martedì 31 marzo 2009

Le colline hanno gli occhi 2

LE COLLINE HANNO GLI OCCHI 2
(THE HILLS HAVE EYES II)
2007,USA, colore, 89 minuti
Regia: Martin Weisz
Soggetto/Sceneggiatura: Wes Craven, Jonathan Craven
Produzione: Fox Atomic

Alcune reclute della Guardia Nazionale dall'addestramento per nulla soddisfacente, in una missione di consegna di materiale, trovano il campo deserto e ricevono strane chiamate di aiuto attraverso la radio, chiamate che li guidano fino alle colline dove la famiglia Carter si era imbattuta nei mostruosi cannibali.

Lì i soldati penetreranno in un vasto sistema di tunnel e dovranno lottare contro un gruppo di mutanti particolarmente feroce…

Soporifero sequel del già non entusiasmante remake di Alexandre Aja, questo LCHGO2 subisce il fascino di pellicole quali Aliens o The Descent senza avere né la capacità di gestione delle scene di combattimento del primo né la comprensione di come si possa sfruttare in maniera geniale un set limitato del secondo.

Esistono, quando si parla di storytelling, due partiti che da sempre sostengono tesi opposte. C’è chi è pronto a giurare che è sempre la storia e non colui che la racconta e chi dice il contrario. Io appartengo alla seconda fazione e un film come questo mi sembra dimostrare ampiamente perché la seconda tesi mi paia più valida.
Sono stati girati parecchi buoni film con alla base un manipolo di soldati alle prese con dei nemici pericolosi in territorio ostile (I guerrieri della palude silenziosa, Black Hawk Down ecc ecc) e ogni volta l’abilità del regista riusciva a bypassare l’evidente banalità della storia offrendo soluzioni innovative, alto ritmo, scavo psicologico o qualsiasi altra cosa che potesse ovviare al senso di dejà vu insito in una trama del genere.

Martin Weisz (complici i compagni di merende della premiata ditta Craven & Son) ignora belluinamente ogni predecessore e casca in ogni possibile trappola senza nessuna possibile scusante.
Pessima galleria di personaggi che più stereotipati non si può e una serie di inspiegabili scene (mirabile quella d’apertura), volte unicamente a innalzare un tasso di violenza/gore che rimane però questione puramente epidermica e non riesce né a spaventare né a provocare reale disgusto o disturbo.
Presentati sbrigativamente i vari, monodimensionali protagonisti, si comincia ben presto il giochino del divide et impera e lo spettatore, che non è stato spinto a investire nessun tipo di coinvolgimento nei ragazzi, non riesce a provare paura o apprensione per le sorti dei poveri soldatini (fra i quali, fin dall’inizio, è ben chiaro chi riuscirà a rivedere la luce del sole) né d’altro canto, riesce a innescarsi nessun perverso meccanismo di schieramento per la fazione mostruosa.

Preparatevi quindi a vagare per un’oretta in giro per cunicoli sotterranei privi di qualsiasi senso di atmosfera claustrofobica e preparatevi anche all’ovvio, obbligatorio cambio di psicologia di uno dei personaggi principali, che da convinto pacifista si trasformerà nel cane di paglia di turno, guidando i nostri in una feroce lotta contro il mostro cattivo.

È un brutto, brutto momento per l’horror statunitense che non sembra in grado di uscire fuori da un loop di remake e sequel che badano solo a soddisfare l’elementare bisogno di trippa e tortura da parte di fans che hanno da tempo barattato ogni possibile istanza critica in cambio dei brividi facili e dell’effettaccio gratuito, in un gioco al rialzo che conduce il genere in un vicolo senza uscita, il tutto in nome del sacro motto “vogliamo un’ora e mezza di divertimento, nulla di più” che ha mietuto così tante vittime da ormai troppi decenni…

È a questo punto sempre più auspicabile una profonda crisi degli incassi che possa portare altrove l’interesse di determinate case di produzioni (e registi) e permettere al genere una riflessione più profonda in vista di un possibile rinascimento le cui direttive sono da tempo indicate, più o meno evidentemente, da alcuni prodotti di marca europea.

Sotto la media fotografia, montaggio e, strano a dirsi, il make up della KNB SFX, ma la principale responsabilità è della tremenda sceneggiatura di Wes e Jonathan Craven, mai in grado di reggersi in piedi da sola e che non si sforza nemmeno di ideare qualcosa per tenere incollati insieme i vari momenti di scontro e massacro, aggiungendo a questo danno la beffa di dialoghi lontani anni luce da ogni tentativo di di verosimiglianza, confermando la tremenda involuzione che ha colpito il già sopravvalutato Craven da qualche anno a questa parte.

Martin Weisz proviene dal mondo dei video musicali e lì dovrebbe tornare invece di continuare a fare noiosi danni all'horror contemporaneo.

Collegamenti:

Sito ufficiale
Martin Weisz
Mutante
Wes Craven
Mutande

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Filmato:

lunedì 30 marzo 2009

William Suff

Nome Completo: William Lester Suff (aka The Riverside Prostitute Killer)
Status: Detenuto in attesa di esecuzione
Nato il: 20 agosto 1950
Morto il: -
Vittime Accertate: 12 ma sospettato per molti più casi, fino a 22
Modus Operandi: Uccideva esclusivamente prostitute, prima stordendole con della droga e quindi strangolandole
Armi di preferenza: Mani nude, oggetti contundenti, lacci

William Suff è forse, di tutti i serial killer affrontati fino a questo punto, il più facile, o perlomeno il più lineare per quel che riguarda la comprensione e la conseguente narrazione di tutto il dolore che ha causato in vita.

Poco o niente si conosce dell'infanzia di William e non sembrano esserci particolari elementi traumatici o di disturbo, anche se alcuni meccanismi disfunzionali dovevano per forza essere in atto in una coppia di genitori che ha generato un figlio infanticida e serial killer, un altro figlio tossicodipendente con svariati problemi con la legge e un terzo diventato pedofilo.
William non è uno studente modello, non ha grande successo a scuola anche a causa della corporatura piuttosto robusta, si diploma con una certa fatica e si sposa molto presto, il tutto senza mai nessun clamore,

Dicevo infanticida perché Suff, prima di intraprendere una impegnativa e proficua carriera come sterminatore di prostitute, ha ucciso insieme alla moglie la figlia di appena due anni.
Ci troviamo nel 1974 e la coppia di sposini inizialmente cerca di far passare una versione che vede la figlia morta per una caduta dalla culla, mentre in verità i due hanno massacrato di botte la bambina, fino a ucciderla.
Suff si busca 70 anni ma dopo 10 anni viene giudicato completamente riabilitato e in grado di contribuire in modo utile e costruttivo alla società e viene quindi rilasciato.
è il 1984 e il nostro entra in un periodo di incubazione lungo circa due anni per poi dare il via a una lunga scia di omicidi in continua escalation sia per quanto riguarda la ferocia che per quel che concerne la diminuzione degli intervalli di tempo fra gli eventi.

La polizia di Riverside e dintorni, come purtroppo accade spesso, n on potrà far altro che assistere impotente e limitarsi ad accumulare referti a ogni vittima ritrovata, nella speranza che possano servire in caso di confronto con qualche sospetto.

Suff è un serial killer molto prolifico che ama giocare con le autorità e i media (a un certo punto, grazie al suo lavoro, giunse persino a rifornire gli uffici della polizia e a far amicizia con gli stessi agenti che gli stavano dando la caccia) e più di una volta ha dimostrato di saper reagire a freddo modificando piani e modus operandi per fuorviare le indagini.
Suff colpiva esclusivamente giovani prostitute bianche, di solito tossicodipendenti. Forniva loro della droga e quindi, approfittando del loro stato, le uccideva quasi sempre per soffocamento.
Ecco, in rapida successione, le sue vittime riconosciute, elencate per giorno del ritrovamento...

Ottobre 1986. Michelle Yvette Gutierrez, 23 anni. Prostituta e tossicodipendente. Gravissimi traumi anali e vaginali, Coltellate multiple su viso e corpo, segni di strangolamento, ritrovata nella zona industriale di Riverside.

Dicembre 1986. Charlotte Jean Palmer, 24 anni, ritrovata vicino alla Highway 74. Il corpo è in avanzato stato di decomposizione, non si riescono a identificare le cause della morte.

Gennaio 1987. Linda Ann Ortega, 37 anni. Prostituta occasionale e tossicodipendente. Viene ritrovata a tre giorni dalla sua morte, mutilazioni su buona parte del corpo. La polizia comincia a temere la presenza di un killer di prostitute nell'area di Riverside.

Maggio 1987. Martha Bess Young, prostituta e tossicodipendente, 27 anni, viene ritrovata in un burrone, completamente nuda. Cause della morte una concomitanza di overdose da anfetamine e strangolamento. Viene organizzata una task force con 14 detective.

Cosciente di questa mossa, Suff interrompe la sua serie per ben due anni, oppure, con buona probabilità, per questo periodo riesce a sbarazzarsi dei corpi senza mai farli ritrovare, creando parecchia difficoltà agli agenti incaricati di seguire il caso.

Gennaio 1989. Suff torna a colpire. Linda Mae Ruiz, 37, nota prostituta (d'ora in poi userò P per indicare prostituta e T per la tossicodipendenza), viene ritrovata morta sulla spiaggia del lago Elsinore. La testa è completamente seppellita nella sabbia, che viene ritrovata in abbondanza in bocca e gola.

Giugno 1989. Kimberly Lyttle, 28, P/T. Morta per asfissia, il corpo reca evidenti segni di pestaggio. Vengono rinvenute fibre e peli non appartenenti ala vittima, materiale prezioso per un eventuale confronto. I media coniano il nome di Riverside Prostitute Killer.

Novembre 1989. Judy Lynn Angel, 36, P/T. Rinvenuta sempre nella zona del lago, ha evidenti ferite alle mani, provocate da un estremo tentativo di difesa, Morta per sfondamento della parete del cranio.

