venerdì 30 gennaio 2009

Boogeyman 3

BOOGEYMAN 3
2008, USA, colore, 94 minuti
Regia: Gary Jones
Soggetto/Sceneggiatura: Brian Sieve
Produzione: Ghost House Pictures

La figlia dello psichiatra di Boogeyman 2 torna al college dopo aver scoperto, in alcuni diari, che il padre aveva ipotizzato la reale esistenza di quel mostro soprannaturale.

La poveretta viene infine uccisa dal Boogeyman, dopo una serie di apparizioni, ma la gente pensa che si sia suicidata e inizialmente solo Sarah ha qualche dubbio: è sicura di aver visto l'Uomo Nero mentre uccideva la ragazza.

Si diffonde così nel campus un clima di allarmismo, la gente scompare e viene uccisa dalla creatura e più ne parla più il Boogeyman si rinforza fino a quando…

È una fortuna che si possa usare la parola Boogeyman nello scrivere di questo film, perché le altre due opzioni, italianizzate, avrebbero posto dei seri problemi.
Babau, cioè, dai, andiamo, è ridicolo, io piuttosto che farmi ammazzare da un "Babau 3" mi suicido ascoltando tutta la discografia di Tenco in cuffia in loop; e Uomo Nero, belin, ammetterete che dopo l'elezione di Cicciobello Bombardiere diventa difficile denigrare i negri (cioè decolorarli?) e gli Uomini Neri: arrivano subito i politically correct e vi picchiano, yes they can (but not in my name!).

Vi ricordate Boogeyman 2?
Ve lo ricordate bene?
Che peccato, avete sprecato dei kappa di memoria, perché il terzo episodio non c’entra una cippa con il secondo, a parte l’utilizzo di alcuni personaggi e la menzione di fatti e accadimenti.

Nel secondo aveva vinto la Ragione e il Boogeyman era diventato una persona reale, un serial killer (che fra l’altro, ehi, è scappato alla fine del film ed è ancora in giro, magari lo recuperano nella quarta pellicola) mentre ora, poveri voi, dovete riconvertirvi all'Oscurantismo, al sonno di Goya e al Medio Evo: il Boogeyman è una sorta di mostro soprannaturale con il potere di vivere nei posti più stupidi del mondo (andiamo, persino in una lavatrice! E piena di panni sporchi!) e da bravo psicovoro si nutre delle vostre paure: più credete alla sua esistenza più, insomma, lui esiste. Tipo Dio.
Sono cose di alta filosofia, alla Matrix. Se ne esce scossi ma sapienti.

La Ghost House ci tiene molto a confermare la sua fama di casa di produzione dal livello mediocrissimo e sforna l’ennesima pirlata, che è però più sopportabile del predecessore (non che questo voglia dire molto).

Brian Sieve deve averci preso gusto perché torna a scrivere del Boogeyman dopo il secondo episodio e lo fa appunto confondendo le carte, tornando a girare dalle parti del soprannaturale più facilone e scontato e lasciando il regista Gary Jones (in curriculum un sacco di robaccia: Mosquito, Spiders, Ghouls, Xenophobia…) alle prese con uno script dal quale nemmeno un Dio della Celluloide sarebbe riuscito a cavar fuori una pellicola discreta.

Eccoci quindi nel consueto, amato campus, con i consueti, amati cerebrolesi studenti americani: sono più o meno tutti presenti all’appello, la bionda è regolarmente più svampita della mora e il ragazzo della mora-scassacazzo-fobica è serio, bello, biondo, buono e con la testa a posto, c’è persino il nero che fuma la droga pericolosa dal bong!
Sono scosso dallo spaccato sociale ivi proposto.
E infatti chi di bong gode di bong muore: è un famoso detto dei teen slasher americani che qui, mi spiace spoilerarvi il tutto, si avvera tragicamente.

Come dite? Sto prendendo troppo per il culo? Beh, perché cosa pensate che abbia fatto il regista con chiunque abbia avuto la sventura di buttare un’ora e mezza della sua vita a guardare questa porcata?
C’è una regola che considero ferrea nell’horror di un certo tipo: non mostrare il mostro.
Se scegli di farlo devi essere davvero un tipo in gamba e Gary Jones dovrebbe probabilmente tornare a girare Hercules e Xena, perché rivela fin dall'inizio il mostro, che pare il figlio down di Shagrath dei Dimmu Borgir, senza che il padre gli abbia prestato nemmeno il chiodo o le mazze ferrate.

Il film recupera solo qualche tacca di interesse nella zona barely legal, come fa notare l’ottimo Doom di Best & Worst # 5, con l'inserimento di qualche gustosa scena alla Porky's, su tutte il fugace bagno iniziale della figlia del professore, che non raggiunge la prima di seno e ha un culetto over-iper-succulento.
Poca cosa, lo so, ma quando l’alternativa è spruzzarti gli occhi con il diserbante pur di non vedere simili menate, ti aggrappi a tutto e tutte.

E a proposito di bagni…
Possibile che le protagoniste degli horror ogni volta che vanno a farsi un bagno caldo spendano intorno ai cinquanta euro minimo in candele da mettere alla cazzo nei pressi di dove poggi la testa? Roba che se ti rilassi un secondo pigli fuoco, se invece sopravvivi, ogni volta che ti lavi spendi un bordello...

Mai visti tutti insieme tanti litri di sangue così finto, spero che li abbiano poi recuperati per utilizzarli in qualche altro film altrimenti chissà il budget che impennata.
Si procede quindi con la solita mattanza, con le varie morti già viste mille altre volte e con ben tre finalini uno dopo l'altro, fra i quali è pregevole quello inerente la scelta della protagonista, peccato venga poi sepolto da ulteriore idiozia.
Nulla da salvare, dalla recitazione alla regia passando per tutto un cast tecnico televisivo e/o anonimo.
Sam Raimi dovrebbe vergognarsi di aver fondato una casa di produzione così fetente.

Perché guardo ancora queste cose?
Per evitare a voi visioni inutili.
Dovreste mandarmi regali a casa.
E soldi.
E delle barely legal.
Tante.

Collegamenti:

Best & Worst # 5 kicks serious ass!
Dimmu Borgir.it
Ghost House Pictures
Barely Legal
Il Babau
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Filmato:

mercoledì 28 gennaio 2009

La notte dei girasoli

LA NOTTE DEI GIRASOLI
(La nohe de los girasoles)
2006, Spagna/Francia/Portogallo, colore, 123 minuti
Regia: Jorge Sánchez-Cabezudo
Soggetto/Sceneggiatura: Jorge Sánchez-Cabezudo
Produzione: Backup Films, The Film, Alta Films

Nei boschi circostanti un paesino spagnolo viene scoperta una grotta e le autorità locali invitano un noto geologo-speleologo per esplorarla, nella speranza che la zona, in via di spopolamento, possa riceverne un impulso turistico.

Ad aiutare lo speleologo arrivano la sua ragazza e un fotografo, che si calerà insieme a lui. Ma quando la ragazza, in attesa che entrambi tornino dalla spedizione, verrà violentata da un killer e stupratore seriale, gli eventi precipiteranno in una assurda spirale di violenza.

Becchiamoci l’ennesima strapazzata dalla Spagna: mentre noi qui in Italia scriviamo, produciamo e giriamo film di merda, salvo poi giocare al tutti contro tutti e dare la colpa di volta in volta a chiunque capiti sotto tiro (è il bello del cinema, non è mai colpa del singolo!), negli altri Paesi europei continuano a sfornare horror e thriller di qualità e noi ci facciamo persino fottere dal Portogallo che entra in co-produzione per un gioiellino come questo La notte dei girasoli.

Partendo dalla figura di un quieto stupratore seriale, quasi un ragioniere della violenza sessuale, a tratti sprovveduto (interpretato ottimamente da Manuel Morón), lo sceneggiatore e regista cambia quindi tono e tema e vira nei territori del grottesco, del sonno della ragione e della imbecillità che genera dolore e morte.

E nessun setting poteva essere migliore di questo villaggio morente, dal quale le persone scappano di anno in anno e nel quale i pochi superstiti passano il tempo fra litigi, vecchi rancori e ruberie assortite.
Una ghost town perfetta per una serie di personaggi già da tempo morti dentro, che, sconfitti dagli eventi, dalla propria codardia e da mille altre cose continuano con la loro mesta imitation of life e quando il caso li mette di fronte a una svolta cruciale, reagiscono nel peggiore dei modi.

Errore si accumula su errore in una narrazione non lineare che punta in egual modo su fascino dei personaggi e bellezza del paesaggio rurale, e se alcune metafore e simboli (i girasoli, la discesa nella grotta su tutti) risultano un tantino rozzi e compiaciuti c'è per nostra fortuna un ottimo insieme di attori a reggere le sorti del film.
Nessuno si salva in un progressivo gioco di corruzione che trova terreno fecondissimo in questo gruppo di sventurati dai sogni infrantisi troppo presto o rimasti per sempre sepolti in un cassetto, e alla fine della vicenda il villaggio avrà perso ben altro che uno dei suoi vecchi abitanti.

Jorge Sánchez-Cabezudo, qui al suo esordio sulla lunga distanza dopo due cortometraggi, sfrutta con ottima lena la struttura a episodi, ognuno dedicato a un singolo personaggio, e diluisce i colpi di scena badando a non perdere mai di vista il paesaggio e giungendo a un effetto di stratificazione che arricchisce la visione totale come mai avrebbe potuto fare una narrazione più lineare.

