giovedì 30 aprile 2009

Walled In

WALLED IN
2009, USA/Francia/Canada, colore, 100 minuti
Regia: Gilles Paquet-Brenner
Soggetto/Sceneggiatura: A otto mani da un romanzo di Serge Brussolo
Produzione: Walled In Productions e vari

Sam è una giovane esperta in lavori di demolizione di grandi edifici e il suo primo incarico consiste nel recarsi in una remota zona paludosa per valutare come portare avanti la distruzione di un imponente, monolitico edificio di 8 piani opera del grande architetto Joseph Malestrazza.

L'edificio è ormai abbandonato, solo 4 persone continuano a vivere al suo interno: la custode e il figlio quindicenne, un tipo di colore e una stramba vecchietta: la chiusura delle industrie nelle vicinanze ha condannato l'intera zona alla recessione e la storia dell'edificio nasconde alcuni macabri segreti.

Una dozzina di anni prima un operaio, impazzito per il licenziamento, uccise molti abitanti del caseggiato annegandoli con il cemento liquido dentro alcuni spazi del palazzo, compresi fra gli altri il marito della custode e anche Malestrazza.

Sam comincia a perlustrare l'enorme edificio in cerca dei posti giusti per piazzare le cariche e oltre a fare la conoscenza con i quattro abitanti comincia a sperimentare allucinazioni e visioni fantasmatiche, addentrandosi sempre più nella reale natura del ventre di cemento che intende distruggere...

Fin troppi i nomi interessanti che si trovano a percorrere le anomale stanze di Walled In.
Dal grandissimo e morboso talento di Serge Brussolo (suo il romanzo d'origine, Les Emmurés, non ancora tradotto in Italia) che regala un ulteriore raffinamento della sua fissazione con le società chiuse fino all'efficacia degli scenografi (nello specifico quel Bertrand Seitz che si è fatto notare in una manciata di altre produzioni) nel dar vita alle visioni brussoliane.
Dalla crescente importanza di Karim "factotum" Hussain (qui nelle vesti di fotografo disposto a giocare di rimbalzo fra anodino e sanguigno a seconda della bisogna) fino all'algida, stupefacente (e quindi tossica e in grado di creare dipendenza) bellezza di Deborah Kara Unger passando per le azzeccate location canadesi fino all'astro nascente di Cameron Bright.

Purtroppo avere ottimi ingredienti sul bancone del bar non equivale automaticamente a confezionare il cocktail perfetto e Gilles Paquet-Brenner toppa nello shakerare troppo forte o forse nel tritare il ghiaccio invece che romperlo con il pestello.
Fatto sta che Walled In esce fuori come somma minore delle parti ed è un grande, immenso rammarico se tenete conto che seppur irrisolto, confuso e raffazzonato l'esordio statunitense di questo regista francese perfora più volte schermo e cervello per imprimersi a fondo nella memoria, andando ad agitare polle di solito ferme nell'immaginario horror di celluloide.

Brussolo regala il cross perfetto a un centravanti che si dimostra poco abile di testa e meglio disposto al lavoro di gambe: ecco quindi che Pasquet-Brenner evita di soffermarsi troppo a lungo sulla figura di Malestrazza e sulla fondamentale tematica del rapporto fra il creatore e la sua creatura, alternando squarci visionari (in pratica ogni interno o esterno del magnifico edificio) a lunghi momenti statici e stereotipati (l'edificio come creatura - yawn - vivente, l'intrepida Sam, l'ammmore) ma mostrando inettitudine totale alla costruzione sia dell'atmosfera che della tensione, complice un montaggio disastroso e una colonna sonora altalenante.

Le incerte vene d'oro (poliedri platonici, grandi architetti ed Egitto Antico) vengono lasciate perdere in favore dei più sicuri filoni di metalli meno nobili e si preferisce incassare grossolanamente su meccaniche più sicure e popolari, fino al terribile finale che non ho purtroppo idea (e qui magari qualche lettore potrebbe aiutarmi) se corrisponda o meno con quello scritto da Brussolo.

Pur subendo tutte queste ovvietà e nonostante la manifesta incapacità recitativa di Mischa Barton (che oltretutto sta invecchiando peggio e più velocemente di Dorian Grey verso le ultime pagine) Walled In è cinema da recuperare e preservare, provocazione in grado di rimanere a lungo nella memoria retinica e di innervare riflessioni e immaginazioni non da poco, specie se si considera il brutto momento che attraversa l'horror statunitense (e infatti siamo di fronte a un ibrido internazionale).
Consigliato a chi ama figure come quella di Varelli...

Collegamenti:

Sito ufficiale

Stella Polyhedron Navigator
Serge Brussolo
Deborah Kara Unger
Mischa Barton
Intervista a Karim Hussain
Biblio italiana di Brussolo

Filmato:

mercoledì 29 aprile 2009

The Dark Screen

The Dark Screen
Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo
Franco Pezzini e Angelica Tintori
Gargoyle Books, 2008
Rilegato, illustrazioni fuori testo
702 pag. - € 19
ISBN: 978-88-89541-28-9

Nessun personaggio, reale o di fantasia, ha conosciuto più trasposizioni sullo schermo - cinematografico o televisivo -del Conte Dracula. La creatura di Bram Stoker precede di gran lunga, in tale primato, Sherlock Holmes (insediato saldamente al secondo posto).
Quali i motivi di un successo così clamoroso e longevo? Come si è evoluta la figura del Principe delle Tenebre dagli albori del cinema all'era degli effetti speciali? Qual è il fil rouge che lega cineasti e interpreti tanto diversi tra loro, sconfinando nel musical, nel porno, nella pubblicità?

The Dark Screen non è, attenzione, uno dei soliti libri di cinema, ricchi di foto e illustrazioni cucite insieme con un commento più o meno originale e corredate da un elenco di "schede" che oggi ogni fan può autonomamente (e gratuitamente) scaricarsi da Internet.
Qui, il mito è analizzato nelle sue radici più remote e passato in rassegna in maniera completa e rigorosa, con competenza profonda e amore sviscerato, componendo un quadro di insieme probabilmente unico nell'ambito della saggistica su Dracula.

La prima cosa che ci si sente di dire, leggendo questo The Dark Screen, è che il "probabilmente unico" riportato sul risvolto è da leggersi senza l'avverbio.
Il testo di Pezzini e Tintori è unico nel suo campo, perlomeno in Italia, e non ha molto a che spartire con la maggior parte della saggistica di cinema horror scritta da autori italiani nel corso degli ultimi decenni, dove solo alcune opere collettive ad ampio respiro (segnatamente due volumi editi dalla Newton Compton) possono sperare di avvicinarsi alla monumentale esplorazione intrapresa da questi due indagatori d'incubo.

Molti i punti di forza di un testo che si propone come immediata e duratura pietra di paragone per ogni futuro approccio a uno dei totem orrorifici più importanti di ogni tempo, dalla buona (proprio perché non esageratamente lunga e omnicomprensiva) bibliografia a una leggibilità, una scrittura capace di intrattenere senza per questo diventare superficiale e vuota.
Ma è nel titanico tentativo di completezza che l'opera brilla di luce intensa, nel suo divenire implacabile stalker del vampiro più famoso, seguendo il Conte nei suoi continui salti fra palcoscenico, set e tubo catodico fino a catturarne la reale essenza.

Impresa non certo semplice, che richiede una preparazione specifica e una dedizione non comuni: l'intero curriculum di un ottimo studioso come Franco Pezzini sembra una traiettoria destinata ad arrivare infine a questo volume, dalle sue Victoriane su Carmilla Online ai vari interventi su LN passando ovviamente attraverso due volumi interessanti come Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira (Ananke, 2000) e Le vampire. Crimini e misfatti delle succhiasangue da Carmilla a Van Helsing (Castelvecchi, 2005).
Se alla formazione accademica di Pezzini si sovrappone l'estrema facilità di scrittura e l'ottima conoscenza del media cinematografico e televisivo di Angelica Tintori, diventa facile capire la semplicità di lettura di un mammuth di 700 pagine che disseziona Dracula come nemmeno nei più arditi sogni di Van Helsing.

E dopo un'indispensabile excursus su Bram Stoker e sulla sua opera ecco che l'imponente saggio propone diversi percorsi di lettura, organizzabili di volta in volta lungo assi temporali (quattro le "ere" principali individuate dai nostri), mediatici (inaspettata, per il sottoscritto, l'analisi di alcuni prodotti televisivi) o contenutistici, che permettono letture di volta in volta diverse e diversificabili a seconda della bisogna.

Ci troviamo di fronte a quello che per me è l'ideale di lavoro saggistico/critico, ovvero un testo che non poggia mai su qualche tipo di tediosissimo (e facilissimo) database di schede e recensioni, bensì tenta di individuare tematiche, discorsi, filoni, divagazioni all'interno della produzione su un soggetto apparentemente unico. è il tipo di lavoro cui ci hanno abituato da tempo autori come Arona e Catelli ed un tipo di proposta che a mio avviso distinguerà qualitativamente ancora per lungo tempo la carta stampata rispetto alla rete.

Ed è anche il tipo di approccio più corretto per quel mutaforma definitivo che è Dracula. Proprio in questo volume scoprirete che le trasformazioni in lupo, nebbia o pipistrello sono solo la punta di un iceberg costituito da decenni di necrofregolismo: dai sequel più o meno diretti alle narrazioni più o meno apocrife, dagli "altri" Dracula alle sue declinazioni ironiche, comiche e sensuali.

Ideale punto di partenza ed eterno ritorno per chiunque intenda studiare il personaggio, The Dark Screen è anche insolito esordio della Gargoyle in ambito saggistico, tanto più insolito a causa della sua altissima qualità, che diventerà difficile da eguagliare per eventuali altri volumi di saggistica proposti dalla sempre attiva casa editrice romana.

Obbligato a trovare qualche difetto, punterei sicuramente il dito verso l'incerto, sfocato e poco interessante reparto iconografico, sedici tavole illustrate che non rispecchiano quanto discusso nel volume.
Un must per la biblioteca di ogni serio studioso del fantastico trasposto su grande e piccolo schermo.

