sabato 28 febbraio 2009

Ultracorpi: l'invasione del sociale





















Una delle funzioni più importanti che la fantascienza riveste è senza dubbio quella di specchio della società: attraverso metafore, simboli, anticipazioni la sf ci parla anche del nostro vivere quotidiano, rispecchia ansie, gioie e paure, speranze e dolori dell’uomo contemporaneo.

Diventa quindi facile da capire quanto sia prezioso per tutti noi poter esaminare sotto questa luce non una singola opera, bensì un’intera trilogia filmica che si dipana dal 1956 al 1994: un singolare episodio di clonazione in celluloide che, pur trattando per tre volte lo stesso tema, agisce con la lente deformante del tempo e della società, offrendo quindi esiti diversi a seconda del periodo storico.

Il romanzo The Body Snatchers (1), dal quale sono stati tratti/influenzati i film in questione è sicuramente arcinoto a ogni amante della fantascienza che si voglia definire tale: è la storia della cittadina di Santa Mira, California, lentamente invasa da “baccelli” provenienti dallo spazio che replicano i cittadini fino a privarli della vita ed a sostituirli con copie perfette sebbene prive di emozioni.
Un medico, Miles Bennel si prende coscienza di quel che accade e, dopo svariate vicissitudini, riesce a respingere l’invasione.

Il primo capitolo della trilogia che prenderemo in esame è il film girato da Don Siegel nel 1956 (2), indiscusso capolavoro della fantascienza di quel decennio.
Sostanzialmente fedele alla trama del romanzo, la pellicola è stata oggetto di studio da parte della critica specializzata che di volta in volta vi ha scorto chiare indicazioni anticomuniste o precisi riferimenti antimaccartisti, aspetti questi ripetutamente sconfessati dallo scrittore e (in misura minore) dallo stesso regista, come riportato anche da Stephen King nel suo saggio Danse Macabre (3).
In realtà, secondo il giudizio maggiormente accreditato (di nuovo King e Mereghetti fra gli altri..) il film tratta il tema della paranoia in generale.
Gli anni Cinquanta, colmi di tensioni che sfoceranno in seguito (Vietnam, 1968, ecc. ecc. ), sono periodo di crescita della Guerra Fredda, il nemico appare dappertutto, e le quiete cittadine americane sembrano minacciate continuamente da possibili invasori.
Non conta quindi più la natura del pericolo quanto piuttosto l’atmosfera di oppressione claustrofobica, il senso di paranoia, il sospetto.

E di sospetto il film di Siegel ne è letteralmente straripante, si teme che gli stessi parenti siano cambiati in maniera subdola, e si guarda con attenzione al comportamento del vicino per cercare indizi colpevolizzanti.
Il punto di maggior pregio dell’opera sta a mio avviso, oltre che nella sapiente costruzione del clima di crescente asfissia paranoica, nel saper cogliere con netto anticipo quella che sarà un’idea portante dell’horror e della sf nei decenni a venire: i mostri che ci minacciano, i terribili invasori non provengono dall’esterno bensì siamo noi stessi.
L’intera pellicola è un’ accorata difesa dell’individualità in un mondo sempre più conforme, una sorta di grido d’allarme nei confronti di chi non riesce a pensare più con la sua testa e accetta passivamente idee imposte dagli altri, diventando quindi aemotivo (ora si direbbe diversamente emotivo), incapace sì di provare ansie e dolori, ma proprio per questo inetto a sentire gioia e piacere.

A ben pensare non è poi un caso che uno dei leader (termine comunque improprio nei confronti di questi invasori…) dei baccelli sia proprio uno psicologo, il Dr. Dan Kauffmann, quasi a voler rafforzare il senso di una normalizzazione imposta da parte della nuova società su chi non è ancora omologato, ovvero "pazzo", ribelle.
Da sottolineare infine che parte della sceneggiatura (i momenti più ironici e taglienti, quelli scritti da Sam Peckinpah che appare anche in un piccolo cammeo) venne tagliata dalla produzione, che impose fra l’altro un prologo e un epilogo banali e rassicuranti.

La nozione di nemico interno permea d’altronde entrambi i rifacimenti, sebbene con connotazioni molto diverse.

Nel 1978 Philip Kaufman dirige Terrore dallo spazio profondo (4) in un contesto sociopolitico drasticamente diverso, e la pellicola ne risente sotto più di un aspetto.
Ambientato in una San Francisco grigia e malsana, con un attore atipico come Donald Sutherland, dosato attraverso dialoghi “ricchi” di silenzi, questo secondo episodio appare come naturale evoluzione del film del 1956.
Il protagonista non è più il medico di una piccola cittadina bensì un ispettore del locale Ufficio di Igiene e Sanità, aspetto questo che connota fin dall’inizio la natura dell’invasione.

In un’epoca di annunciati/temuti disastri ambientali, i baccelli vengono giocoforza informati dal dibattito corrente: scendono sulla città in una sorta di pioggia acida, vampirizzano prima la flora locale, dando origine a ibridi mostruosi (i parti devianti dell’inquinamento di suolo ed acque?) e quindi muovono a conquistare la città.
Città questa molto meno difendibile di Santa Mira: si ha il senso opprimente, durante il film, che non ci sia molto da perdere nel lasciare San Francisco in mano agli alieni.
Le cucine dei ristoranti sono piene di sterco di topo, la gente si immerge in fanghi e brodaglie di dubbi istituti di bellezza, persino gli orientali che gestiscono la lavanderia sono molto meno amichevoli ed espansivi di quanto accadeva precedentemente.

La tematica della comunicazione scarsa o inesistente è la seconda chiave di lettura del film dopo il citato allarme ecologico.
Chiusi in una megalopoli che avvicina solo fisicamente, i personaggi di Kaufman non riescono a interagire, non riescono quasi a dimostrare emozioni già prima di essere contaminati, specchio profondo dell’esasperato stress sociale che fin da allora permeava la popolazione delle grandi città.
In questo senso è molto efficace la scelta degli attori, tre dei quali in particolare ci regalano maschere amletiche e aliene che non incarnano certo alla perfezione la figura dell’eroe positivo (né, volendo, quella dell'antagonista): si pensi al già citato Shuterland, oppure a Jeff Goldblum o ancora allo sconcertante Leonard Nimoy che impersona il guru/psicologo.

Si tratta in sostanza di un’ottima pellicola, degna figlia del suo tempo, che pur eccedendo forse in due o tre momenti troppo “urlati” (l’ibrido cane/uomo, la sorpresa finale…) non teme il confronto con l’opera precedente.
Da notare tre comparsate davvero eccellenti: Kevin McCarthy (protagonista nel primo film, qui è un uomo che fugge), Don Siegel (regista, qui tassista) e Robert Duvall (il prete sull’altalena).

Passano gli anni, e i baccelli perdono terreno in campo cinematografico, vinti da terrori molto più violenti e moderni quali predatori di vario tipo, alieni gigeriani e svariate teratologie fatte di tanto computer e poca fantasia: d’altronde è la società stessa a non domandare più pellicole del genere…
La paura della normalizzazione, il terrore di una conformismo strisciante non esistono più in quanto siamo già serializzati e standardizzati, e anzi, il conformismo è ora valore positivo e condiviso: i baccelli hanno vinto ormai da tempo, si direbbe…

Si leva però, nel 1994, una voce fuori dal coro: Abel Ferrara dirige Ultracorpi – L’invasione continua (5) aggiungendo un ulteriore strato di significati alla complessa architettura generata dai due film precedenti.
Ci troviamo questa volta all’interno di una base militare nella quale si è trasferita la famiglia di Marti, il cui padre deve studiare i problemi legati a una discarica di rifiuti tossici.
La giovane adolescente ben presto si accorge dell’insolita atmosfera di atarassia che regna nel campo, e degli strani cambiamenti che coinvolgono anche i suoi parenti più stretti: come al solito nessuno vorrà crederle fino a giungere a un finale ancora più movimentato e catastrofico del solito.

Dei tre episodi quello di Ferrara è sicuramente il più ambizioso (e quindi inevitabilmente votato a parziale fallimento) a livello di metafore e simbolismi, e le possibili letture sono molteplici sebbene alle volte scontate e ovvie.
Sceneggiatura disastrosa e pasticciata cui hanno messo le mani ben cinque scrittori diversi, fra cui Larry Cohen e Stuart Gordon.
I baccelli sembrano questa volta provenire da una discarica di rifiuti tossici all’interno di una palude (o meglio, hanno trovato lì terreno fertile), in una rilettura del tema di Kaufman, e infettano poi la vicina base militare, trovando ovviamente poca resistenza nella mentalità dei soldati, quasi geneticamente predisposti ad essere normalizzati e invasi psichicamente.
E questo è probabilmente il punto debole del film, in quanto l’attacco polemico alla gerarchia militare e alla sua ristretta visione del mondo appare scontato se condotto in questa maniera fin troppo scoperta e priva di sottigliezze.

Dei tre film, quello di Ferrara è sicuramente il più gestuale, corporale, concreto: il regista si sofferma, in una memorabile sequenza, a illustrarci lo straordinario processo attraverso il quale gli ultracorpi riescono a replicarci, creando così il momento focale dell’intero film…
La protagonista, immersa in un piacevole e rilassante bagno caldo, si addormenta, inconsapevole di un baccello posto direttamente sopra il soffitto del bagno, baccello che lentamente emana una interminabile serie di filamenti che invadono il corpo di Marti, penetrando attraverso bocca, naso, orecchie e altri orifizi facilmente immaginabili.
La carica sensuale della scena è indubbiamente forte, e il parallelo fra invasione/replicazione e atto sessuale è esplicito.

D’altro canto il film dialoga più volte con i concetti di sesso e rapporto di coppia, fino a sfociare nell’aperta rappresentazione di un microverso famigliare in crisi (il padre di Marti si è risposato con una donna non accettata dalla figlia, donna che sarà la prima a cadere vittima dei baccelli; il padre è figura debole e latente e Marti, in piena crisi adolescenziale, trova difficile accettare persino il fratellino minore…) chiaro simbolo della congiuntura ben più disastrosa che attraversa il macroverso della nazione americana.