Se un appunto si può muovere è all’eccessiva meticolosità del regista, che a furia di approfondire, dilungarsi e precisare finisce con lo sfondare il muro delle due ore, durata eccessiva per un film dal ritmo così letargico.
Ennesimo tassello nel grande affresco del gotico rurale spagnolo (e la menzione finale sulle api suona come omaggio a Lo spirito dell'alveare), La notte dei girasoli brilla anche per la serietà con la quale si riesce a evitare ogni tipo di stereotipo su contadini e comunità isolate.
Fosse stato girato in USA si sarebbero sprecati gli hillbillies mutanti e i cugini che scopano fra di loro e con le capre, mentre qui non abbiamo altro che una serie di individui mediocri, storditi dalla televisione come i loro parenti delle metropoli e incapaci di ragionare con chiarezza e spezzare il circolo vizioso della sconfitta e della menzogna.
È anche un tentativo di riflessione morale, un avviso sull’impossibilità dell'identificare Bene e Male e di come alle volte anche chi è animato dal primo finisce con il commettere il secondo.

Girato nella zona montagnosa e povera di Las Hurdes, La notte dei girasoli ha riscosso buon successo di critica, è stato presentato a Venezia e si è beccato anche tre nomination ai Goya, passando poi fugacemente in sala da noi, a quanto pare, senza lasciare grande traccia di sé.

Da recuperare per avere un quadro ancora più chiaro di tutto quello che di bello sta accadendo in Spagna.

Collegamenti:

Recensione di Ale55andra
Recensione LoudVision
Recensione Il Cinefilante
Recensione Papaboys
I Girasoli
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Filmato:

lunedì 26 gennaio 2009

Repo! the Genetic Opera

REPO! THE GENETIC OPERA
2008, Paese, colore, 98 minuti

Regia: Darren Lynn Bousman

Soggetto/Sceneggiatura: Darren Smith e Terrance Zdunich

Produzione: Burg/Koules Productions, Twisted Pictures


In seguito a una tremenda epidemia, la Terra di un futuro prossimo ha subito la perdita di milioni di abitanti e proprio quando le cose sembrano volgere al peggio per l’umanità, ecco che spunta la Geneco che assicura trapianti accessibili a tutti.


Si può pagare con comode rate.
Ma cosa succede se per qualche motivo non si hanno i soldi per saldare il conto?
Semplice, grazie a delle leggi emanate dal governo la Geneco è autorizzata a mandarvi a casa i suoi agenti per riprendersi i vostri organi!


Leggendo vari brandelli dell’enorme hype generato in questi mesi da tantissimi siti che aspettavano con ansia questo Repo! mi chiedevo cosa potesse spingere qualcuno a sperare in un buon prodotto.
Il regista se ne veniva da tre terribili episodi di Saw, uno più spento dell'altro e riciclava qui una sua vecchia idea, costringendo in pratica i produttori a finanziargli un suo antico sogno in cambio della sua fedele militanza in una delle franchise horror che hanno generato più soldi di recente.
E quando la locandina di un film recita come giudizio positivo quello di un sito web, e nemmeno uno dei migliori...

Lasciar liberi i cineasti di seguire i propri sogni è cosa buona e bella se detti cineasti sono capaci di osare almeno nei sogni, ed è preferibile il fallimento pasticciato e debordante di un Neil Marshall nel confuso ed eccessivo Doomsday che la minestrina riscaldata che ci propone Bousman in questo horror-musical che non ha nulla né del primo né del secondo genere di riferimento.

Sarebbe facile bollarlo come il Rocky Horror Picture Show della retarded MTV generation, ma sarebbe anche troppo generoso nei confronti di una pellicola in cui noia, banalità, prevedibilità e stereotipo sono le parole chiave.

Bousman ha un immaginario così minuscolo e datato che non riesce a far altro che riciclare ideuzze prese in giro in vari video musicali, sfornando un prodotto che genera imbarazzo in chi lo deve recensire.
Si avverte in ogni angolo il disperato tentativo di questo inetto nel cercare di filmare un nuovo cult e posso immaginare che, quando e se arriverà in Italia, questo spreco di celluloide potrà convincere un target molto specifico di bloggers e pubblico, ma rimane anche la speranza che il tutto non raggiunga mai lo stivale: una volta tanto sarei contento per la pessima distribuzione.

Purtroppo per Bousman i cult non si possono allestire in laboratorio, diventano tali grazie al passaparola del pubblico e Repo è un Frankenstein imbellettato alla Marilyn Manson che non ha grandi speranze di passare alla storia dell'horror, o del musical se per questo.
Servirebbero attori capaci di cantare e ballare e dei compositori in grado di scrivere musica.
La prova del nove la ottenete chiudendo gli occhi e ascoltando la colonna sonora: se riuscirete ad ascoltarla fino in fondo o siete sordi, o siete santi o vi hanno legato alla sedia. oppure, per fare i democratici, avete gusti e percorsi musicali molto, molto diversi dai miei.

Quando non si agonizza per la noia si soffre per le orribili voci dei vari cantanti e per la musichetta da midi-metal-industrial-baroque che, priva della minima inventiva, rimbalza di scena in scena sempre uguale a se stessa. Immaginatevi un blasfemo mix fra goticoni, emo, presenzialisti del Grand Guignol, pop core d’accatto e ancora non vi avvicinerete a tale bruttura sonico-visiva.

Mai un guizzo di fantasia, mai una frase, un costume, una scenografia, un rossetto, un qualsiasi cosa che riesca a sorprendere, a giungere inaspettato, a turbare, deliziare, divertire o interessare.
Mai.
Un minuto si succede all'altro e forse l'unica sorpresa è che l'atto finale sul palco giunga tutto sommato abbastanza tardi. Non che cambi qualcosa perché è esattamente uguale al resto del film, con la comodità di girare il tutto su un palco invece che cambiando di volta in volta il set.

Non avendo cantanti, si vorrebbe avere almeno degli attori, ma solo pochi nel cast possono essere fatti rientrare nella categoria.
Bill Moseley, mi spiace per gli horror fan, è ben poca roba, e lo è sempre stato: se si pensa alla sua carriera ha fatto più castronerie che cose decenti e vive di una fama immeritata, mentre sembra incredibile che ci sia ancora qualcuno disposto a pagare Paris Hilton per scimmiottare se stessa sul palco e pensarla come una trovata geniale.
Come si chiama un essere di sesso femminile che latra?
Alex Vega invece ha la vocina di Titti (non è un complimento) mentre Paul Sorvino lo ha fatto per i soldi (e lascia intravedere un certo imbarazzo); salverei giusto di striscio Terrance Zdunich che sembra recitare assai meglio di come scrive e compone e certi momenti di Anthony Head nei panni del Repo Man.
Ingiudicabile invece Nivek Ogre nei panni (e maschera) di Pavi, ma farà contento chi come me è un fan degli Skinny Puppy.

Di solito sui film brutti come questo verrebbe da scherzare, ma quando si deve sopportare la Hilton mentre storpia uno dei testi più famosi dei Beatles verrebbe da prendere il bisturi che menziona e farne un uso karmico.
Il manifesto più grande e allarmante dell'incapacità a narrare di Bousman è nei tremendi quadretti riassuntivi a fumetti, pugno nell'occhio e scappatoia di comodo insopportabile.

Ogni elemento di questo film è come se fosse la trasposizione di un vago sentito dire, diluito e banalizzato di giro in giro: il fetish è come si immagina il fetish chi ne ha letto talvolta su GQ, Cosmopolitan o Vanity Fair, stessa cosa per ogni altro elemento, una pestifera, esiziale patinatura pop avvolge ogni aspetto della produzione, ovviamente facendo i suoi danni peggiori su trucco, costumi e scenografie, tutti derivativi di derivativi di derivativi.

Se Repo! fosse stato un video musicale sarebbe stato molto più sopportabile: tre minuti e mezzo e via. Così è una tortura inenarrabile alla quale vi prego di non sottoporvi se non per ottimi motivi. Film petulante e supponente, da gettare a calci nel dimenticatoio.

Deve essere terribile girare tre Saw inghiottendo duro e pensando "poi ve la faccio vedere io" e infine, come progetto di tutta una vita, sfornare questo gas impalpabile e snob. Non rimane che tornare alla carriera di yes man per James Wan e soci...

Collegamenti:

Sito ufficiale
Skinny Puppy
Il sito appropriato per una intervista al regista
Death to false fetish/latex!
Blog di una stalker di Bousman. Peccato sia cortissimo e vecchio.
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Filmato:

sabato 24 gennaio 2009

Robert Berdella

Nome Completo: Robert Berdella
Status: Morto in carcere
Nato il: 31 gennaio 1949

Morto il: 8 ottobre 1992

Vittime Accertate: 6 ma si sospetta fino a 20

Modus Operandi: Attirava giovani ragazzi a casa per poi drogarli, stuprarli, torturarli e infine ucciderli

Armi di preferenza: Soffocamento, avvelenamento, scosse elettriche e altro


Poco si sa dell'infanzia di Robert Berdella: nato a Cuyahoga Falls (Ohio), figlio di un operaio della Ford e di una casalinga, battezzato Cattolico, passa una infanzia relativamente tranquilla sebbene il padre lo picchi occasionalmente con una cinghia e preferisca nettamente l'altro figlio.
Pur ottenendo voti generalmente alti viene reputato un alunno problematico cui è difficile insegnare.
Frequenta un istituto d’arte e cominciano i primi problemi: tortura alcuni animali (cani, volatili) e in una occasione sperimenta su un cane diverse sostanze per iniezione.