Collegamenti:

Arona intervista il duo dinamico
Gli autori
Le Vampire
Cercando Carmilla
The Dracula Library
Bram Stoker
Shroudeater
Vampiri.net

Altri libri nell'Elenco Recensioni Letteratura

martedì 28 aprile 2009

Red Mist

RED MIST
(FREAKDOG)
2008, UK, colore, 82 minuti
Regia: Paddy Breathnach
Soggetto/Sceneggiatura: Spence Wright
Produzione: Generator Entertainment, Northern Ireland Screen e varie

Alcuni giovani dottori escono una sera per festeggiare l'imminente fine dei loro corsi di studi e l'inzio delle brillanti carriere che li attendono. Alcool e droga si mischiano durante la serata e quando Kenneth, un tipo che lavora in ospedale, solitario, balbuziente e molto strano, cerca di unirsi alla festa loro lo allontanano in malo modo.

Kenneth però ha videoregistrato il momento in cui uno dei dottori trafugava delle droghe per la festa e il gruppo fa quindi leva su Catherine, una ragazza dolce di cui il tipo è innamorato, per convincere il ragazzo a tornare e festeggiare insieme a loro.

Purtroppo durante la notte l'invitato viene obbligato a bere troppo alcool, nel quale è stata mischiata della droga e, in seguito a una caduta, batte la testa e entra in coma. Con le future carriere a rischio tutti i medici decidono di abbandonarlo per strada, facendo finta che non sia accaduto nulla. Catherine però, nei giorni seguenti, presa dal rimorso, si impegna a cercare qualche tipo di soluzione per farlo uscire dal coma e sperimenta su di lui un potente mix di farmaci non ancora adeguatamente testati.

Le medicine non riescono a risvegliare il ragazzo dal coma, ma inducono in lui strani episodi di attività esp, di out of body experience e infine di controllo mentale. Kenneth comincia quindi, dal suo lettino di morte, a vendicarsi di tutti i medici, impossessandosi di varie persone e uccidendo senza pietà.

Solo Catherine sa cosa sta succedendo e solo lei potrà porre fine a tutto quanto...

Paddy Breathnach ci ricasca e confeziona una pellicola più o meno simile al suo precedente Shrooms, mettendo insieme il consueto gruppetto di ragazzi in ambiente circoscritto alle prese con le terribili conseguenze della sperimentazione con droghe, alcool e affini.

E se cambiano personaggi e setting non cambia invece il mix di difetti e pregi che già mi aveva fatto storcere il naso con Shrooms, dai personaggi ricalcati dal consueto teen slasher stock statunitense fino alla gestione del ritmo e degli ambienti, piuttosto mediocre e raramente capace di indurre interesse, terrore, curiosità o almeno un piccolo brivido di emozione.

E dire che, proprio come in Shrooms, il regista pesca un tema poco frequentato dall'horror degli ultimi tempi. Giriamo dalle parti di vecchi classici come Patrick o Il tocco della Medusa ma, piuttosto che tentare di approfondire in qualche modo temi come telecinesi, esperienze extracorporee e dominazione mentale, si preferisce mettere in scena la solita, scontatissima sequenza di omicidi più o meno efferati e, sebbene alcune scene siano piuttosto feroci e ben eseguite, manca sia il collante necessario per tenere insieme le varie parti sia un motore possente che possa far decollare il tutto.

Il regista, comunque, riesce a evitare quasi sempre che l'interesse dello spettatore cali oltre la soglia del "mettiamo il fast forward/spegniamo il lettore dvd" e, di questi tempi, è già tutto grasso che cola, ma non vi è una sola svolta nel plot che giunga inaspettata e l'intera vicenda, una volta elaborata la scena focale dell'incidente al ragazzo, non diventa altro che una giochino di piccoli indiani condotto fra parcheggi bui e corridoi deserti.

Intrappolati fra una generale indifferenza riguardo le sorti di un gruppo di medici uno più odioso e arrivista dell'altro e l'impossibilità di parteggiare onestamente per un loser vendicativo come Kenneth che non si fa nessun problema a coinvolgere e uccidere anche degli innocenti pur di soddisfare la sua sete di vendetta, rimaniamo in poltrona a guardare gente che butta acido nella pancia di altra gente senza realmente fregarcene di quel che stiamo guardando.

Conservo l'opinione che Paddy Breathnach, fornito di una sceneggiatura meno banale, sia in grado di sfornare dei buoni film all'interno del genere e di trovare una sua collocazione nell'attuale ondata horror europea.

Collegamenti:

Shrooms
Intervista al regista

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Filmato:

lunedì 27 aprile 2009

Mangrovie e fantasmi: il nuovo gotico del sud



PREMESSA

Il sud degli Stati Uniti, fra paludi, riti voodoo, decadenza e passionalità ha ispirato più di un autore, finendo con il sedimentare nell'immaginario, generando miti e leggende talvolta difficili da distinguere dalla realtà storica. Queste tematiche si sono, con gli anni, rafforzate in autori che hanno saputo coglierne alcuni aspetti e "crearne" di nuovi.
Scrittori come William Faulkner o Tennessee Williams, Flannery O'Connor e Carson McCullers (I) sembrano pescare a piene mani in questo immaginario e, pur non esasperando il lato "soprannaturale", le loro opere hanno atmosfere e suggestioni che sembrano appartenere a un terreno comune.

Questo particolare genere letterario trova, in qualche misura, il suo corrispondente cinematografico in un gruppo di pellicole e, traendo spunto e ispirazione dall'analisi di alcune tematiche fondanti di Il cuore è un cacciatore solitario ho cercato di applicare tale tentativo di classificazione a un gruppo di pellicole recenti. Quelli che per quanto concerne la letteratura erano quattro caratteri distintivi (Freakishness, Imprisonment, Violence e Sense of Place)(II) si sono quindi moltiplicati/mutati in otto elementi.

TRATTI DISTINTIVI

Alcune pellicole hollywoodiane uscite negli ultimi anni dialogano intensamente con temi ben specifici generando, a mio modo di vedere, un sotto-genere trasversale poco riconosciuto da certa critica ufficiale. Per semplicità di discorso e identificazione potremmo chiamare questo filone come Nuovo Gotico del Sud, ben sapendo che tale definizione rimane comunque parziale e in certi casi fuorviante.

Ho cercato di identificare alcune caratteristiche che contraddistinguono questo tipo di film sia a livello grafico/estetico che per quanto concerne tematiche e contenuti:

1) Decadenza

L'ambiente descritto ha, in genere, ormai passato i vecchi splendori e vive una parabola discendente fatta di perdita di potere (politico, economico e di qualsiasi tipo...) e di prestigio. Incontriamo famiglie/ambienti aristocratici che non sanno investire la loro ricchezza o famiglie povere che tirano avanti come possibile senza riuscire a uscire dalla crisi.
La regressione, l'involuzione sembrano permeare la stessa geografia.
Il meglio sembra essere passato.

2) Ambiente chiuso/statico

La letteratura gotica aveva il castello-monastero-villaggio medioevale come scelta preferenziale di setting, il nuovo gotico del sud sposta l'azione nel loro corrispettivo moderno.
Enormi magioni, ville sontuose, cittadine del sud sonnolente.
L'importante è tenere la narrazione chiusa in un ambiente ristretto e poco permeabile a influenze esterne. Si tende allo status quo, a soffocare il cambiamento.
Tale tendenza si riflette anche nelle relazioni personali: razze, classi e sessi hanno molta difficoltà a mischiarsi, frequentarsi, ibridarsi se non attraverso chiari e ben definiti rapporti di potere che non diano adito a fraintendimenti.
Qualsiasi azione contraria viene vista come deviante e potenzialmente pericolosa.

3) Fantasmi e allucinazioni

Siano essi reali apparizioni ectoplasmiche o solo il prodotto di uno stato alterato della mente, sono i fantasmi l'archetipo soprannaturale di preferenza, esattamente come succedeva nella letteratura gotica.
Tensione sessuale, amore per il passato, follia: la figura del fantasma è veicolo privilegiato di queste tematiche, primarie e fondamentali nell'ambito che stiamo esaminando. Spesso si tratta solo di ricordi distorti, del delirio provocato dall'alcool o dalla follia, altre volte questi spettri agiscono in maniera indipendente e concreta.

4) Natura matrigna

Le mangrovie del titolo, le liane, il muschio e l'edera che tutto pervadono e soffocano. Clima afoso, calore e umidità che impediscono di pensare lucidamente, che facilitano l'arrivo della follia, dello scoppio di violenza.
Cemento, vetro e acciaio non riescono a strappare terreno alle paludi, ai bayou dove famiglie dalle anomale relazioni parentali vivono recluse e nascoste all'occhio di Dio.
Interessante notare come il dato di un ipotetico "ritorno" alla natura o comunque di una grande importanza del verde viene contrastato da un aspetto minaccioso e tenebroso del paesaggio stesso.
Squali e alligatori fanno presto piazza pulita di morti e vivi e le sabbie mobili inghiottono con indifferenza chiunque sia abbastanza incauto o troppo curioso.

5) Conflitti esasperati a ogni livello, violenza

La tendenza alla stasi di cui parlavamo prima, fortemente voluta da chi detiene il potere, viene cercata e ottenuta attraverso un incredibile dinamismo composto da scontri di varia natura, spesso duale.
La gloria del passato contro un futuro foriero di cambiamenti, la razza bianca regnante contro tutte le altre, l'aristocrazia (e più che in altri ambienti qui abbiamo un'alta borghesia che cerca spesso radici nobiliari quasi a convalidare ancor più il proprio status) contro gli strati sociali meno abbienti, l'uomo contro la donna e, naturalmente, il bene contro il male.

6) Tare genetiche, predestinazione

Il destino, il determinismo, l'impossibilità di sfuggire al proprio ruolo sembrano giocare un ruolo importantissimo. Alcoolismo, malattie ereditarie e follia serpeggiano in molti personaggi, e si tratta di agenti trasversali e indifferenti a classi e caste.
Come i cow boys de Il mucchio selvaggio o i criminali in The Heat, abbiamo molti personaggi che scelgono consciamente di percorrere la strada tracciata fino in fondo, eventualmente fino alla loro rovina, pur di rispettare il loro ruolo.

7) Misticismo di fondo

Affiora a tratti un attaccamento profondo alla religione, a prescindere dalla tipologia.
I cori spiritual in chiesa, i raptus e i riti del voodoo, il rapimento provocato dalle visioni, l'animismo delle paludi, il fanatismo del KKK ... il divino, per quanto distorto, permea tutte queste storie, molto più che in tanti altri ambiti.