Se la pellicola regge bene per quasi tutta la sua durata, pur attraverso alcuni sbandamenti (il padre di Marti è un personaggio incoerente e poco credibile, il fidanzatino marines della ragazza è un attore dai mezzi espressivi incredibilmente limitati…) rimane l’amarezza per un finale hollywoodiano, roboante e rassicurante, che vede Marti con il suo amato pilota sfuggire e distruggere la base infetta, ben altra cosa dai fasti di coerenza ideologica mostrata dal regista newyorchese in The Addiction.
Permane comunque l’impressione di una pellicola misurata e ben girata, gratificata da una colonna sonora adeguata e con due-tre momenti di grande cinema, segnatamente la scena del bagno, l’urlo della madre infetta ed il discorso delirante/lucidissimo di Forest Whitaker (nel ruolo del medico militare della base) quando, attorniato dai replicanti, tiene loro un tesissimo, anfetaminico sermone.

Per concludere, cercando di evitare inutili sentimentalismi e partigianerie nei confronti della pellicola originale di Don Siegel, possiamo notare quanto le tre opere abbiano in comune, e come sia Kaufman che Ferrara siano riusciti a evitare costosi quanto inutili remake a base di meri upgrade degli effetti speciali: i tre film formano un continuum unico in costante evoluzione, e viene fin troppo facile pensare che un eventuale quarto episodio andrebbe inevitabilmente a scavare nei meandri della realtà virtuale e della clonazione genetica, argomenti che sono stati ultimamente trattati in modo interessante in Matrix e Alien IV. Ma questo, forse, è un altro discorso...

Questo scrivevo parecchio tempo fa. Pensavo, anzi, speravo che i futuri bacelli sarebbero germinati da qualche parte fra cellule staminali e persone virtuali. Purtroppo i fatti non mi hanno dato ragione e il quarto episodio ha rovinato la splendida serie. Non rimane che sperare in un quinto lungometraggio che ristabilisca una certa media qualitativa...

Recensione di The Invasion

Note:

(1) Il romanzo di Jack Finney, originariamente pubblicato a puntate in USA sulla rivista Collier, in versione tagliata, e quindi rieditato in svariate occasioni, fra le quali un paperback per la Dell (1955) e hardcover per Greg Press (1976). In Italia l’edizione senza dubbio più apprezzata e conosciuta è all’interno della collana I Classici di Urania

(2) Invasion of the Body Snatchers, Usa 1956, b/n, 80 min. Regia Don Siegel, scen. Daniel Mainwaring e Richard Collins, prod. Walter Wanger Productions

(3) A pagina 344 dell’edizione americana, King cita una lettera a lui spedita da Jack Finney nella quale lo scrittore “rideva” di queste possibili interpretazioni, in quanto la storia era stata scritta con il solo scopo di intrattenere il pubblico…

(4) Invasion of the Body Snatchers, Usa, 1978, colore, 115 min. Regia Philip Kaufman, scen. W.D. Ritcher, prod. Solofilm

(5) Body Snatchers, Usa 1993 , colore, 88 min. Regia Abel Ferrara, scen. RaymondCistheri/Larry Cohen/Stuart Gordon/Dennis Paoli/Nicholas St. John, prod. Warner Bros

Collegamenti:

Santa Mira
Don Siegel
Bibliografia italiana di Jack Finney
Sam Peckinpah
Philip Kaufman
Donald Sutherland
Jeff Goldblum
Nimoy Fan Club
Aspettando Abel

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venerdì 27 febbraio 2009

Venerdì 13

Scusate il ritardo nel pubblicare la recensione ma prima ho dovuto recuperare le palle che mi erano cascate lungo le scale e quindi in strada, lontanissime: cercavano asilo in un'altra dimensione, una dove Nispel frigge patatine al McDonald insieme a Boll, sotto lo sguardo attento del direttore di filiale Bay.

VENERDÌ 13

2009, USA, colore, 97 minuti
Regia: Marcus Nispel
Soggetto/Sceneggiatura: Damian Shannon e Mark Swift
Produzione: Platinum Dunes, New Line e vari

Sbrigati in due minuti quanto accaduto nel film originale del 1980 facciamo un warp in avanti fino ai giorni nostri con cinque ragazzi che si recano a campeggiare dalle parti dell’ormai chiuso da tempo Crystal Lake, due di loro sono ben intenzionati a scoprire il luogo preciso di una rigogliosa piantagione di marijuana per farci qualche soldino.

Arriva Jason e invece della sensimilla raccoglie teste umane. A ognuno la sua droga.

Balzo in avanti di otto settimane: altro gruppo di ragazzi e ragazze, questa volta diretti verso la stupenda villa sul lago di proprietà del papà di uno di loro. Sulla via incontrano anche il fratello di una delle campeggiatrici di cui sopra, che è ossessionato dalla scomparsa della sorellina e la cerca in lungo e in largo.

Jason è dietro l’angolo, mancano teste alla sua collezione...

Ritengo che la domanda più importante da farsi, per cercare di parlare di questo prodotto senza liquidarlo con una risata e una scrollata di spalle sia: cosa distingue questo Venerdì 13 da un qualsiasi altro episodio della serie?
E la risposta, a mio modo di vedere, è che quel che distingue l’abominio del duo Nispel/Bay rispetto ad altri momenti sfortunati di una franchise di qualità mediocre è, appunto, non un discorso qualitativo quanto un discorso di non appartenenza.

Persino negli episodi più bruttini erano identificabili (in mezzo a scelte clamorosamente insensate) alcuni segni di appartenenza, alcuni tratti che ci permettevano di affermare la “jasonità” del lungometraggio, in contrapposizione a tonnellate di altri slasher similari. Ovviamente tali tratti si riferivano alla figura del killer in questione e sono quasi tutti assenti dal remake (reboot, chiamatelo come volete, scegliete il vostro scaffale merceologico di preferenza) in questione.

Il killer proposto da Swift/Shannon, che già avevano rivelato drammatici limiti nel precedente Freddy vs. Jason, spartisce con Jason alcuni dati biografici e due o tre cenni estetici ma è un mediocre copycat del mostro in questione.
Mancano del tutto alcuni degli elementi psico-biologici fondanti.
Jason qui è organizzato e metodico dove negli altri film proprio la mancanza di organizzazione, di motivazione (se non un generico odio contro un mondo che con odio lo aveva trattato quando era in vita, una gigantesca coazione a ripetere l’unica azione vista come “efficace” in mezzo al caos) erano motivi vincenti nella figura di un killer silenzioso che lascia parlare il suo machete.

Jason era ubiquo.
Soprannaturalmente ubiquo, un dono che controbilanciava una generica lentezza e incapacità di movimento.
Qui invece Jason è in grado di muoversi agilmente (“difetto” che era già stato proposto da una controfigura a inizio serie e non aveva ottenuto gran successo) e, cosa molto, molto più sbagliata, viene ritratto parecchie volte in movimento, nei suoi spostamenti e ritorni alla bat-cava, cancellando ogni fascino soprannaturale e misterico del suo dono discusso sopra.
Perde la sua natura di stalker lento e infaticabile, ed è una perdita irrimediabile, che snatura.

In una figura coperta da una maschera, che non parla e non manifesta grandi emozioni, la camminata e la postura del corpo diventano elementi molto importanti per distinguerlo dalla massa di personaggi similari e il lavoro di un artista come Kane Hodder non può semplicemente essere degradato al rango di curiosità.
Si dovrebbe invece studiarlo a fondo, come si valutano le precedenti sceneggiature o regie.

Non stiamo parlando, sia chiaro, di evoluzione di un archetipo come quello zombesco (del quale si altera UNA delle caratteristiche), qui il caso è particolare e hanno pasticciato con gran parte dei tratti che permettono di distinguere una nome da un altro, si scende di alcuni livelli rispetto alla figura generale.

Determinata la non appartenenza di questa pellicola, la sua natura, come dire, di spin off o meglio di what if, possiamo passare a parlare dell'osceno lavoro realizzato da produttore, sceneggiatori e regista.

Il gruppo di ragazzotti messo assieme appare gravemente ritardato rispetto ai loro “antenati” e il downgrade è affascinante.
Nei casi precedenti avevamo di solito ragazzi dalla psicologia spesso mal o poco definita ma in sostanza qualificabili come teen agers "medi" che amavano indulgere in alcuni piaceri: sesso e droga in primis, ovviamente, ma anche battute e altro.
Qui abbiamo dei ragazzi così stereotipati da far star male (ovviamente il negro drogato bong-armed e il cinese goffo e criptogay su tutti) che imitano comportamenti standardizzati e propagandati dai media e non paiono nemmeno divertirsi mentre attuano questa coazione a ripetere.
Il sesso è replica (anche nel silicone delle tette) di un qualsiasi porno, l’atto di drogarsi è replica di quel che la gggente pensa sia il drogarsi, persino, dio mio, persino il divertimento (chessò, lo sci acquatico) sembra imitazione di una pubblicità e non atto spensierato in sè.
Le scopate e gli spinelli di alcuni episodi precedenti portavano con sé senso del proibito, gioia ed eccitazione, qui persino i corpi delle attrici sono molto meno interessanti della gamma offerta in passato, di nuovo per effetto della standardizzazione imposta dalla pornificazione del reale.

Vi è, lungo tutto il film, una sensazione che serpeggiava già da tempo ma che in Nispel si esplicita definitivamente, quella di assistere a una sorta di omologazione progressiva che contagia sia i volti che le psicologie (o meglio, gli stereotipi) e gli atti di questi giovani.
Pieni di rictus, replicano comportamenti sessuali o di altro tipo più per aderenza a un'idea che ci siamo fatti di loro che per reale voglia o interesse, mentre negli anni ottanta vi era una genuinità, una variazione dei moduli e una gamma espressiva drasticamente superiore.
Dire che ciò sia specchio dei tempi e che tale cambio sia un riflesso di come sono cambiati i giovani è davvero fuori dalle mie capacità, fatto sta che l’effetto a cascata è ovvio: Jason ora stermina manichini, pallidi riflessi di realtà, stermina in sostanza degli animatronic programmati male (e fra l’altro deficienti in modo inenarrabile), non possiamo provare il minimo grado di empatia nei confronti di un animatronic e quindi non riusciamo né a essere dispiaciuti né a essere realmente rallegrati delle loro morti.