Dicembre 1989. Christina Leal, 23, P/T. viene ritrovata completamente vestita e sembra essere la vittima che ha meno sofferto per mano del carnefice. Vengono ricavate parecchie impronte di pneumatici. Il coroner scoprirà in seguito che la vittima è morta per una coltellata violenta dritta al cuore. Dentro la vagina della ragazza una lampadina infilata a forza,

Gennaio 1990. Darla Jane Ferguson, 24, strangolata con forza tale da farle troncare la lingua con un morso. Di nuovo impronte di pneumatici.

Febbraio 1990. Carol Lynn Miller, 35, P/T. Molteplici pugnalate al petto e strangolamento le cause della morte. Viene individuata una ferita anomala al seno sinistro, un rozzo tentativo di asporto. Ritrovati anche peli pubici appartenenti all’aggressore.

Novembre 1990. Cheryl Coker, 33, P/T. Morta per strangolamento, è fino a questo punto l’omicidio più brutale, con molteplici mutilazioni, segni di tortura e percosse e infine la rimozione del seno destro, lasciato poi in posa accanto alla donna. Vengono rinvenute addirittura delle impronte digitali del killer, che a poco servono senza un solo sospetto su cui agire.

Dicembre 1990. Susan Sternfeld, 27, P/T. Il cadavere viene rinvenuto messo accuratamente in posa. Nessuna mutilazione, morte per strangolamento.

Gennaio 1991. Kathleen Leslie Milne, 42, P. Strangolata dopo alcuni colpi fortissimi alla testa. La task force passa da 14 a 20 agenti.

Aprile 1991. Cherie Michelle Payseur, 24, P. Rinvenuta in posa in una aiuola di un bowling. Uno sturalavandini le fuoriesce dalla vagina.

Luglio 1991. Sherry Ann Latham, 37, P/T. Strangolata, vengono rinvenuti peli felini sul corpo.

La svolta, decisiva, in agosto dello stesso anno.
Una prostituta sale a bordo del furgoncino grigio di Suff che, dopo alcuni momenti di “normale” conversazione, diventa violento.
La ragazza riesce a scappare e Suff, invece di dileguarsi, si rivolge semplicemente a un’altra prostituta. La ragazza cerca di avvertire la malcapitata che ignora i suoi consigli e sale sul furgone.
La prostituta, Kelly Marie Hammond, 23, sarà ritrovata strangolata poco dopo. La polizia ha un identikit dell'uomo e la descrizione del furgone.

Settembre 1991. Suff ascolta alla radio uno psicologo che afferma che le vittime di questo serial killer sono sempre prostitute bianche. Poco dopo viene ritrovato il corpo di Catherine McDonald, 30, P/T. Manca il seno destro che non viene ritrovato nelle vicinanze del cadavere. La vittima è nera. Suff ha cambiato tipologia di vittima o per creare confusione o semplicemente per giocare con media e autorità.

Ottobre 1991. Delliah Zamora Wallace, 35, P/T. Morta strangolata.

Dicembre 1991. Il killer è sempre più intraprendente e gioca al rialzo: Eleanore Ojeda Casares, 39, P/T, viene ritrovata morta per strangolamento, con il seno destro mancante, proprio nella via dove è collocata la stazione di polizia locale.

9 gennaio 1992. Un poliziotto, mentre pattuglia un quartiere problematico, noto per le attività di prostituzione e spaccio, nota un furgoncino che corrisponde alla descrizione dell’agosto precedente.
Il furgone compie una inversione a U nel tentativo di allontanarsi, il poliziotto intima l’alt e il furgone si ferma. Breve controllo sul conducente, esce fuori che tale William Suff ha la patente sospesa e bollo del veicolo scaduto.
Suff viene portato in centrale.

Rispetto ad altri serial killer, l’iter post arresto di Suff è tutto sommato semplice e breve: lui si proclama innocente, il giudice conferma l’arresto, si arriva al processo nel 1995, la montagna di prove (fibre, peli, impronte, pneumatici…) raccolta durante gli anni alla fine dimostra tutta la sua importanza e dopo 4 giorni di riunione la giuria lo trova colpevole di 12 omicidi.

Suff attende di essere giustiziato a San Quintino, come parecchi altri serial killer.
Alcuni hanno ipotizzato, ma è voce non confermata, che Suff abbia usato la carne dei seni asportati per preparare il suo famoso chili, piatto che gli ha fatto vincere parecchi premi a varie gare culinarie.

Altre schede di serial killer su Serial Killer Cyclopedia

sabato 28 marzo 2009

Willard

WILLARD
2003, USA, colore, 100 minuti

Regia: Glen Morgan

Soggetto/Sceneggiatura: Glen Morgan dalla sceneggiatura originale del 1971 di Gilbert Ralston

Produzione: Hard Eight Pictures, New Line Cinema


Cronicamente timido e insicuro, Willard passa i giorni fra i continui soprusi del suo boss e le cure alla madre malata, desiderando una vita divisa ma senza mai trovare la forza e il coraggio di cambiare.

Disturbato dai rumori notturni dei topi che scorrazzano per la casa, il nostro, nel tentativo di sterminarli, si imbatte in Socrate, uno topolino bianco intelligentissimo con il quale sviluppa uno strano legame telepatico suscitando l’invidia di Ben, un ratto assai più grande e feroce.


Il delicato equilibrio all’interno della popolazione topesca è garantito dalla leadership di Socrate, in grado di contrastare gli istinti più crudeli e violenti di Ben ma quando la madre di Willard morirà e lui verrà licenziato le cose prenderanno una piega diversa…


Raro esempio di remake superiore all’originale, questo (semi)esordio alla regia di Glen Morgan (diresse un episodio di X-Files e ha appena completato il remake di Black Christmas) consegna al pubblico una sommessa vicenda di solitudine, incomunicabilità e disagio mentale che marcia più di quel che possa sembrare lungo la traiettoria stabilita in Psycho, che viene infatti esplicitamente citato nel finale.

Salutato da buona parte della critica come uno dei migliori film di genere degli ultimi anni, in realtà la pellicola vive di alti e bassi che non riescono a farla decollare in modo completo. Priva di una trama vera e propria, la storia gioca un continuo ping pong fra due soli ambienti: gli interni (scarsamente illuminati dalla fotografia arancione e viscerale del televisivo Robert McLachlan) della casa dove Willard ribolle di rabbia e frustrazione e l’ufficio, teatro delle vessazioni fin troppo teatrali e urlate da parte del proprietario dell’azienda.

Tutto funziona alla perfezione in alcuni reparti, segnatamente quello della costruzione psicologica grazie a un Crispin Glover in stato di grazia che è in grado di reggere gran parte del film sulle sue capacità attoriali e in secondo luogo nella gestione delle scene con gli animali, mirabilmente addestrati dalla Boone’s Animals for Hollywood e supportati da 3 compagnie di animatronic ed effetti speciali.

Meno bene vanno le cose quando si cerca qualche svolta imprevista in un meccanismo che appare persino più prevedibile di un qualsiasi slasher nel dipingere un progressivo sfaldamento di una psiche già debole.
Pollice verso anche nella gestione della tensione e dell’orrore, cui si preferisce una costruzione d’atmosfera che non sempre è sufficiente: pur risultando un notevole passo in avanti rispetto all’originale del 1971, si sente la nostalgia per il terrore destato da alcuni assalti dei topi nel film di Daniel Mann.

A ben riflettere quelli che sono i punti di forza di questo remake diventano nella seconda parte del film anche i limiti più evidenti: Crispin Glover è molto bravo nel dipingere la figura di un ragazzo oppresso da un’infanzia infelice e vinto da timidezza e debolezza, ma quando si tratta di schiacciare l’acceleratore sceglie un insieme di tic e sovrarecitazione che dona al personaggio un’aria univocamente sinistra e ci rende impossibile ogni livello di empatizzazione.
Stessa cosa avviene per i topi: addestrati alla perfezione, rendono molto bene nelle scene iniziali quando devono insinuarsi nella vita di Willard e nella nostra visione.
Nel momento in cui bisogna dare un tono minaccioso alle loro scorribande, gli animali sembrano troppo puliti, addestrati, addomesticati e inquadrati per provocare alcun tipo di timor panico.

Continui omaggi all’originale, notevole lavoro da parte di scenografi e costumisti, alcuni buoni passaggi musicali e la solita recitazione urlata di R. Lee Ermey completano il quadro di una pellicola ben sopra la media ma decisamente non per tutti i palati e non all’altezza dell’hype esagerato di cui continua a godere.

Collegamenti:

Wiki su Glover
R. Lee Ermey
Consigli sull'allevamento di topi
Un giovane cinefilo su Willard
Crispin Hellion Glover
... e topi
Recensione Hari Seldon
The 11th Hour (Intervista a Morgan/Wong)
... e tope

Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:

venerdì 27 marzo 2009

Mokele-Mbembe


Nome: Mokele-Mbembe (aka nsanga, n’yamala, jago-nini)

Apparenza fisica: Le descrizioni del Mokele-Mbembe variano a seconda delle testimonianze, che alle volte sono state ottenute con metodi non propriamente neutri (per esempio facendo vedere alcuni disegni di dinosauri e chiedendo in seguito se il Mokele-Mbembe somigliasse o meno alla creatura in questione).

Tuttavia è possibile, effettuando una sorta di media fra le varie testimonianze, parlare di una creatura di dimensioni comprese fra quelle di un ippopotamo e un elefante, dalla pelle coriacea che varia fra i toni del grigio, del marrone e del verdastro, dotato di un collo molto lungo e serpentiforme che termina in una testa piuttosto piccola.

La coda è generalmente più corta del collo e più tozza, provvista di muscoli possenti, e le zampe dell'animale, a giudicare da alcune "orme", sono provviste di tre dita.
In alcuni report appare provvisto di un unico, enorme dente, che alle volte diventa invece un corno.

Zona d’origine e memetat: Non esiste un punto preciso cui ricondurre l'origine di questo criptide che, a seconda del periodo e delle testimonianze, conduce una vita reclusa in tutto il bacino del Congo, preferendo le anse strette dei fiumi o alcune regioni paludose e lacustri.
Il memecore esatto è da cercarsi nella vasta zona paludosa del Likouala, situata a nord della capitale del Congo.

