DEAD AIR2009, USA, colore, minuti
Regia: Corbin Bersen
Soggetto/Sceneggiatura: Kenny Yakkel
Produzione: Team Cherokee Production, Antibody Films
Logan conduce uno dei radio show più irriverenti di tutti gli USA: ogni notte entra nelle case degli statunitensi, solleva questioni e problematiche importanti e lascia quindi parlare gli ascoltatori attraverso le telefonate, rispondendo spesso con toni ironici, sarcastici e strafottenti.
Proprio durante la sera nella quale Logan e il suo staff di collaboratori propongono come tema principale la paranoia, in molte città degli Stati Uniti gruppi di terroristi islamici diffondono nell'aria un letale ceppo di virus che trasforma i contagiati in belve rabbiose, in grado di contagiare altre vittime con un solo morso o graffio.
Logan e i suoi si trovano intrappolati nello studio radiofonico mentre la città cade progressivamente in mano alle orde di infetti e quando due terroristi penetrano nell'edificio per cercare di diffondere messaggi via radio al popolo statunitense, Logan e il suo staff dovranno prendere alcune decisioni drastiche e agire tempestivamente...
Compito proibitivo quello di uscire, a poca distanza da Pontypool, con un altro film che vede la figura del dee jay radiofonico già in là con gli anni, cinico e disilluso, alle prese con una pandemia. Premesse e intenti dei due film saranno anche diversi, ma il paragone è difficile da evitare.
Compito che da proibitivo diventa disastroso se si oppone all'ottimo materiale di partenza di Pontypool la sceneggiatura cialtrona di Kenny Yakkel che, a leggerne curriculum su imdb, dovrebbe pensare seriamente a limitarsi alla sua specialità, ovvero il dolly grip e lasciare la scrittura a professionisti o gente comunque portata.
Yakkel inanella una serie di scene sconclusionate che alternano senza senso dell'equilibrio momenti di azione a passaggi statici e rimane per tutta la durata del film in dubbio fra l'adottare un tono serio o virare verso la commedia, finendo con il realizzare un maldestro tentativo di miscela fra acqua e olio.
Vi sono i mezzi, nella narrativa, per permettere a un autore di distinguere in modo netto il razzismo (o qualsiasi altro -ismo) di un suo personaggio da quello dello scrittore e dell'opera e Yakkel pare evidentemente privo di questi mezzi: finisce quindi con lo scrivere un filmetto pregno di un razzismo e di una visione così stereotipata del mondo da lasciare basiti.
I suoi "terroristi islamici" sono quelli delle vignette e delle barzellette, quelli concepiti dai vecchi texani repubblicani mai usciti dal loro ranch e a ben poco vale l'iniziale tentativo di dipingere in modo liberal il personaggio di Logan quando bastano due scossoni a farne cascare facciata e impalcatura.
Quando arriverete ai due discorsoni finali, quello dell'arabo "cattivo" e quello dell'americano "che potrà anche talvolta sbagliare ma è troppo mejo", beh, se sentirete cadere qualcosa a terra sarà meglio dare una controllatina nelle mutande, non si sa mai...
Maldestro nelle scene d'azione e scarsamente riflessivo nei confronti delle opportunità fornite dai vari media, Corbin Bersen (anche lui dovrebbe limitarsi a fare l'attore-dentista, piuttosto che avventurarsi incautamente in territori che non gli appartengono) si limita a riprendere rigidamente i sonnacchiosi scambi fra gli attori senza tentare né un minimo ragionamento sullo stile né qualche tipo di riflessione sulla parola e sulla visione, opzioni che a mio modo di vedere dovrebbero esser di primaria importanza in un film che tenta di ragionare sulla radio.
In alternativa, a un livello più basso e scontato, ci si poteva comunque agganciare all'alba romeriana e tentare di ragionare sul possibile ruolo dei media durante un'invasione o una epidemia, ma il tema viene affrontato solo di striscio e senza alcuna intuizione, lasciando la materia morta e inesplorata.
Privi di regia e copione gli attori vengono lasciati a se stessi e, pur tutti al di sopra della media del genere, finiscono con l'accentuare il registro ironico e comico perdendo per strada la tensione e finendo col non sembrare mai spaventati, stressati, preoccupati, in preda al panico.
Difetto non da poco visto che si parla di intere città in mano a pazzi furiosi, amici che muoiono ovunque e assalti che mettono a repentaglio la loro stessa vita.
Gran parte del lavoro ricade sull'horror-vet Bill Moseley che ci ha ormai abituato a vederlo alternare prove decenti a incarichi alimentari portati a termine senza nessun tipo di voglia o coinvolgimento. Questa volta ci va bene e Moseley fornisce una prova discreta, ma rimaniamo anni luce distanti dal timbro vocale di uno Stephen McHattie.
Buoni i vari comprimari, con una menzione d'onore per David Moscow nella sua funzione di spalla ironica e comica.
Male, anche a causa del basso budget, tutti i reparti tecnici, da una fotografia piatta e scipita a un montaggio castrante nei confronti del lavoro degli attori passando per degli effetti speciali e trucco davvero miseri. Si tocca il fondo nella messa in scena dei vari gruppi di infetti, che paiono presi dalle scene di scarto di qualche cortometraggio indipendente italiano.
Dead Air vive il suo momento migliore durante la prima mezz'ora, quando ci si limita a spargere indizi e sollevare problemi e interrogativi, mettendo in questione sicurezze e affermazioni del pubblico, ma scivola ben presto in una bieca e strumentale propaganda che un po' stupisce, viste le premesse iniziali.
Troppo poco per risultare di reale interesse al pubblico horror medio, comunque sufficiente per attirare i completisti di zombie, apocalissi ed epidemie.
COLLEGAMENTI:
Pontypool
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FILMATO:




















Hai visto "Summer's Blood" (2009) di Lee Demarbre, con Stephen McHattie? Io sì e ci sto ragionando sopra...:)
RispondiEliminaVisto ieri sera a Orvieto al Fantasy Horror festival in lingua originale, una noia mortale
RispondiEliminaanche io l'ho visto ad orvieto. e condivido quanto detto da Monica
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