Questo si riflette in un altro devastante difetto della pellicola: lo splatter e il gore sono ridotti praticamente a zero. Molte uccisioni si risolvono in campi lunghi, effetti di montaggio, ombre o dissolvenze e questo sarebbe accettabile o pregevole in un altro pool, non in un Venerdì 13 che ha ospitato nel corso della serie alcune delle uccisioni più brillanti del genere, a opera di grandi artigiani degli effetti speciali.

Quando si fatica a trovare sangue e trippa, quando le tette sono di plastica come i sorrisi, quando non c'è il personaggio che si pensava fosse presente, quando non riuscite a distinguere il nero di Boogeyman 3 da questo nero o il cinese goffo da qualsiasi altro cinese goffo in stock, quando le uccisioni messe in scena sembrano girate da un regista underground a corto di finanziamenti (e fantasia)...
Beh, quando tutto questo accade, come è possibile cercare ancora di salvare tali cagate pazzesche?
Come è possibile vedere il successo al botteghino come un evento positivo per l'horror?

Il tempo usato per vedere questo film viene sottratto alla visione di altre pellicole, magari più difficili da recuperare, magari meno esposte e commercializzate, ma sicuramente più importanti per il genere.
Identificate i nomi degli incapaci coinvolti in processi di questo tipo.
Memorizzate i vari Bay, Nispel, Snyder e compagnia danzante.
Abbiamo offerto loro molte occasioni, tutte tradite, è ora davvero di boicottare queste persone, non solo a livello economico ma proprio a livello di tempo concesso alle loro opere.
I soldi vanno e vengono, i nostri minuti di vita no e ciarpame come questo merita l'oblio e l'indifferenza.

Piccola curiosità: ci sono due diverse scene di sesso, a distanza di più di mezz'ora nel film, che si distinguono per un particolare che può essere divertente o allarmante a seconda delle vostre sensibilità. In entrambi i casi la donna implora più volte il maschietto di resistere, di non godere subito, di aspettarla. Semplice caso o di nuovo specchio sociologico di un teen ager americano medio affetto da gravi forme di eiaculazione precoce?

Collegamenti:

Sito ufficiale
Dossier Venerdì 13
Recensione Lenny Nero
Viral italiano
Recensione Fulvia Leopardi
Recensione Binario Loco
Recensione Il Cinemaniaco
Jason, una volta, randellava meglio

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Filmato:

giovedì 26 febbraio 2009

Larry Eyler

Nome Completo: Larry Eyler (The Highway Killer, The Interstate Killer)
Status: Morto

Nato il: 21 dicembre 1952

Morto il: 6 marzo 1994

Vittime Accertate: 23

Modus Operandi: Adescava giovani omosessuali per poi stuprarli, ucciderli e abbandonare il cadavere poco distante dalla strada

Armi di preferenza: Coltelli, mani nude, corde


Il caso dell’Highway Killer è probabilmente da eleggere come migliore esempio di quanta disorganizzazione ci possa essere all’interno delle forze di polizia e di quanti danni possa provocare certa leggerezza e noncuranza nel corso delle indagini.
Grazie a prolungati cortocircuiti e blackout nelle comunicazioni fra i vari corpi e dipartimenti delle forze dell’ordine questo assassino ha potuto agire indisturbato a lungo e riuscire a evitare il carcere in parecchie occasioni, colpendo a ripetizione in ben 4 stati.

L’infanzia e adolescenza di Eyler sono connotate dal divorzio dei genitori e conseguenti nuovi matrimoni della madre con uomini che puntualmente lo maltratteranno. A questo si aggiunge un rendimento scolastico negativo che lo porta ben presto ad abbandonare gli studi: inizia una lunga serie di lavori di ogni tipo interrotti da lunghi momenti di disoccupazione.
Durante tutto questo periodo Eyler vive un fortissimo dissidio interiore dovuto all’incapacità di accettare la sua omosessualità, una tendenza al rifiuto che lo porterà in seguito a uccidere ripetutamente.
Il tipo di reazione adottata da Eyler segue schemi tipici: spesso ha scoppi di ira e di violenza appena terminato un rapporto, quasi a voler negare quanto accaduto e, per compensare, frequenta i bar dei rednecks, mischiandosi a una clientela prettamente macho e omofobica e vestendosi con capi militari, come a sbandierare una inesistente eterosessualità.

Uno dei salti quantistici nella vita di questo serial killer avviene nel 1978 quando Larry si trasferisce a Terre Haute, nell’Indiana, andando a vivere a casa di un altro omosessuale, un professore di college di nome Robert David Little.
La relazione fra i due appare piuttosto libera, vivendo a casa del suo amante il killer ha poche spese, può permettersi di vivacchiare attraverso occasionali lavori part time e comincia a viaggiare in lungo e in largo per le highway.

Possiamo grosso modo identificare nel trasferimento da Little il punto di non ritorno nell’escalation di questo serial killer e nel 1982 l’anno in cui, con buone probabilità, compie la sua prima uccisione.
Sono altresì importanti i precedenti penali di Eyler, che prima del 1982 ha diversi incontri con le autorità fra cui due momenti eclatanti.

1) Nell’agosto del 1978 Larry offre un passaggio a Mark Henry, un autostoppista.
Poco dopo svolta in una stradina rurale secondaria, estrae un coltello da macellaio e obbliga Mark a spogliarsi, dopodiché lo ammanetta e comincia a torturarlo con il coltello.
Terrorizzato, Henry riesce a liberarsi e scappare ma Eyler lo raggiunge e lo colpisce violentemente alla schiena. Il ragazzo allora ha l’intuizione di fingersi morto. Eyler abbandona la scena e poco dopo si costituisce, inspiegabilmente. Mentre Mark riesce a farsi portare in un ospedale, la polizia arresta Larry e gli trova in macchina tre coltelli, una spada, una frusta e del gas lacrimogeno.
Con la collaborazione del suo avvocato Eyler offre a Henry 2500 dollari e io ragazzo ritira la denuncia. Il futuro killer esce dal tribunale con la sensazione di essere più intelligente e forte delle autorità.

2) Lo schema si ripete nel 1981: Eyler somministra della droga a un 14enne poi lo abbandona in stato di incoscienza in un bosco a Greenwood, Indiana.
Dopo aver constatato che il figlio è riuscito a uscire dall’ospedale senza nessun danno permanente, la famiglia non sporge denuncia.
Il killer si sente intoccabile, stanno maturando i tempi per il primo omicidio…

Nel giro di appena due anni, dal 1982 al 1983 Larry ucciderà più di venti persone e il numero esatto delle vittime è tutt’ora imprecisato.
Il suo modus operandi tende a essere sempre lo stesso: adesca giovani gay in aree urbane o raccoglie autostoppisti a bordo in occasione dei suoi innumerevoli viaggi, obbligandoli quindi a denudarsi. Seguono poi stupro e uccisione di solito per accoltellamento o strangolamento.
Il periodo compreso fra ottobre e dicembre 1982 vede una febbrile attività da parte del killer che uccide ben cinque ragazzi, abbandonandone il corpo in boschi e zone rurali in prossimità delle grandi arterie stradali interstatali.
Vi è qui il primo grande errore delle forze di polizia: un medico riceve due cadaveri da due diverse contee prive di coroner e riscontra n elle ferite inferte la chiara firma di un unico assassino ma quando tenta di avvisare la polizia dell’Indiana viene bollato come allarmista e le sue segnalazioni sono ignorate.

Le comunità gay di Indianapolis e Chicago sono qualche passo avanti rispetto alle forze dell’ordine e già nel gennaio 1983 cominciano ad avvisare in vari modi i loro appartenenti della possibile esistenza di un serial killer che sceglie le proprie vittime fra le loro fila.
Il cadavere di un ragazzo, in particolare, viene ritrovato in una strana posa accanto a un cane morto.
Bisognerà però aspettare inizio maggio e la vittima numero 9 prima che qualcosa cambi nell’attitudine delle autorità.
Un ventunenne viene ritrovato privo di vita, con ventisette coltellate, alcune delle quali vibrate con potenza tale da far fuoriuscire gli intestini.
Il cadavere, sempre per mancanza di medici nella contea, viene mandato nuovamente dal dottor John Pless che riscontra nuovamente fortissime analogie con i casi precedenti e torna ad avvisare la polizia che questa volta gli crede.

Il 15 maggio viene formata una task force per il caso e da giugno circa 50 agenti di vari dipartimenti e settori si mettono al lavoro sulle informazioni raccolte.
Ben presto, anche grazie a una telefonata anonima che identifica in Eyler il possibile Highway Killer e ricorda alla polizia il precedente del 12978, la task force ha un sospetto principale (se non unico) su cui lavorare. E qui inizia una serie allucinante di errori che comprometterà l’immediato arresto dell’assassino.
A partire da luglio Eyler viene messo sotto sorveglianza, anche se i profiler dell’FBI non sembrano totalmente convinti e asseriscono che in almeno due casi ci sono indizi che segnalano la presenza di due distinti killer sulla scena.
Il tutto proprio mentre vengono ritrovati i resti dell’undicesima vittima, questa volta non identificata.

E il dodicesimo omicidio non tarderà ad arrivare: il corpo di Ralph Calise, scomparso dalla casa della sua ragazza il 30 agosto, viene ritrovato il giorno dopo da una squadra di disboscamento. Come al solito segni di manette e parecchie coltellate, ma questa volta la polizia riesce a rilevare anche alcune tracce di pneumatico e di calzature.
Il cerchio comincia a stringersi: Calise, come alcune altre vittime, viveva nella zona di Uptown a Chicago, due vittime risiedevano addirittura nella stessa strada. Gli agenti dell’Illinois e dell’Indiana iniziano a collaborare in modo proficuo, scambiandosi ogni tipo di informazioni e concentrando sempre più l’attenzione su Eyler.