Nozione comune vuole che questo sauropode elegga a sua tana le grotte scavate dai corsi d'acqua nei terreni argillosi delle rive. A ogni modo è una creatura legata a un ambiente liquido. Cronologicamente la creatura ha cominciato ad affermarsi fuori dal Congo più o meno verso la fine del 1700 e da allora la sua fama è in continua espansione, sia geografica che mediatica, raggiungendo di volta in volta i più diversi supporti e ambienti.

Caratteristiche particolari: La maggior parte delle testimonianze parlano di una creatura sostanzialmente erbivora ma molto aggressiva e pericolosa nei confronti dell'uomo.
Se il Mokele-Mbembe avvista una imbarcazione farà di tutto per rovesciarla e ucciderne gli occupanti.
A detta di molti esploratori la dieta della creatura è molto selettiva, preferendo essa nutrirsi di un particolare tipo di liana dai grandi fiori bianchi e frutti delle dimensioni di una mela.
Questo criptosauro ha abitudini miste ed è stato avvistato sia di notte che di giorno e la sua diffusione è più o meno riconducibile, nell'interesse della gente, ad altri notissimi mostri lacustri come quello di Loch Ness o l'Ogopogo.

Storia e avvistamenti: La storia di questa creatura è strettamente intrecciata con la storia di recenti e passate esplorazioni in Congo e parlare dell'una significa obbligatoriamente parlare delle altre ed è possibile distinguere rozzamente tre periodi diversi di metodologia e approccio al suo mistero.

1776-1932: varie testimonianze e avvistamenti del Mokele-Mbembe compaiono nei diari di viaggio, nei libri e nelle enciclopedie di diverso tipo, dalle cronache dei missionari ai report di una spedizione dello Smithsonian fino alle memorie di grandi e famosi cacciatori come Carl Hagenbeck.
Si tratta di un periodo connotato dal fatto che solitamente il criptide fa la sua comparsa in volumi e reportage che non si occupano esclusivamente di lui, sebbene la sua fama monti di anno in anno.
In questo periodo la descrizione più dettagliata è sicuramente fornita dal capitano tedesco Freiherr von Stein in missione di controllo dello stato delle colonie ora più o meno corrispondenti al Camerun.

1939-1992: è il periodo in cui si progetta e realizza un numero sempre maggiori di spedizioni scientifiche e parascientifiche, di solito guidate da un leader carismatico, importante studioso ed esploratore.
Più che di un lavoro di team si deve quindi parlare di una ricerca più personale, anche se spesso realizzata con ricchezza di mezzi ed esperienza.
Gli esiti sono comunque di solito deludenti, con avvistamenti che non è stato possibile riprodurre in fotografia causa problemi di vario tipo (alcuni francamente sospetti e controversi, che generano più di un dubbio sulla sincerità delle persone coinvolte).
Non mancano ingenuità e incidenti e nonostante la grande mole di testimonianze raccolte e di lavoro svolto non si riesce a fornire nessuna prova valida circa l'esistenza del criptide.
James H. Powell Jr, Roy P. Mackal, Herman Regusters, William Gibbons e Ronald Botterweg sono fra i vari erpetologi, esploratori, uomini di scienza e personalità assortite che caratterizzano questo periodo.
Forse le foto e i video più dettagliati (per il poco valore che l'aggettivo può avere in questi casi) risalgono proprio a questo periodo, a opera di Marcellin Agnagna nel 1983.

1998-2009: arriva l'era dei documentari televisivi sui canali dedicati, delle esplorazioni che devono bilanciare ricerca con spettacolo, dei grandi team dai nomi altisonanti, dotati delle migliori attrezzature del loro tempo e di contratti con importanti emittenti.
E nonostante questo vasto impiego di forze (spesso però sprovvisto delle più basilari cognizioni in materia, scarsa preparazione che alle volte li ha portati a cercare il Mokele-Mbembe in regioni piuttosto lontane dal Congo) alla fine ci si ritrova sempre e comunque con un pugno di mosche. Magari preistoriche, ma sempre mosche.
Fotografie sgranate, filmati scarsamente discernibili (e che spesso ritraggono ippopotami, elefanti, tronchi galleggianti....) e qualche dubbia impronta vengono conditi con la consueta massa di report di vecchi avvistamenti da parte di indigeni e vecchi esploratori, generando una cortina fumogena che non chiarisce il mistero di questo criptide né in un senso né nell'altro.
Ovviamente ci sono anche le dovute e rigorose eccezioni per quanto concerne serietà e professionalità delle persone coinvolte,
Extreme Expeditions, Cryptosafari, Super Snake, Destination Truth sono solo alcuni dei nomi ricorrenti in questo ultimo periodo.

Nei due secoli e passa di memespan del Mokele-Mbembe mi pare che l'aneddoto più interessante che lo riguardi sia quello che vede una tribù di pigmei riuscire a catturare e uccidere uno di questi bestioni: dopo giorni spesi a macellare l'enorme carcassa la tribù in questione tenne un enorme festino con abbondanti porzioni di carne della creatura.
Ma la maledizione del criptosauro non tardò a colpire i malcapitati, che morirono a decine poco dopo, avvelenati da quel che avevano mangiato.

Curiosità: Alcune tribù venerano il Mokele-Mbembe come una entità divina e parlare di lui agli stranieri o addirittura portarli in prossimità dei posti che lui visita è considerato un atto in grado di portare enorme sfortuna, il tutto aggrava quindi le difficoltà riscontrate nel reperire informazioni su questo criptide.

Nel corso dei decenni questo mostro si è costruito una solida base mediatica, con comparsate e citazione in moltissime opere.
Fra le altre possiamo ricordare quelle in alcuni rpg e videogames come World of Darkness, Conspirancy X, Guild Wars, Uncharted Waters e Steppenwolf.
Molti gli autori del fantastico che hanno fatto uso, in un modo o nell'altro, di questo criptide: Thomas Thiemeyer, James Blish, Philip Reeves...
Tracce di questa creatura si possono anche trovare nel campo dei fumetti e in quello della musica.

Nonostante la sua natura di erbivoro il Mokele-Mbembe è da sempre ritenuto responsabile per eventuali morie e scomparse di ippopotami nella sua zona d'appartenenza.

Potete facilmente immaginare le ipotesi scientifiche e parascientifiche che sono state portate avanti per spiegare l'esistenza di una simile creatura: da un lato si tirano in ballo vari tipi di dinosauri (apatosaurus o diplodocus i favoriti in questa particolare corsa) mentre una versione già più sensata è quella che identifica nella creatura qualche sorta di variante o mutazione gigantesca dell'attuale Varano di Komodo.

Quel che molti non sembrano capire è che tentare di forzare, come spesso si fa, una versione del tipo "il mostro X non è altro che un esemplare del dinosauro Y" è un gioco che tira acqua al mulino del creazionismo...

Il nome Mokele-Mbembe significa, in lingua Lingala, "Colui che blocca il corso dei fiumi", 'nuff said.

Altre schede di mostri come questa su il Teratonomicon





giovedì 26 marzo 2009

The Host

THE HOST
(GWOEMUL)
2006, Corea del Sud, Colore, 119 min.
Regia: Joon-ho Bong
Soggetto/Sceneggiatura: Chul-hyun Baek, Joon-ho Bong e Woon-jun Ha
Produzione: CJ Capital Investment, Cheongeoram, Cineclick Asia e varie.

Seoul, sulle sponde del fiume Han. La famiglia Park possiede un chiosco di bibite e snacks e tutto sembra andare bene: Park Kang-du dorme sempre ma è un cuor d’oro che stravede per la figlia, grande appassionata di tiro con l’arco che stravede per la zia, atleta di livello mondiale in quella disciplina.
A completare il quadro il patriarca della famiglia e un fratello di Kang-du, mezzo ribelle e mezzo sbandato, scappato tempo prima.

A un tratto un grande tumulto attira l’attenzione del dormiglione: un mostro, un mutante ibrido anfibi, pesce e altre cose ancora, risultato della contaminazione delle acque da parte degli incuranti occidentali, semina il terrore fra la gente a riva e finisce con il rapire la figlia di Park Kang-du e portarla in un suo covo segreto.

Interviene l’esercito che mette l’intera famiglia sotto quarantina, si parla di virus e altro ancora ma quando il nostro anti-eroe riceve una telefonata nella quale gli sembra di riconoscere la voce della figlia creduta morta, tutto cambia e il dormiglione diventa uomo d’azione…

Inatteso e spiazzante gioiellino orientale che renderà contenti parecchi tipi di pubblico, dallo spettatore occasionale comunque stufo di streghette dai lunghi capelli neri a chi preferisce grossi mostri al posto di rozzi torturatori passando naturalmente per chiunque adori un certo tipo di cinema sopra le righe e capace di destabilizzare ogni dieci minuti, vuoi per le svolte narrative, vuoi per la tecnica sfoggiata e vuoi infine per i sottotesti presenti oltre la fuorviante patina del giocattolone da CGI.

Ormai ritengo abbiate presente (fino alla nausea, suppongo) la mia tendenza a recepire positivamente ogni tipo di film che presenti una controtendenza rispetto ai trend e mode del momento: vivo l’horror come una sorta di pan-organismo multimediale che ha bisogno di costanti interventi di ingegneria genetica, dei cambiamenti di rotta per non farlo sbattere contro muri e paludi.

The Host svolge questa funzione: in un momento di triviale ritorno al sadismo (nulla in contrario a violenza e torture, anzi, pretendo solo che siano ben girate e che abbiano anche altri fini oltre alla mera scopofilia) o di logorissima riproposizione di eterni remake, questo film di grossi mostri plasticosi spruzzato di umorismo e melò non può che ottenere, aldilà di evidenti limiti, il mio plauso incondizionato.

