

Una delle funzioni più importanti che la fantascienza riveste è senza dubbio quella di specchio della società: attraverso metafore, simboli, anticipazioni la sf ci parla anche del nostro vivere quotidiano, rispecchia ansie, gioie e paure, speranze e dolori dell’uomo contemporaneo.
Diventa quindi facile da capire quanto sia prezioso per tutti noi poter esaminare sotto questa luce non una singola opera, bensì un’intera trilogia filmica che si dipana dal 1956 al 1994: un singolare episodio di clonazione in celluloide che, pur trattando per tre volte lo stesso tema, agisce con la lente deformante del tempo e della società, offrendo quindi esiti diversi a seconda del periodo storico.
Il romanzo The Body Snatchers (1), dal quale sono stati tratti/influenzati i film in questione è sicuramente arcinoto a ogni amante della fantascienza che si voglia definire tale: è la storia della cittadina di Santa Mira, California, lentamente invasa da “baccelli” provenienti dallo spazio che replicano i cittadini fino a privarli della vita ed a sostituirli con copie perfette sebbene prive di emozioni.
Un medico, Miles Bennel si prende coscienza di quel che accade e, dopo svariate vicissitudini, riesce a respingere l’invasione.
Il primo capitolo della trilogia che prenderemo in esame è il film girato da Don Siegel nel 1956 (2), indiscusso capolavoro della fantascienza di quel decennio.
Sostanzialmente fedele alla trama del romanzo, la pellicola è stata oggetto di studio da parte della critica specializzata che di volta in volta vi ha scorto chiare indicazioni anticomuniste o precisi riferimenti antimaccartisti, aspetti questi ripetutamente sconfessati dallo scrittore e (in misura minore) dallo stesso regista, come riportato anche da Stephen King nel suo saggio Danse Macabre (3).
In realtà, secondo il giudizio maggiormente accreditato (di nuovo King e Mereghetti fra gli altri..) il film tratta il tema della paranoia in generale.
Gli anni Cinquanta, colmi di tensioni che sfoceranno in seguito (Vietnam, 1968, ecc. ecc. ), sono periodo di crescita della Guerra Fredda, il nemico appare dappertutto, e le quiete cittadine americane sembrano minacciate continuamente da possibili invasori.
Non conta quindi più la natura del pericolo quanto piuttosto l’atmosfera di oppressione claustrofobica, il senso di paranoia, il sospetto.
E di sospetto il film di Siegel ne è letteralmente straripante, si teme che gli stessi parenti siano cambiati in maniera subdola, e si guarda con attenzione al comportamento del vicino per cercare indizi colpevolizzanti.
Il punto di maggior pregio dell’opera sta a mio avviso, oltre che nella sapiente costruzione del clima di crescente asfissia paranoica, nel saper cogliere con netto anticipo quella che sarà un’idea portante dell’horror e della sf nei decenni a venire: i mostri che ci minacciano, i terribili invasori non provengono dall’esterno bensì siamo noi stessi.
L’intera pellicola è un’ accorata difesa dell’individualità in un mondo sempre più conforme, una sorta di grido d’allarme nei confronti di chi non riesce a pensare più con la sua testa e accetta passivamente idee imposte dagli altri, diventando quindi aemotivo (ora si direbbe diversamente emotivo), incapace sì di provare ansie e dolori, ma proprio per questo inetto a sentire gioia e piacere.
A ben pensare non è poi un caso che uno dei leader (termine comunque improprio nei confronti di questi invasori…) dei baccelli sia proprio uno psicologo, il Dr. Dan Kauffmann, quasi a voler rafforzare il senso di una normalizzazione imposta da parte della nuova società su chi non è ancora omologato, ovvero "pazzo", ribelle.
Da sottolineare infine che parte della sceneggiatura (i momenti più ironici e taglienti, quelli scritti da Sam Peckinpah che appare anche in un piccolo cammeo) venne tagliata dalla produzione, che impose fra l’altro un prologo e un epilogo banali e rassicuranti.
La nozione di nemico interno permea d’altronde entrambi i rifacimenti, sebbene con connotazioni molto diverse.
Nel 1978 Philip Kaufman dirige Terrore dallo spazio profondo (4) in un contesto sociopolitico drasticamente diverso, e la pellicola ne risente sotto più di un aspetto.
Ambientato in una San Francisco grigia e malsana, con un attore atipico come Donald Sutherland, dosato attraverso dialoghi “ricchi” di silenzi, questo secondo episodio appare come naturale evoluzione del film del 1956.