Il 30 settembre 1983 le indagini subiscono una svolta: Eyler si avventura nottetempo per le strade di Chicago in cerca di un prostituto e quando lo trova lo carica in macchina. La polizia dell’Illinois stabilisce una sorveglianza a turni ma quando Eyler oltrepassa il confine di stato per entrare in Indiana nessuno di loro pensa di avvertire la polizia dell’altro stato e il pedinamento deve cessare.
Qualche ora più tardi un agente, Kenneth Buehrle, individua due uomini emergere dai boschi e, insospettito decide di fermarli. L’intenzione è quella di un normale controllo accompagnato da una contravvenzione per parcheggio proibito ma quando, controllando la patente, chiede un controllo su tale Larry Eyler ecco che la task force si aziona mandando alcuni suoi uomini sul posto, Eyler e il ragazzo vengono ammanettati e portati in centrale a Lowell, dove gli agenti cominciano a interrogarli.

Al momento dell’intervento Eyler non aveva ancora dato del denaro al ragazzo quindi non esiste altra infrazione che quella del parcheggio abusivo. Gli agenti dell’Indiana lo interrogano senza fargli fare la consueta telefonata o chiamare un avvocato, gli controllano gli stivali (che nella suola hanno dei pezzetti di plastica corrispondenti alla scena dell’omicidio Calise) e il killer concede loro il permesso di perquisire il furgoncino (tanto, a sua detta, lo avrebbero fatto lo stesso) dove viene rinvenuto un coltello macchiato di sangue.
Eyler viene quindi liberato senza accuse (e senza gli stivali) prima che possano arrivare sul luogo gli agenti dell’Illinois per un controllo incrociato.

Il giorno dopo, fornita di regolare permesso, una parte della task force si presenta a casa di Robert Little per effettuare una perquisizione e nella stanza di Eyler vengono trovate delle manette, alcune ricevute di carta di credito e record telefonici con alcuni numeri dell’area cittadina di Chicago che suscitano l’interesse degli investigatori.
Uno di questi numeri appartiene a certo John Dobrovolskis, che risiede in un quartiere settentrionale di Chicago.
Gli agenti lo mettono sotto controllo e il 3 ottobre irrompono nella sua casa dopo aver visto il pick up di Eyler parcheggiato all’esterno.
Portano Larry in centrale assicurandogli che non si tratta di un arresto e che non vi è quindi bisogno di un avvocato. Mettono sotto sequestro il furgoncino e interrogano il killer che ammette di avere da molti anni una relazione con Dobrovolskis (sposato con prole) e di preferire, nei suoi rapporti sessuali, che il partner sia ammanettato.
Poco dopo Eyler comincia a richiedere la presenza di un avvocato e gli agenti preferiscono liberarlo, tenendo però il furgone sotto sequestro.

Poco dopo questo interrogatorio alcuni cercatori di funghi trovano, al posto dei porcini, il torso di un giovane. Gambe e braccia non verranno mai ritrovati.
Il body count aumenta ancora pochi giorni dopo, il 15 ottobre 1983, con il ritrovamento dei resti di un uomo che non verrà mai identificato.
Quattro giorni dopo si scopre il vero e proprio cimitero privato dell’Highway Killer: nel terreno circostante una fattoria abbandonata in Indiana vengono rinvenuti i resti di ben 4 vittime, tutte recanti la firma ormai “classica” di questo assassino.

A seguito di questo susseguirsi di scoperte si fanno avanti alcuni “sopravvissuti” a Eyler, pronti a testimoniare del carattere violento e della pericolosità dell’uomo. In contemporanea la Scientifica comincia a ottenere risultati importanti: le tracce di sangue rinvenute sugli stivali di Eyler corrispondono al tipo di Calise, così come i segni sui polsi della vittima possono essere stati lasciati dalle manette trovate nella stanza di Eyler a casa di Little e le impronte dei pneumatici sono simili a quelle della scena del crimine di Calise.
E in seguito a questa serie di pesantissime prove indiziarie Eyler viene finalmente arrestato, il 28 ottobre 1983, con una cauzione di 500.000 dollari. Pensate sia finalmente la fine?
Nemmeno per sogno.

Il difensore di Eyler ha gioco fin troppo facile. Si concentra sull’arresto con tanto di manette in occasione del parcheggio abusivo, senza contare gli stivali sottratti illegalmente al suo protetto e una montagna di altri errori da parte della polizia (entrata per esempio a casa di John Dobrovolskis senza permesso, cui fra l’altro fu intimato di non chiamare un avvocato, come anche a Eyler stesso) e chiede al giudice che ogni prova recuperata dopo il 30 settembre sia considerata non valida.
Il giudice non può far altro che concordare con l’avvocato difensore: il due febbraio 1984 Eyler è libero e sceglie subito di traslocare dalla casa di Little andando a vivere a Chicago.
Gli errori commessi in due anni di indagini sono davvero troppi e la botta per la task force è molto dura da assorbire.
Ma come spesso accade nel caso dei serial killer, dove ben poco può la polizia, molto di più può il senso di onnipotenza (o, a seconda, la voglia di farsi catturare) dell’assassino…

21 agosto 1984. Un custode di uno stabile in una strada di Chicago sta spostando dei sacchi di spazzatura quando improvvisamente uno di questi si rompe, lasciando fuoriuscire una gamba umana.
Arriva la polizia e dentro altri sacchi viene trovato in pratica un corpo umano smembrato in otto. Alcuni testimoni asseriscono di aver visto un uomo che abita nel palazzo vicino recarsi a buttare quei sacchi nell’edificio accanto.
La polizia si reca nell’appartamento in questione e chi vi trova? Esatto, Larry Eyler e John Dobrovolskis che vivono insieme come piccioncini.
Questa volta le prove sono davvero schiaccianti e tutto viene fatto a regola d’arte: Eyler tramite i suoi avvocati tenterà ogni possibile mossa per ritardare l’inevitabile ma il 3 ottobre 1986 verrà finalmente giudicato colpevole di omicidio e condannato alla pena di morte, confermata tre anni dopo dalla Corte Suprema e fissata per il 14 marzo 1990.
Come dite?
Finalmente è finita?

Dovreste aver imparato che con Larry Eyler non bisogna mai pensare che sia finita davvero.
Negli anni a seguire questo feroce assassino tenterà ogni tipo di trucco e accordo pur di evitare l’esecuzione.
Proporrà un patto con altri Stati per accollarsi la responsabilità di alcuni omicidi insoluti e in cambio farsi tramutare la pena di morte in 60 anni di carcere e giungerà infine a coinvolgere il suo ex amante, Little, asserendo che in alcuni casi era stato aiutato da questo professore che lo incitava, scattava fotografie e collaborava alle torture.
Tentativi infruttuosi perché il giudice bloccherà il patto e un processo chiarirà l’innocenza di Little.
Eyler riuscirà comunque, in un certo senso, a beffare di nuovo ed evitare la pena di morte perché il 6 marzo 1994 morirà per complicazioni legate all’AIDS.

Poco prima di morire confesserà ancora una volta la sua colpevolezza, ammettendo di aver ucciso ben 21 persone, ma insisterà anche che in quattro di questi omicidi è stato aiutato da Little, passando anche parecchie volte il test della macchina della verità e lasciando per sempre il dubbio che un altro killer possa essere ancora in libertà.

Altre schede di serial killer su Serial Killer Cyclopedia

mercoledì 25 febbraio 2009

His name was Jason

HIS NAME WAS JASON
2009, USA, colore, 90 minuti
Regia: Daniel Farrands
Soggetto/Sceneggiatura: Thommy Hutson e Anthony Masi
Produzione: Masimedia

12 film sulle spalle e più di 30 anni di storia: Jason Voorhees oltre a essere uno dei killer più famosi del cinema horror è ormai diventato una famosa icona pop, con tanto di action figures, videogames e tantissimo altro indotto.

Questo documentario cerca di esplorare ogni singolo aspetto di questa franchise così longeva, attraverso una esaustiva serie di interviste a registi, attori e ogni altro tipo di addetti ai lavori.
Il tutto introdotto e condotto dall’ineffabile e sulfureo Tom Savini.

Ottimo antidoto al disastroso remake (ma, ehi, la nuova tendenza della critica più preparata è di chiamarli “reboot”) di Marcus Nispel, His Name Was Jason è documentario indispensabile a ogni serio amante del genere slasher che potrà finalmente assegnar un volto preciso non tanto a tutti gli attori della saga quanto alla moltitudine di tecnici, registi e giornalisti che si sono occupati di questa importantissima icona horror.

Strutturato (vagamente) in diverse sezioni tematiche, il lungometraggio copre tutti gli episodi usciti fino a Freddy vs Jason e approfondisce varie tematiche, offrendo una panoramica che, integrata dalla lettura di un libro come Crystal Lake Memories, è in questo momento lo stato dell’arte in questo campo.

Alcune sezioni si riducono a poco più che una galleria delle varie attrici, ma in altri momenti ci sono aneddoti molto, molto interessanti su vari momenti problematici nella realizzazione del film, fra ragazze costrette a recitare nell’acqua gelata e singole scene ripetute per un giorno intero, fino a, ovviamente, la realizzazione di alcuni effetti speciali.

Ci sono classifiche delle morti più cattive, excursus sulla esplosione di Jason come fenomeno pop, approfondimenti su alcuni alti e bassi vissuti dalla franchise e tanto, tanto altro ancora.
Stare a sentire Henry Manfredini mentre racconta come ha partorito il suo famosissimo ki ki ki ki ma ma ma ma o paragonare le differenze di postura e camminata fra le varie controfigure che hanno impersonato Jason è esperienza basilare per comprendere appieno i motivi di un successo e una longevità così eclatanti.

Tom Savini svolge in maniera più che egregia il suo compito di anfitrione, destreggiandosi fra macabri manichini e ragazzine urlanti all’interno dell’attrazione Camp Blood, presente negli Universal Studios mentre per chi ama i momenti più smaccatamente comici consiglio di non perdere i titoli di coda. A fronte di qualche difetto (non sarebbe stato male avere qualche scena tagliata dalle varie commissioni di censura durante i 30 anni di vita della franchise, in più viene probabilmente dedicato troppo spazio e tempo agli attori) mi risulta davvero difficile nascondere l’entusiasmo per quello che ritengo essere la giusta via di mezzo fra informazione e culto.