Joon-ho Bong mette in scena un delicato equilibrio di generi e toni che incontra qualche lungaggine solo a metà strada per poi risolvere il tutto in un finale esaltante.
Dopo un veloce incipit che tratteggia con ironia le figure principali (tutti, in qualche modo, dei loser o dei fuori-sincrono con la realtà) il regista, complice uno script dal timing ineccepibile, chiude il primo atto con l’apparizione della creatura che trascina via, nel fiume, uno dei personaggi in un ribaltamento brusco e sbilanciante: la commedia muta in tragedia con un singolo colpo di coda e un ralenty perfetto.
Lo spettatore, preso alla sprovvista, è ormai agganciato saldamente all’amo e verrà trainato per i restanti cento minuti in una anomala altalena cinematografica che spazia dall’eco-vendetta al manifesto no-global, dall’action movie all’horror senza mai dare occasione di abituarci a un singolo tono.

Molte le scene pregevoli (la cena del gruppo a fine primo tempo è un esempio molto alto della capacità manipolatrice dell’audience da parte di questo talentuoso filmaker coreano) che rendono memorabile la visione di questo blockbuster asiatico in grado di intrattenere con il puro livello del monster-hunting, far riflettere su parecchi temi (ambiente, politica…) ed emozionare con il suo perfetto quadro di una famiglia le cui disfunzionalità e conflitti inter-generazionali verranno esasperate dalla comparsa della creatura.

Grande ritorno di alcuni generi e tematiche fin troppo assenti nell’horror contemporaneo, The Host appare chiaramente in grado, se trattato con rispetto in fase di editing e doppiaggio, di creare grandi incassi e risonanza anche qui da noi, sperando che una volta tanto i nostri distributori mostrino coraggio e intuizione.

Menzione d’onore alla gang di The Orphanage che riesce a dar vita a un mostro pieno zeppo di CGI che gioca abilmente sulla sua stessa natura elettronica facendosi accettare per quel che è senza mai sembrare stonato o invasivo.
Plauso anche allo score di Byung-woo Lee, già noto per il suo lavoro in Two Sisters, Three Extremes 2 e The Red Shoes.

Collegamenti:

Sito ufficiale
Joon-ho Bong
Collider: intervista al regista

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Filmato (trailer non ufficiale):

mercoledì 25 marzo 2009

Intervista a Nino G. D'Attis. Harder, deeper...


Incontro nuovamente Nino e abbiamo l'occasione di fare quattro chiacchiere sul meno e sul meno, nel senso che mi pare si sia sostanzialmente d'accordo sul fatto che l'Italia affoga nella sua stessa merda e ci sembra pure che faccia un bel teporino.
Conto di intervistare Nino a ogni suo romanzo, quindi ci saranno ulteriori occasioni di massacro...

E: Partiamo dalle cose importanti, poi potremo rilassarci con le quisquilie. I tuoi drink preferiti sono sempre il Mojito d'estate e il White Russian d'inverno?

N: Sì. Quasi tutti gli altri intrugli sono sulla mia lista nera ma davanti a un Mojito o a un White Russian preparati bene mi arrendo.

E: In Mostri per le masse, accanto a una decisa e coerente evoluzione del linguaggio, in particolare per quanto riguarda la gestione del ritmo, si nota un forte, potentissimo intorbidamento delle acque, che già in M.A.Y.P non erano proprio come la Lievissima. Non ci sono più singole occasioni per rifiatare, non un personaggio positivo o neutro, mai un raggio di luce. Presumo sia una scelta precisa da parte tua. Sta davvero andando tutto in merda, in Italia e non solo?
N: Ogni paese ha la sua storia e in Italia, a dispetto di quanti sostengono il contrario, è accaduto e continua ad accadere di tutto. Nel rapporto con la realtà, chi scrive un noir pesca facilmente nel torbido perché in effetti, quanto a crimini, ad intrighi, non ci siamo fatti mancare proprio niente. Pensa alle guerre di mafia, alla stagione delle stragi, ai molti omicidi insoluti, giusto per fare qualche esempio. Ecco, nel mio romanzo c’è uno sguardo alle zone buie passate e recenti di questa nazione.

E: Perché hai scelto come titolo proprio Mostri per le masse?
N: È insolente, non è vero? Da un lato volevo rendere omaggio a Music for the masses, un album dei Depeche Mode che amo particolarmente; dall’altro mi è sembrato subito perfetto per un libro molto oscuro, molto tetro, in cui prevale un forte senso di perdita e i personaggi vivono situazioni estreme.

E: In occasione del primo romanzo avevamo parlato del lungo periodo di gestazione. Quali le differenze, ora, con una seconda uscita che ha richiesto molto meno tempo? Eri più sicuro dei tuoi mezzi o semplicemente sei riuscito a comprimere i tempi, lasciando intatti fatica e dolore?
N: Sono stati due anni piuttosto difficili sul piano personale, e a dirla tutta non pensavo che il libro che stavo scrivendo sarebbe sopravvissuto ai problemi che mi trovavo ad affrontare in quel momento.
Ma a quanto pare le storie sono più forti, refrattarie alle maledizioni, ai drammi privati di chi le scrive. L’esperienza in qualche modo aiuta: se hai già pubblicato qualcosa, viene meno l’ansia del debuttante, assumi un maggiore controllo dell’insieme.
Naturalmente, l’atmosfera di una storia riverbera la condizione in cui si trova chi la sta raccontando, immagino sia inevitabile e tutto sommato onesto verso i lettori.

E: Hai lavorato con la stessa casa editrice e con lo stesso editor: anche in questo caso ti chiedo se è cambiato qualcosa nel rapporto o si è trattato semplicemente di un consolidarsi di metodi e rapporti già rodati?
N: Jacopo De Michelis andrebbe fatto santo subito, dico sul serio. Da vivo, in modo che possa testimoniare in qualche seminario per addetti ai lavori il sostegno che ha dato a questo mio progetto.
Ho lavorato in totale libertà e lui ha avuto pazienza, è stato un ottimo coach, oltre che un amico che potevo chiamare tutte le volte che mi sentivo a pezzi. Credo che ad un certo punto abbia capito le mie preoccupazioni e abbia trovato la chiave giusta per motivarmi a portare a termine ciò che avevo cominciato.


E: Questione spinosa ma che ritengo utile a fornire ai nostri lettori un quadro preciso di cosa significhi pubblicare in Italia: quali le cifre del venduto per quanto riguarda il primo e il secondo romanzo? Hai la sensazione che si tratti di libri che abbiano ormai completato la loro vita in libreria o che possano ancora spuntarla sugli scaffali?
N: Non possiamo parlare di successo commerciale. Finora credo di essere riuscito a ritagliarmi un seguito di aficionados tra i lettori e anche una certa attenzione da parte della critica. Se mettiamo da parte per un momento la vistosa macchia di rosso sul conto in banca è un risultato incoraggiante, considerato quanto possa essere difficile per un nuovo autore emergere in un mercato editoriale come quello italiano.
Il mistero è sempre dietro l’angolo: il tuo libro arriva sugli scaffali, se ne parla in giro, però è dura sfangarla, forse perché da noi gli scrittori non sono così importanti come i calciatori o i tronisti di Maria De Filippi …Una nota positiva è che adesso ricevo mail di persone che stanno scoprendo il mio primo romanzo dopo aver letto il secondo.

E: Hai pubblicato M.A.Y.P. nel 2006. Cosa pensi che sia cambiato in Italia da allora? Più in particolare, vivendo a Roma, come ti sembra che sia mutata la Capitale?
N: Man mano che scrivevo il libro, Roma è diventata qualcosa di più di una immensa location. Penso che ad un certo punto abbia rivendicato un ruolo di primo piano, e che in effetti alla fine l’abbia ottenuto.
È la Caput, è il posto in cui vivo da dieci anni e che meglio riflette gli aspetti tragicomici dell’italiano medio e di chi lo rappresenta in parlamento. Anche quelli più cupi e violenti, direi. Dal mio punto di vista, lo scenario sociale e politico descritto con toni satirici in M.A.Y.P. è mutato in peggio: dopo il ridicolo si scivola facilmente nell’orrido, è fatale.

E: A distanza di un anno dalla pubblicazione di Mostri per le masse, sei soddisfatto della ricezione del romanzo da parte del pubblico e della critica? Ci sono elementi vistosi che ti sembra non siano stati compresi o siano stati fraintesi?
N: Non credo. Quando uscì M.A.Y.P. temevo un po’ il rischio del fraintendimento per via della misoginia del personaggio principale, ma grazie al cielo è andata bene.
A sei mesi dall’uscita del nuovo libro incontro persone che mi dicono: “Accidenti a te, ‘sta roba mi ha fatto venire gli incubi!” Quindi, anche stavolta non posso lamentarmi.

E: In questo lavoro da Incubonauta che hai scelto, trovi che ci sia qualche altro autore italiano che stia avvertendo, come te, l'esigenza di scavare sempre più a fondo nella disgregazione, nella follia, nella disperazione italiana? In sostanza, esistono altri cacciatori di mostri per le masse che vuoi segnalare al pubblico?
N: È evidente che, messi a confronto con un presente così duro, diversi scrittori stiano provando a raccontarlo. Trovo che sia una cosa stimolante. Al momento ho voglia di leggere i nuovi libri di Giancarlo De Cataldo e di Simone Sarasso.

E: Ormai scrivi, e a un livello molto alto, da parecchi anni. Hai ancora la stessa voglia, lo stesso entusiasmo? Non subentra, a un certo punto, qualche forma di meccanicità, di ripetitività?
N: Mi sento ancora in cammino, e non sono stanco. Tutto quello che so, al momento, è che voglio andare avanti, scrivere libri migliori. E sono ancora convinto che il solo modo per fare qualcosa in cui credi sia crederci veramente.

E: Si fa un gran parlare del ruolo dello scrittore. Si cerca di proporre, spesso di forzare, a mio modo di vedere, la figura dello scrittore impegnato contro quella dello scrittore dedito a guardarsi l'ombelico e quindi a parlarcene. Ti senti coinvolto in questo discorso? Ritieni che un maggiore coinvolgimento storico, sociale e culturale sia ormai un obbligo, visti i tempi devastati e vili nei quali viviamo?
N: No. La questione, per come la vedo io si riduce in termini molto semplici: dedico parecchio tempo e tutto me stesso ad una storia, mi sforzo di non deludere chi sceglierà di leggere un mio libro perché quello che mi interessa davvero è instaurare un rapporto con il lettore.
Il resto del tempo, delle energie, li spendo cercando di occuparmi al meglio della mia vita reale, dei miei affetti o anche banalmente di pagare l’affitto o le bollette. Lascio volentieri ai critici, bene o male, il compito di teorizzare o applicare etichette di qualsiasi tipo.
È il loro lavoro, io posso al più recensire i libri degli altri, dai miei invece cerco di disintossicarmi subito dopo averli consegnati all’editore.
Faccio la promozione, certo: incontri col pubblico, letture, interviste e così via. Però non è compito mio dichiararmi più o meno impegnato.
Che significa? I’m a New Italian Heretic!