Il suo sedicesimo anno di età è decisivo, quasi un anno zero che determinerà tutti i futuri sviluppi: nello stesso anno muore suo padre (e la madre si ri-sposa in breve tempo), Robert cessa di frequentare la chiesa, viene stuprato da una persona con cui lavorava in un ristorante e assiste in televisione al film The Collector, tratto dal noto romanzo di John Fowles.
Da qui in avanti è un insieme di esperienze tipiche: viene arrestato (e rilasciato) due volte per spaccio di droga, si rende sempre più conto della sua omosessualità anche se fin verso i 30 anni non sarà sessualmente molto attivo, diventa un ottimo cuoco, ricercato da molti locali della zona e scrive persino qualche recensione di ristoranti per periodici di Kansas City.

Compra la casa in Charlotte Street e decide di affittare una bancarella nel locale mercato delle pulci, che battezza Bob’s Bazaar Bizarre: vende il consueto paraphernalia legato all’esoterismo. L'attività cresce con il tempo al punto che Berdella la preferirà alla carriera di cuoco (1981).

Il periodo fra il 1982 e il 1984 è l’altro momento focale, il secondo salto quantico nella vita di questo serial killer, dopo il suo sedicesimo anno di vita: nell'82 con il suo outing, vive per alcuni mesi una intensa storia d'amore con un reduce del Vietnam, una persona problematica che lo segna profondamente per poi lasciarlo dopo breve tempo.
Robert per reazione comincia a frequentare il mondo della prostituzione maschile, i tempi sono maturi per tradurre in realtà le visioni che tanto lo avevano colpito mentre guardava The Collector.

Per narrare le sue atroci gesta si può benissimo cominciare dalla fine, ovvero da quando la polizia, il 2 aprile del 1988, in seguito a una telefonata, accorre nei pressi di Charlotte Street, Kansas City. Gli agenti soccorrono un uomo evidentemente malconcio: occhi arrossati, un piede gravemente ferito, vari segni sul corpo, nudo con la sola eccezione di un guinzaglio da cane al collo.

L’uomo, in evidente stato di shock, impiegherà un po’ a rilasciare la sua deposizione che darà il via alle indagini. Chris Bryson, questo il suo nome, asserisce di aver seguito, alcuni giorni prima, Bardella in casa sua: Bryson (22 anni) è un prostituto ed era convinto di poter fare qualche soldo facile e di non avere nulla da temere da un Bardella evidentemente bello rotondo e fuori forma.
Una volta in casa Bryson rimane perplesso dalle condizioni del piano terra: pile di immondizia, giornali, avanzi sparsi per tutto il pavimento e un forte odore di feci di cane.
Berdella possiede tre Chow Chow e convince la sua vittima a salire al piano di sopra per stare un po’ tranquilli ma, quando Bryson è quasi arrivato al primo piano viene stordito da un colpo alla nuca e, barcollante, avverte una puntura al collo: la botta combinata con la droga mandano ko il ragazzo.

Cominciano così per Bryson 4 giorni di terribile torture, legato a un letto: sgorgante negli occhi, scosse elettriche ai testicoli, stupri, pestaggi con tubi e minacce di morte nel caso non si adatti al suo nuovo ruolo di schiavo sessuale.
“Se non fai il bravo finirai nella spazzatura come gli altri” gli diceva Berdella mostrandogli delle polaroid di ragazzi legati e torturati. Alcuni parevano morti.

Bryson riesce a liberarsi per una trascuratezza di Berdella, che il 2 aprile lo lega con le mani avanti invece che dietro, lasciandolo poi da solo: il ragazzo riesce a bruciare le corde con alcuni fiammiferi e a liberarsi, gettandosi poi dalla finestra e arrivando in strada.
Inizia quindi una lunga indagine che, attraverso la perquisizione della casa, rivelerà come dietro la consueta facciata da bravo cittadino (partecipava persino a ronde cittadine contro il crimine) Berdella nascondesse una personalità sadica e assetata di controllo.

Il killer teneva un accurato diario nel quale riportava con pignoleria ogni tipo di tortura effettuata sulle sue vittime, con conseguente risposta psico-fisica del paziente.
Attraverso la consultazione di queste note, vari interrogatori del killer, ricerche sul luogo e testimonianze assortite si può ricostruire una timeline approssimativa riguardante i sei omicidi e le rispettive modalità.

Luglio 1984. Comincia a frequentare un giovane prostituto, Jerry Howell (19 anni), lo porta in casa, lo droga, lo lega al letto, lo stupra ripetutamente.
Howell muore dopo un giorno di questo trattamento, per asfissia. Robert lo appende a testa in giù e lo scanna, facendo colare via il sangue, in seguito lo taglia a pezzi che chiude poi in sacchi della spazzatura, sbarazzandosene. Durante l'intera operazione tiene un diario molto aggiornato.

Aprile 1985. Invita un conoscente, Robert Sheldon, a stare a casa sua. È intenzionato a drogarlo e usarlo come schiavo sessuale ma Sheldon lamenta malesseri a causa delle droghe e Berdella lo porta addirittura da un medico, salvo poi tornare a drogarlo con sedativi, legarlo al letto e procedere a torture e stupri per parecchi giorni.
Arriva un operaio a lavorare sul tetto della casa e il killer opta per uccidere Sheldon (sacchetto sulla testa), facendolo poi dissanguare nella vasca da bagno.
Lo smembra e ne butta nuovamente i resti nell’immondizia, tranne la testa che seppellisce in giardino.

Nel corso di questo anno altre due persone (Mark Wallace e James Ferris) subiscono lo stesso trattamento.

Giugno 1986. Incontra un gigolò che conosceva da qualche tempo, Todd Stoops e lo invita a casa. Solito procedimento di droga e torture, ma questa volta il tutto dura parecchie settimane e le torture diventano sempre più violente, compresi episodi di fist fucking particolarmente traumatici che provocheranno infine la morte di Stoops per lacerazione dell'ano e conseguente setticemia che Berdella tenterà di curare con iniezioni di antibiotici per cani miste a sgorganti e liquidi vari.

Giugno 1987. Invita a casa un vecchio amico appena uscito di prigione, Larry Pearson. Lo droga e lo tortura per 6 settimane: a un certo punto Pearson riesce a ribellarsi e morde con forza il pene di Berdella che deve recarsi in ospedale, dove lo invitano a farsi ricoverare per una operazione, Prima del ricovero Berdella avvolge un sacchetto di plastica in testa a Pearson e, tornato a casa alcuni giorni dopo, ancora debole per l'operazione, si libera del corpo come al solito, ma tiene la testa che seppellisce nel giardino al posto di quella di Sheldon.
Il teschio di Sheldon, recuperato, viene tenuto in bella mostra in camera da letto, insieme a un sacchetto contenente denti umani.

Pearson sembra essere la sua ultima vittima in quanto nel 1988 Berdella verrà arrestato in seguito alla fuga di Bryson e infine processato e trovato colpevole di 6 omicidi. Seguirà la solita trafila di richieste di rinvio e trucchi legali, con la particolarità che Berdella patteggerà con le autorità: si dichiara colpevole dei 6 omicidi e in cambio ottiene la commutazione da pena di morte a ergastolo e la polizia rinuncia a ulteriori perquisizioni della casa.
In carcere Berdella si lamenterà spesso delle condizioni di vita, con particolare menzione per un suo reclamo riguardante gli scarafaggi presenti in cella, richiamo che farà scalpore e spingerà una radio locale a chiedere ai suoi ascoltatori di raccogliere scarafaggi e inviarli in busta al povero serial killer.
Parlando con altri detenuti il killer affermerà di avere ucciso una ventina di persone ma non saranno possibili ulteriori indagini.
Robert Berdella morirà per infarto nel 1992.

Rimangono alcuni punti insoluti in tutta la vicenda, vuoi per trascuratezza nelle indagini, vuoi per falsi scoop creati ad arte dai media, vuoi per la solita montagna di dicerie che accompagnano casi come questo.

Si è detto a più riprese che Berdella agisse dietro gli ordini di una non meglio specificata setta satanica, ma vari interrogatori non hanno mai portato a nulla di concreto, così come è impossibile determinare se il killer abbia dato da mangiare carne umana ai suoi cani.
Alcuni affermano che l’assassino sia morto in carcere non per infarto bensì per avvelenamento, ma non è mai stata effettuata una autopsia sul suo cadavere.

Occorre rimarcare come sia già la seconda volta che, in occasione dello studio di casi di serial killer, faccia la sua comparsa il Collezionista di John Fowles, vuoi sotto forma di romanzo o di film da esso tratto.

Altre schede di serial killer su Serial Killer Cyclopedia

venerdì 23 gennaio 2009

Snakes on a plane

SNAKES ON A PLANE
2006, USA, Colore, 105 min.
Regia: David R. Ellis, Lex Halaby
Soggetto/Sceneggiatura: John Heffernan e Sebastian Gutierrez, sulla base di una storia di Heffernan e David Dalessandro
Produzione: New Line e varie

Siete uno di quei turisti sportivi che si catapultano alle Hawaii per spendere giornate intere fra tavole di surf, pistonate enduro su motociclette e altre attività del genere.
Durante una escursione nel mezzo della giungla assistete a un omicidio da parte di un potente boss della malavita.
Riuscite a fuggire; l’FBI (nei panni di Samuel L. Jackson) vi prende sotto la sua ala protettiva e vi trovate a bordo del primo volo per Los Angeles, testimoni chiave in grado di incastrare il pericoloso malvivente.