8) Sua Maestà il Male

I criminali, i malvagi di queste narrazioni non agiscono per i normali scopi del classico antagonista in un thriller. Perseguono il male fine a se stesso, senza badare a eventuali guadagni o perdite personali. Sono "cattivi", quasi posseduti e quindi, nello stesso tempo (se riuscite a passarmi il termine) innocenti.
A tratti, in molte delle pellicole in questione, ci aspettiamo quasi che il Male si solidifichi, lo si respira e avverte in ogni angolo della messa in scena.

Attraverso questi nodi focali, questi punti di pressione, molte delle pellicole che andremo a esaminare riescono a veicolare un fascino torbido e profondo. Mi preme sottolineare la natura (usando un termine molto in voga negli ultimi anni) fuzzy (III) di questo mio tentativo di raggruppamento: non tutte le pellicole analizzate conterranno tutti i punti, e gli stessi punti saranno presenti con gradi di intensità assai diversi a seconda delle pellicole. NON ho alcuna pretesa di scientificità e il tutto è dato come mero spunto di discussione, ai fini di nuove e continue segnalazione da parte dei lettori.

PRECURSORI

Possiamo individuare quattro pellicole che, sebbene molto distanti fra loro, giocano il ruolo importante di avanguardie nei confronti del gruppo di film che esamineremo più avanti.

1) Scavalcare la siepe in cerca della luce

Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird).
Regia di Robert Mulligan. Sceneggiatura di Horton Foote.
Drammatico , b/n, 129 min. 1962

Nel Sud degli Stati Uniti un avvocato progressista, vedovo e con due figli, difende un nero accusato di aver violentato una ragazza bianca. Nel frattempo i figli indagano su una vicina casa nella quale si sospetta crede che viva un mostro...

Basato su un romanzo di Harper Lee (vincitrice del Pulitzer), Il buio oltre la siepe gioca su due narrazioni separate, quella principale riguarda il processo a Tom Robinson, accusato ingiustamente di stupro.
Nel frattempo seguiamo anche le avventure dei due giovani figli dell'avvocato (il vedovo Atticus Finch interpretato da un magistrale Gregory Peck) che dovranno confrontarsi con un misterioso personaggio che vive recluso in casa, sospettato di essere un mostruoso e malvagio ritardato.

Esito del processo e incontro con la reale essenza del "mostro" sembrano andare di pari passo.
La piccola cittadina del sud, la depressione economica che esaspera il naturale razzismo di fondo, una sensualità tanto forte e morbosa quanto abilmente tenuta in secondo piano... E ancora l'odio, la superstizione, il Male che sembrano permeare gran parte degli abitanti... E la mostruosità, la tara genetica (supposta o reale) del misterioso Boo Radley unita al setting prevalentemente notturno; tutto sembra partecipare a creare un festival macabro e ottuso, ignorante e feroce dal quale gli unici a essere esclusi sono, appunto, i "diversi": i bambini e i neri, l'avvocato idealista e il boogeyman della casa accanto.

Pur mancando alcuni segni importanti discussi prima e nonostante il forte ruolo coperto dai bambini (fatto non inusuale in sè, ma il nuovo gotico del sud è generalmente un universo adulto, i bambini svolgono funzione simbolica di innocenza) ci sembra che la pellicola sia da ascrivere pienamente al filone.

2) Improvvisamente, il dio Pan

Improvvisamente l'estate scorsa (Suddenly, Last Summer)
Regia di Joseph L. Mankiewicz. Sceneggiatura di Gore Vidal e Tennessee Williams.
Drammatico , b/n, 114 min. 1959

(SPOILER)

New Orleans, 1937. La scienza medica, nel tentativo di trovare la cura per alcune malattie mentali, esplora i territori della chirurgia cerebrale.
Nella clinica per alienati della città il dottor Cucrowicz (Montgomery Clift), un pioniere della lobotomia, è alle prese con la grave crisi finanziaria dell'istituzione che gli impedisce di operare in condizioni ottimali.

Entra in scena la signora Venable (Katharine Hepburn), una ricchissima vedova, che promette cospicui aiuti economici nel caso il dottore accetti di intervenire sul cervello di sua nipote Catherine (Elizabeth Taylor).
Lo psichiatra, prima di prendere una decisione, vuole visitare la paziente e indagare sui motivi che hanno scatenato la sua pazzia.
Si forma così un quadro inquietante e morboso: la vedova era innaturalmente attaccata al figlio, Sebastian, un giovane viziato e manipolatore, dalla strana sensibilità allucinata, impegnato a girare il mondo con la madre e a scrivere strane poesie, alla costante ricerca del bello per sconfiggere un tremendo horror vacui.

La vedova ha sempre assecondato il figlio in tutto, proteggendolo ossessivamente dal mondo esterno; era usanza fra i due passare le vacanze in crociere e viaggi all'estero ma, improvvisamente l'estate precedente, il giovane decide di lasciarla a casa e partire con la cugina.
La tragedia oscura l'estate e Sebastian muore in circostanze misteriose. Lo stesso giorno la povera Catherine impazzisce, incapace di reggere lo shock emotivo della disgrazia, mentre la signora Venable da allora s'isola nei ricordi e nella magnificazione del figlio, condannando la nipote a una serie di ricoveri e infine alla minaccia della lobotomia per farla tacere sul dramma di quell'estate.

Spetterà al dottore sollevare il velo della memoria in un finale catartico che rivelerà al pubblico quanto è accaduto.
Sebastian era un omosessuale che usava le figure femminili (sua madre fino a quando è rimasta attraente, di seguito sua cugina...) per attirare giovani maschi avvenenti intorno a sé, e di seguito sfruttava le sue risorse economiche per far leva sui più poveri, contornandosi continuamente di un folto gruppo di seguaci, succubi, ammiratori.

Ma nell'ultimo villaggio spagnolo visitato qualcosa non procede per il verso giusto: i ragazzi manipolati e sfruttati da Sebastian si ribellano, lo inseguono per le vie, formando un corteo allucinato, con tanto di strumenti musicali occasionali.
Infine, confinandolo in cima ad un'altura lo divorano, in una follia orgiastica che ha raramente trovato pari nella storia del cinema, il tutto sotto lo sguardo impotente di Catherine.
Catarsi finale, la vedova è sempre più chiusa nella sua algida pazzia e la ragazza viene restituita a nuova vita senza l'aiuto del bisturi.


Mi sono volutamente dilungato nella sinossi in quanto meglio di mille altre parole svela la presenza dei punti focali del new southern gothic.
Dalla forte atmosfera di decadenza che contraddistingue la villa ed i suoi abitanti al setting chiuso, ai limiti del soffocamento, dalla natura maligna e ostile del giardino ai contrasti/amori che legano i vari protagonisti, dalle tare e follie che serpeggiano nella famiglia alle allucinazioni e distorsioni dei ricordi.
Non a caso è proprio Tennessee Williams il creatore di questo torbido giocattolo che, seppur agendo in maniera più artificiosa rispetto alla pellicola precedente, riesce a superare a pieni voti il nostro particolare esame di ammissione.

3) Lasciate che i bambini vengano a me...

La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter)
Regia di Charles Laughton. Sceneggiatura di James Agee.
Drammatico , b/n, 90 min. 1955

Ben Harper uccide un uomo per 10.000 dollari che poi provvede a nascondere facendo promettere ai suoi figli (Pearl e John) di non rivelare a nessuno l'ubicazione dei soldi. In prigione Ben fa la conoscenza con il Reverendo (un Robert Mitchum semplicemente strepitoso), enigmatico criminale che ha tatuate sulle nocche le parole LOVE e HATE: costui esce senza essere riuscito a carpire al suo compagno di cella ormai giustiziato il luogo preciso dove ha nascosto i soldi.

Il Reverendo si dirige allora verso la casa Harper e riesce a sposare, grazie al suo fascino pregno di malsano misticismo, la vedova, Willa.
Costei indovinerà ben presto la natura dell'uomo che, vedendosi scoperto la ucciderà senza esitazioni: solo i due bambini rimangono fra il Reverendo e i 10.000 dollari.
Inizia così la tremenda fuga sul fiume di John e Pearl, implacabilmente inseguiti da un uomo sempre più simile a un diavolo.


La morte corre sul fiume è opera unica, avulsa da ogni discorso di moda, genere o corrente. Tratto da un fortunato romanzo di Davis Grubb (The night of the hunter) e sceneggiato da James Agee (e guarda caso entrambi gli autori provengono dalla zona degli Appalachi (IV)), il film è il primo e l'unico diretto da Charles Laughton e si avvale dell'apporto di Stanley Cortez (L'orgoglio degli Amberson) quale direttore della fotografia.
Film polifonico, dai molteplici livelli di narrazione e lettura, composto da una lunga serie di intrecci e intarsi a partire dalla voce narrante che ci viene presentata a inizio film.
Graficamente stilizzato ed espressionista grazie all'ottimo lavoro di Cortez, La morte corre sul fiume sfugge ad alcuni dei punti base elencati a inizio articolo, in particolar modo per quella sua parziale natura di film di viaggio (mi si conceda il termine poco adeguato) che non permette certi giochi tipici del gotico.
Rimangono però alcuni topoi molto potenti (il forte e deviato misticismo del Reverendo, la sua incarnazione di Male assoluto, quasi extra-umano, la natura che spesso assume connotazioni negative, la scelta dell'ambientazione) che possono permetterci di includere anche questo titolo nel nostro tentativo di classificazione.

4) L'allegra notte del massacro

Chi ha paura di Virginia Woolf? (Who's Afraid of Virginia Woolf?)
Regia di Mike Nichols. Sceneggiatura di Ernest Lehman
Drammatico , b/n, 129 min. 1966

Chi ha paura di Virginia Woolf?, a prima vista, sembra non poter rientrare nei meriti di questa discussione.
Trasposizione filmica di una fortunata opera teatrale di Edward Albee, è una spietata analisi del rapporto di coppia che lega George, un professore di storia fallito e sua moglie Martha, una donna acida e inviperita.
I due invitano a casa, dopo un party, due sposini appena trasferitesi da quelle parti. Si allestirà uno spietato gioco al massacro che non risparmierà nessuno, fra alcool, rabbia, urla, accuse, violenza, amore, risentimento, fantasmi di figli passati e futuri e una enorme onda di rimpianto che tutto sommerge.