Il protagonista non è più il medico di una piccola cittadina bensì un ispettore del locale Ufficio di Igiene e Sanità, aspetto questo che connota fin dall’inizio la natura dell’invasione.
In un’epoca di annunciati/temuti disastri ambientali, i baccelli vengono giocoforza informati dal dibattito corrente: scendono sulla città in una sorta di pioggia acida, vampirizzano prima la flora locale, dando origine a ibridi mostruosi (i parti devianti dell’inquinamento di suolo ed acque?) e quindi muovono a conquistare la città.
Città questa molto meno difendibile di Santa Mira: si ha il senso opprimente, durante il film, che non ci sia molto da perdere nel lasciare San Francisco in mano agli alieni.
Le cucine dei ristoranti sono piene di sterco di topo, la gente si immerge in fanghi e brodaglie di dubbi istituti di bellezza, persino gli orientali che gestiscono la lavanderia sono molto meno amichevoli ed espansivi di quanto accadeva precedentemente.
La tematica della comunicazione scarsa o inesistente è la seconda chiave di lettura del film dopo il citato allarme ecologico.
Chiusi in una megalopoli che avvicina solo fisicamente, i personaggi di Kaufman non riescono a interagire, non riescono quasi a dimostrare emozioni già prima di essere contaminati, specchio profondo dell’esasperato stress sociale che fin da allora permeava la popolazione delle grandi città.
In questo senso è molto efficace la scelta degli attori, tre dei quali in particolare ci regalano maschere amletiche e aliene che non incarnano certo alla perfezione la figura dell’eroe positivo (né, volendo, quella dell'antagonista): si pensi al già citato Shuterland, oppure a Jeff Goldblum o ancora allo sconcertante Leonard Nimoy che impersona il guru/psicologo.
Si tratta in sostanza di un’ottima pellicola, degna figlia del suo tempo, che pur eccedendo forse in due o tre momenti troppo “urlati” (l’ibrido cane/uomo, la sorpresa finale…) non teme il confronto con l’opera precedente.
Da notare tre comparsate davvero eccellenti: Kevin McCarthy (protagonista nel primo film, qui è un uomo che fugge), Don Siegel (regista, qui tassista) e Robert Duvall (il prete sull’altalena).
Passano gli anni, e i baccelli perdono terreno in campo cinematografico, vinti da terrori molto più violenti e moderni quali predatori di vario tipo, alieni gigeriani e svariate teratologie fatte di tanto computer e poca fantasia: d’altronde è la società stessa a non domandare più pellicole del genere…
La paura della normalizzazione, il terrore di una conformismo strisciante non esistono più in quanto siamo già serializzati e standardizzati, e anzi, il conformismo è ora valore positivo e condiviso: i baccelli hanno vinto ormai da tempo, si direbbe…
Si leva però, nel 1994, una voce fuori dal coro: Abel Ferrara dirige Ultracorpi – L’invasione continua (5) aggiungendo un ulteriore strato di significati alla complessa architettura generata dai due film precedenti.
Ci troviamo questa volta all’interno di una base militare nella quale si è trasferita la famiglia di Marti, il cui padre deve studiare i problemi legati a una discarica di rifiuti tossici.
La giovane adolescente ben presto si accorge dell’insolita atmosfera di atarassia che regna nel campo, e degli strani cambiamenti che coinvolgono anche i suoi parenti più stretti: come al solito nessuno vorrà crederle fino a giungere a un finale ancora più movimentato e catastrofico del solito.
Dei tre episodi quello di Ferrara è sicuramente il più ambizioso (e quindi inevitabilmente votato a parziale fallimento) a livello di metafore e simbolismi, e le possibili letture sono molteplici sebbene alle volte scontate e ovvie.
Sceneggiatura disastrosa e pasticciata cui hanno messo le mani ben cinque scrittori diversi, fra cui Larry Cohen e Stuart Gordon.
I baccelli sembrano questa volta provenire da una discarica di rifiuti tossici all’interno di una palude (o meglio, hanno trovato lì terreno fertile), in una rilettura del tema di Kaufman, e infettano poi la vicina base militare, trovando ovviamente poca resistenza nella mentalità dei soldati, quasi geneticamente predisposti ad essere normalizzati e invasi psichicamente.
E questo è probabilmente il punto debole del film, in quanto l’attacco polemico alla gerarchia militare e alla sua ristretta visione del mondo appare scontato se condotto in questa maniera fin troppo scoperta e priva di sottigliezze.