Il problema è che non avete a che fare con un criminale comune: il boss, per eliminarvi, non esita a mettere a bordo dell’aereo circa 450 serpenti velenosissimi la cui ferocia viene amplificata da un feromone liberato ad arte pochi minuti dopo il decollo.
Personale e passeggeri dovranno ben presto lottare per la propria vita contro ogni genere di avversità, dai rettili al tempo atmosferico, dalla stupidità umana alle avarie di bordo…

Riassunto su carta, Snakes on a plane sembra frutto di un summit fra i fratelli Vanzina e Uwe Boll durante un pasto particolarmente pesante: si prende lo scheletro dei vecchi film basati sui disastri aerei, si condisce il tutto con una carrettata di serpenti cattivi, si recupera un attore di nome che abbia voglia di mettere in discussione la propria carriera, si agita il tutto spruzzando un po’ di azione, ironia e umorismo becero senza dimenticare due o tre momenti spinti e un po’ di gore.

Il “problema” è che, per qualche strano gioco del destino e delle divinità della celluloide, questa volta il cocktail funziona in maniera straordinaria e la somma è assolutamente superiore alle parti.
Ritmo altissimo, sceneggiatura in delirante equilibrio fra momenti di tensione /azione anche feroce e istanti di umorismo che più uncorrect non si può.
David Ellis capitalizza al massimo livello su tutte le sue precedenti esperienze (stuntman, direttore di seconda unità, alcune ottime sequenze di Final Destination 2…) e riesce a dare adeguata forma a una sceneggiatura sorprendente, anche grazie a un cast affollato di comprimari di ottimo livello.

Fra scene di lotta marziale, eros pronto a degenerare nel peggiore tanatos possibile, serpenti di ogni foggia disposti ad azzannare ogni parte del corpo umano (sì, certo, particolare predilezione per le zone erogene, ci mancherebbe…), sacrifici da manuale e svolte drammatiche sincronizzate al secondo, il film inchioda alla poltrona lasciandoci incapaci di optare in modo definitivo per il riso o per il disgusto e dispensando entrambi a piene mani.
Conscio di gestire una situazione implausibile come raramente si era visto su grande schermo negli ultimi anni, il filmaker alterna con buon mestiere le due tematiche principali (disastro aereo/invasione di rettili) e ogni volta che una delle due perde potenza non esista a cambiare marcia e spostarsi sull’altro polo concedendo zero spazio a eventuali cedimenti di ritmo.

Cadaveri gonfi di veleno, persone con serpenti attaccati ai genitali, bimbi morsi senza pietà, ciccioni negri azzannati al culo (la frase è scritta volutamente in questo modo per cercare di rendere, ehm, la situazione), rettili in bocca e in altre labbra, personaggi impalati e altri che invece muoiono fra mille lente sofferenze…
La torre di controllo che assiste impotente, l’esperto di veleni che non combina nulla, la vecchiaia pronta a sacrificarsi per la gioventù…
Sceneggiatori e regista si divertono a pasticciare con stereotipi e toni, con dejà vu e svolte narrative conducendo in (aereo)porto questo delirante progetto nel modo infine più consono: la maestria al joypad di una playstation potrebbe contare più di migliaia di ore di volo transoceanico.

Più di 400 rettili vivi e altri ancora aggiunti in post produzione grazie a un discreto lavoro di cgi, una fotografia forzosamente anonima (e non per colpa di Adam Greenberg, provateci voi a farvi notare in un lungometraggio ambientato prevalentemente in un aereo scarsamente illuminato!) e un Samuel L. Jackson pronto a mostrare il suo muso da poliziotto duro e perfetto nel recitare alcune memorabili linee di dialogo (fra quelle più notevoli: “Enough is enough! I have had it with these motherfucking snakes on this motherfucking plane!” e, dopo aver sentito la notizia di cosa fanno i feromoni sui serpenti, “Well, that's good news - snakes on crack!”) sono alcuni fra gli ulteriori elementi che vanno a costituire il film sorpresa della stagione autunnale 2006.

Le onde ci attendo lungo i titoli di coda mentre Michael Franti e i suoi Spearhead inneggiano a una gioia di vivere che è riuscita a serpeggiare lungo tutto il film e si conquista il giusto spazio negli ultimi minuti, quando scopriamo che alcune cose non erano proprio quel che sembravano. B-movie vicino alla perfezione e un futuro per il quale è facile prevedere un cult-status.
Godibile solo se non appartenete alla mandria dei politically correct, caveat emptor!

Collegamenti:

Intervista a David R. Ellis
Samuel "badass" L. Jackson
Michael "indispensabile" Franti
Snakes
Recensione Cinemino
Planes
Recensione di un vecchio giovane
Unofficial wiki!
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Filmato:

giovedì 22 gennaio 2009

Zaratan


Nome: Zaratan (aka Jasconius o Tartaruga Asp/Aspidochelone)

Apparenza fisica: A seconda della narrazione scelta lo Zaratan può essere un pesce, una balena o, più comunemente, una tartaruga marina. In comune tutte queste versioni hanno le proporzioni ciclopiche della creatura: l'Aspidochelone può raggiungere i 150-200 metri di diametro e, sia nella versione ittica che in quella rettile spesso viene confuso per una piccola isola.

Si tratta di creature mitiche la cui vita viene misurata in secoli quando non millenni e i cui lunghissimi cicli di inattività, con l'animale che si lascia andare alla deriva galleggiando in uno stato prossimo al letargo provoca la crescita di vegetazione e, alle volte, un vero e proprio ecosistema sul proprio dorso.

Nella versione rettile l’aspetto di isola è ancora più realistico a causa del carapace che ricorda un insieme di rocce e scogli, sul quale si depositano terra e sostanze nutritive che in seguito offrono le condizioni ideali per lo sviluppo di una vegetazione.

Zona d’origine e habitat: Gli Zaratan, in varie versioni e tipologie, possono abitare e percorrere i mari di qualsiasi latitudine e longitudine, ma hanno comunque spiccata predilezione per le acque tropicali ed equatoriali, in particolare l'Oceano Indiano e zone limitrofe.

Caratteristiche particolari: Le dimensioni enormi e la grande protezione offerta dal carapace fanno di Jasconius una creatura che in pratica non ha nessun tipo di nemico naturale e persino le occasionali attività umane possono arrecare solo un vago fastidio alla creatura.

Nei primi anni del suo ciclo vitale lo Zaratan è molto attivo, solca i mari in lungo e largo e divora praticamente tutto quello che riesce a inghiottire, compresi molti oggetti non edibili, ma con il passare del tempo e l’aumento della massa corporea questo mostro subisce una profonda modifica del metabolismo che rallenta all’inverosimile, sprofondando l’animale in periodi di letargo sempre più lunghi, che possono durare anche centinaia di anni.

Durante questi periodi l’animale galleggia a bocca aperta, incamerando cibo e acqua per i suoi bisogni (che sono comunque sempre più ridotti): ne consegue che spesso il suo corpo, arricchito dalla vegetazione cresciuta nel corso degli anni e dagli animali attratti di conseguenza, venga scambiato per un'isola dai marinai e che occasionalmente offra rifugio a vere e proprie comunità.

Storia e avvistamenti: Mi è sembrato più che naturale riunire Jasconius, Zaratan e Aspidochelone in una sola voce in quanto le radici mi paiono comuni e questo archetipo è memeticamente diffuso in lungo e in largo attraverso un numero straordinario di popoli, testi, media e anni.
Senza approfondire ogni singola voce, compito che mi porterebbe oltre gli scopi e intenti di questo mio testo, mi limiterò a elencare in ordine sparso tutta una serie di voci inerenti questa creatura in una delle sue forme, lasciando fuori alcune menzioni che recupererò nella sezione curiosità.
Lo Zaratan o qualche suo antenato viene menzionato in:

Plinio il Vecchio, Storia Naturale;
J. R. R. Tolkien ne Le avventure di Tom Bombadil;
nel Fisiologo (da cui derivano molti bestiari);
in The Whale, un poema inglese dove appare con il nome di Fastitocalon;
ovviamente in Pinocchio e ne Le avventure del Barone di Munchhausen;
nelle Mille e una notte (la incontra Sindbad nel suo primo viaggio);
nella Historia de Gentibus Septentrionalibus di Olao Magno;
nel Libro degli animali di Al-Jahiz;
nel Baldus di Teofilo Folengo;
nel saggio Incontri con la cultura americana di Peter Prescott;
ne Le meraviglie delle creazione di al Qazwini;
nella Navigatio sancti Brendani;
nel Paradiso perduto di Milton;
nell'Orlando furioso di Ludovico Ariosto;
last but not least nel Manuale di zoologia fantastica di Jorge Louis Borges.

Curiosità: Lo Zaratan, come e più del Tarrasque, ha ricevuto particolare attenzione dal più noto gioco di ruolo di tutti i tempi, Dungeons and Dragons, che ha apportato alcuni importanti accrescimenti e modifiche al mito.
Fra le nozioni più importanti ci sono quelle riguardanti possibili capacità telepatiche da parte dello Zaratan (le cui discussioni mentali con altri membri della sua specie potrebbero durare anche decine d’anni) e lo studio degli insediamenti sul carapace della creatura.