Anche qui setting chiuso, rafforzato dall'unità temporale (tutto si svolge in poche ore di una notte), una gabbia che scatena ed esaspera ogni tipo di contrasto.
Degenerazione, alcoolismo, un forte senso di predestinazione, come se fosse impossibile sfuggire da un destino "genetico" che ci programma per fare del male a chi si ama (o si è amato) si mischiano e, incredibilmente, il regista e lo scrittore giocano su un filo sospeso sopra un abisso di banalità e di rozzezza, uscendone benissimo.
Naturalmente, il film svolge la sua funzione primaria su un livello diverso da quello che ci interessa analizzare in queste pagine, ma gli aspetti secondari summenzionati ne fanno un buon appartenente alla categoria.
Indimenticabili le performance degli attori (Richard Burton, Elizabeth Taylor, George Segal e Sandy Dennis) per una pellicola che merita innumerevoli visioni.

Ecco, questi i quattro titoli (cui potrebbero aggiungersi molti altri) che si possono considerare a pieno titolo "antenati" del gruppo di pellicole del nuovo gotico del sud che andrò ora a esporvi.

NEL CUORE DEL GOTICO CONTEMPORANEO. CINQUE OPERE

Studiare tutti i titoli che, sia prima che dopo quelli citati, hanno saputo dare un apporto alla materia in esame sarebbe un compito proibitivo anche per un saggio della lunghezza di un libro, è sicuramente fuori questione per le poche pagine che ho a disposizione.
Ho preferito concentrarmi su un breve periodo (in pratica dal 1990 in poi) per focalizzare meglio l'attenzione sugli sviluppi recenti di questo sub-genere (sempre che sia corretto usare questo termine, in quanto esso non è riconosciuto negli articoli né praticato come scelta volontaria dagli artisti).
Si tratta, naturalmente, di un filone limitato alla produzione statunitense, con qualche influsso inglese.
Ho individuato cinque titoli che possono rientrare nella denominazione e un nutrito gruppo di altre opere che o risentono dell'influenza del gotico o ne contengono comunque in nuce qualche idea o atmosfera.

1) Il putrescente cuore del Male

Il cuore nero di Paris Trout (Paris Trout)
Regia di Stephen Gyllenhaal. Sceneggiatura di Peter Dexter.
Drammatico, colore, 94 min. 1991

Trout vive come un despota nel suo negozio e maltratta la moglie, Hannah alle volte con scoppi d'ira inenarrabili. In seguito alla vendita di una macchina malfunzionante a un nero che si rifiuta di pagare, Paris uccide la sorellina del ragazzo e ne ferisce gravemente la madre.
Lo difende inizialmente l'avvocato Harry Seagraves che ben presto conosce Hannah e se ne innamora.
Indagando sui fatti Seagraves appare sempre più incerto sulla condotta da tenere mentre Paris cola sempre più a picco in un mare d'odio e fissazioni.


Stephen Gyllenhaal, il regista, è forse più noto per essere il padre di Jake (Donnie Darko) che per la quantità di lavori svolti in ambito televisivo (regia, scrittura, sceneggiatura...) fra i quali ricordiamo in questa sede un episodio della miniserie I segreti di Twin Peaks (V) e una puntata di Homicide – life on the street (Bop Gun).

La sceneggiatura è opera di Peter Dexter (sulla base di un suo romanzo) in uno dei suoi primi lavori per la televisione.
Personaggio schivo, Dexter ha scelto di vivere in un'isola al largo di Seattle e continua tutt'ora a scrivere noir e thriler di ottima qualità che sfruttano uno stile vicino a certo Chandler per l'uso di uno humor molto amaro.

Il noir diventa mezzo di analisi e critica sociale e all'interno dei suoi romanzi si trova un flusso costante di violenza e razzismo ai quali non sembra esserci altro rimedio che una catarsi che porti finalmente armonia nel violento caos dell'universo.
Robert Elswit, il direttore della fotografia, diventerà in seguito noto per i suoi lavori su 8 MM, Magnolia, Il fiume della paura e Boogie Nights e qui ci regala colori caldi e pastosi, quasi soffocanti, che amplificano il già forte potere degli esterni immersi in un sole implacabile e degli interni densi di afa e sudore.

La vicenda segue la vita di Paris Trout, classico esempio di bigotto degli Stati Uniti meridionali, uomo spietato, razzista, violento, divorato da un egoismo e un egocentrismo implacabili.
Gyllenhaal e Dexter mettono insieme un tipico dramma teatrale giocato su tre personaggi e la costruzione di un ambiente soffocante procede di pari passo con la follia di Trout (vero e proprio titano del male) in un interessante gioco di sbalzi improvvisi dove il clima caldo e vischioso sembra accumulare tensioni fino ad allucinanti sfoghi improvvisi (l'omicidio delle due donne, la scena di sodomia con la bottiglia...).

Manca naturalmente il tema soprannaturale e ciò potrebbe far storcere il naso ai puristi ma la pazzia dell'uomo, il moralismo bigotto di matrice southern e tanti altri singoli dettagli ascrivono chiaramente la pellicola nel genere in discussione.
Vero motore propulsivo dell'opera sono le tre straordinarie interpretazioni degli attori, da un Ed Harris perfetto nell'incarnare il tipico gentleman del sud a una sensualissima Barbara Hershey sospesa fra rassegnazione e ribellione fino naturalmente a un carismatico Dennis Hopper a suo agio nel ruolo di folle malvagità che ha molte volte interpretato nella storia del cinema contemporaneo.
Visione da recuperare e da accompagnare con la lettura del romanzo, edito nella collana Mystbooks Mondatori nel 1991.

2) Sesso, mangrovie e coccodrilli

Sex Crimes (Wild Things)
Regia di John McNaughton. Sceneggiatura di Stephen Peters.
Thriller , colore, 111 min. 1998

Sam Lombardo è un noto insegnante all'interno della Blue Bay High School e i suoi successi non si fermano al campo scolastico: il professore è anche molto apprezzato per le sue ars amatorie dalle donne della buona società di Blue Bay.
L'intero universo di Lombardo crolla rovinosamente quando viene accusato di stupro in rapida successione da due sue allieve, la ricca e annoiata Kelly Van Ryan e la povera e tossicodipendente Suzie Toller.

Quando il processo termina la comunità viene letteralmente sconvolta dal suo esito, ma il detective Ray Duquette non sembra convinto continua a indagare fino a svelare una serie di complotti...


John McNaughton è un solido nordamericano nato nella windy town, Chicago, e con passate esperienze lavorative in qualità di carpentiere prima di approdare al cinema. Il pragmatismo ereditato dalle prime esperienze lo si nota subito in quello che è tutt'ora il suo film più famoso, Henry pioggia di sangue, un feroce e asciutto docu-drama ispirato alle gesta del famoso serial killer Henry Lee Lucas.
L'origine working class del regista torna a farsi sentire anche in Sex Crimes che è improntato a una lettura classista del piccolo universo di Blue Bay, con McNaughton chiaramente dalla parte dell'underclass.
Da sottolineare che anche McNaughton come Gyllenhaal ha diretto alcuni episodi di Homicide (VI).

La sceneggiatura di Stephen Peters, quasi coetaneo del regista e autore di scarsa esperienza non presenta punti di rilevante interesse: dialoghi piatti, spesso al limite del banale e psicologie inesistenti (il compito di valorizzarle ricasca tutto sulle spalle degli attori) sacrificate al meccanismo di una trama che procede verso una serie di finali molteplici, condizionata dall'esigenza di sorprendere continuamente il pubblico.
La fotografia di Jeffrey L. Kimball è quanto di più adatto alla situazione descritta nel film, in continua alternanza fra morbide gradazioni di ambra e bruno e giochi di riflessi di luce sull'acqua a sottolineare la natura di terra di confine del grande sud, fra paludi e mangrovie.

McNaughton è poco interessato a seguire i dettami del genere noir e sembra fissare il suo sguardo più sull'atmosfera, sulla natura quasi sensuale della Florida e sugli altrettanto sensuali corpi dei protagonisti sia di sesso maschile che femminile.
Il regista viaggia a corrente alternata girando senza nessun tipo di controllo tutte le scene di raccordo per sviluppare magistralmente i momenti che più gli interessano, dall'incontro sessuale a tre fra Lombardo e le due ragazze al confronto in piscina fra Kelly e Suzie, dal lavaggio della macchina dell'insegnante all'estrazione dei denti a Suzie.

E' in momenti come quelli che esplode la duplice natura della pellicola che miscela una sensualità prorompente a una malignità congenita, presente nell'animo umano, una malvagità che soffoca ogni possibile relazione interpersonale.
E' verso queste cose che McNaughton è attento, così come è sensibile alle splendide ma decadenti magioni protette da pesanti cancelli e alle creature, in particolar modo i coccodrilli (e non solo del tipo a quattro zampe) che popolano Key Biscane e dintorni.

La regia è aiutata da alcune fortunate coincidenze: un cast indovinato (Matt Dillon e Kevin Bacon rappresentano sufficienti contraltari per il pubblico femminile all'esuberante presenza di Neve Campbell e dell'imbronciata e lolitesca Denise Richards, mentre Bill Murray permette l'inserimento di uno spazio umoristico fra le pieghe noir e Theresa Russel si impone come lussureggiante icona di sessualità matura, contrapposta a quella acerba delle due protagoniste) e una musica che ne sottolinea l'atmosfera al pari della fotografia, con una canzone dei Morphine quale episodio più efficace.

Una curiosità è rappresentata dalla presenza, all'interno della trama, di una fase processuale, fatto questo che l'accomuna a Il buio oltre la siepe e Il cuore nero di Paris Trout ed elemento forse non del tutto trascurabile nella trattazione di questo genere.
Manca anche in questo caso l'elemento soprannaturale ma, come già spiegato, è l'atmosfera a essere importante e alcuni aspetti (l'ambiente chiuso, la natura matrigna, i conflitti sociali, il moralismo esasperato, la presenza del Male) sono sufficientemente rappresentati all'interno della pellicola.

3) Dono o maledizione?