E: Torniamo a bomba su Mostri per le masse. Potrai ben capire come dalle parti del mio sito il personaggio di Vlad susciti un interesse maggiore rispetto ad altre tue creazioni. Mi pare notevole lo spunto del vampirismo psichico. Hai preso spunto da qualche modello, ci sono state particolari influenze nella costruzione di Vlad?
N: Vlad è una rockstar del crimine. Ho costruito questo personaggio pensando al magnetismo, ai vizi, alla vita fuori dalle regole di una primadonna del rock.
Solo che lui non è Iggy Pop né Bowie o Marilyn Manson ma uno spietato assassino. Esercita un potere pericoloso sulle persone: se non le uccide, riesce a soggiogarle. Spinta oltre certi limiti, la seduzione è plagio, un furto totale o parziale dell’anima dell’altro.
Da sempre, come sappiamo, è uno strumento che non può mancare negli arsenali della politica, della religione. La dipendenza da qualsiasi concetto di divinità è spaventosa, e dicono che ancora oggi faccia girare il mondo in cui viviamo.

E: Buona parte dei tuoi personaggi hanno un unico modulo di risposta all'aggressione della realtà, ovvero lo stordimento e la fuga, che può avvenire attraverso droghe, figa, alcool, culturismo, violenza e altro... Sembra la monoreazione dell’italiano medio. Si tratta di una cosa voluta, cercata?
N: Conosco persone consapevoli delle proprie dipendenze. Le uniche cose oggi a buon mercato sono la noia e l’infelicità, specchi dell’appiattimento, dell'insignificanza. Siamo creature dissociate che non fanno altro che abbellire le proprie vite con qualche forma più o meno legale di stordimento. È la direzione che abbiamo preso.
Il Male, poi, lo dicono le cronache di tutti i giorni, è lo spettacolo della banalità che conquista le masse in veste di nuova sembianza dell’ineluttabile.

E: Anche le figure dei poliziotti sono distanti anni luce dalla fantafiction televisiva. Paiono quasi trasposti da I Ragazzi del Coro di J. Wambaugh, in downgrade provinciale. Frutto di osservazione di casi reali o tua semplice speculazione?
N: Ho parlato con molte persone mentre mi documentavo per il libro. Tra queste, c’erano anche dei poliziotti o ex poliziotti. La realtà ti porta sempre materiale interessante da rielaborare o, in qualche caso, da lasciare sulla pagina così come l’hai registrato.

E: Stai lavorando a qualcosa di nuovo? Di cosa si tratta? Uscirà ancora per la Marsilio?
N: Sto scrivendo il terzo romanzo, in effetti. Una storia d’amore e crimine. E quando avrò ultimato il manoscritto, Marsilio sarà la prima casa editrice a leggerlo. Nel frattempo, nei prossimi mesi dovrebbe vedere la luce un libretto con alcune storielline divertenti per la 18:30 edizioni.

E: Vediamo di chiudere in alleggerimento. Seguo quotidianamente dblog e trovo spesso interessanti le vostre segnalazioni. Giriamone qualcuna ai lettori...
Un disco, un film e un libro che ti hanno fortemente impressionato negli ultimi mesi.
N: Il disco è The Empyrean di John Frusciante, il libro Le Colline Oscure di Enzo Fileno Carabba. Quanto al cinema, non ho visto niente di impressionante, mi spiace.

E: C'è qualcosa che non ti ho chiesto e su cui vuoi urlare?
N: Sì: i readings! Ne ho fatti parecchi, ultimamente. Da solo o con una band che mi accompagnava. Ho letto in giro roba mia oppure di altri (William Burroughs; Hubert Selby Jr., ad esempio).
È stato divertente e, appena possibile, mi piacerebbe ripetere questa esperienza. La gente urlava e si spellava le mani come ad un concerto rock, giuro!

E: Fai un saluto da vero scrittore e intellettuale ai miei lettori…
N: “Now I’m not looking for absolution / Forgiveness for the things I do…”

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Recensione a Mostri per le masse
Recensione Montezuma airbag your pardon
Blackmailmag
White Russian
DBlog

martedì 24 marzo 2009

The haunting of Molly Hartley

THE HAUNTING OF MOLLY HARTLEY
2008, USA, colore, minuti
Regia: Mickey Liddell
Soggetto/Sceneggiatura: John Travis e Rebecca Sonnenshine
Produzione: Liddell Entertainment e varie


Molly e suo padre cercano un nuovo inizio e traslocano in un’altra città, cercando di dimenticare i tremendi fatti accaduti poco tempo prima: la madre di Molly, in una grave crisi psicotica, ha cercato di uccidere la figlia trafiggendole il petto con delle forbici.

La ragazza comincia a frequentare il college locale ma fra attacchi di panico, sangue dal naso e svenimenti vari non ha certo vita facile, pur suscitando interesse nel ragazzo più bello e ricco della scuola.

Fra scontri con alcune ragazze, visioni e strani eventi soprannaturali, le cose peggiorano sempre di più per Molly che sembra aver ereditato la tremenda malattia della madre.
Si tratta solo di allucinazioni o c’è qualcosa di ben più potente in atto?

Lo dico sempre che basterebbe quasi leggere i credits di un film per rendersi conto di quel che ci aspetta una volta premuto il tasto play o comprato il biglietto al cinema.
E quindi andiamoli a vedere, questi credits…

Mickey Liddell è un produttore alla sua prima prova come regista. Brutta cosa, specie se gran parte del tuo curriculum appartiene all'incantato mondo del tubo catodico, con serie come Everwood o Jack and Bobby.
Affida lo script allo sconosciuto John Travis e a Rebecca Sonnenshine, il che dovrebbe farci sperare, visto che la Sonnenshine ha scritto in precedenza American Zombie e qualcosa di buono potrebbe combinare anche in questa occasione.
Fotografia e montaggio affidati a degli oscuri e discreti mestieranti, quindi da lì non arriveranno né problemi né soluzioni.
Ma il dramma è quando, dando un’occhiata alle compagnie coinvolte, notiamo un nome che i fan dell’horror e fantasy dovrebbero bollare per sempre come male-male-male.
Il film è infatti distribuito, secondo Imdb, dalla Freestyle Releasing, una compagnia nota per avere il fiuto al contrario.
Vi elenco alcuni dei disastri mandati in giro da questi tizi: Headspace, An American Haunting, The Gravedancers, Unrest, The Abandoned, D-War (madonna D-War!) e, ciliegina marcia sulla torta putrefatta, quell’abominio bolleiano di In the name of the king

Ma il film bisogna guardarlo prima di dire che è pura merda, no?
Un ragionamento che, a seguirlo fino in fondo, ci costringerebbe ogni anno a guardare la nuova porcata dei Vanzina prima di poter dire che è una porcata. O a leggere tutti i libri di una collana prima di sacramentare e dire che quella iniziativa editoriale è da vomito.
E io il film me lo guardo, non c'è problema, ok...

Oddio, di problemi ce ne sono a bizzeffe e li subisco tutti quanti impietosamente fino ai titoli di coda, passando da iniziale interesse (che diamine, si parla sempre e comunque di college: gonnelline e calze bianche, mica fuffa) a una montante agonia che oscilla fra noia e insofferenza.
Tutto, in questo clone pantofolaio dei vari Il Presagio/Esorcista/Rosemary’s Baby cucinato in salsa OC e giunto con almeno trent’anni di ritardo, sembra essere giocato e girato con l’intenzione di non lasciare nessun ricordo, di (dis)turbare quanto meno possibile occhio e fantasia.

Le cattiverie e la competizione dell’ambiente scolastico americano vengono edulcorate a livelli implausibili, il sesso non fa nemmeno capolino, l’orrore probabilmente è lasciato chiuso in qualche armadietto del college e i pochi momenti di tensione farebbero cadere addormentato anche il più entusiasta consumatore della farina colombiana.

Fin dall’inizio gli sceneggiatori ci tengono tantissimo a farvi sapere che fra poco MOLLY COMPIRÀ DICIOTTO ANNI, possiamo quasi vederli mentre stiracchiano il copione in vista di questo evento e non vedono l'ora di sbatterci in faccia il loro grande, possente, geniale, titanico twist finale.
Peccato che di titanico ci siano solo gli sbadigli.
Siamo di fronte all’horror ideale per i ciellini in cerca del brividino prima di radunarsi intorno al fuoco a leggere Moccia (o cantare Baglioni) e sospirare: il classico film che nemmeno famiglia Cristiana se la sentirebbe di vietare a qualcuno tanta è la sua inoffensività.
Inoffensività sia di contenuti che estetica, nulla è mai fuori posto, angosciante, sbagliato, pauroso o perturbante nell’universo paratelevisivo di Mickey Liddell e non potete certo sperare che il giovane cast possa in qualche modo rialzare le sorti di un materiale nato così inerte.
Haley Bennett è un’attrice che ha ben tre o quattro registri di recitazione diversi e la sua Molly varia di volta in volta deliziandoci fra il catatonico, il robotico, l’assente e il vacuo, non fornendo nemmeno gli opportuni centimetri di pelle nuda necessari a qualche tipo di distrazione.
Rimaniamo quindi imprigionati in questo college di gente perfettina, di professori e presidi moderni e preoccupati, di carabattole e sciocchezze millenaristiche fatte con il pongo e la gommapiuma mentale, per non urtare nessuno.