Le tribù/clan che si ritrovano a vivere su questi mostri hanno tutto l’interesse nel non svegliare la tartaruga dal suo letargo: ecco quindi che sono vietati i fuochi non custoditi con attenzione e qualsiasi opera di scavo nelle “rocce” ed è altresì prevista una continua opera di ricerca e approvvigionamento di cibo per lo Zaratan, al punto talvolta di nutrirlo con sacrifici umani di stranieri troppo curiosi.
Ovvio che queste comunità nel tempo diventino sempre più chiuse e sviluppino forme adorazione religiosa nei confronti dello Zaratan.

La religione cattolica ha invece provveduto, come al solito (fra vari bestiari e narrazioni bibliche come quella di Giona), a insediarsi e colonizzare miti e figure pre-esistenti, pervertendo lo Zaratan/Jasconius a banale simbolismo del Male nella sua incarnazione più ingannevole.
Lo Zaratan è Satana che persuade l’uomo di essere ben altra cosa solo per poi rivelare la sua vera natura e divorarlo.
Tale simbolismo verrà ripreso, manco a dirlo, da Melville per il suo Moby Dick.

Sia Jasconius che lo Zaratan sono diventati anche delle carte del notissimo Magic The Gathering, il primo, particolarmente difficile da castare, non ha mai trovato spazio in mazzi e strategie di qualche peso o interesse.
Lo ritroviamo anche in alcuni giochi online dove è una creatura particolarmente difficile da abbattere.

Altre schede di mostri come questa su il Teratonomicon



mercoledì 21 gennaio 2009

Nella mia pelle

DANS MA PEAU
(In My Skin)
2002, Francia, colore, 93 minuti
Regia: Marina de Van
Soggetto/Sceneggiatura: Marina de Van
Produzione: Canal + e varie

Esther è una giovane executive la cui vita sembra essere giunta a un grande, positivo punto di svolta: sul posto di lavoro si prospettano ottime possibilità di carriera e nella sfera privata da qualche tempo a una relazione con Vincent, un ragazzo premuroso che sembra amarla profondamente.

Durante una festa Esther, avventurandosi fuori dalla villa, si ferisce a una gamba ma se ne accorge solo molto più tardi, in qualche modo incapace di provare dolore per la ferita. L’evento innesca una serie di reazioni nella psiche della ragazza che comincia a provare un fascino per l’automutilazione, per la sua pelle e per il suo sangue.

In poco tempo Esther sprofonda in una spirale di follia che la spinge a chiudersi in casa, a interrompere ogni tipo di relazione con il mondo esterno fino al conseguente crollo psicologico che ha gravi ripercussioni anche sulla sua carriera…

Noi horror fan dovremmo essere abituati alle ferite, al sangue, ai libri di sangue e al loro bla bla bla.
Ne abbiamo letti e visti molti e diventa sempre più difficile sorprendere un’audience smaliziata, specie se quel che guida la mano del supposto autore è proprio la voglia di sorprendere e scandalizzare a ogni costo.
Ecco uno dei tanti motivi per cui non amo la recente ondata di torture movie: persino il più stupido slasherino degli anni ottanta conteneva un fondo di riflessione, di speculazione, di morale (per quanto biecamente conservatrice potesse essere) che agiva attraverso le immagini e la sceneggiatura, magari involontariamente, magari ereditata dal tempo e dalle pellicole “vicine”.
Questo non accade con i recenti tentativi di exploitation che fanno sorridere per quanto sono privi di tensione e così presi dal concepire the next big torture plan da perdere di vista qualsiasi altra istanza.
Questo, ribaltato, è il motivo per cui le torture di Miike invece funzionano eccome.

La visione di Dans ma peau è una terrificante, disturbante boccata d’ossigeno.
Scritto, diretto e interpretato dall’ozoniana (e laureata in filosofia) Marina de Van (Sotto la sabbia, 8 donne e un mistero), il film è una morbosa e mesmerizzante caduta negli inferi che, per chi come me ha conosciuto persone che sono passate attraverso questa esperienza, è ancora più disturbante.

Questa bellissima, stupenda attrice mostra un talento non comune anche in fase di sceneggiatura e regia e sceglie di denudare la vicenda da ogni possibile sottotesto, tentativo di analisi psicologica o azzardi di riflessione sociologica, evita metafore e abbellimenti intellettuali e usa la camera come un coltello, indagando la vista, il tatto e il sapore delle proprie ferite, senza lasciare nulla fuori campo.

Questa tendenza può anche essere vista come il principale limite del film che non riesce a spingersi più in là della mera esposizione di fatti e qualcuno potrà lamentare l’assenza di una risoluzione o di un qualche tipo di ulteriore piano di lettura e della, in definitiva, autoindulgenza tipica di molti one man show (pardon, woman) dove l’autore pretende di controllare tutti gli aspetti dell’opera, ma di fronte alla potenza visionaria di alcune scene possiamo anche accettare determinati difetti.

Il cuore del film, la vera e propria scena madre è l’allucinata cena di lavoro nella quale Esther, stimolata sensorialmente a 360 gradi dall’ambiente circostante, si distacca letteralmente da se stessa e si tortura con una forchetta sotto il tavolo, senza farsi vedere dai colleghi e fuggendo quindi nella cantina del ristorante per completare l’opera, un tour de force lungo parecchi minuti che, senza motoseghe, trapani, occhi sgusciati e altre amenità riesce a generare molto più orrore, straniamento e disagio di quanto possano fare molti supposti talenti del genere horror.

Marina de Van ricorre a parecchi trucchetti e lavora molto bene sia con il sonoro che con un uso dello split screen magari schematico (ma è nella sua natura) ma finalmente funzionale alla narrazione e trova la giusta spalla in un Laurent Lucas (già ammirato nel seguente Calvaire) bravo a dar volto e corpo, con il suo Vincent, alla tipica reazione di fronte a eventi così fuori dalla normale comprensione.

Quando, verso il prevedibile ma non per questo meno potente finale, Esther si chiude dentro una camera di hotel, sappiamo che non ci sarà nessun amante segreto ad aspettarla se non il suo stesso corpo e quel che avverrà dietro quella porta chiusa non sarà certo una scappatella pornoromantica in un pomeriggio rubato al normale tran tran.

Titolo da recuperare a tutti i costi e da accumulare sulla già enorme pila che giorno dopo giorno segna la vittoria dell’horror (anche involontario, come questo) intelligente, che sempre più spesso equivale a dire o produzioni low budget statunitensi o film europei.

Collegamenti:

Recensione e intervista all'autrice (IT)
Ottimo approfondimento di Scaglie
SIBRIC
Marina de Van
Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Filmato:

martedì 20 gennaio 2009

La regina dei castelli di carta

La regina dei castelli di carta
Stieg Larsson
Marsilio (Farfalle/I gialli), 2009
Brossura
pag. 857 - € 21,50
ISBN: 8831796771

La giovane hacker Lisbeth Salander è di nuovo immobilizzata in un letto d’ospedale, anche se questa volta non sono le cinghie di cuoio a trattenerla, ma una pallottola in testa. È una minaccia: se qualcuno scava nella sua vita e ascolta quello che ha da dire, potenti organismi segreti crolleranno come castelli di carta.
Deve sparire per sempre, meglio se rinchiusa in un manicomio. La cospirazione di cui si trova suo malgrado al centro, iniziata quando aveva solo dodici anni, continua.

Intanto, il giornalista Mikael Blomkvist è riuscito ad avvicinarsi alla verità sul terribile passato di Lisbeth ed è deciso a pubblicare su Millennium un articolo di denuncia che farà tremare i servizi di sicurezza, il governo e l’intero paese.
Non ci saranno compromessi.

Ritengo di essere un lettore sufficientemente scafato e con qualche libro alle spalle.
Non accade quindi facilmente che riesca ancora a entusiasmarmi “senza se e senza ma” per un romanzo, in particolare per quei romanzi che vengono classificati dagli editori dentro qualche scomparto di genere.

E accade ancora più di rado che a fine lettura mi accada di provare un senso di lutto nel sapere che non potrò mai più leggere qualcosa di simile e che non incontrerò mai più determinati personaggi.

Stieg Larsson compie il miracolo per la terza volta e chiude la trilogia in modo memorabile: tornano tutti i personaggi già conosciuti nei due precedenti romanzi (la cui lettura è indispensabile per comprendere questo terzo capitolo) e mi costringe per ben due giorni di seguito ad andare a dormire dopo le tre di notte pur di sapere “come andrà a finire”.

Innumerevoli i punti di forza di questo autore che, man mano che passa il tempo, sommersi da thrillerciarpame italo-americano, rimpiangeremo sempre di più: straordinaria la capacità nell’allestimento della trama e ancor di più nel riuscire sempre a tenere traccia e conto delle informazioni conosciute dai vari personaggi, differenziandole da quelle a disposizione dello scrittore.

Ma quel che rende davvero unico Larsson sono la sua umanità unità a un senso civico, morale e sociale fuori dal comune. Una umanità che gli permette di affrontare tematiche così importanti come il rapporto uomo-donna senza mai cadere nell'ovvio, creando un insieme di personaggi femminili senza pari, da Erika a Monica fino a, ovviamente, Lisbeth.