The Gift
Regia di Sam Raimi. Sceneggiatura di Tom Epperson e Billy Bob Thornton.
Thriller/Soprannaturale , colore, 111 min. 2000

Annie Wilson, giovane vedova, vive in una cittadina della Georgia con i suoi figli in una casa ai margini del paese. La donna è nota per un "dono" ereditato dalla nonna, quello di prevedere il futuro e conoscere la chiromanzia.

A turbare la tranquillità della donna c'è Donnie, violento e razzista, che le ordina con violenza crescente di stare lontana da sua moglie Valerie.
La quiete del piccolo centro viene spezzata dalla morte di Jessica, fidanzata di Wayne, il preside della scuola.

Quando la ragazza viene ritrovata nel lago grazie alle premonizioni di Annie, il principale sospettato è Donnie. Ma forse la verità è un'altra e il "dono" di Annie potrà tornare davvero utile...


Sam Raimi approda a The Gift dopo sette anni di relativo distacco dal genere horror, gotico o weird: dopo il fulminante esordio de La Casa e dei due relativi sequel (e passando attraverso il sottovalutato Darkman) il cineasta americano tenta un suo personale percorso evolutivo frequentando il western (nell'ipercinetico Pronti a morire), la commedia nera/thriller (Soldi sporchi) e perfino quell'interzona che mischia commedia sentimentale e sport (Gioco d'amore).

Il Dono arriva quindi a sancire un ritorno di Raimi nel filone che meglio conosce e il filmaker del Michigan sfrutta al meglio gli elementi di forza del film, da una Cate Blanchett in stato di grazia, abilissima nel tratteggiare una sensitiva fragile e insieme risoluta alle location minacciose e malsane (guarda caso gli esterni sono girati a Savannah (VII) e altri luoghi della Georgia, caschiamo di nuovo nei paesaggi alla Falukner) che forniscono una cornice sufficientemente tetra alla sceneggiatura tutto sommato lineare e "banale" di Billy Bob Thornton e Tom Epperson.

Lo script avanza spedito verso il finale utilizzando i personaggi in modo monodimensionale (sono un effetto dal vago sapore di maschera teatrale: c'è il buono, il cattivo, la donna che ce la farà da sola, il pazzo del villaggio...)e la nostra attenzione si sposta quindi verso le interpretazioni degli attori (ottimo cast, brillano fra gli altri Giovanni Ribisi e Hilary Swank, insolito il ruolo del redneck affidato a Keanu Reeves) e lo stile della regia (sontuose carellate laterali, giochi d'accellerazione improvvisa per garantire lo shock, intensi i momenti delle visioni...).

Raimi accenna anche qualche simbolismo e metafora: impossibile non guardare allo stagno come alla condizione immobile e retrograda di certi sobborghi e paesi statunitensi. Gli otto elementi citati come caratteristici del filone ci sono tutti e basta un esame superficiale della pellicola per identificarli senza nessun problema.
Invitiamo anche in questo caso a una nuova visione del lungometraggio, uno dei più convincenti nella discontinua carriera di questo regista.

4) La Fragilità della terra

Frailty
Regia di Bill Paxton. Sceneggiatura di Brent Hanley. Thriller , colore, 100 min. 2001

Quando l'agente dell'FBI Wesley Doyle, coordinatore delle indagini sul serial killer noto come "Mano di Dio" si trova di fronte Fenton Meiks, che sostiene di essere il fratello dell'omicida, sulle prime è molto diffidente.
Ma Fenton racconta a Doyle una storia molto più complicata di quello che sembra e che ha radici nel passato...


Frailty è il film d'esordio per Bill Paxton che, dopo una buona carriera come attore sceglie di passare dall'altra parte della macchina da presa, pur continuando a recitare.
E la sua inesperienza, unita a quella dello sceneggiatore (entrambi agli esordi) finisce per rovinare parzialmente la resa di quello che sarebbe potuto essere un film di sicura riuscita.
I molti elementi interessanti (l'atmosfera plumbea, il confine fra follia e soprannaturale, i temi biblici, la recitazione di Paxton, il Male che si nasconde sotto la superficie/terra...) non trovano supporto e via d'espressione in una sceneggiatura schematica e legnosa, in una regia lenta e in un montaggio che avrebbe dovuto osare alcuni tagli in più (mai viste tante persone scavare per così tanto tempo, qualsiasi fosse il messaggio simbolico che si voleva far passare di sicuro il pubblico l'ha colto...).

Film irrisolto ma comunque importante, Frailty giunge nelle sale come elemento estraneo e ben diverso dalla media dei thriller horror di quel periodo, svolgendo un ruolo anticipatore per quello che sarà poi un vero e proprio recupero diffuso di atmosfere, stili e temi propri degli anni settanta.
Anche in questo caso tutti i punti che identificano il nuovo southern gothic sono chiaramente rintracciabili all'interno della pellicola.

5) Il (lussureggiante) Paradiso Perduto

Mezzanotte nel Giardino del Bene e del Male (Midnight in the Garden of Good and Evil)
Regia di Clint Eastwood. Sceneggiatura di John Lee Hancock.
Drammatico , colore, 155 min. 1997

Un giornalista di New York viene mandato a Savannah per scrivere un articolo su una festa natalizia che ogni anno Jim Williams, intellettuale e noto esteta, organizza per i suoi concittadini.
Costui, poco dopo il party, uccide a revolverate il suo amante, Billy Hanson. Finisce accusato di omicidio, ma riesce a cavarsela con una "legittima difesa".

Inizialmente viene creduto, visto che il ragazzo durante la sera si era comportato in modo molto violento, ma poi le cose prendono una brutta piega...


Se dovessimo identificare un regista simbolo in questa supposta corrente di cinema, non bisognerebbe certo cercare fra gli habitué del genere horror o fantastico.
Clint Eastwood, l'ultimo dei classici, ha presentato spesso, nella sua filmografia più recente, diversi elementi che appartengono a pieno titolo all'ambito new southern gothic, ma è con Mezzanotte nel giardino del bene e del male che ne realizza uno dei manifesti più rappresentativi.

Savannah ruba spazio a Kevin Spacey come reale protagonista della pellicola: il suo verde lussureggiante, l'atmosfera di decadenza "compiaciuta" e ricca, il voodoo e la follia, l'omicidio e il Male, in questo film più che in molti altri emergono in maniera prepotente i famosi tratti distintivi elencati a inizio articolo.
Il ritmo della regia di Eastwood ben si adatta all'indolenza della città e la fotografia ne cattura le morbide geometrie creando il giusto fondale per le gesta di una galleria di personaggi memorabili, da quelli tratteggiati dai due attori protagonisti (uno Spacey sornione e impeccabile, un John Cusack monoespressivo come al solito, ma è il suo punto di forza...) alle figure di contorno quali lo strepitoso travestito Chablis Deveau o... Patrick, il cane fantasma.

Da sottolineare che, come spesso accade nei film di cui mi sono occupato, anche in questo vi è una temporanea transizione a courtroom drama (o film processuale che dir si voglia), teatro ideale (per staticità e tensione psicologica) nell'universalizzare i conflitti di pochi nelle divisioni e faide dell'intera comunità.

Conclusione e una proposta

Ho volutamente ristretto l'esame a poche pellicole considerate le più rappresentative, si tratta titoli che possono (devono) servire esclusivamente come ideale trampolino di lancio per scoprirne molti altri che, per un verso o per un altro possono rientrare almeno parzialmente in questa classificazione. Il tutto anche da un punto di vista cronologico. la mia analisi si concentra, per motivi di energia, tempo e risorse personali a un periodo che in pratica coper gli anni novanta, ma nulla vieta di continuare l'analisi ed estenderla al nuovo millennio.

Echi Mortali, Il Sesto Senso, Godsend, Signs, Gothika, Mystic River, The Blair Witch Project, The Village, Nascosto nel buio...
L'elenco è lungo e aperto a ogni tipo di modifica e inclusione a seconda, chiaramente, della rigidità e severità che usiamo o meno nel controllare la presenza degli otto punti concordati quali premesse. Lascio quindi al lettore il compito di proporre ulteriori analisi e segnalazioni (i commenti al post sono luogo deputato a questo tipo di approfondimenti), sempre in cerca di nuove pellicole nelle quali faccia capolino qualche fantasma moderno, fra mangrovie e coccodrilli.
Tanto per dare uno spunto, sento che il più grande escluso da questo elenco sia Cape Fear, in entrambe le versioni...

L'unica cosa che vi chiedo a fronte del mio impegno, è che non vi limitiate, in fase di commento, a segnalare una pellicola post 2000 ma che riusciate a motivare la vostra segnalazione con alcune righe.
Se siete giunti fino a questo punto, avrete probabilmente speso parecchi minuti di fronte allo schermo, sarete stanchi e sarete una grandiosa, straordinaria eccezione rispetto al normale lettore di internet che, specie all'interno del campo cinematografico, affollato da una marea di LOLlisti, attention whore, ripetitori di pensieri altrui e cinemari dalla battuta facile e poco più, raduna una massa di lettori dall'attention span che dura al massimo 37 secondi o 12 righe e nasconde un vuoto pneumatico che mi impressiona sempre di più, giorno dopo giorno...

Quindi grazie per il tempo che avete speso a leggere.
Grazie.
You rock.