Non mancano infatti i giudizi negativi nei confronti di alcuni episodi da parte degli intervistati, così come sono interessanti alcune interpretazioni psicologiche del personaggio. Per i completisti il secondo dvd dell’edizione offrirà ancora più particolari e contenuti speciali (interviste a più di 90 persone, fan film e tanto altro ancora), una vera e propria Bibbia di Crystal Lake.
Scrittori e regista non sono certo dei neofiti e si avverte in ogni istante.

Ma c’è un ulteriore motivo per essere assai contenti dell’uscita di questo documento. Con l’eccezione di Tony Timpone tutti, tutti gli altri giornalisti e critici che compaiono nello speciale appartengono a siti internet famosissimi, specializzati nel genere horror.
È una importante consacrazione e constatazione di come ormai la critica specializzata abiti in un media diverso da quello cartaceo: negli USA non sembra esserci nessun dubbio su chi andare a chiamare quando si deve discutere sul soggetto e pur avendo a disposizione decine di riviste gli scrittori chiamano a raccolta il popolo dei website dedicati.

Non è certo un tirare acqua al proprio mulino, visto che ritengo che qui in Italia la qualità media della critica specializzata sia disastrosa ovunque si vada a guardare, senza distinzione fra rete o edicola/libreria, fra favoritismi mafiosetti e tendenza al far prevalere un pensiero (e una scrittura) amatoriale e eccessivamente fanatico. C’è ancora moltissimo da fare nello Stivale e non penso che le cose possano migliorare molto facilmente, ma il fatto che altrove si sia giunti a riconoscere questo sorpasso è in qualche modo confortante per il futuro.

Collegamenti:

Sito ufficiale
Dossier Venerdì 13
Crystal Lake Memories
Maratona Venerdì 13

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Filmato:

martedì 24 febbraio 2009

Ahuizotl


Nome: Ahuizotl (aka water-dog, ahuitzotl)

Apparenza fisica: L’Ahuizotl ha una descrizione piuttosto univoca in varie testimonianze e resoconti. Appare come una creatura delle dimensioni di un cane dal pelame corto e nerastro le fattezze simili a quelle di una lontra, orecchie piccole e puntute, arti che ricordano quelle di un procione (o, in alcuni casi, una scimmia) e una lunga coda che termina in una mano.
Spesso il pelame è del tutto assente e questa creatura mitica ha una pelle liscia, dalla consistenza gommosa e molto lucida.
In certi casi viene descritto come provvisto di una lama affilata posta appena sotto la coda.

Zona d’origine, habitat e memetat: L’Ahuizotl è un mostro in via d’estinzione ormai da parecchi secoli, ma per lungo tempo ha imperversato nell’immaginario e nella vita quotidiana degli Aztechi, presso i quali era considerato come una via di mezzo fra una creatura mitologica e una bestia realmente esistente.
Questo canide viveva in fiumi, stagni, polle, sorgenti e piccoli laghi di tutto il
Messico e zone limitrofe e spesso ha la sua tana in qualche caverna situata sott’acqua.

Caratteristiche particolari: Il Water Dog è una creatura prettamente acquatica che spende buona parte del suo tempo in profondità.
È temuto in particolar modo dai pescatori perché in molte versioni gli viene attribuito il ruolo di protettore della fauna ittica, compito che lo porta ovviamente a scontrarsi sovente con chi si avventuri in acqua per tentare di catturare qualche pesce.

In qualsiasi incarnazione o versione l’Ahuizotl ama predare e nutrirsi degli uomini, che afferra saldamente con le sue cinque appendici e trascina sott’acqua.
Assai particolare è il suo modo di nutrirsi: questo mostro divora esclusivamente gli occhi, i denti e le unghie del malcapitato, restituendone alle acque il corpo praticamente intatto.
Quando il cadavere verrà rinvenuto esso, a parte gli organi mancanti, avrà solo alcune ecchimosi sparse per tutto il corpo, senza presentare nessun altro tipo di danno.

Se, al termine di una lunga giornata di caccia, il Water Dog non avrà trovato nessuna preda, passerà allora a una tattica diversa: comincerà a imitare il pianto di un bambino, cercando così di attirare nelle vicinanze della sua tana qualche persona di buona volontà intenzionata ad aiutare l’infante.

Storia e avvistamenti: Abbiamo tracce consistenti di questo ibrido fra criptide e mostro mitologico fino a tutto il sedicesimo secolo.
Una sua dettagliata descrizione viene fornita nel libro 11 del Codice Fiorentino e di una creatura in qualche modo riconducibile a questa parla persino Cristoforo Colombo in una sua lettera indirizzata al re e Regina di Spagna il 7 luglio del 1503.

Ci può essere un certo grado di confusione riguardante questa creatura in quanto ha lo stesso patronimico di un monarca azteco predecessore di Motecuhzoma e in più spesso è stata usata come simbolo di potere presso gli Aztechi.
Con poche differenze questa creatura riaffiora in parecchie culture e popoli limitrofi: gli indiani Hopi di Arizona e New Mexico lo chiamano pavawkyaiva e nella loro narrazione il popolo Hopi continuava a vagare senza riuscire a trovare la propria terrà fino a quando non si stabilì vicino al lago “dove giocavano i pavawkyaiva “, mentre gli Indiani Sumu del Nicaragua hanno delle “tigri acquatiche” che vivono fra le rocce affioranti nei grandi fiumi e sono sempre pronte a divorare chiunque cada in acqua in quelle zone.

Gli Indiani Arauca lo chiamano Nurufilu o Zorro-Vibora, qualcosa di traducibile con serpente volpe.
Gli Indiani Shasta, infine, nella California settentrionale, infine hanno una leggenda che riguarda una creatura simile all’Ahuizotl, sebbene assai più grande.
Un enorme cane dalla pelle con macchie nerastre vive nei mulinelli più pericolosi dei corsi d’acqua e quando riesce a catturare un uomo ne restituirà poi il cadavere che avrà su tutto il corpo delle macchie somiglianti a quelle del suo uccisore.

Curiosità: Questa creatura è alla base della pratica, un tempo diffusa ora praticamente scomparsa, fra i pescatori messicani di offrire al Guardiano del Lago una porzione di quanto pescato per non suscitare la sua ira.

L’Ahuizotl ha riscosso una moderata fortuna virale all’interno del mondo dei giochi, apparendo sia in Dungeons and Dragons (Fiend Folio) sia in un gioco per XBOX chiamato Culdcept Saga.
Esso appare anche nei Pokemon, pur avendo una attitudine assai amichevole, e nell’arcade Ocean Hunter.

Altre schede di mostri come questa su il Teratonomicon






lunedì 23 febbraio 2009

Jeepers Creepers 2

Questa recensione è dedicata a Filippo e Kurando.

Piccola intro: chi mi conosce sa del mio debole per Jeepers Creepers 2.
Elvezio = JC2.
Lo reputo uno dei film horror più importanti del nuovo millennio per un insieme di ragioni.
Da un lato abbiamo una mitopoiesi tutto sommato originale e innovativa rispetto agli standard attuali, dall'altro lato abbiamo un regista-autore, dal linguaggio-poetica facilmente individuabili e comprensibili, in grado di porre la propria firma artistica su quanto filma.

Di autori ne abbiamo pochi, di anonimi yes man o registi spettacolari i indistinguibili gli uni dagli altri ne siamo sommersi. I primi vanno protetti, i secondi vanno coperti di cacca in quanto totalmente inutili quando non apertamente dannosi.

Cerco di scrivere recensioni tenendo bene in mente quali recensioni mi piace leggere. Ovvero quelle che (a prescindere dal giudizio condiviso o meno) sappiano intrattenermi, sappiano avere uno stile variato, cangiante. E spesso, in un certo senso, quando inizio a scrivere sento fortissimo il rischio di annoiarmi, perciò cerco di scovare una chiave di volta per innescare qualche meccanismo.
Può essere una serie di metafore culinarie, dell'ironia o dell'odio feroce, la sconfinata ammirazione ecc ecc.
Nel caso di questa recensione l'amore che nutro per il film mi ha spinto a farla fuori dal vasino, penso, ma ritengo di averci messo il cuore, nel farla fuori dal vasino, perciò, come il bambino che dopo averla fatta tutta guarda la mamma in cerca di approvazione, vi invito a dare uno sguardo al mio vasino e dintorni...

JEEPERS CREEPERS 2 (IL CANTO DEL DIAVOLO)
USA, 2003, colore, 104 minuti
Regia: Victor Salva
Soggetto/Sceneggiatura: Victor Salva
Produzione: American Zoetrope, James, Myriad Pictures Inc.

Ogni 23 primavere, per 23 giorni, il Creeper si risveglia ed entra in una frenesia alimentare predando e cibandosi di giovani ragazzi prescelti in base all’odore della loro paura.

E’ l’ultimo giorno prima che la creatura rientri in letargo e un gruppo di giovani studenti di ritorno da una partita si trova a giocarne una ben più importante contro questo terribile predatore.

Victor Salva ci prende per mano e ci fa capire, proseguendo la lezione di Final Destination 2, che il mostro non vive più di notte, in anguste cantine metropolitane, bensì può emergere dalla minima crepa che gli lasciamo aperta.
Basta un piccolo screzio, un ragazzino che litiga con padre e fratello maggiore e che rimane, annoiato e solo, in un campo di granoturco arso dal sole.
La messinscena è fenomenale e basta un secondo per spazzare via qualsiasi children of the corn di televisiva memoria.
Don FauntLeRoy abusa dei filtri caldi e dipinge la tensione di arancione e nero: tre croci, tre spaventapasseri, uno di loro prende vita, il granoturco è l’oceano e il Creeper è uno Squalo (o una balena non tanto bianca?) volante che ghermisce la preda e scompare in cielo, incurante della furia del padre.
Pochi minuti e tutto è finito, la campagna torna silenziosa.
Esce di scena l’orco e entrano gli agnelli sacrificali a bordo di un bus giallo che tanto ci ricorda gli incubi di Wes Craven.
E, dopo l’incipit strepitoso, la vicenda continua a tenere alta la tensione, anche se di un tipo ben differente.