Quali sono i momenti spaventosi?
Da dove arriva il Male, il terrore cosmico o anche solo asteroidale?
Da dove la paura e lo spavento?
Semplice: da cani che abbaiano all’improvviso (maledetti!), da un ragazzo in vena di scherzi cretini o, addirittura, dalla posta che cade dentro la fessura!!! Gli Stati Uniti sono davvero ben messi, complimentoni.

Sembra di tornare in classe in occasione di lezioni particolarmente noiose: ogni due minuti si guardava l’orologio e le lancette sembravano tornare indietro. Poi, per fortuna, arrivava la campanella.
Ora invece la campanella potete anticiparla facendo un uso smodato del tasto fast forward...

Collegamenti:

Recensione de Il Giudicafilm
A rare reflection
The O.C.
Recensione Dark Canadian

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Filmato:

lunedì 23 marzo 2009

Randy Steven Kraft

Nome Completo: Randy Steven Kraft (Southern California Strangler/Scorecard Killer)
Status: Attesa pena di morte

Nato il: 19 marzo 1945
Morto il: -

Vittime Accertate: 16 ma il conteggio è sicuramente più alto, fino a 51

Modus Operandi: Adescava giovani e quindi li sottometteva con miscele di alcool e tranquillizzanti, per poi torturarli e ucciderli

Armi di preferenza: Lacci, mani nude, coltelli, avvelenamento


La fine degli anni settanta/inizio anni ottanta rappresenta un periodo molto duro per la California, in particolare per quanto riguarda l'area meridionale: le forze dell'ordine sono occupate su più fronti, con ben tre serial killer diversi che colpiscono a un ritmo elevato, mietendo vittime a più non posso: William Bolin (il Freeway Killer) e Patrick Kearney (il Trash Bag Killer) totalizzano insieme quasi cinquanta vittime e la stampa non ha mano leggera nei confronti della polizia.
L'operato di Randy Kraft, più tardi conosciuto come il Southern California Strangler o lo Scorecard Killer, si innesta in questo scenario già caotico: al momento del suo arresto Kraft, da solo, avrà ucciso più persone degli altri due insieme.

Randy Kraft nasce a Long Beach, in California, unico figlio maschio (tre sorelle) di una famiglia trasferitasi dal Wyoming.
Cresce in un ambiente ultra-conservatore e la sua infanzia è contrassegnata da una straordinaria propensione agli incidenti, con un numero elevato di cadute e fratture la più rovinosa delle quali all'osso del collo, dopo un volo giù dalla culla.
L'adolescenza esaspera le scelte politiche del nostro, che già al college viene descritto dai compagni come "più a destra di Attila".

Arriviamo al 1964, anno che trova Kraft arruolato nei Reserve Officer Training Corps e sempre più coinvolto in politica, con una attività di sostegno al candidato repubblicano alla presidenza Barry Goldwater.
Aggiungete al quadro l'entusiasmo mostrato nel manifestare parecchie volte a favore della guerra in Vietnam e potrete capire ancora meglio la sorpresa, per amici e parenti, quando, pochi mesi dopo (1964) Randy si farà crescere i capelli e dei vistosi baffi, comincerà a lavorare part time in un bar gay e appoggerà sempre di più il partito democratico fino a meritarsi, nel 1968, una lettera d'encomio personale direttamente da Robert Kennedy.
Sono anni "formativi" per Kraft, che si diploma tardi rispetto al resto della sua classe, passa parecchio tempo in giro a far cruising nei posti di ritrovo per omosessuali e quando non esce a caccia è impegnato fra politica e partite di poker, cui va aggiunta una sua sempre più forte dipendenza da valium e tranquillanti di ogni tipo, ingeriti per cercare sollievo da mal di stomaco e fortissime emicranie.

Più tardi lo stesso anno un Kraft ancora scioccato per l'omicidio Kennedy si arruola nell'Aviazione, come spesso accade ai futuri serial killer.
Periodo breve in quanto nel 1969 decide di fare outing, decisione che lo porterà a feroci e insanabili scontri con la famiglia naturale e quella istituzionale: i genitori non vorranno più avere sue notizie e l'Esercito lo congederà per "ragioni mediche".
Ma il breve periodo di vita militare lascerà nel nostro una morbosa fascinazione per le reclute, fra le quali saranno pescate molte sue vittime.

I tempi sono sempre più maturi per Kraft che torna alla vita civile e trova di nuovo lavoro come barista, riprendendo a fare cruising e alternando ora al valium un consumo smodato di anfetamine per, a sua detta, "dimagrire".
Le prove generali del suo modus operandi risalgono al 1970: Kraft carica in macchina un tredicenne, lo rimpinza di alcool, marijuana e pillole e quindi, a casa, lo stupra minacciandolo di morte.
Il giovane riesce a scappare mentre Kraft è al lavoro e corre quindi dalla polizia che entra nell'appartamento, trovando un sacco di droghe illegali e molte polaroid di Randy che se la spassa con altri uomini: si sceglie però di non procedere in quanto la perquisizione era stata effettuata senza permesso e il tribunale non avrebbe accettato simili prove a carico.
Un simile evento rafforza la sicurezza di Kraft, che da questo momento in poi comincerà a uccidere con una frenesia che trova pari solo nel suo costante aggirarsi per locali gay in cerca di rapporti occasionali.


1970: Kraft trova lavoro in uno stabilimento di imbottigliamento dell'acqua e raggiunge 129 in un test di misurazione dell'I.Q., segno di intelligenza piuttosto alta, come spesso accade nei serial killer, a dispetto di quanto blatera James Ellroy.
Randy tenta di frequentare l'università ma le sue abitudini notturne (poker e cruisin') e i suoi consumi di alcool e stupefacenti influiscono decisamente sul rendimento.
L'università però lo mette in contatto con un compagno stabile, con il quale va a vivere, pur non accennando nemmeno minimamente a diminuire ritmo e intensità delle sue uscite notturne in cerca di estranei, preferibilmente marines.

La prima uccisione, risalente a settembre 1971, non ha ancora tutti gli elementi caratteristici che andranno in seguito a costituire la firma dello Scorecard Killer: evirazione della vittima, segni di morsi con ricorrente asportazione del capezzolo sinistro, altissime percentuali di valium e alcool nel sangue, inserzione di oggetti nell'ano (spesso una calza appartenente alla vittima) e cadavere lanciato fuori dalla macchina in corsa, con le conseguenti strisciate di sangue e materia organica sull'asfalto.

Già dal secondo omicidio la serie diventa molto più personale, ma i consueti errori e scarsa collaborazione/coordinazione da parte delle forze di polizia impedirà a lungo di stabilire i collegamenti necessari.

Alcuni dati brutali, raccolti in forma di rapida carrellata su alcune delle vittime più significative di questo periodo, ricordando che ce ne sono molte, molte altre:

- Edward Daniel Moore: 20 anni, marine. Viene trovato sulla strada, abbandonato dal killer. Massacrato e strangolato. Segni di morsi sui suoi genitali e una calza infilata nel retto.

- Una vittima sconosciuta, elencata quindi sotto il nome di John Doe, viene ritrovata in due diverse contee: la testa a Long Beach, il torso, la gamba destra ed entrambe le braccia a San Pedro e la gamba sinistra a Sunset Beach. I resti sono stati refrigerati prima di essere lasciati in giro e ci sono segni di bondage. Le mani non verranno mai ritrovate.

- Ron Wiebe, 20 anni. Siamo ormai nel 1973. Viene ritrovato, come spesso accadrà, completamente vestito ma scalzo. Dal post mortem si scopre che è stato appeso a testa in giù, strangolato, torturato, morsicato alla pancia e ai genitali e infine ucciso per soffocamento. Una calza infilata nell'ano.

- Il ritrovamento più interessante del 1973 avviene a fine anno. Vincent Cruz Mestas, 23 anni, studente d'arte. Anche lui completamente vestito ma scalzo, una calza infilata nel retto. Rasato molto probabilmente dopo la morte, ha uno stecchetto delle dimensioni di una matita infilato nel pene, prima della sua morte.

- Saltiamo a giugno 1974. Un camionista disoccupato, il ventenne Malcom Eugene Little, viene ritrovato cadavere appoggiato a un albero, le gambe ben larghe a evidenziare l'evirazione. Un ramo dello stesso albero non è dove uno si aspetti che stia il ramo di un albero.

- Saltiamo a fine novembre. James Dale Reeves, un diciannovenne uscito in cerca di qualche incontro gay: incontra invece la signora falcidotata e viene ritrovato cadavere, a gambe spalancate, con un ramo di un metro infilato dove penso ormai abbiate capito.

- Arriviamo al 1975, anno nel quale accade poco di notevole. Viene ritrovato Victor Jonaites, morto strangolato, completamente vestito ma scalzo. Sotto i pantaloni due paia di mutande una sopra l'altra.

A questo punto i fulmini di guerra della polizia organizzano una prima task force, composta da agenti di varie contee, ma non si arriva a granché e qualche psicologo offre, con profondità qualitativamente in linea con l'impegno mostrato dalle forze dell'ordine, l'analisi che “le mutilazioni inflitte dal killer alle vittime veicolino la sua intenzione di nascondere la propria omosessualità, rendendo più femminile il corpo delle prede”. Sigh.

Intanto Randy si mantiene bello occupato e fra marzo e maggio ne uccide un altro: di Keith Daven Crotwell, 19 anni, viene ritrovata soltanto la testa (da tre ragazzini che stavano cercando stelle marine sulla spiaggia): la polizia, messa all'erta da testimoni che avevano visto la vittima salire su una macchina, ne identificano il proprietario, ovvero Kraft, ma non possono procedere in alcun modo in quanto questa volta manca il corpo, non si conoscono le cause precise della morte e Kraft asserisce di aver dato un passaggio al ragazzo fino a un bar.

Nel frattempo Randy viene assunto come operatore di computer presso una agenzia di voli charter e poco dopo, per ridimensionamento, licenziato, ma l'esperienza gli servirà in seguito per intraprendere una proficua carriera nel ramo.
Le emicranie e il mal di stomaco peggiorano sempre più e gli viene giudicata una ipoglicemia.