Opere consultate:

Mezzanotte nel giardino del bene e del male - John Berendt - Rizzoli
Il cuore è un cacciatore solitario – Carson McCullers – TEA
Il buio oltre la siepe – Harper Lee – Universale Economica Feltrinelli
La morte corre sul fiume – Bruno Fornaia – Universale Film Lindau
Intervista a Pete Dexter (di Antonio Monda) La Repubblica 17 ottobre 2004
Il cuore nero di Paris Trout – Pete Dexter – Mystbooks Mondadori
Dizionario dei Film – Paolo Mereghetti – Baldini e Castoldi (varie ed.)
The Southern Literary Journal (vari numeri)
Garzantina del cinema – Gianni Canova – Garzanti Ed.
Storia del Cinema – 4 voll. A cura di Fofi-Morandini-Volpi – Garzanti
Clint Eastwood – Alberto Pezzotta – Il castoro Cinema
Danse Macabre – Stephen King – Berkely Pub Group

Risorse in rete e note:

(I) Su Carson McCullers di particolare interesse è The Aesthetic of Pain
(II) Per la rilevanza di questi quattro punti si veda Southern Gothic
(III) Per una introduzione al concetto di logica fuzzy, si legga il testo di Antonio Visioli
(IV) La cultura di questa zona è molto rilevante all'interno di una discussione sul nuovo gotico del sud. Si consulti a tal proposito l'ottima pagina di Wikipedia
(V) L'opera lynchiana tutta gioca un ruolo pivotale nel nuovo gotico del sud, sia come influenza che come contenitore di temi
(VI) Pur non essendo rilevante per il tema discusso, vorrei spendere due parole per ricordare questa serie televisiva seminale. Viviamo in un'epoca che si riempie la bocca di quanto i telefilm noirthriller/polizieschi/spy contemporanei siano rivoluzionari e più importanti della parallela scena letteraria (idea molto diffusa e quantomeno assai discutibile) ma noto con dispiacere che tutti quelli che ora divorano CSI, 24, The Shield e tanti altri titoli sembrano aver dimenticato questa incredibile serie televisiva che ha ospitato alcuni grandissimi registi. Vi rimando, nuovamente, all'ottima pagina Wikipedia
(VII) Come detto, la collocazione geografica è fondamentale per la definizione di questo genere e Savannah a mio avviso contende, anzi, strappa il titolo di Capitale del Nuovo Gotico del Sud a location come New Orleans o alcune zone della Florida o del Mississippi

Il buio oltre la siepe
Improvvisamente, l'estate scorsa
La morte corre sul fiume
Chi ha paura di Virginia Woolf?
Il cuore nero di Paris Trout
Sex Crimes
Frailty
The Gift
Mezzanotte nel Giardino del Bene e del Male

Harper Lee
Carson McCullers
William Faulkner
Tennessee Williams
Flannery O'Connor
Horton Foote
Robert Mulligan
Gore Vidal
Joseph L. Mankiewicz
Davis Grubb
James Agee
Charles Laughton
Mike Nichols
Ernest Lehman
Edward Albee
Stephen Gyllenhaal
Peter Dexter
John McNaughton
Sam Raimi
Bill Paxton
Clint Eastwood

Addenda. Segnalazioni dei lettori:

The Skeleton Key

Angel Heart
True Blood
American Gothic
Albino Alligator
southernhorror.com
James Lee Burke
In the electric mist
Dexter
Bubba Ho Tep
Cast a Deadly Spell
Daunbailò
Joe Lansdale
Occhi verdi
The Call of Cthulhu

sabato 25 aprile 2009

Robert Lee Yates

Nome Completo: Robert Lee Yates (Spokane Serial Killer)
Status: Detenuto in attesa di pena di morte

Nato il: 27 maggio 1952

Morto il: -

Vittime Accertate: 18 ma lo si sospetta per molti più omicidi

Modus Operandi: Predava prostitute tossicodipendenti uccidendole dopo il rapporto, conservando possessi personali delle vittime

Armi di preferenza: Pistola, corpi contundenti, pugni, sacchetti di plastica


Bisogna scavare a fondo sotto la superficie per riuscire a trovare qualche indizio, qualche macchia nel perfetto quadro medio borghese di Robert Lee Yates.
Pilota di elicotteri in varie operazioni militari (Desert Storm, Somalia), congedato con onore e con una decina di medaglie al merito, una carriera avviata in ambito civile e, in parallelo, una militanza nella Guardia Nazionale dove si contraddistingue per coraggio e professionalità, un matrimonio felice, una casa spaziosa in un buon quartiere, 4 figlie femmine e un maschio, buoni rapporti con tutto il vicinato...

E il cadavere di una prostituta seppellito nell'aiuola sotto la finestra della camera matrimoniale. E almeno altre 17 vittime, abbandonate in varie parti di Spokane (Washington), con un sacchetto di plastica in testa e alcuni colpi di arma da fuoco in corpo.
E relazioni extraconiugali con abbondante uso di droga pesante.
E tanto, tanto altro ancora dietro una facciata di rispettabilità sempre più difficile da mantenere.

Meglio quindi fare un passo indietro e andare a curiosare nel passato, in cerca dei soliti campanelli d'allarme, che non tardano mai a risuonare.
Robert Lee Yates nasce in una famiglia caratterizzata da un forte senso di religiosità (imposto dal padre, avventista dei sette giorni) e con una madre dal carattere forte e dominante. Situazione pesante che tutto sommato può anche essere superata e metabolizzata con un certo lavoro, ma quando Robert ha circa sei anni viene molestato, a lungo e a più riprese, da un vicino più anziano, senza che i genitori intervengano in seguito fornendogli supporto psicologico.

Robert cerca di mettersi alle spalle l'esperienza ma l'arrivo della pubertà attiva i classici cortocircuiti, con il ragazzo che diventa ombroso, irritabile e violento.
Non c'è più ordine o senso e si innesta una traiettoria che ormai sappiamo tipica della vita di molti serial killer nordamericani: crollo del rendimento o semplicemente dell'interesse nei confronti del college, un primo tentativo di matrimonio che naufraga clamorosamente dopo pochi mesi e la fuga verso l'esercito in cerca di un ordine superiore che strutturi e argini determinate pulsioni.

Per darvi un'idea della pressione cui si sottopone Yates in pochi anni, dal 1972 al 1976 ne accadono di tutti i colori: mentre ancora frequenta il college sposa tale Shirley Nylander per poi divorziare entro 18 mesi, molla gli studi, si sposa una seconda volta con Linda Brewer ma il matrimonio viene annullato in quanto il divorzio precedente non era ancora in effetto, entra a lavorare in un penitenziario locale (Walla Walla) come guardia ma dura pochi mesi, ha problemi con un collega e sparge sue feci sulla porta dell'ufficio, infine riesce a sposarsi con Linda che entra subito in modalità sforna-pagnotte dandogli una figlia.

Alla fine di questo periodo già fin troppo stressante, due ciliegine sulla torta per il nostro: la sua madre-tiranno muore di cancro e la coppia perde anche una figlia.
Troppa pressione per Robert che reagisce con una doppia mossa: si arruola nell'esercito e fredda a colpi di pistola Susan Savage (22) e Patrick Oliver (21) nelle vicinanze di Walla Walla, in un raptus che nulla poi avrà a che fare con gli om icidi seguenti: è il 13 luglio 1975, un anno che celebra la nascita di due carriere che andranno in parallelo, quella di Yates gran pilota civile e militare e quella di un serial killer freddo, brutale, indifferente al rischio e che non è interessato a particolari messaggi o messe in scena. Una macchina votata all'eliminazione delle prostitute dal territorio e poco più.

Inizia per Yates un lungo periodo di missioni all'estero intervallato da brevi permanenze a casa, periodo che renderà per sempre impossibile valutare in modo realistico il body count finale: poco o nulla possiamo sapere di eventuali prostitute morte durante le permanenze di Robert in Germania, Iraq o Somalia...

Molto invece si sa sulle prostitute che sterminerà su suolo statunitense, in una delle serie più impressionanti per monotona ripetitività del modus operandi. Come spesso faccio nel caso di assassini di questo tipo, eccovi una carrellata sulle vittime. Dire 18 prostitute morte è un conto, darvi nomi, date e dati rende forse più terribile e meno statistico il quadro.

22 febbraio 1990: Yolanda Sapp, 26 anni, Prostituta/Tossicodipendente. Viene ritrovata nuda, freddata da un colpo di pistola alla nuca, piccolo calibro. Appare priva di ogni possesso personale, persino alcuni braccialetti e anelli di poco valore sono scomparsi. La scientifica raccoglie parecchie prove.

25 marzo 1990: Nickie Lowe, 34, P/T. Trovata sempre nella zona orientale di Spokane. Uccisa da un colpo di pistola di piccolo calibro e in seguito trasportata sul luogo del ritrovamento.

15 maggio 1990: Kathleen Brisbois, 38, P/T. Rinvenuta nuda, colpi di pistola e percosse, sembra ormai chiaro che l'assassino per qualche motivo rimuove gran parte dei possessi personali della vittima, ma è anche totalmente incurante e non nasconde nessun tipo di traccia. La scientifica, oltre al solito abbondante raccolto di fibre, tracce di seme e residui vegetali molto particolari riesce a raccogliere anche dei calchi di pneumatici.

Come spesso accade, la serie si interrompe per due anni. I motivi possono essere vari: uno spostamento del killer, un momento di minore pressione delle pulsioni, sua impossibilità fisica ad agire, fatto sta che passano due anni prima che lo Spokane Killer riprenda a sterminare prostitute.

13 maggio 1992: Sherry Anne Palmer, 19, P. Rinvenuta parzialmente nuda, con un sacchetto di plastica sulla testa e le solite ferite da arma da fuoco di piccolo calibro. Niente sangue sulla scena e tracce di ogni tipo, ma senza un sospetto tutti questi indizi servono a poco o nulla.
Passano altri 3 anni e dalla vittima più giovane si passa a quella più anziana e "anomala" della serie.

25 agosto 1995: Patricia L. Barnes, 60, vagabonda e alcolizzata ma senza legami con il mondo della prostituzione/tossicodipendenza. Il corpo viene ritrovato seminascosto da una massa di rami e foglie e a circa un miglio di distanza un cumulo analogo nasconde macchie di sangue e alcuni possedimenti personali della vittima, compresi dei bigodini che la Barnes indossava frequentemente. Pur trovata in un'altra contea, MO, indizi e proiettili calibro 22 corrispondono al profilo dello Spokane Killer.

14 giugno 1996: Shannon R. Zielinski, 39, P/T. Al solito, uccisa da colpi di arma da fuoco in altra località e quindi trasportata fino al luogo del ritrovamento. In questo caso killer non ha fatto in tempo a denudare la vittima

26 agosto 1997: Heather L. Hernandez, 20, P. Uccisa a revolverate, parzialmente svestita e trasportata poco distante dal luogo dell'uccisione.

26 agosto 1997: Jennifer Joseph, 16, P. Rinvenuta lo stesso giorno, solito MO, privata di molti possessi personali. Attraverso alcune deposizioni di testimoni si riesce a stabilire che la vittima è stata vista salire a bordo di una Corvette bianca, testimonianza che sulla lunga distanza, combinata con alcune altre che andrò a riportare, risulterà fondamentale, ma che per ora ci porta solo a un drammatico errore da parte delle forze dell'ordine...