Larsson riesce a fare esattamente quel che agli italiani sembra davvero impossibile: parte da una trama e personaggi di fantasia per arrivare a una serie di riflessioni importantissime in primis sul suo stesso Paese, quindi universalizzandole, evitando ogni protagonismo e non imboccando mai il lettore più del lecito.

La regina dei castelli di carta, come i due precedenti segmenti della trilogia, è un romanzo di personaggi nel quale ogni tanto si incappa (difetto che ormai abbiamo imparato ad accettare in Larsson) in qualche deus ex machina duro da digerire, su tutti la sottotrama concernente Erika Berger.
E i personaggi (buoni e cattivi) paiono talvolta dotati di super poteri.
Ma, appunto si tratta di difetti che, in un giudizio globale, intaccano poco la qualità finale dell'opera.

Per chi come me ama Carver, il “more is more” che è il manifesto tecnico di questa trilogia potrebbe risultare poco gradito. Accumulo di personaggi e situazioni, ossessione per i dettagli, pagine e pagine di deviazioni e parentesi, di descrizioni di viaggi e pasti: insomma, reduce dalla lettura di Manchette, è come passare dal jazz minimalista al progressive più barocco.

Ma è progressive suonato stupendamente e con tantissimo cuore da un uomo che, al contrario di alcuni suoi personaggi, le donne le amava e amava un’idea di stato e democrazia che pare sempre più demodè.
L'attenzione, in questo ultimo terzo della Millennium Trilogy, si sposta nuovamanente da Lisbeth (bloccata su un letto di ospedale ma in un certo senso pienamente operativa) a Mikael, l'azione diventa più corale e aumenta la gradazione di spy story già presente in precedenza, fino a prevalere sulle altre sfumature.

Ne esce come al solito il ritratto di una Svezia che nasconde parecchie magagne dietro la facciata ufficiale del placido welfare, fra tendenze neonaziste, sfruttamento del lavoro minorile, impossibilità per i giovani di affittare con facilità una casa (wow! siamo tutti un po' mammoni, alla faccia del ministro), sfruttamento della prostituzione e tanto altro ancora.

Ma ne ricaviamo anche una sensazione di incrollabile fiducia nel genere umano, nella forza dell'amicizia (più che dell'amore) e nella fondamentale bontà del sistema democratico che, proprio perchè non appartengono a chi vi scrive, colpiscono ancora più nel profondo le rare volte che vengono cantate così bene.
Fiducia probabilmente mal riposta, vista per esempio la disgustosa battaglia che stanno compiendo parenti da una parte e sua compagna dall’altra per i diritti delle sue opere e visto come la grande democrazia svedese continua a trattare le donne.

Non amo le serie e i personaggi seriali. Anche la volta che ho sofferto di più per la chiusura di una testata (Sandman) ero sotto sotto contento che ciò fosse avvenuto prima che il personaggio perdesse coesione e potenza.
Non con Millennium.
Larsson aveva progettato, si dice, una decina di volumi ed è morto nel 2004, quando aveva appena dato alle stampe questo romanzo.
Aveva ancora tantissimo da dire su Lisbeth e Mikael e, cosa ancora più importante, aveva ancora tantissime cose da scrivere sulla società svedese e, di riflesso, sulla società in generale…

Collegamenti:

Sito dell'autore
In vacanza da Lisbeth (magari!)
Marsilio
Uomini che odiano le donne
La ragazza che giocava con il fuoco

lunedì 19 gennaio 2009

The Alphabet Killer

THE ALPHABET KILLER
2008, USA, colore, 100 minuti
Regia: Rob Schmidt
Soggetto/Sceneggiatura: Tom Malloy
Produzione: Intrinsic Value Films e WideEyeCreative Films

Megan Paige è una delle più brave agenti del suo reparto, ottima profiler, fin troppo dedita al lavoro che talvolta si porta fino a casa con disapprovazione da parte del suo compagno, che è anche un collega.

In occasione del rapimento e conseguente omicidio di una ragazzina, Megan si convince che ci sia all'opera un serial killer che uccide bambine che abbiano la stessa iniziale per nome e cognome e diventa troppo coinvolta nell'indagine.
Visioni e voci, flash di immagini e stress da iperlavoro la portano a un crollo schizoide in seguito al quale passa alcuni anni in clinica.

Quando esce il suo ex compagno ha ormai fatto carriera e intercede per lei, fino a farle ottenere una reintegrazione nelle forze dell'ordine, con incarichi d'ufficio.
Ma anche il killer è tornato a colpire e Megan, convinta di essere su una buona pista, ricomincerà a investigare.
Verrà quindi di nuovo assalita da allucinazioni e incubi: riuscirà a reggere fino alla cattura del mostro?

Banale e ordinario thrillerino di media fattura, The Alphabet Killer gioca a nascondino con certi concetti ben esplicati da Sean Penn e Friedrich Dürrenmatt ne La Promessa puntando però dalle parti di Zodiac e finendo invece con il pasticciare quasi ogni scena, senza mai riuscire a pestare l'acceleratore né per quanto riguarda il rabdomantico processo d'indagine né dal punto di vista della messa in scena e dell'estetica.

Ci troviamo di fronte al tipico film dove spiaggiano attori che hanno buttato una promettente carriera nel cesso, come è il caso del sempre più amareggiato e deludente Timothy Hutton, o dove finiscono attrici ancora giovani che stentano a decollare e trovare la loro personale via, come è il caso della volitiva ma troppo ambiziosa (qui anche in veste di produttrice) e inadeguata Eliza Dushku.

Non vi è un singolo momento di introspezione psicologica valida e tale assenza non viene compensata, come alle volte accade, da qualche interessante squarcio d'azione o i consueti, morbosi excursus nella tana del killer, con la sbirciata d'obbligo alle sue nefandezze.
Si procede invece in modo piatto lungo una trama che da un lato non riesce a coinvolgere lo spettatore nel gioco della cattura al killer, la cui identità è palese dal primo momento in cui appare in scena, e che dall'altro lato, causa povertà di idee e inabilità tecniche varie, non ci permette di immedesimarci né con i buoni, troppo stupidi e mal descritti, né con le vittime che ci vengono presentate sempre quando sono ormai cadaveri o quasi.

Tolto il meccanismo di coinvolgimento, privati di qualsiasi tipo di interesse estetico e senza nemmeno un briciolo di volgare pornosplattergrafia a inocularci l'occasionale brivido fra sonnellino e sonnellino, non ci rimane che addormentarci insieme alla ragione e alla fantasia, lasciando ai robot il compito di continuare sia lo sviluppo che la visione del film, il tutto fino all'assurdo finale che è un manifesto di incapacità tecnica (guardate per esempio come non si riesca a giocare con la profondità di campo quando era sintatticamente richiesto e quasi obbligatorio).
Tutto ciò stupisce se realizzato da un regista come Rob Schmidt dal quale è lecito aspettarsi una marcia in più, visto il suo curriculum passato (Wrong Turn, Delitto + castigo a Suburbia).

Sprecatissimo il cast di comprimari, un vero e proprio gruppo di vecchie volpi horror, fra le quali potrete individuare Bill Moseley (Grindhouse, Halloween, La Casa del diavolo), Michael Ironside (Reeker, Scanners), Tom Noonan (Arac attack, La moglie dell’astronauta, Manhunter, Wolfen) e Cary Elwes (X-Files, Saw, L’ombra del vampiro).
A peggiorare la situazione già compromessa da sceneggiatura e regia ci pensano i terribili effetti speciali messi in piedi da Autonomous FX, con un patetico e posticcio gruppetto di bimbe-fantasma che spunta ogni tanto a turbare la povera Megan e far ridacchiare anche il più sprovveduto fan del genere.

La trama è vagamente ispirata a quanto davvero accaduto durante i primi settanta nello stato di New York, nei pressi di Rochester: tre bambine furono stuprate e strangolate, trovate morte in località la cui iniziale nel nome coincideva con quella dei loro nomi e cognomi.
Carmen Colon, 11 anni, novembre 1971, ritrovata a Churchville. Wanda Walkowicz, 11 anni, aprile 1973, ritrovata a Webster. Michelle Maenza, 10 anni,novembre 1973, ritrovata a Macedon.
Le indagini sono ancora in corso, sono stati vagliati migliaia di sospetti, interrogate centinaia di persone ma nulla è mai stato scoperto.

Passato al Ravenna Nightmare Festival del 2008, visti premesse ed esiti non mi stupirei se un film come questo trovasse la via per l'uscita in sala, magari d’estate.

Collegamenti:

Sito ufficiale
Recensione Cangaceiro
Ravenna Nightmare
Unsolved
Recensione San Ni Ichi
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Filmato:

sabato 17 gennaio 2009

Leonard Lake e Charles Chi-Tat Ng

Nome Completo: Leonard Lake e Charles Chi-Tat Ng
Status: Lake morto, Ng in carcere

Nato il: Lake 1946, Ng 1961

Morto il: Lake 1985

Vittime Accertate: 12 ma si sospetta più di 25

Modus Operandi: Tortura, stupro, omicidio

Armi di preferenza: Pistole e varie


La storia di questi due prolifici serial killer, che per alcuni versi ricorda quella di Robert Pickton precedentemente affrontata su queste pagine, è anche l’ennesimo esempio di quella strana combinazione di fortuna, scaltrezza e sciatteria da parte delle autorità, combinazione che permette a questi psicopatici di operare a lungo fra le maglie della legge, sentendosi progressivamente sempre più potenti.