Victor Salva è regista coraggioso: chiunque altro, dopo aver passato qualche mese in prigione per aver fatto sesso orale con un bambino ne sarebbe uscito a pezzi e si sarebbe messo a girare documentari sui fiori e le farfalle.
Salva riempie il suo autobus del personale fiore proibito, lo affolla di tanti bei ragazzoni prestanti lasciando poco spazio alle femminucce: non contento di aver rovesciato il gender di una delle basilari regole dell’orrore nel primo Jeepers (il mostro non inseguiva una donna bensì un maschietto) prende forza e moltiplica i corpi in questo secondo episodio.

Si respira atmosfera tesa, pesante, morbosamente affascinante: le poche donne hanno più attributi dei maschi (una è l’autista del bus, le altre spietate Cassandre o tremende impalatrici di mostri) che sprecano tempo e testosterone a litigare fra loro come tanti galletti.
Salva calca sull’acceleratore e mette in gioco una serie potente di contrapposizioni: fra maschi e femmine (che si siedono distanti dal pack, scarsamente interessate agli schiamazzi festanti), fra neri e bianchi (ognuno a rinfacciarsi il proprio colore), fra adulti e ragazzi (dei primi il Creeper-Salva fa piazza pulita in pochi artigliosi minuti, senza curarsi di mostrare più di tanto), fra morituri e survivors, in una frizione che genera un calor bianco di chiara marca omo.

Pochissimi autori avevano saputo filmare corpi maschili in maniera così interessante, inevitabile richiamare alla mente Gus Van Sant e William Friedkin quando la corriera si ferma e i ragazzi si stendono sul tetto a prendere il sole con addosso solo i jeans o quando continuano a stuzzicarsi persino durante il muy macho rito del territorial pissing di gruppo.

L’esposizione ha doppia funzione, da un lato puro piacere estetico del filmare (del guardare?) dall’altro lato assistiamo all’invisibile macellaio che prepara i corpi sul bancone, ben in vista al babau di turno che, attratto da tanto ben di dio, non tarda a planare sul posto.
I momenti di crisi, si sa, portano allo scoperto i veri caratteri (e infatti la visionaria del gruppo paragona quegli istanti al vino veritas in un accostamento conciso quanto azzeccato) e il mostro ha gioco facile nel dividere il gregge mettendo in mostra una resistenza così tenace a ogni tipo di violenza che scoraggerebbe anche il Terminator.
Ogni volta che il demone viene ferito gli basta predare un corpo e sostituire la parte lesa con un ricambio nuovo di zecca in un innesto/sovrapposizione che supera Cronenberg a sinistra.

Se nel maestro canadese la mutazione era in noi, che avevamo dentro il seme del potenziale nuovo mostro (o dio), in Salva la nostra debolezza ci rende fragili e "predabili" da una creatura che è tanto più mostruosa in quanto composta da infinite nostre parti.
Non è più “noi siamo il mostro” quanto “il mostro è noi” in un gioco dialettico-semantico che apre le porte al nuovo horror dopo anni di “urlante” attesa, il tutto reso ancora più pregevole dal basso (finalmente, dopo le abbuffate williamsoniane) tasso di metacinema, autoriferimenti, citazioni e omaggi vari.

Ci sono due momenti così importanti e affascinanti che, pensando ai primi, mediocri film del regista viene quasi impossibile non sospettare la presenza di Francis Ford Coppola anche in sede di script o di girato: mentre la creatura studia le prede dal vetro del finestrino, annusando l’aria (e qui Salva oltrepassa l’ormai stanco tema della visione come atto fondamentale dell’horror, cercando di dar corpo e sostanza ad un evento intangibile come l’olfatto psichico) a un certo punto guarda fisso in camera, osserva il pubblico, ammiccando e coinvolgendoci senza possibilità di fuga nel gioco al massacro, consapevole della nostra presenza.

E ancora, poco dopo, l’ala membranosa (una pellicola nella pellicola?) del Creeper casca da uno squarcio del tetto del bus e divide gli studenti in due gruppi, in una sorta di atto contrario al sollevamento del velo di maya.
E infatti chi cercherà di passare oltre quella membrana, chi cercherà di squarciare il velo verrà catturato e portato altrove, privato letteralmente della testa (della ragione?).
Impossibile, per motivi di spazio, elencare gli ulteriori, numerosi meriti di una pellicola fondamentale del genere.
Dove non funziona, allora, un film come questo? Dove cercare eventuali pecche e difetti?

Paradossalmente i momenti meno pregevoli si annidano proprio nelle sequenze più smaccatamente tradizionali e grandguignolesche, nelle fughe notturne e nella roboante battaglia a colpi di arpione, arma fallica per eccellenza all’interno di un sistema già oberato da simbolismi di questo genere.
Il film perde smalto nell’ultima mezz’ora dando corpo a un banale spettacolo déjà vu di fuggi-fuggi dall’assassino, che nulla aggiunge a quanto Salva è riuscito a dirci nei primi tre quarti dell’opera.
E appare anche sacrificata e poco ponderata l’ossessione che il padre della prima vittima (un Ray Wise comunque efficace) sviluppa istantaneamente per il mostro, passando da Abramo a capitano Achab nel giro di pochi istanti, senza possibile elaborazione del lutto o sviluppo psicologico accurato. Un Moby Dick liofilizzato che convince poco.

Salva si dilunga anche troppo nel voler illustrare, spiegare, tassonomizzare la sua stessa invenzione, in un progressivo elenco di tempi, modi, caratteristiche fisiologiche che poco interessano: la paura è tutta compresa fra il sospettare e il rivelare e se si scopre troppo, si sa, si può scadere nella noia.
A tratti bruttina anche la colonna sonora ma questo è un difetto ormai comune a quasi tutto il cinema statunitense.

Va da sé che si tratta di carenze che non inficiano l’ottima resa del prodotto finale, sicuramente destinato a ulteriori propaggini scandite dall’implacabile orologio ventitrennale.
Ottima prova per Jonathan Breck che praticamente recita solo con gli occhi.
Acuta scelta di produzione da parte della coppoliana Zoetrope, a conferma che nell’horror, ancora di più che negli altri generi, bisogna sempre stare attenti ai nomi dei produttori, spesso da soli indice di bontà dell’opera.

Collegamenti:

Sito ufficiale
Make up and Monsters
Recensione HyperReview
Intervista a Ray Wise
Child molester
Recensione Sciamano
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Filmato:

sabato 21 febbraio 2009

James Michael DeBardeleben

Nome Completo: James Michael DeBardeleben (aka The mall Passer)
Status: Detenuto
Nato il: 20 marzo 1940
Morto il: -
Vittime Accertate: 8, probabilmente molte di più
Modus Operandi: Stupro, dominazione, tortura, uccisione
Armi di preferenza: Mani nude, corde, coltelli

James Michael DeBardeleben è probabilmente uno dei serial killer più pericolosi, sottostimati e poco studiati di tutti gli USA.
Personalità complessa, con una fortissima componente sadica e un alto grado di organizzazione e controllo, questo criminale ha accumulato nel corso degli anni una serie impressionante di reati che spaziano dal furto d’auto allo stupro, dal rapimento di persona alla fabbricazione e spaccio di denaro falso, dall’impersonificazione di autorità pubbliche alla rapina in banca, senza ovviamente tralasciare la tortura e uccisione di svariate vittime.

L’infanzia di James Michael DeBardeleben, secondo di tre figli, è connotata da continui traslochi per seguire il padre, un ufficiale dell’esercito incline agli scoppi d’ira e scarsamente presente in famiglia.
La figura della madre, per la quale DeBardeleben sviluppa ben presto un feroce rapporto di amore/odio, è quello di una donna debole e incline all’alcoolismo.

I primi segnali di un forte disturbo della personalità sorgono verso i 16 anni: trattato male dal padre e spesso insultato e picchiato a scuola, DeBardelen comincia a sviluppare una personalità sadica con forti istinti di vendetta e rivalsa verso un mondo che sembra non comprendere la sua grandezza.
Nel giro di un singolo anno gli eventi precipitano: comincia a picchiare con violenza la madre, acquista delle armi e viene ripetutamente arrestato per i crimini più disparati. Guida pericolosa, furto, tentato omicidio, sodomia, rapimento di persona. Niente male per un sedicenne.

L’espulsione da scuola è l’ovvia conseguenza di un periodo così difficile e poco dopo, nel 1957, DeBardelen compie un passo tipico nella biografia di innumerevoli serial killer: si arruola nell’esercito.
È però avventura destinata a durare ben poco: viene multato e arrestato parecchie volte per reati come uso improprio dell’uniforme, assenza ingiustificata, mancanza di rispetto verso i superiori e così via. Dopo poco più di un anno viene congedato con disonore, torna in famiglia, prova di nuovo a iscriversi a scuola ma dopo alcuni mesi viene nuovamente espulso.

Narcisismo e paranoia giocano in combinazione a rafforzare sadismo e una fortissima voglia di rivalsa nei confronti del mondo intero.
A 19 anni si sposa una prima volta (5 in totale) con Linda Weir: il matrimonio dura ben tre settimane, Mike ha già pienamente maturato il suo tipo di comportamento nei confronti delle donne, in seguito perfettamente definito nei suoi quaderni ritrovati dalla polizia. I punti principali possono essere riassunti in:

Tenere la donna/vittima isolata da ogni altra possibile e renderla totalmente dipendente;
Prendere ogni decisione al suo posto;
Impedirle di acquisire qualsiasi tipo di conoscenza o abilità;
Impedirle di avere qualsiasi tipo di potere o educazione;
Essere sempre pronti a sbarazzarsene se necessario;
Non mostrare mai nessuna debolezza.

Mike DeBardeleben si sposerà poco dopo con Charlotte Weber, dalla quale avrà una figlia, la moglie rimarrà di nuovo incinta subito dopo ma verrà obbligata a dare il figlio in adozione.
Nel frattempo Mike ha compiuto 21 anni e il suicidio di suo fratello minore si aggiunge alla lunga lista di ingiustizie che il mondo dovrà prima o poi ripagargli.
Divorzia poco dopo e torna a vivere con i suoi, continuando ad avere problemi di ogni tipo con la legge, furti d’auto in particolare.