24 settembre 1997: un agente ferma Robert Lee Yates mentre questi si aggira per alcune strade di un quartiere noto per la prostituzione, a bordo di una Corvette bianca. Viene elevata una contravvenzione ma la macchina è erroneamente descritta come una Camaro e così non scatta nessun particolare allarme in relazione al fatto. Yates è libero di continuare a uccidere, cosa che farà poco più di un mese dopo...

5 novembre 1997: Darla Sue Scott, 29, P/T. Seminuda, colpi di pistola, corpo trasportato da altro luogo.

7 dicembre 1997: Melinda Mercer, 34, P/T. Borsa di plastica sulla testa, uccisa a colpi di pistola, privata di piccoli gioielli e altri possedimenti. Testimoni asseriscono di averla vista salire su un furgoncino rosso scuro.

17 dicembre 1997: Shawn L. Johnson, 36, P. La serie non pare più arrestarsi, il killer è infaticabile, un vero e proprio automa scarsamente interessato a qualsiasi tipo di messa in scena o messaggio. Di nuovo un sacchetto di plastica sulla testa, solita noncuranza sulla scena del crimine con parecchie fibre e peli recuperati dalla Scientifica.

26 dicembre 1997: è Santo Stefano quindi il killer pensa bene di fare un regalo speciale alla task force, con ben due vittime ritrovate in condizioni alquanto strane. Entrambe le prostitute hanno tre sacchetti sulla testa e sono completamente vestite fatta eccezione per i piedi scalzi. Laurel A. Wason, 31 e Shawn A. McClenahan, 39.
Sono ricoperte per l'ennesima volta da mucchi di strana vegetazione non appartenente all'area e corrispondente ai resti ritrovati in altre occasioni: comincia a essere evidente che l'assassino usa rami e foglie del suo giardino per coprire i corpi scaricati in giro per la contea.

28 febbraio 1998: il mese sembrava poter passare senza morti e invece Sunny G. Oster, 41, P/T, viene ritrovata uccisa dalla consueta piccolo calibro, interamente vestita ,ma scalza (sebbene le scarpe giacciano a pochi metri dal corpo). Tre sacchetti di plastica in testa.

1 aprile 1998: date celebri sembrano giocare a rimpiattino con i ritrovamenti dei cadaveri, e volete che non sia presente all'appello anche il primo d'aprile?
Linda M. Maybin, 34, P/T. il suo corpo viene ritrovato in avanzato stato di decomposizione, parzialmente nascosto dai soliti rami e foglie che ormai fanno parte della firma del killer. Gli animali hanno banchettato con il cadavere e il lavoro della scientifica è particolarmente difficile questa volta.
Vengono ritrovati resti di sacchetti di plastica sulla testa, mancano parecchi possessi personali della prostituta, compresa la sua amata pipetta da crack dalla quale non si divideva mai.

7 luglio 1998: tocca a Michelyn Derning, 47, P/T. Viene ritrovata nuda, parzialmente coperta da della plastica recuperata da una zona vicina.
Questa volta il killer ha preteso un trofeo più macabro del solito: la prostituta aveva il suo nome inciso sui denti inferiori, che mancano all'appello autoptico.

13 ottobre 1998: Connie L. Ellis, 35, P/T. Colpi di arma da fuoco e tre sacchetti di plastica sulla testa. Avanzato stato di decomposizione. Yates 18 - Task Force 0, campionato da dimenticare.

Finalmente, nel mese dei morti, qualcosa cambia. Per puro caso, visto che non siamo in un romanzo e il caso nella realtà si prende la rivincita su sceneggiature e copioni plausibili.
La notte del 10 novembre molti ingranaggi fanno clic. Un poliziotto ferma Robert Yates mentre questi ha caricato una prostituta sulla sua Honda Civic. Yates, confrontato, tira fuori una balla tipica per queste situazioni: il padre della ragazza gli ha chiesto se poteva andare a recuperare sua figlia per le strade, certo, come no.

Il nome di Yates viene controllato e suonano finalmente alcuni campanelli d'allarme. Innanzitutto la multa di cui vi avevo già parlato. Poi una faccenda di qualche tempo prima: una prostituta era riuscita a scappare da una situazione pericolosa: un tipo (50 anni, capelli biondo sabbia, faccia leggermente butterata) la carica sul suo furgone per un lavoretto di bocca, 40 dollari se volete farvi dei calcoli da 740.
Il tizio parla e parla, è pilota di elicottero e bla bla bla, poi si fermano e vanno sul retro del furgone. La ragazza ce la mette tutta ma nulla, Pipino non vuole saperne di rizzare la testa e l'uomo, frustrato dalla sua impotenza, diventa violento e colpisce la prostituta alla testa, con molta forza.
La ragazza riesce a fuggire dal furgoncino e si fa curare in un ospedale ma non ha nomi, targhe o altro da poter riferire.

Fino a ora.
La descrizione fisica combacia al millimetro, Yates aveva accesso a un furgone come quello descritto dalla ragazza e, bingo, è pilota di elicottero. La task force comincia ad annusare l'odore della preda e si mette in moto. La messa in moto è comunque da diesel perché solo il 14 ottobre 1999 la polizia finalmente bussa alla porta di Yates.

Primi interrogatori di routine e Yates si mantiene tutto sommato calmo, conferma la sua versione (la storia dell'incarico da parte del padre della prostituta) e resiste benino, ma quando li viene chiesto se è disposto a donare volontariamente un po' di sangue per i vari esami e confronti, nega il permesso e se ne fila a casa, da moglie e figli e piante e incubi.

Il castello ovviamente crolla.
Durante i seguenti giorni e settimane le prove si accumulano. La prostituta alla fine ammette che la storia del padre era una balla, la moglie di Yates parla di una volta che il marito era tornato con la macchina sporca di sangue e aveva detto di aver in vestito un cane.
Si rintraccia l'attuale proprietario della Corvette bianca (Yates l'aveva venduta) che concede il permesso per dei controlli sulla vettura, controlli determinanti che permettono di accumulare nuove prove.
I datori di lavoro di Yates parlano di un nutrito parco di automezzi cui l'uomo aveva accesso, alcuni dei quali combinano con le testimonianze accumulate nel corso degli anni.
Fibre e macchie di sangue corrispondono.
Yates è lo Spokane Killer.

18 aprile 2000. Yates viene arrestato, inizialmente solo per l'omicidio di Jennifer Joseph. Si possono finalmente prelevare campioni di sangue il cui DNA corrisponde con quello del seme e altri materiali raccolti nei casi Scott, Derning, Mercer, Oster, Maybin, Wason, McClenahan, e Johnson .
Le impronte digitali di Yates corrispondono con quelle rilevate su alcuni sacchetti di plastica e le piante nel suo giardino, alcune non molto comuni nell'area, corrispondono con il fogliame usato per coprire alcuni cadaveri.
Si trovano anche bossoli, corrispondenze con vari veicoli e una vera e propria montagna di prove e indizi che spaventerebbe anche il più agguerrito avvocato difensore.

Yates viene processato come colpevole di 8 omicidi nell'area di Spokane e di altri 2 nella contea di Pierce, con altissima probabilità di andare incontro alla pena di morte in entrambi i casi.

E allora il gran pilota di elicotteri, l'eroe di guerra pluridecorato, il feroce e freddo serial killer che fa? Come tantissimi altri si cala le braghe, frigna un po' e cerca di giungere a un accordo con gli avvocati: la pena di morte verrà cambiata in carcere a vita e lui si dichiarerà colpevole di 13 omicidi e li porterà anche a scoprire il corpo di una nuova vittima, Melody Murfin, 43, T.

La donna è seppellita nell'aiuola sotto la finestra della camera da letto di Yates. Il cadavere è ricoperto da appena venti centimetri di terra. Venti centimetri. Bastava che a una delle figlie girasse di andare a giocare alla piccola giardiniera da quelle parti e con paletta e secchiello di plastica si sarebbe baloccata con teschi e tibie invece di begonie e primule.

Ovviamente Yates, oltre frignare per evitare il miglio verde, scopre anche Dio, gli angeli e i santi e comincia a blaterare di chiedere perdono ecc ecc. Ma non c'è santo che tenga e si becca comunque 408 anni per gli omicidi.
In più non ha fatto i conti con l'oste della contea di Pierce, che lo processa per i due omicidi separati e lo manda a morire per iniezione.

Lo Spokane Killer finisce quindi, ironia nietzschiana della sorte, a Walla Walla, dove aveva lavorato qualche tempo come guardia. Doveva incontrare i suoi amati santi e angeli il 19 settembre del 2008 ma si vede che non ne aveva tanta voglia ed è riuscito ad appellarsi e rinviare ancora il tutto in quanto, dice lui, la pena di morte per iniezione è una forma di tortura barbara e crudele.

Altre schede di serial killer su Serial Killer Cyclopedia

venerdì 24 aprile 2009

Radio Killer 2: Fine della corsa

RADIO KILLER 2: FINE DELLA CORSA
(Joy Ride 2: Dead ahead)
2008, USA/CANADA, colore,92 minuti
Regia: Louis Morneau
Soggetto/Sceneggiatura: James Robert Johnston e Bennett Yellin
Produzione: 20th Century Fox e JR Canada Productions

Melissa e Kayla, due sorelle, sono in viaggio verso Las Vegas, accompagnate dai due rispettivi ragazzi, Bobby e Nik. La prima coppia è molto affiatata e rodata da lungo tempo mentre la seconda è al primo vero incontro dopo alcuni scambi via internet e Nik è il classico metallaro fanfarone con la battuta sempre pronta.

Quando ai nostri si romperà la macchina in pieno deserto, non rimarrà che camminare miglia e miglia in cerca di aiuto visto che i telefonini non hanno campo. I quattro trovano una casa, all’apparenza deserta, e vi entrano commettendo effrazione. A questo reato aggiungono anche il furto d’auto visto che rubano l’auto trovata nel garage, lasciando una nota con numero di telefono al proprietario.

È solo l’inizio di una lunga odissea: la macchina è di proprietà di Rusty Nail, un serial killer che ama scorrazzare per le highway statunitensi a bordo del suo camion, uccidendo chiunque incappi nella sua attenzione.

Non potevamo onestamente aspettarci molto da uno script pasticciato a quattro mani nel quale si mischia la scarsissima esperienza del newcomer James Robert Johnston con l'esperienza totalmente distante dall'horror di un Bennett Yellin che viene ricordato più che altro per Scemo + Scemo.
Ne esce quindi un copione che si vorrebbe character driven ma che, essendo i personaggi privi di ogni reale attrattiva, procede attraverso parecchi detour grazie al minimo pilota automatico del classico teen horror on the road.