Leonard Lake nasce nel 1946 da una famiglia con una lunga storia pregressa di alcolismo risalente a varie generazioni prima.
I genitori litigano di continuo e lui viene sballottato fra le case di vari parenti e infine spedito a vivere dalla nonna: si stabilisce quindi l'iniziale privazione di affetti e radici che ne mina il senso di identità.
Dai nonni assorbe una morbosa attrazione per la disciplina (entrambi sono molto autoritari) mentre la madre gli inculca una vera e propria ossessione per il culto del corpo, obbligandolo a fotografare cugine e sorelle nude.
La fissazione per la pornografia e per la dominazione della donna è una conseguenza quasi scontata, Lake ricatta la sorella e la obbliga ad avere rapporti sessuali con lui e a 19 anni arriva a uno dei passi tipici di molti serial killer: si arruola nei marines in cerca di autorità, ordine e senso.

Fin dai primi giorni Lake manifesta pesanti problemi psicologici, che non impediscono all’esercito di usarlo per alcuni anni prima di mandarlo a casa con una diagnosi di personalità schizoide.
Siamo ormai nel 1971: le cure, seguite poco e male in veste da civile, non sortiscono naturalmente nessun effetto e le fissazioni sessuali di Lake diventano sempre più intense.
Si sposa e coinvolge la moglie nella realizzazione di alcuni filmini pornografici a sfondo sadico, ben presto la donna si stanca e chiede il divorzio.

Lake affianca alle fantasie di dominazione un falso narrato di grandi imprese di guerra e una strana fascinazione per ere e figure storiche passate, dal medioevo ai vichinghi.
Nel frattempo viene arrestato per furto d’auto e dopo un anno di prigione liberato con la condizionale. Si sposa quindi una seconda volta, con Claralyn Balasz e continua il suo delirio allucinatorio: si veste spesso con abiti pseudorinascimentali e sega le corna dei capretti per farli diventare, ehm, unicorni.
Anche la Balasz, che inizialmente aveva assentito a recitare in alcuni porno amatoriali, si stanca ben presto dei comportamenti dell’uomo e lo lascia.
Siamo ormai nel 1981, anno zero per la gestalt di questo duo di serial killer: Lake incontra Ng.

Nato nel 1961 a Hong Kong, figlio di un ricco uomo d’affari, Charles Chi-Tat Ng ha ogni opportunità per vivere una vita piena e ricca di soddisfazioni ma tiene un comportamento sociopatico e distruttivo che lo allontana da ogni scuola, prima in patria e quindi in scuole all'estero: in un collegio privato in Yorkshire viene sorpreso a rubare e molla dopo appena un semestre un college in California.
Cominciano intorno a quella data i primi problemi seri per Ng che prima è coinvolto in un incidente automobilistico e quindi falsifica la sua carta d’identità e, figurando come cittadino americano, può arruolarsi nei marines.

Come il suo amico, anche Ng ha manie di grandezza e si crede un grande guerriero anche se, nel suo caso, sono gli invisibili ninja a essere scelti come materiale per le fantasie.
La sua carriera militare dura poco tempo: nel 1981 viene scoperto a rubare materiale militare e, incarcerato, riesce a scappare arrivando in California dove incontra Lake.

L’incontro fra i due dura ben poco in quanto vengono entrambi arrestati per possesso illegale di armi e passeranno altri tre anni prima che possano scaturire i terribili frutti di questo incontro: Lake, dopo che un amico gli ha pagato la cauzione, decide di darsi alla macchia mentre Ng rimane in carcere.
Lake passa il tempo nascosto in un piccola casa ben nascosta fra boschi e radure ai piedi della Sierra Nevada, a Wilseyville, e qui sviluppa un altro importante tassello della sua follia.

Disilluso e frustrato dal fallimento di tutti i suoi grandi progetti di conquista guerriera e dominio del mondo, l’uomo sviluppa una fissazione (risalente a molti anni prima, a sentire alcune testimonianze, fin dalla sua permanenza in una comunità hippie) nei confronti di una probabile Terza Guerra Mondiale e, in seguito alla lettura di un romanzo di John Fowles, The Collector, appronta Operation Miranda.

Ovvero la costruzione di una complicata rete di bunker sparsi per tutta la nazione, nei quali stipare provviste e schiave di sesso femminile. Le donne serviranno, una volta passato l'olocausto nucleare, a permettere a Lake di ripopolare il mondo.
Ovviamente il bunker costruito, alla fine della faccenda, sarà uno solo…

Ng esce di prigione nel giugno 1984 e i due cominciano a uccidere, si suppone, nemmeno un mese dopo, ognuno incoraggiato dall’altro, in una somma delle parti esplosiva.
In poco più di un anno sterminano dalle 12 alle 25 persone, incluse due famiglie con bambino piccolo.
I maschi vengono uccisi più sbrigativamente e la loro identità usata per raccogliere soldi e aggirarsi senza temere i controlli della polizia, mentre le donne vengono torturate e stuprate a lungo prima di essere uccise.
Il tutto naturalmente all’interno della casa e del bunker, con i resti che venivano inceneriti o seppelliti.

Alcune torture vengono anche filmate e Lake tiene da tempo un diario dei suoi deliri.
I filmati delle torture sono difficili da guardare, vuoi per la tortura in sé, vuoi per l’atteggiamento e le parole scherzose dei due.
Operation Miranda per alcuni mesi è un totale successo: Lake e Ng accumulano ricchezze e cadaveri e nulla sembra fermarli, al punto che i due colpiscono spesso persone conosciute e/o vicine alla residenza.
Lake a un certo punto si reca dalla famiglia e carica un fratello invalido in macchina, facendogli fare la fine che potete immaginare.

Giugno 1985. Il capitolo finale di questo atroce circo di morte avviene a causa di un furto da quattro soldi. Chitat viene sorpreso a rubare una morsa da bancone in un negozio di San Francisco da un commesso che chiama la polizia.
Quando arriva l’agente, Ng è già scomparso ma in compenso la morsa viene ritrovata in una macchina, accanto a una .22 carica e con silenziatore.
Appare Lake con lo scontrino per la morsa e tenta di mettere a tacere il tutto ma il poliziotto si insospettisce: la macchina ha targa falsa e i documenti di Lake lo identificano come Robin Stapley, di 26 anni, ma fra rughe, zazzera di capelli e barbone Lake ne mostra almeno quaranta.

Viene arrestato e in centrale cede in pochissimo tempo, comunicando la sua vera identità e anche quella di Ng e chiedendo un bicchiere d’acqua.
Estrae velocemente da un risvolto della maglietta due pillole di cianuro e le inghiotte, sebbene passeranno quattro giorni di doloroso calvario prima della morte in ospedale.

Ng intanto è fuggito e arriva fino in Canada mentre la polizia, allarmata da tracce di sangue nella macchina e dal fatto che appartiene a una persona scomparsa da mesi e che anche Stapley è scomparso da tempo, si attiva e attraverso alcune ricevute di pagamento di gas e luce risale al ranch di Wilseyville.

La perlustrazione dell’area è lunga e terribile: camere segrete di tortura con vetri a una sola via e attrezzatura per visione notturna, strumenti, materassi e pareti lordi di sangue, ossa nel terreno, filmini, foto, sacchi di indumenti e altro ancora.
Morto Lake, resta da fare i conti con Ng che si rivelerà mostro di ben altra stazza.

A fregare Chi-Tat è di nuovo un furto da poco, in Canada: viene beccato mentre ruba in un market, poco più di un mese dopo la morte di Lake, e si attiva subito il circuito internazionale ma…
Ma il Canada si rifiuta di estradare Ng in California dove ancora vige la pena di morte e comincia una odissea legale fra le più famose del mondo. Passano ben 6 anni e dozzine di appelli prima che Ng venga finalmente estradato in California, dove inizia uno dei processi più lunghi e costosi della storia di quello stato.

Ng sfrutta qualsiasi cavillo legale e la lista sarebbe troppo lunga e rischierebbe di convertire all’utilità della pena di morte anche San Francesco d’Assisi: fra continue ricuse di avvocati (a un certo punto prova a difendersi persino da solo), corti, giurie, denunce di maltrattamento e di cibo cattivo in carcere (giuro) e tanto altro ancora, Ng riesce a prolungare il processo fino al 1998, quando viene finalmente giudicato colpevole di 11 omicidi e condannato a morte. Dal 1985 al 1998, ovvero 13 anni, per una spesa che fino a questo punto è stata di oltre 14 milioni di dollari. Ognuno ne tragga le conseguenze.

Ng è attualmente a San Quintino in attesa di Nostra Signora con la Falce.

Altre schede di serial killer su Serial Killer Cyclopedia

venerdì 16 gennaio 2009

Ghost Son

GHOST SON
2006, Italia/Sud Africa/Spagna/UK, colore, 97 minuti
Regia: Lamberto Bava
Soggetto/Sceneggiatura: Lamberto Bava, Silvia Ranfagni
Produzione: Vari

Stacey corona il sogno della sua vita quando si trasferisce in Africa a vivere con il suo amore Mark, in una fattoria, fra cavalli, inquietanti sculture in legno e la struggente natura del Continente Nero.

Purtroppo Mark muore in un incidente stradale e Stacey si ritrova a vivere da sola nella grande magione fino a quando, sull’orlo della follia e del suicidio, scopre di essere incinta.