Il seguente matrimonio (a 24 anni, divorzierà a 29) si distingue dai precedenti per il fatto che questa moglie, Wanda Faye Davis, diventerà ben presto anche sua complice (e di conseguenza lui pretenderà lo stesso comportamento dalle future mogli): i due insieme sequestreranno una bambina, torturandola e sodomizzandola, ma le accuse verranno quindi misteriosamente ritirate.
Quando la moglie rimarrà incinta Mike la scaglierà giù per le scale facendola abortire. Il divorzio arriverà poco dopo, in seguito a una nuova gestazione, questa volta portata a termine con successo.
A 30 anni sposerà quindi Caryn (18 anni) per poi divorziare 6 anni dopo e quindi sposarsi nuovamente a 39 anni con Barbara, che lo lascerà pochi mesi dopo.

Due gli anni da considerarsi fondamentali nell’ulteriore “evoluzione” di questo serial killer: nel 1971 DeBardeleben cede per la prima volta all’impulso omicida e nel 1976 stampa per la prima volta del denaro falso oltre a divorziare da Caryn, evento che deve essergli rimasto molto impresso perché nomina spesso questa moglie quando tortura le sue vittime.
Nel 1976 viene anche arrestato per il denaro falso e passa quasi due anni in prigione, quando uscirà non farà altro che imparare dall’errore e riprenderà a stampare banconote stando ben più attento a non farsi arrestare.
Iniziano qui, senza per questo dimenticare tutto quanto successo prima, dieci anni di vera e propria iperattività criminale da parte di questo pericoloso serial killer.

Per parlare degli omicidi, stupri e torture compiuti da DeBardeleben occorre, nell’intricato schema della sua vita, fare a questo punto un salto avanti fino alla sua cattura da parte del Secret Service, nel 1988.
Mike era ormai ricercato in tutto il territorio statunitense ed era comunemente conosciuto come il Mall Passer, per la sua tendenza a entrare nei centri commerciali e effettuare decine di piccoli acquisti pagando con banconote da venti dollari, intascando quindi un resto in valuta reale.

Con il passare degli anni scala la vetta della lista dei più ricercati dal Secret Service, che si occupa proprio di questo tipo di crimini, e alla fine il cerchio si chiude: gli specialisti del Service intravedono un possibile schema, identificano alcune Mall più suscettibili di essere colpite, diramano un avviso a ogni dipendente con tanto di ritratto approssimativo e, tentativo dopo tentativo, riescono finalmente a cogliere in flagrante il criminale.
Fin dall’immediata perquisizione dell’auto gli agenti si rendono conto di essersi probabilmente imbattuti in qualcosa di più grande che un semplice caso di denaro falso. Pistole, psicofarmaci, denaro falso, distintivi di polizia, targhe false, ben nove patenti false e un sacco di pubblicazioni pornografiche: decisamente troppo.
Ma il Secret Service ha bisogno di ulteriori prove per poter accusare Mike della stampa oltre che del contrabbando e provvede quindi anche alla perquisizione dell’appartamento.

Alla fine della perquisizione l’esser riusciti a trovar le prove della produzione di banconote contraffate sarà l’ultimo dei loro pensieri.
Tutto il necessario per travestirsi da poliziotto, catene, manette, un dildo, stringhe, mutandine insanguinate, migliaia di foto di donne, molte delle quali ritraevano atti sessuali e violenze assortite, un vasto assortimento di registrazioni sonore delle sue sedute di tortura con le mogli e con moltissime altre donne.
Oltre a tutto questo, gli agenti trovano anche migliaia e migliaia di pagine scritte da DeBardeleben nel corso degli anni, un vero e proprio diario che contiene moltissimo materiale.

Dal lungo esame di queste prove e dal conseguente lavoro di collegamento di date, luoghi e fatti, esce il quadro di un uomo estremamente pericoloso, freddo e calcolatore, in grado di manipolare persone e istituzioni e commettere lunghissime serie di crimini senza mai farsi cogliere, fatta esclusione per alcuni periodi di detenzione che comunque non hanno intaccato minimamente la sua volontà.

L’ascolto delle cassette metterebbe a dura prova i nervi della persona più calma ed equilibrata: decine di vittime che giungono letteralmente a implorare DeBardeleben di ucciderle piuttosto che continuare a subire tali torture.
Mike appare sempre freddo e i suoi dialoghi mentre tortura paiono quasi scritti in un copione: si scoprirà in seguito che DeBardeleben calcolava ogni minimo passo prima di sequestrare una donna e torturarla, giungendo spesso a imporre alla moglie di turno il compito di recitare la parte della vittima per “provare” la recita delle torture che in seguito avrebbe compiuto. Se non aveva nessuno a disposizione, giungeva lui stesso a imitare la vittima, voce in falsetto, per testare alla perfezione i dialoghi della futura tortura.
Alle volte giungeva anche a vestirsi da donna e utilizzava alcune foto delle vittime precedenti per migliorare le future performances.

Due le modalità preferite da questo serial killer.
Da un lato amava travestirsi da tutore dell’ordine per avvicinare giovani vittime di sesso femminile, convincerle a seguirlo in macchina e quindi soggiogarle con la forza, trasportandole poi in luoghi preparati in precedenza per torturarle, stuprarle, umiliarle in ogni modo possibile. Spesso non riusciva comunque a raggiungere l’erezione e quasi sempre, forte del fatto che le vittime non lo conoscevano, lasciava libere le ragazze in qualche zona isolata.

L’altro modus operandi, quello che di solito lo portava all’omicidio vero e proprio, era quello di contattare degli agenti immobiliari di sesso femminile, farsi portare a visitare un appartamento vuoto e lì uccidere le malcapitate.
Uccise così, per esempio, Jean McPhaul a Bossier City in Lousiana nel 1982, impiccandola nella casa che lei gli aveva mostrato, trafiggendole il cuore con due stilettate, nessuna traccia di violenza sessuale.
La lista si allunga, fino a 8 casi provati ma con il sospetto che DeBardeleben possa essere coinvolto in molti altri omicidi.

Mike corrisponde quasi alla perfezione al profilo dello psicopatico sadico che possiamo trovare nella manualistica, fra i cui tratti tipici ricorrono:

Impersonificazione di agenti di polizia o militari;
Sequestro e trasporto della vittima in un luogo preparato in anticipo;
Costrizione fisica della vittima;
Distacco emotivo durante l'intero atto;
Lo stupro talvolta porta all’omicidio, spesso eseguito tramite strangolamento;
Il cadavere viene ben occultato;
Il criminale conserva precisi appunti delle sue imprese;
Le vittime di solito sono persone sconosciute;
L’attacco e metodico e ripetuto.

In più, secondo la classificazione di Roy Hazelwood (uno degli specialisti interpellati per il caso, insieme al notissimo John Douglas) che distingue 4 tipi principali e due minori negli stupratori seriali, DeBardeleben cascherebbe dentro il gruppo più pericoloso, quello chiamato Anger-Excitation.
Lo stupratore di questo tipo è molto metodico, intelligente, ha piani precisi e tende a ripetere l'evento ogni volta che gli è possibile, godendo della sofferenza della vittima piuttosto che dell'atto in sé e, grazie a un livello altissimo di capacità immaginativa, rivive il tutto infinite volte.

È interessante notare come i due elementi che hanno contribuito al “successo” di DeBardeleben, ovvero il narcisismo e la paranoia, contribuiscano poi anche alla sua rovina.
Da un lato la paranoia ti mantiene costantemente all’erta e vigile nei confronti di possibili pericoli, ma d’altro canto è un comportamento illogico e irrazionale e prima o poi, proprio per non riuscire a pensare in modo logico e razionale, verrai sorpreso dalle autorità.
Il narcisismo invece, se inizialmente ti aiuta a essere spavaldo e confidente in te stesso prima o poi ti porta a qualche tipo di errore per eccesso di confidenza e in sede di processo è fatale.

DeBardeleben sperimenterà i danni del narcisismo una volta catturato: si avviano ben sei processi nei suoi confronti e dopo qualche tempo il killer decide, proprio per narcisismo, di diventare il suo stesso avvocato ed è la rovina.
Viene giudicato colpevole in tutti i processi e il bilancio è disastroso: due ergastoli e 375 anni aggiuntivi.
Ricercato in molti stati per un numero incredibile di altri crimini, le autorità a questo punto lasciano cadere ogni accusa visto che DeBardeleben sarà ultracentenario prima di poter anche solo chiedere qualche sconto di pena.

Finisce quindi con una sorta di anticlimax la vicenda di uno dei più feroci serial killer che il mondo abbia mai visto: molti dei suoi crimini non verranno ulteriormente investigati, altri ancora non conosceranno mai le aule di un tribunale, rimane solo il fatto che DeBardeleben non potrà più predare su giovani donne indifese.

Altre schede di serial killer su Serial Killer Cyclopedia

venerdì 20 febbraio 2009

My name is Bruce

MY NAME IS BRUCE
2007, USA, colore, 86 minuti
Regia: Bruce Campbell
Soggetto/Sceneggiatura: Mark Verheiden
Produzione: Dark Horse Entertainment, Image Entertainment

Nella piccola città mineraria di Gold Lick in Oregon un gruppo di ragazzi, mentre passa la serata in un cimitero a ridere e scherzare, inavvertitamente spezza un antico sigillo che chiudeva la tomba di Guan-di, un demone cinese/dio della guerra che, finalmente libero, intende uccidere tutti i 300 e passa abitanti della città, per vendicare i cinesi morti molto tempo prima in un crollo.

Il ragazzo responsabile della profanazione è anche il fan numero uno della star di serie B Bruce Campbell e, nella disperata ricerca di un modo per sconfiggere Guan-di, si risolve a chiedere aiuto all’attore che, con le buone o le cattive, giunge a Gold Lick.

Qui, ottenuta la simpatia degli abitanti e pensando che si tratta dell'ennesimo film da girare, il Nostro affronterà con noncuranza il mostro, salvo poi scoprire che Guan-di non è certo un effetto speciale...