A filmare il tutto un pilota horror esperto ma di scarso talento come Louis Morneau (Bats, Carnosaur...) che già aveva provato, con esiti mediocri, a correre fast and furious sulle highway del terrore nel precedente The Hitcher 2 - Ti stavo aspettando.

E allora rilassiamoci nei sedili posteriori e subiamo le disavventure di questi quattro ragazzi che se da un lato mostrano una amoralità e asocialità che andrebbero punite, dall'altro lato sembrano davvero incontrare una punizione esagerata per il peccato commesso.
Fra i quattro chi ovviamente ne esce peggio è il povero Kyle Schimd, intrappolato negli assurdi vestiti (e a proposito di vestiti ci sarà anche un cambio di gender da parte sua a un certo punto del film) di un antipaticissimo emo-metallaro, mentre li altri tre paiono più anonimi.

Assisteremo quindi, senza particolare interesse o noia, al consueto gioco di gatto e topo fra il killer e le prede, alla solita dinamica di coppia fra bravo ragazzo e brava ragazza, all'ovvio cambio di ruoli fra i due, alle cattiverie assortite di un Rusty Nail ridotto ad anonimo serial killer da hard discount con motivazioni nulle e metodologia furbescamente hosteliana e infine allo stravisto climax finale buono per gli spettatori che vogliono sempre e comunque un ripristino dello status quo e un pareggiamento karmico.

Se riuscirete comunque a sopportare la prima mezz'oretta di viaggio fra assurde cavolate giovanilistiche (e gli immancabili riferimenti a internet e certa cultura pop) noterete che man mano che si procede con la trama il film guadagna qualche punto e spunteranno due o tre scene decenti, con l'ottima performance vocale di Mark Gibbon che, pur un gradino sotto l'indimenticabile Ted Levine del primo episodio, riesce a intrattenere quanto basta nei "panni" di Rusty Nail.

Discreta occasione di noleggio disimpegnato per tutti gli amanti dell'horror on the road, ma se non conoscete la franchise vi conviene recuperare il qualitativamente più degno e duellante primo episodio, nel quale spunta lo zampino di J. J. Abrams...

Collegamenti:

Sito ufficiale
Il vero Rusty Nail

Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:

giovedì 23 aprile 2009

Danza Macabra

Danza Macabra
Dan Simmons
Gargoyle Books, 2009
Brossura
945 pag. - € 19,50
ISBN: 978-88-89541-21-0

Sono i vampiri della mente, creature dotate della capacità psichica di penetrare nella mente degli altri e di usarli: possono leggerne il pensiero, soggiogarne la volontà, assorbirne le sensazioni, nutrirsi delle loro emozioni, costringerli a commettere atti di violenza folle.
Ogni anno, tre di questi vampiri - Melanie, Willi e Nina - si incontrano per discutere l'andamento del loro gioco, quasi una gara, di possessione e sterminio.
Ma nel corso dell'ultima riunione accade qualcosa di nuovo e i tre vengono proiettati in un conflitto dal cui esito dipende il futuro dell'intero pianeta.

Alcuni normali esseri umani cercano di combattere i vampiri: Saul Laski, psicologo, reduce da un campo di concentramento nazista; Natalie Preston, figlia di un uomo che ha fatalmente incrociato la strada di Melanie; lo sceriffo Bobby Jo Gentry, coinvolto casualmente nella lotta mentre indaga su una serie di omicidi.

La caccia è aperta... ma chi è il cacciatore, e chi la preda?

Alcune non petita perché ho la coda di paglia.

Ritengo di non dover più dimostrare il mio amore per la narrativa di Dan Simmons: dossier e recensioni apparse in questo sito lo dimostrano a sufficienza.
Lo ritengo uno degli autori più completi e maggiormente dotati dal punto di vista tecnico e l'ho anche difeso quando è stato attaccato con le solite modalità mafiose da alcuni personaggi poco chiari in occasione di spiacevoli eventi accaduti sul suo forum e riverberatisi altrove.
I loschi figuri ne avevano addirittura proposto il boicottaggio, per fortuna i libri di Simmons continuano a vendere e piacere a sinistra e a destra.

Ritengo anche di non dover dimostrare oltremodo la mia ammirazione e riconoscimento per quanto la Gargoyle Books ha fatto e ancora farà per l'horror qui in Italia. Si tratta dell'unica casa di una certa dimensione realmente attiva nel campo e non gli sarò mai abbastanza grato per aver pubblicato alcuni romanzi e dvd a mio avviso molto importanti.

Proprio perché ammiro e stimo Dan Simmons e Gargoyle Books non posso glissare su alcune occasionali cadute del livello qualitativo delle loro proposte e ritengo che Danza Macabra sia una di queste sfortunate occasioni.
Avrei, ovviamente, potuto scrivere una recensione cerchiobottista o anche una semplice segnalazione ma non posso far diventare Malpertuis un posto simile: il mio unico dovere è una certa dose di onestà nei vostri confronti e tale onestà deve passare sopra molte istanze, anche sopra la possibile evenienza che la Gargoyle smetta di spedirmi alcuni volumi, cosa che mi spiacerebbe perché nell'immediato futuro di questa casa editrice dovrebbe essere presente un romanzo davvero da urlo, che comprerò comunque pur possedendolo in edizione originale.
Basta una sola menzogna e mi giocherei ogni vostro rispetto, quindi no.

Carrion Comfort è uno dei pochi punti deboli della splendida carriera letteraria di Simmons, una metastasi incontrollata e incontrollabile che parte da una idea già sfruttata (il vampirismo psichico) senza poi riuscire da lì a svoltare verso sentieri poco battuti e preferendo una trattazione complottista che ha il sapore dell'autocompiacimento indulgente. Nato come racconto lungo, ha subito l'orribile destino di trasformarsi in romanzo lungo.

Ma non sono tanto il tema o la trama i punti deboli di queste quasi mille pagine, quanto la drammatica assenza di un qualsiasi tipo di serio lavoro editoriale su un testo che qualunque editor degno di tale nome avrebbe sfoltito di almeno un terzo della mole.
L'infodump è sempre stato uno dei punti di forza di questo straordinario autore, in quanto l'incredibile massa di dettagli, informazioni e divagazioni, pur producendo un esito contrario a mie personali convinzioni sullo stile, non giungeva mai, mai a sproposito ed era sempre estremamente funzionale alla costruzione di personaggi e atmosfere, e spesso, come accade di frequente a tantissimi scrittori, andava diradandosi man mano che si procedeva nel testo.

Qui invece accade il contrario, manca quel lavoro di accrescimento della scioltezza e sfoltimento dei particolari man mano che ci si inoltra nella trama e manca altresì un intervento esterno che segnali il tutto e tagli impietosamente ove necessario.
Il risultato? L'infodump si trasforma nel suo famigerato cugino bastardo, l'infodumb, e ogni maledetta singola azione di ogni personaggio ci verrà illustrata per filo e per segno, ogni suo pensiero riecheggerà per pagine e pagine, ogni nuovo personaggio secondario o semplice passante per le strade avrà la sua ingombrante wikipagina attaccata al collo.

E l'azione, già di per sé latitante, morirà schiacciata da una impressionante mole di fatti e dettagli secondari.
La cornice diventa più larga e preziosa del quadro e ci si deve continuamente concentrare per recuperare un minimo di senso. come quando ci si curva a tentare di acchiappare con l'occhio minuscoli dipinti di maestri fiamminghi imprigionati in debordanti, dorate, barocche, inutili cornici rococò.

Un personaggio respira? Sarà già tanto se non vi verrà fornito un diagramma completo del ciclo di Krebs.
Passa un bambino in bici? Comparirà l'omino della Treccani a spiattellarvi la sua biografia, compresa quella futura. E così via.
E la storia stessa è irrisolta, con una conclusione debole e imprecisa, un anticlimax che somiglia tanto a una porta lasciata furbescamente socchiusa nell'evenienza di sequel e riprese...

Questo, altrettanto ovviamente, non significa che il romanzo sia completamente brutto.
Simmons bendato, con la malaria e una forte dose di valium in corpo batte comunque facilmente gran parte dello scrittorame presente in giro e a tale riguardo Danza Macabra è forse più istruttivo dei suoi lavori migliori, ma si tratta comunque di un lavoro adatto solo ai completisti (o di Simmons, o della Gargoyle o del tema del vampirismo) e che potrebbe fuorviare chi non conosce l'autore.

E ok, nessun è perfetto e anzi, sarebbe spaventoso il contrario. Rimangono alcuni punti di forza, nello specifico alcuni personaggi che riescono comunque a bucare la pagina e impressionare il lettore, ma non me la sento davvero di consigliare a cuor leggero la lettura di un volume di tali proporzioni.
Per il resto siamo di fronte a un encefalogramma piatto, a una battuta d'arresto, a un Simmons giovane che sperimentava e prendeva la mira.
Basta anche solo spulciare il catalogo della Gargoyle per trovare altri titoli ben, ben migliori di questo grande talento.
E comunque la mossa della casa editrice romana era dovuta e serve perlomeno a rendere reperibile nuovamente un volume che ormai girava, usato, su quotazioni proibitive.

Vi propongo un piccolo estratto, un brano che in tante salse si ripete mille volte nel libro, e vi chiedo se questo sia un esempio di buona scrittura: Simmons descrive la prossima vittima di uno dei vampiri psichici.

"...gli occhi erano cerchiati e illividiti, fatti per piangere; la bocca era sottile e compassata, non abbastanza assertiva da poter essere definita censoria, ma manifestamente poco propensa al riso. Le rughe scorrevano tutte verso il basso, incidendole in profondità sul volto il verdetto della forza di gravità, e la mente era timida, affamata e poco profonda quanto quella di uno scoiattolo spaventato."

Gordon Lish, bisturi e bianchetto, avrebbe saputo cosa fare con queste righe...

Collegamenti:

Gargoyle Books
Dossier Simmons
Sito ufficiale
Il canto di Kali
Bibliografia italiana
L'estate della paura
Recensione McNab
La scomparsa dell'Erebus
Approfondimento di Errico Passaro
Approfondimento di Danilo Arona