lunedì 27 luglio 2009

End of the Line

End_of_the_Line_terror_underground_Devereaux_movie_film_immagine_image_posterEND OF THE LINE
2007, Canada, colore, 95 minuti

Regia: Maurice Devereaux
Soggetto/Sceneggiatura: Maurice Devereaux

Produzione: Maurice Devereaux Productions


Un gruppo di persone si trova in viaggio, nottetempo, in metropolitana, quando il treno si ferma all'improvviso. Quando tornano energia e comunicazioni, mentre il treno si prepara a riprendere la corsa, alcuni passeggeri ricevono all'unisono una chiamata sui cellulari e, estratti dei pugnali sacrificali, cominciano a sterminare gli altri compagni di viaggio.

I superstiti, scappando a piedi per il dedalo di gallerie, scopriranno che in superficie avviene da qualche ora la stessa tragedia, ingigantita mille volte, e che sulla regione sembra essersi scatenato un Armageddon, provocato dai membri di una particolare setta.

Ogni resistenza pare futile ed è solo questione di tempo prima di rendere l'anima al Signore ed essere purificati dai pugnali sacrificali dei cultisti...


Se vi è un film che più di ogni altro implora per diventare oggetto di remake è questo End of the Line, una pellicola che mischia ottime intuizioni a tragicomiche inadeguatezze, buonissimi spunti a modalità di realizzazione ed esiti disastrosi.

L'idea di metterci a confronto con i pericoli di certa deriva religiosa, visti i tempi, è senza dubbio encomiabile e anche la scelta di un certo tono sempre in bilico fra terrore e ironia, specie quando si ritrae le gesta dei membri della setta, è comprensibile e doverosa: io per primo non riesco a trovare altro modulo di rapporto che la risata verso Scientology e accozzaglie riunite.

Si crea quindi, da subito, una ben precisa e scandita bipolarità: le scene prive di cultisti, che si focalizzano solo sui superstiti e sui loro vari tentativi di continuare a restare tali sono ben realizzate, con dialoghi accettabili e dinamiche comprensibili, alle volte persino brillanti, mentre ogni volta che compare qualche seguace voglioso di sterminare infedeli si cade in quell'imbarazzante campo dell'umorismo involontario che crea più disagi allo spettatore che al regista.

Quando questi cattivi boy scout mal cresciuti estraggono dalle loro borse e borselli la più assurda, anacronistica, cartoonesca arma sacrificale mai concepita dai tempi di Paperino contro i Raeliani dei Sette Giorni è tempo di risate a denti (e posteriori) stretti.

I malcapitati cultisti, per sterminare i maledetti infedeli (che li outnumberano minimo 10 a 1 e nei cui ranghi abbiamo anche polizia ed esercito) hanno a disposizione solo e unicamente delle enormi, enormi croci, non si capisce se fatte di polistirolo o plastica, sapete, di quelle che si possono trovare in quei negozi e bancarelle che vi vendono le fate, i troll e i draghi di cartongesso che fanno quel fumo/vapore.

Ecco, queste croci dell'apocalisse terminano in una sorta di temperino con il quale i cattivissimi adepti vi sgozzeranno, probabilmente offesi dal fatto che state ridendo della loro fallica arma definitiva. I loro capi invece, fortunelli, hanno anche alcune spade, attenzione!
Di fronte a scene del genere e di fronte alla goffaggine dei vari attori scelti per interpretare i fedeli, in contrapposizione alle prove più che discrete elargite da alcune delle vittime, ci riesce davvero difficile seguire con la stessa attenzione l'alternarsi dei due rami narrativi.

Questa continua indecisione su cosa realizzare e come realizzarlo porta lo spettatore a un continuo e frustrante sforzo di adattamento (è satira? Ah no è mortalmente serio! Ah, no, aspetta un attimo, sta di nuovo pigliando per il culo) che sarebbe stato evitabile mischiando con maggiore attenzione i vari elementi e toni.

A tutto ciò bisogna aggiungere l'ovvia considerazione sul budget a disposizione.
Le fonti ufficiali parlano di appena duecentomila dollari canadesi e, alla luce di questo dato cresce a dismisura l'ammirazione per quanto è riuscita a fare la produzione con quella che è la somma necessaria al cestino della merenda di Tom Cruise, ma è comunque impossibile evitare di rimarcare che inevitabilmente costumi, effetti speciali, fotografia e scenografia soffrono di una tale ristrettezza di generi.

End of the line rimane nella memoria, se non altro, come durissima lezione per tutti i nostri aspiranti registi (e anche per molti dei presunti maestri) su come sfruttare fino all'osso una somma che si può mettere insieme con sforzo limitato fra parenti, conoscenti, amici e sponsor vari.

Ammirevoli anche alcuni spunti a livello di script, specie nel gestire le incertezze nel gruppo dei fanatici religiosi, alcuni dei quali si rifiutano apertamente di eseguire quanto pianificato e altri ancora che continuano ad avere dubbi lungo l'intero corso del film, ma è ancora davvero troppo poco per consigliarne una visione a tutti i costi, se non ai completisti, a chi si trova a corto di titoli forti e a chi privilegia in particolare questo tipo di tematica apocalittico-religiosa.

Dispiace davvero, perché l'idea di partenza meritava ben altro sviluppo e perché alcune singole scene (quella riguardante la fine riservata a mamma incinta e marito su tutte) strappano più di un brivido.
Ma subito dopo tornano spadoni di gomma e pugnali di cartapesta a ricordarci che la fine del mondo non può essere così vicina, dopotutto.

Già la bigotteria fa ridere, quando poi si trasforma in bigiotteria apriti Cielo...

Collegamenti:

Sito ufficiale
Intervista a Maurice Devereaux
Recensione Anna Maria Pelella

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