In questo periodo l'omicidio più orribile è quello di Mark Hall, scomparso il 31 dicembre 1975 da un veglione di capodanno e ritrovato tre giorni dopo, cadavere.
Il 22enne è legato a un albero, nudo, con impressionanti segni di tortura su tutto il corpo: ha profondi tagli sulle gambe, la faccia, gli occhi, il petto e l'area pelvica presentano bruciature, i testicoli gli sono stati tagliati e infilati nell'ano insieme a foglie secche e terra mentre una bacchetta è stata infilata con tale forza nel prepuzio da perforare la vescica .
Per assicurarsi la morte della vittima Kraft aveva forzato manciate di terra e foglie dentro la gola, nonostante Hall fosse già deceduto a causa di un elevatissimo tasso alcoolico nel sangue.

Il circo degli orrori chiude qui, ma non nel senso che Kraft smette di uccidere persone nei modi più brutali, quanto nel senso che non intendo darvi ulteriori particolari su sue future vittime da questo punto in poi, suppongo che abbiate capito il modus operandi di questo serial killer…

Il 1976/1977 è un momento particolare per Randy Kraft: interrompe una sua relazione storica durata parecchi anni e ne intraprende una nuova, con un 19enne, Jeff Sealin. Più o meno nello stesso periodo si registra una diminuzione dell'età media delle sue supposte vittime, anche se in questo anno l'attribuzione degli omicidi diventa molto più difficile a causa della sovrapposizione temporale e territoriale con le gesta del Trashbag Killer, Patrick Kearney, che una volta arrestato si attribuirà ben 28 omicidi.

Per fortuna a partire dal 1978 il concorrente è ospite di San Quintino e Kraft torna a mietere vittime come solo lui sa fare, spesso firmando nei modi consueti, in particolare evirando e quindi rivestendo il malcapitato di turno, totalizzando più di 12 "trofei" solo nel 1979.
La scena gay comincia ad allarmarsi, the youth are getting restless, e dove non può (o non vuole) la polizia può la comunità: cominciano a circolare avvisi e volantini sull'esistenza di uno sterminatore di omosessuali.
Ma fra i frequentatori dei bar sono in molti a non preoccuparsi di questi allarmi, compreso lo stesso Kraft che se la gode come non mai, continuando a tenere altissimo il suo ritmo di vita notturna, grazie anche alle fidate anfetamine.

Randy pesta ulteriormente sull'acceleratore fra il 1979 e il 1981, in più di un senso: gli affari vanno molto bene, il lavoro (processione dati) rende un sacco e viaggia molto, ovviamente concedendosi qualche passatempo on the road, tenendo sempre alto il body count.
Si aggravano però le condizioni psicofisiche: lo stress da super lavoro unito al cibo da fast food che consuma velocemente fra un affare e l'altro acutizzano sia il mal di stomaco che le emicranie e il povero Randy si sente sempre più sotto pressione e non riesce a calmarsi nemmeno con i soliti omicidi.

Il conteggio aumenta costantemente durante il 1982 e 83, spesso sconfinando in altri stati (Oregon in particolare) e sebbene la polizia, pressata dalla comunità e dai media, abbia messo in piedi una nuova task force le indagini non riescono a decollare.

Come accade spessissimo, la risoluzione avverrà non tanto per gli sforzi delle autorità quanto per trascuratezza da parte del killer e l'arresto di Randy Kraft è un vero e proprio anticlimax.
14 maggio 1983. San Diego Freeway, altezza di Mission Viejo, una di notte.
Due agenti della stradale fermano un veicolo per sospetta guida in stato di ebbrezza. Il guidatore, invece di attendere in auto, esce fuori e comincia a protestare, asserendo di aver bevuto ma di essere comunque sobrio.
Mentre un agente controlla documenti e condizioni psicofisiche di tale Randy Kraft, l'altro ispeziona l'auto e, notato un altro passeggero che sembra dormire coperto dalla sua giacca, cerca di svegliarlo, salvo poi scoprire che il soggetto è morto.
A bordo della macchina parecchie lattine di birra vuote, 9 diversi medicinali assortiti fra analgesici e psicofarmaci, un coltello e, sotto un tappetino, molte polaroid di giovani maschi addormentati, svenuti o morti.
Il ritrovamento più interessante è però una scheda con 61 entrate, molte delle quali alquanto criptiche.
Il defunto, un marine di 25 anni, è morto per strangolamento, nel sangue alto tasso alcoolico e una forte dose di Ativan.

C’è abbastanza per garantire un permesso di perquisizione dell'appartamento di Kraft, perquisizione che rivela altre fotografie (nelle quali verranno poi riconosciute almeno tre precedenti vittime), memorabilia varia in alcuni casi appartenente ad alcuni dei defunti e altre prove pesantissime.
Incomincia quindi il solito balletto in tribunale, che non è più di tanto interessante ai fini di questa rubrica.
Kraft si dichiara innocente, collabora poco e non aiuta a interpretare le 61 frasi o nomi della scheda, ma l'analisi finale sarà devastante: i vari analisti e investigatori riescono a individuare ben 45 vittime conosciute, per un conteggio finale di 67 uccisioni, contando che alcune entrate, come "2 IN 1 HITCH" "2 IN 1 BEACH" "GR2" e "2 IN 1 MKV TO PL" rappresentano doppi omicidi.

Ci vorranno più di 5 anni prima che inizi il processo vero e proprio, a causa dei soliti trucchi legali messi in atto dal killer grazie all'aiuto di avvocati compiacenti. Il processo è, al momento della sua conclusione, il più costoso e lungo della storia della contea di OC (più di 10 milioni di dollari), con oltre 150 testimoni e ben 1000 referti.
Alla fine, dopo 11 giorni di deliberazione, la Corte lo giudica colpevole di 16 omicidi e Randy le tenta tutte per sfuggire una pena di morte che lui non aveva lesinato a decine di malcapitati.
La trafila è quella arcinota: non sono stato io, non ricordo, è colpa della società, sono pazzo, per altri versi sono un cittadino modello ecc ecc.
Dipende dai vostri convincimenti, dai vostri modelli politici, giuridici, sociali e psicologici di riferimento esprimere opinioni in una materia dalla quale io mi tengo ben distante.
Ultimo trucco del killer? Cita in giudizio una casa editrice che ha pubblicato un libro sulle sue gesta, pretendendo 62 milioni di dollari in danni. Pensa di essere stato ritratto sotto una cattiva luce, capite?
Il giudice ovviamente non gli darà retta.

Mentre Kraft inganna il tempo in attesa dell'esecuzione, ospitato in un'ala particolarmente ricca di serial killer celebri ( Lawrence Bittaker, Douglas Clark e William Bonin, ve li immaginate mentre giocano tutti insieme all’Allegro Chirurgo?), il suo caso si complica ulteriormente, purtroppo senza esito positivo.
Nel 2000 infatti un giornalista riuscirà a intervistare tale Bob Jackson che asserisce di aver collaborato con Kraft in alcuni omicidi e, a suo dire, la lista trovata nella macchina di Randy sarebbe parziale e conterrebbe solo i casi più eclatanti: il totale potrebbe aumentare fino a circa un centinaio.
Purtroppo, anche se le dichiarazioni di Jackson corrispondono a parecchi sospetti sollevati dalla task force in alcune occasioni particolari, l'eccessivo tempo trascorso e la difficoltà di recuperare le prove e date esatte impedirà accertamenti precisi in tal senso.
Jackson finirà "semplicemente" in un ospedale psichiatrico, mentre Randy Kraft attende ancora la sua ora a San Quintino.
Nel frattempo alcuni suoi compagni di death row sono già andati a dar la caccia ad angeli e demoni…

Altre schede di serial killer su Serial Killer Cyclopedia

sabato 21 marzo 2009

Watchmen di Zack Snyder

WATCHMEN
2009, USA, colore, 162 minuti
Regia: Zack Snyder
Soggetto/Sceneggiatura: David Hayter e Alex Tse
Produzione: Warner Bros, Paramount e varie

C’è una scena paradigmatica, una delle tante che si potrebbero scegliere in questo scempio, che illustra alla perfezione la totale inettitudine del regista e la sua profonda, imbarazzante mancanza di comprensione della realtà, mancanza che si traduce ovviamente in una rilettura di questa realtà priva di ogni tipo di attrattiva.

La scena è quella nella quale Nite Owl II e Silk Spectre II, dopo aver salvato un gruppo di persone da un incendio, fanno sesso a bordo della navicella.
Ciò avviene dopo che, per parecchi minuti e in occasione di diversi quadretti, abbiamo visto innescarsi un tipo particolare di situazione fra i due: ci sono quindi dei presupposti e delle aspettative. I primi vengono trascurati, le seconde deluse.
Lei è conciata come una zoccoletta fetish da quattro soldi e i due cominciano a chiavare: male, con un montaggio orrendo e, ciliegina sulla torta, con Hallelujah (nella versione di Cohen perché, ehi, Snyder è un filologo, mica cazzi) in sottofondo.
Non c’è carnalità, non c’è morbosità, non c’è sesso, non c’è nessun tipo di discorso sui corpi, sulle maschere e sul feticismo e non c’è di sicuro il “cold and broken” inno all’amore di uno dei più grandi poeti dello scorso secolo .
Solo due trombamici che sellano nel sedile di dietro della macchina di lui, con la loro canzoncina in sottofondo.
Banalissima cosa.
Quando avranno figli e sentiranno Cohen cantare una delle più belle strofe d'amore di tutti i tempi, penseranno alla loro sveltina in macchina e sospireranno, per poi sorridere confortanti ai loro rispettivi coniugi...

La scena è così volgare, così rozza, così oscena (e non nel senso inteso da Carmelo Bene), così priva di senso e di rispetto verso il pubblico che basterebbe questa a farci interrompere la visione.
Questa scena, come tante altre, dimostra la profonda incapacità tecnica di Snyder e la sua drammatica ignoranza di molti meccanismi base della narrazione.
Vi è una totale scollatura fra quanto mostrato prima e dopo, un salto logico, e, inghiottendo e accettando quel salto logico (cosa che non si deve fare) vi è una incapacità a dirigere e filmare due corpi che si intrecciano e, ancora più a monte, vi è una sostanziale incomprensione del cinema, visto quanto stridono fra loro messaggio sonoro e messaggio visivo, sia dal punto di vista dei contenuti che persino per quanto riguarda il ritmo.