Dei tre film, quello di Ferrara è sicuramente il più gestuale, corporale, concreto: il regista si sofferma, in una memorabile sequenza, a illustrarci lo straordinario processo attraverso il quale gli ultracorpi riescono a replicarci, creando così il momento focale dell’intero film…
La protagonista, immersa in un piacevole e rilassante bagno caldo, si addormenta, inconsapevole di un baccello posto direttamente sopra il soffitto del bagno, baccello che lentamente emana una interminabile serie di filamenti che invadono il corpo di Marti, penetrando attraverso bocca, naso, orecchie e altri orifizi facilmente immaginabili.
La carica sensuale della scena è indubbiamente forte, e il parallelo fra invasione/replicazione e atto sessuale è esplicito.
D’altro canto il film dialoga più volte con i concetti di sesso e rapporto di coppia, fino a sfociare nell’aperta rappresentazione di un microverso famigliare in crisi (il padre di Marti si è risposato con una donna non accettata dalla figlia, donna che sarà la prima a cadere vittima dei baccelli; il padre è figura debole e latente e Marti, in piena crisi adolescenziale, trova difficile accettare persino il fratellino minore…) chiaro simbolo della congiuntura ben più disastrosa che attraversa il macroverso della nazione americana.
Se la pellicola regge bene per quasi tutta la sua durata, pur attraverso alcuni sbandamenti (il padre di Marti è un personaggio incoerente e poco credibile, il fidanzatino marines della ragazza è un attore dai mezzi espressivi incredibilmente limitati…) rimane l’amarezza per un finale hollywoodiano, roboante e rassicurante, che vede Marti con il suo amato pilota sfuggire e distruggere la base infetta, ben altra cosa dai fasti di coerenza ideologica mostrata dal regista newyorchese in The Addiction.
Permane comunque l’impressione di una pellicola misurata e ben girata, gratificata da una colonna sonora adeguata e con due-tre momenti di grande cinema, segnatamente la scena del bagno, l’urlo della madre infetta ed il discorso delirante/lucidissimo di Forest Whitaker (nel ruolo del medico militare della base) quando, attorniato dai replicanti, tiene loro un tesissimo, anfetaminico sermone.
Per concludere, cercando di evitare inutili sentimentalismi e partigianerie nei confronti della pellicola originale di Don Siegel, possiamo notare quanto le tre opere abbiano in comune, e come sia Kaufman che Ferrara siano riusciti a evitare costosi quanto inutili remake a base di meri upgrade degli effetti speciali: i tre film formano un continuum unico in costante evoluzione, e viene fin troppo facile pensare che un eventuale quarto episodio andrebbe inevitabilmente a scavare nei meandri della realtà virtuale e della clonazione genetica, argomenti che sono stati ultimamente trattati in modo interessante in Matrix e Alien IV. Ma questo, forse, è un altro discorso...
Questo scrivevo parecchio tempo fa. Pensavo, anzi, speravo che i futuri bacelli sarebbero germinati da qualche parte fra cellule staminali e persone virtuali. Purtroppo i fatti non mi hanno dato ragione e il quarto episodio ha rovinato la splendida serie. Non rimane che sperare in un quinto lungometraggio che ristabilisca una certa media qualitativa...
Recensione di The Invasion
Note:
(1) Il romanzo di Jack Finney, originariamente pubblicato a puntate in USA sulla rivista Collier, in versione tagliata, e quindi rieditato in svariate occasioni, fra le quali un paperback per la Dell (1955) e hardcover per Greg Press (1976). In Italia l’edizione senza dubbio più apprezzata e conosciuta è all’interno della collana I Classici di Urania
(2) Invasion of the Body Snatchers, Usa 1956, b/n, 80 min. Regia Don Siegel, scen. Daniel Mainwaring e Richard Collins, prod. Walter Wanger Productions
(3) A pagina 344 dell’edizione americana, King cita una lettera a lui spedita da Jack Finney nella quale lo scrittore “rideva” di queste possibili interpretazioni, in quanto la storia era stata scritta con il solo scopo di intrattenere il pubblico…
(4) Invasion of the Body Snatchers, Usa, 1978, colore, 115 min. Regia Philip Kaufman, scen. W.D. Ritcher, prod. Solofilm
(5) Body Snatchers, Usa 1993 , colore, 88 min. Regia Abel Ferrara, scen. RaymondCistheri/Larry Cohen/Stuart Gordon/Dennis Paoli/Nicholas St. John, prod. Warner Bros
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