampiri, è avvenuto il contagio. Se cioè la parossistica scrittura della visione restituisce l’esperienza dello scrittore-vampiro, ciò vale in ultima istanza per il lettore-vampiro. Ed è lui il vampiro che sopravvive, l’ultimo vampiro della catena. “Domani sarebbe stato un altro giorno”...
Piaccia o meno come qualunque altro libro, Danza macabra è insomma un grande affresco sul vampirismo della scrittura e della lettura. E sui suoi meccanismi insieme ingannatori e rivelativi di culture, simpatie e nervi scoperti.
E: Ti ringrazio per la disponibilità e la pazienza. C'è qualcosa che non ti ho chiesto e che vorresti dire ai lettori?F: Sono io a ringraziarti per la pazienza, dopo tutto il mio sproloquio. Aggiungerei solo un auspicio: che all’horror, nella percezione collettiva, sia dedicata maggiore attenzione.
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