Basterebbe questa scena.

Ma si va avanti e più si va avanti si capisce quanto Snyder non abbia compreso nulla e abbia affollato il quadro con una serie impressionante di citazioni e particolari, di riproduzioni esatte di tavole che a nulla possono servire se non a far inzaccherare ad altezza inguine i jeans dei nerd.
Scambiare la riproduzione calligrafica di qualche vignetta o sequenza per manifesto di fedeltà al testo è errore grave, gravissimo perché risolve una questione cruciale di metodo nello sguardo copione del compagno di banco, in affanno durante il compito in classe.

Quei compagni io li ricordo bene. Se interrogati su quel che avevano scritto copiando sul loro tema, non sapevano cosa rispondere.

Vi è poi la questione della noia generata dal continuo al lupo, al lupo gridato a squarciagola dal ragazzo Zack.
Ci si abitua fin dalle prime inquadrature a un confuso, smodato strepitio, un continuo flettersi di muscoli epici.
E cosa succede quando uno si abitua al quartino di eroina?
Giusto, ne ha bisogno sempre di più e giunge al punto che lo schizzo gli fa sempre meno effetto (oramai sballo poco anche con l'ero, cantava Finardi troppo tempo fa. Adesso si potrebbe dire che sballiamo poco anche con l'epos) e così nelle scene nelle quali la dose di ero sarebbe davvero servita, avrebbe davvero potuto significare, noi siamo ormai impermeabili e assuefatti.
Se ti riempiono le pupille di fuochi artificiali ogni sacrosanto giorno, Ferragosto e Capodanno ti sembreranno ordinari e meno caratterizzati.

L’universo snyderiano è un elementare, primitivo, semplicissimo piano dove tutto è epico, magniloquente, orchestrato, urlato, spiegato, elementarizzato, semplificato ed esemplificato, liofilizzato, massificato, reso ultrapop.
A guardare i suoi film si ha sempre l’impressione di avere dietro qualcuno che ci fa pat pat sulla testa, ci spiega tutto e ci consiglia di leggere seguendo le parole con il ditone, possibilmente recitando a voce alta.
Forse gli americani i fumetti li leggono così, sul portico, con la torta di mele e la limonata...

Nei film di Snyder se un personaggio si alza e si veste per andare a comprare le sigarette, la sua giacca svolazzerà al rallenti, la moglie piangerà guardandolo uscire e gli augurerà di farsi onore, tenendo i figli fra le braccia.
Lui, sempre al rallenti, sistemerà il cappello, un'ombra gli oscurerà parte del viso.
La portinaia lo guarderà e poi stringerà le labbra in una smorfia, osservando la povera moglie destinata a perdere l’eroe.
Corvi neri accompagneranno la camminata del nostro prode.
Urlerà entrando dal tabaccaio. Alcuni avventori in fila davanti a lui lo sfideranno ma lui li ucciderà con ogni arma a disposizione.
Alzerà la mano, punterà il dito e, dopo minuti di attesa, indicherà il pacchetto della marca preferita e un gruppo di avventori guarderà stupito, e ci sarà un coro greco in sottofondo.
Poi pagherà, sanguinando, e finalmente tornerà a casa, una mano sul grano che cresce a bordo marciapiede, le colombe bianche avranno sostituito i corvi neri.
Ma avrà comunque comprato una sigaretta e basta.

È tutto così stupido e offensivo in questo film che non si sa davvero da dove cominciare...
La voce off di Rorschach passa da ridicola (primi 30 secondi) a irritante, fino a trasformarsi in decisamente fastidiosa e più che lo splendido, traumatizzato reazionario dei tempi che fu somiglia a un investigatore anni Quaranta rincoglionito, che borbotta fra sé.
Ci sono momenti di make up che provocano risate involontarie (Carla Gugino ha 37 anni e non 65 e si vede in maniera clamorosa); c'è una schizofrenia furbetta nel cercare l'aderenza assoluta al testo solo quando conviene, per poi sbandierarla ai quattro venti come rispetto, ma quando invece non conviene (ovvero, chessò, nel ritrarre Nite Owl 2 imbolsito) si svicola via, così come (perché il pelo tira più di una quadriga) bisogna per forza far vedere il figone al posto della ben più modesta Silk Spectre II originale.

Serve tecnica, sobrietà ed eleganza e Snyder ha invece soldi, chiassosità e volgarità, quella volgarità ottusa che ti porta a girare un funerale con The Sound of silence in sottofondo pensando di essere un sensibile poeta, quando invece stai tentando di manipolare in maniera così grezza che solo chi davvero vuol farsi manipolare può trovare una simile scena in qualche modo toccante.
L’uso della colonna sonora è atroce e ondeggia fra il didascalico e l’incongruente, con evidenti e ricorrenti casi nei quali Snyder dimostra di non aver nemmeno cercato di comprender di cosa parla la canzone: prendete per esempio The times they are a’ changin, usato in quello che, mi auguro per lui, Snyder pensa sia un divertente, divertito e cinico contrappunto a quanto si vede su schermo...

Per un film che intende affrontare tematiche così importanti e che intende condirle con effetti speciali così esagerati, scene di lotta cruente, momenti di orrore e tutto il resto, Watchmen risulta così noioso, segmentato, confuso e banale da lasciare davvero perplessi.
Sparisce persino la principale attrattiva del precedente disastro di Snyder, l'inguardabile 300, che era la continua comicità di ogni scena.
Mentre in precedenza si rideva, in Watchmen le occasioni di umorismo involontario sono purtroppo poche e ci dobbiamo sorbire tonnellate di ovvietà hobbesiane sparate fuori con tono drammaticissimo come fossero l’ultima scoperta sociologico-politica.
Si dorme durante i balletti di lotta (i momenti più insopportabili dell'intero film, ripassate l'ultimo Punitore per capire che ci si può pestare in modo diverso), si dorme durante i flash back, si dorme durante gli alienanti e wikipedici spiegoni assortiti e non si sa se ridere o piangere quando la hippy mette il fiore nel fucile.

Guardando il film mi sono sorpreso, più volte, a domandarmi colpevolmente: ma davvero alla fine il fumetto narrava queste quattro boiate? Ma davvero Moore si è fermato a un livello così superficiale? Ma vuoi dire che ero così innocente e poco preparato da scambiare queste cose come illuminanti, la prima volta che le ho lette?
Per fortuna la risposta è no, basta ripigliare in mano il fumetto e leggere pagine a caso per rincuorarsi.

Il disastro ovviamente si riflette anche nelle scelte di cast che, a parte due o tre ruoli azzeccati, pescano a piene mani in un gruppo di incapaci capitanati, ovviamente, dall’inguardabile Malin Akerman, che dovrebbe davvero limitarsi a sfilate di moda e fotografie, senza mai aprire bocca, per pietà degli spettatori.

Privato di ogni suo possibile sottotesto, privato di ogni riferimento culturale e riflessione, privato di ogni addolcimento lirico e privato della sua stessa struttura (purtroppo per Snyder i fotogrammi si muovono e l'occhio non può tornare sulla griglia, cosa invece che era un obbligo durante la lettura), Watchmen rimane un bignamino nietzscheiano/nichilista per sempliciotti, infarcito di soap opera da quattro soldi e qualche riferimento storico sparso.
Ma per giocare in equilibrio fra cinismo e nichilismo serve una dose di letture e studi che Zackie non immagina nemmeno.
Billy Joel in We didn't start the fire aveva saputo fare molto meglio dei titoli di testa con molto meno tanto tempo fa.
A cosa serve rimanere “fedeli” al fumetto se non lo si è compreso?

Consola il fatto che, dopo i consueti ottimi incassi nel primo week end, il film abbia ottenuto persino in USA un vistoso calo al botteghino nel periodo seguente, sicuro segno di passaparola negativo, ma aspettatevi comunque ulteriori nefandezze per mano di un regista che ha già dimostrato in due distinte occasioni di non saper leggere le nuvole parlanti.

Troppo impegnato a copiare forme e colori, Snyder perde tutta l’essenza, le emozioni e i contenuti. Ne risulta un cadavere a tratti stupendamente colorato che balbetta di cose ormai sorpassate da decenni.
Come se qualcuno ora tentasse una brutta versione filmica di Neuromante con Nicolas Cage.
Troppo poco, troppo tardi, troppo urlato.

L’hanno vietato ai minori di quattordici anni quando dovrebbe essere vietato ai maggiori di dodici.

E quando non copia fedelmente dalla tavola, Snyder fa solo danni: ogni aggiunta, ogni intervento, ogni minimo cambiamento è disastroso, una serie di aborti infelici che si concludono ovviamente con l'atroce finale, che non mi sembra nemmeno il caso di commentare.
Di tutte le aggiunte la più sgradevole è ovviamente la violenza (l’omicidio di Rorschach con tanto di gamba della bambina in pasto ai cani, il pestaggio nel vicolo, il pestaggio nella base al Polo, ecc ecc).

Snyder ha tratto un film di soli supereroi da un testo che era affollato soprattutto di esseri umani, qui totalmente assenti.

La volgarità è sempre ovvia, va da sé, ma qui raggiunge vette inarrivabili.

Tutto quel che era sottile, nascosto, sussurrato, implicato dall’autore del fumetto scompare di fronte alla macchina da presa, che DEVE farci vedere l’omicidio di Rorschach, DEVE farci vedere lo stupro (che, appunto, nel film rimane “solo” stupro e per giunta sul tavolo da biliardo!), deve farci vedere TUTTO, SEMPRE e con colonna sonora esplicativa, nel caso non stessimo capendo ancora.

Questa, a casa mia, si chiama pornografia, voi chiamatela pure migliore trasposizione di sempre.

Collegamenti:

Sito Ufficiale
Pensiero laterale in Watchmen
Stupenda pagina wiki sul fumetto
Recensione Lenny Nero
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Moore: I'm never going to watch this fucking thing
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The Watchmen delusion

Filmato:




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