Il nascituro le dona la forza necessaria a prendersi carico dell’allevamento di cavalli e tutto sembra andare meglio fino a quando, con la nascita del figlio, non inizia una lunga serie di strani fatti che sembrano indicare chiaramente che lo spirito del marito continui ad aleggiare fra le mura della fattoria, mettendo in pericolo la vita di Stacey e del piccolo.

Che non fosse possibile aspettarsi un buon film da un regista già in partenza non eccezionale (Demoni 1 e 2 o La Chiesa, pur lasciando ancor oggi ottimi ricordi nei fan, non possono essere annoverati nei capolavori del genere horror) e logorato oltre ogni possibilità di recupero da decenni di frequentazioni televisive era chiaro a tutti

Meno prevedibile poteva essere la portata di un disastro quale è questo Ghost Son.

Cast e troupe di livello medio-alto e location esotiche non aiutano il regista di Fantaghirò, che mostra come il mestiere, lo stile e la tecnica debbano essere mantenute in costante esercizio altrimenti le si perde da qualche parte lungo la carriera.
Si finisce così per girare pellicole dall’impatto debolissimo, condite da assurdità, lungaggini e intermezzi involontariamente ridicoli che fanno evaporare ogni tentativo di ricerca della tensione, dell’orrore o della semplice inquietudine.

L’Africa viene naturalmente violentata a partire da una sceneggiatura indegna che ristagna nelle acque della più atroce retorica e del luogo comune, con i vecchi neri che “ne sanno di spiriti”, i soliti quattro banalissimi stereotipi sull’uomo bianco che non capisce la vera natura di questo continente, con, sullo sfondo, un animismo così generico e approssimativo da offendere anche l’audience meno preparata.
Il tutto condito da occasionali inserti di zebre e gazzelle rubati probabilmente dagli archivi di Piero Angela.

La piattezza contagia inevitabilmente anche i personaggi e gli attori si trovano a lottare contro ruoli e scene che sembrano voler cavar fuori il loro peggio.
John Hannah (complici probabilmente le bollette da pagare) si trova spesso nudo come un verme a borbottare incongruenti frasari da harmony, Laura Harring non sembra nemmeno la stessa persona vista nei film statunitensi e si aggira, bionda e rincoglionita, a promettere tette e capezzoli senza quasi mai levarsi la canotta, mentre Pete Postlethwaite accetta di recitare ovunque e lo fa sempre nello stesso modo, confermando che parte della grandezza di un attore risiede anche nella scelta delle pellicole cui partecipare e non solo nel bagaglio tecnico.

Fra non sequitur, montaggio fatto con il machete e colonna sonora da ascensore ci inoltriamo lentamente nella trama, sommersi dalla melassa dei due che si promettono amore eterno, simbolismi scelti a caso e una mancata costruzione di atmosfera che ci spinge a occhieggiare nervosi l’orologio già dopo i primi dieci minuti.

Nasce finalmente il frutto dello stupro ectoplasmatico e le cose, se possibile, peggiorano: Bava tenta di virare dall’inquietudine alla morbosità e finisce con il capitombolare nel grottesco e nel comico.
Fra scene rubacchiate in giro (il giocattolo lasciato vicino alle scale, tanto per dirne una) finalmente la Harring mostra la dotazione frontale solo per farsela prima mordere e poi palpare dal figlioletto in due dei momenti più atrocemente imbarazzanti della nostra cinematografia, che preparano il terreno per il vero culmine, il picco, raggiunto quando il pargolo vomita addosso alla madre un geyser di pappa che nemmeno tre Regan messe insieme nel 1973 riuscirebbero a far di meglio.

Da qui è tutto in ulteriore discesa e, vinti dalla noia e da frasi come “In Africa tutto è sempre possibile” (?) o “deve essere faticoso morire…” (??), ci lasciamo vivere il film addosso attendendo un finale che, in linea con il resto è stupido, anticlimatico e girato coi piedi.
L’amore crea e la mancanza di amore distrugge, gli elefanti scorrazzano dentro casa (!) e il tempo guarisce quasi tutto (ma non potrà mai darci indietro i minuti spesi a guardare questa porcheria).

Stile televisivo (che invano si cerca di nobilitare con carrellate e plongée inutili e prive di senso narrativo, a voler recuperare un cinema ormai perso) e doppiaggio a tratti latrante, Ghost Son è il biglietto con cui noi italiani osiamo presentarci su una scena horror europea di un livello mai così alto.

Dovremmo vergognarci, tornare a casa, imparare dai padri.

Filmato:

giovedì 15 gennaio 2009

Piovono morti

Piovono morti
Jean-Patrick Manchette
Einaudi, 2004
Brossura
157 pag. - € 9,50
ISBN: 8806171151

Eugène Tarpon è tornato al normale tran tran della sua modesta carriera da investigatore privato e al momento il suo unico cliente è un farmacista che sospetta un suo dipendente per degli ammanchi di cassa.

Ben presto però le cose cambiano: un poliziotto raccomanda Tarpon a una vecchia signora angustiata per la scomparsa della figlia cieca e il detective si troverà coinvolto in una trama d'incubo dove la morte improvvisa e violenta sembra essere l'unica regola...

Difficile trovare un titolo più adatto ai contenuti di un romanzo nel quale in effetti il rapporto numero di morti e numero di pagine è ben fuori dalla media del genere.
Così come fuori dalla media è lo straordinario stile di Manchette, che pesta sull'acceleratore dell'azione fin dai primi capitoli e in seguito, quando parrebbe impossibile accelerare ulteriormente, scova nuove marce per aggiungere azione all'azione.

La trama, ricca di coincidenze assolutamente improbabili e di (colpevoli?) latitanze di logica e psicologia, diventa puro pretesto per mettere in piedi un circo hard boiled (ma i più noiosi parlerebbero di neo-polar, mentre a me pare che Manchette sia ben oltre i supposti confini di un supposto genere) nel quale i personaggi vengono definiti e rappresentati unicamente dalle loro azioni, dai gesti, dalle frasi dette e mai da qualche tipo di pensiero o descrizione didascalica.
Mancando la presenza dell’autore, ne esce fuori un ritratto vivido, verrebbe da dire verista, e un azzeccato studio sulla definitiva amoralità di gran parte del genere umano, ivi compresi quelli che, alla fine, fanno la figura dei buoni o dei cattivi.

Una simile scelta riesce a far brillare molti dei protagonisti anche grazie alla verve stilistica di Manchette, che gioca sempre in equilibrio instabile fra comico e grottesco, rischiando che uno dei maggiori pregi dell'opera diventi per alcuni lettori anche un difetto di non poco conto.
L'alto body count, essendo alla fine condito da ricche dosi di humour disincantato, sortisce l'effetto contrario: non temiamo mai per la sorte dei vari “buoni” coinvolti nella vicenda, fino al punto che quando la donna innamorata di Tarpon viene stuprata dai suoi sequestratori l'evento in definitiva scorre come se ben poco fosse accaduto, senza toccarci nel profondo.

Ecco che allora i personaggi diventano talvolta burattini nelle mani dello scrittore, o meglio, gli viene rivolta la stessa attenzione destinata agli oggetti, senza distinzioni o favoritismi: l'autore si occupa di quanto gli serve al momento, sia esso un uomo, una pistola o un giornale.

Ci si concentra allora gli espedienti stilistici usati dallo scrittore, le sue occasionali sterzate nel commentario socio-politico dell'epoca e i quadretti e gli scambi fra i protagonisti, fino a quel capolavoro di comicità sommessa che è la spedizione di Tarpon all'interno del monastero.

Dialoghi scarni e molto efficaci, descrizioni ridotte al minimo indispensabile e intrusioni dell'autore quasi assenti, Piovono morti si divora in pochissimo tempo e, pur avendo il difetto di non lasciare quasi ricordo né riflessione, risulta sempre meno indigesto di gran parte del noir attuale, in particolare degli appassiti e stentati tentativi italiani.

Rimane però, come spesso mi accade di fronte a certi autori super osannati dalla critica, una certa delusione di fondo, la sensazione di trovarsi di fronte a un autore di cui potrei (e probabilmente così farò) volentieri divorare gran parte della produzione ma la cui freddezza, l’eccessivo calcolo dietro ogni parola e ogni scelta e la scarsa attenzione alla trama ne hanno limitato in qualche modo il potenziale e la completa maturazione.

Manca a Manchette l’umanità: troppo disincanto può danneggiare tanto quanto un eccessivo innamoramento dei propri personaggi e la tecnica, pur eccelsa può supplire fino a un certo punto. Beninteso, siamo dalle parti di una letteratura estremamente godibile e ricca, specie se ci si fatica un po' sopra e se ne colgono alcuni aspetti non evidenti a prima vista, ma siamo lontani dal termine "capolavoro" che spesso vedo accoppiato ad alcuni suoi romanzi. D'altronde in Italia le parole si usano facilmente a sproposito e sono in tantissimi a parlare ancora di noir (lo faceva in effetti anche Manchette) quando il noir come genere ha dei confini temporali precisi al secondo, superati i quali si dovrebbero usare altre etichette.

Primo romanzo in assoluto letto di questo autore, andrò ora in cerca di altri due o tre titoli per vedere se le mie impressioni vengono confermate o, meglio ancora, smentite.
Nel caso voi conosciate già bene questo autore, sono ben accetti consigli di lettura.

Collegamenti:

Blackmail.mag su Manchette
Nazione Indiana su Manchette
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