Suppongo che titolo e copertina dicano tutto.
Se conoscete e siete fan di questo attore, se siete addirittura giunti a leggere qualche pagina o comprare a busta chiusa il suo libro (Make Love the Bruce Campbell Way) allora non vi servirà nessuna recensione: avrete già divorato anche questo film, aggiungendolo alla lunga lista di pellicole che hanno decretato allo stesso tempo la sua consacrazione e la sua dannazione.
Se invece non sapete chi sia Bruce Campbell difficilmente potrà interessarvi una pellicola del genere: ne soffrireste per tutti gli enormi limiti ma non riuscireste a controbilanciare il tutto con i riferimenti, le battute, le citazioni e tutto il resto.

Ormai giunto a un centinaio di ruoli in curriculum e al secondo lungometraggio in cabina di regia (senza contare documentari e prodotti televisivi), Bruce pare così a suo agio nel ruolo di attore di serie B da giungere a scherzarci e rifletterci (non senza qualche amarezza) per un’ora e mezzo, regalando ai suoi ammiratori una pellicola tanto legnosa e dilettantesca quanto divertente e perfettamente conscia dei moduli narrativi usati in tanta, tanta spazzatura horror nel corso dei decenni.

Ritengo che Campbell sia un attore più dotato di quanto lui stesso possa pensare e che lui stesso sia stato per ora il suo più grande nemico, accettando troppo spesso copioni orribili.
Ma, d'altra parte, è anche vero che ha saputo con il tempo crearsi una carriera dal nulla, affiancando ai lavori con registi del calibro di Raimi e fratelli Coen certi piccoli gioielli come Bubba Ho-tep e sapendo differenziare passando con agilità da cinema a televisione, dalla recitazione alla produzione e mostrandosi molto, molto attento alla comunità dei fan, girando in lungo e largo gli USA in occasione delle promozioni delle pellicole.

Script e regia sono quasi inesistenti e il tutto si riduce a stanche (ma occasionalmente divertenti) battute razziste (cinesi su tutti, of course, ma anche i rednecks vengono presi di mira) od omofobiche (la coppia di vecchi gay che gestisce il negozio di armi) che se non fosse stato presente Campbell non avrebbero mai trovato sbocco.
Con qualche sforzo in più si sarebbe potuto realizzare un film magari bruttino ma comprensibile a una base di spettatori più allargata, così ci troviamo di fronte a una parodia di se stessi che a tratti imbarazza.

Detto questo, mi sono divertito come un bambino e ho riso ad alta voce più volte nei punti obbligatori (specie quando vengono trattate male vecchiette, veterani di guerra in carrozzella e gatti), ho ammirato varie comparsate (Ted Raimi in tre diversi ruoli, fra i quali un pittore italiano baffuto) e sospirato quando Bruce, per un breve istante, torna a maneggiare la motosega.

Persino la colonna sonora gioca alla citazione continua fra il Danny Elfman de L’armata delle tenebre e alcuni momenti herrmaniani.
Altri motivi per vedere il film?
Beh, c’è una certa soddisfazione a vedere Bruce trattare male i suoi fan nerd consigliando loro di lavarsi e non avevo mai visto prima d'ora combattere un antico demone cinese a colpi di tofu in scatola ma immagino ci sia una prima volta per ogni cosa.
Anche la guerra di coscienza fra il Bruce angioletto e quello diavoletto non è male ma tutto questo materiale sulla carta prometteva ben di più di quanto poi è stato realizzato.

Quando nel vostro curriculum ci sono più di 30 ruoli listati sotto la categoria “as himself” vuol dire che avete davvero puntato molto su una certa mancanza di divisione fra persona reale e persona immaginaria e vuol anche dire che siete un personaggio ben riconosciuto.
My name is Bruce ribadisce e cristallizza questo concetto, divertendo a tratti, ma rendendo a questo punto obbligatorio per Campbell un salto di carriera.
Salto che forse è già in attuazione, visti ruoli come quello de Il Mistero del bosco e la serie televisiva Burn Notice - Duro a morire.

Collegamenti:

Sito ufficiale
Recensione Memorie di un giovane cinefilo
Bruce Campbell Site
Recensione Il grande inverno
Mitologia cinese
Burn Notice

Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:

giovedì 19 febbraio 2009

Bunyip



Nome: Bunyip

Apparenza fisica: Fra i vari resoconti di incontri e quanto narrato nel folklore non si riesce a ricavare una descrizione univoca del Bunyip, che appare di solito come una creatura grande quanto un cane o, in casi estremi, addirittura come un vitello o un piccolo ippopotamo, spesso dotata di pinne al posto delle zampe, con muso generalmente canino.

Può essere coperto da una folta pelliccia o, più raramente, dotato di piume e nella maggioranza dei casi si riscontra la presenza di una coda da cavallo. Questo mostro varia le sue sembianze a seconda della regione australiana presa in esame, e nei casi più particolari sembra un ibrido fra un armadillo e un enorme cane.

Altre caratteristiche anatomiche ricorrenti sono le zanne, simili a quelle di un tricheco e, talvolta, dei corni. Sembrano esserci due precise e distinte sottospecie, identificabili in base alla lunghezza del collo che in un caso è straordinariamente lungo e serpentiforme. La degenerazione di questo ultimo tipo è il caso estremo del Bunyip talvolta descritto come un enorme serpente acquatico lanuginoso.

Zona d’origine e habitat: Il memetat di questa creatura è l’Australia o meglio i laghi, paludi, fiumi, stagni e billabongs, ovvero brevi tratti di fiume che, esclusi dal corso principale, si sono trasformati con il tempo in specchi d’acqua immota.

Caratteristiche particolari: Il Bunyip aveva al tempo un metodo di caccia molto particolare: agiva esclusivamente di notte, emettendo un grido molto forte e acuto, in grado di terrorizzare e paralizzare animali e uomini che venivano quindi catturati, trascinati nell’acqua e quindi divorati.

Con il tempo questo mostro ha conosciuto uno slittamento, passando dal mito alla cripto zoologia ed è cambiato leggermente anche il suo modo di cacciare e ora il Bunyip giace appostato appena sotto il pelo dell’acqua, ove attende il passaggio di qualche preda. In genere comunque questa creatura è diventata molto meno aggressiva con il passare dei secoli e generalmente ora si limita a difendere il proprio territorio, attaccando occasionalmente prede inermi che si avvicinino all’acqua in modo incauto.

Storia e avvistamenti: L’origine del Bunyip risale al folklore e alle leggende degli aborigeni. La creatura, il cui nome significa qualcosa a metà strada fra demone e spirito, abitava la Terra fin dalla notte dei tempi e, come molte creature mitologiche di quell’epoca, odiava il genere umano e si nutriva spesso di donne e bambini.

Gli aborigeni avevano la tendenza di evitare corsi e specchi d’acqua ogni volta che sentivano qualche verso particolarmente terrorizzante provenire dal folto della vegetazione e reputavano il Bunyip responsabile di parecchie epidemie.

Con l’arrivo dell’uomo bianco nel continente australiano la storia di questa creatura muta radicalmente, si sviluppa la convinzione che si tratti di qualche tipo di animale non ancora catturato e meglio identificato, si moltiplicano gli avvistamenti di Bunyip in giro per il continente.

La maggior parte degli avvistamenti si concentra nel diciannovesimo secolo, ma alcuni occasionali incontri continuano anche nei nostri giorni.

1846: viene ritrovato uno strano teschio sulla riva del fiume Murrumbidge e viene sbrigativamente catalogato come appartenente al Bunyip, scatenando una vera e propria epidemia di avvistamenti, il picco lo si raggiunge l’anno seguente quando il teschio viene persino esposto per alcuni giorni in un museo a Sidney.

1847: viene avvistato un Bunyip dal collo lunghissimo e con una testa appuntita mentre pascola in una zona alluvionata.

1852: due uomini si imbattono in un esemplare lungo un metro e venti che nuota tranquillamente nel Lago Tiberias in Tasmania. Viene descritto come avente il muso di un bulldog, pelliccia nerastra e pinne.

1872: tre uomini avvistano un Bunyip nella Laguna Midgeon, nel Nuovo Galles del Sud. Differisce dalla media degli avvistamenti in quanto è dotato di pelliccia molto folta e straordinariamente lunga.

1886: alcuni uomini scorgono uno di questi criptidi, questa volta dalla pelliccia bianca, vicino a Canberra, e gli tirano pietre finché non scompare dalla vista.

Gli avvistamenti, dopo questo periodo, si diradano ma anche lungo tutto il ventesimo secolo questa creatura verrà scorta da molte persone, in particolare nei pressi dei bacini artificiali e delle dighe.

Curiosità: Vi sono alcune possibili spiegazioni alla base del mito e degli avvistamenti di questa creatura.
Da un lato gli aborigeni potrebbero avere qualche memoria ancestrale di una creatura realmente esistita in Australia, il Diprotodon, un gigantesco marsupiale, estintosi circa 10000 anni fa, erbivoro, delle dimensioni di un piccolo rinoceronte, dalle abitudini probabilmente simili a quelle del tapiro e forse dell’ippopotamo, ce avrebbe potuto essere facilmente scambiato con un Bunyip.
Anche altri esemplari di megafauna ormai estinta, come il Procoptodon (un antenato del canguro) o il Quinkana (un coccodrillo primitivo) potrebbero avere qualcosa a che fare con questo criptide.

Gli avvistamenti attuali potrebbero invece avere alla base alcuni tipi di foca, che hanno talvolta l’abitudine di risalire i fiumi partendo dal mare: chi, vivendo nell’entroterra e non essendo abituato alle creature marine, dovesse avvistare questi animali per la prima volta potrebbe facilmente scambiarli per dei Bunyip.
Contribuiscono ad ingarbugliare i fatti gli innumerevoli animali dai versi molto forti, in particolare alcuni tipi di uccelli, che sono in grado di spaventare chi non ne conosca con precisione la fonte.

Come si può facilmente immaginare, il Bunyip ha avuto nel corso degli anni un forte impatto sulla cultura popolare, in particolar modo, ovviamente, su quella australiana.

Esso compare in tutta una serie di fiabe e libri per bambini e ha dato il nome a un fiume nella Victoria meridionale e a una città, oltre a un noto settimanale pubblicato nell’Australia del sud.
Il Bunyip compare poi in molti giochi, fra i quali dobbiamo ricordare almeno un episodio di Final Fantasy e il gioco di ruolo Advanced Dungeons and Dragons.

Altre schede di mostri come questa su il Teratonomicon